IL DR. ALBERTO BETTINELLI: PROFUMO DI SAMARITANO – Angelo Nocent

Alberto Bettinelli (Foto by Cardini)Il Dr. Alberto Bettinelli

pianeta-terraNon l’ho conosciuto. Ma mi basta sapere che il Dr. Bettinelli è esistito. E continuerà ad esistere. Non per un “riposo eterno” ma per un’attiva collaborazione con la terra, il pianeta del dolore,  visto dall’alto dei cieli. Perciò, conoscerlo e farlo conoscere, per uno che ama i santi della carità e coltiva nel cuore i grandi ideali di un San Giovanni di Dio, San Riccardo Pampuri…è bisogno del cuore. Perciò lo addito, perché la carità è contagiosa. E Dio sa di quanto amore del prossimo hanno bisogno il mondo, i nostri giorni.

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Sì, CHI CREDE VEDE. E se io cammino, costruisco, confesso…, sostengo e spiego la mia fede. Proprio come ha cercato di fare questo medico, credente e operante.  Ma si può affermare anche che, chi VEDE persone così, finisce per CREDERE.

Don_Luigi_Maria_Verzé_2009Proprio in questi giorni ho riletto una pagina dell’intervista Carlo Maria Martini/Luigi Maria Verzé “SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA”.

Il  fondatore del “San Raffaele” di Milano chiedeva al cardinale “se il Cristo è oggi veramente inimitabile nella sua santità e nei suoi miracoli, o se invece non possiamo, o piuttosto dobbiamo imitarlo, per esempio, nel miracolo di una medicina sacerdotale. Penso con questa espressione all’istituzionalizzzione di sacerdoti consacrati e insieme medici laureati. E’ quello che voglio fare io…

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Carlo Maria Martini - Credo la vita eternaL’arcivescovo emerito: “Certamente Lei ha avuto molte esperienze importanti, anche se non tutte sono andate a buon fine.
Mi suscita qualche problema sentire parlare di intervento diretto di Dio nella malattia. Intervento di Dio sì, ma…diretto? No, non ne sarei così sicuro.

Le azioni operate da Gesù sui malati erano interventi di rivelazione e di misericordia. Gesù non ha guarito tutti i malati del Suo tempo, ma solo una piccolissima parte di essi.

Del resto, la parabola del buon samaritano insegna che è dovere di ogni persona occuparsi della sofferenza del prossimo come piò, e nelle occasioni che gli capitano, non soltanto attraverso la scienza medica, nè soltanto attraverso l’interesse, ma con tutti quanti i mezzi a disposizione.

Gesù risanava alcuni e la Sua missione era al di  sopra delle gurigioni. Tanto è vero che nell’ultima parte della vita non ha quasi compiuto miracoli di questo genere. Sarebbe stata troppo facile la sua missione, se si fosse trattato soltanto di risanare.

Gesù aveva una missione più ampia, più complessa, più universale. Un cristiano avverte tutto ciò, lo intuisce a seconda delle circostanze, ma non può limitarsi a un solo aspetto della presenza di Gesù.

Quanto ho detto non vuol dire che non ci possano essere persone consacrate alla salute degli altri. Ma non deve identificarsi col programma cristiano“.

Grazie, Dr. Bertinelli, per averci offerto, con la tua morte, la possibilità di rispolverare il Vangelo del “farsi prossimo”, una lezione che non si è mai imparata una volta per tutte.

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MEDICINA & PERSONA, SALUTE & SALVEZZA, FEDE-SPERANZA-CARITA’…

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Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. Alleluia. (Preghiera dalla liturgia del 16 agosto 2014, sabato della XIX settimana del tempo ordinario)

Gli Amici di Alberto Bettinelli della casa dei Memores Domini: ”Il suo, uno sguardo da bambino che nulla misura e tutto ama”.

Alberto Bettinelli 02Il nostro Alberto ha compiuto la sua vocazione nel giorno dell’Assunzione della Vergine Maria, secondo l’imperscrutabile disegno del Padre.

Tenera preferenza per il suo essere “bambino nella fede”, entusiasta del bene, tenacemente fedele alla storia che lo ha generato e al padre suo e nostro, Don Luigi Giussani.

Semplice e umile, capace di accudire i malati e in particolare i suoi piccoli con straordinaria attenzione e professionalità, piegandosi al dolore, con un impegno totale.

Capace di uno sguardo che lo faceva commuovere dei drammi del mondo, in particolare laddove era offesa la dignità dell’uomo, era colpita la vita innocente o in pericolo la libertà della fede, come recentemente per i cristiani in Siria e in Medio Oriente.

Assunta nei CieliUna tenerezza di affezione che, segnata dal rapporto con la madre – donna di straordinaria fede – era capace di abbracciare chi gli era vicino e diventare così esempio anche per i nipoti o per i giovani medici e laureandi coinvolti nelle numerose attività di approfondimento e ricerca che promuoveva con gli amici e colleghi medici.

Chiediamo umilmente alla Madonna che interceda per lui e per tutti noi, perché obbedendo alla vocazione, possiamo imparare il suo sguardo da bambino, che nulla misura e tutto ama perché infinitamente amato.

I suoi amici della casa dei Memores Domini di Milano.

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Milano: medici, amici, fratelli nella Fede alle esequie del dr. Alberto Bettinelli. ”Insegnava a curare la malattie col sorriso”

Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente: è felice di ogni cosa, vuole amare solamente“. E’ racchiusa nelle parole del canto che gli amici “Memores Domini” hanno intonato nel corso della celebrazione, la descrizione più vera dell’umanità di Alberto Bettinelli, primario di pediatria dell’ospedale Mandic di Merate, morto il 15 agosto dopo un malore che lo aveva colto alcuni giorni prima sulla spiaggia di Varigotti, in provincia di Savona.

Un’umanità che, permeata dalla grande fede che da sempre ha modellato la sua vita, si è tradotta nella dedizione ai bambini malati, nella vicinanza alle loro famiglie, nella crescita di colleghi e tirocinanti.

Questa mattina nella chiesa di Sant’Ildefonso a Milano, parrocchia di residenza della sua famiglia, si sono svolti i funerali alla presenza di centinaia di persone. Moltissimi i rappresentati del mondo ospedaliero meratese, gli “ex” del Mandic e poi i parenti (in prima fila l’anziana mamma e la sorella che erano con lui al momento del malore), gli amici, i compagni di Fede.

“Non dobbiamo farci trascinare dalle apparenze e chiuderci nei limiti del dolore, pure inevitabile” ha esordito nella sua omelia Don Pino Alberto, il celebrante che assieme ad altri sei sacerdoti ha officiato il rito funebre “quanto accaduto è il compimento in circostanze misteriose ma reali di una vita in cui l’opera di novità di Cristo è stata l’esperienza dominante. E questo è quanto accaduto ad Alberto. Attraverso il mistero del dolore innocente dei suoi bambini ammalati, dei suoi piccoli pazienti e delle loro famiglie, Alberto viveva la paternità di Dio, in una donazione profonda e in un abbraccio universale“.

Parole di dolore ma cariche di riconoscenza sono state espresse anche dagli amici “memores Domini” di Don Giussani, corrente cattolica di cui il primario faceva parte, così come dai colleghi, medici e infermieri del Mandic che hanno ricordato come “Alberto ha insegnato che le malattie si curano anche con il sorriso“, dai volontari Abio con i quali il medico aveva intessuto un particolarissimo rapporto di collaborazione e amicizia.

Alberto Bettinelli_ricordi_colleghi1Con l’équipe medica e infermieristica e una piccola paziente

Colleghi e genitori di piccoli pazienti ricordano il dr.Bettinelli. ”Alberto non c’è più ci ha lasciati nel giorno dedicato a Maria. Aveva votato la propria vita alla cura dei bambini ammalati”

Il nostro dr. Alberto non c’è più.

Ci ha lasciato increduli, commossi ed addolorati in una giornata dedicata a Colei che gli era cara e che spesso invocava: la Madonna.

Non possiamo non ricordare la sua costante presenza in Reparto.

Alle 7.30 udivamo il suo passo familiare: raggiungeva la cucina e sorseggiava un tè con il personale del mattino.

Poi, subito al lavoro…visite, controlli, discussione di casi critici, riunioni, impegni…

Frenesia di un quotidiano dedicato ai bimbi malati cui ha votato la propria vita.

Ci piace ricordarlo mentre giocava a biliardino coi piccoli degenti o quando compariva dal suo studio con in mano un gioco per un paziente “coraggioso” o con indosso la maglietta dell’Italia al posto del camice…

Ma quello che ricordiamo è l’umanità, la spontaneità di una persona a volte schiva nel raccontare di sé ma generosa nell’essere vicino agli altri, colleghi o malati che fossero.

Ognuno di noi conserva un aneddoto, una frase o un evento che lo riguardano.

Lui non c’è più, ma il suo lavoro resta, resta la professionalità, resta l’umanità, resta ciò che ci ha insegnato.

Da adesso, non potremo far altro che impegnarci nel compito che svolgiamo tra i piccoli per renderlo orgoglioso da lassù del nostro operato, sperando che vegli su di noi come un amico che d’improvviso ha deciso di raggiungere un posto migliore.

Ciao Alberto. Ci mancherai.

L’intero gruppo dei collaboratori – Medici, Infermieri, Ausiliari- della Pediatria e della Chirurgia pediatrica di Merate

Alberto Bettinelli_ricordi_colleghi 2Il dottor Bettinelli con gli amici dell’ABIO durante una festa di Natale

Clementina IsimbaldiSono stata collaboratrice, ora sono da poco in pensione, ma sono soprattutto amica di Alberto, una amicizia che dura da una vita. La sua morte improvvisa mi ha fatto dapprima ricordare un canto che spesso facevamo insieme nei raduni con gli amici, bellissima:

Qualcosa muore nell’anima quando l’amico se ne va. Quando l’amico se ne va e va lasciando una traccia che non si può cancellare. Non andartene ancora, non andartene, per favore, perché anche la mia chitarra piange quando dice addio. Un attimo di silenzio al momento di partire perché ci sono parole che feriscono e non si possono dire. La barca diventa piccola quando si allontana sul mare. Quando si allontana sul mare e si perde all’orizzonte, com’è grande la solitudine! L’amico che se ne va lascia un vuoto che è come un pozzo senza fondo, che non si può riempire“.

Quello che descrive la canzone è l’esperienza di tutti noi con la sua scomparsa. Eppure non è tutto qui. Non basta dire “E’ così“, non ci basta. A me non basta perché c’è dell’altro. Cioè: la vita non è solo questo, la morte di Alberto è segno di Altro. Era un bravo medico, interessato a tutto, a tutti i nostri piccoli pazienti; ma soprattutto la vita di Alberto è stata piena di un Altro che l’ha trasfigurata.

Primario sì, ma con la capacità di rendere possibile a ciascuno dei suoi collaboratori di essere se stesso, di esprimere sé nello specifico del lavoro, aspettando senza pretesa da ciascuno il risultato che pazientemente attendeva…..In questo modo, in questa libertà, il nostro reparto è cresciuto negli anni, con il contributo di ciascuno. E con la dedizione di ciascuno per una gratuità che si vedeva all’opera nei propri confronti. Ecco, questo è stato per me Alberto. Lo ricordo così.

Drssa Clementina Isimbaldi

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tenersi-per-manoCaro Dottore,
non può neanche immaginare lo sconforto e il senso di vuoto che noi tutti proviamo. La perdita di una persona come lei, unica e dal cuore grande,che ha fatto del suo lavoro una vera e propria passione aiutando tante persone,tanti genitori spaventati come noi,ma sopratutto tanti bambini come mio figlio. Un uomo magnifico,sempre con il sorriso,sempre disponibile,umile….qualità che in una persona sola è difficile trovare,possiamo dire che è quasi impossibile.

Un DOTTORE che non ha mai smesso di capire,di studiare,di appassionarsi,di ascoltare ogni singola persona e il suo problema,con calma e interesse,quanti dottori lo fanno ancora?,in quanti si siedono con il paziente e lo ascoltano?,purtroppo siamo stati in molti ospedali,ma nessuno ci ha mai capito e compreso come lei.

Si è sempre interessato ogni volta che mio figlio veniva ricoverato qui a Massa,ha sempre risposto a ogni nostra chiamata,ogni nostra mail…quando una volta all’anno si veniva al Mandic si occupava di trovarci una sistemazione per notte sempre meno costosa, perché il viaggio per noi, ma sopratutto per Tommaso era un pò lungo.

La mattina dopo aspettava il primo prelievo e arrivava con una bella brioche calda per il bimbo…. “Mangia che diventi forte!”…..ecco questo era lei. Non ci saranno mai belle parole o grandi aggettivi per poterla descrivere,nessuno le renderebbe mai giustizia, perché lei era questo e molto più. Senza di lei ci sentiamo persi,disorientati,spaventati come prima di conoscerla…ma il suo bellissimo ricordo sarà sempre con noi,ci darà forza,ci guiderà e ci aiuterà a continuare a percorrere la strada da lei insegnata. Grazie Bettinelli, è stato un onore conoscerla.

Francesca e Michele

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Oggi le voci squillanti dei bambini non riescono a mitigare il dolore e lo sconcerto di tutto il personale, che lo ricorda come grande medico e grande uomo.

La sua competenza nel trattamento delle tubulopatie era riconosciuta a livello internazionale, e la sua positività, gentilezza e disponibilità erano indiscusse” ha spiegato il dottor Cogliati.
Il direttore sanitario del Mandic, dottor Gedeone Baraldo, ha raggiunto i colleghi nel pomeriggio di oggi. “Abbiamo subìto una grave perdita, incolmabile, dal punto di vista professionale e umano” ha commentato con amarezza. “Il dottor Bettinelli aveva un grande attaccamento ai suoi pazienti, e si dedicava ad ogni singolo caso con grande impegno, senza mollare finchè non era riuscito ad ottenere una diagnosi chiara”.

 

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LA FRAGILITA’ DI GESU’ – Angelo Casati

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Gesù – mantegna_testa_cristo_correggio

Don Angelo Casati 

Don Angelo Casati - 7-angelo-casatiAlle orecchie dei devoti, dei troppo devoti, può sembrare pericoloso o addirittura dissacrante parlare di una “fragilità” di Gesù. Quasi fosse attentato devastante alla sua divinità. Ma saremmo falsamente devoti al mistero che abita Gesù se, allontanando sdegnosamente da lui ogni ombra di fragilità, finissimo per cancellarne ogni ombra di vera umanità. E dovremo forse chiamare ombra la fragilità di Gesù? O non appartiene forse alla nostra natura l’essere fragili?

Ci sono fragilità nella nostra natura che vanno, se pur faticosamente, superate, ce ne sono altre che vanno semplicemente riconosciute. In sincerità. In sincerità verso Dio e verso se stessi.

Questo mio discutibile dire in modo rapsodico di Gesù e della sua fragilità va per accensioni che nascono dalle pagine dei vangeli. Il mio dire non ha dunque la pretesa delle sintesi teologiche, segue domande e provocazioni che si rincorrono perdutamente nelle pagine e poi nel cuore di un lettore comune del vangelo. Pensieri in attesa di altri pensieri.

Gesù nato da donna, scrive Paolo. Da un grembo di donna. Fragile quel cucciolo d’uomo, fragile il grembo, come tutti i grembi di donna. Sgusciò in un contesto di fragilità, una lampada fioca in mano a Giuseppe, forse l’altra mano – sto immaginando – a stringere tenera quella di Maria, a darle spinta di forza nel travaglio del parto. Fragile, inerme il bimbo, in bisogno di fasce, di fasce e di latte, quello della madre. Nato da donna. Donna che lo introdusse, mettendolo alla luce, nel territorio della fragilità.

SamaritanaLo introdusse così nella fragilità del corpo. Che lui accusava come tutti noi. Accusava stanchezza a tal punto da prendere sonno, e profondo, sulla barca nella traversata in piena notte del lago e nemmeno la bufera delle onde a svegliarlo. Accusava stanchezza e pure sete. Quel mezzogiorno in una delle sue traversate di regione sentì morso di sete, seduto stanco a un pozzo di Samaria chiese da bere a una donna in cerca di pozzi. Come tutti noi non risparmiato dalla fame, lo annotano gli evangeli: era mattino di inizio aprile, il giorno prima era entrato a dorso di puledro in Gerusalemme, quel mattino mentre usciva da Betania ebbe fame, ma il fico cui erano andati i suoi occhi aveva bellezza di forme ma vuoto di frutti. Ci rimase male.

A volte poi non gli reggevano proprio le forze fisiche, se ne accorsero quel giorno, poco fuori il pretorio, quando costrinsero un uomo di Cirene a portare dietro lui la sua croce.
Direi, approfondendo, come tutti noi fragile nel territorio dei sentimenti.

Non era roccia immobile, nè quercia con fronde impassibili a urli di bufere. Non tetragono come quelli che sbandierano indifferenza agli assalti della vita, pagò lungo i suoi giorni debiti di fragilità, come succede a ciascuno di noi.

A volte a scuoterlo, ad amareggiarlo sino a farlo impetuosamente dolorosamente sbottare senza quasi più contenersi, era la nostra avvilente ottusità: “O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi, fino a quando dovrò sopportarvi?”.

Certo non si preoccupava di trattenere se stesso in sequestro assoluto dei sentimenti, quel sequestro che in taluni uomini di spirito sembra a volte, o spesso, sfiorare l’impassibilità. Non preoccupato di guardarsi dall’accensione dello sdegno, né di guardarsi, se è debolezza, dall’accensione improvvisa dei sogni. E, se cedere ad accensioni rimane nella mente di qualcuno sintomo di fragilità, Gesù proprio non mise in atto nessun esercizio per sfuggirla.

La sua predicazione senza diplomazie, soprattutto verso le autorità religiose, conobbe i toni aspri e ruvidi, quasi impietosi, senza nascondimenti e senza contenimento, con l’esito di opposizioni altrettanto dure, violente, segnali per lui di una morte annunciata. Accadde anche che qualche volta i discepoli stessi lo invitassero a moderare i toni. Ma lui resistente a ogni invito che suonasse cedimento a calcoli umani. Gli interessava Dio, gli interessava la difesa a tutto campo della dignità di noi umani. Schiettezza senza moderazione a prova di morte.

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Lo consumava, senza moderazioni di sorta, zelo per la casa di Dio , per il vero volto di Dio e dell’uomo. E tutti noi a ricordare ciò che avvenne nell’avvicinarsi di quella pasqua. Un gesto voluto. Giovanni annota il particolare di Gesù che annoda le cordicelle per farne una sferza: “fatta allora una sferza di cordicelle…”. Consumato dallo zelo, cacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi. E non si limitò, non si contenne, non gli bastarono le parole: “Gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”. Fragile davanti alle emozioni?

Lontano anche dall’ideale dell’uomo di spirito che ha in somma cura l’arte di sorvegliarsi, allontanandosi da ogni forma di eccesso persino nei sogni. Per fedeltà spenta al reale. Non è forse vero che un giorno i discepoli, di ritorno da una compera di cibo nel villaggio più vicino, lo trovarono a parlare con la donna di Samaria, così preso dall’acqua, che la sua parola aveva disseppellito dal cuore della donna, da abbandonarsi a visioni di sogno? Lui in quel sole caldo li invitò sorprendendoli a contemplare campi biondeggianti di grano in anticipo di mesi. Quanti maestri dello spirito gli avrebbero gridato di guardarsi da quelle farneticanti esaltazioni invocando un minimo di moderazione!

I vangeli, a differenza di quello che avremmo fatto noi perché non apparissero in lui ombre di “debolezza”, non nascondono, non censurano, anzi raccontano senza esitazioni di sorta i suoi turbamenti.

Un turbamento sino al pianto. Non stava certo nella figura dell’uomo forte, quello che non si scompone, che tiene alto il suo profilo in ogni evenienza. Turbato sino al pianto, narra il vangelo. Pianto per morte di un amico. Né si preoccupò di nascondere quella che alcuni ancora chiamano fragilità e debolezza. Apertamente. Tutti lo videro, tutti a dare testimonianza di quanto lui amasse Lazzaro.

La fragilità dell’anima turbata. C’è chi non si lascia mai turbare nell’anima, imperturbabile, c’è chi nasconde il suo turbamento. C’è chi come Gesù il turbamento lo patisce straziante ruvido sulla pelle scorticata, sente il cuore tremare e lo confessa senza falsi pudori.

Non ho titolo accademici per confortare una tesi, ma mi ha sempre colpito un confronto tra il racconto delle tentazioni subite da Gesù nei quaranta giorni passati nel deserto e il racconto delle tentazioni subite da Gesù durante la sua esistenza e in modo particolare nell’ultimo scorcio della sua vita. Il racconto del deserto sembra, mi si perdoni, cancellare ogni figura di fragilità. Mi sono chiesto se gli evangelisti volendo raccontare la vittoria sulla tentazione non abbiano calcato sulla libertà estrema luminosa del Rabbi di Nazaret che sfugge, ed è affascinante, ad ogni sequestro e imprigionamento.

Mi sono chiesto se gli evangelisti nell’intento di raccontarci l’atto estremo, quello conclusivo, vittorioso delle tentazioni non siano nelle stesso tempo incappati nella necessità, forse non voluta, di sottacere il percorso psicologico e il travaglio che segnarono anche duramente corpo mente e cuore del Signore nel cammino verso un simile atto di libertà e di amore, estremi!

Stando al racconto dei vangeli non potremmo certo dire che Gesù le scelte, soprattutto quelle estreme, le abbia affrontate con animo spavaldo, bensì pagando alla fragilità umana un caro prezzo. Scelta a caro prezzo dentro un debito di confessata riconosciuta debolezza. Dentro un debito di vero, non finto turbamento.

Crocifisso – passione

Il pensiero mi corre a un giorno che per Gesù già odorava di passione, passione estrema. Vicina era la Pasqua. Tra quelli saliti per il culto c’erano anche dei Greci. Forse non giudei? O forse proseliti? Non sappiamo. Comunque non gente del recinto, non appartengono al recinto d’Israele. Si sentono attratti da un desiderio. Di vedere Gesù: “Signore, vogliamo vedere Gesù” dicono a Filippo. Quelli vogliono vedere Gesù. E non sono del recinto. E allora Filippo prende con sé Andrea, vanno in due a parlarne a Gesù. Ma lui risponde in modo enigmatico.

Risponde: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. Trono della gloria per lui è la croce. La croce per lui il luogo – è paradossale dirlo – della massima attrazione: “quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. E’ come se Gesù pensasse: arrivano anche i pagani? Anche loro attratti? Ma allora è vicina l’ora della croce, l’ora della attrazione che di più non si può.

Che cosa vedrà quel gruppo di Greci? Vedranno un chicco di grano cadere nella terra. Gesù ha davanti agli occhi la vicenda del chicco di grano. Ebbene l’ora della sua morte non la affronta in modo spavaldo, come fosse un passaggio naturale. No, anche lui turbato. Turbato da questi greci che con la loro presenza gli ricordano che l’ora della discesa nella terra è vicina. E Gesù si svela, si svela nel suo turbamento, nella sua fragilità. Non è come noi che ipocritamente, per falsa immagine di spiritualità, vogliamo esibire una fede senza turbamenti. Lui dice: “Ora l’anima mia è turbata”. E sarebbe anche tentato di allontanare quell’ora.

Gesù nell’orto degli uliviAggiunge: “E che devo dire allora? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo Figlio”. Gesù non chiede di essere risparmiato, ma di essere glorificato. Il legno diventerà il luogo della gloria. Accoglie la sua ora, ma dopo aver attraversato senza sconti il mare del turbamento dell’anima, il mare della sua fragilità.

Ebbene per uno come me che cerca, da povero cristiano, di spiare Gesù e la sua vita, per lasciarsene in qualche misura contagiare, è fonte di non povera consolazione il fatto che Gesù stesso nel suo cammino verso la croce abbia conosciuto fragilità e turbamento. Lo confesso, me lo sarei sentito meno vicino, meno compagno del viaggio, se non ne avesse spartito con me il turbamento, se verso la morte fosse andato con passo spavaldo, da eroe, il forte cui non trema il cuore.

Gesù nell'orto degli ulivi

Leggo nei vangeli che, nell’orto, in vigilia di morte “cominciò a spaventarsi e a sentire angoscia”. Confessò tristezza: “Ora – disse – l’anima mia è triste fino alla morte”. E gli ulivi lo videro sudare sangue di morte.

Messia chino sulle debolezze degli umani, abitò la nostra esistenza, una fragile tenda, un telo di vento. Abitò la nostra fragile carne.

Superò la fragilità, anche quella estrema, oserei dire, con un nome che si affaccia, costantemente, connessione intrigante, nell’ora della debolezza: “Padre”. “Padre” nell’ora dell’arrivo dei greci: “Ora l’anima mia è turbata. Che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Padre, glorifica il tuo Figlio”. “Padre” ancora nella notte degli ulivi: “Padre, se vuoi allontana da me questo calice: tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà”. “Padre” nell’ora della croce dopo l’urlo che ferì il cielo, “Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato”, urlo, estrema fragilità. Dopo l’urlo l’invocazione struggente, pure grido a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Una fragilità consegnata alla preghiera, sollevata dalla fiducia in un Padre che non abbandona nel grido i suoi figli.

Ci emoziona nella preghiera di Gesù quel perseverare, nonostante tutto, a dare a Dio il nome di Padre, con una confidenza che ci rabbrividisce: “Abbà!”. Ci rabbrividisce, e ci insegna una immagine più autentica di preghiera. Dentro un dilemma: pregare perché ci siano risparmiati i passaggi faticosi, le tempeste della vita o pregare perché non veniamo meno, perché non ci sentiamo soli e abbandonati nell’attraversamento? Come ci fa pregare il salmo: “Anche se vado per valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).

Nella fragilità, a sostegno, Gesù cercò il volto di Dio. Dobbiamo però, per debito di verità, aggiungere che nel momento della fragilità lui cercò anche volti di amici, senza minimamente velare questo suo bisogno profondo di vicinanze anche umane. Mendicante di amicizie e di affetti.

Il racconto del giardino narra quel suo andare in cerca degli amici e la desolazione di trovarli addormentati, quasi non ci fossero. Per tre volte disegnati nel racconto quei passi in ricerca, per tre volte raccontata la delusione: “Venne e li trovò addormentati…venne di nuovo e li trovò addormentati…venne per la terza volta e disse loro: Dormite pure e riposatevi. Basta! E’ venuta l’ora: ecco il Figlio di dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo”.

Una fragilità la sua, come la nostra che anela ad essere riconosciuta e sollevata da chi ti ama. I vangeli ci raccontano di Gesù che, nei primi giorni della settimana che vide la sua passione e la sua morte, cercava rifugio, rifugio del cuore, passando le sere e le notti a Betania, in casa di amici. Aperta la porta per l’amico, l’amico che sentiva la pressione, ormai vicina, delle croce.

santa marta e maria

Maria di BetaniaE non fu proprio a Betania che all’inizio di quella settimana che si preannunciava decisiva, decisiva di morte, per Gesù, una donna amica, Maria, in quella cena si accorse, lei sola, del segreto che pesava sul cuore del suo amico e maestro, ora che il cappio stava per soffocarlo una volta per sempre? E lei a ungerlo e a profumarlo con un profumo che fece gridare tutti per l’eccesso di uno spreco! E Gesù, a fronte dei discepoli così lontani dal capire che cosa gli passasse nel cuore, a difenderla: lei era arrivata, con gli occhi di chi ama, a intravedere, a capire, ad accogliere un bisogno segreto del cuore.

Dono, per chi attraversa il buio della fragilità, la luce che pulsa dal volto di un amico, di una amica. Dono inestimabile è avere al fianco uno che ti legga nel cuore, uno che vegli sulla tua angoscia, consapevole di non potertela purtroppo cancellare, ma pronto a portarla con te. Gesù sembra raccontare la improponibilità di una fede, in forza della quale presuntuosamente si arrivi a dichiarare che basta Dio a noi stessi.

Cercò il volto del Padre, cercò il volto degli amici.

Angelo Casati

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GLI SPOSI – LA VITA – LA GIOIA – L’AMORE… – Don Bruno Maggioni

Viva gli sposi

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«Buongiorno. Sono una persona normale, vede? Niente di strano, un prete normalissimo. Normale. Normalissimo»

Ma proprio mentre don Bruno Maggioni ripete come un karma il concetto, ti accorgi che di normale – nel senso triste e noioso del termine – quest’uomo di 57 anni per fortuna non ha nulla. Gli occhi sorridono, le parole si rincorrono velocemente con gioia, i movimenti delle mani sono ipnotizzanti e l’energia che galleggia nell’aria, avvolgendoti, è speciale.

D’altronde, proprio normale – sempre nel senso triste e noioso del termine – non è nemmeno ciò che fa don Bruno, parroco della Chiesa del Sacro Cuore. Alla fine della celebrazione dei matrimoni accende un vecchio mangianastri («Me l’hanno regalato vent’anni fa i coscritti del ’56. È una classe di ferro: ci siamo io, Miguel Bosè, Gianna Nannini e Moana Pozzi…») appoggiato in un angolo dell’altare e mette a palla «Mamma mia» dei Ricchi e Poveri («Mi piace perché è fuori moda»), cantando e ballando che in confronto Raffaella Carrà e il suo Tuca Tuca era roba da mummie. E la platea, ops, i fedeli lo seguono scatenati.

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ASSUNTA NEI CIELI E FRA NOI SULLA TERRA- Angelo Nocent

Maria Assunta In Cielo

La liturgia odierna mostra alla nostra contemplazione il mistero di Maria assunta al cielo in anima e corpo. Parlando di questo punto fermo della nostra fede, il Concilio Vaticano II ci ha ricordato:

concilio-vaticano secondoLa madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al pellegrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (LG 68).


Sicura speranza e consolazione.

Gussago - Assunzione-di-M.V.Concedici o Madre, di sentirci consolati e pieni di speranza per il fatto che tu sei già con Dio nell’interezza della tua persona; e quello che LUI ha già realizzato in in te desidera realizzarlo anche in ognuno di noi.

Possiamo sentirci consolati e pieni di speranza per il fatto che Tu, Maria partecipi già in modo pieno alla pasqua del tuo Figlio Gesù, che è vittoria sul peccato e sulla morte; e la stessa piena partecipazione Gesù desidera poterla donare anche a noi.

Possiamo sentirci consolati e pieni di speranza per il fatto che lo Spirito Santo ha già santificato te completamente, nella tua anima e nel tuo corpo; e quello stesso Spirito Santo opera anche in noi, se siamo docili a Lui, per trasformare anche noi a immagine e somiglianza di Gesù risorto.

  • Assunta_in_CieloMaria, tu non sei fantasia di poeti, di artisti, né di un romanzo teologico.
  • Tu sei donna reale,
  • Vergine e Madre,
  • figlia della terra prima di essere regina del cielo,
  • soggetta alla condizione umana, prima di essere regina degli angeli
  • pronta a dividere gioie e dolori della maternità come ogni madre umana,
  • vivente di fede  come ogni fedele,
  • sensibile come ogni creatura ai misteri più profondi della vita e della morte.
  • Madre di ogni nascita,
  • chiarore che annuncia l’alba evangelica,
  • sii al nostro fianco fino al tramonto di ogni nostra esistenza, come lo fosti sotto la croce.
  • Ti percepiamo come un’ombra e un soffio, ma ci basta per continuare a vivere e per morire.
  • Il resto è affidato alla tenerezza delle tue mani e alla dolcezza del tuo volto, più che nelle pupille, impresso nelle pieghe dell’anima.

sant'AntonioS. Antonio di Padova, lo aveva compreso già otto secoli fa. nel suo Sermone su Maria assunta in cielo, ci ha lasciato una preghiera

Ti preghiamo, o nostra Signora, nobile Madre di Dio, esaltata al di sopra dei cori degli angeli,

  • di riempire il vaso del nostro cuore con la grazia celeste;
  • di farci splendere dell’oro della sapienza;
  • di sostenerci con la potenza della tua intercessione;
  • di ornarci con le pietre preziose delle tue virtù;
  • di effondere su di noi, o oliva benedetta, l’olio della tua misericordia, con il quale coprire la moltitudine dei nostri peccati, ed essere così trovati degni di venir innalzati alle altezze della gloria celeste e vivere felici in eterno con i beati del cielo.


Ce lo conceda Gesù Cristo, tuo Figlio, che oggi ti ha esaltata al di sopra dei cori degli angeli, ti ha incoronata con il diadema del regno, e ti ha posta sul trono dell’eterno splendore.

A lui sia onore e gloria per i secoli eterni. Amen.”

2013

/ASSUNZIONE DI MARIA 2013/

Assunta in cielo 02

ASSUNTA IN CIELO ? IL DOGMA DICE PROPRIO COSI?


Pio XII 2Per comprendere il commento che segue, del biblista Padre Fernando Armellini, riporto il testo della solenne definizione dogmatica:

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

http://www.lachiesa.it/COMMENTOcalendario/omelie/pages/Detailed/32253.html

 

Assunta nei Cieli

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CHIARA: PANE PER I NOSTRI DENTI – Angelo Nocent

Chiara nel fil di Zeffirelli

“Chiara… piccola umile GRANDISSIMA pianticella del Signore, come la chiamava Francesco, serena e lieta nella sua lunghissima paralisi e nella povertà, perché ricca della pace e della gioia di Dio”, così ha scritto Lorenza, qualche giorno fa in facebook.

(https://www.facebook.com/francescana.secolare?fref=ts

I miei commenti:

  • «Questa luce si teneva chiusa nel nascondimento della vita claustrale, e fuori irradiava bagliori luminosi;
  • si raccoglieva in un angusto monastero, e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo;
  • spezzando duramente nell’angusta solitudine della sua cella l’alabastro del suo corpo, riempiva degli aromi della sua santità l’intero edificio della Chiesa».

(da Bolla di Canonizzazione, 1255)

Santa Chiara d' AssisiE ancora:

L’oggetto della sua contemplazione era il Gesù povero della mangiatoia, mentre il Gesù sofferente e umiliato della Croce era lo specchio in cui si specchiava ogni giorno e, ancora oggi, invita ciascuna di noi a fare lo stesso. 

Pur restando chiusa per 42 anni non perse il contatto col mondo esterno; il chiostro le limitava il corpo ma non l’anima;

le sue parole correvano leggere al di là delle mura, il profumo delle sue virtù e della sua santa vita si diffondeva nella Chiesa e nel mondo intero.

L’11 agosto del 1253 compì il suo beato transito sussurrando alla sua anima: “Va’ sicura perché hai buona scorta nel tuo viaggio…, e Benedetto sei tu Signore che mi hai creata…”.

Dopo due anni venne proclamata Santa.

Le biografie non si contano ed ognuno ha modo di spaziare in rete. A me premeva solo di creare il contatto, far scattare la scintilla. Dietro a Chiara e Francesco non ci sono solo conventi e clausure. I “Francescani laici” sono una miriade. Col nome di “Fra Antonio”, lo è stato anche San Riccardo Pampuri prima di entrare nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, ed è rimasto “francescano” nel cuore fino alla morte.

Nella vigna del Signore ci sono varie mansioni e i santi ci aiutano a trovare il coraggio per svolgere al meglio la nostra.

Chiara e Francesco

Lorenza oggi ha pubblicato questo breve filmato.

Io sotto vi ho scritto:”Quando vedo questa scena o leggo questa pagina…, puntualmente piango“.  E’ una fragilità del cuore.

Chiara e Francesco 2

Chiara, le tue mani,
le tenere mani sudate,
tremanti…

* * *

Com’è bella Assisi sotto la luna!

“Le rossignol…” – cantava una voce,
in provenzale.

Chiara dal balcone ascoltò tutta la canzone. 
Sapeva che quella voce calda era di Francesco.

Egli tacque per un po’, poi intonò un nuovo canto
e questa volta Chiara lo capì: parlava d’amore,
diceva che l’amore è un fuoco.

Ma il canto fu interrotto da alcune voci che gridarono:
Francesco! Francesco! A chi fai la serenata?

- Alla mia donna! rispose Francesco agli amici.
- E chi è la tua donna?
- Madonna povertà.

La voce si allontanò fino a spegnersi nella notte dolcissima.

Chiara rimase al balcone. Le sue sorelle dormivano.
Poi si sdraiò sul letto ma il sonno non venne.
Con chiarezza sapeva che da quella notte
qualcosa era mutato in lei…

Pregare 2

Sulla pagina di Maria Grazia, una mia ex collega di lavoro che sta preparandosi alla consacrazione laicale, oggi trovo scritto:

O amabile Santa Chiara,
che della tua vita hai fatto una lode al Signore,
intercedi per le nostre famiglie,
la fratellanza, l’amore, il rispetto.
Intercedi, perché il Signore
faccia di noi uno strumento della Sua pace!

Gioia vera

PER PROVAR A CAPIRE LA GIOIA VERA 

OLTRE LA GRATA

santa agnese

Benedizione di S. Chiara

Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.
Amen

Il Signore vi benedica, vi custodisca,
mostri a voi la sua faccia, vi usi misericordia,
rivolga a voi il suo volto e vi dia la sua pace
Io Chiara, serva di Cristo,
pianticella del santo padre nostro Francesco,
prego il Signore nostro Gesù Cristo
per la sua misericordia, per l’intercessione
della sua santissima madre Maria,
del beato arcangelo Michele,
di tutti i santi e le sante di Dio,
perché lo stesso Padre celeste vi doni,
vi confermi questa santissima benedizione in cielo e in terra.
Voi siate sempre amanti di Dio e delle vostre anime,
siate sempre solleciti di osservare
quanto avete promesso al Signore.

Il Signore sia sempre con voi,
ed Egli faccia che voi siate sempre con Lui
Amen !

santa chiara d'assisi 6

Santa Chiara d' Assisi 3

davanti allo specchio dell’eternità,
colloca la tua anima
nello splendore della gloria,
colloca il tuo cuore in colui
che é figura della divina sostanza
e trasformati interamente,
per mezzo della contemplazione,
nella immagine della divinità di Lui.
con tutta te stessa ama Colui che,
per amor tuo, tutto si é donato”

(Lett. III,12-15: FF 2888-2889)Colloca i tuoi occhi _dalle lettere di Santa chiara di Assisi

Santa Chiara d' Assisi (2)

Chiara d’Assisi,

discepola del Crocifisso povero

L’esempio di Francesco d’Assisi ha affascinato un grande numero di uomini e donne che, a loro volta, hanno abbandonato tutto per vivere alla sequela del Signore Crocifisso e Risorto. Fra tutti si distingue santa Chiara d’Assisi, giovane donna appartenente alla nobiltà assisiate che nel 1212, diciottenne, ha lasciò la casa paterna per vivere nella povertà e nella fraternità una vita interamente dedicata alla contemplazione.

Affidatasi alla guida di Francesco, venne da lui condotta presso la chiesa di San Damiano, fuori le mura di Assisi dove, raggiunta da altre compagne provenienti da ogni ceto sociale, diede vita all’Ordine delle Sorelle Povere.

La piccola chiesa che le ospitava custodiva la preziosa icona del Crocifisso che aveva parlato a Francesco. Il Signore gli si era rivelato come Colui “che ci ama sino alla fine” (cfr. Gv 13,1), e Francesco affidò Chiara e le sorelle alla sua scuola, perché chiunque potesse riscoprire, attraverso il loro esempio, la bellezza della vita cristiana a motivo della grandezza dell’amore di Dio venuto per servire l’uomo e liberarlo dalla schiavitù delle cose e restituirlo a rapporti umani veri e profondi.

La contemplazione del Crocifisso ha ispirato la vita evangelica di Chiara, plasmandone il cuore e rendendola evangelicamente serva delle sue sorelle, promotrice di fraternità e di umanità, donna ricca di gioia e di speranza, capace di amare e stimare ogni persona, di apprezzare la vita come dono di Dio.

Possiamo attingere all’esperienza contemplativa di Chiara attraverso le lettere da lei scritte alla principessa boema Agnese la quale, dopo aver rinunciato alle nozze con l’imperatore Federico II, aveva fondato a Praga un monastero desiderosa di vivere la stessa vita di povertà e fraternità che si viveva ad Assisi.

Sants Chiara - l'urna

Alla sua sorella spirituale Chiara scrive con accenti intensi, esaltando la grandezza dell’amore divino, risplendente nel mistero del Figlio di Dio fatto uomo:

“Sorella carissima, o meglio signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa, madre e sorella del Signor mio Gesù Cristo, riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l’ardente desiderio del Crocifisso povero. Lui per tutti noi sostenne il supplizio della croce, strappandoci dal potere del Principe delle tenebre, che ci tratteneva avvinti con catene in conseguenza del peccato del primo uomo, e riconciliandoci con Dio Padre.

Vedi che Egli per te si è fatto oggetto di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. Mira, o nobilissima regina, lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli uomini, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato, e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e contempla e brama di imitarlo.
Te veramente felice! Ti è concesso di godere di questo sacro connubio, per poter aderire con tutte le fibre del tuo cuore a Colui, la cui bellezza è l’ammirazione instancabile delle beate schiere del cielo. L’amore di lui rende felici, la contemplazione ristora, la benignità ricolma. La soavità di lui pervade tutta l’anima, il ricordo brilla dolce nella memoria.

E poiché questa visione di lui è splendore dell’eterna gloria, chiarore della luce perenne e specchio senza macchia, ogni giorno porta l’anima tua, o regina, sposa di Gesù Cristo, in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto… Contempla l’ineffabile carità per la quale volle patire sul legno della croce e su di essa morire della morte più infamante. Perciò è lo stesso specchio che, dall’alto del legno della croce, rivolge ai passanti la sua voce perché si fermino a meditare: O voi tutti, che sulla strada passate, fermatevi a vedere se esiste un dolore simile al mio; e rispondiamo, dico a Lui che chiama e geme, ad una voce e con un solo cuore: Non mi abbandonerà mai il ricordo di te e si struggerà in me l’anima mia.

Lasciati, dunque, o regina sposa del celeste Re, bruciare sempre più fortemente da questo ardore di carità! (dalle lettere di santa Chiara a sant’Agnese di Praga)

L’incontro di Chiara con il Crocifisso Risorto risplende anche nella sua regola, da lei composta insieme alle sue sorelle, impregnata di Vangelo, e che costituisce il primo testo legislativo scritto da una donna per altre donne.

La regola venne approvata da papa Innocenzo IV nel 1253, alla vigilia della morte di Chiara, coronando la sua fedeltà all’ideale evangelico di minorità e altissima povertà.

santa chiara oasi

Dalle lettere di S. Chiara
S. Chiara d’Assisi, “Lettera terza a Sant’ Agnese di Boemia”

Per la grazia di Dio, l’anima dell’uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è più grande del cielo, poiché i cieli con tutte le altre creature non possono contenere il Creatore, mentre la sola anima fedele è sua dimora e sede, e ciò soltanto grazie alla carità di cui gli empi sono privi, come afferma la Verità stessa: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò, e verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Gv 14,21.23).

1-Chiara d'Assisi

  • Le lodi che francesco a dedicato al Signore

    Tu es sanctus dominus deus. Tu es deus deorum, qui facis mirabilia.
  • Tu es quietas, tu es gaudium. Tu es mansuetudo.
  • Tu es protector, tu es custos et defensor,
  • Pius et misericors et salvator.
  • Tu sei santo mio Dio e mio Signore.
    Tu Dio di tutti gli dei sei colui che compie prodigi.
    Tu sei quieta pace e gaudio,
    Tu sei la dolcezza, il protettore, il custode, il difensore,
    Ttu sei amorevole e misericordioso
    Tu sei il salvatore.

santa chiara d'assisi 5

Francesco e Chiara

Affinità elettiva, ispirazione spirituale di Chiara e Francesco

Furono riferimento costante e autorevole l’uno per l’altra: Chiara fa riferimento costante a Francesco, anche nella regola, mentre Francesco chiede consiglio a Chiara sull’opportunità di ritirarsi in eremo e le invia Stefano da Narni da curare, perché Le riconosce forza taumaturgica e confida a frate Leone, dopo aver visto il volto di Chiara illuminato dalla Luna nel pozzo: Dopo Dio e il firmamento c’è Chiara.

La relazione fra Chiara e Francesco è di pace nel senso più pieno del termine.
Francesco e Chiara sono un esempio di come un uomo ed una donna possano essere uniti nella totale purezza, lontani da ogni concupiscenza ed egoismo, totalmente uniti, perché totalmente liberi, e totalmente donati l’uno all’altro, perché totalmente offerti a Cristo ed ai fratelli.

Felice A. pubblicò uno studio approfondito del rapporto tra San Francesco e Santa Chiara (Ed. Porziuncola, Un rapporto libero).
Il libro ripercorre molti episodi della vita di entrambi, facendoci comprendere questo rapporto d’amicizia così umana e profonda, di vero amore, che lascia sempre Dio al primo posto, in maniera stabile e definitiva.
Riescono ad inglobarsi in quella universalità di sentimenti verso Dio, il prossimo e la natura, che li fa diventare parti di un tutto, quel tutto che per noi è ancora irraggiungibile.

chiara e francesco soavitàVivono una comunione di pensiero e di azioni del tutto nuova per quei tempi che spesso può sembrare anche irriverente o spregiudicata a chi, profano, li osserva dall’esterno, ma da quell’esterno privo di sentimenti che possono innalzare le menti prive di evoluzione.

Dobbiamo prendere esempio e insegnamento dal modo di vivere la quotidianità che a noi tanto pesa e che per loro, era diventata di una semplicità quasi disarmante. I loro insegnamenti, leggendoli e cercando di farli diventare parte di noi, possono aiutarci ad un “sentire” quotidiano diverso e ad affrontare le angosce di ogni giorno come una benedizione e una unione con Cristo.

Il nostro video:

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CON EDITH STEIN – Santa Teresa Benedetta della Croce NELLA NOTTE DEI SENSI E DELLO SPIRITO – Angelo Nocent

 

Santa Teresa Benedetta dela Croce 03

Poche note che possono aiutare a comprendere certi paradossali momenti in cui,  persone di fede, cristianamente impegnate, si possono venire a trovare per i più disparati motivi e senza comprenderne le ragioni.

Santa Teresa Benedetta della Croce 04Edith Stein – La sua vita è una storia che si muove, con impressionante progressiva continuità, verso Dio e la passione di Cristo. Non è l’attività umana che ci può salvare, ma soltanto la passione di Cristo: partecipare ad essa, ecco la mia aspirazione“.

Dio ha creato le anime umane per se stesso.

Egli desidera riunirle a sé, nonché offrir loro la immensa pienezza e l’ineffabile beatitudine della propria vita divina ancora in questa vita.

Questo è il fine…

Ma la via per arrivare è stretta, erta e faticosa.I più restano per strada.

Pochi riescono a passare le tappe preliminari,e solo uno sparutissimo numero raggiunge il traguardo finale.

  • Colpa dei pericoli della strada;
  • Pericoli originati dal mondo,
  • dal perverso nemico,
  • dalla nostra natura,
  • ma ancora dall’ignoranza
  • e dalla deficienza di direzione appropriata.

Le anime non comprendono quel che accade loro; e difficilmente si trova qualcuno che sia in grado di aprire loro gli occhi.

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La Croce, la Notte oscura dei sensi e dello spirito…

Santa Teresa Benedetta si è lasciata “condurre per mano“, attraverso gli scritti, da San Giovanni della Croce, grande direttore di anime.

  • Come la luce fa risaltare le cose con le loro caratteristiche visibili, così la notte le inghiottisce, minacciando di inghiottire anche noi.
  • Ciò che s’immerge in essa non è annientato;
  • continua ad esistere ma indistinto,
  • invisibile e informe come la notte stessa,
  • oppure sotto forma di ombre,
  • di fantasmi e quindi gravido di minaccia.
  • Inoltre il nostro essere non è minacciato soltanto esteriormente dai pericoli in agguato nella notte, ma colpito anche interiormente dalla notte in se stessa.
  • Ci toglie l’uso dei sensi, 
  • ci blocca i movimenti,
  • ci paralizza le energie,
  • ci confina nella solitudine,
  • riducendo anche noi ad ombre e fantasmi vaganti nel buio.
  • E’ quasi un presagio di morte.

Tutto questo complesso quindi non induce soltanto sul settore vegetativo ma anche su quello psicologico e spirituale. “

Santa Benedetta Teresa della Croce 01

SIA FATTA LA TUA VOLONTA’ 
(Santa Teresa Benedetta della Croce)

Signore,
tu sei il Padre della sapienza
e sei mio Padre.

Lasciami seguire ciecamente
i tuoi sentieri
senza cercare di capire:
tu mi guiderai anche nel buio
per portarmi fino a te.

Signore, sia fatta la tua volontà:
sono pronta!

Tu sei il Signore del tempo
e anche questo momento
ti appartiene.
Realizza in me ciò che nella
tua Sapienza hai già previsto.

Se mi chiami
all’offerta del silenzio,
aiutami a rispondere.

Fa’ che chiuda gli occhi
su tutto ciò che sono perché
morta a me stessa
viva solo per te.

PER APPROFONDIRE

Santa Teresa Benedetta della Croce

Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, è una delle figure più straordinarie, affascinanti e complesse del ‘900, sia per la traccia indelebile che, nel solco di Edmund Husserl, ha lasciato nella storia della filosofia, sia per la sua straordinaria avventura umana e spirituale, che la portò dall’ateismo alla conversione radicale al cattolicesimo e alla scelta vocazionale del Carmelo, alla conclusione della sua esistenza nelle camere a gas di Auschwitz. Nel 1999 Giovanni Paolo II la dichiarò compatrona d’Europa, insieme alle sante Caterina da Siena e Brigida di Svezia. 

Di fronte a una testimone così autentica sono un po’ in difficoltà. Innanzitutto ti devo chiamare Edith o con il nome da carmelitana, Teresa Benedetta?

Rimanendo in ambito familiare preferisco Edith, anche perché Teresa Benedetta della Croce è un nome molto impegnativo che suggella un cammino di ricerca della verità che caratterizza tutta la mia vita.

Edith, dove sei nata? Da che famiglia provieni? Com’è stata la tua infanzia?

Santa Teresa Benedetta dela Croce 04Sono nata il 12 ottobre 1891 a Breslavia, città della Germania nella regione della Slesia, ultima di 11 figli di una famiglia della borghesia ebraica cittadina. Sono nata proprio il giorno di Yom Kippur, la festa ebraica più importante.

Mio papà, che aveva un’impresa per il commercio del legname, purtroppo morì quando avevo solo due anni; mia madre, rimasta sola, donna molto religiosa, caparbia e tenace, si rimboccò le maniche e riuscì ad accudire la famiglia e a portare avanti l’azienda. In questo suo spendersi in favore degli obblighi familiari e delle necessità dell’impresa, non trovò il tempo necessario per infondere a noi figli una fede vitale.

E così, fosti travolta dagli eventi familiari e da una prospettiva di vita in cui Dio era assente?
Non solo smarrii ogni riferimento a Dio, ma durante la mia adolescenza smisi, in piena coscienza e con libera scelta, di cercare ogni riferimento al trascendente, al divino, al mistero, quindi cessai di pregare.

E con la scuola come andò?

Bene, trascorsi i miei anni di gioventù studiando senza fatica; conseguii brillantemente la maturità, studiai assiduamente germanistica e storia, ma ciò che mi attirava di più era la filosofia. Per questo, nel 1913 mi recai a Göttingen, in Sassonia, per frequentare le lezioni universitarie di Husserl, il più illustre dei filosofi tedeschi del tempo, e ne rimasi letteralmente conquistata, conseguendo la laurea in filosofia con lui, divenni sua discepola e sua assistente alla cattedra di filosofia, entrai a far parte inoltre dell’«Associazione prussiana per il diritto femminile al voto».

Eri una femminista «ante litteram»!

Fatte le debite proporzioni sì, anche se l’insegnamento di Edmund Husserl aveva il sopravvento un po’ su tutto il mio modo di pensare.

Ma cos’è che aveva Husserl di tanto affascinante?

Edmund_Husserl_1900Egli attirava il pubblico illustrando un nuovo concetto di verità: l’esistenza del mondo – secondo Husserl – veniva percepita non solo in maniera kantiana, ovvero quello che noi chiamiamo percezione soggettiva, ma la sua filosofia portava a una visione molto concreta della vita e della storia, definita come un «ritorno all’oggettivismo». La conseguenza indiretta del suo modo di intendere l’esistenza umana fu che molti studenti ritornarono alla (o scoprirono la) fede cristiana.

Se non erro, gli anni in cui frequentavi i corsi di Husserl coincisero con l’inizio della Prima Guerra Mondiale.

Edith Stein a 36 anniÈ vero, in quel periodo dedicai molto tempo allo studio universitario, ma lo scoppio della guerra mi spinse a frequentare un corso di infermieristica e a prestare servizio in un ospedale militare. Nel 1916 seguii Husserl a Friburgo, dove conseguii la laurea con una tesi Sul problema dell’empatia, premiata summa cum laude. Ma di fronte al dramma della guerra, a una tragedia che toccava tanti uomini e donne, tante famiglie e tanti popoli, cominciai a leggere per trovare il senso di tutto quello che avveniva nel mio paese e sullo scenario europeo.

Ritornasti ancora a Breslavia nella tua città?

Edith Stein - Teresa Benedetta della CroceSì, e mi misi a scrivere saggi di discipline umanistiche e a leggere disordinatamente tutto quanto mi capitava sotto mano, che avesse in qualche modo attinenza con la filosofia. Lessi Kierkegaard, Newmann, Ignazio di Loyola… finché una sera in casa di amici trovai l’autobiografia di santa Teresa d’Avila, la lessi in una notte, quando richiusi il libro dissi a me stessa: «Questa è la verità». Qualche anno più tardi, il 1° gennaio 1922, ricevetti il battesimo e qualche settimana dopo lo comunicai a mia madre. Mi recai a Breslavia e non appena entrai in casa le dissi: «Mamma, mi sono convertita alla fede cattolica». Con queste parole mi accorsi che le davo un dispiacere, ma subito dopo ci abbracciammo piangendo lungamente.

Cosa provavi dopo questo passo, vivendo una condizione di vita praticamente nuova.

Mano a mano che Dio si era impossessato del mio cuore, sentivo crescere dentro di me una forza che mi spingeva a uscire da me stessa per dedicarmi sempre più agli altri. Un impegno questo che cercavo di svolgere pienamente in ambito accademico.

Intanto sulla Germania calava una luce sinistra: l’ideologia nazista che proprio in quegli anni prendeva il potere.

Hitler In CrowdAvvertii subito l’odio che i seguaci di Hitler nutrivano verso gli ebrei, e l’incessante ripetere che la razza ariana doveva liberarsi dai corpi estranei della società tedesca identificati soprattutto in coloro che erano di religione ebraica, mi fece capire più che mai che dovevo rendere testimonianza non solo della mia fede, ma anche del popolo a cui appartenevo.

Subisti conseguenze in questo senso?
Mi fu tolta la facoltà di insegnamento in tutte le scuole della Germania; dentro di me avevo preso la decisione di farmi carmelitana. Andai a casa a salutare i miei e ancora una volta l’incontro con mia mamma fu struggente e pieno di sofferenza, in quanto lei, donna dell’antico popolo d’Israele, vedeva la figlia sua entrare a far parte della Chiesa cattolica, una cosa che per quanto si sforzasse di capire non gli riusciva di intendere pienamente.

Come fu il tuo ingresso tra le carmelitane.

Santa Teresa Benedetta dela Croce 02Il 14 ottobre 1933 entrai nel carmelo di Colonia e il 14 aprile dell’anno successivo ci fu la cerimonia della mia vestizione. Da quel giorno la mia nuova vita fu segnata da un nuovo nome: suor Teresa Benedetta della Croce. Il 21 aprile del 1935 presi i voti temporanei. Nel settembre del 1936 mia madre morì e avvertii chiaramente che l’avevo al mio fianco come fedele assistente per giungere alla meta, il cui traguardo lei aveva già superato. Il 21 aprile 1938 feci la mia professione perpetua con voti solenni; per l’occasione feci stampare sull’immaginetta distribuita ai presenti le parole di san Giovanni della Croce: «La mia unica professione d’ora in poi sarà l’amore».

Un programma di vita impegnativo di fronte all’odio contro gli ebrei che divampava in Germania e in gran parte d’Europa, alimentato dalla propaganda nazista.

Sì! Effettivamente i nazisti fecero di tutto per annientare il popolo di Israele, bruciarono sinagoghe, rinchiusero gli ebrei nei ghetti e sparsero terrore fra la mia gente. Per questo i superiori decisero che non potevo più stare in Germania: la notte di capodanno del 1938 fui portata nel monastero delle carmelitane di Echt, in Olanda. Lì non si respirava la tensione che c’era in Germania, ma quando l’Olanda venne invasa dalle truppe naziste si ripresentò il volto truce e demoniaco della svastica. Presi così coscienza che dovevo compiere fino in fondo la volontà di Dio con una «Scientia crucis» (la scienza della croce) che aveva caratterizzato il mio nome dal momento dell’entrata nel Carmelo. Dal profondo del cuore pronunciavo incessantemente: «Ave, Crux, spes unica» (ti saluto, croce, nostra unica speranza).

A Echt ti raggiunse tua sorella Rosa che, seguendo le tue orme, si era convertita al Cattolicesimo ed era diventata Carmelitana.

Sì! Ma fummo scovate dai nazisti, i quali irruppero il 2 agosto 1942 nel nostro monastero e ci avviarono al campo di raccolta di Westerbork, da dove il 7 agosto fummo messe sul treno insieme a migliaia di altri deportati destinati alle camere a gas di Auschwitz.

auschwitz 021

E ad Auschwitz fosti inghiottita dall’olocausto che si compiva sul popolo d’Israele.

Giunta ad  mi prodigai per tutte le persone del mio popolo che erano in preda alla disperazione e allo sconforto. Mi occupai soprattutto delle donne, consolandole, cercando di calmarle e avendo cura dei più piccoli.

 
Il 9 di agosto suor Teresa Benedetta della Croce, insieme a sua sorella Rosa e a molti altri ebrei, venne avviata alle camere a gas del campo di sterminio, dove trovò la morte, una sorte toccata a sei milioni di ebrei e che noi oggi ricordiamo col termine Shoah.

Ebrea per nascita, cristiana per scelta, dopo un lungo cammino di ricerca, elevandosi alle più alte vette della spiritualità delle due religioni che tanto avevano inciso nella sua esistenza, è diventata esempio affascinante e luminoso per quanti cercano la verità con amore tenace e coraggioso. Il 1° maggio 1987 Giovanni Paolo II nel duomo di Colonia, nella cerimonia liturgica di beatificazione dichiarò che era: «Una figlia d’Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede e amore al Signore crocifisso Gesù Cristo, quale cattolica, e al suo popolo, quale figlia d’Israele”.

Don Mario Bandera – Direttore Missio Novara

Giovanni Paolo II 2

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II PER LA BEATIFICAZIONE
da leggere

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1987/documents/hf_jp-ii_hom_19870501_messa-stadio-koln_it.html




Santa Teresa Benedetta della Croce 3

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TU SOLO, GESU’ – Silvia

Fragilità di Gesù

Gesù non è soltanto un uomo: Egli è l’Uomo. Questo è il suo nome proprio, un nome unico. Essere un uomo è proprietà di tutti gli uomini ma essere l’Uomo è identità esclusiva del figlio di Maria. Ciò significa che quel Figlio racchiude in sè tutta la specie umana e che questa è tutta orientata verso di Lui, trova senso in Lui. L’Io divino dona personalità all’umanità del Salvatore e qualunque personalità umana si realizza solo nella comunione con quell’Uomo.
Gesù, Persona eterna che possiede il proprio Io in Dio, generato da una Persona eterna che si chiama Padre, fiorisce come uomo nel grembo di una Vergine che si chiama Maria, perché Ella è piena di grazia. Maria è una aspirazione permanente verso la redenzione del mondo, è un’invocazione permanente verso il Redentore. Senza conoscere la parte che Ella avrà nell’opera di redenzione dell’umanità, Ella vive l’intensità di questa aspirazione, consuma nella disponibilità totale questa comunione con il progetto divino, fino a coinvolgere, offrire pienamente il proprio corpo.

Per la pienezza di grazia che pervade la sua anima, il suo corpo verginale diviene preghiera vivente, la sua carne è semplice orazione davanti al Padre. E la Divina Presenza, desiderio e respiro del suo cuore, prende corpo dal suo corpo, diviene carne nella sua carne: il Cristo nascerà, secondo la carne, da quel corpo fatto preghiera, dalla preghiera vivente che è la carne di quella Donna.

Sembra quasi naturale che dal corpo della Vergine, così pieno di Spirito Santo, fiorisca il vero corpo del nuovo Adamo e che la maternità della Vergine piena di grazia doni a tutta l’Umanità l’Uomo perfetto. E’ il capolavoro dello Spirito sulla materia, è la rivelazione della potenza e della semplicità di Dio dentro il creato, è la realizzazione dei frutti dell’alleanza, dell’intima comunione tra il Creatore e la creatura.

1-Angelo12

Nel video di Silvia, si coglie l’aspirazione della sua anima che è poi anche la nostra: TU SOLO, GESU’.

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Carlo Maria Martini - Eucaristia 2

DE TE NUMQUAM SATIS

Sull’Eucaristia non si dirà mai abbastanza

UNA EUCARISTIA VIVENTE-card-agostino-vallini/

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1-Età adulta

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