MADONNA DELLE GHIAIE DI BONATE – “SI’, OBBEDIRE E’ MEGLIO…” – Raffaella Frullone

Madonna delle Ghiaie di Bonate

Sì, obbedire è meglio. Ascoltate la piccola Adelaide

Di Raffaella Frullone – La Nuova Bussola Quotidiana, 27 Agosto 2014

 

raffaella frulloneAppena saputo della morte di Adelaide Roncalli, mi è balzato alla mente il titolo dell’ultimo libro di Costanza Miriano, Obbedire è meglio, solo che con una piccolissima postilla: il punto interrogativo.

Ma obbedire è davvero meglio? Se anche tra molti cattolici il nome di Adelaide Roncalli è sconosciuto, è perché questa donna, ha vissuto così come è morta: nell’obbedienza più totale alla Chiesa, e saldamente ancorata alla verità che quella stessa Chiesa ancora oggi non riconosce. Com’è stato possibile?

Quarta di otto figli, Adelaide viveva con la famiglia in località Torchio a Ghiaie di Bonate , a 10 chilometri da Bergamo. Una quotidianità umile, modesta, niente fuori dall’ordinario per quella provincia bergamasca dove quello che contava era lavorare per portare a casa il pane per la famiglia.

Adelaide Roncalli 2Era il 13 maggio del 1944 e mentre l’Europa tremava sottole bombe del secondo conflitto mondiale, Adelaide, una bimba di soli sette anni, andava per campi a raccogliere fiori di sambuco quando un incontro stravolse la sua vita, quella degli abitanti di Ghiaie di Bonate e di molti altri nel corso dei successivi 70 anni.

Pur avvertendo la straordinarietà di quell’incontro, con genuinità di bambina, Adelaide racconterà di aver chiaramente visto una signora: «bella e maestosa, indossava un vestito bianco e un manto azzurro [...] Al primo momento ebbi paura e feci per scappare, ma la Signora mi chiamò con voce delicata dicendomi: “Non scappare ché sono la Madonna!”. Allora mi fermai fissa a guardarla, ma con senso di paura.

La Madonna mi guardò, poi aggiunse: “Devi essere buona, ubbidiente, rispettosa col prossimo e sincera: prega bene e ritorna in questo luogo per nove sere sempre a quest’ora”».

A questo primo episodio ne seguiranno altre 12, la Vergine apparirà infatti alla piccola ogni sera dal 13 al 21 maggio e poi dal 28 al 31, presentandosi come “Regina della Famiglia”. Nella visione la donna si mostra con una veste purpurea e un manto verde, tra le mani tiene due colombi, simbolo dell’unione dei coniugi e su un braccio la corona del Rosario.

Adelaide Roncalli 3Durante le apparizioni sollecita a pregare molto e a offrire sacrifici, chiede penitenze e digiuni, promette protezione e guarigioni.

La voce delle apparizione si diffonde in men che non si dica in quel fazzoletto di terra che è Ghiaie di Bonate e, nonostante la guerra e i mezzi allora disponibili, un fiume di pellegrini comincia ad arrivare, prima cento persone, poi settecento, poi tremila, trenta mila, fino a trecentomila persone: tutti vogliono vedere la bambina e chiedono insistentemente all’Adelaide notizie sulla guerra. «Se gli uomini faranno penitenza la guerra finirà fra due mesi, altrimenti poco meno di due anni», le dirà la Madonna, annunciando la fine esatta delle ostilità.

Per chi conosce quelle  strade e quei paesi, impressiona vedere i filmati dell’epoca: fiumi di am malati trasportati in barella, pellegrini che si riversano alla stazione di Ponte San Pietro, distan te pochi chilometri e che mai più verrà invasa così da una folla devota e a dire il vero da nessun altro tipo di folla.

Il filmato del fotografo Vittorio Villa, realizzato con una rudimentale cinepresa, documenta anche i luoghi e le persone della quotidianità della piccola Adelaide: i sentieri di campagna, la vita contadina, le bambole, quotidianità che verrà stravolta non solo dalle apparizioni, ma dall’incontro con don Luigi Cortesi.

raffaella frullone 2

 
Don Luigi CortesiGiovane e brillante professore del seminario di Bergamo, subito intuì la portata straordinariadell’evento e si propose come figura di fiducia per la famiglia che non sapeva più come gestire lafolla che si accalcava fuori casa e nemmeno cosafare con la bambina.
Con affabilità e malizia, senza il Don Luigi Cortesi 2mandato ufficiale del vescovo, don Cortesi strappa la bambina dalla sua famiglia e, con il pretesto di indagare, nei mesi successivi sottoponeAdelaide a fortissime pressioni psicologiche eminacce, analisi e indagini del tutto arbitrarie e invasive, nonchésoprusi che lo stesso sacerdoteriporterà nei suoi scritti, al fine di convincerla a ritrattare. Un’operazione non facile perché la bambina ribadiva di non avere mentito, si piega solo con la minaccia dell’inferno, ovvero quando ilsacerdote le dice: «Fai peccato ad affermare di aver visto la Madonna».
Era il 1945. Dopo le crescenti proteste di molte persone che ne avevano visto l’operato, il vescovo impedisce al Cortesi di avvicinarsi di nuovo alla bambina, ma era troppo tardi: l’abiura peserà come un  macigno nel processo di riconoscimento delle apparizioni stesse.
Adelaide RoncalliL’anno successivo, finalmente liberata dall’’oppressione di don Cortesi, la veggente dichiara che la ritrattazione era falsa e gli era stata estorta con pesantissime pressioni psicologiche e in totale isolamento.
Il 18 aprile del 1948 la Chiesa di Bergamo si pronuncia con un decreto firmato dall’allora vescovo Adriano Bernareggi con un giudizio sospensivo «non consta della soprannaturalità», un giudizio chenon nega le apparizioni, ma che per anni rappresenterà il punto dinon ritorno per gran parte della clero bergamasco.
padre-angelo-maria-tentori «L’espressionenon consta della realtà”», spiegava Padre Angelo Maria Tentori, mariologo morto nel novembre scorso, «non ha un valore negativo, bensì un valore sospensivo e significa che in quel  momento non c’erano elementi probativi sufficienti; il decreto quindi non chiude definitivamente il caso, altrimenti sarebbe stata utilizzata, la formulaconsta che non”.
Purtroppo dobbiamo registrare un forte equivoco, perché molti, anche nel campo ecclesiale, quindi anche daparte di sacerdoti, ritengono che quel giudiziosia da considerarsi negativo, ossia che significhi che le apparizioni non sono mai avvenute, epurtroppo questo equivoco porta molte persone che vanno a pregare alla Cappella a sentirsi in statodi disobbedienza.
Non è così. La formula usata si limita a dire che l’autorità ecclesiastica non riconobbe sufficiente valore probativo agli argomenti portati a favore delle apparizioni. Il giudizio definitivo rimane in sospeso, in attesa dimaggiore studio e valutazione dei fatti».
Madonna delle Ghiaie di Bonate 2Oggi sono in molti ad auspicare e richiedere una riapertura delcaso: da quel maggio del 1944 il flusso di pellegrini al santuario dedicato alla Madonna della Famiglia non siè mai fermato, notte e giorno, sole o  pioggia, c’è sempre qualcuno in preghiera.
Molti invece ancora oggi non credono alle apparizioni e si dicono convinti che la devozione sia nata su una mistificazione. Nel corso deglianni la distanza fra queste due  posizioni si è fatta contrapposizione a tratti: da un lato chi accusa senza mezzi termini la chiesa di Bergamo di aver colpevolmente negato la verità delle apparizioni e vergognosamente negato l’operato meschino di don Cortesi, dall’altro chi difende in modo indefesso la stessa chiesa, giustificando con zelo einsistenza l’operato di tutti i sacerdoti che, condiverso grado e responsabilità, sisono occupati della vicenda.
E Adelaide? A 15 anni decide di consacrarsi con le suore Sacramentine di Bergamo, ma gli strascichi delle apparizioni le sono ancora di ostacolo tanto che è costretta a rinunciare. Così qualche anno dopo si sposa e decide di trasferirsi a Milano dove per una vita intera si dedica alla cura degli ammalati lavorando come infermiera.

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Adelaide Roncalli 4

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 Madonna delle Ghiaie di Bonate 32??????????“Regina della famiglia”

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CLAUDIA KOLL – TESTIMONIANZA DI UNA CONVERSIONE

Claudia Koll

La riflessione che il missionario don Luciano ha trasmesso in questi giorni è la N. 379. Cade proprio a proposito per comprendere la testimonianza di CLAUDIA KOLL, ormai ambasciatrice nel mondo della DIVINA MISERICORDIA.

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 Zona pericolosa – (1 Tessalonicesi 5, 9)


SvegliaNon è mai piacevole sentire suonare un allarme ma, ammettiamolo,
molti campanelli di allarme ci sono amici. La suoneria della sveglia al mattino – se non ci fosse perderesti il lavoro. L’allarme anti-incendio quando c’è del fumo o del gas in una stanza. Nessuno di noi di solito va in giro con suonerie di allarme addosso. Ma in alcune case di riposo hanno escogitato un sistema. A volte ospitano anziani afflitti da una grave perdita di memoria e totale disorientamento.

Così se per caso trovano una porta aperta escono dall’edificio e girovagano per la città, non sapendo né chi sono né dove stanno andando – comprese le strade trafficate! A queste persone la casa di riposo fa loro indossare uno speciale braccialetto che fa scattare un allarme quando stanno varcando la porta di uscita dell’edificio – in questo modo il personale li blocca prima che possano cadere nei pericoli. Quell’allarme può salvare le loro vite.

Quando ti muovi in un’area pericolosa di solito non te ne accorgi, allora è bene avere con se qualche allarme che scatta. Ed è importante prestare ascolto agli allarmi. Il Signore ti ha dotato di un sistema di allarme che si chiama Spirito Santo. Ti è stato donato - e chi te l’ha pagato è stato il sangue di Gesù. Gesù dice che lo Spirito Santo «convincerà il mondo quanto al peccato» (Gv 16, 8).

allarmeAllora, una delle attività dello Spirito è quella di far scattare l’allarme quando entri in un’area spiritualmente a rischio. Un pericolo che magari neanche avverti, ma che ti può danneggiare gravemente.

Dio ti dice una cosa molto importante in 1 Tessalonicesi 5, 19.

Quattro parole: «Non spegnete lo Spirito». E continua dicendo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono». Quando lo Spirito Santo parla alla tua coscienza, non ignorarlo. Non spegnere la sua fiamma dentro di te. Non ignorare il suo campanello di allarme che ti avvisa che stai oltrepassando la porta.

allarmeLo Spirito Santo è in azione dentro il tuo cuore, la tua mente e la tua coscienza lungo tutto l’arco della tua giornata, facendoti percepire cosa Dio pensa a riguardo delle cose che stai dicendo, di quelle che stai guardando, di ciò che stai ascoltando, su come stai trattando il Suo tempio (il tuo corpo), di quello che stai pensando, su quanto stai fantasticando, sulle ragioni che stanno alla base delle tue azioni. E quando stai oltrepassando i limiti, Lui mette in azione l’allarme – ti fa aprire gli occhi su quanto stai facendo, o magari ti fa sentire il rimorso per quanto hai fatto. Il quieto allarme di Dio che ti dice: “Stai oltrepassando la porta. Non te ne rendi conto, ma stai entrando in un’area pericolosa”.

Vedi, lo Spirito Santo sa molto bene dove ti porteranno le scelte che stai facendo. Come gli anziani disorientati, il posto dove vuoi andare sembra bello e senza pericoli. Ma Dio sa bene che ti porterà invece su una strada molto trafficata e pericolosa – ma quando finisci per accorgertene, probabilmente non sei più capace di uscirne. Nessun peccato rimane isolato. Il primo compromesso magari è difficile, ma raramente ci si ferma lì. Il prossimo peccato sarà sempre un po’ più facile, fino al giorno in cui ti troverai a fare quello che non avresti mai pensato di poter fare, di essere diventato quello che non avresti immaginato di diventare.

Forse recentemente hai smesso di sentire il campanello di allarme di Dio, che ti mette in guardia dal vivere nella menzogna. O che ti fa sentire pieno di vergogna e a disagio su ciò che stai guardando o ascoltando. Forse ti sta mettendo in guardia su certi comportamenti che recentemente stai avendo in famiglia. Magari il campanello di allarme dello Spirito Santo sta cercando di farti uscire da quella relazione sbagliata, quel rapporto pericoloso, da quella rabbia e amarezza che sta crescendo in te.

allarmeL’allarme di Dio è chiaro – non spegnere lo Spirito. Ascolta il Suo campanello di allarme. Tu non sai i pericoli che ci sono davanti a te. Lui sì. Non oltrepassare quella porta e torna indietro. Ti porterà dove non vorresti mai trovarti. Stai entrando in una zona pericolosa.

Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

 don Luciano

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GLOBULI ROSSI – LE CARTOLINE DELLO SPIRITO (2) – Angelo Nocent

 

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Sono alcune delle cartoline che pubblico in facebook

 

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Madonna delle Ghiaie di Bonate

 

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1-Documents5 1-Downloads94Madre Provvidenza, fondatrice di istituti religiosi maschili e femminili era NON VEDENTE

chSr Rosanna e la Fondatrice Madre Provvidenza morta dieci anni fa  5-Rosanna Pirulli 76

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26 Agosto 2014 – A un mese dalla morte del papa di Sr. Rosanna Pirulli

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PAPA FRANCESCO – LA COMUNICAZIONE NON E’ TUTTO – Enrico Ghezzi

Handout shows Pope Francis holding a boy while on a visit to the Varginha slum in Rio de Janeiro

Grazie, Don Enrico, per quanto hai scritto su EUROPA.
Siamo facili agli entusiasmi ma anche capaci di perdere di vista l’essenziale. E tu l’hai messon ben in efideza:

Non si capisce la forza del messaggio di Bergoglio fermandosi alle sue doti di comunicatore. C’è di più, quel che conta è la “comunione”  “.

Don enrico Ghezzi 02Il mio caro amico Don Enrico Ghezzi che, durante gli anni del Concilio, io ventenne a Milano e lui studente di teologia all’Università Gregoriana di Roma, con le sue lettere, mi ha fatto innamorare della Chiesa.

Ghezzi Mons. Enrico - teresa-15

Don Enrico da Parroco di Santa Melania in Roma.


Leggo su giornali e riviste i rilievi positivi verso il papa Francesco per la sua straordinaria capacità di rivolgersi ai giovani (ma anche ai nonni), tramite la modernità dei multiformi media.

È certo che la comunicazione breve, intensa, colorita viene apprezzata dai più giovani, indispostii a lunghe letture. Ma mi chiedo anche: papa Francesco cosa vuole dire, di fatto, con l’uso di questi strumenti di comunicazione moderna?

Attira simpatia, perché è moderno, perché usa gli stessi strumenti do comunicazione dei ragazzi, o piuttosto, perché in questi segni concreti della comunicazione, vuole esprimere il suo enorme desiderio di “comunione” con il popolo, con i malati, coi bambini? È “comunione” la sua o semplice forma di “comunicazione”?

Faccio l’esempio di un gesto che non può essere realmente compreso in semplici termini di comunicazione. Sulla sua visita in una piccola favela di Rio in Brasile, nel recente viaggio, ricordo due momenti di un breve incontro.

  • Il primo. Il discorso di saluto rivolto al papa da un giovane, che ha descritto le tappe della sua esistenza travagliata e quella dei suoi amici, fino al raggiungimento della bellezza e della gioia della vita rinata con il lavoro di sacerdoti, di laici, di genitori che resteranno sempre sconosciuti all’intero mondo.
  • Il secondo. Nell’incontro, accompagnato da festa e da esultanza, il papa, oltre ai gesti di affetto, sembra che abbia detto: «Come sarebbe bello per me restare sempre qui con voi!».

E questo è un po’ il leit motif di tutti gli incontri del papa sia coi giovani, sia coi malati. Il papa non trasmette soltanto simpatia per i saluti che porta o le mani che tocca. La sua è una profonda “empatia”, un modo di “partecipare” con le persone perché mette se stesso in comunione con la gente, facendo percepire a tutti la sua forza straordinaria di amore.

In un’epoca di comunicazione diretta come la nostra, quando si prende in considerazione l’agire di papa Francesco, la “notizia” non basta più: vanno letti nel profondo i suoi gesti, le sue brevi dichiarazioni, i suoi propositi di riforma della chiesa.

  • C’è “qualcuno” che cammina in mezzo a noi,
  • che ha il carisma e la grazia di mettere in comunione ciò che è diviso,
  • di donare amicizia e solidarietà là dove divampa l’individualismo, e la solitudine.

Voglio dire insomma che non trovo più sufficiente ammirare la “modernità” del papa, per l’uso degli strumenti di comunicazione; è una considerazione che trovo superficiale e quasi banale: il papa invece, quando comunica con questi diversi strumenti del web, o con i gesti della sua corporalità, vuole indicare il suo desiderio di “comunione” con la realtà di popolo che in quel momento incontra: è come ripetere ogni volta il suo «vorrei essere sempre con voi».

È nella comunione che si crea l’amicizia, la misericordia, come avviene anche col Vangelo. Il vangelo infatti “comunica” qualche cosa, perché ti mette in “comunione” con qualcuno che «ha parole di vita eterna». Sarebbe davvero un abbaglio continuare a cantare le lodi del papa per quello che dice nei messaggi anche brevi, se poi corriamo il rischio di non verificarne la radicalità di conversione che le parole e i gesti vogliono significare.

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PASSI VERSO LA FEDE lungo le vie tracciate dal Card. Carlo Maria Martini – Valentina Soncini

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Valentina Soncini 02VALENTINA SONCINI

Data di nascita: 8 Dic 1964

Regione: Lombardia

Diocesi: Milano

Professione: docente di filosofia in scuola statale e teologia al Pime

Stato civile: nubile

Esperienze associative:

Già Vicepresidente adulti della Diocesi di Milano dal 2002 al 2008, poi Presidente DIOCESANA, ora al secondo mandato. Dal 2003 fa parte della commissione testo a livello nazionale per gli adulti e dal 2007 coordina il gruppo di ricerca antropologica del Centro Studi dell’AC.

Altre esperienze in ambito ecclesiale e sociale:

In qualità di presidente partecipa a una molteplicità di luoghi di esercizio della corresponsabilità – precedentemente ha curato la commissione diocesana per la formazione degli educatori; ho fatto parte del consiglio pastorale diocesane già in precedenza durante l’episcopato del Card. Martini

 

Carlo Maria Martini ingresso_a_milano

Valentina Soncini 01In ascolto dell’animo pastorale del Vescovo Carlo Maria Martini

Passi verso la fede lungo le vie tracciate dal Card. Carlo Maria Martini

Raccogliersi nella memoria, raccontare un tratto di vita, provare a far emergere dentro una storia il contributo di un Vescovo è qualcosa di emozionante e difficile, soprattutto se questo Vescovo è la ricchissima figura di Martini e chi ascolta questa storia a suo modo ha vissuto molte altre cose che sarebbero da raccontare al di là di quello che riuscirò a dire io.

Don Luigi Serenthà e i Card. MartiniHo provato a raccogliere questo contributo e ve lo offro come testimonianza di una giovane che ha mosso i suoi passi più importanti di adesione alla fede negli anni ’80 e per questo ho scelto di intitolare questo contributo con Passi verso la fede lungo le vie tracciate da Martini, prendendo anche un po’ a prestito il titolo credo dell’ultimo contributo di tipo teologico scritto da don Luigi Serenthà.

Obiettivo mio è che ciascuno, sia che abbia direttamente personalmente conosciuto o no Martini, possa ripercorrere il proprio vissuto e riconoscere con gratitudine la traccia di una azione ecclesiale del Vescovo Martini che ci ha accompagnato nella via di una fede adulta di discepoli e testimoni. Questa traccia nella vita di Chiesa credo sia oggi un’eredità da far fruttare a vantaggio di tutti.

Papa Francesco 02Mi introduco con le parole che ha rivolto Papa Francesco a Scalfari qualche giorno fa: La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità.”

Questa citazione mi fa dire che il venire alla fede è un processo misterioso e profondo, legato all’indicibile e indescrivibile azioni di Dio verso ciascuno, ma senza una Chiesa, un luogo storico che modelli e dia parola vera a questa relazione si rischia di smarrirla o di non viverla in pienezza.

Anch’io sento che il mio cammino di fede è iniziato da lontano, da una molteplicità di atti, scelte, attenzioni educative che hanno accompagnato la mia vita, ma riconosco anche che la Chiesa che ha reso possibile il mio cammino di fede negli anni importanti della giovinezza è stata la Chiesa ambrosiana governata e presieduta da Carlo Maria Martini, una Chiesa che ha preso via via il volto e il passo del suo Pastore grazie al fatto che il suo Pastore ha preso per mano la sua Chiesa – sposa e si è dedicato a lei con tutto se stesso, offrendo tutto ciò che aveva e che era.

Come si legge nella Dei Verbum, la trasmissione della fede avviene attraverso tutto ciò che la Chiesa ha ed è. Vorrei dare voce a questo percorso ecclesiale del venire alla fede e soprattutto ad una fede adulta grazie al Vescovo. Brevemente riassumo alcune note biografiche per dare l’idea del tipo di esperienza che mi è stato permesso di fare, non volendo sostare su aspetti o risonanze troppo personali.

Martini ingresso a Milano 01Nel 1980 avevo 15 anni quando Martini è entrato in Diocesi, non ne sapevo nulla né di Martini, ma nemmeno del significato di un cambio di Vescovo per una Chiesa locale e per l’esperienza credente.

Io non c’ero ad accogliere Martini il 10 febbraio del 1980. (Non avevo ancora incontrato l’AC, che forse in modo unico fa vivere un senso ecclesiale diocesano).

Le prime tre persone che riesco a ricordare in un tempo tra il 1981e il 1982 che mi hanno parlato di Martini sono state un’ausiliaria diocesana e il mio parroco a Lambrugo e poi don Luigi Serenthà conosciuto tramite la Nostra Famiglia di Bosisio P, che veramente mi ha reso possibile capire qualcosa del nuovo Vescovo.

Martini scuola_della_parola

Dal 1983 non ho perso alcun a scuola della Parola in Duomo.

In quegli anni credo di aver letto moltissimi o tutti i libri di Martini di commento biblico (esercizi, predicazione…) via via pubblicati che mi hanno arricchito sia per il contatto vivo con la Parola sia per il metodo offerto di discernimento, di attenzione profonda all’interiorità.

Tra la fine anni ’80 e gli anni ’90 ritrovo diverse esperienze di Chiesa, dentro le quali ha agito la sapiente azioni pastorale di Martini,esperienze che mi hanno permesso di crescere da giovane credente verso l’età adulta. Richiamo quattro di queste esperienze: - Il cammino di catechesi con il mio gruppo giovani. Il parroco ci faceva leggere e approfondire ogni anno la lettera pastorale, che dunque meditavamo e approfondivamo personalmente e insieme. Attendevamo ogni anno la lettera, come lo studente aspetta di avere tra mano il libro di testo dell’anno.

- L’appartenenza all’AC ambrosiana che intanto avevo incontrato e dentro la quale ho poi assunto delle responsabilità associative per gli adolescenti a livello diocesano tra il 1992 – 1996, nel consiglio diocesano di AC e poi dal 2002 in presidenza come vice adulti tra il 2002 e il 2008 e poi fino ad oggi come presidente.

Questa AC respirava a pieni polmoni il magistero e lo stile di Martini, gli assistenti di allora, i presidenti, i responsabili a tutti i livelli erano in sintonia profonda con le sue linee e le trasmettevano in moltissimi modi, con incontro, letture, scelte pastorali e spirituali a tutta l’associazione. Ringrazio veramente tutti i dirigenti di quegli anni dell’AC per questa fedeltà al Vescovo. Queste responsabilità mi hanno anche permesso tra l’altro qualche contatto più personale con Martini.

- L’assunzione di alcune responsabilità pastorali diocesane, tra le quali: il coordinamento insieme a don Franco Carnevali del cammino per gli educatori Sulle Rive del Giordano voluto dal Cardinale, la partecipazione come membro di nomina arcivescovile al Consiglio pastorale diocesano dal 1998 e la partecipazione alla giunta del consiglio stesso. Queste ed altre esperienze mi hanno condotto accrescere nella responsabilità ecclesiale, nella cura per la formazione di altri a cui dedicare tempo, competenza, con un senso ecclesiale via via sempre meno astratto.

- Infine una quarta esperienza personale che è cresciuta in quegli anni è stato lo studio della teologia. Vivevo in una Chiesa ricca dell’alimento di una Parola proclamata, spiegata, offerta alla meditazione del cuore e alla ricerca della ragione, stimolata da formatori ed educatori motivati da un pastore come Martini, il quale continuava a rilanciare un tipo di impegno pastorale aperto interrogante, profondo (cattedra dei non credenti, discorsi alla città…) il che ha alimentato in me anche il desiderio di capire la fede, intraprendendo la via che già mi aveva indicato don Luigi Serenthà cioè lo studio della teologia, compiuto proprio tra il 1988 e il 1999 , gli anni più importanti anche dal punto di vista personale.

Ho identificati quattro percorsi più precisi di un intero cammino ecclesiale innervato da eventi voluti e programmati da MARTINI che tutti possono ricordare, che abbiamo vissuto insieme in vario modo e non sto dunque a richiamare.

Ricavo da questi vissuti il modo con il quale la pastorale di Martini mi ha raggiunto, proprio in quanto vescovo. Il mio rapporto personale con Martini è stato infatti molto ridotto, al di là di 3 incontri pubblici l’ho incontrato personalmente circa dieci volte e forse altrettante volte ho scritto o ricevuto scritti da lui e non lo avrei mai conosciuto e frequentato se lui non fosse stato il nostro Vescovo e se io non avessi avuto un vissuto ecclesiale che mi portasse in contatto anche personale con lui.

Il suo operato di Vescovo è stato per me motivo di passi verso la fede. Il Vescovo secondo il Concilio Vaticano II è colui che insegna, governa e santifica e con ciò svolge la funzione di trasmettere la fede in continuità con la successione apostolica e in comunione con il collegio apostolico. Queste azioni e i loro effetti mi hanno raggiunto e mi hanno fatto camminare nella fede.

INSEGNARE: Martini da professore a Vescovo ha continuato in modo nuovo la sua attività di insegnante. Ci è venuto incontro con il Vangelo in mano, ha speso e perso tempo per predicare a noi giovani la Parola in tutte le occasioni possibili. Da Vescovo ci insegnava la Parola dandoci testimonianza di essere per primo lui stupito da un Dio che si fa vicino al cuore di ciascuno in ogni situazione. Ciò mi ha permesso di accorgermi che il primo passo verso la fede nasce dal cuore di Dio che si pone in cerca dell’uomo in Gesù Cristo, Parola fatta carne . Le tante lectio, scuole della Parola, omelie… mi hanno permesso di scoprire e vivere l’esperienza personale della fede cioè la relazione con il Dio che vive  nella sua Parola, nella sua Chiesa, nella storia.

E’ stato un diventare credenti grazie alla Parola, ma non isolatamente ascoltata, ma ecclesialmente accolta e vissuta. Questa sua predicazione continua appassionata profonda ha attirato moltissimi giovani da tutta la

Diocesi e con molti abbiamo fatto l’esperienza di sentirci parte di un popolo in cammino. In moltissimi abbiamo fatto la medesima esperienza di Chiesa, anche senza conoscerci direttamente, ma una volta che ci si incontrava per varie ragioni (incontri e servizi pastorali, cammini vari…) ci si riconosceva, si scopriva di aver ascoltato le stesse omelie, le stesse predicazioni, di essersi emozionati per l’intensità di una veglia… tutto ciò ha generato un senso di Chiesa e di appartenenza profondo, ci ha fatto fare esperienza di essere pietre vive di una Chiesa corpo vivente e pulsante.

GOVERNARE: Il vescovo Martini è stato uomo di governo cioè ha perato scelte pastorali volte a dare un volto alla Chiesa. Alcune sue scelte mi hanno coinvolta e mi hanno fatta crescere nel senso di corresponsabilità ecclesiale. Penso alla grande assemblea di Sichem, non ero delegata, ma l’ho vissuta ugualmente con tutto quanto è seguito. Richiamo il cammino post sinodale di formazione per gli educatori, Sulle Rive del Giordano (1994-inizio) in forza del quale ho coordinato il lavoro di formazione degli educatori fino al 2004.

Ho recepito e vissuto un certo modo di impostare i lavori del consiglio pastorale diocesano soprattutto l’esercizio di discernimento offerto con i discorsi di sant’Ambrogio e le lettere pastorali con le quali ha indicato sempre di nuovi i pilastri della fede a tutti, e ha messo in relazione con Gesù Cristo Principio e fondamento ogni aspetto della vita:

  • il comunicare,
  • l’educare,
  • l’amare,
  • il servire,
  • il morire…

Nel suo agire pastorale ha fatto fare pratica di discernimento personale e comunitario, ha continuamente spinto a non dare per scontato eventi positivi o negativi, ha sollecitato a rimanere vigili, curiosi, pensanti, aperti, profondi in ogni età della vita, fiduciosi di poter concorrere alla edificazione della Chiesa anche con la propria pochezza: “tutti discepoli, tutti testimoni” c’è scritto nel Sinodo XLVII e non è stato uno slogan esortativo, ma un atto di stima e di fiducia che per primo Il Vescovo ha praticato verso il suo popolo di battezzati.

Mi ricordo, per esempio, un faticosissimo consiglio pastorale diocesano dove ci chiedeva di dire i tratti che avrebbe dovuto avere un Vescovo, in vista di un sinodo sui vescovi, in vista anche del suo successore. Pochissimi intervenivano, ci si sollecitava a fare interventi, non mi sembrava veramente di avere nulla di intelligente da dire… ma Martini prendeva appunti su tutto quanto emergeva.

SANTIFICARE: da quanto ho colto del magistero di Martini non ho trovato tantissime tracce in me di insegnamenti sui sacramenti, senza dimenticare però che all’inizio del suo percorso sui pilastri fondamentali della vita cristiana (Parola, Eucarestia, Testimonianza…) ha scritto “Attirerò tutti a me” lettera bellissima sull’Eucarestia collegata anche al congresso eucaristico, e successivamente ha spesso ripreso il testo degli Atti degli Apostoli con i tratti della prima comunità, radicata nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane, esemplare per ogni successiva forma di comunità cristiana. A questa icona Egli è tornato molte volte.

Con questi insegnamenti Martini mi ha trasmesso un modo vivo e concreto di vivere e curare la vita sacramentale uscendo da una fede di convenzioni e tradizioni verso una fede di convinzione che non si emancipa da.., ma si immerge nella Tradizione e nei gesti antichi della fede.

In sintesi : Martini ha esercitato fino in fondo il ministero episcopale e la Chiesa di Milano porta impresso il segno di questa triplice azione,che ha permesso la trasmissione della fede, la crescita di cristiani adulti pur in un con testo di piena secolarizzazione. Questa sua azione mi ha raggiunto e negli anni mi ha formato.

Riconoscendo in modo grato questa azione ecclesiale che mi ha permesso di crescere, ho colto con profonda sofferenza, come un colpo al cuore, nella – ingiustamente resa nota – lettera di Carron l’accusa espressa alla nostra Chiesa come chiesa con magistero parallelo e chiesa scismatica, è come se avesse detto che quanto vissuto dal 1980 al 2010 fosse falso. Ad amici di CL ho avuto modo di esprimere questa sofferenza per l’accusa alla Chiesa che mi ha generato alla fede e che, anche loro convenivano, ha generato anche loro alla fede. Per me questa è stata una Chiesa madre affidabile e non cattiva consigliera.

Porto nel cuore la gratitudine per il vescovo MARTINI che si è fatto testimone luminoso del mistero di Dio, che ha lasciato trasparire nell’esercizio umile e continuo del suo ministero. Io credo di poter dire che il Vescovo MARTINI è per essere stato per me, per la mia generazione e per più generazioni un Grandi Padri della fede del XX secolo.

Valentina Soncini 14 settembre 2013

Carlo Maria Martini arcivescovo

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IL DR. ALBERTO BETTINELLI: PROFUMO DI SAMARITANO – Angelo Nocent

Alberto Bettinelli (Foto by Cardini)Il Dr. Alberto Bettinelli

pianeta-terraNon l’ho conosciuto. Ma mi basta sapere che il Dr. Bettinelli è esistito. E continuerà ad esistere. Non per un “riposo eterno” ma per un’attiva collaborazione con la terra, il pianeta del dolore,  visto dall’alto dei cieli. Perciò, conoscerlo e farlo conoscere, per uno che ama i santi della carità e coltiva nel cuore i grandi ideali di un San Giovanni di Dio, San Riccardo Pampuri…è bisogno del cuore. Perciò lo addito, perché la carità è contagiosa. E Dio sa di quanto amore del prossimo hanno bisogno il mondo, i nostri giorni.

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Sì, CHI CREDE VEDE. E se io cammino, costruisco, confesso…, sostengo e spiego la mia fede. Proprio come ha cercato di fare questo medico, credente e operante.  Ma si può affermare anche che, chi VEDE persone così, finisce per CREDERE.

Don_Luigi_Maria_Verzé_2009Proprio in questi giorni ho riletto una pagina dell’intervista Carlo Maria Martini/Luigi Maria Verzé “SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA”.

Il  fondatore del “San Raffaele” di Milano chiedeva al cardinale “se il Cristo è oggi veramente inimitabile nella sua santità e nei suoi miracoli, o se invece non possiamo, o piuttosto dobbiamo imitarlo, per esempio, nel miracolo di una medicina sacerdotale. Penso con questa espressione all’istituzionalizzzione di sacerdoti consacrati e insieme medici laureati. E’ quello che voglio fare io…

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Carlo Maria Martini - Credo la vita eternaL’arcivescovo emerito: “Certamente Lei ha avuto molte esperienze importanti, anche se non tutte sono andate a buon fine.
Mi suscita qualche problema sentire parlare di intervento diretto di Dio nella malattia. Intervento di Dio sì, ma…diretto? No, non ne sarei così sicuro.

Le azioni operate da Gesù sui malati erano interventi di rivelazione e di misericordia. Gesù non ha guarito tutti i malati del Suo tempo, ma solo una piccolissima parte di essi.

Del resto, la parabola del buon samaritano insegna che è dovere di ogni persona occuparsi della sofferenza del prossimo come piò, e nelle occasioni che gli capitano, non soltanto attraverso la scienza medica, nè soltanto attraverso l’interesse, ma con tutti quanti i mezzi a disposizione.

Gesù risanava alcuni e la Sua missione era al di  sopra delle gurigioni. Tanto è vero che nell’ultima parte della vita non ha quasi compiuto miracoli di questo genere. Sarebbe stata troppo facile la sua missione, se si fosse trattato soltanto di risanare.

Gesù aveva una missione più ampia, più complessa, più universale. Un cristiano avverte tutto ciò, lo intuisce a seconda delle circostanze, ma non può limitarsi a un solo aspetto della presenza di Gesù.

Quanto ho detto non vuol dire che non ci possano essere persone consacrate alla salute degli altri. Ma non deve identificarsi col programma cristiano“.

Grazie, Dr. Bertinelli, per averci offerto, con la tua morte, la possibilità di rispolverare il Vangelo del “farsi prossimo”, una lezione che non si è mai imparata una volta per tutte.

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MEDICINA & PERSONA, SALUTE & SALVEZZA, FEDE-SPERANZA-CARITA’…

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Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. Alleluia. (Preghiera dalla liturgia del 16 agosto 2014, sabato della XIX settimana del tempo ordinario)

Gli Amici di Alberto Bettinelli della casa dei Memores Domini: ”Il suo, uno sguardo da bambino che nulla misura e tutto ama”.

Alberto Bettinelli 02Il nostro Alberto ha compiuto la sua vocazione nel giorno dell’Assunzione della Vergine Maria, secondo l’imperscrutabile disegno del Padre.

Tenera preferenza per il suo essere “bambino nella fede”, entusiasta del bene, tenacemente fedele alla storia che lo ha generato e al padre suo e nostro, Don Luigi Giussani.

Semplice e umile, capace di accudire i malati e in particolare i suoi piccoli con straordinaria attenzione e professionalità, piegandosi al dolore, con un impegno totale.

Capace di uno sguardo che lo faceva commuovere dei drammi del mondo, in particolare laddove era offesa la dignità dell’uomo, era colpita la vita innocente o in pericolo la libertà della fede, come recentemente per i cristiani in Siria e in Medio Oriente.

Assunta nei CieliUna tenerezza di affezione che, segnata dal rapporto con la madre – donna di straordinaria fede – era capace di abbracciare chi gli era vicino e diventare così esempio anche per i nipoti o per i giovani medici e laureandi coinvolti nelle numerose attività di approfondimento e ricerca che promuoveva con gli amici e colleghi medici.

Chiediamo umilmente alla Madonna che interceda per lui e per tutti noi, perché obbedendo alla vocazione, possiamo imparare il suo sguardo da bambino, che nulla misura e tutto ama perché infinitamente amato.

I suoi amici della casa dei Memores Domini di Milano.

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Milano: medici, amici, fratelli nella Fede alle esequie del dr. Alberto Bettinelli. ”Insegnava a curare la malattie col sorriso”

Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente: è felice di ogni cosa, vuole amare solamente“. E’ racchiusa nelle parole del canto che gli amici “Memores Domini” hanno intonato nel corso della celebrazione, la descrizione più vera dell’umanità di Alberto Bettinelli, primario di pediatria dell’ospedale Mandic di Merate, morto il 15 agosto dopo un malore che lo aveva colto alcuni giorni prima sulla spiaggia di Varigotti, in provincia di Savona.

Un’umanità che, permeata dalla grande fede che da sempre ha modellato la sua vita, si è tradotta nella dedizione ai bambini malati, nella vicinanza alle loro famiglie, nella crescita di colleghi e tirocinanti.

Questa mattina nella chiesa di Sant’Ildefonso a Milano, parrocchia di residenza della sua famiglia, si sono svolti i funerali alla presenza di centinaia di persone. Moltissimi i rappresentati del mondo ospedaliero meratese, gli “ex” del Mandic e poi i parenti (in prima fila l’anziana mamma e la sorella che erano con lui al momento del malore), gli amici, i compagni di Fede.

“Non dobbiamo farci trascinare dalle apparenze e chiuderci nei limiti del dolore, pure inevitabile” ha esordito nella sua omelia Don Pino Alberto, il celebrante che assieme ad altri sei sacerdoti ha officiato il rito funebre “quanto accaduto è il compimento in circostanze misteriose ma reali di una vita in cui l’opera di novità di Cristo è stata l’esperienza dominante. E questo è quanto accaduto ad Alberto. Attraverso il mistero del dolore innocente dei suoi bambini ammalati, dei suoi piccoli pazienti e delle loro famiglie, Alberto viveva la paternità di Dio, in una donazione profonda e in un abbraccio universale“.

Parole di dolore ma cariche di riconoscenza sono state espresse anche dagli amici “memores Domini” di Don Giussani, corrente cattolica di cui il primario faceva parte, così come dai colleghi, medici e infermieri del Mandic che hanno ricordato come “Alberto ha insegnato che le malattie si curano anche con il sorriso“, dai volontari Abio con i quali il medico aveva intessuto un particolarissimo rapporto di collaborazione e amicizia.

Alberto Bettinelli_ricordi_colleghi1Con l’équipe medica e infermieristica e una piccola paziente

Colleghi e genitori di piccoli pazienti ricordano il dr.Bettinelli. ”Alberto non c’è più ci ha lasciati nel giorno dedicato a Maria. Aveva votato la propria vita alla cura dei bambini ammalati”

Il nostro dr. Alberto non c’è più.

Ci ha lasciato increduli, commossi ed addolorati in una giornata dedicata a Colei che gli era cara e che spesso invocava: la Madonna.

Non possiamo non ricordare la sua costante presenza in Reparto.

Alle 7.30 udivamo il suo passo familiare: raggiungeva la cucina e sorseggiava un tè con il personale del mattino.

Poi, subito al lavoro…visite, controlli, discussione di casi critici, riunioni, impegni…

Frenesia di un quotidiano dedicato ai bimbi malati cui ha votato la propria vita.

Ci piace ricordarlo mentre giocava a biliardino coi piccoli degenti o quando compariva dal suo studio con in mano un gioco per un paziente “coraggioso” o con indosso la maglietta dell’Italia al posto del camice…

Ma quello che ricordiamo è l’umanità, la spontaneità di una persona a volte schiva nel raccontare di sé ma generosa nell’essere vicino agli altri, colleghi o malati che fossero.

Ognuno di noi conserva un aneddoto, una frase o un evento che lo riguardano.

Lui non c’è più, ma il suo lavoro resta, resta la professionalità, resta l’umanità, resta ciò che ci ha insegnato.

Da adesso, non potremo far altro che impegnarci nel compito che svolgiamo tra i piccoli per renderlo orgoglioso da lassù del nostro operato, sperando che vegli su di noi come un amico che d’improvviso ha deciso di raggiungere un posto migliore.

Ciao Alberto. Ci mancherai.

L’intero gruppo dei collaboratori – Medici, Infermieri, Ausiliari- della Pediatria e della Chirurgia pediatrica di Merate

Alberto Bettinelli_ricordi_colleghi 2Il dottor Bettinelli con gli amici dell’ABIO durante una festa di Natale

Clementina IsimbaldiSono stata collaboratrice, ora sono da poco in pensione, ma sono soprattutto amica di Alberto, una amicizia che dura da una vita. La sua morte improvvisa mi ha fatto dapprima ricordare un canto che spesso facevamo insieme nei raduni con gli amici, bellissima:

Qualcosa muore nell’anima quando l’amico se ne va. Quando l’amico se ne va e va lasciando una traccia che non si può cancellare. Non andartene ancora, non andartene, per favore, perché anche la mia chitarra piange quando dice addio. Un attimo di silenzio al momento di partire perché ci sono parole che feriscono e non si possono dire. La barca diventa piccola quando si allontana sul mare. Quando si allontana sul mare e si perde all’orizzonte, com’è grande la solitudine! L’amico che se ne va lascia un vuoto che è come un pozzo senza fondo, che non si può riempire“.

Quello che descrive la canzone è l’esperienza di tutti noi con la sua scomparsa. Eppure non è tutto qui. Non basta dire “E’ così“, non ci basta. A me non basta perché c’è dell’altro. Cioè: la vita non è solo questo, la morte di Alberto è segno di Altro. Era un bravo medico, interessato a tutto, a tutti i nostri piccoli pazienti; ma soprattutto la vita di Alberto è stata piena di un Altro che l’ha trasfigurata.

Primario sì, ma con la capacità di rendere possibile a ciascuno dei suoi collaboratori di essere se stesso, di esprimere sé nello specifico del lavoro, aspettando senza pretesa da ciascuno il risultato che pazientemente attendeva…..In questo modo, in questa libertà, il nostro reparto è cresciuto negli anni, con il contributo di ciascuno. E con la dedizione di ciascuno per una gratuità che si vedeva all’opera nei propri confronti. Ecco, questo è stato per me Alberto. Lo ricordo così.

Drssa Clementina Isimbaldi

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tenersi-per-manoCaro Dottore,
non può neanche immaginare lo sconforto e il senso di vuoto che noi tutti proviamo. La perdita di una persona come lei, unica e dal cuore grande,che ha fatto del suo lavoro una vera e propria passione aiutando tante persone,tanti genitori spaventati come noi,ma sopratutto tanti bambini come mio figlio. Un uomo magnifico,sempre con il sorriso,sempre disponibile,umile….qualità che in una persona sola è difficile trovare,possiamo dire che è quasi impossibile.

Un DOTTORE che non ha mai smesso di capire,di studiare,di appassionarsi,di ascoltare ogni singola persona e il suo problema,con calma e interesse,quanti dottori lo fanno ancora?,in quanti si siedono con il paziente e lo ascoltano?,purtroppo siamo stati in molti ospedali,ma nessuno ci ha mai capito e compreso come lei.

Si è sempre interessato ogni volta che mio figlio veniva ricoverato qui a Massa,ha sempre risposto a ogni nostra chiamata,ogni nostra mail…quando una volta all’anno si veniva al Mandic si occupava di trovarci una sistemazione per notte sempre meno costosa, perché il viaggio per noi, ma sopratutto per Tommaso era un pò lungo.

La mattina dopo aspettava il primo prelievo e arrivava con una bella brioche calda per il bimbo…. “Mangia che diventi forte!”…..ecco questo era lei. Non ci saranno mai belle parole o grandi aggettivi per poterla descrivere,nessuno le renderebbe mai giustizia, perché lei era questo e molto più. Senza di lei ci sentiamo persi,disorientati,spaventati come prima di conoscerla…ma il suo bellissimo ricordo sarà sempre con noi,ci darà forza,ci guiderà e ci aiuterà a continuare a percorrere la strada da lei insegnata. Grazie Bettinelli, è stato un onore conoscerla.

Francesca e Michele

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Oggi le voci squillanti dei bambini non riescono a mitigare il dolore e lo sconcerto di tutto il personale, che lo ricorda come grande medico e grande uomo.

La sua competenza nel trattamento delle tubulopatie era riconosciuta a livello internazionale, e la sua positività, gentilezza e disponibilità erano indiscusse” ha spiegato il dottor Cogliati.
Il direttore sanitario del Mandic, dottor Gedeone Baraldo, ha raggiunto i colleghi nel pomeriggio di oggi. “Abbiamo subìto una grave perdita, incolmabile, dal punto di vista professionale e umano” ha commentato con amarezza. “Il dottor Bettinelli aveva un grande attaccamento ai suoi pazienti, e si dedicava ad ogni singolo caso con grande impegno, senza mollare finchè non era riuscito ad ottenere una diagnosi chiara”.

 

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LA FRAGILITA’ DI GESU’ – Angelo Casati

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Gesù – mantegna_testa_cristo_correggio

Don Angelo Casati 

Don Angelo Casati - 7-angelo-casatiAlle orecchie dei devoti, dei troppo devoti, può sembrare pericoloso o addirittura dissacrante parlare di una “fragilità” di Gesù. Quasi fosse attentato devastante alla sua divinità. Ma saremmo falsamente devoti al mistero che abita Gesù se, allontanando sdegnosamente da lui ogni ombra di fragilità, finissimo per cancellarne ogni ombra di vera umanità. E dovremo forse chiamare ombra la fragilità di Gesù? O non appartiene forse alla nostra natura l’essere fragili?

Ci sono fragilità nella nostra natura che vanno, se pur faticosamente, superate, ce ne sono altre che vanno semplicemente riconosciute. In sincerità. In sincerità verso Dio e verso se stessi.

Questo mio discutibile dire in modo rapsodico di Gesù e della sua fragilità va per accensioni che nascono dalle pagine dei vangeli. Il mio dire non ha dunque la pretesa delle sintesi teologiche, segue domande e provocazioni che si rincorrono perdutamente nelle pagine e poi nel cuore di un lettore comune del vangelo. Pensieri in attesa di altri pensieri.

Gesù nato da donna, scrive Paolo. Da un grembo di donna. Fragile quel cucciolo d’uomo, fragile il grembo, come tutti i grembi di donna. Sgusciò in un contesto di fragilità, una lampada fioca in mano a Giuseppe, forse l’altra mano – sto immaginando – a stringere tenera quella di Maria, a darle spinta di forza nel travaglio del parto. Fragile, inerme il bimbo, in bisogno di fasce, di fasce e di latte, quello della madre. Nato da donna. Donna che lo introdusse, mettendolo alla luce, nel territorio della fragilità.

SamaritanaLo introdusse così nella fragilità del corpo. Che lui accusava come tutti noi. Accusava stanchezza a tal punto da prendere sonno, e profondo, sulla barca nella traversata in piena notte del lago e nemmeno la bufera delle onde a svegliarlo. Accusava stanchezza e pure sete. Quel mezzogiorno in una delle sue traversate di regione sentì morso di sete, seduto stanco a un pozzo di Samaria chiese da bere a una donna in cerca di pozzi. Come tutti noi non risparmiato dalla fame, lo annotano gli evangeli: era mattino di inizio aprile, il giorno prima era entrato a dorso di puledro in Gerusalemme, quel mattino mentre usciva da Betania ebbe fame, ma il fico cui erano andati i suoi occhi aveva bellezza di forme ma vuoto di frutti. Ci rimase male.

A volte poi non gli reggevano proprio le forze fisiche, se ne accorsero quel giorno, poco fuori il pretorio, quando costrinsero un uomo di Cirene a portare dietro lui la sua croce.
Direi, approfondendo, come tutti noi fragile nel territorio dei sentimenti.

Non era roccia immobile, nè quercia con fronde impassibili a urli di bufere. Non tetragono come quelli che sbandierano indifferenza agli assalti della vita, pagò lungo i suoi giorni debiti di fragilità, come succede a ciascuno di noi.

A volte a scuoterlo, ad amareggiarlo sino a farlo impetuosamente dolorosamente sbottare senza quasi più contenersi, era la nostra avvilente ottusità: “O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi, fino a quando dovrò sopportarvi?”.

Certo non si preoccupava di trattenere se stesso in sequestro assoluto dei sentimenti, quel sequestro che in taluni uomini di spirito sembra a volte, o spesso, sfiorare l’impassibilità. Non preoccupato di guardarsi dall’accensione dello sdegno, né di guardarsi, se è debolezza, dall’accensione improvvisa dei sogni. E, se cedere ad accensioni rimane nella mente di qualcuno sintomo di fragilità, Gesù proprio non mise in atto nessun esercizio per sfuggirla.

La sua predicazione senza diplomazie, soprattutto verso le autorità religiose, conobbe i toni aspri e ruvidi, quasi impietosi, senza nascondimenti e senza contenimento, con l’esito di opposizioni altrettanto dure, violente, segnali per lui di una morte annunciata. Accadde anche che qualche volta i discepoli stessi lo invitassero a moderare i toni. Ma lui resistente a ogni invito che suonasse cedimento a calcoli umani. Gli interessava Dio, gli interessava la difesa a tutto campo della dignità di noi umani. Schiettezza senza moderazione a prova di morte.

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Lo consumava, senza moderazioni di sorta, zelo per la casa di Dio , per il vero volto di Dio e dell’uomo. E tutti noi a ricordare ciò che avvenne nell’avvicinarsi di quella pasqua. Un gesto voluto. Giovanni annota il particolare di Gesù che annoda le cordicelle per farne una sferza: “fatta allora una sferza di cordicelle…”. Consumato dallo zelo, cacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi. E non si limitò, non si contenne, non gli bastarono le parole: “Gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”. Fragile davanti alle emozioni?

Lontano anche dall’ideale dell’uomo di spirito che ha in somma cura l’arte di sorvegliarsi, allontanandosi da ogni forma di eccesso persino nei sogni. Per fedeltà spenta al reale. Non è forse vero che un giorno i discepoli, di ritorno da una compera di cibo nel villaggio più vicino, lo trovarono a parlare con la donna di Samaria, così preso dall’acqua, che la sua parola aveva disseppellito dal cuore della donna, da abbandonarsi a visioni di sogno? Lui in quel sole caldo li invitò sorprendendoli a contemplare campi biondeggianti di grano in anticipo di mesi. Quanti maestri dello spirito gli avrebbero gridato di guardarsi da quelle farneticanti esaltazioni invocando un minimo di moderazione!

I vangeli, a differenza di quello che avremmo fatto noi perché non apparissero in lui ombre di “debolezza”, non nascondono, non censurano, anzi raccontano senza esitazioni di sorta i suoi turbamenti.

Un turbamento sino al pianto. Non stava certo nella figura dell’uomo forte, quello che non si scompone, che tiene alto il suo profilo in ogni evenienza. Turbato sino al pianto, narra il vangelo. Pianto per morte di un amico. Né si preoccupò di nascondere quella che alcuni ancora chiamano fragilità e debolezza. Apertamente. Tutti lo videro, tutti a dare testimonianza di quanto lui amasse Lazzaro.

La fragilità dell’anima turbata. C’è chi non si lascia mai turbare nell’anima, imperturbabile, c’è chi nasconde il suo turbamento. C’è chi come Gesù il turbamento lo patisce straziante ruvido sulla pelle scorticata, sente il cuore tremare e lo confessa senza falsi pudori.

Non ho titolo accademici per confortare una tesi, ma mi ha sempre colpito un confronto tra il racconto delle tentazioni subite da Gesù nei quaranta giorni passati nel deserto e il racconto delle tentazioni subite da Gesù durante la sua esistenza e in modo particolare nell’ultimo scorcio della sua vita. Il racconto del deserto sembra, mi si perdoni, cancellare ogni figura di fragilità. Mi sono chiesto se gli evangelisti volendo raccontare la vittoria sulla tentazione non abbiano calcato sulla libertà estrema luminosa del Rabbi di Nazaret che sfugge, ed è affascinante, ad ogni sequestro e imprigionamento.

Mi sono chiesto se gli evangelisti nell’intento di raccontarci l’atto estremo, quello conclusivo, vittorioso delle tentazioni non siano nelle stesso tempo incappati nella necessità, forse non voluta, di sottacere il percorso psicologico e il travaglio che segnarono anche duramente corpo mente e cuore del Signore nel cammino verso un simile atto di libertà e di amore, estremi!

Stando al racconto dei vangeli non potremmo certo dire che Gesù le scelte, soprattutto quelle estreme, le abbia affrontate con animo spavaldo, bensì pagando alla fragilità umana un caro prezzo. Scelta a caro prezzo dentro un debito di confessata riconosciuta debolezza. Dentro un debito di vero, non finto turbamento.

Crocifisso – passione

Il pensiero mi corre a un giorno che per Gesù già odorava di passione, passione estrema. Vicina era la Pasqua. Tra quelli saliti per il culto c’erano anche dei Greci. Forse non giudei? O forse proseliti? Non sappiamo. Comunque non gente del recinto, non appartengono al recinto d’Israele. Si sentono attratti da un desiderio. Di vedere Gesù: “Signore, vogliamo vedere Gesù” dicono a Filippo. Quelli vogliono vedere Gesù. E non sono del recinto. E allora Filippo prende con sé Andrea, vanno in due a parlarne a Gesù. Ma lui risponde in modo enigmatico.

Risponde: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. Trono della gloria per lui è la croce. La croce per lui il luogo – è paradossale dirlo – della massima attrazione: “quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. E’ come se Gesù pensasse: arrivano anche i pagani? Anche loro attratti? Ma allora è vicina l’ora della croce, l’ora della attrazione che di più non si può.

Che cosa vedrà quel gruppo di Greci? Vedranno un chicco di grano cadere nella terra. Gesù ha davanti agli occhi la vicenda del chicco di grano. Ebbene l’ora della sua morte non la affronta in modo spavaldo, come fosse un passaggio naturale. No, anche lui turbato. Turbato da questi greci che con la loro presenza gli ricordano che l’ora della discesa nella terra è vicina. E Gesù si svela, si svela nel suo turbamento, nella sua fragilità. Non è come noi che ipocritamente, per falsa immagine di spiritualità, vogliamo esibire una fede senza turbamenti. Lui dice: “Ora l’anima mia è turbata”. E sarebbe anche tentato di allontanare quell’ora.

Gesù nell’orto degli uliviAggiunge: “E che devo dire allora? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo Figlio”. Gesù non chiede di essere risparmiato, ma di essere glorificato. Il legno diventerà il luogo della gloria. Accoglie la sua ora, ma dopo aver attraversato senza sconti il mare del turbamento dell’anima, il mare della sua fragilità.

Ebbene per uno come me che cerca, da povero cristiano, di spiare Gesù e la sua vita, per lasciarsene in qualche misura contagiare, è fonte di non povera consolazione il fatto che Gesù stesso nel suo cammino verso la croce abbia conosciuto fragilità e turbamento. Lo confesso, me lo sarei sentito meno vicino, meno compagno del viaggio, se non ne avesse spartito con me il turbamento, se verso la morte fosse andato con passo spavaldo, da eroe, il forte cui non trema il cuore.

Gesù nell'orto degli ulivi

Leggo nei vangeli che, nell’orto, in vigilia di morte “cominciò a spaventarsi e a sentire angoscia”. Confessò tristezza: “Ora – disse – l’anima mia è triste fino alla morte”. E gli ulivi lo videro sudare sangue di morte.

Messia chino sulle debolezze degli umani, abitò la nostra esistenza, una fragile tenda, un telo di vento. Abitò la nostra fragile carne.

Superò la fragilità, anche quella estrema, oserei dire, con un nome che si affaccia, costantemente, connessione intrigante, nell’ora della debolezza: “Padre”. “Padre” nell’ora dell’arrivo dei greci: “Ora l’anima mia è turbata. Che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Padre, glorifica il tuo Figlio”. “Padre” ancora nella notte degli ulivi: “Padre, se vuoi allontana da me questo calice: tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà”. “Padre” nell’ora della croce dopo l’urlo che ferì il cielo, “Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato”, urlo, estrema fragilità. Dopo l’urlo l’invocazione struggente, pure grido a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Una fragilità consegnata alla preghiera, sollevata dalla fiducia in un Padre che non abbandona nel grido i suoi figli.

Ci emoziona nella preghiera di Gesù quel perseverare, nonostante tutto, a dare a Dio il nome di Padre, con una confidenza che ci rabbrividisce: “Abbà!”. Ci rabbrividisce, e ci insegna una immagine più autentica di preghiera. Dentro un dilemma: pregare perché ci siano risparmiati i passaggi faticosi, le tempeste della vita o pregare perché non veniamo meno, perché non ci sentiamo soli e abbandonati nell’attraversamento? Come ci fa pregare il salmo: “Anche se vado per valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).

Nella fragilità, a sostegno, Gesù cercò il volto di Dio. Dobbiamo però, per debito di verità, aggiungere che nel momento della fragilità lui cercò anche volti di amici, senza minimamente velare questo suo bisogno profondo di vicinanze anche umane. Mendicante di amicizie e di affetti.

Il racconto del giardino narra quel suo andare in cerca degli amici e la desolazione di trovarli addormentati, quasi non ci fossero. Per tre volte disegnati nel racconto quei passi in ricerca, per tre volte raccontata la delusione: “Venne e li trovò addormentati…venne di nuovo e li trovò addormentati…venne per la terza volta e disse loro: Dormite pure e riposatevi. Basta! E’ venuta l’ora: ecco il Figlio di dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo”.

Una fragilità la sua, come la nostra che anela ad essere riconosciuta e sollevata da chi ti ama. I vangeli ci raccontano di Gesù che, nei primi giorni della settimana che vide la sua passione e la sua morte, cercava rifugio, rifugio del cuore, passando le sere e le notti a Betania, in casa di amici. Aperta la porta per l’amico, l’amico che sentiva la pressione, ormai vicina, delle croce.

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Maria di BetaniaE non fu proprio a Betania che all’inizio di quella settimana che si preannunciava decisiva, decisiva di morte, per Gesù, una donna amica, Maria, in quella cena si accorse, lei sola, del segreto che pesava sul cuore del suo amico e maestro, ora che il cappio stava per soffocarlo una volta per sempre? E lei a ungerlo e a profumarlo con un profumo che fece gridare tutti per l’eccesso di uno spreco! E Gesù, a fronte dei discepoli così lontani dal capire che cosa gli passasse nel cuore, a difenderla: lei era arrivata, con gli occhi di chi ama, a intravedere, a capire, ad accogliere un bisogno segreto del cuore.

Dono, per chi attraversa il buio della fragilità, la luce che pulsa dal volto di un amico, di una amica. Dono inestimabile è avere al fianco uno che ti legga nel cuore, uno che vegli sulla tua angoscia, consapevole di non potertela purtroppo cancellare, ma pronto a portarla con te. Gesù sembra raccontare la improponibilità di una fede, in forza della quale presuntuosamente si arrivi a dichiarare che basta Dio a noi stessi.

Cercò il volto del Padre, cercò il volto degli amici.

Angelo Casati

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