64 ANNI FA PRIMA COMUNIONE E CRESIMA

Cervignano del Friuli - San Michele arc.1

Angelo Nocent - Cresima

 Mons. Carlo Margotti arcivescovo di GoriziaL’arcivescovo di Gorizia. Mons. Carlo Margotti

29 Settembre 1950

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A sinistra del presbiterio: San Michele Arcangelo, patrono della città.

Cervignano del Friuli - Vecchia Parrocchiale San Michele 01

Salmo 34

2Benedirò il Signore in ogni tempo:
sulle mie labbra sempre la sua lode.
3Io voglio gloriarmi del Signore:
gli umili udranno e saranno felici.
4Celebrate con me il Signore perché è grande,
esaltiamo tutti insieme il suo Nome.

5Ho cercato il Signore e m’ha risposto,
da tutti i timori m’ha liberato.
6Chi guarda a lui diventa raggiante,
dal suo volto svanisce la vergogna.
7Se un povero grida, il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angustie.
8L’angelo del Signore veglia su chi lo teme
e lo salva da ogni pericolo.

9Gustate e vedete come è buono il Signore:
felice l’uomo che in lui si rifugia.
10Ubbidite al Signore, voi suoi fedeli:
nulla manca all’uomo che lo teme.
11Anche il leone può soffrire la fame,
ma chi cerca il Signore non manca di nulla.

12Venite, figli, ascoltatemi:
io vi insegnerò il timore del Signore.
13Se un uomo desidera gustare la vita,
se vuole vedere molti giorni felici,
14tenga lontano la lingua dal male
con le sue labbra non dica menzogne.
15Fugga il male e pratichi il bene,
cerchi la pace e ne segua la via!
16L’occhio del Signore segue i giusti,
il suo orecchio ne ascolta le grida.
17Il suo sguardo affronta i malvagi,
e ne cancella perfino il ricordo.
18Il Signore ascolta chi lo invoca
e lo libera da tutte le sue angustie.
19Il Signore è vicino a chi ha il cuore affranto,
salva chi ha perso ogni speranza.

20Molti mali colpiscono il giusto,
ma il Signore lo libera da tutti.
21Il Signore protegge anche le sue ossa,
neppure uno gli sarà spezzato.
22Il male ucciderà il malvagio;
chi odia il giusto sarà condannato.

23Il Signore riscatta la vita dei suoi servi,
chi ricorre a lui non sarà condannato.

Eucaristia - Prima comunione

GRAZIE, SIGNORE !

Carlo Maria Martini - Eucaristia 2

Crocifisso - passione

Chiesa del Scro Cuore - Gorizia

Gorizia – Chiesa del Sacro Cuore – Qui è seploto l’Arvivescovo Carlo Margotti

Carlo Margotti arcivescovo di Gorizia

CARLO MARGOTTI – Drammatico il periodo in cui si colloca l’episcopato del «primo arcivescovo italiano di Gorizia italiana». Nato ad Alfonsine di Romagna il 22 aprile 1891, emerse da un’infanzia povera e travagliata rivelando eccezionali qualità intellettuali; conseguì tre lauree ed acquisì un amplissimo bagaglio linguistico, comprese le lingue slave.

Dopo un breve ministero pastorale a Bologna, entrò nella Congregazione romana per la Chiesa orientale; nel 1930 fu nominato Delegato apostolico in Turchia e consacrato arcivescovo di Mesembria; l’anno successivo assumeva anche la Delegazione apostolica ad Atene.

A quarantatre anni veniva trasferito alla sede arcivescovile di Gorizia e ne prendeva possesso il 23 settembre 1934, accolto con sincera attesa da tutta la diocesi. Egli affrontò con cuore aperto ed attenzioni pastorali una situazione resa difficile dal clima culturale e politico imperante, dettato dal nazionalismo fascista, e dai precedenti attacchi alla tradizione ecclesiastica locale.

Religiosamente la diocesi registrò dati positivi, come la fioritura di vocazioni ecclesiastiche; mons. Margotti portò a compimento la chiesa del S. Cuore (1938), promosse le celebrazioni per la Madonna di Monte Santo (1939), guidò pellegrinaggi a Lubiana ed a Brezje e celebrò un non facile Sinodo diocesano (promulgato nel 1941). Il ricordo di questo arcivescovo oscilla ancora fra l’affettuosa memoria per «la grande bontà d’animo e la finezza dei rapporti personali» ed i giudizi, spesso troppo perentori, sulla sua accondiscendenza ai contenuti equivoci di una linea definita dia quanto allora indicato come «italianità» e «romanità».

Le emergenti aspirazioni nazionali maturate durante la guerra, in una lotta che divise anche il mondo cattolico sloveno, coinvolsero anche mons. Margotti, che venne imprigionato ed espulso da Gorizia nel maggio 1945 dalle truppe jugoslave di occupazione.

Rientrato nella diocesi, ridotta di quasi due terzi in seguito ai nuovi confini, guidò con grande paternità la ripresa della vita religiosa e dell’impegno diocesano nel secondo dopoguerra.

Dopo lunga e dolorosa malattia, mori a Gorizia il 31 luglio 1951. È sepolto nella chiesa del S. Cuore.

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Mons. GIOVANNI VOLTA: ASCOLTO E INTERIORIZZAZIONE

Monsignor Giovanni Volta durante una celebrazione eucaristica in San Pietro in Ciel d'Oro

Monsignor Giovanni Volta durante una celebrazione eucaristica in San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia dove sono conservate le reliquie di Sant’Agostino.

Monsignor Giovanni Volta, vescovo emerito di Pavia, è tornato alla casa del Padre.

Lo ricordiamo attento studioso di Agostino di cui ha sempre cercato di cogliere il profondo nesso fra testimonianza, ascolto e interiorizzazione. Monsignor Volta, citando Agostino, era solito dire “Non ci può essere vera testimonianza se non c’è ascolto e l’ascolto si approfondisce nell’interiorizzazione”.

La comunità agostiniana di Pavia ricorda con affetto il suo pastore emerito e ringrazia il Signore per gli anni di fecondo ministero pastorale nella diocesi.

Ascolta una recente riflessione del Vescovo monsignor Giovanni Volta su Sant’Agostino

BUON ASCOLTO E BUONA INTERIORIZZAZIONE

Sant'Agostino con il figlioAgostino con il figlio Adeodato

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GESU’ IL MALATO E LA FAMIGLIA – Luciano Manicardi

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Traaduzione del testo latino di don Remo Bistoni – Perugia

  1. Alla Croce del Signore c’è la Madre nel dolore mentre il figlio muore.
  2. Incurante della gente nel suo intimo fremente ha una spada in cuore.
  3. La tristezza e l’afflizione non avranno paragone nel destino umano.
  4. Quel di Cristo è duro letto e chi muore è il più perfetto: tese a noi la mano.
  5. Chi osservando il grande dramma, di quel figlio e di tal mamma può restare inerte?
  6. Goccia sangue dalla testa Maria bagna la sua vesta da ferite aperte.
  7. Pensa al popolo ribelle che la sconta sulla pelle del suo Figlio mite.
  8. Lo ricorda bambinello sul presepio e sul tinello della lor dimora.
  9. Or s’accorge che il suo figlio, membra bianche come il giglio, è all’estrema ora.
  10. Madre cara dell’amore facci soci al tuo dolore, spezza il cuore duro,
  11. Facci ardere di fede scuoti il petto a chi non crede, crolli l’erto muro.
  12. Santa Madre ti preghiamo quelle piaghe le vogliamo per unirci a Voi.
  13. Il tuo figlio si ferito che s’è offerto, che ha patito sa che siamo suoi.
  14. Per il resto della vita l’alma nostra resti unita alla sua Passione.
  15. Madre, ascolta questa voce stringi tutti a quella croce: abbi compassione.
  16. Quella morte e quelle pene percorrendoci le vene son divino innesto.
  17. Per la santa redenzione una vera conversione giunga al cuore, presto.
  18. Dal pericolo supremo per te salvi un dì saremo se ci copre il manto.
  19. Il Risorto e il suo sorriso ci assicuri il paradiso nell’eterno canto.
    Amen.

Stabat Mater 06L’odierna liturgia della MATER DOLOROSA è un buon motivo per affrontare un tema altrettanto doloroso che si vive e si consuma nel silenzio di tante delle nostre case, senza i riflettori accesi sui drammi sia di chi è colpito da malattia che dai familiari che ne sono partecipi. 

Non potendo far altro che guardare al mistero della Croce e innestare il nostro dolore in quello di Maria, sarà proprio lei a darci una mano nella sopportazione della “passione”, grande o piccola che sia, mai disgiunta dalla “Passione” del Cristo benedetto.

Luciano Manicardi, Monaco di Bose, esperto nella materia, ci porta a riflettere  sul vangelo di Marco 9,14-27

Il brano del Vangelo di Marco

uomo posseduto14 E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro. 15 Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16 Ed egli li interrogò: “Di che cosa discutete con loro?”. 17 Gli rispose uno della folla: “Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. 18 Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti”.

19 Egli allora in risposta, disse loro: “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me”. 20 E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. 21 Gesù interrogò il padre: “Da quanto tempo gli accade questo?”. Ed egli rispose: “Dall’infanzia; 22 anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”.

23 Gesù gli disse: “Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede”. 24 Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: “Credo, aiutami nella mia incredulità”. 25 Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: “Spirito muto e sordo, io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più”. 26 E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: “È morto”. 27 Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

 

Un genitore porta a Gesù il proprio figlio malato (Mc 9,17). La malattia di una persona ha sempre ripercussioni sul suo ambito familiare. E quando la malattia è particolarmente grave e quando colpisce un figlio, e un figlio piccolo, che non capisce che cosa gli succede, non sa nominare il suo male, non comprende perché papà e mamma non gli facciano passare il male, il dolore e l’angoscia dei genitori aumentano esponenzialmente, e giungono anche alla disperazione.

Gesù non ha solo curato e guarito persone malate, ma si è confrontato anche con l’angoscia dei familiari che dalla malattia di un loro congiunto hanno visto sconvolto l’ordine delle loro giornate e il quadro dei loro affetti e sono precipitati in un abisso di impotenza e dolore.

La malattia di un familiare, soprattutto se cronica e pesante, produce a sua volta sofferenza, malessere, disagio, e perfino altre malattie nell’ambito familiare. Oltre, a volte, allo sfinimento psichico o anche all’impossibilità fisica di accudire un malato non autosufficiente.

Il padre di questo ragazzo dice a Gesù: “Aiutaci e abbi compassione di noi” (Mc 9,22). Dove il “noi” si riferisce all’intero nucleo familiare turbato dalla malattia del giovane che comportava un’incapacità di comunicazione con lui (è infatti “posseduto da uno spirito muto”: Mc 9,17; anzi questo spirito è apostrofato da Gesù come “spirito muto e sordo”: Mc 9,25) e il senso di una lacerante impotenza di fronte alle manifestazioni epilettiche in cui il ragazzo era in balia di forze oscure che lo violentavano mettendo anche a rischio la sua vita. L’angoscia e la disperazione del padre emergono nel racconto delle manifestazioni della malattia: “Spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo” (Mc 9,22).

Il racconto del povero padre rivive la paura vissuta nei momenti in cui il figlio ha rischiato di annegare o di venire gravemente ustionato. E Gesù incontra dunque anche questa forma dell’infinita gamma del dolore umano: il dolore del padre e della madre di fronte al figlio sofferente. Un dolore che a volte diviene colpevolizzazione. Davanti all’uomo cieco dalla nascita, i discepoli di Gesù chiedono: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” (Gv 9,1). E Gesù deve combattere anche contro le credenze popolari, le superstizioni, i luoghi comuni e le scorciatoie creati dalla cultura e dalla religione per spiegare l’inspiegabile inventando un colpevole, invece di stare accanto a colui che è solo una vittima.

I vangeli presentano più volte situazioni di madri e padri in ricerca disperata e, al tempo stesso, piena di speranza, di guarigione di un loro figlio. Giairo si getta ai piedi di Gesù e lo prega con insistenza, l’insistenza che viene dalla disperazione: “La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5,22-23); una donna greca, di origine siro-fenicia, prega Gesù di scacciare il demonio che possiede la figlia: anche la distanza culturale, etnica (lei è una pagana, mentre Gesù è un figlio d’Israele) e linguistica (questa donna parla greco: in che lingua comunicano lei e Gesù, che parlava aramaico?) non scoraggiano questa donna che ha una motivazione troppo impellente per desistere dalla sua ricerca (Mc 7,24-30).

Soprattutto le madri, angustiate da una grave situazione di salute di un figlio, sono mosse come da una forza supplementare nell’ incontro con Gesù e trovano in sé risorse di intelligenza, di tenacia, di ostinazione che riescono a vincere le opposizioni del gruppo dei discepoli e anche le resistenze di Gesù. È così per la donna cananea la cui figlia è in preda a terribili sofferenze (“Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”: Mt 15,22) e che dopo una vera lotta con Gesù per ottenere la sua attenzione si sentirà dire da lui: “Donna, davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri” (Mt 15,28). Perché la malattia di un familiare è anche una prova della fede.

Quante famiglie conoscono il pellegrinaggio da un medico all’altro, da uno specialista all’altro, da un ospedale a una clinica, in patria e all’estero, per trovare una cura per il proprio figlio o il proprio congiunto! Quante famiglie conoscono il peso emotivo, lo sfinimento, la stanchezza che non ci si spiega come non abbia ancora fatto crollare, della ricerca di una medicina, di una cura. E quante famiglie conoscono il peso della cronicità, della malattia cronica, pesantissima nell’anziano, ma dolorosamente lancinante quando si tratta di un bambino malato fin dalla più tenera età.

Gesù è sensibile a questi aspetti quotidiani della malattia vissuta in famiglia e chiede al padre del ragazzo: “Da quanto tempo gli accade questo?” (Mc 9,21). E il padre risponde: “Dall’infanzia” (Mc 9,21). E quante famiglie conoscono anche il peso economico che tutto questo ha, arrivando a gravare in maniera a volte insostenibile sui bilanci familiari. La donna che da ben dodici anni era affetta da emorragie “aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi peggiorando” (Mc 5,25-26).

Anche il padre del ragazzo epilettico porta a Gesù la sua frustrazione per i limiti della medicina e per l’impotenza che altri, in questo caso i discepoli di Gesù, hanno mostrato nei confronti del figlio: “Non sono stati capaci” (Mc 9,18) di guarirlo. La stessa supplica del padre a Gesù: “Se tu puoi qualcosa, aiutaci” (Mc 9,22), echeggia la domanda che si rivolge a un medico dopo che tanti altri tentativi sono andati a vuoto e dopo che si è constatata l’estrema gravità del caso.

Ma nella risposta di Gesù al padre (“Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede”: Mc 9,23) abbiamo anche l’indicazione che la malattia di un familiare, in questo caso di un figlio, è una prova della fede, un momento critico che mette alla prova la fede di una persona, e che il cammino che si vive drammaticamente nella famiglia provata da una malattia è anche un cammino di approfondimento della fede.

Momento importante nell’incontro di Gesù con questo padre è quello in cui Gesù chiede ragguagli al padre sulla malattia del figlio e il padre collabora con lui narrando forme e tempi della manifestazione del male nel figlio. Vi è un innesto biografico e familiare della malattia, e comunque sono i familiari coloro che sono a diretto contatto con il malato e dunque hanno una competenza preziosa: essi possono, con il loro racconto, fornire elementi e dettagli, moti e reazioni del malato che il terapeuta può interpretare e ricavarne così indicazioni utili per la cura.

Certo, il familiare del malato deve armarsi di pazienza. L’incontro di Gesù con il ragazzo malato e il padre è molto complesso e lungo:

  • due volte il padre racconta le crisi del figlio (Mc 9,18.22),
  • due volte Gesù dialoga con il padre (Mc 9,17-19 e 21-24),
  • i suoi interventi terapeutici sono contro lo spirito impuro (Mc 9,25-26a)
  • poi per il ragazzo (Mc 9,26b-27).
  • E dal quadro d’insieme emerge la condizione veramente penosa di questo ragazzo: sempre passivo (agitato, scosso, gettato a terra, condotto a Gesù da altri),
  • non ha capacità di movimento autonomo e di iniziativa propria,
  • è alienato, spossessato di sé,
  • incapace di relazione perché sordo e muto, non padrone del proprio corpo, dunque con gravissimi problemi a posizionarsi nello spazio,
  • ma colpito anche nella facoltà di comunicazione e parola.

La bocca è colpita nelle sue due facoltà di nutrizione e parola: lo schiumare (Mc 9,18) indica difficoltà e irregolarità di deglutizione, mentre il digrignare i denti (Mc 9,18) rinvia all’incapacità di parola. Ci si può chiedere cosa resti di umano in questo ragazzo. L’azione terapeutica di Gesù condurrà il giovane a iniziare il recupero della voce e della parola (come appare dal grido che accompagna l’uscita dello spirito impuro dal giovane: Mc 9,26) e consisterà nel ridargli la stazione eretta (“presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi”: Mc 9,27). Quell’alzarsi in piedi è la prima vera azione di cui il giovane è soggetto.

Ma vorrei sottolineare le condizioni penose del giovane e il riflesso che questo deve avere nella psiche e negli affetti dei genitori che sul figlio proiettano attese facendolo depositario di investimenti profondi, affidandogli eredità e compiti, e a cui vogliono, come si dice, “dare un futuro”: ma quale futuro dare a un bambino impedito a crescere dalla malattia? Comprendiamo come il trauma indotto dalla malattia sia spesso più forte nei genitori che nel malato: esso può giungere a incrinare o a distruggere le relazioni di coppia, a minare il desiderio di vivere, a bloccare ogni forma di progetto.

Senza contare il senso di impotenza del padre e della madre che vorrebbero e che avrebbero come compito la protezione del figlio e si vedono inabilitati a questo dalla devastante malattia del figlio. Mi sembra importante a questo proposito ricordare il gesto di Gesù che, giunto a casa di Giairo dopo che la figlia del capo sinagoga era morta, cacciati fuori dalla casa tutti coloro che facevano il lutto, “prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina” (Mc 5,40). E dopo averla risvegliata la restituisce ai genitori, la ridà viva ai genitori che possono rinascere essi stessi: la coppia genitoriale viene ricostituita. E, osserva Marco con tocco che rivela la squisita sensibilità umana e il realismo di Gesù, “disse di darle da mangiare” (Mc 5,43; cf. Lc 8,55).

Come in una nuova nascita, i genitori sono reinvestiti del compito di nutrire, allevare, far crescere. L’amputazione rappresentata per i genitori dalla perdita di un figlio viene sanata. Analogamente, in Lc 9,42, nella redazione lucana dell’episodio del ragazzo epilettico, Gesù “risanò il ragazzo e lo consegnò a suo padre”. Gesù restituisce alla famiglia i malati che ha risanato. Avviene così anche per lo schizofrenico di Gerasa che, guarito da Gesù, si vede interdetto il suo desiderio di seguirlo e si sente dire: “Va’ a casa tua, dai tuoi” (Mc 5,19). La guarigione del malato diviene anche ricomposizione e guarigione della famiglia.

Certo, circa il rapporto famiglia-malato, i vangeli presentano anche situazioni paradossali. L’uomo cieco dalla nascita e guarito da Gesù (Gv 9,1ss.) viene in sostanza rifiutato dai suoi genitori che, da un lato, non possono non riconoscere che quell’uomo vedente è il loro figlio che prima non ci vedeva, ma, dall’altro, per paura e per motivi di convenienza, sono reticenti a riconoscere apertamente di fronte alle autorità ciò che è avvenuto e se ne deresponsabilizzano, di fatto abbandonando il figlio (Gv 9,22-23: “Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei giudei; infatti, i giudei avevano già stabilito che, se uno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui»”).

Paradossalmente, sarebbero stati più contenti se il loro figlio fosse rimasto come era prima, cieco. Quella guarigione disturba assetti ormai assodati. Non troviamo in loro quella compassione che abita invece Gesù nel suo avvicinare malati e familiari (Mc 9,22: “Abbi compassione di noi”) e che mostra anche di fronte alla madre (già vedova) che accompagnava il funerale del figlio unico: “Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!»” (Lc 7,13).

Di fronte alla cautela del padre che si rivolge a Gesù dicendogli: “Se tu puoi qualcosa, aiutaci”, Gesù ribatte con veemenza ricordando la potenza della fede: “Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,23).

Il genitore è così chiamato a fare del calvario dell’accompagnamento di un figlio malato l’occasione di un cammino di fede. E il padre compie questo cammino vedendo resa umile la sua fede: “Credo, vieni in aiuto alla mia mancanza di fede” (Mc 9,24).

La prova della malattia del congiunto, del familiare amato e malato, diviene prova della fede: capace di rendere la fede umile, cosciente della sua forza, ma anche della sua fragilità. O meglio, il credente provato è cosciente della forza della fede e della fragilità del proprio credere. Egli sa che nella sua fede vi è sempre anche una non-fede.

E questa fede è esperienza pasquale, esperienza di morte e resurrezione. I versetti finali del nostro racconto dicono: “Il ragazzo divenne come morto (nekròs), così che molti dicevano: «È morto» (apéthanen). Ma Gesù, presa la sua mano, lo fece alzare (égheiren) ed egli si levò (anéste)” (Mc 9,26-27). Ritornano qui i quattro verbi del kerygma cristiano, dell’annuncio della morte e resurrezione di Gesù. A significare che il cammino di fede percorso dal padre di questo ragazzo malato è stato un cammino pasquale, un’esperienza di fede pasquale.

Infine, l’episodio della resurrezione della figlia di Giairo, mostra il coinvolgimento della comunità cristiana nel rapporto con la famiglia dove c’è un malato. Secondo Marco e Luca, Gesù lascia entrare nella stanza dove c’è la bambina ormai morta solo i genitori e, del gruppo dei Dodici, “Pietro, Giacomo e Giovanni” (Mc 5,37.40; Lc 8,51) che la lettera ai Galati chiamerà “le colonne” della comunità cristiana di Gerusalemme (Gal 2,9). La comunità cristiana è dunque presente a questa azione di Gesù ed è chiamata ad entrare nella casa della famiglia dove c’è un malato o un morto. Cioè, Gesù, mentre indica ai familiari di un malato l’accompagnamento del congiunto come cammino di umanizzazione e di fede, indica anche alla comunità cristiana un compito: mai lasciare sole le famiglie nelle loro dolorose esperienze di malattia. “Curate i malati” (Mt 10,8): il comando dato da Gesù ai suoi discepoli, comporta anche questo compito.

 Testo della conferenza tenuta a Torino, il 9 febbraio 2008, al convegno diocesano su “La famiglia nella realtà della malattia”, in occasione della XVI Giornata Mondiale del Malato

Biografia

Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi. 

Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.

Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin

Gesù e i malati 06

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SOSS – BERGAMO – Suor Rosanna (sorella d’orazione) per una consorella…

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Suor Rosanna (il primo GLOBULO ROSSO che ha pregato per noi) mi ha fatto sapere di una consorella quarantanovenne, Suor Elena, che ha un tumore ai polmoni.

Di santi è popolato il Cielo,  ma quale invocare come intercessore?

Io avrei un quartetto a portata di mano (appena elaborato): da sinistra, San Riccardo Pampuri, San Benedetto Menni, San Giovanni di Dio, San Giovanni Grande, tutti santi ospedalieri.

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Ma le sorelle hanno la Fondatrice, Madre Provvidenza, morta un decennio fa e che necessita di un miracolo per la beatificazione :

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Madre Provvidenza era cieca (non dalla nascita) e, tra una fondazione maschili e femminili e l’altra, ha passato una vita di grande sofferenza, offerta per i sacerdoti.

http://www.sehaisetediluce.it/madre_provvidenza.html

Di un miracolo non ne siamo degni ma possiamo chiederlo “non per i nostri meriti ma per la fede della Tua Chiesa”, come diciamo nella Messa. Così noi, sulla parola di Gesù, che non è avaro e ci sollecita a chiedere, osiamo domandare la guarigione…con le parole che solo il suo Spirito sa come formulare.

VIENI, SPIRITO SANTO, VIENI PER MARIA !

Santa Maria dei nodi

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2 Composto dopo la visita del profeta Natan a Davide, il quale aveva avuto una relazione con Betsabea.

3Pietà di me, o Dio, nel tuo grande amore;
nella tua misericordia cancella il mio errore.
4Lavami da ogni mia colpa,
purificami dal mio peccato.

5Sono colpevole e lo riconosco,
il mio peccato è sempre davanti a me.

6Contro te, e te solo, ho peccato;
ho agito contro la tua volontà.
Quando condanni, tu sei giusto,
le tue sentenze sono limpide.
7Fin dalla nascita sono nella colpa,
peccatore mi ha concepito mia madre.
8Ma tu vuoi trovare dentro di me verità,
nel profondo del cuore mi insegni la
sapienza.

9Purificami dal peccato e sarò puro,
lavami e sarò più bianco della neve.
10Fa’ che io ritrovi la gioia della festa,
si rallegri quest’uomo che hai schiacciato.
11Togli lo sguardo dai miei peccati,
cancella ogni mia colpa.

12Crea in me, o Dio, un cuore puro;
dammi uno spirito rinnovato e saldo.
13Non respingermi lontano da te,
non privarmi del tuo spirito santo.
14Ridonami la gioia di chi è salvato,
mi sostenga il tuo spirito generoso.

15Ai peccatori mostrerò le tue vie
e i malvagi torneranno a te.
16Liberami dal castigo della morte, mio Dio,
e canterò la tua giustizia, mio Salvatore.
17Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca canterà la tua lode.
18Se ti offro un sacrificio, tu non lo gradisci;
se ti presento un’offerta, tu non l’accogli.
19Vero sacrificio è lo spirito pentito:
tu non respingi, o Dio, un cuore abbattuto
e umiliato.

20Dona il tuo amore e il tuo aiuto a Sion,
rialza le mura di Gerusalemme.
21Allora gradirai i sacrifici prescritti,
le offerte interamente consumate:
tori saranno immolati sul tuo altare.

Carlo Maria Martini

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“LASCIA CHE TI CHIAMI, BABBO…” – Gemma Galgani

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Se qualcuno mi chiede una preghiera, comincio così:
Gesù ti prego, concedi a…
la misericordia che hai usato con me
“.

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“CHI METTE MANO ALL’ARATRO E POI SI VOLTA INDIETRO…”

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Studiando la conversione di San Giovanni di Dio di cui parla la prima biografia di Francesco de Castro, molto sobria e priva di ogni pia esagerazione, sono incappato in un tema che può mettere in crisi le coscienze, aprire vecchie ferite, accentuare i sensi di colpa. E’ l’affermazione Evangelica:  “Chi si mette all’aratro e poi si volta indietro non è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62)

DA DOVE INIZIARE ?

Per mettere mano alla nostra vita e trovare la serenità, da dove iniziare? Qual è il primo passo?

sanpaolo_rOccorre stare attenti a porre le domande nel modo corretto. Per avere la risposta giusta bisogna porre la domanda giusta. Domandarci quale debba essere il primo passo, è pregiudizievole: si dà per scontato che ci sia un primo passo. Meglio domandarsi da dove iniziare. La risposta dell’apostolo Paolo potrebbe sorprenderci:

Faccio una cosa sola: dimentico quel che sta alle mie spalle e mi slancio verso quel che mi sta davanti. – Fil 3:13.

Pare che molte persone credano che occorra esplorare la propria vita passata alla ricerca di traumi psicologici, di condizionamenti e di chissà che altro. Lunghe sedute che si protraggono per anni distesi forse su un lettino. E poi?

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Per iniziare quello che comunemente viene definito un percorso psicologico verso la propria realizzazione, non c’è un primo passo da fare; certamente non c’è da fare un passo indietro. Guardare indietro non cancella il passato ma lo rende di nuovo presente. Acqua passata non macina più, recita un proverbio popolare. Ponendo la nostra attenzione sul passato si rischia di fossilizzarsi. “La moglie di Lot si voltò indietro a guardare e divenne una statua di sale”. – Gn 19,26.

Stando qui e orahic et nunc, per dirla con i latini; ועכשיו כאן (kan veachshàv), per dirla in ebraico – è il momento di guardare avanti senza voltarsi indietro.

Avanti

Se ci pensiamo, ci accorgiamo che la nostra storia occupa tutto il nostro spazio mentale. È un continuo rimuginare. Anziché essere liberi, ci ingabbiamo nel circolo vizioso che la nostra mente evoca e che si autoalimenta. “Lascia perdere, non ti inquietare, non tormentarti: ne avrai solo danno”. – Sal 37,8.

Rimuginando e rimanendo concentrati e ripiegati su se stessi, si offusca la percezione della realtà. Accade che ciò che ci sta intorno e perfino la nostra vera essenza perdano nitidezza e sullo schermo della nostra mente vengono messe a fuoco immagini di vecchi film, mentre la vita attuale, quella vera e reale, si sfuoca. Si hanno allora in primo piano solo pensieri ancorati al passato.

Potrebbe trattarsi di rimpianti. Mentre attraversavano il deserto dopo la liberazione dalla dura schiavitù egiziana, gli israeliti erano presi dal rimpianto e rimuginavano tra loro: “Vi ricordate quel che mangiavamo in Egitto? Senza spendere un soldo avevamo pesce, angurie, meloni, porri, cipolle e aglio!” (Nm 11:5). Paolo, che sapeva guardare avanti, non aveva rimpianti: “Tutte queste cose che prima avevano per me un grande valore, ora che ho conosciuto Cristo, le ritengo da buttar via. Tutto è una perdita di fronte al vantaggio di conoscere Gesù Cristo. – Fil 3, 7-8.

Il passato è una zavorra.

Potrebbe trattarsi di rimorsi. I fratelli di Giuseppe, che erano stati gelosi di lui e lo avevano venduto come schiavo per liberarsene, avevano ancora rimorsi dopo essere stati perdonati e rimuginavano: “’Ora Giuseppe potrebbe incominciare a trattarci male, dicevano, vorrà vendicarsi di tutto il male che gli abbiamo fatto” (Gn 50:15). Da parte sua, commosso, “Giuseppe si mise a piangere” (v. 17). Mantenendo i loro pensieri ancorati al passato, non si rendevano conto della realtà attuale. Il passato non contava più.

Potrebbe trattarsi di rabbia covata. Se i pensieri rimangono ancorati a momenti passati che sono fatti rivivere al presente, tali pensieri possono sconvolgere la mente al punto che la persona non è più in grado di ragionare con logica. “Chi è irascibile mostra stoltezza. Mente equilibrata è vita per il corpo, la gelosia è come un tumore per le ossa” (Pr 14:29,30). Tali pensieri assurdamente radicati in un passato che non esiste più possono innescare risposte psicosomatiche: ipertensione, alterazioni arteriose, difficoltà respiratorie, disturbi di fegato, alterazione della secrezione biliare con incidenza sul pancreas; possono provocare o aggravare asma, disturbi agli occhi, malattie della pelle, orticaria, ulcere, mal di denti e cattiva digestione. Anche la rabbia verso se stessi fa perdere di vista la realtà oscurandola con tinte fosche. E tutto per cosa? Per fatti che non esistono più e che scegliamo di rivivere?

Non si può cancellare deliberatamente qualcosa dalla memoria, è vero. Dimentichiamo molte cose che vorremmo ricordare ma ricordiamo molte cose che vorremmo dimenticare. Tuttavia, perché evocarle? Siamo noi a scegliere i pensieri e se la mente ci propone quelli che bene non ci fanno, possiamo scegliere di non indugiare su di essi. “Vigila sui tuoi pensieri: la tua vita dipende da come pensi”. – Pr 4:23.

Quando Paolo disse: “Faccio una cosa sola: dimentico quel che sta alle mie spalle” (Filp 3:13), non voleva dire di aver in qualche modo cancellato il passato dalla mente. È ovvio che ricordasse ancora le cose del passato (tra l’altro, le aveva appena menzionate). Nel testo greco originale Paolo dice ἐπιλανθανόμενος (epilanthanòmenos): “dimenticante” o, messo in buon italiano, “dimenticando”. Il verbo che Paolo usa è ἐπιλανθάνομαι (epilanthànomai), che significa sì “dimenticare”, ma con la sfumatura di “trascurare / non avere più cura di”. In pratica, Paolo non pensava in continuazione alle cose cui aveva rinunciato. Se gli venivano alla mente, non se ne curava, le trascurava, non le coltivava rimuginandole. Il passato lui lo considerava “una perdita [ζημίαν (zemìan), “un danno”]”, “cose da buttar via” (Flp 3:8); per dirla con il suo linguaggio forte, σκύβαλα (skǘbala), “rifiuti”, “spazzatura”.

È davvero venuto il momento di smettere di preoccuparci di quel che sta alle spalle, del passato. “Chi si mette all’aratro e poi si volta indietro non è adatto per il regno di Dio (Lc 9:62). Nella prospettiva del Regno, “Non si ricorderà più il passato, non ci si penserà più. – Is 65:17.

E se siamo oppressi da sensi di colpa che occupano la nostra mente e ci impediscono di vivere? Dio promette: “Io perdonerò le loro colpe, e non mi ricorderò più dei loro peccati”. – Eb 8:12; cfr. 10:17.

Nella sua mentalità positiva, Paolo si vede come un corridore proteso in avanti: “Continuo la mia corsa” (Filp 3,14). Si è mai visto un corridore fermarsi e guardarsi indietro? “Dal punto al quale siamo giunti, continuiamo ad andare avanti”. – Filp 3,16.

Quando si permette ai pensieri di indugiare sul passato, la mente è lì; non si è più al presente, ma al passato. Da quel punto di vista passato, da quella situazione, il futuro appare offuscato. E non solo. Bloccati nel passato, il futuro diventa l’immancabile ripetizione dei soliti stessi identici errori.

Oggi

Nell’atteggiamento mentale ancorato al passato, ci sono due cose che non vanno:

  1. Il passato non esiste più. È andato, finito, cessato, scomparso. Estinto. Perché mai cercare di tenere in vita un cadavere? Lasciamo porri, cipolle e aglio d’Egitto dov’erano. Occupiamoci di essere vivi, non di diventare statue di sale.

  2. Il secondo errore è quello di identificarci col nostro passato, di credere che noi siamo quel modo d’agire che tanto ci ha fatto star male. Ma quel passato è morto. Se lo teniamo mentalmente in vita, pregiudichiamo il futuro e teniamo la mente intasata di cose morte.

È tempo di liberarci dalla zavorra. Adesso. Oggi. Qui. Ora. Dio stabilisce di nuovo un giorno chiamato oggi oggi”. ( Eb 4,7).

Voce del signore“Oggi, se udite la voce di Dio, non indurite i vostri cuori”.  (Sal 93)

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IL SEGRETO DI PAOLO – RISORTO CON CRISTO SI FA MISSIONARIO

San Paolo 9

RISORTO CON CRISTO SI FA MISSIONARIO

Nel mondo sui sentieri di Cristo 

IL SEGRETO DI PAOLO

Introduzione  al convegno

p.  MARCELLO STORGATO, sx

Padre Marcello Storgato sxL’anno  scorso, pensando a come impostare il calendario 2009 di “Misisonari  Saveriani” sfruttando l’opportunità dell’anno paolino, ho  riletto tutto Paolo, dagli Atti degli apostoli alle lettere, pagina  per pagina. È stata una nuova scoperta del grande apostolo. Tra  l’altro, mi è venuta un’idea strana: san Paolo era un grande  campione olimpionico, un pluri sportivo. Era un maratoneta  (calcolando i viaggi che ha fatto si conta una media di 30 chilometri  al giorno!), faceva allenamento, s’intendeva di vela e di nuoto (come  naufrago, si è salvato perché sapeva nuotare), praticava la corsa  ad ostacoli e l’equitazione (qualcuno afferma che non sia mai caduto  da cavallo)…

Testimone, cioè “martire”

Ma qual è il segreto di Paolo? Lo scopriremo. Il suo segreto era quello di essere un grande missionario. E ogni missionario autentico è  “martire”. Non solo nel senso di “testimone” –  perché questo è il significato della parola “martire”. In  questo caso, martirio significa arrivare a donare la propria vita, a  morire per Cristo, per il vangelo, per l’umanità. Questo fenomeno si  è verificato molto spesso e in tanti luoghi nel corso bi-millenario  della storia missionaria.

Vi  propongo un esempio, attraverso un breve filmato sui 188 martiri  giapponesi, recentemente beatificati a Nagasaki. (qui trascrivo il  testo del filmato).

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Saverio  e i martiri giapponesi

San Francesco Saverio, primo missionario a mettere piede in Giappone il  15 agosto 1549, è il padre e fondatore della chiesa nel Sol Levante.  Sollecitati dalle sue numerose lettere, altri missionari approdarono  in quella grande nazione e predicarono il vangelo, conquistando il  cuore di tanti uomini e donne, che sono diventati convinti seguaci di  Cristo. In mezzo secolo di evangelizzazione, il 5 per cento della  popolazione di allora aveva abbracciato la fede cristiana.

Il  Saverio aveva previsto che il cristianesimo in Giappone avrebbe  incontrato difficoltà e dure persecuzioni, per l’ostilità dei  monaci buddisti, le guerre di potere tra i prìncipi dei numerosi  feudi e la corsa sfrenata delle nazioni europee alla conquista di  nuovi commerci.

Infatti,  il “secolo cristiano” del Giappone si tramutò in “secolo  dei martiri”. Decine di migliaia di cristiani – uomini, donne e  bambini di ogni età – hanno subìto il martirio appesi alla croce,  decapitati, bruciati, gettati nelle solfatare incandescenti. Una vera  “caccia al cristiano”, per cancellare ogni traccia di  cristianesimo, definito “religione malvagia”.

I  missionari furono espulsi; pochi riuscirono a restare, clandestini,  per seguire e incoraggiare le comunità cristiane perseguitate. Tra  loro, il gesuita bresciano padre Organtino, nato a Casto e morto a  Nagasaki nel 1609, denominato “il secondo padre della  cristianità giapponese” e guida spirituale di numerosi martiri.
Il  24 novembre 2008, a Nagasaki, la chiesa giapponese ha proclamato  “beati” altri 188 cristiani che quattro secoli fa donarono  la vita per restare fedeli al vangelo di Cristo. I martiri giapponesi  ufficialmente riconosciuti e venerati salgono così a 437, tra i  quali i 26 martiri di Nagasaki, uccisi il 5 febbraio 1597 e  proclamati santi da Pio IX nel 1862.

Ben  183 dei nuovi beati martiri sono laici, di cui 60 donne, 33 giovani  sotto i vent’anni e 18 bambini con meno di cinque anni. Intere  famiglie subirono il martirio, come la famiglia Ogasawara di  Kumamoto: papà, mamma, nove figli e quattro garzoni. O la famiglia  Hashimoto di Kyoto: papà, mamma e cinque figli, arsi vivi, legati  alle croci lungo il fiume Kamogawa. Mamma Tecla, legata alla stessa  croce con Tommaso e Francesco, di 12 e 8 anni, e in braccio la  piccola Luisa di 3, pregava: “Signore Gesù, ricevi le anime di  questi bambini”.

Nel  libro “Giappone, il secolo dei martiri”, possiamo leggere i  drammatici e commoventi racconti del martirio della chiesa  giapponese. La mitezza e la gioia, che caratterizzano i suoi martiri,  scaturivano dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’amore per Cristo  Salvatore.

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Cattedrale di Kagoshima – Reliquia ossea di San Francesco Saverio

Saverio,  il migliore imitatore di Paolo

Vi  ho portato indietro in un pezzo di storia di 400 anni fa. Che senso  ha? Cosa voglio comunicarvi? Che quello che ha fatto Paolo si è  ripetuto nella storia della missione, nella storia dell’annuncio  del vangelo. Francesco Saverio è stato uno dei migliori imitatori di  Paolo, non solo nell’annuncio del vangelo ai pagani, cioè a coloro  che non sapevano nemmeno che Cristo fosse esistito, che non avevano  mai sentito la parola del vangelo.

Francesco  è partito all’improvviso senza sapere perché, solo per sostituire  un altro che si era improvvisamente ammalato. Si è fidato di Dio,  che lo chiamava attraverso una circostanza casuale ed è partito.  Era l’anno 1549. Con i mezzi di allora, ha percorso quello che nessun  altro missionario ha mai percorso nella storia della missione. È  passato in India, in Malesia, nelle Molucche, nell’isola del  Moro, spingendosi fino in Giappone.

San Francesco Saverio - Isola di Sancian dove è morto

Il luogo dove è sbarcato Francesco Saverio

Aveva  dei metodi banali, semplici: richiamava la gente con un campanello,  imparava a memoria brani del vangelo, le preghiere, le domande e  risposte del catechismo, le ripeteva e le faceva cantare alla gente e  ai bambini… Ma arrivato in Giappone, si accorge che ciò non basta,  che i giapponesi sono un popolo “colto”; e cambia metodo.

Mi  viene in mente Paolo ad Atene, allora capitale della cultura. Qui  Paolo ha cambiato il suo metodo missionario. Dicono che il discorso  all’areopago sia stato il suo più grande fallimento, che abbia  sbagliato approccio. Non è vero. Il suo discorso, dopo aver visitato  la città e aver esaminato le persone, è uno dei più begli approcci  della missione inculturata. I risultati dipendono da altre cose:  dalla predisposizione interiore delle persone ad accogliere.

Come  Paolo ad Atene, anche Saverio in Giappone si è convertito alla  cultura, cambiando il suo metodo missionario di annuncio del vangelo.  La missione è così: tiene sempre presente il contesto, le  situazioni, le persone, le culture: perché lo stesso vangelo arriva  dove lo Spirito ha già lavorato e preparato l’umanità per secoli e  millenni. La missione non è mai una ripetizione meccanica di parole  e di azioni.

Gesù  stesso ha annunciato la Buona Novella in molti modi. Le quattro versioni evangeliche ci autorizzano a moltiplicare le versioni  dell’unico vangelo, a seconda delle situazioni che cambiano nei tempi  e nei luoghi. Perché al centro c’è sì Cristo, ma c’è anche la  persona umana nel contesto della sua cultura e del suo popolo.

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La  verifica della fede cristiana 

Tanti  giapponesi avevano accolto con gioia il vangelo di Cristo, portato  dal Saverio e da altri missionari. Ma sono stati i cristiani stessi a  diffondere la fede nelle famiglie attraverso le “confraternite”:  con la carità, l’insegnamento e la preghiera.

Finché  nel 1587 arrivano i decreti di espulsione per tutti i missionari, cui  segue nel 1597 il martirio di Nagasaki e il divieto di aderire al  cristianesimo. La fede cristiana è dichiarata “religione  malvagia” e scatta la persecuzione di massa: croce,  decapitazione, rogo, torture, abiura…

Ai  cristiani viene imposta la verifica annuale della fede! Una bella  idea! Voi giovani, sareste disposti a sottoporvi a una verifica  annuale della fede cristiana? Ma anche a noi adulti, a noi sacerdoti  e missionari farebbe bene verificare la nostra fede ogni mese, ogni  giorno…

Solo  che in Giappone la verifica veniva fatta dagli aguzzini, per essere  sicuri che i cristiani rinunciassero a Cristo e abbandonassero la  loro fede “malvagia”. La verifica consisteva nel calpestare  un’immagine sacra. Molti sono morti per questo; molti altri  adottano uno stratagemma: arcuano il piede in modo da non calpestare  la sacra immagine; percorrono poi la strada del ritorno con il piede  arcuato, in punta di piedi e di tallone. A casa si lavano i piedi e  in segno di penitenza bevono l’acqua, perché quella polvere e il  riflesso dell’immagine, entrando nel corpo, purifichi anche  l’anima.

Kagoshima 9  - Chiesa Cattedrale - S.Francesco Saverio

Pronti  a tutto per il vangelo

Tra  i cristiani era molto diffuso il libro, “Preparazione al martirio”.  Nella storia cristiana, la chiesa giapponese è stata l’unica ad  avere un catechismo per “prepararsi al martirio”. Nessuno  desiderava essere ammazzato, ma la situazione era tale da richiedere  una preparazione speciale. Cristo doveva sparire dal suolo giapponese  e i suoi seguaci dovevano rinnegare la fede o morire. Quale  soluzione, se non prepararsi al martirio? Anche Paolo aveva previsto  “catene e tribolazioni” ed era sempre pronto a “terminare  la corsa testimoniando il vangelo” (Atti 20, 22-24).

È  un insegnamento per noi tutti. Abbiamo il dovere di annunciare Colui  in cui crediamo: Gesù e il suo vangelo. Ma oggi non è facile. Sono  convinto che in Italia oggi, e ancor più nei prossimi decenni, se  vogliamo rimanere cristiani ed essere missionari dobbiamo prepararci  al martirio.

Cosa  facciamo noi davanti alla campagna dell’ateismo o davanti a chi se  ne frega del vangelo e della chiesa? Cosa facciamo con tanti giovani  che fin dall’età adolescenziale abbandonano e rifiutano ciò che  hanno imparato? Cosa offriamo ai tanti fratelli e sorelle immigrati  di altra fede e cultura? Se abbiamo la convinzione di aver ricevuto  un dono immenso – Gesù Cristo – non possiamo non offrirlo a tutti,  con gioia e amore.

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Leggiamo  Paolo, direttamente alla fonte

San Paolo e il kerigmaÈ  arrivato il momento di leggere Paolo. È un invito: provate a  leggerlo tutto, dagli Atti alle Lettere: ne resterete affascinati!  Per ora, ci accontentiamo dei primi due capitoli della lettera di  Paolo ai Galati (Gal 1,1-2,10).

1,1  Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per  mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti,  2 e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia. 3  Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù  Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri  peccati,
per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e  Padre nostro, 5 al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

6  Mi meraviglio che così in fretta da Colui che vi ha chiamati con la  grazia di Cristo passiate a un altro vangelo. 7 In realtà, però,  non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e  vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8 Orbene, se anche noi  stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da  quello che vi abbiamo predicato, sia anatema! 9 L’abbiamo già detto  e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello  che avete ricevuto, sia anatema!

10  Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o  non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se  ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!  11 Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non  è modellato sull’uomo; 12 infatti io non l’ho ricevuto né l’ho  imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

13  Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo  nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la chiesa di Dio e la  devastassi, 14 superando nel giudaismo la maggior parte dei miei  coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni  dei padri. 15 Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre  e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare a me suo  Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza  consultare nessun uomo, 17 senza andare a Gerusalemme da coloro che  erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a  Damasco. 18 In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per  consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19 degli  apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del  Signore.

20  In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 21  Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. 22 Ma ero  sconosciuto personalmente alle chiese della Giudea che sono in  Cristo; 23 soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci  perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva
distruggere». 24 E glorificavano Dio a causa mia.

2,1  Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di  Barnaba, portando con me anche Tito: 2 vi andai però in seguito a  una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani,  ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non  trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. 3 Ora neppure  Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi  circoncidere. 4 E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si  erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù,
allo scopo di renderci schiavi. 5 Ad essi però non cedemmo, per  riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo  continuasse a rimanere salda tra di voi.

6  Da parte dunque delle persone più ragguardevoli – quali fossero  allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna – a me,  da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7  Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non  circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8 poiché Colui  che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva  agito anche in me per i pagani – 9 e riconoscendo la grazia a me  conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a  me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi  andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10 Soltanto ci  pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio  preoccupato di fare.

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Organo cattedrale di Kagoshima

Può  cambiare il vangelo?

Questo  è Paolo! Che ve ne pare? È davvero un grande uomo. Vi rilancio  alcune delle frasi che abbiamo ascoltato.

Si  rimprovera al papa, ai vescovi e alla chiesa di continuare con la  stessa predicazione, nonostante i tempi siano cambiati: “…Non  capisce la chiesa che adesso la gente pensa in altro modo, ha altre  esigenze, fa il cavolo che vuole…; genera, abortisce, fa sesso,  ammazza, ama gli animali più degli uomini…; non capisce che il  mondo è cambiato?!”.

Non  c’è un altro vangelo”: c’è un vangelo che si incultura, si  manifesta, vive e traspira in mille modi; ma un vangelo diverso non  c’è. E questo vangelo non “è modellato sull’uomo”; non è  modellato su quello che la maggioranza della gente fa o dice, perché  questo vangelo non l’abbiamo ricevuto da uomo, ma è rivelato da
Dio. È il vangelo di Gesù Cristo ed è questo che va annunciato.  Non può essercene un altro.

Un  missionario che litiga…

Poi  c’è la duplice direzione (sempre chiara negli Atti degli apostoli  e nelle lettere di Paolo), ma qui è espressa in modo diretto e  immediato: tutti hanno il diritto di ascoltare il vangelo e tutti i  discepoli di Gesù hanno il dovere di annunciarlo. Lo si può  annunciare ai circoncisi, a coloro che credono in un Dio unico, a
coloro che credono in Cristo e appartengono già alla chiesa, e va  benissimo. Ma, dice Paolo, “lo stesso Signore mi ha incaricato di  annunciare lo stesso vangelo ai pagani, a coloro che non credono, a  coloro che non lo conoscono, a coloro che non sono ancora discepoli.
E su questo punto ho dibattuto fino a litigare con Cefa, perché  accettasse che io ero stato destinato ai non cristiani, fino a quando  non ci siamo dati la mano della comunione”.

Nessuno  deve meravigliarsi se ancora oggi la chiesa missionaria si lamenta e  protesta. Dovrebbe lamentarsi di più, protestare di più, litigare  di più…; perché la chiesa non è soltanto la chiesa romana,  italiana, occidentale e ricca. La chiesa di Cristo non funziona così.  Le nuove chiese, le chiese missionarie  sono  le madri che creano il futuro del vangelo. Le chiese antiche vanno  rispettate, ma sono chiamate ad accogliere a valorizzare il nuovo che  viene: non per altri motivi, ma perché è il vangelo che lo  richiede.

Un  altro aspetto interessante: quando Paolo va a Gerusalemme per parlare  della sua esperienza missionaria, non lo fa in piazza, con tutti e  chiunque; non vuole fama né crearsi un nome. Parla con persone
oculate, che abbiano buon senso, che sappiano comprendere e  discernere il futuro del vangelo e della missione. Perché ci sono  degli altri (falsi fratelli), anche nella chiesa e anche tra noi  oggi, che s’intromettono “a spiare la libertà che abbiamo in  Cristo Gesù allo scopo di renderci nuovamente schiavi”. Avete mai  letto queste parole di Paolo, con il senso che hanno? Paolo è furbo.  Così deve fare ogni discepolo assennato.

Paolo di Tarso

Prima  l’annuncio, poi la carità

Tutto  il discorso di Paolo verte sull’annuncio dell’unico vangelo di  Gesù Cristo. Questa è la missione. Come missionari sbagliamo quando  continuiamo a dire che abbiamo bisogno di soldi, di medicine, di  attrezzature… per fare questo o quello. È vero, Gesù ha fatto  tantissimo, ma non è il “fare” che rende reale e valida la  missione. È solo l’annuncio di Gesù Cristo: far conoscere e  incontrare quest’Uomo che ci rende liberi, capaci di crescere fino  alla pienezza della gioia nella massima condivisione.

E  poi sì, la missione è anche carità operosa: “soltanto ci  pregarono di ricordarci dei poveri; ciò che mi sono proprio  preoccupato di fare”. Tuttavia, non come primo impegno della  missione, ma solo come manifestazione e prova che la nostra fede e  testimonianza del vangelo è reale e concreta. Solo così è giusto  ricordarci dei poveri, non solo con qualche offerta o sacrificio, ma  con la condivisione, con la battaglia per la giustizia, per l’equità,  per l’onesta anche a livello finanziario, politico ed economico.

Facciamoci  affascinare e guidare da Paolo

1-DSC02654Camminiamo  insieme, cari giovani, facendoci guidare da Cristo, dal vangelo e da  Paolo, che ha interpretato in modo mirabile il vangelo, validissimo e  urgentissimo anche oggi. Lasciamoci affascinare da quest’uomo, che  ci farà intuire qual è stato il suo grande segreto. Ricordiamo il  suo avvertimento: “alcuni vogliono sovvertire il vangelo di  Cristo, ma non c’è un altro vangelo”; e il vangelo autentico  “non è modellato sull’uomo, ma su Gesù Cristo che ce l’ha  rivelato”.

Paolo-Miki-e-compagni

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