DON GIUSSANI BEATO ? La richiesta ufficiale è partita. – Angelo Nocent

Dopo aver indicato per anni agli aderenti di CL la figura di SAN RICCARDO PAMPURI, il giovane medico santo di Trivolzio (Pavia), come modello di “santo semplice”,  ora tocca a Don Giussani, alla sua vita di credente, essere sottoposta al vaglio della Congregazione dei Santi. .

Ma si deve iniziare dal Proceso Diocesano e ieri sera, alla Messa di Suffragio nel Duomo di Milano, è partito il segnale, è stato dato l’annuncio. Benvenga! Dove c’è un santo, li c’è il volto più  vero della Chiesa. Non possiamo che gioirne. Nella mia vita, pur vivendo a Milano, ho avuto modo d’ incontrarlo soltanto due volte (non è il caso che esprima adesso i motivi di una certa mia resistenza):

  • Al funerale di un amico radiologo, morto sui vent’otto anni. Nel banco ero a fianco della sorella e dei nipotini. Sembrava di essere a nozze! Uno sposalizio, una festa…gioiosamente e sensibilmente pasquale.
  • Un’altra volta al Santuario della Madonna di Caravaggio, dove c’era un raduno di CL. Nella chiesa stracolma, mi son trovato nel primo banco. Davanti alle balaustre, una calca di ragazzi seduti sui gradini, per terra. E lui aggrappato all’ambone. Non ricordo una parola…Ma mi è rimasta indelebile nel cuore e negli occhi  la sua figura, con gli occhiali sul naso…, i gesti della mano che seguivano il suo argomentare convincente, persuasivo...

Ma mi sono macerato sui suoi libri. Leggi, rileggi, torna indietro, sottolinea…E tante volte ho parlato  con me stesso: “ma perchè scrive in un modo così complicato, concettuale, contorto…non sarebbe più semplice mettere in fila il soggetto, il predicato, il complemento…!?”.

Gli è che lui non scriveva, scavava nel cuore, costringendo la mente a farsi pensante, a non dare tutto per scontato, a verificare, toccare con mano…a cogliere IL SENSO RELIGIOSO, a rifarsi ALL’ORIGINE DELLA PRETESA CRISTIANA.

Immagino avesse sempre presente quei due personaggi,  il Simone e l’ Andrea di cui parla il Vangelo di Giovanni; e quelle famose ore quattro del pomeriggio, non si sa di che giorno…Non si spiega altrimenti.

Sul movimento di Comunione e Liberazione, accanto ai tantissimi simpatizzanti non mancano i detrattori, con le più svariate motivazioni. Ma che importa? Anche le pepite d’oro sono mescolate alla sabbia. Ma l’oro è oro e non va buttato.  Il tempo purificherà dalle scorie è metterà sempre più in risalto il testimone, profezia per il nostro tempo. 

Quanti fiori nella Chiesa! E quante stelle!

Ognuna differisce dalle altre per lucentezza, chiarezza, splendore,  ma stelle sono: «Stella differt a stella in claritate – Lo splendore del sole è di un certo tipo, quello della luna e delle stelle è di un altro genere: ogni stella poi brilla in modo diverso.»(1Cor 15,41).

E allora viene spontaneo esclamare: «Domine, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra – O Signore, nostro Dio, grande è il tuo nome su tutta la terra!»4 (Sal 8,2).  

Chi mi ha aiutato a distinguere e a non confondere è stao proprio il grande teologo Von Balthasar, suo estimatore:

  • Chi conosce un po’ il movimento, si meraviglierà forse dei toni decisi in apparente contrasto con il suo nome. “Comunione” non va intesa anzitutto come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con S. Agostino – come comunione del singolo con Cristo sempre presente, che è la sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creazione e la sua Chiesa“.

Si può non essere d’accordo su questo punto?  Nessuno può lasciarsi sfuggire questa formidabile sottolineatura, applicabile a qualsiasi ordine, congregazione, comunità ecclesiale, movimento…

Ma Von Balthasar immette ulteriormente nella meditazione di Giussani:

  • Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei popoli sono astrazioni, solo Jahvé è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina nell’incarnazione del suo figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo”.

Invito a leggere l’omelia del Cardinale José Saraiva Martins, C.M.F., Prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, pronunciata nel V° anniversario della morte. Non solo ci aiuterà ad uscire dai luoghi comuni per sentito dire,  non solo ci porterà al superamento di tante pregiudiziali ma saremo stimolati ad imitarne la fedeltà, lo slancio e la fatica apostolica.

Forse andrebbe tenuta presente una massima  di buon senso: un conto sono i fondatori, altra cosa sono i discepoli che a lui si ispirano. In tutti i campi umani, non capita spesso che l’allievo superi il maestro. Normale, no?

 Il sacerdote Giussani, amico di San Riccardo Pampuri, adesso è un altro intercessore di cui disponiamo nell’attraversata dei nostri deserti. Meglio aprofittarne.  Ecco una preghiera trovata sul web:

Preghiera a don Giussani

  • Tu che lietamente hai offerto tutto
    rendimi lieto e sicuro,
    sicuro del bene
    che Gesù vuole per me. 
  •  Tu che dai banchi di scuola
    guardavi i tuoi ragazzi
    con grande affezione
    e con passione educativa,
    guarda anche me
    con lo stesso sguardo,
  •  insegnami ad amare la vita
    come la amavi tu,
  •  a cercare la Felicità,
  • a vivere la compagnia,
    ricordando che è un dono,
  •  affidami alla Madonna
    che hai tanto amato
    quando mi sento triste e confuso.
  • Tu che lietamente hai offerto tutto
    rendimi lieto e sicuro,
    sicuro del bene
    che Gesù vuole per me.
  • File:Milano duomo coro raddrizzato.jpg

Nel Duomo gremito di fedeli, don Julián Carrón, attuale presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, ha annunciato la richiesta di apertura della causa di beatificazione del suo predecessore

Nel XXX anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazioe (Cl), don Julián Carrón, suo presidente, ha comunicato ai fedeli riuniti nel Duomo di Milano per ricordare don Luigi Giussani a sette anni dalla morte, di aver presentato nel giorno dell’anniversario della morte, la richiesta di apertura della causa di beatificazione e di canonizzazione di don Giussani.
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L’istanza è stata presentata all’arcivescovo di Milano, nella cui diocesi è nato, è vissuto e ha operato don Giussani, sacerdote diocesano, affinché l’arcivescovo voglia disporre l’apertura dell’Inchiesta informativa diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di monsignor Luigi Giussani.
Nel Duomo gremito l’applauso è scrosciato impetuoso, a sigillare un desiderio tanto atteso e desiderato. Volti commossi, compreso quello del cardinale Scola. Dando la notizia, don Carrón si è augurato che «la Madonna, “di speranza fontana vivace”, ci aiuti ogni giorno a diventare degni delle promesse di Cristo e della immensa grazia che nel carisma di don Giussani abbiamo ricevuto e ancora riceviamo».
Spetta dunque al cardinale Scola disporre «l’apertura dell’Inchiesta informativa diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di monsignor Luigi Giussani».
Don Giussani, nato a Desio il 15 ottobre del 1922, è morto a Milano il 22 febbraio del 2005. A celebrare le esequie fu l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che di lì a poco venne eletto papa.
Il 26 maggio 1945 Giussani, ventitreenne, ricevette l’ordinazione sacerdotale dal cardinale Ildefonso Schuster, figura storica della Chiesa ambrosiana. In seguito rimase nel seminario di Venegono come insegnante. Nel 1954, trentaduenne, lasciò l’insegnamento in seminario per quello nelle scuole superiori.
All’origine di questa scelta fu l’incontro con alcuni adolescenti, in treno, che lo stupirono perché non conoscevano i fondamenti del cattolicesimo. L’inizio dell’insegnamento della religione nelle scuole superiori, nel liceo Berchet di Milano, fu il momento cui si fa risalire la nascita del movimento che poi si chiamò Comunione e liberazione.
Don Giussani fu insegnante al Berchet fino al 1964. Nel corso di questi decenni Comunione e liberazione si è diffusa in tutto il mondo: a essa è legata la struttura imprenditoriale della Compagnia delle opere e fa riferimento l’associazione per il volontariato internazionale Avsi, quindi l’iniziativa del Banco alimentare. Il successore di don Giussani è don Carrón.
Così il Cardinale José Saraiva Martins, C.M.F. nel V anniversario della morte di don Luigi Giussani, (22 febbraio 2005):
“…
2. Proprio in questo giorno, cinque anni fa, il Signore chiamò a sé don Luigi Giussani, un cristiano dallo spiccato senso della Chiesa, un sacerdote ambrosiano, il fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, un riconosciuto educatore.
In quest’anno sacerdotale la sua persona può essere giustamente riconosciuta nel novero delle più notevoli figure sacerdotali con cui Dio ha benedetto la sua Chiesa nel nostro tempo. Egli fu richiamato alla casa del Padre poco più che un mese prima dell’oggi Servo di Dio Giovanni Paolo II, suo buon amico. Molteplici sono le testimonianze su questa carismatica figura sacerdotale. Qui desidero menzionarne qualcuna.
3. Don Luigi Giussani sentì profondamente nella sua vita personale la comunione effettiva con la Chiesa visibile attraverso la comunione con il proprio Vescovo e con il Papa. “È questa la “forma” di ogni vera comunità cristiana, il fattore che ne assicura l’autenticità, l’integrazione nel mistero di Cristo e, quindi, ancora la partecipazione alla potenza redentrice di questo”(1), scriveva Giussani in uno dei suoi primi libri.
Questa comunione egli la visse in crescita con devota obbedienza a tutti i suoi Vescovi ambrosiani. E tale comunione fu anche la sua principale preoccupazione nei riguardi di tutti i Papi, con i quali ebbe rapporti di devota obbedienza e di convinta sequela: da Paolo VI a Giovanni Paolo II.

Don Giussani nell’arco intero della sua vita ha insistito su due priorità:

  • La comunità cristiana in un determinato ambiente costituisce la presenza di Gesù e la potenza di Dio che rende possibile la nascita e la diffusione del suo Regno nella misura in cui essa è avallata dall’autorità…; nella misura in cui essa è missione e come missione è vissuta”(2). Ed è questo il primo dato sul quale don Luigi Giussani insiste.
  •  Il secondo elemento sul quale ugualmente egli insiste è l’unità in quanto sensibilmente espressa nella partecipazione consapevole alla vita della Chiesa e ai sacramenti, i quali “tendono a generare tutta una struttura comunitaria di vita…, dal modo di concepire la propria esistenza e l’esistenza del mondo al modo di vagliare gli avvenimenti, di programmare il futuro, di impostare il proprio lavoro, di manipolare la realtà e in particolare di usare dei propri mezzi”(3).
La testimonianza di un cristiano nel mondo è assorbita completamente da questi due fattori ed è qui che nasce la consapevolezza missionaria del cristiano(4). Don Giussani è stato quindi e soprattutto un figlio convinto della Chiesa. Ed è esattamente da qui che sgorgano la fecondità del suo carisma missionario e il suo notevole impegno educativo (5).
 4. Le preoccupazioni, l’esperienza e le proposte ecclesiali di don Luigi Giussani nascono proprio da questa consapevolezza.
Lo ricordava egli stesso nella lettera inviata da Giovanni Paolo II per i cinquant’anni di Comunione e Liberazione: “Non solo non ho mai inteso fondare, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di aver sentito l’esigenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti fondamentali del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta”(6).
Tale punto di partenza e tale impegno sono stati ricordati da Giovanni Paolo II nel 2002 a motivo dei vent’anni della fraternità di Comunione e Liberazione, quando così il Papa scrisse allo stesso don Giussani: “Riandando con la memoria alla vita e alle opere della Fraternità e del Movimento, il primo aspetto che colpisce è l’impegno posto nel mettersi in ascolto dei bisogni dell’uomo di oggi. L’uomo non smette mai di cercare (…). Il Movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte egli lo ha indicato, è Cristo”(7).
Nasce da qui in don Giussani la chiamata ad impegnarsi in tutti gli ambiti della vita della Chiesa e della società. Egli era convinto che l’avvenimento cristiano, vissuto nella comunione, è il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo. Quella esperienza, dopo un lungo cammino non privo di incomprensioni, nel 1982 veniva riconosciuto dalla Chiesa. Qualche tempo dopo tale riconoscimento, nel 1984, Giovanni Paolo II invitava il movimento di Comunione e Liberazione ad andare “in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace che si incontrano in Cristo Redentore”(8).
5. L’afflato missionario ed ecumenico ha mosso sempre don Giussani, fin dai primi tempi della sua formazione seminaristica, verso un’apertura in direzione di ogni luogo e di ogni persona ove si potesse incontrare una manifestazione del Mistero di Dio come Verità e Bellezza (9). Quella passione per Cristo e la sua Chiesa si manifesta nella fecondità ecclesiale di opere così numerose.
6. “Don Giussani era cresciuto in una casa – come egli disse di se stesso – povera di pane, ma ricca di musica, e così sin dall’inizio era toccato, anzi ferito dalla bellezza; egli non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale; cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia”(10). Questa grazia ricevuta è stata per lui vocazione, esperienza e missione. Da qui si capisce anche il metodo dell’annuncio cristiano da lui proposto, che poggia su due cardini: la decisa consapevolezza che i contenuti della fede hanno bisogno di essere abbracciati consapevolmente e la necessità della verifica nell’azione di questa proposta (11).
 Tutto viene giudicato alla luce dell’esperienza elementare, vale a dire di quel complesso di evidenze ed esigenze che costituisce la struttura originale di ogni uomo nel suo rapporto con la realtà. L’ha sottolineato Giovanni Paolo II nella lettera autografa rimessa ai funerali di don Giussani quando anche lui, il Papa, si accingeva a passare alla casa del Padre. Egli scrisse, tra l’altro: “Difensore della ragione dell’uomo…, maestro di umanità e difensore della religiosità inscritta nel cuore dell’essere umano…, don Giussani è stato profondo conoscitore della letteratura e della musica, un convinto valorizzatore dell’arte come strada che conduce al mistero” (12).
 7. Così l’annuncio di Cristo, avvenimento totalizzante per la vita dell’uomo e centro della storia, proposto alla libertà delle persone, diventa nell’incontro con la comunità cristiana una proposta di vita, itinerario di verifica secondo tre dimensioni da lui continuamente sottolineate: cultura, carità e missione, sostenute dai gesti concreti della preghiera, della vita sacramentale, degli incontri di formazione cristiana, della carità operosa, dell’educazione alla percezione della bellezza nelle sue varie dimensioni storiche; della condivisione dei propri averi e dell’educazione al retto uso del tempo libero.
Questa sua impostazione unitaria si oppone sostanzialmente ad ogni dualismo che rende la fede ininfluente sul piano del giudizio culturale e poco interessante sul piano esistenziale. Nella sua proposta missionaria, don Giussani da una parte supera le strettoie del razionalismo e del fideismo e dall’altra diventa, come ha scritto S. E. il cardinale Martini ai suoi funerali “il servo fedele che ha proclamato per tutta la vita con instancabile amore ed entusiasmo il mistero del Verbo fatto carne”(13).
Questa centralità di Cristo nella vita di lui, disse ancora il cardinale Joseph Ratzinger, nel corso dell’omelia “gli ha dato anche il dono del discernimento, di decifrare in modo giusto i segni dei tempi in un tempo difficile, pieno di tentazioni e di errori”(14).
8. “Cristo e la Chiesa: sta qui la sintesi della sua vita e del suo apostolato – scriveva Giovanni Paolo II -. Senza mai separare l’uno dall’altra, ha comunicato attorno a sé un vero amore per il Signore e per i vari Papi che ha conosciuto personalmente.  Un grande attaccamento ha avuto anche alla sua Diocesi e ai suoi Pastori”(15). In un’epoca non facile, don Giussani ha fatto riscoprire a migliaia di persone la ragione profonda dell’appartenenza alla Chiesa, amata nella sua concretezza storica.
9. Nasce da qui il riconoscimento e l’adesione alla Presenza di Cristo nella vita della Chiesa e, quindi, come tensione alla santità. Quanto più Cristo prende possesso della vita, tanto più l’uomo avverte l’urgenza di donargli tutto se stesso pur dentro la sua umanità fragile: è il commosso “sì” di Pietro alla triplice domanda del Signore.
La presenza di Cristo si manifesta continuamente per noi nel mistero della misericordia del Padre, attraverso l’obbedienza, che è la virtù suprema di cui san Paolo sintetizza ogni aspetto. Nell’esperienza umana di Gesù.
Nell’immaginetta-ricordo fatta stampare a motivo dei funerali di don Giussani sono riportate tre espressioni da lui continuamente menzionate.
  • Una è di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita”;
  • un’altra appartiene alla Liturgia Ambrosiana: “Nella semplicità del mio cuore, lietamente ti ho dato tutto”;
  • la terza è la giaculatoria che egli aveva costantemente sulle labbra: “Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam”.

Queste tre espressioni sintetizzano i propositi oltre che la passione umana ed ecclesiale di don Luigi Giussani per il quale noi oggi, in questa Santa Messa, preghiamo.

Chiediamo al Signore che aiuti la Fraternità di Comunione e Liberazione a realizzare il proprio scopo: mostrare a tutti, secondo il carisma di don Giussani, la pertinenza della fede alle esigenze della vita.
 Cardinale José Saraiva Martins, C.M.F. 
NEL 2008 SCRIVEVO:
Note
(1) Giussani L., Il cammino al vero è un’esperienza, Ed. SEI Torino 1995, p. 81
(2) Ibidem, 81
(3) Ibidem, 80
(4) Cfr Ibidem, 81
(5) Intervento del cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, al funerale di don Giussani, 24 febbraio 2005
(6) Tracce-Litterae Communionis, aprile 2004
(7) L’osservatore romano, 13 febbraio 2002, 8
(8) Giovanni Paolo II, “Fatevi carico del bisogno della Chiesa”. Per il trentennale di Comunione e Liberazione, 29 settembre 1984, in La Traccia, 1984, 1028
(9) Ratzinger J., Elogio della coscienza, in “Il Sabato” 16 marzo 1991, 85-91; idem. L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, LEV – Ed. Cantagalli, Roma-Siena, 2005. Giussani L., L’uomo e il suo destino, In cammino, Marietti, Genova 1999.
(10) Ratzinger J., Innamorato di Cristo. In un incontro, la strada. Omelia del card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, presente al funerale a nome del Santo Padre, in “Tracce-Litterae Communionis” 2005, n 3,20.
(12)Giovanni Paolo II, Lettera autografa per il funerale di don Giussani, 24 febbraio 2005
(13)Martini card. Carlo Maria, messaggio per il funerale di don Giussani, 24 febbraio 2005
(14) Ratzinger J., Innamorato di Cristo, cit.
(15) Giovanni Paolo II, Lettera autografa, cit.
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LA PORTA N° 6 – Dalla casa di Pietro a Cafarnao il miracolo per noi.

il Vangelo che abbiamo ricevuto…

LA GUARIGIONE DEL PARALITICO

  • Una lettura teologica del fatto
  • L’episodio diventa una parabola, paradigma per il nostro tempo.
  • Perdono e guarigione non vengono chiesti ma concessi.


  • Come mai i portatori erano quattro?
  • Cosa significa la fretta di calarlo dal tetto?

UNA DIVERSA LETTURA LITURGICA

IL SIGNORE SALVA SENZA PORRE ALCUNA CONDIZIONE

A cura di Ermes Ronchi 

Il paralitico di Cafàrnao. Lo invidio. Perché ha grandi amici: forti, fantasiosi, tenaci, creativi. Sono il suo magnifico ascensore, strappano l’ammirazione del Maestro: Gesù vista la loro fede… la loro, quella dei quattro portatori, non del paralitico.

Gesù vede e ammira una fede che si fa carico, con intelligenza operosa, del dolore e della speranza di un altro. I quattro barellieri ci insegnano a essere come loro, con questo peso di umanità sul cuore e sulle mani.

  • Una fede che non prende su di sé i problemi d’altri non è vera fede.
  • Non si è cristiani solo per se stessi;
  • siamo chiamati a portare uomini e speranze.
  • A credere anche se altri non credono;
  • a essere leali anche se altri non lo sono,
  • a sognare anche per chi non sa più farlo.

«Sei perdonato». Immagino la sorpresa, forse la delusione del paralitico. Sente parole che non si aspettava.

  • Lui, come tutti i malati, domanda la guarigione, un corpo che non lo tradisca più.
  • Invece: figlio, ti sono perdonati i peccati.

Perdonare è nel Vangelo è un verbo di moto: si usa per la nave che salpa, la carovana che si rimette in marcia, l’uccello che spicca il volo, la freccia liberata nell’aria.

Il perdono di Cristo non è un colpo di spugna sul passato, è molto di più:

  • un colpo di remo, un colpo di vento nelle vele, per il mare futuro;
  • è un colpo di verticalità, se si può dire così, per ogni uomo immobile nella sua barella.

Il peccato invece blocca la vita, come per Adamo che dopo il frutto proibito si rintana dietro un cespuglio, paralizzato dalla paura. Finita l’andatura eretta, finiti i sentieri nel sole!

Il peccato è come una paralisi nelle relazioni, una contrazione, un irrigidimento, una riduzione del vivere. Sei perdonato. Senza merito, senza espiazione, senza condizioni. Una doppia bestemmia, secondo i farisei. Essi dicono: Dio solo può perdonare. E poi: Dio non perdona a questo modo, non così, non senza condizioni, non senza espiare la colpa!

 E Gesù interviene: Cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, o: alzati e cammina?

  • Gesù per l’unica volta nel Vangelo dice apertamente il perché del suo miracolo: lega insieme perdono e guarigione, unisce corporale e spirituale, mostra che l’uomo biblico è un’anima-corpo, un corpo-anima, un tutt’uno, senza separazioni.
  • E rivela che Dio salva senza porre condizione alcuna, per la pura gioia di vedere un figlio camminare libero nel sole, perché la grazia è grazia e non merito o calcolo.

Tutti si meravigliarono e lodavano Dio. Attingere alla meraviglia, sapersi incantare per questa divina forza ascensionale che ci risana dal male che contrae e inaridisce la vita, forza che la rende verticale e la incammina verso casa. Per sentieri nel sole.

(Letture: Isaia 43, 18-19. 21-22. 24b-25; Salmo 40; 2 Corinzi 1, 18-22; Marco 2, 1-12)   (Avvenire 16/02/2012)

PREGHIERE DI GUARIGIONE

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RI-COMINCIARE – Ma da dove? – Angelo Nocent

Quelli di SPLINDER, come annunciato, hanno azzerato tutti i blog. Non è la prima volta che mi trovo coinvolto. Dispiace. Ma non è la fine del mondo. Comunque, sono a un bivio:

  • o dimenticare e lasciar perdere,
  • 0 ri-cominciare con nuovo entusiasmo.

Devo riconoscere che a più d’uno ero affezionato, quasi fosse un prolungamento di me stesso. Particolarmente ad  ANIMAMEA che, inaspettatamente ed inspiegabilmente, aveva raggiunto già nei primi mesi dal suo debutto in web le 100.000 visite. Ultimamente, aveva superato le 220.000.  In esso si parlava di quella componente invisibile, per alcuni inesistente, per altri definita in modi diversi e che i comuni mortali chiamano  ANIMA.

Il sito faceva parlare la SCIENZA e la FEDE, psicologi, psicanalisti, psichiatri credenti e non, accanto al teologo e all’uomo di fede. Ma sempre con l’orecchio in direzione della persona con le sue percezioni, paure e fragilità. Libero il navigante, di fare confronti, valutazioni e tirare le somme.

Ricordo di averlo attivato senza un obiettivo preciso ma sollecitato da una problematica che sentivo prepotente ed echeggiante, come lo è tutt’ora, Ciò che mi ha stupito da subito è stato l’afflusso ed il significativo interesse per l’argomento, segno e spia che c’è fame e sete di conoscenza di argomenti inerenti l’interiorità, un grande bisogno di capirsi, di scoprire il motivo delle tante contraddizioni che ognuno vive emotivamente dentro di sè e che fanno soffrire quando non fanno addiritura disperare.

C’è da dire che sul web gli psicologi e gli psichiatri,  con i loro professionali suggerimenti, non si contano. In libreria poi,  i testi di psicologia divulgativa compaiono ad ogni stagione come funghi. E’ un proliferare di ricette per la felicità e contro il male oscuro della depressione. Oppure per sfondare nel lavoro e nel commercio.  Con una constatazione amara: che, spesso e volentieri, producono solo  la FELICITA’ dell’ autore e del suo editore.

Il blog aveva scelto una sua linea:

  •  non negare la validità delle scienze;
  • servirsi della psicologia, psichiatria, psicanalisi e medicina…
  • Ma con un invito: a non fermarsi lì.

Perché? C’è una dimensione spirituale che va oltre, dove nessuna scienza è in grado di calarsi e scandagliare. Il Vangelo che è Gesù di Nazaret, è la sola Sonda capace di scendere negli abissi dell’uomo, senza offendere, scompigliare o fare violenza e di suscitare non solo guarigione ma perfino salvezza. Il segreto dell’afflusso è tutto qui.

Collaterale, un altro blog che mi stava a cuore e che ho dovuto rifare da capo un paio di volte, per dispettucci probabilmente diabolici, diversamente inspiegabili, era: SAN RICCARDO PAMPURI INTERCESSORE, integrato da un terzo: SAN RICCARDO PAMPURI –  BIOGRAFIA.

Era diventato un piccolo santuario con un costante pellegrinaggio quotidiano di “pazienti feriti” o, meglio, un PRONTO SOCCORSO. Per tanti, l’ “AMBULATORIO SAN RICCARDO Dott. PAMPURI”, aperto giorno e notte, è stato un punto di riferimento nei momenti critici.

Mentre costruivo a rate questa pagina, ad un certo momento mi sono detto:  non so come e non so quando, ma il coraggio di RI-COMINCIARE mi ritornerà se qualcuno, nel segreto del suo pregare, proverà chiedere allo SPIRITO SANTO lumi e pazienza.

(Pausa di riflessione)

 E’ di questi giorni una notizia inaspettata: l’urna contenenete le spoglie di San Riccardo è stata  visitata dall’estetista. O dal chirurgo plastico, se preferite.

Ricordate come si presentava ?

Così si presentava l’urna fino a pochi giornifa. Ma, dal 30 Gennaio 2012 tutto è cambiato:

Dalla chiesa al camposanto e ritorno

Dopo i solenni funerali con due chilometri di folla, la salma del “dottorino santo“, come lo chiamavano in paese, fu tumulata nel cimitero di Trivolzio. La foto sottostante non lo mostra ma sulla sua lapide si leggeva la seguente iscrizione:

A SOAVE RICORDO

DI

FRA RICCARDO DOTT. PAMPURI

MEDICO CHIRURGO DEI FATEBENEFRATELLI

NEL SECOLO E NEL CHIOSTRO

ANGELICAMENTE PURO

EUCARISTICAMENTE PIO

APOSTOLICAMENTE OPEROSO

+ 1 MAGGIO 1930

A 33 ANNI

REQUIEM

 

San Riccardo è morto il 1 Maggio 1930. Scrive il primo biografo che “col passare degli anni, la fama di santità, l’afflusso dei fedeli, la fiducia nell’intercessione di Fra Riccardo non sono diminuiti. Dinanzi alla crescente e ogni giorno più diffusa fama di tali virtù e delle numerosissime grazie che si asseriscono ottenute per sua intercessione…a diciannove anni di  distanza, accedendo al fervido desiderio espresso da moltissimi fedeli e da cospicue personalità, la Postulazione dell’Ordine reputò giunto il momento per domandare alle competenti autorità ecclesiastiche di procedere alle prescritte investigazioni canoniche…”

Così, “il 16 Maggio 1951, presenti l’Eccellentissimo vescovo di Pavia mons. Carlo Allorio, sacerdoti, secolari, superiori e religiosi Fatebenefratelli ed una lolla orante di fedeli, la salma del servo di Dio veniva traslocata nella chiesa parrocchiale di Trivolzio e deposta al lato destro del battistero dov’egli era stato batezzato, in attesa della sua glorificazione anche in terra, deiderata da tanti cuori”.

La causa presso il Tribunale dei Santi ha fatto il suo decorso e il 30 Marzo 1981 furono approvati i due miracoli che lo portarono alla beatificazione in San Pietro.

Nella riesumazione della salma, (avevo le foto ma non le ho salvate)  ci fu la sorpresa dell’incorruttibilità del suo corpo. Solo che la lunga sosta nell’umidità del nuovo loculo aveva fatto la sua la sua parte, intaccandone il volto che poteva non avere un gradevole aspetto. Di qui la maschera d’argento. Il resto è cronaca di questi giorni: con uno strato di cera sono stati ritoccati i  lineamenti del viso e delle mani e, al posto dei sandali, ora indossa calze e scarpe.  Che voglia intensificare la sua attività ambulatoriale?

Se devo essere sincero, a me sembra che il viso, riconoscibilissimo anche dalle foto della riesumazione della salma,  ora, dopo il trattamento cereo, si discosti molto dai fotoritratti che ci sono pervenuti. Ma così è.

Tornando a noi, SONO CERTO CHE QUALCUNO HA PREGATO. Poi, anche questo avvenimento mi ha influenzato e così ho ripreso a lavorare per riaprire  il PRONTO SOCCORSO aldottorino santo.

Dopo vari tentativi, ho deciso di utilizzare il sito dove avevo parcheggiato il materiale che sono riuscito a salvare prima del collasso.

La domanda iniziale che mi ponevo era: RI-COMINCIARE -  Ma da dove?

La risposta era scontata: come sempre, da qui:

Poi si vedrà.

Se condiviso, a voi il PASSAPAROLA di questo sito anche dai vostri blog. Si tratta del migliore della Compagnia dei Globuli Rossi. Quello che in soli 33 anni di vita ha risposto SI‘ alle tante Annunciazioni quotidiane.

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LA PORTA – N° 5 – DONNE E UOMINI “SACERDOTI” IN CUCINA E IN RETE – Angelo Nocent

E’ di qualche giorno fa ma, probabilmente la cosa è passata inosservata. M’è frullato nel cervello di rivedere la testata del blog per meglio evidenziarne la funzione che ha un obiettivo preciso, missionario: evangelizzare, ossia diffondere la BELLA NOTIZIA  che è GESU’, far dire a chi passa di qui e si sofferma che ”OGGI E’ UNA BELLA GIORNATA DI SOLE“, suscitargli la piacevole sensazione  dei raggi che enetrano nelle ossa, rivitalizzano e riscaldano fino al midollo. Non solo sensazionie epidermiche, s’intende,  ma, possibilmente,  INCONTRO con la Sua BELLA PERSONA.

Per renderne l’idea in modo sintetico ho scritto così:

  • Compagnia dei Globuli Rossi:

  • SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO

  • MICRO PARROCCHIE MOBILI, senza presbitero: “Va e anche tu fa lo stesso” (Lc 10,37).

  • AMBULANZE in perlustrazione del territorio “in offerenza“;

  • PATENTE DI GUIDA: la Cresima.

  • SI SOMMINISTRA l’ossigeno della consolazione;

  • SI TRASFONDE l’Amore misericordioso.

DOMENICA UNA CONFERMA

Ieri, alla Messa, dall’ambone un forte richiamo  sia dal libro del Deuterònomio (18, 15-20) che dal presbitero: “Mosè parlò al popolo dicendo:
«Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”.

Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.

 Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

Mamma mia che spavento: “dovrà morire!”.

Epperò appare evidente che il grande Profeta di Dio è Gesù,uomo che parla come ogni uomo, ciè con un linguaggio umano, ma parla anche in modo sino allora mai udito dagli uomini. Ma Lui ci ha reso compartecipi del cosiddetto potere profetico. Cos’è? Non è altro che la capacità di essere profeta. Sia donne che uomini. Può avverarsi ciò che il Signore aveva detto in Ezechiele: “ diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (3,4), ossia che tutti avrebbero profetato, tutti sarebbero stati profeti di Dio.

Dobbiamo solo mintenderci: profeta non è colui che predice il futuro, ma il cammino già presente: quello di domani, di dopodomani, quello fra 10 anni è già presente nella storia. Esempio: se so tutto di un chicco di grano, so già adesso cosa succederà a giugno se lo metto nella terra. Se sono molto unito a Dio, mi è posssibile vedere prima il cammino di Dio già presente: già e non ancora.

Il batezzato, attraverso la sacra unzione e il lavacro battesimale, è profeta. A patto che viva e non soffochi il potere profetico. E’ autorevole solo nella misura che si sente portatore di una Parola autorevole, cioè chiara, liberatrice, detta senza esitazioni, capace di raggiungere le profondità dell’anima, di coinvolgere, attivare, indurre a pensare, a proseguire nella riflessione. Epperò, a strangolarlo non sono le mie mani o la stretta di una corda ma tutto il peso del mio peccato!

Il presbitero sull’ambone, non si è fermato qui. Ha estratto un fogliettino è lo ha mostrato dicendo: “se oltre a profeti, volete anche essere sacerdoti, è qui, sulla balaustra, prendetelo, portatelo a casa e assimilatelo. Cambierà la vostra vita e, insieme ai “presbiteri” (mini-stero conferito dal magis-tero), cambieremo il mondo”.

Poi ha cominciato a leggerlo. Titolo: OFFETA DELLA GIORNATA.

La spiegazione: ognuno da casa, ad esempio, sul tavolo della colazione, può attivare l’OFFERTORIO, simile a quello della Messa. Il rito di questa liturgia domestica è semplice. ECCO LE PAROLE CONSACRATORIE:

  • Cuore divino di Gesù,
  • io ti offro per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, madre della Chiesa,
  • in unione al Sacrificio eucaristico,
  • le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno:
  • in riparazione dei peccati,
  • per la salvezza di tutti gli uomini,
  • nella grazia dello Spirito Santo,
  • a gloria del divin Padre.”

Le INTENZIONI sono suggerite dal Papa. Mese di Febbraio 2012:

  • Generale: “Perché tutti i popoli abbiano pieno accesso all’acqua e alle risorse necessarie  al sostentamento quortidiano”.
  • Missionaria: “Perché il Signore sostenga lo sforzo degli operatori sanitari delle regioni più povere nell’assistenza ai malati e agli anziani”.
  • Vescovi: “Ogni comunità investa le migliori energie per educare le nuove generazioni alla vita buona del Vangelo”

Questa è la MESSA DOMESTICA prima del lavoro, che va ad innestarsi nell’EVENTO QUOTIDIANO che si compie sugli altari del Pianeta: ”in unione al Sacrificio Eucaristico“.

Preghiera del giorno   

Per estendere la propria preghiera apostolica si può 

Ricevere il 6 gennaio, primo venerdì del mese, la Comunione in riparazione dei peccati contro la carità fraterna.

 Per estendere la propria preghiera apostolica il foglietto ApD – Apostolato della Preghiera suggerisce di

  • Ricevere ogni primo venerdì del mese, la Comunione in riparazione dei peccati contro la carità fraterna.
  • Recitare per la Chiesa, ogni giorno, almeno una decina del ROSARIO meditando uno dei Misteri  Gaudiosi.

Ultimo suggerimento: pregare PREGARE PER IL CLERO dicendo:

Cuore di Gesù, fa’ che la trasparenza di vita dei tuoi ministri sia offerta gradita al Padre“.

IL SITO : http://www.adp.it/index.php

SACERDOTI & PROFETI IN RETE – COME?

Mi rendo conto e mi deprime: sui blog si brucia tanto di quel tempo in chiacchere inconsistenti, dispersive, che metà basterebbe.

 Perché disperdere è  anche sinonimo di SPER-PE-RA-RE  e, farlo di questi tempi è davvero un peccato, non so bene se  ”in pensieri, parole, opere od omissioni”. Comunque, una carenza d’amore: per Dio e per il mondo.

Coltivare amicizie è una cosa bellissima,   scaricare le tensioni è lodevole. Ma se il Piante brucia…!? 

Ogni tanto la PREGHIERA DEI NAVIGATORI può disintossicare: http://grcompany.wordpress.com/httpgrcompany-wordpress-com20100310preghiera-dei-navigatori-di-facebook/

Con un po’ di scuola: «Anche nella Rete è possibile dialogare, pregare, meditare»

Riporto il testo dell’intervista apparsa il 25 gennaio 2012 su Avvenire. Il titolo è Spadaro: «Anche nella Rete è possibile dialogare, pregare, meditare» ed è stata realizzata da Matteo Liut.

Il silenzio? Non è una «fuga dalla parola» ma è anzi una «piazza» che apre all’ascolto, al dialogo all’espressione di una parola «più densa di significato». Secondo padre Antonio Spadaro, direttore de «La civiltà cattolica», è in questa prospettiva l’autentico valore profetico del messaggio di Benedetto XVI per la Giorna­ta della comunicazioni sociali.

Padre Spadaro, in cosa consiste la complementa­rietà tra silenzio e parola di cui parla il Papa?

Normalmente silenzio e parole vengono considera­ti in opposizione tra loro, ma tale visione non rispec­chia la comunicazione u­mana, basata su una stret­ta relazione tra parola e si­lenzio insieme. Il silenzio, però, non è solo una pausa del discorso, che permette all’altro di parlare e che quindi apre all’ascolto e al dialo­go. Il Papa, infatti, fa un passo avanti e afferma che di fatto il silenzio è «funzionale» all’e­spressione: permette, cioé, di esprimere una parola più densa di significato. Il silenzio, in­somma, per il Papa non è una condizione di vuoto o di assenza, ma è quasi una «piazza» che permette l’incontro e l’espressione di un signi­ficato più profondo. Questa prospettiva rap­presenta un punto di discontinuità rispetto ai discorsi ovvi che si fanno oggi sui media, lad­dove si parla della necessità di ritirarsi dal caos e dal frastuono del flusso mediatico, di fuggire dall’eccesso di informazione. Il Papa, invece, fa sua la richiesta, già indicata dalla poesia, di una parola «scavata» nel silenzio, per dirla con Ungaretti.

Cosa intende Benedetto XVI quando parla di «ecosistema» della comunicazione?

Il concetto di «ecosistema» fa riferimento a un ambiente comunicativo composto insieme da silenzio e parole, in un equilibrio da rispettare se lo si vuole «propizio». Da questa afferma­zione del Papa si capisce che l’ambiente della comunicazione non è il silenzio (per parlare c’è bisogno di silenzio) ma piuttosto il bilancia­mento tra una serie di elementi, inclusi suoni e immagini, che oggi giocano un ruolo impor­tante.

L’invito all’equilibrio è da intendersi rivolto ai professionisti della comunicazione?

In realtà il messaggio di quest’anno «detecno­logizza » la comunicazione, considerandola co­me una dimensione antropologica fondamen­tale quotidiana senza lo specifico riferimento a singole tecnologie. A mio parere questo im­plica anche il fatto che il giornalismo non è più solo un mestiere ma una dimensione antro­pologica, che fa parte della vita di tutti. Quello del Papa quindi è un messaggio aperto che toc­ca la struttura fondamentale del comunicare.

La rete oggi non è solo internet ma la struttu­ra del comunicare. Che visione propone di questa struttura il Papa?

Il rischio oggi è quello di opporre per banaliz­zazione la rete e il silenzio. Invece il Papa af­ferma che anche in rete si aprono vari spazi di silenzio, di riflessione, di meditazione. È un’in­tuizione notevole che scardina i luoghi comu­ni: l’ambiente digitale può essere anche un am­biente di preghiera e quindi di evangelizzazio­ne. Benedetto XVI, inoltre, ricorda che la rete è il luogo delle domande e delle risposte, dimo­strando così di comprendere bene la dinami­ca della comunicazione contemporanea. Il Pa­pa, infatti, è consapevole che mentre un tem­po l’uomo si poneva domande ed era alla ri­cerca di risposte, oggi mancano le domande appropriate. Su questo punto l’originalità del messaggio del Papa sta nell’affermare che il si­lenzio è il luogo dove non solo si trovano le ri­sposte ma si impara a riconoscere le domande giuste.

Quando afferma la possibilità di esprimere pensieri profondi in brevi messaggi il Papa pensa a piattaforme come Twitter?

Forse, ma non solo. Di certo è un richiamo che valorizza tutta una tradizione spirituale cri­stiana basata sulla meditazione di brevi mes­saggi, poche parole dal significato denso e profondo. Una tradizione che oggi, in maniera inaspettata, viene riportata in luce dalle piat­taforme digitali. Benedet­to XVI ricorda che anche in questi strumenti, per le persone formate spiritual­mente, è possibile trovare una consonanza piena con forme espressive basate su una sapienza che fa uso di poche ma dense parole.

La chiave di volta allora è l’appello finale all’«edu­carsi alla comunicazione»?

Mi colpisce l’uso del riflessivo nel verbo «edu­carsi ». Il Papa invita così a non cadere in facili giudizi superficiali per capire in prima perso­na le dinamiche profonde della comunicazio­ne. Non è più possibile essere spettatori passi­vi oggi, cioè al tempo della informazione che passa per condivisione di contenuti. È neces­sario educarsi ad essere protagonisti.

Matteo Liut

Domani 31 Gennaio 2012, tanti dei miei blog appoggiati su Splinder  verranno seppelliti. Mi auguro che questa pagina resista il più a lungo possibile perché s’imprimano  nel cuore di molti le parole della RIVOLUZIONE SILENZIOSA:

  • Cuore divino di Gesù,
  • io ti offro per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, madre della Chiesa,
  • in unione al Sacrificio eucaristico,
  • le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno:
  • in riparazione dei peccati,
  • per la salvezza di tutti gli uomini,
  • nella grazia dello Spirito Santo,
  • a gloria del divin Padre.

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LA DANZA DELLA MORTE – SHOHA il giorno della memoria

 

Foto da http://www.e-guernica.net/kl/bk_01.php

Il Papa ad Auschwitz a mani giunte :”Signore, perché hai taciuto?

L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau unavalle oscura“. Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia  con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità:Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza  Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (Sal 23, 1-4. 6).

Benedetto XVI

DISCORSO DEL SANTO PADRE VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

Il Pontefice ha scelto l’italiano per il discorso in cui ha ricordato la Shoah “Sono qui come tedesco, per chiedere perdono e riconciliazione“.

                   <B>Il Papa ad Auschwitz a mani<br /><br /><br /><br /><br /><br />
giunte "Signore, perché hai taciuto?"</B>” width=”376″ height=”332″ /><!-- fine FOTO1 --><br />
<!-- inizio DIDA -->Benedetto XVI al suo ingresso nel campo di Auschwitz<!-- fine DIDA --></h3>
<p align=CRACOVIA – Ha oltrepassato a piedi il cancello con quella scritta tragicamente celebre, Arbeit Macht Frei, e a piedi ha attraversato il viale principale dell’ex campo di concentramento di Auschwitz, a poca distanza di quello di Birkenau, dove si è recato più tardi. Papa Benedetto XVI è giunto nel luogo dello sterminio e, qualche passo più avanti della delegazione, ha seguìto il percorso a mani giunte, in preghiera fin dal primo istante del suo ingresso. Per l’ultima tappa della sua visita apostolica in Polonia, il Pontefice ha scelto dunque di visitare il lager, il luogo di martirio e di sterminio più conosciuto nella storia dell’umanità, simbolo della Shoah, del genocidio, del terrore. E nel suo discorso ha detto: “Sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire, come fece Giovanni Paolo II: “non potevo non venire qui“.

Per il suo discorso Benedetto XVI sceglie l’italiano, non il tedesco, la sua lingua, né il polacco, quella del paese che lo ospita. In italiano il Papa chiede “perdono e riconciliazione” e implora Dio “di non permettere più una simile cosa“.

Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? E’ in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte” dice Benedetto XVI, al termine del canto di lutto del Kaddish e l’accensione di un cero. Distruggendo il popolo degli ebrei, mandandoli a morte “come pecore da macello” ed eliminandoli “dall’elenco dei popoli della terra“, i nazisti volevano “uccidere Dio“, ha detto papa Benedetto XVI.

Quei criminali violenti – ha affermato -, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno“.

 Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza – ha aggiunto -, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo“.

Il Papa parla delle lapidi che ha visto, dei sentimenti e le riflessioni che gli hanno suscitato. Esse, per il Pontefice, celano “il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio“.

 Il ricordo delle vittime, ha continuato, vuole “portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male“, portare ai sentimenti che Sofocle “mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: ‘Sono qui non per odiare insieme ma per insieme amare‘”.

 Le reazioni al discorso del Papa sono state positive, con qualche appunto. La comunità ebraica in Polonia ha apprezzato la forza e la profondità delle parole del Pontefice, con il solo rilievo che esse non contengono nessuna condanna dell’antisemitismo attuale e passato.

 Il presidente della comunità di Varsavia, la più grande della Polonia con appena 500 membri, Piotr Kadlcik, ha detto che è mancato un riferimento a tutte le altre sofferenze patite prima e dopo dell’Olocausto dagli ebrei. Giovanni Paolo II, ha rilevato, in circostanze analoghe aveva sempre sottolineato che “le sofferenze per gli ebrei non sono cominciate nel ’41 e non sono finite nel ’45“.

La visita.

La prima tappa ad Auschwitz è stata nel cortile del Muro della Morte, dove si trovavano ad attenderlo alcuni ex prigionieri.

Poi Benedetto XVI si è recato in visita nella cella di Massimiliano Kolbe, nel Blocco numero 11.

Ricevuto dal direttore del Museo di Auschwitz, dal presidente del Comitato per il Dialogo interreligioso della Conferenza episcopale polacca, dal responsabile ebraico del Comitato, dal Vescovo della diocesi di Bielsko-Bia e dal ministro della Cultura, tra i primi gesti Papa Ratzinger ha apposto la propria firma sul libro d’oro del Museo.

Josef Ratzinger era stato già due volte ad Auschwitz, da cardinale: il 7 giugno del 1979 come arcivescovo di Monaco-Frisinga, tra i vescovi che accompagnavano Giovanni Paolo II e l’anno successivo, con una delegazione dell’Episcopato tedesco in visita in Polonia.

Bagno di folla a Cracovia. “La città di Karol Wojtyla è anche la mia“, ha detto il Pontefice in mattinata, salutando i due milioni di fedeli radunati nel parco di Blonie. Ha spiegato di essere venuto in Polonia “per un bisogno del cuore” e ha confessato “profonda commozione” nel celebrare laddove il predecessore ha officiato tutte le volte che è tornato a Cracovia da Papa. E ha sottolineato come, proprio grazie a Wojtyla, la città sia ora “cara al cuore di innumerevoli moltitudini di cristiani in tutto il mondo“.

Altrettanto commosso il saluto del cardinale Stanislao Dziwisz, a nome di tutta la Chiesa polacca: “La nostra casa è anche la tua casa, la nostra Chiesa è anche la tua Chiesa“. Giovanni Paolo II, ha aggiunto Dziwisz, “è molto contento e gioisce perché ti vede camminare in questa terra. Ti ha invitato a Roma per essere suo collaboratore e ora, dopo aver accettato la missione, sostituisci Gesù Cristo sulla terra“.

Ai polacchi papa Ratzinger ha chiesto di restare saldi nella fede, “forti nella forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo”. “Anch’io – ha detto con parole del predecessore – vi prego di guardare dalla terra il cielo, di testimoniare con coraggio il Vangelo nel mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore“.

Poi, un appello ai giovani: “Ieri mi avete portato come dono il libro delle dichiarazioni ‘Non la prendo, sono libero dalla droga’. Vi chiedo come padre: siate fedeli a questa parola. Qui si tratta della vostra vita e della vostra libertà. Non lasciatevi soggiogare dalle illusioni di questo mondo”.

(28 maggio 2006)

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GLOBULI ROSSI COMPANY – La mia regola di vita…

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO

 

Alla fine di Gennaio 2012 SPLINDER mi spazzerà via una ventina di blog che non riesco a trasferire in automatico. Anni di lavoro, di contatti, di incontri. Tutto andrà in fumo. Ma solo apparentemente. Chi è stato toccato dalla Parola di Dio, resterà segnato per sempre.

Tentando di salvare il salvabile, con una innegabile amarezza nel cuore, mi premeva di salvare alcune pagine, a cominciare da questo “gioiello di famiglia” che ripropongo all’attenzione di chi ancora non ha avuto modo di apprezzarlo. In qualche modo, è la concretizzazione di un “sogno iniziale” . 

Tutto passa.  E’ il destino dei blog gratuiti eclissarsi nel “buco nero“. Avvezzo a questo dispiacere sperimentato più volte,  pur seccandomi alla grande, ho deciso di non farmene una malattia. Ogni volta mi consolano le parole dell’evangelista Marco, 13, 24-32:

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.

Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».  


Inutile dire che la REGOLA DI VITA non andrebbe solo letta d’un fiato ma  possibilmente stampata per essere oggetto di meditazione, punto per punto, in un vasto arco di tempo, con appunti e  sottolineature, affinche diventi davvero “MIA“.

LA MIA REGOLA DI VITA 

è GESU’ di Nazareth 

detto il CRISTO

 (Gv 15, 15)


“Vi ho chiamati amici,

perché tutto ciò che ho udito dal Padre

l’ho fatto conoscere a voi”

PREMESSA

Domani ( 28 Agosto 2008 ) si celebra festa liturgica di Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona e Dottore della Chiesa.

Fra la mole dei suoi scritti, ve n’è uno di poche pagine, titolato ”Regula ad servos Dei”, un progetto di vita adottato nei secoli da tanti Ordini e Congregazioni religiose.

In tale circostanza oso proporre alla COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI, una REGOLA analoga, scritta dal Card. Carlo Maria Martini ad usum Christifideles laici del nostro tempo, nello spirito della tradizione patristica.  Pensata per i giovani, è piena di sapienza e va benone anche per chi ha i capelli grigi ma non ha perso lo smalto degli ardori giovanili.

San Riccardo Pampuri  1179235202285Anche San Riccardo Pampuri, da giovane medico condotto – Dr. Erminio Pampuri – , scrivendo alla sorella missionaria al Cairo esprimeva il bisogno di avereva di una “regola” per non perdersi. Questo è il motivo per cui s’è fatto religioso dei Fatebenefratelli che vivono secondo il modello di vita comunitaria proposto da Sant’Agostino.

Il vescovo e monaco Agostino d’Ippona, non ha inventato nulla; si è rifatto semplicemente agli Atti degli Apostoli che descrivono la comunità di Gerusalemme:

  • Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”.
  • “La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune.
  • Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia”.

Anche oggi la tentazione subdola è quella di dire: “Ma non basta il Vangelo?”. Certo che basta. Ma la REGOLA giova ancora. E’ uno strumento con una precisa funzione pedagogica:

  • impedirmi  di smarrirmi in un cristianesimo solitario, individualista, fantastico,
  • farmi sentire di non camminare da solo ma in Compagnia…ossia di appartenere all’Ekklesìa, il Popolo di Dio, a una Fraternità di amici: “Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).

Gesù- Volto_di_cristo_apparizioni -GiottoDunque, Fraternità di “pietre vive” che si tramandano le ardenti parole dell’Amico. Le stesse che l’Arcivescovo Martini ci propone, con lo sguardo sempre rivolto a Gerusalemme e attento alla primitiva comunità descritta dall’evangelista Luca.

Suscita sempre nella tua Chiesa, Signore, lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino, perché anche noi, assetati della vera sapienza, non ci stanchiamo di cercare te, fonte viva dell’eterno amore.(Dalla Liturgia)

E concedi un giorno al Pastore Carlo Maria, estensore di questa REGOLA, la vita eterna, premio delle fatiche apostoliche nella Chiesa Ambrosiana per la fede cattolica. AMEN.


PRESENTAZIONE

Nel 1996 l’Arcivescovo, Cardinale Carlo Maria Martini, indirizzava ai fedeli della sua diocesi la lettera pastorale “Parlo al tuo cuore” che aveva come sottotitolo “per una regola di vita del cristiano ambrosiano”. I contenuti di quella lettera pastorale vengono ora ripresi in una nuova edizione e presentati come “regola di vita del  cristiano”.

(Nella foto al centro il Dr. Pierluigi Micheli tra il Card. Martini e il Card.Saldarini).

L’intenzione è di affidare questa “regola” soprattutto ai giovani, ai diciottenni, agli adolescenti cresimati e cresimandi, a tutti coloro che aprendosi alla vita con scelte ricercate e volute, sentono l’importanza dell’indicazione di una via per accogliere la Parola di Gesù e vivere in comunione con Lui. È significativo che ciò avvenga oggi, all’inizio del nuovo millennio, in un clima sociale dove si ha l’impressione che le domande creino smarrimento e dove sembra forte la paura di prendere decisioni impegnative per la propria vita. Questa “regola di vita” prende sul serio gli interrogativi dell’uomo.

  • Non intende offrire risposte facili, invita piuttosto ad un cammino spirituale, interiore e aperto, che domanda innanzitutto di creare lo spazio per lasciare parlare il Signore;
  • aiuta ad affinare lo sguardo per “vedere” Dio vicino all’uomo con diversi segni e molti doni;
  • incita alla testimonianza feconda per la quale ognuno, insieme con tanti fratelli, può essere portatore della speranza che viene da Dio e di un seme di vita in questo mondo.

È certamente una “regola” da meditare lungamente.

Don Gianni Zappa


INTRODUZIONE

La “regola di vita” del cristiano è già tutta nel Vangelo ed è resa vivibile dal dono dello Spirito Santo, che ci è dato nel battesimo e negli altri sacramenti. Il Signore, però, ha voluto salvarci non isolatamente, ma come popolo radunato intorno ai Pastori e chiede loro di interpretare i segni e i bisogni dei tempi. Pertanto, stimolato dall’esempio di chi mi ha preceduto nel servizio della Chiesa di Milano e dai tanti figli di questa Chiesa che sono stati modelli sulla via della santità, ho pensato di stilare questo breve testo perché possa aiutare chi ha intrapreso il cammino difficile e meraviglioso della fede a progredire in esso in obbedienza alla volontà del Padre.

Ciò che vi chiedo è allora semplicemente di meditare questa Regola. Essa parte dalle domande che sono nel cuore di ognuno di noi (Interrogatio) e si sforza di indicare un itinerario credibile e percorribile di risposta nella sequela di Gesù, attraverso il triplice momento della Traditio (i doni a noi trasmessi nella Chiesa ambrosiana), della Receptio (l’accoglienza e la coltivazione di questi doni) e della Redditio (il ridistribuire questi doni ad altri).

Ascoltami, ti prego, con lo stesso cuore aperto con cui ti parlo, cominciando dalle domande che entrambi abbiamo dentro.

Capitolo primo

INTERROGATIO: L’INQUIETUDINE DEL CUORE

1. Ascoltare le domande vere

Vorrei farmi tuo compagno di strada: ascoltare le domande vere del tuo cuore, confessarti le mie. Questo è importante: non è possibile trovare e dare risposte, se non si sono riconosciute le domande. Una “regola di vita” vorrebbe anzitutto essere un tentativo di dare risposte a domande vere (o forse, più modestamente, l’indicazione di un tracciato, lungo il quale cercare e incontrare risposte vere).

2. La domanda radicale: la morte

Provo a mettere in gioco fino in fondo me stesso, ad aprire il mio cuore: se vi guardo dentro, trovo tante gioie e dolori e tante domande aperte, che forse sono anche le tue. Come stanno insieme i dolori e le gioie della vita? Quando si pensa a tante sofferenze della gente Ce me ne giungono gli echi ogni giorno e ogni ora), qualunque godimento, anche il più legittimo e semplice, sembra scolorire, appare come stonato. Perché invece ha senso? come si conciliano le gioie autentiche di questo mondo con le prospettive di morte? perché la morte nel mondo? perché, se è vero che Dio ci ha salvato, non ci ha liberato dalla necessità di morire? e, dietro la morte, tutti i dolori e le angosce dell’esistenza umana: perché questo immenso cumulo di violenze, ingiustizie e solitudini? Sembra che il non senso l’abbia vinta su tutti i fronti: fare i conti con la miseria che copre la terra significa riconoscere la grande difficoltà che tutti incontriamo nel renderci padroni della complessità, nel trovare ragioni che giustifichino la fatica di vivere.

3. Il silenzio di Dio

Perché il Signore sembra tacere? perché Lui, che è l’Onnipotente, non si manifesta con lo splendore della Sua verità e lo sfolgorio della Sua onnipotenza? perché quella Sua apparente indifferenza davanti alla quotidiana commedia e tragedia della nostra vita? è proprio vero che Gli stiamo a cuore? che siamo importanti per Lui? tutti e ciascuno? Non stupirti che sia anch’io a farmi queste domande: me le porto dentro e ogni giorno inquietano la mia fede e mi rendono pensoso e in ricerca. Anche nel cuore del Vescovo abitano gli interrogativi che ci fanno umani, così fragili davanti alla vita, alla malattia, alla morte.

4. Dall’interrogare all’essere interrogati

A pensarci bene, tutte le domande che ho ricordato sono rivolte a Dio: è per noi quasi spontaneo chiederGli conto e ragione di questo mondo. Se Dio c’è, è Lui che lo ha voluto, così come esso è. E tuttavia, non è forse la critica smaliziata del pensiero moderno che si è abituata a chiamarLo in giudizio davanti alla clamorosa smentita che il dolore del mondo darebbe della Sua provvidenza e del Suo amore? In questo siamo un po’ tutti figli dell’epoca moderna, della sua ragione cosiddetta “adulta ed emancipata”. E se provassimo a capovolgere la domanda, a passare dall’interrogare all’essere interrogati? e se consentissimo a Dio di porci Lui le Sue domande?

5. L’invadenza dell’Io

Mi chiedo allora quali potrebbero essere le domande di Dio: se penso al Suo giudizio, se mi immagino davanti a Lui, al Suo sguardo penetrante e creatore, non posso non riconoscere come il mio cuore sia mosso tante volte da motivazioni spurie, o, per dirla tutta, da un’invadenza dell’Io, che vuole stare al centro e misurare su di sé tutte le cose, e perfino l’agire di Dio! Anche per un’epoca come la nostra, che non percepisce la consistenza e la drammaticità del peccato, non dovrebbe essere difficile riconoscere le conseguenze di questa invadenza nella vita degli uomini: penso alla fatica che tutti facciamo ad uscire dalle pastoie delle nostre motivazioni egoistiche; penso alla facilità con cui ci lasciamo prendere da logiche particolaristiche, incapaci come siamo di guardare al di là del nostro piccolo calcolo. Le domande che Dio ci fa sono spirito e vita, perché ci invitano a riconoscere le ragioni del nostro disagio di vivere e della nostra mancanza di felicità e di pace anzitutto in noi stessi, nella fatica e nella paura di amare che ci portiamo dentro, nel sospetto di non essere amati, nella diffidenza di fronte a ogni atteggiamento di amore gratuito.

6. La perdita dell’ingenuità

È così che capisco la verità su me stesso: è come un prendere coscienza del proprio egoismo e della propria fragilità, che fa cadere l’ingenua magia di pensare che bastino le buone intenzioni per cambiare il mondo e la vita. C’è veramente una differenza stridente fra l’altezza dei buoni propositi e la presenza del male e dell’egoismo in ciascuno di noi: forse è questo ciò che Dostoievski chiamava “l’abisso dei doppi pensieri”. Fai qualcosa di bene e t’accorgi che dentro il tarlo del tuo lo non ti abbandona. T’accorgi che è sempre grande la potenza del peccato. Gli alti e i bassi si susseguono con un’impressionante frequenza: e non solo sul piano psicologico, ma su quello più profondo delle scelte del cuore, degli orientamenti della vita.

7. La via più difficile

Certo, occorre imparare a convivere con noi stessi, ad accettare questa permanente instabilità psicologica e spirituale. Ma ciò esige di capirne il perché, domandandoci come anche attraverso questo cammino contorto Dio ci ami e voglia farci suoi figli. Accettare che dalla morte venga la vita ci ripugna: eppure deve essere proprio così, se il Signore ci lascia in questa lotta, che sembra pervadere l’universo intero. Forse, però, è proprio questa ripugnanza ad accettare e scegliere la via dell’amore fino alla morte che mostra al tempo stesso la condizione tragica del peccato e il bisogno che noi tutti abbiamo di imparare ad amare con un aiuto che ci venga dall’alto: in questo senso, la fatica a credere che un Dio sia morto in croce è la riprova della necessità di questa morte. Il cristianesimo non è la risposta banale alla domanda del dolore e della morte, una risposta che giustifichi tutto o tutto copra sotto l’incomprensibile giudizio divino. Il cristianesimo è la “lectio difficilor”, la via più difficile, che prende sul serio la condizione universale di morte e di peccato, e proprio così annuncia la compassione di un Dio che si fa carico di questa morte e di questo peccato per sollevare e salvare ciascuno di noi.

8. Il Dio “sofferente” e la legge della Croce

Il passo ulteriore è dunque arrivare a intuire che Dio sta dalla nostra parte e partecipa al dolore per tutto questo male che devasta la terra. Egli non se ne sta come uno spettatore disinteressato o un giudice freddo e lontano, ma “soffre” per noi e con noi, per le nostre solitudini incapaci di amare, perché Lui ci ama. La “sofferenza” divina non è incompatibile con le perfezioni divine: è la sofferenza dell’amore che si fa carico, la “com-passione” attiva e libera, frutto di gratuità senza limiti. Sempre più, nel cammino della vita, sotto i colpi di luce del Vangelo, il Dio di Gesù Cristo mi è apparso come il Dio capace di tenerezza e di pietà fino al punto da “soffrire” per i peccati del mondo. Un Dio tenero come un Padre e una Madre, che non rinnega mai i suoi figli. Un Dio umile, che manifesta la Sua onnipotenza e la Sua libertà proprio nella Sua apparente debolezza di fronte al male. Un Dio che per amore accetta di subire il peso del nostro peccato e del dolore che esso introduce nel mondo. Proprio così, però, nella morte di Gesù sulla croce, Dio ci insegna a trarre il bene dal male, la vita dalla morte. Appare allora contraddittorio il nostro continuo voler essere gratificati da tutti e da tutto, a cominciare da Dio, mentre lo contempliamo crocifisso.
Come vorrei che tutti a questo punto capissero che il mistero di un Dio morto e risorto è la chiave dell’esistenza umana e il succo del Vangelo e della nostra fede! Eppure contro questa roccia del “mistero pasquale” vanno a cozzare tutte le onde delle nostre resistenze, mentre diciamo con Pietro: «Dio te ne scampi, Signore: questo non ti accadrà mai!» (Mt 16,22). Eppure proprio qui si ricongiungono i nodi del rapporto che lega morte e vita, dolore e gioia, fallimento e successo, frustrazione e desiderio, umiliazione
ed esaltazione, disperazione e speranza. Quando la “legge della Croce” ci tocca, ci sconvolge e ne siamo profondamente turbati: ma solo qui si attua la piena liberazione dal male, fino ad accettarne le conseguenze su di sé per perdonarlo e superarlo, come ha fatto Gesù sulla croce.

9. Arrendersi a Dio

Per sciogliere l’apparente assurdità della vita non c’è allora che una via possibile: rimettermi continuamente di fronte ad essa, senza sfuggirvi, e arrendermi contemporaneamente senza riserve nelle mani del Dio umile e sofferente, del “Dio crocifisso”. Solo abbandonandomi perdutamente a Lui, solo capitolando nelle Sue mani potrò riprendere nelle mie il bandolo della matassa intricata della vita. Dio è il Mistero santo, Gesù Cristo in croce è la Custodia silenziosa, in cui riposa il senso della vita e della storia, il senso del mondo.

10. Dal riconoscimento alla riconoscenza

Come arrivo a questa conclusione così certa e definitiva? come la luce del Vangelo raggiunge e afferra quotidianamente la mia vita? come avviene che ancora e sempre di nuovo questa luce getti sprazzi sulle mie domande, e mi aiuti a vivere e ad illuminare per me e per gli altri la fatica di vivere? Posso rispondere solo così: io mi sento amato, sommamente, da Qualcuno piÙ grande di noi tutti. Mi sento chiamato e attratto, come uno che non può fare a meno di Dio, del Dio di Gesù Cristo. Anche se difficile e contrastata, sento e so che questa scelta è l’unica valida. Non è volontarismo: è riconoscimento. Riconosco che al termine di tutte le mie domande senza risposta c’è il suo Mistero santo, e c’è precisamente come il Signore Gesù ce lo ha rivelato sulla croce: mistero di amore infinito che si consegna, Trinità dell’Amante, dell’Amato e dell’Amore, che ci accoglie nel Suo grembo, e ci custodisce negli abissi di amore della Sua vita. E il riconoscimento si trasforma in riconoscenza: sono grato al mio Dio perché mi so amato da Lui, «nascosto con Cristo in Dio» (Col 3,3), anche quando non riesco a sentirlo con i miei poveri sensi umani.

11. Nella Chiesa

Mi potresti obiettare: “Ma questa è la tua esperienza, non la mia. Tu sei un privilegiato. Per me non è così. Se puoi, insegnami come si fa a vivere la propria vita in Dio”. Vorrei allora risponderti che proprio per questo ho scritto questa Regola di vita, per dirti in forma semplice e breve dove è possibile incontrare il Dio che è il nostro Tutto, il Dio della compassione e della misericordia, il Dio che si fa compagno del nostro dolore e ci aiuta a portarne il peso, dandogli senso. Questo Dio puoi trovarLo nella Chiesa: nel suo annuncio, che è il Vangelo di Gesù e dei fatti storici e indubitabili della sua vita; nei suoi Sacramenti, che sono la presenza sensibile di Lui, che si è offerto per noi alla morte e ci ha donato la vita; nella compagnia di quanti, credendo, sono stati resi fratelli e sorelle nello Spirito di Gesù e - pur con tutti i loro limiti – si sforzano ogni giorno di imparare a credere, sperare ed amare. Il dono di Dio è ricevuto e trasmesso nella Chiesa, Suo popolo: ed è in essa che ci si accorge che la vita vera viene dal di fuori, da Dio, in un contesto ragionevole, serio, segnato dalla fragilità, ma significativo e liberante. Nella Chiesa mi riconosco amato e reso capace di amare, nonostante me stesso, le mie contraddizioni e paure. Credo veramente che anche per te possa essere così. Perciò voglio parlarti di ciò che questa Chiesa – la nostra, cattolica e ambrosiana al tempo stesso – ci trasmette (traditio); di come noi riceviamo in essa il dono dall’alto (receptio); di come a nostra volta possiamo trasmettere ad altri con gratuità quanto gratuitamente abbiamo ricevuto (redditio). Prova ad ascoltarmi: rivolgo anche a te la parola di Gesù ai primi due discepoli: «vieni e vedi»…

Capitolo secondo

TRADITIO:
I DONI DI DIO
CHE CI SONO TRASMESSI NELLA CHIESA

12. Il Vangelo e lo Spirito, regola di vita

La regola di vita del cristiano è il Vangelo del Signore Gesù, vissuto nella grazia dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori, a gloria di Dio Padre: «Tutto è Cristo per noi” (S. Ambrogio, La verginità, 16, 99), «Finché sono in via, sono di Cristo; quando sarò giunto, sarò del Padre; ma dappertutto per mezzo di Cristo e sotto di Lui” (Id., La fede, V, 12, 150). In quanto è lo Spirito a rendere presente in noi il Signore Gesù, è anche lo Spirito – Maestro interiore – ad insegnare a ciascuno che lo ascolti la regola del cammino d’ogni giorno: «Siamo segnati da Dio nello Spirito. Come infatti moriamo in Cristo per rinascere, così anche siamo segnati dallo Spirito per poterne portare lo splendore, l’immagine e la grazia” (Id., Lo Spirito Santo, I, 6, 79). Alle domande vere non rispondiamo noi, ma ci è data risposta lì dove Dio ha parlato nel silenzio, cioè nella croce di Cristo.

13. L’evento del battesimo

La regola di vita semplice e grande, che è il Vangelo del Signore Gesù, ci viene consegnata nel momento del battesimo e viene accolta da noi in quello stesso momento mediante la professione di fede, con cui noi, o i nostri genitori, padrini e madrine, a nome nostro, abbiamo dichiarato di credere in Dio Padre, nel Figlio Suo Gesù Cristo, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra salvezza, e nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita e ci aiuta a camminare in Dio finché il Suo volto sia pienamente manifestato in noi nella Sua gloria. È dunque nel battesimo che veniamo accolti nel cuore della Trinità e la vita e l’amore dei Tre sono comunicati al nostro cuore.

14. La Tradizione vivente

L’evento del battesimo ci inserisce così al tempo stesso nella vita della Trinità e nella Tradizione vivente della Chiesa, che per noi è quella della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo, identica a quella di tutte le altre Chiese. La fede ricevuta e professata nel battesimo illumina le domande vere del cuore e ci permette di trovare risposte capaci disostenerci nella vita e di fronte alla morte. In questa fede possiamo comprendere qual è la vocazione profonda di ciascuno di noi, quali le condizioni per discernere e vivere la volontà di Dio. Questa stessa fede ci fa capire che siamo chiamati a essere figli di Dio e a vivere come tali, ci insegna il cammino delle beatitudini evangeliche, che ci rendono simili a Gesù, Figlio del Padre.

15. La “Traditio Symboli”

Nel Simbolo della fede noi professiamo di credere in Dio: il “credere in” vuol dire l’atto dell’incondizionata adesione e dedizione della vita e del cuore a Lui, l’affidamento senza riserve alle tre Persone divine che sono l’unico Dio, l’ingresso vitale e trasformante nel dialogo del loro eterno amore. Ogni volta che nella liturgia professiamo il Credo siamo chiamati ad affidare incondizionatamente al Mistero santo di Dio le nostre domande, le nostre inquietudini, la nostra fatica di vivere e la nostra paura di morire. In modo particolare la nostra Chiesa ambrosiana rinnova questa solenne accoglienza della fede nella celebrazione annuale della Traditio Symholi, nel sabato precedente la Domenica delle Palme.

16. Il tesoro delle Scritture

Insieme con il Simbolo il battezzato accoglie la pienezza dei tesori della Chiesa contenuti nelle Sacre Scritture, ispirate dallo Spirito Santo, «che ha parlato per mezzo dei profeti». Tutte le Scritture danno testimonianza su Gesù e vanno interpretate a partire dal mistero della Sua morte e risurrezione. La venerazione e la conoscenza amorosa delle Scritture, insegnata da Sant’Ambrogio a Sant’Agostino, fa parte dell’identità di ogni battezzato e cresce con lui per tutta la sua esistenza. La Parola di Dio sta al principio della nostra vita di fede e continuamente la nutre e la rinnova. Essa è la sorgente che illumina le domande del cuore e rigenera le forze nel cammino. Da essa estraiamo continuamente “cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52), in essa penetriamo “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13, 35), perché: “in principio è la Parola».

17. Il silenzio contemplativo

Per accogliere la Parola occorre coltivare il silenzio contemplativo, la capacità di rientrare nel nostro intimo, di ritrovare il centro di noi stessi, vincendo l’ansietà e la fretta che ci divorano e fermandoci ad ascoltare le domande vere per ricevere su di esse la luce del Dio che parla. Così faceva Maria di fronte agli eventi sconcertanti e imprevisti che la coinvolgevano. La “dimensione contemplativa della vita” ci è necessaria per cominciare un autentico cammino di fede e perseverare in esso in mezzo alle vicende tumultuose che segnano la nostra esistenza, ai turbamenti e alle contraddizioni che attraversano il nostro cuore.

18. La liturgia e l’Eucaristia, “culmine e fonte”

La Parola si fa carne del Signore nell’Eucaristia, centro di tutta la nostra comunità e della sua missione. Il Signore Gesù, che ha detto «Attirerò tutti a me”, continua ad attrarre a sé l’universo e tutti gli uomini e le donne della nostra terra per unirli a sé nel suo dono al Padre. Egli si offre a noi sotto le specie della debolezza e dell’insignificanza come pane di vita che ci sostiene nel cammino, facendosi compagno compassionevole della nostra fatica di vivere: «non temete… io sono con voi tutti i giorni”.
È nella liturgia che la Chiesa, accogliendo il dono di Dio, si lascia accogliere nel seno del mistero trinitario. Nella celebrazione liturgica tutto viene ricevuto dal Padre per il Figlio nello Spirito ed insieme tutto è offerto al Padre per Cristo nell’unità del Consolatore. La “liturgia delle ore”, fedelmente ricevuta e trasmessa nella tradizione ambrosiana come “diurna laus”, santifica il tempo, riconducendolo alla sorgente eterna, grembo e patria di ogni nostro agire, mentre nella celebrazione dei sacramenti è l’intero scandirsi della vita e della storia umana che viene raggiunto e plasmato dalla Grazia che salva. In particolare, la Parola si fa carne del Signore nell’Eucaristia, culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa, centro della comunità e della sua missione…

19. Il senso della vita

Dalla fede professata, nutrita dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia, emerge quel senso della vita, che si può sintetizzare nella frase di Sant’Ambrogio: «Tutto è Cristo per me”. Il cristiano è colui che sempre e dappertutto si sforza di essere con Cristo e di vivere per Cristo nella sequela di Lui. Questo significa vincere il senso di vuoto e di insignificanza che tante volte ci tenta e confessare con la vita Colui che sconvolge continuamente le nostre attese e proprio così dà pace al nostro cuore inquieto. Egli ci sussurra dalla croce: “Sarai con me in Paradiso!” e ci dà così la speranza certa che un giorno saremo con Lui.

20. Tu sei il mio tutto!

Accogliendo sempre di nuovo il dono di Dio, vorrei confessare insieme con te la gratitudine e la gioia che esso suscita in me, nonostante me stesso e tutte le mie povertà:

Mio Dio, tu sei il mio tutto!
Ti adoro,
Ti amo con tutto il cuore,
Ti ringrazio di avermi creato
e di avermi chiamato
d essere Tuo figlio in Gesù Cristo
per mezzo del battesimo,
facendomi membro vivo di questa Chiesa ambrosiana,
conservandomi fino a questo momento nel
Tuo amore
per la grazia dello Spirito Santo.
Ti offro la mia confessione di lode,
piena di gratitudine e di speranza,
e desidero vivere
secondo la fede ricevuta nel battesimo,
pregando, amando, soffrendo e morendo
come ha vissuto, amato, pregato, sofferto
ed è morto per noi
il Tuo Figlio Gesù Cristo,
nel quale anch’io sono Tuo figlio,
come Tu mi sei Padre in Gesù, mio Signore,
nello Spirito di verità e di amore,
nella comunione della Chiesa cattolica,
vissuta in questa Chiesa di Milano.

Capitolo terzo

RECEPTIO:

 L’ACCOGLIENZA DEI DONI RICEVUTI

21. Il soggetto della “Receptio”

Chi sono io che ricevo questi doni di Dio? Un uomo che sente la fatica della condizione umana, segnata dall’ingiustizia e dalla fragilità, dall’inadeguatezza e dall’incompetenza; un essere fragile e in ricerca, che ho descritto nella prima parte di questa Regola (Interrogatio) e che sempre ha bisogno di essere sostenuto, nutrito, rianimato dalla misericordia e dalla salvezza che ci sono date in Gesù Cristo.

22. La “Receptio” anzitutto nella preghiera

Questi doni, ricevuti nella Traditio, sono gratuiti, immeritati e inattesi. Il luogo in cui questa gratuità si manifesta, in cui i doni di Dio ci raggiungono nell’oggi e cambiano il nostro cuore è anzitutto la preghiera, sia personale che liturgica. Bisogna però cominciare con qualcosa di molto semplice: le preghiere del mattino e della sera e quelle brevi invocazioni durante la giornata C’Signore, aiutami!”; “Signore, abbi pietà di me!”…) che ci “attaccano” a Dio quando stiamo scivolando sulla parete ripida della quotidianità.

23. Che cosa è la preghiera?

La preghiera è anzitutto risposta alla Parola di Dio che per prima mi interpella e che mi raggiunge nella mia debolezza, ma anche nel mio silenzio e nella mia disponibilità all’ascolto. La preghiera è lasciarsi accogliere nel mistero santo, andando per Cristo nello Spirito al Padre: il cristiano più che pregare un Dio, straniero e lontano, prega in Dio, prega nascosto con Cristo nella Trinità, sorgente e grembo di vita. Quando preghi, allora, più che pensare di essere tu ad amare Dio, lasciati amare da Lui, docilmente, ciecamente, tutto abbandonandoti in Lui, tutto affidando a Lui, in spirito di lode e di rendimento di grazie. Chiediti con me: trovo dei momenti in cui mi metto a tu per tu con Dio, lo ascolto, mi apro a Lui?

24. Preghiera, Sacramenti, Parola, Carità

Da sempre, e sul modello ispirato da Sant’Ambrogio, la Chiesa milanese ha dato grande importanza alla celebrazione dei divini misteri, preceduta e seguita dalla proclamazione del messaggio di salvezza nell’annuncio e nella catechesi e al tempo stesso ricca di frutti di carità vissuta. Preghiera, Parola, Sacramenti, esercizio della carità costituiscono così il tessuto della Receptio, il terreno nel quale riceviamo ogni giorno nella Chiesa i tesori della rivelazione divina e li accogliamo nel nostro cuore inquieto e resistente.
In particolare, l’unità del Mistero proclamato, celebrato e vissuto viene sperimentata attraverso la preghiera della liturgia delle ore, “diurna laus” ricevuta dalla ininterrotta testimonianza della fede dei nostri Padri, in cui tutta la vita del cristiano è custodita con Cristo in Dio e il tempo santificato in ogni sua espressione. Questa preghiera liturgica della Chiesa è nutrimento prezioso del cammino della santità, da raccomandare ad ogni battezzato.

25. La Parola accolta nella “Lectio divina”

Aiuto indispensabile per vivere nella concretezza del nostro tempo la vocazione cristiana è l’ascolto perseverante della Parola di Dio, che apre il cuore a ringraziare Dio dei Suoi doni nel dialogo della fede, fa riconoscere e discernere nel pentimento i peccati che appesantiscono la vita quotidiana e consente di riconoscere le vie di Dio per noi e di rinnovare il nostro sì alla Sua chiamata. Nasce così la Lectio divina che riceve con attenzione e riverenza le parole e i gesti del Figlio (lectio: lettura), in essi ricerca il messaggio perenne che viene dal silenzio del Padre (meditatio: meditazione) e si offre all’azione dello Spirito per entrare nel cuore della Trinità (contemplatio: contemplazione) e imparare a vivere e a scegliere secondo Gesù Cristo, Parola del Padre, Unto dallo Spirito (actio: azione). Sarai felice se ti impegnerai a fare la Lectio possibilmente ogni giorno.

26. La Scuola della Parola

La Scuola della Parola è stata voluta per aiutare in particolare i giovani a fare la Lectio divina e così ad accogliere il grande dono che il Signore ci ha fatto comunicandosi a noi nella rivelazione e a discernere la Sua volontà sulla nostra vita.

27. La vita sacramentale

«Tu ti sei mostrato a me faccia a faccia, o Cristo: io ti trovo nei tuoi sacramenti» (Sant’Ambrogio, Apologia del profeta Davide, 12, 58): nei Sacramenti è Cristo che si fa presente e viene ad incontrare la vita dei cristiani e la storia in cui essi sono posti. Nella parte precedente (Traditio) abbiamo già ricordato il posto fondante del battesimo e la posizione centrale dell’Eucaristia. Qui richiamerò brevemente qualche altro aspetto della vita sacramentale.

28. Il sacramento della penitenza

Decisiva per il discernimento della volontà di Dio su ciascuno è la purezza di cuore: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Chiedo perciò a te che leggi questa Regola di vita di celebrare con fiducia il sacramento della riconciliazione o penitenza, nel quale riconoscere gli innumerevoli doni del Padre nel cammino della tua esistenza (confessio laudis), confessare umilmente ciò che non va nella tua vita, ciò che tu vorresti che non ci fosse stato e che non ci fosse oggi (confessio vitae) e professare la tua fede nella infinita e sempre presente misericordia del Padre che ti perdona per la parola della Chiesa (confessio fìdei). Ti consiglio di rinnovare frequentemente questo incontro con il Padre della misericordia attraverso il ministero di riconciliazione nella Chiesa.

29. L’accompagnamento spirituale

L’incontro costante con una guida spirituale, saggia ed esperta nelle cose di Dio, anche al di là del sacramento della penitenza, è sostegno prezioso nel cammino di santità vissuto nel quotidiano. La vita di tanti nostri santi ambrosiani lo dimostra.

30. La confermazione

Se la regola di vita del cristiano è anzitutto il dono dello Spirito, si comprende quanto sia importante il sacramento della confermazione, in cui il sigillo del Consolatore rende il credente capace di testimoniare in pienezza il dono di Dio nelle diverse situazioni della vita: “Hai ricevuto il sigillo spirituale, lo spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di virtù, spirito di conoscenza e di pietà, spirito del santo timore: conserva quanto hai ricevuto. Ti ha segnato Dio Padre, ti ha confermato Cristo Signore e lo Spirito come pegno si è dato al cuore del tuo cuore.- (Sant’Ambrogio, Sui misteri, 7, 42).

31. Vita secondo lo Spirito

Chiedo perciò a tutti i figli della Chiesa ambrosiana di valorizzare al massimo nella loro vita questo sacramento dello Spirito, sia che lo abbiano già ricevuto, sia che si stiano preparando ad esso. Vivere secondo lo Spirito significa lasciarsi guidare dal dono di Dio, confortati e sostenuti in ogni situazione dalla cel1ezza della presenza fedele di Gesù, che non viene mai meno alle Sue promesse. Lo Spirito Santo attualizza nel tempo la vicinanza del Signore Gesù e lo fa vivere per la fede nei nostri cuori, aiutandoci ad esprimere la conformità a Cristo ricevuta in dono nel battesimo.

32. La Messa domenicale

Chi ascolta fedelmente la Parola e si lascia condurre dallo Spirito si dispone a celebrare con frutto nel giorno del Signore l’Eucaristia, che ci fa Chiesa, perché riattualizza nella nostra vita e nella storia il dono della nuova alleanza. Questo incontro domenicale è stato vissuto come fondante, e perciò come indispensabile, fin dalla Chiesa degli Apostoli: oggi, in un contesto di secolarizzazione, è più che mai necessario.
E una più frequente partecipazione, anche durante la settimana, alla mensa della Parola e del Pane di vita aiuterà straordinariamente la crescita della fede, della speranza e della carità e ci farà passare attraverso il deserto dell’incredulità contemporanea con animo sereno e volto gioioso.

33. I sacramenti della comunione ecclesiale

All’esigenza di porre la propria vita al servizio della comunità risponde in modo particolare il dono che il Signore ci ha fatto nei sacramenti del servizio della comunione, che sono l’ordine e il matrimonio. Attraverso di essi la grazia divina soccorre e consacra i vincoli che si stabiliscono nell’ambito della comunità. Perciò questi due sacramenti conferiscono una missione specifica al servizio dell’edificazione del popolo di Dio.

34. Il discernimento vocazionale

Al discernimento della vocazione di ogni battezzato in rapporto sia a queste due forme sacramentali sia a ogni scelta significativa e seria della vita la Chiesa ambrosiana dedica particolari energie. Ogni persona infatti si realizza se riesce a capire e a vivere il disegno unico che Dio ha su di lei. È necessario perciò che tutti i fedeli riconoscano l’importanza decisiva del discernimento vocazionale e si adoperino perché ciascun battezzato possa crescere nella comprensione della chiamata di Dio e nella realizzazione fedele del progetto del Signore, nella scelta della vocazione alla famiglia o della vita consacrata o della missione presbiterale.

35. Scambio tra le diverse vocazioni

Ritengo una vera grazia, da coltivare e promuovere, lo scambio di doni e di ricchezze spirituali che si può realizzare tra diverse vocazioni nella Chiesa, in particolare tra le varie forme di vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici e gli altri ministeri presbiterali, diaconali e laicali. Questo scambio si attua nel dialogo, nella collaborazione e nella preghiera comune.

36. Il sacramento dei malati

Alla debolezza e fragilità della creatura umana nel tempo della malattia grave e dell’infermità prolungata viene incontro ancora una volta il Signore nel sacramento dell’unzione degli infermi. Esso manifesta la vittoria del Signore sul peccato e sulle sue conseguenze. Gesù infatti «andava attorno per le città e i villaggi… curando ogni malattia e infermità” (Mt 9, 35). Anche agli Apostoli è dato il potere di «scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10, 1).

37. Il valore salvifico del dolore

Riscoprire nella nostra vita ecclesiale il significato di questo sacramento porta anche a riflettere più in generale sul valore salvifico del dolore, vissuto in Cristo e con Lui per la salvezza del mondo. La compassione fattiva e discreta verso i sofferenti, la solidarietà per aiutarli a vivere essi stessi con fede il loro dolore sono aspetti decisivi di questa riscoperta della nostra crescita nella sequela di Gesù umile, povero e crocifisso.

38. Dalla “Receptio” un modo di essere Chiesa oggi

Così la nostra Chiesa di Milano si sforza di recepire i doni del Signore per mostrare che anche in una società tecnicizzata e urbanizzata è possibile promuovere comunità che vivano il Vangelo nella semplicità e nella gioia. Questi doni sono per tutti i nostri battezzati, ai quali dobbiamo offrire cammini semplici di vita secondo lo Spirito perché continui a fiorire quella “santità popolare” che tanti frutti ha dato e continua a dare fino ai nostri giorni. Ti invito perciò a pregare così con me:

Signore Gesù,
Tu sai come io avverto
la fatica della condizione umana,
il peso dell’ingiustizia e della fragilità,
dell’inadeguatezza e della paura di amare:
grazie per essermi venuto incontro
nella Tua Parola e nei Sacramenti;
grazie per avermi accolto con Te
nel cuore del Padre,
attirandomi nello Spirito
a vivere il deserto fecondo della preghiera,
dove parli al cuore del mio cuore.
Fa’ che io sappia ricevere sempre
con attenzione e riverenza le Tue parole,
per entrare attraverso di esse
nel mistero santo di Dio,
e camminare nei sentieri del silenzio,
sotto la guida e nel conforto dello Spirito.
Aiutami ad attingere continuamente
l’acqua viva della Tua grazia
alle sorgenti sacramentali della Chiesa,
e donami l’umiltà e la docilità di cuore
perché accetti di lasciarmi guidare
con fiducia e con amore
da chi mi offri come maestro e pastore
nelle vie della fede.
Rendimi vigile e attento
nel discernimento della volontà del Padre,
perché io possa in tutto
portare a compimento
la vocazione con cui da sempre Lui
mi ha voluto
e mi ha amato.
Nell’ora del dolore e della prova
donami la certezza di non essere solo,
ma di saperTi e volerTi vicino,
per vivere con Te la mia offerta
nella sequela umile e fiduciosa di Te.
E fa’ che da questa accoglienza
perseverante e fedele dei Tuoi doni
io sia generato sempre di nuovo
come figlio della luce,
e sappia percorrere
con i miei compagni di fede e di vita
cammini di santità,
che facciano di noi il Tuo popolo
risplendente di luce e di speranza.

Capitolo quarto

REDDITIO:
LA RESTITUZIONE DEI BENI ACCOLTI

39. Comunicare quanto ci è stato dato

Quanto abbiamo gratuitamente ricevuto da Dio attraverso la tradizione vivente dei nostri Padri e abbiamo assimilato mediante l’ascolto della Parola e la celebrazione dei Sacramenti, dobbiamo a nostra volta offrirlo gratuitamente a coloro a cui il Signore ci manda, e attraverso di essi restituirlo a Lui, il Padre da cui viene ogni dono, meta vera del nostro cammino. Siamo tutti chiamati a “comunicare”, mossi dall’amore comunicativo della Trinità. La gioia che il Risorto ci fa provare spiegandoci le Scritture e rompendo il pane ci spinge a “partire da Emmaus” per ridare a molti altri quel senso pieno della vita che ci è stato donato.

40. Accoglienza e dialogo

Potremo vivere questa Redditio cominciando dalla accoglienza fraterna, anzitutto fra i credenti. Ci accogliamo gli uni gli altri come figli di questa Chiesa ambrosiana, nella sua realtà di Diocesi e nelle sue diverse articolazioni, che raggiungono ciascuno nell’ambito della propria parrocchia. Questa appartenenza ci allarga il cuore e ci apre anche a molti altri. Il cristiano radicato nella propria Chiesa locale non fa preferenza di persone, ma a tutti mostra l’accoglienza che mostrerebbe al Signore Gesù, se questi in persona si presentasse a lui. Per questo ama e coltiva il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso, a partire da una coscienza della propria identità che è così certa e serena da lasciarsi volentieri arricchire dai tesori degli altri.

41. Farsi prossimo

La tradizione della Chiesa ambrosiana è ricchissima di testimonianze di accoglienza, specialmente nei confronti dello straniero, del più povero e del più debole. Anche per la sua posizione geografica, il nostro territorio ha accolto e ospitato nei secoli genti delle più diverse provenienze. Pertanto, dare il giusto posto nel cuore e nei propri doveri a chi ci è affidato anzitutto dal Signore non potrà mai significare chiudersi agli altri, dovrà anziconiugarsi allo sforzo di farsi prossimo a ogni uomo o donna, facendo spazio nella casa, nella comunità ecclesiale e nel cuore a chi ha più bisogno di accoglienza, a cominciare dalla vita nascente. Forme come l’affido familiare o l’adozione, scelte di solidarietà e di condivisione con lo straniero, l’emarginato, il malato, l’indifeso, il debole, l’anziano, il bambino solo, esperienze di volontariato vissute con piena gratuità e dedizione, sono urgenze di una vita cristiana che tenda alla santità nel quotidiano.

42. Coscienza vigile della società

Nella varietà delle situazioni della vita il cristiano è chiamato a scegliere sempre ciò che più piace a Dio. Nell’ascolto perseverante della Parola, aiutato dal dialogo della fede nella comunione della Chiesa, il credente impara ad essere coscienza vigile della società, critico della miopia di tutto ciò che è meno di Dio, pronto alla denuncia di quanto offenda o manipoli la dignità dell’essere umano, sciolto e deciso nell’annuncio della fede, pagato anche a caro prezzo, perché si promuova tutto l’uomo in ogni persona umana. In una società segnata dalla comunicazione di massa il discernimento di queste scelte non è sempre facile: richiede che si tenga davanti agli occhi il modo di fare di Gesù, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per noi.

43. Nel campo sociale e politico

In modo particolare questa coscienza critica, nutrita dalla contemplazione della croce e ispirata alla speranza che non delude, dovrà guidare i cristiani ambrosiani che si impegneranno nel servizio della cosa pubblica, in campo sociale e politico. Ad essi è specialmente domandato di imitare Gesù nella propria vita, non solo nel rispetto della legalità e nella disponibilità a spendere la propria esistenza secondo la volontà del Signore e il bene più grande del prossimo, ma anche fino al punto di seguire Gesù nella via della solitudine e dell’abbandono, se egli lo chiedesse. Non sarà possibile realizzare queste forme di carità politica e sociale se non ci si eserciterà nella quotidiana rinuncia a se stessi, nell’accoglienza e nel servizio generoso e fedele degli altri.

44. Spiritualità del lavoro

Nell’esercizio della propria attività lavorativa il cristiano si sforzerà di avere sempre l’intenzione di fare tutto per la gloria di Dio e il maggior bene del prossimo: perciò si verificherà spesso con chi nella comunità o nell’ambiente di lavoro possa aiutarlo, e soprattutto con il Signore nell’ascolto della Parola e nella preghiera, perché il lavoro sia luogo di grazia e di santificazione per sé e per coloro che incontra e siano superate le contraddizioni, le sofferenze e le povertà che pesano sull’esperienza del lavoro umano. Questa spiritualità del lavoro diventa un modo concreto per rendere grazie a Dio dei Suoi doni e vivere il ritorno a Lui di tutto quanto gratuitamente Egli ci ha dato, chiamandoci alla vita e alla fede.

45. Restituire i beni educando

Anche educare significa dare gratuitamente ad altri ciò che gratuitamente ci è stato donato: l’educazione è una forma alta della restituzione dei beni ricevuti, e perciò la Chiesa si riconosce chiamata ad essere comunità educante nella gratitudine a Dio, datore dei doni, e nell’impegno prioritario del servizio alle nuove generazioni. Agli stessi ragazzi e ai giovani è giusto chiedere di essere protagonisti attivi del processo educativo mediante un’accoglienza e una risposta libera, creativa e generosa di fronte a quanto viene loro offerto. Il significato e il valore educativo degli strumenti della comunicazione sociale dovrà essere sostenuto e promosso.

46. La famiglia

La famiglia è un luogo altissimo della realizzazione del progetto di Dio su ciascuno. Nei rapporti quotidiani non ci sono maschere che tengano: ciascuno è chiamato ad essere vero davanti alla propria coscienza e davanti al Signore. Sforzarsi di andare incontro agli altri senza aspettare che siano essi a fare il primo passo, rispettare la dignità di coloro che vivono con noi, privilegiare il dialogo, anche nei momenti di stanchezza e di delusione, vincere la tentazione del mutismo e dell’isolamento, sono modi concreti, possibili, anche se a volte difficili, di seguire Gesù nella propria vita quotidiana. La fedeltà coniugale e il mutuo sostegno diventeranno un riflesso della fedeltà e amorevolezza di Dio. Tanto più forte sarà l’unione di ciascuno con Dio, tanto più facile sarà il vivere la carità e l’umiltà necessaria a fare della famiglia una Chiesa domestica, dove regni l’amore. La preghiera in famiglia, anche nella forma semplice e breve che precede i pasti, è un aiuto grande per vivere tutti insieme alla presenza di Dio.

47. Lo stile della sobrietà

La sobrietà come stile di vita personale e familiare, oltre che come caratteristica dell’agire ecclesiale, è non solo una forma di imitazione di Gesù povero e crocifisso, ma anche la contestazione più credibile dei falsi modelli della società consumistica e dell’edonismo diffuso. Essa si coniuga ad una precisa gerarchia di valori, in base alla quale la vera felicità e il vero bene non consistono nel possedere di più, ma nell’essere di più nella verità e nell’amore, cioè nel dono di sé, davanti a Dio. L’uso maturo e responsabile del proprio tempo, la vigilanza nei confronti dei “media”, tesa a non farsi dominare dai persuasori occulti della propaganda per mantenere vigile e libero il cuore, specialmente nella sfera dei sènsi, sono aspetti importanti di questa sobrietà di vita, di cui altissimi esempi ci hanno dato i santi della Chiesa ambrosiana.

48. La comunione ecclesiale

«Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (San Cipriano, Sul Padre nostro, 24). L’accoglienza e il dono di sé al prossimo non possono essere vissuti pienamente se non si è in piena comunione con i propri fratelli e le proprie sorelle nella fede: la comunione ecclesiale (specialmente tra gli operatori pastorali) è richiesta da Gesù come condizione della credibilità del nostro annuncio: “Da questo sapranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Non fare mai della propria esperienza spirituale o di gruppo un assoluto è condizione per vivere in comunione con tutti: in particolare a ogni battezzato è richiesta una docile obbedienza di fede al Vescovo e a colui che lo rappresenta nella comunità territoriale, a partire dalla parrocchia. Vivere il senso della Chiesa nel dialogo, nella pace, nell’accoglienza reciproca, nell’umile disponibilità ai diversi ministeri e servizi, dà forza alla testimonianza e allontana le insidie dello spirito di divisione e di sopraffazione degli altri.

49. La missione

Chi ha incontrato il Signore nella comunione della Chiesa non può non sentire il bisogno di annunciare ad altri la buona novella dell’amore di Dio di cui ha fatto esperienza. La Chiesa ambrosiana ha dato nel tempo straordinarie testimonianze di generosità missionaria, non solo all’interno del suo territorio, ma anche inviando numerosi suoi figli quali missionari del Vangelo alle genti. Nutrire lo spirito missionario, favorire le vocazioni per la missione, accompagnare con la preghiera e la vicinanza attiva e solidale chi parte e lavora lontano per la causa del Regno, è segno di maturità nella fede e di crescita nella qualità della vita ecclesiale. Ad ogni cristiano ambrosiano domando di verificarsi nella sua partecipazione all’azione missionaria della Chiesa e di investire tempo ed energia perché la Parola del Dio vivo sia annunciata a tutti e raggiunga tutto l’uomo in ogni uomo, come offerta di senso e di vita piena e vera.

50. Preghiera della Redditio

Signore Gesù, mia vita, mio tutto,
Tu mi chiedi di dare gratuitamente
quanto gratuitamente mi hai donato
in questa Chiesa ambrosiana
dove mi hai chiamato a seguirTi.
Aiutami a condividere con gli altri i doni ricevuti
nello spirito del dialogo
e dell’accoglienza reciproca.
Fa’ che io riesca a farmi prossimo
per tutti coloro cui Tu mi invii,
specialmente i più deboli e bisognosi
e quelli che sono più difficili da amare.
Mi stimola in questo l’esempio di tanti santi
che nella storia hai dato
a questa nostra Chiesa:
anche alla loro intercessione mi affido
perché sia vigile e responsabile
nella lettura dei segni del tempo
e testimoni il primato del Padre
nel mio lavoro quotidiano
e nei rapporti familiari e sociali.
Aiutami ad essere sobrio
cercando in tutto l’essenziale,
che piace a Te e mi fa vicino ai Tuoi poveri,
liberandomi da maschere e difese tranquillizzanti.
Dammi amore vero alla Tua Chiesa,
che riconosco mia Madre nella grazia,
perché mi ha generato alla fede in Te
e nel Padre Tuo
mediante il dono del Consolatore.
E fa’ che da una viva e forte esperienza
di comunione ecclesiale
scaturisca nel mio cuore il bisogno
di testimoniare ad altri
con generosità e passione
la bellezza del dono che Tu hai fatto a me,
insieme a tutti coloro che vivono l’ansia missionaria
per il Tuo Regno.
E Tu, Vergine Madre Maria,
che ti sei fatta terreno dell’avvento di Gesù
nell’ascolto umile ed accogliente dell’Angelo
e sei stata attenta, tenera e concreta
nel comunicare ad Elisabetta la gioia
di quanto avevi ricevuto,
aiutami ad essere come Te
vigile ed impegnato nell’accoglienza
e nella trasmissione del dono
che viene da Dio.
Amen. Alleluia!

CONCLUSIONE

Nel consegnarTi questa regola di vita, perché possa accompagnarTi nel cammino dei giorni come costante richiamo al dono di Dio e alla risposta che Lui Ti chiede, vorrei ripetere con Te le parole di gioia, di lode e di speranza con cui la Vergine Maria cantò le meraviglie del Signore in Lei. Maria fa parte dei doni più preziosi che Gesù ha lasciato al “discepolo dell’amore” (cf. Gv 19,25-27), e la familiarità con Lei, nella meditazione dei suoi misteri e nella preghiera perseverante con cui ci affidiamo alla Sua intercessione materna, aiuta ognuno di noi a vivere la “traditio”, la “receptio” e la “redditio” dei beni divini a noi confidati nella Chiesa, come Lei, Vergine e Madre, accolse gratuitamente e gratuitamente trasmise il dono divino. Già Sant’Ambrogio invitava a far esperienza di questa intimità con Maria, che riempie di esultanza e di pace: «Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio» (Expositio evangelii secundum Lucam, 2,26).
Certo, come insegna Ambrogio, «Maria era tempio di Dio, non il Dio del tempio», ma è proprio così che ella rinvia all’Unico da adorare, il Signore che ha operato in Lei («Maria erat templum Dei, non Deus templi. Et ideo ille solus adorandus qui operabatur in templo»: De Spiritu Sancto 3, 11,80: PL 16,829). Con Maria, allora, sul Suo esempio e con il Suo
aiuto, rendiamo grazie all’Eterno che ci ha chiamati alla fede nella sua Chiesa ed ha operato in noi con la grazia del battesimo e dei sacramenti, e con Lei, che ci ha preceduto e ci accompagna, apriamoci a cantare nella vita, con le parole e con l’eloquenza dei gesti, il “Magnificat” della speranza e dell’amore operoso, sforzandoci di vivere con umiltà e fiducia questa regola di vita, che nella fede abbiamo ricevuto:

“L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione
la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

(Edizione Gribaudi)

Inserito in Carlo Maria MARTINI, GLOBULI ROSSI COMPANY | 10 commenti

SCUOLA DI DANZA – N. 4 – Hai mutato il mio lamento in danza

8dc110b15462770bf197d752d56fb8ba.jpg….perchè la sua ira è per un istante, la sua bonta per una vita: alla sera durano le lacrime, al mattino ecco la gioia!

  • Hai mutato il mio lamento in danza,
  • la mia veste di sacco in abito di gioia. (Salmo 30, 6 e 12)

 

 

SIGNORE DA CHI ANDREMO?”

Rit. Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.

1. Sulle strade del nostro cammino suona ancora l’antica domanda: quale senso ha la vita, la morte e l’esistere senza orizzonte? Venne un Uomo e si fece vicino, ai fratelli egli tese la mano: era il Verbo che illumina il mondo ed incarna l’amore di Dio. Rit.

Egli disse con grande coraggio: “Ascoltate! Il pane non basta! E’ profonda la fame del cuore, solo Dio può il vuoto colmare”. Si chiamava Gesù: “Dio salva”! E’ venuto per dare la vita, per spezzare la forza del male che la gioia ci spegne nel cuore. Rit.

 Nella sera dell’ultima Cena, nel convito di nuova Alleanza, fece dono di sé agli amici con l’amore che vince la morte. La sua Croce non fu la sconfitta, ma sconfisse il peccato del mondo: aprì il varco ad un fiume di grazia che dell’uomo redime la storia. Rit.

Crocifisso per noi e risorto, il Signore tra noi è presente! Nella Chiesa, suo mistico corpo, si attualizza il divino comando: “Fate questo in mia memoria! Ripetete il mio gesto d’amore: voi avrete la luce e la forza per curare le umane ferite”. Rit.

TU, NOSTRO PASTORE

basato sul Sl. 22 Adatt. it. M. Deflorian M: Chr. Walker

Tu sei il nostro pastore: nulla mai ci mancherà. Pascoli erbosi e freschi ruscelli cerchi tu per noi. Tu rinfranchi l’anima nostra e la pace ci dai.

Rit. Tu, nostro pastore, nostro Signore, sempre ti seguiremo, resteremo con te.

E quando scende la sera e la strada oscura si fa, cammineremo sicuri al tuo fianco, o Signore. Ci sostiene la tua presenza e conforto ci dà. (Rit)

A mensa tutti ci chiami; con amore il pane ci dai. E’ la tua casa rifugio sicuro, o Signore. Sono pieni di gioia i cuori; noi crediamo in te. (Rit)

Tu sei accanto a noi; ci accompagna la tua bontà. Mai lasceremo la tua casa, o Signore. Loderemo il tuo nome per sempre, perché tu sei con noi. (Rit)

COME IL CERVO VA ALL’ACQUA VIVA

Rit. COME IL CERVO VA ALL’ACQUA VIVA  IO CERCO TE ARDENTEMENTE, IO CERCO TE, MIO DIO!

Di te mio, mio Dio, ha sete l’anima mia! Il tuo volto, il tuo volto Signore, quando vedrò? Rit.

Mi chiedono e mi tormentano: “Dov’è dov’è il tuo Dio? Ma io spero in te: sei Tu la mia salvezza! Rit.

Il cuore mio si strugge quando si ricorda della tua casa: io cantavo con gioia le tue lodi. Rit.

 A te io penso e rivedo quello che hai fatto per me: grandi cose, Signore, mio Dio. Rit.

Ti loderò, Signore, e ti canterò il mio grazie. Tu sei fresca fonte, l’acqua della mia vita. Rit.
(Mons. Marco Frisina)

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