METTI LO SPIRITO SANTO NEL MOTORE – Angelo Nocent

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«Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore.

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Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Missionaria Mondiale il mio pensiero va a tutte le Chiese locali. Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione! Vi invito ad immergervi nella gioia del Vangelo, ed alimentare un amore in grado di illuminare la vostra vocazione e missione. Vi esorto a fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del “primo amore” con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il cuore di ciascuno, non per un sentimento di nostalgia, ma per perseverare nella gioia. Il discepolo del Signore persevera nella gioia quando sta con Lui, quando fa la sua volontà, quando condivide la fede, la speranza e la carità evangelica.

Santa Maria dei Globuli Rossi

A Maria, modello di evangelizzazione umile e gioiosa, rivolgiamo la nostra preghiera, perché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un nuovo mondo.

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TESTO INTEGRALE

Papa Francesco buon pastoreMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2014

Cari fratelli e sorelle,

oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. La Giornata Missionaria Mondiale è un momento privilegiato in cui i fedeli dei vari continenti si impegnano con preghiere e gesti concreti di solidarietà a sostegno delle giovani Chiese nei territori di missione. Si tratta di una celebrazione di grazia e di gioia. Di grazia, perché lo Spirito Santo, mandato dal Padre, offre saggezza e fortezza a quanti sono docili alla sua azione. Di gioia, perché Gesù Cristo, Figlio del Padre, inviato per evangelizzare il mondo, sostiene e accompagna la nostra opera missionaria. Proprio sulla gioia di Gesù e dei discepoli missionari vorrei offrire un’icona biblica, che troviamo nel Vangelo di Luca (cfr 10,21-23).

1. L’evangelista racconta che il Signore inviò i settantadue discepoli, a due a due, nelle città e nei villaggi, ad annunciare che il Regno di Dio si era fatto vicino e preparando la gente all’incontro con Gesù. Dopo aver compiuto questa missione di annuncio, i discepoli tornarono pieni di gioia: la gioia è un tema dominante di questa prima e indimenticabile esperienza missionaria. Il Maestro divino disse loro: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli. In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre”. (…) E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”» (Lc 10,20-21.23).

Sono tre le scene presentate da Luca. Innanzitutto Gesù parlò ai discepoli, poi si rivolse al Padre, e di nuovo riprese a parlare con loro. Gesù volle rendere partecipi i discepoli della sua gioia, che era diversa e superiore a quella che essi avevano sperimentato.

2. I discepoli erano pieni di gioia, entusiasti del potere di liberare la gente dai demoni. Gesù, tuttavia, li ammonì a non rallegrarsi tanto per il potere ricevuto, quanto per l’amore ricevuto: «perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). A loro infatti è stata donata l’esperienza dell’amore di Dio, e anche la possibilità di condividerlo. E questa esperienza dei discepoli è motivo di gioiosa gratitudine per il cuore di Gesù. Luca ha colto questo giubilo in una prospettiva di comunione trinitaria: «Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo» rivolgendosi al Padre e rendendo a Lui lode. Questo momento di intimo gaudio sgorga dall’amore profondo di Gesù come Figlio verso suo Padre, Signore del cielo e della terra, il quale ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli (cfr Lc 10,21). Dio ha nascosto e rivelato, e in questa preghiera di lode risalta soprattutto il rivelare. Che cosa ha rivelato e nascosto Dio? I misteri del suo Regno, l’affermarsi della signoria divina in Gesù e la vittoria su satana.

Dio ha nascosto tutto ciò a coloro che sono troppo pieni di sé e pretendono di sapere già tutto. Sono come accecati dalla propria presunzione e non lasciano spazio a Dio. Si può facilmente pensare ad alcuni contemporanei di Gesù che egli ha ammonito più volte, ma si tratta di un pericolo che esiste sempre, e che riguarda anche noi. Invece, i “piccoli” sono gli umili, i semplici, i poveri, gli emarginati, quelli senza voce, quelli affaticati e oppressi, che Gesù ha detto “beati”. Si può facilmente pensare a Maria, a Giuseppe, ai pescatori di Galilea, e ai discepoli chiamati lungo la strada, nel corso della sua predicazione.

3. «Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10,21). L’espressione di Gesù va compresa con riferimento alla sua esultanza interiore, dove la benevolenza indica un piano salvifico e benevolo da parte del Padre verso gli uomini. Nel contesto di questa bontà divina Gesù ha esultato, perché il Padre ha deciso di amare gli uomini con lo stesso amore che Egli ha per il Figlio. Inoltre, Luca ci rimanda all’esultanza simile di Maria, «l’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1,47). Si tratta della buona Notizia che conduce alla salvezza. Maria, portando nel suo grembo Gesù, l’Evangelizzatore per eccellenza, incontrò Elisabetta ed esultò di gioia nello Spirito Santo, cantando il Magnificat. Gesù, vedendo il buon esito della missione dei suoi discepoli e quindi la loro gioia, esultò nello Spirito Santo e si rivolse a suo Padre in preghiera. In entrambi i casi, si tratta di una gioia per la salvezza in atto, perché l’amore con cui il Padre ama il Figlio giunge fino a noi, e per l’opera dello Spirito Santo, ci avvolge, ci fa entrare nella vita trinitaria.

Il Padre è la fonte della gioia. Il Figlio ne è la manifestazione, e lo Spirito Santo l’animatore. Subito dopo aver lodato il Padre, come dice l’evangelista Matteo, Gesù ci invita: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (11,28-30). «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 1).

Di tale incontro con Gesù, la Vergine Maria ha avuto un’esperienza tutta singolare ed è diventata “causa nostrae laetitiae”. I discepoli, invece, hanno ricevuto la chiamata a stare con Gesù e ad essere inviati da Lui ad evangelizzare (cfr Mc 3,14), e così sono ricolmati di gioia. Perché non entriamo anche noi in questo fiume di gioia?

4. «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 2). Pertanto, l’umanità ha grande bisogno di attingere alla salvezza portata da Cristo. I discepoli sono coloro che si lasciano afferrare sempre più dall’amore di Gesù e marcare dal fuoco della passione per il Regno di Dio, per essere portatori della gioia del Vangelo. Tutti i discepoli del Signore sono chiamati ad alimentare la gioia dell’evangelizzazione. I vescovi, come primi responsabili dell’annuncio, hanno il compito di favorire l’unità della Chiesa locale nell’impegno missionario, tenendo conto che la gioia di comunicare Gesù Cristo si esprime tanto nella preoccupazione di annunciarlo nei luoghi più lontani, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio, dove vi è più gente povera in attesa.

In molte regioni scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse sono povere di entusiasmo e non suscitano attrattiva. La gioia del Vangelo scaturisce dall’incontro con Cristo e dalla condivisione con i poveri. Incoraggio, pertanto le comunità parrocchiali, le associazioni e i gruppi a vivere un’intensa vita fraterna, fondata sull’amore a Gesù e attenta ai bisogni dei più disagiati. Dove c’è gioia, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Tra queste non vanno dimenticate le vocazioni laicali alla missione. Ormai è cresciuta la coscienza dell’identità e della missione dei fedeli laici nella Chiesa, come pure la consapevolezza  che essi sono chiamati ad assumere un ruolo sempre più rilevante nella diffusione del Vangelo. Per questo è importante una loro adeguata formazione, in vista di un’efficace azione apostolica.

5. «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore.

Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Missionaria Mondiale il mio pensiero va a tutte le Chiese locali. Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione! Vi invito ad immergervi nella gioia del Vangelo, ed alimentare un amore in grado di illuminare la vostra vocazione e missione. Vi esorto a fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del “primo amore” con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il cuore di ciascuno, non per un sentimento di nostalgia, ma per perseverare nella gioia. Il discepolo del Signore persevera nella gioia quando sta con Lui, quando fa la sua volontà, quando condivide la fede, la speranza e la carità evangelica.

A Maria, modello di evangelizzazione umile e gioiosa, rivolgiamo la nostra preghiera, perché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un nuovo mondo.

Dal Vaticano, 8 giugno 2014, Solennità di Pentecoste

FRANCESCO

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PAOLO VI, UN RITRATTO SPIRITUALE – Enzo Bianchi

Paolo VI nel gorno dell'incoronazione

L’incoronazione di Paolo VI

Enzo Bianchi – Priore di Bose – 5 ottobre 2014 – Brescia, Chiesa cattedrale

Introduzione

Bianchi Enzo 1_Accostarsi al profilo spirituale di un santo, cercarne delle tracce per poterlo leggere e infine con audacia osare proporlo pubblicamente è un’opera difficile e temeraria. Questa riflessione mi è stata chiesta dal vescovo Luciano Monari, e io ho cercato di impegnarmi in essa leggendo e soprattutto riflettendo; ora però, con piena consapevolezza, confesso che sono quasi pentito di aver accettato di compiere questa fatica.  

Non ho conosciuto personalmente Paolo VI e non l’ho mai incontrato, a differenza di quanto mi è accaduto con i suoi successori. L’ho ascoltato, l’ho visto, certamente l’ho sempre letto, e devo confessare che ogni volta che sono chiamato a dire qualche parola sulla chiesa e sull’evangelizzazione, rileggo i suoi scritti, che restano insuperati dallo stesso magistero papale successivo. Questo lo ha detto in varie occasioni anche papa Francesco, riferendosi soprattutto all’Enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) e all’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), testi che non hanno ancora indebolito né esaurito la loro forza ispiratrice, e perciò profetica, per la vita della chiesa e dei cristiani nella storia degli uomini.

Paolo VI è stato il papa della mia vicenda cristiana e monastica che, nata alla fine del Concilio, è cresciuta durante gli anni del suo pontificato, assumendo quel profilo che è diventato forma vitae nostrae e trovando collocazione e comunione nella chiesa. Qui vorrei solo ricordare un momento della sua vita che è stato vissuto da me e dalla mia comunità con un’intensità e una consapevolezza forti.

Il 6 a gosto, festa della Trasfigurazione del Signore, è la ricorrenza scelta da noi come festa della comunità, giorno in cui, nella gloria e nella luce del Cristo trasfigurato, celebriamo le professioni monastiche definitive, emettendo i voti davanti alla chiesa.

Quel 6 agosto del 1978 avevamo vissuto la liturgia eucaristica nella quale un fratello e una sorella si impegnavano per sempre nella vita monastica, stringendo l’alleanza definitiva. Alla sera, nel chiarore dell’estate, eravamo nella chiesetta a celebrare compieta, e io stavo tenendo la monizione fraterna, invitando tutti al ringraziamento, quando un fratello venne a sussurrarmi nell’orecchio la notizia della morte di Paolo VI. Dopo qualche istante di silenzio dissi semplicemente: “Ecco, nel segno della trasfigurazione del Signore, nella bellezza della gloria del Signore, Paolo VI ha incontrato il volto da lui tanto amato. La sua morte alla sera di questo giorno riceve dal Signore il sigillo: ha amato Gesù Cristo e la sua bellezza umana e divina, e in questa luce il Signore lo ha preso con sé”.

Paolo VI - Giovanni Battista Montini

Dopo questa breve premessa vorrei ora fornirvi alcune tracce del profilo della vita spirituale di Paolo VI, essenzialmente due:

  • - il cristocentrismo;
  • - il volto di Cristo in una chiesa che si fa dialogo.

O potremmo anche dire, con le parole che papa Francesco ha rivolto poco più di un anno fa ai partecipanti al pellegrinaggio della vostra diocesi a Roma: “L’amore a Cristo, l’amore alla chiesa e l’amore all’uomo. Queste tre parole sono atteggiamenti fondamentali, ma anche appassionati di Paolo VI” (Basilica Vaticana, 22 giugno 2013).

  1. Paolo VI - Cristo CrocifissoIl cristocentrismo

Ricordo ancora vivamente il modo in cui Paolo VI proclamava il termine “Cristo”: con voce convinta e vibrante, ripetendolo più volte, quasi in una litania nella quale egli vi accostava definizioni e attributi densissimi. Già in questa espressione, e nello stile con cui la pronunciava, si intuivano tutto l’amore, tutta la fede e tutta la speranza che Paolo VI poneva nel Signore Gesù Cristo. La sua vita spirituale – tutti l’hanno notato – era essenzialmente cristocentrica, perché Cristo, il Figlio di Dio e l’uomo nato da Maria, era al centro di ogni suo pensiero, parola e azione.

Restano memorabili le sue parole del 29 settembre 1963, nell’allocuzione di apertura della seconda sessione del concilio, quando volle raffigurarsi nel suo rapporto con Cristo ricorrendo a questa immagine: “Noi sembriamo quasi rappresentare la parte del nostro predecessore Onorio III che adora Cristo, come è raffigurato con splendido mosaico nell’abside della basilica di San Paolo fuori le Mura. Quel pontefice, di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella basilica, che è la chiesa”.

Questa è veramente l’icona capace di illustrare il rapporto vitale che Paolo VI viveva con il Cristo Signore. Egli aveva un profondo senso di umiltà e di indegnità personale, confessava la sua pochezza e il suo peccato, come Pietro quando disse a Gesù: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). Ma si sentiva anche un suo discepolo chiamato e amato, un successore di Pietro al quale Gesù continuava a chiedere nient’altro che l’amore: “Mi ami tu? … Pasci i miei agnelli” (Gv 21,15). Quante volte la penna di Paolo VI trascrive le parole di questo brano evangelico in cui Pietro è fatto pastore sull’unico fondamento del suo amore per Cristo!

La sera della sua elezione a papa, il 21 giugno 1963, così scrive:

Sono nell’appartamento pontificio: impressione profonda di disagio e di confidenza insieme … Il mondo mi osserva, mi assale. Devo imparare ad amarlo veramente. La chiesa qual è. Il mondo qual è. Quale sforzo! Per amare così bisogna passare per il tramite dell’amore di Cristo: mi ami? Pasci!

O Cristo, o Cristo! Non permettere che io mi separi da te (testo citato in P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Morcelliana, Brescia 2014, pp. 104-105).

Cristo era per Paolo VI “il compagno inseparabile”. Si può dire che lui viveva insieme a Cristo (cf. 1Ts 5,10), e tutto ciò che pensava, viveva, decideva, diceva e scriveva, sembra averlo fatto con accanto questa presenza. Segno di questo legame spirituale è anche un piccolo libretto, il Manuale christianum (H. Dessain, Malines 1914), contenente tra gli altri il Nuovo Testamento e L’imitazione di Cristo, che Paolo VI porterà sempre con sé, anche nei viaggi apostolici, fino al termine della sua vita.

Il Cristo in cui egli credeva e che amava era quello dei vangeli, letti con assiduità, meditati e pregati; vangeli certamente anche attualizzati grazie all’aiuto di varie opere su Cristo, in particolare di autori del ‘900, ma soprattutto accostati come richiesto dall’Imitazione di Cristo: attraverso la liturgia e l’ascesi cristiana che impegna a una continua reformatio di se stessi e delle realtà affidate a noi dalla volontà divina.

Da tutti gli scritti di Paolo VI si riceve la testimonianza di una sequela sempre più intima di Cristo, che egli sente come Figlio di Dio venuto nel mondo attraverso l’incarnazione, ma per questo “Figlio dell’uomo, … [che] ha raffigurato in sé l’umanità nella sua tragica, immonda, conclusiva realtà: dolore e peccato. L’umanità lebbrosa di tutti i suoi mali, specchio del più spaventoso realismo; ognuno vi si ritrova. Ma perché?… Per far trovare noi stessi in lui; per assumere in sé ogni nostra sofferenza, ogni nostra miseria; per immensa, silenziosa, discreta ed effettiva simpatia. Per essere lui noi stessi” (Castelgandolfo, 1971; Macchi, p. 128).

Paolo VI in Terra Santa

Paolo VI aveva un senso fortissimo del peccato delluomo, ma poneva questo peccato davanti a Cristo, confidando nella sua misericordia e nel suo perdono. Come non ricordare la grande preghiera litanica fatta nella

basilica del Santo Sepolcro, durante il suo pellegrinaggio in Terra santa del gennaio 1964:

  • Siamo qui, Signore Gesù.
  • Siamo venuti come i colpevoli che ritornano al luogo del loro delitto …
  • Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza” (Macchi, pp. 136-137).

Nel 1921, dunque a 24 anni, scriveva: “Desidero vederlo, Gesù, forse presto”, e questo “voler vedere Gesù” è la sua ricerca essenziale, il filo conduttore di tutta la sua vita.

In uno scritto di dieci anni dopo annota: “Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità per imitare così Gesù Cristo, come a me si conviene” (cf. Gv 18,37). Egli sceglie il nome di Paolo perché – confessa in una nota manoscritta dopo la sua elezione – l’Apostolo era “amoroso di Cristo” (Macchi, p. 332), amante di Cristo. Durante tutto il pontificato ha sentito rivolte a sé le parole del Signore: “Mi ami? … Pasci i miei agnelli”. E nel Pensiero alla morte, il testo (preparatorio al Testamento) che è forse il più espressivo di Paolo VI, esclama in forma di preghiera: “Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo” Macchi, p. 347).

Il cristocentrismo di Paolo VI è un vivere con Cristo al centro, è un riconoscere Cristo come Signore, è una comunione con un Cristo che è compagno e amante! “Cristo”, infatti “è il centro della storia e del mondo; egli è colui che ci conosce e che ci ama; egli è il compagno e l’amico della nostra vita” (Manila, Omelia del 29 novembre 1970). Davvero – per citare ancora papa Francesco – “Paolo VI ha saputo testimoniare, in anni difficili, la fede in Gesù Cristo. Risuona ancora, più viva che mai, la sua invocazione: ‘Tu ci sei necessario o Cristo!’. Sì, Gesù è più che mai necessario all’uomo di oggi, al mondo di oggi, perché nei ‘deserti’ della città secolare lui ci parla di Dio, ci rivela il suo volto” (22 giugno 2013).

Paolo_VI_2_UgandaProprio questo porre Cristo al centro, questo suo decentrarsi, mette in evidenza un tratto fondamentale della vita spirituale di Paolo VI, a cui già si è fatto cenno: la virtù dell’umiltà, che egli cercava di manifestare anche nell’esercizio del ministero petrino. Sono molti i gesti che ne danno testimonianza, ma è sufficiente ricordare la pulsione che Paolo VI sentì prepotente in sé alla fine della concelebrazione che il 14 dicembre 1975, nella Cappella Sistina, ricordava la reciproca abrogazione delle scomuniche tra le chiese di Roma e di Costantinopoli, avvenuta dieci anni prima. Sceso dall’altare, il papa si avvicinò al metropolita Melitone, inviato del patriarcato ecumenico, cadde in ginocchio davanti a lui e gli baciò i piedi. Gesto improvviso, di cui nessuno era preavvertito; gesto che sorprese tutti e – dobbiamo ricordarlo – destò critiche al papa. Un noto teologo scrisse, su una rivista arcivescovile, che era miserevole diminuire così il papato davanti a un vescovo ortodosso! Paolo VI aveva nel cuore “passione”, non era affatto un moderato nei sentimenti, e se a volte si esprimeva in modo enfatico – per esempio: “Eccoci dunque in mezzo a voi. Il nostro nome è Pietro” (Ginevra, Discorso al Consiglio ecumenico delle chiese, 10 giugno 1969), tuttavia conservava un cuore disponibile all’abbassamento, all’arte della kénosis per amore di Cristo.

  1. Paolo VI e AtenagoraIl volto di Cristo in una chiesa che si fa dialogo

È dal cristocentrismo vissuto che Paolo VI poteva fissare il suo sguardo sulla chiesa. La chiesa era per lui la chiesa di Cristo – ecclesiam suam

, la chiesa di cui Cristo è Signore, la chiesa suo corpo. Qualcuno ha accusato Paolo VI di aver condotto il Vaticano II con un’ottica ecclesiocentrica, ma questo è contraddetto da tutto ciò che egli ha scritto e operato nella prosecuzione dei lavori del concilio e poi nella difficile opera dell’inizio della sua attuazione.

È vero che, quando vuole indicare gli scopi principali del concilio all’inizio della seconda sessione, delinea quattro punti: “La conoscenza o, se così piace dire, la coscienza della chiesa, la sua riforma, la ricomposizione di tutti i cristiani nell’unità e il colloquio della chiesa con il mondo contemporaneo” (Discorso di apertura della seconda sessione, 29 settembre 1963). Ma in apertura della terza sessione, il 14 settembre 1964, precisa subito che “la chiesa … deve dire di sé ciò che Cristo di lei pensò e volle”. Il fondamento di tutto il concilio è dunque cristologico, e cristologico fu il concilio, non ecclesiologico, come alcuni sostengono: non a caso

  • Lumen gentium è Cristo,
  • Dei Verbum è la parola di Cristo,
  • la Liturgia della chiesa è Cristo che prega,
  • il dialogo con il mondo è Cristo che raggiunge tutte le genti.

Il concilio era un’assemblea ecclesiale, ma chi non ricorda Paolo VI che, entrando, cammina dietro il libro dei vangeli, segno di Cristo? Cristo è il punto di partenza, il centro e l’orizzonte del concilio Vaticano II. Per questo Paolo VI il 29 settembre 1963 grida con enfasi: “Te, Christe, solum novimus!, e alla fine del discorso afferma: “Christus praesideat, Cristo presieda questo concilio”.

La prima enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam, è affidata alla chiesa il 6 agosto del 1964, a poco più di un anno dall’inizio del pontificato. Non vuole essere un’enciclica dottrinale – dice il papa – ma piuttosto esortativa e confortante, con uno stile aperto, non polemico ma spirituale. In questo testo, in cui fa ricorso a fonti essenzialmente bibliche, Paolo VI insiste in modo particolare sulla riforma della chiesa, indicando un itinerario preciso, ovvero i tre assi portanti dell’Enciclica: coscienza, rinnovamento, dialogo. La chiesa deve “riflettere su se stessa”, “approfondire la coscienza ch’ella deve avere di sé” (ES 19), ha bisogno di sentirsi una. Ma quest’atto riflessivo altro non è che postura di ascolto e di obbedienza alla parola di Dio, docilità a Cristo Signore (cf. ES 21 e 28). E si noti: Paolo VI parla di “reformatiodella chiesa, mentre il testo latino pubblicato in Acta Apostolicae Sedis l’ha sistematicamente mutato nel vocabolo più neutro “renovatio.

Giovanni XXIII aveva parlato di “aggiornamento”, mentre Paolo VI usa il termine riforma, perché vuole associarlo all’idea di conversione, echeggiando anche il titolo del libro di p. Yves Congar Vera e falsa riforma nella chiesa (Vraie et fausse réforme dans l’église 1950). E questa riforma è “l’attitudine [della chiesa] a vivere secondo la grazia divina, la sua fedeltà al Vangelo del Signore” (ES 53).

Nella chiesa Paolo VI vuole vedere il volto di Cristo, la sposa bella e pronta per il suo Sposo (cf. Ef 5,27; Ap 21,2), sempre rivolta con lo sguardo al Signore ma, nello stesso tempo, capace di collocarsi nella storia umana con lo stesso paradigma dell’incarnazione, cioè con il dialogo, quindi facendosi strumento di quel dialogo che Dio tesse con l’umanità fin dall’in-principio della storia. Il dialogo appare costitutivo della chiesa, connesso alla sua intima natura e ragion d’essere, che discende dall’origine stessa della chiesa nel Dio tri-unitario (ecclesia ex Trinitate). Così dunque il papa si esprime in un passaggio dell’Enciclica giustamente divenuto celebre:

  • La chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. 
  • La chiesa si fa parola;
  • la chiesa si fa messaggio;
  • la chiesa si fa conversazione …
  • Il dialogo …. deve ricominciare ogni giorno;
  • e da noi prima che da coloro ai quali è rivolto (ES 67.79).

E già a Betlemme il 6 gennaio 1964 aveva esclamato: “Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. E se anche il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo e non guardasse a noi, noi continueremmo ad amarlo perché il cristianesimo non potrà sentirsi estraneo al mondo.

Se la salvezza passa attraverso lo spirito della relazione con Dio in Gesù, Parola definitiva di Dio all’umanità (cf. Gv 1,18; Eb 1,2), allora il dialogo è la forma e il contenuto con cui la chiesa obbedisce al suo Signore e si pone a servizio dell’umanità, perché “tutto ciò che è umano ci riguarda(ES101).

Ecco il nuovo stile che Paolo VI chiede alla chiesa di adottare nel mondo contemporaneo: uno stile che è direttamente buona notizia, vangelo, in quanto afferma che il modo della presenza è tanto essenziale quanto il suo contenuto, che il modo di stare della chiesa tra gli uomini è già messaggio. Così il dialogo diventa per Paolo VI un’arte di comunicazione spirituale, in cui chiarezza, mitezza, fiducia diventano anche carità della chiesa verso ogni uomo e donna nel mondo: “La chiesa è l’ancella dell’uomo [cf. Paolo VI: “La chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità”.

Allocuzione durante l’ultima sessione pubblica del Concilio, 7 dicembre 1965], la chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’uomo, ama l’uomo, crede nell’uomo” (papa Francesco, 22 giugno 2013). Potremmo dire che Paolo VI ha gettato su di noi il mantello di una sapienza profetica e di uno stile di ascolto e di dialogo che la chiesa solo ora inizia a imparare e a praticare…

Il terreno per ’evangelizzazione è dunque preparato, e quando Paolo VI scriverà l’Evangelii nuntiandi, il suo magistero più profetico e tuttora insuperato – che papa Francesco definisce “per me il documento pastorale più grande che è stato scritto fino a oggi” (22 giugno 2013) –, la chiesa potrà ricordare che la parola di Dio è prima e che la conversione è seconda, ma è assolutamente necessaria affinché vi sia dialogo tra la chiesa e il mondo.

L’ Evangelii nuntiandi è il paradigma del pensiero teologico-spirituale di Paolo VI ed esprime la sua postura di cristiano e di apostolo. Di un cristiano che cerca di portare il Vangelo nel mondo, non certo identificandolo con una cultura; anzi, il Vangelo spogliato da ogni cultura ma che sa entrare nel tessuto delle culture senza asservirsi ad alcuna, restando “buona notizia” che deve essere comunicata certamente mediante una buona comunicazione, ma soprattutto attraverso la testimonianza. Insomma un Vangelo vissuto, ovvero la coerenza e lo stile del cristiano che vive ciò che annuncia. Al riguardo, non si può non citare uno splendido passaggio di questa Esortazione:

La Buona Notizia è anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare.

Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili:

  • perché sono così?

  • Perché vivono in tal modo?

  • Che cosa o chi li ispira?

  • Perché sono in mezzo a noi?

Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Notizia “(EN 21).

Paolo VI durante il Concilio

Paolo VI aveva una fede profonda nella dýnamis della parola di Dio: anche in questo era davvero paolino (cf., per esempio, Rm 1,16: “il Vangelo è dýnamis, potenza di Dio”) e credeva fermamente che la Parola può compiere la sua corsa nel mondo (cf. 2Ts 3,1), se coloro che la annunciano la vivono come l’ha vissuta Gesù Cristo.

Conclusione

Cari fratelli e sorelle, questa sera abbiamo voluto fare memoria di un uomo, di un cristiano diventato vescovo di Roma, papa, che per tutta la vita ha cercato di imitare il suo Signore Gesù Cristo; un uomo che è stato fatto santo da colui che è Santo, il Signore. In questo cammino Paolo VI – non dimentichiamolo – ha sofferto, ha conosciuto le fatiche della sollecitudine per tutte le chiese (cf. 2Cor 11,28), ma anche le ferite delle opposizioni, delle accuse, delle incomprensioni da parte di quelli che gli erano più vicini.

Ed ecco in questa chiesa cattedrale quel monumento che egli nel suo testamento dichiarava di non volere (“Non desidero né tomba speciale, né alcun monumento”), ma che giustamente il vostro amore ha voluto come suo memoriale: Paolo VI in ginocchio con

il capo chino, che vive il mistero cristiano adoran do. Lui così fragile, quasi schiacciato dal piviale di cui è gloriosamente vestito, si appoggia

all’asta della croce, che non è un pastorale ma è l’elevazione di un Gesù uomo che muore in croce narrando (exeghésato: Gv 1,18) l’amore di Dio per il mondo. Per noi è cosa buona ricordarlo così, in questa postura che lo fa umile ma forte, piegato verso l’umanità ma nell’atto di alzare il vessillo della santa croce, unica nostra speranza.

Proclamando Paolo VI beato, dunque invocabile da tutti noi, la chiesa confessa la sua intercessione per tutta l’umanità in cielo, in Dio. È una grande gioia per tutti noi che oggi la sua figura spirituale non sia più dimenticata, non susciti diffidenza ma, al contrario, riceva l’attestazione che per la sua vita e il suo ministero petrino tutta la chiesa, anzi oso dire tutte le chiese, rendono grazie a Dio.


Tiara di Paolo VI
Paolo VI - Cristo Crocifisso
1-12.0511-2013-12-1613 P. Gabriele Russotto fu il postulatore della causa di beatificazione di San Riccardo Pampuri. Paolo VI nel 1970 lo dichiarò Servo di Dio.

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TERESA LA GRANDE –

Santa Teresa d'Avila

Entrata nel Carmelo di Ávila a vent’anni, fuggita di casa, dopo un travagliato percorso interiore che la condusse a quella che definì in seguito la sua “conversione” (a trentanove anni), divenne una delle figure più importanti della Riforma Cattolica grazie alla sua attività di scrittrice e riformatrice delle monache e dei frati, e grazie alla fondazione di monasteri in diversi luoghi di Spagna, e anche oltre (prima della sua morte venne fondato un monastero di Scalzi a Lisbona). Morì ad Alba de Tormes nel 1582 durante uno dei suoi viaggi.

Avevo tanta paura che mi venisse la vocazione religiosa- ella stessa scrisse- ma nel medesimo tempo sentivo una gran paura anche per lo stato matrimoniale”

FIORI 29

SOLO DIO BASTA

di Santa Teresa d’Avila)

  • “Nulla ti turbi,
  • nulla ti spaventi.
  • Tutto passa, 
  • solo Dio non cambia.
  • La pazienza ottiene tutto.
  • Chi ha Dio non manca di nulla:
  • solo Dio basta!
  • Il tuo desiderio sia vedere Dio,
  • il tuo timore, perderlo,
  • il tuo dolore, non possederlo,
  • la tua gioia sia ciò
  • che può portarti verso di lui
  • e vivrai in una grande pace”.

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OGGI ARIA DI PARADISO – Angelo Nocent

San Callisto I SAN CALLISTO I, Papa

Nacque nella seconda metà del secolo II. Di condizione servile, era tuttavia molto apprezzato dal correligionario Carpoforo, che gli affidò l’amministrazione dei suoi beni. Fu ordinato diacono dal papa Zefirino, al quale successe nella cattedra di Pietro l’anno 217 e resse la Chiesa per cinque anni e due mesi. La sua elezione provocò lo scisma di Ippolito, che rimproverava a Callisto la sua origine servile e soprattutto la sua arrendevolezza nei confronti dei peccatori. San Callisto dovette combattere anche contro l’eresia sabelliana. Morì “martire” nel 222, non per mano dell’autorità imperiale ma in occasione di una sedizione popolare.

Callisto IO glorioso Papa Callisto, intercedi per il Santo Sinodo dei Vescovi in corso.

Nell’ odierna LITURGIA DELLE ORE mi sono lasciato prendere da questo passo, ispirato dalla Chiesa delle origini peri cristiani di ogni tempo, siano essi nella persecuzione chiamati al martirio o in tempi di pace, dove quasi sempre si vive un segreto lancinante martirio interiore.

Guarda caso, proprio ieri avevo preparato una  “cartolina” sul tema:

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«Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8, 18).

Chi dunque non si sforzerebbe in tutti i modi di raggiungere tanta gloria da divenire amico di Dio, da entrare subito nel gaudio di Cristo, in modo che, dopo i tormenti e i supplizi della terra, possa riceverei premi del cielo?

Per i soldati della terra è un titolo di gloria ritornare in patria trionfanti, dopo che hanno vinto il nemico. Ma non sarà, allora, molto più grande, molto più stimabile, la gloria di chi ritorna trionfante in paradiso, dopo aver vinto il diavolo?

Nel luogo da cui Adamo peccatore fu cacciato, là riporteremo i trofei vittoriosi, dopo aver gettato a terra colui che ci aveva dapprima ingannati. Offriremo a Dio come dono graditissimo la nostra fede incontaminata, la virtù della mente intatta, e la lode luminosa della nostra devozione. Ci accompagneremo a lui quando verrà il momento di ottenere la vendetta sui nemici. Staremo al suo fianco quando si siederà per giudicare. Saremo al suo fianco quando si siederà per giudicare. Saremo fatti coeredi di Cristo e resi uguali agli angeli. Avremo la gioia di possedere il Regno celeste insieme ai patriarchi, agli apostoli, ai profeti.

  • Quale persecuzione può esercitare una pressione verso il male pari a quella esercitata da queste realtà verso il bene?
  • Quali tormenti una spinta maggiore?

Un cuore pieno di queste promesse diventa saldo, un animo, certo di tale premio, non potrà essere piegato da nessun terrore del diavolo e da nessuna minaccia del mondo; l’animo, dico, corroborato dalla fede certa e solida nella vita futura.

Si abbatta pure sui cristiani la tempesta della persecuzione. Essi non temeranno, perché vedono aperto su di loro il cielo. Li minacci pure l’antiCristo, ma Cristo li protegge. Venga loro inferta la morte, ma li segue l’immortalità.

  • Che felicità, che gioia uscire da questo mondo nella letizia, uscire gloriosamente attraverso amarezze ed angustie, chiudere in un istante gli occhi che prima vedevano gli uomini e il mondo, e riaprirli subito per vedere Dio, il Cristo!
  • Come appare rapido questo passaggio alla felicità! In un attimo sei sottratto alla terra per essere collocato nel regno dei cieli.

Tutto questo bisogna pensarlo con la mente e col cuore e meditarlo giorno e notte. Se la persecuzione troverà un soldato di Cristo impegnato così, non potrà vincerne la fortezza protesa verso il premio. Se invece la suprema
chiamata verrà prima, non rimarrà senza premio la fede che era preparata al martirio. Il prima e il dopo non interferiscono sul premio che Dio giudice concede.

Nella persecuzione viene coronato il combattimento vittorioso, nel tempo di pace la condotta esemplare. (Capp. 13; CSEL 3, 346-347)

Catacombe di San CallistoCATACOMBE DI SAN CALLISTO – ROMA

Le catacombe sono sorte verso fine del II secolo, con alcuni ipogei cristiani privati e da un’area funeraria direttamente dipendente dalla chiesa romana. Prendono nome dal diacono Callisto I, preposto da papa Zefirino all’amministrazione del cimitero stesso. Salito a sua volta al soglio pontificio, Callisto ingrandì il complesso funerario, che ben presto divenne quello ufficiale della Chiesa.

Rom,_Calixtus-Katakomben,_Krypta_der_PäpsteLa cripta dei Papi

buon Pastore - Catacombe San CallistoIl Buon Pastore (Il Pastore Bello)

Agape_feast_04Banchetto liturgico tra cristiani

1-Ultimo Giorno

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GLOBULI ROSSI Company – MISSION – CARTOLINE DELLO SPIRITO (3) – Angelo Nocent

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LE CARTOLINE (spesso in bilingue) SONO UNO STRUMENTO DI EVANGELIZZAZIONE CHE UTILIZZO IN FACEBOOK. CHI VUOLE, PUO’ FARNE USO PER IL MEDESIMO FINE E METTERLE IN CIRCOLAZIONE SULLA RETE CHE PERMETTE DI RAGGIUNGERE GLI ESTREMI CONFINI DELLA TERRA.

Carlo Maria Martini 02jpgNoi siamo Chiesa e cerchiamo di tenere viva la memoria dell’ispiratore e guida spirituale che ci ha abituati a guardare lontano: «È una Chiesa pienamente sottomessa alla parola di Dio, nutrita e liberata da questa Parola».

  • Dire «sottomessa» equivale a riconoscere la parola di Dio come insuperabile termine di paragone.
  • Dire «nutrita» fa pensa­re a una Chiesa che trova nella parola di Dio l’energia necessaria e sufficiente per affrontare le fatiche della vita.
  • Dire «liberata» è come affermare che la Chiesa possiede una risorsa che le permette di non avere timore del mondo e di non cadere nella schiavitù dell’errore e della menzogna.” (Carlo Maria Martini)

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OGGI SAN GIOVANNI XXIII

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Giovanni XXIII coi malatiDecalogo di Papa Giovanni

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DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO – Angelo Nocent

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LA DIVINIZZAZIONE NELLA BIBBIA

Umanizzazione - Storia e utopia - P. MarchesiL’ argomento della divinizzazione, pur essendo presente nella Bibbia e nel Magistero, non desta molto interesse.  Hanno invece avuto buon gioco in questi anni i sostenitori dell’umanizzazione, cavallo di battaglia di Padre Pierluigi Marchesi, allora Priore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, ma non solo. Intendiamoci, umanizzare, umanizzarsi per umanizzare… non sono brutte parole, sono anzi lodevoli. Solo che celano un pericolo: quello del fraintendimento. E’ già successo e sta verificandosi ancora, con nefaste conseguenze.

Nella storia della Chiesa l’inconveniente si è manifestato in tutti tutti i secoli e significa – in parole povere – l’estromissione dello Spirito Santo, la negazione del suo operare.

Questo compie lo Spirito del Signore”. (2 Cor 3,18).

p.-francesco-rossi-de-gasperisA tal proposito, il biblista Francesco Rossi De Gasperis S.J. è molto esplicito:

Un cristiano che si mettesse in mente, da cristiano, di spostare l’orizzonte della speranza e dell’impegno degli uomini dalla loro divinizzazione alla loro umanizzazione, è come se negasse e rifiutasse che l’uomo sia chiamato a fare di Dio quella esperienza diretta, immediata e trasformante che Gesù risorto e asceso al cielo ci partecipa donandoci lo Spirito: “ «Questo Gesù, Dio lo ha fatto risorgere, e noi tutti ne siamo testimoni. Egli è stato innalzato accanto a Dio e ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che era stato promesso. Ora egli ci dona quello stesso Spirito come anche voi potete vedere e udire. “ (At.2,32-33).
 
Questa negazione costituisce la più grande eresia che possa attecchire tra cristiani. Essa implica la negazione del fatto che Gesù Cristo, il Verbo di Dio, è venuto in carne”.

Più d’una volta mi sono permesso di venire in soccorso della divinizzazione ma non sono riuscito mai a far bella figura, pur con tanto di citazioni bibliche.

maria e giuseppe giovani con ilbambino famiglia1Se è vero che Maria è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa, è perché il lei si è verificato quanto l’apostolo Paolo scriveva ai i cristiani di Efeso, assicurandoli di pregare in ginocchio perché siano “pieni di tutta la ricchezza di Dio”:

  • “Per questo motivo, dunque, io mi inginocchio davanti a Dio Padre,
  • a lui che è il Padre di tutte le famiglie del cielo e della terra.
  • A lui chiedo di usare verso di voi la sua gloriosa e immensa potenza, e di farvi diventare spiritualmente forti con la forza del suo Spirito;
  • di far abitare Cristo nei vostri cuori, per mezzo della fede.
  • A lui chiedo che siate saldamente radicati e stabilmente fondati nell’amore.
  • Così voi, insieme con tutto il popolo di Dio, potrete conoscere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo, che è più grande di ogni conoscenza,
  • e sarete pieni di tutta la ricchezza di Dio. (Ef 3, 14-19).

Non meno esplicito è con i cristiani di Corinto, proprio parlando di Cristo risuscitato dai morti:

  • L’ultimo nemico a essere distrutto sarà la morte.
  • Infatti la Bibbia afferma: Dio gli ha sottomesso ogni cosa.
  • Quando dice che ogni cosa gli è stata sottomessa, si intende però che è escluso Dio, il quale ha dato a Cristo questa autorità.
  • Quando poi tutto gli sarà stato sottomesso, allora anche il Figlio sarà sottomesso a chi lo ha fatto Signore di ogni cosa.
  • È così Dio regnerà effettivamente in tutti..” (1Cor 17,20-23).

In un’altra lettera scriverà agli stessi:

  • Ora noi tutti contempliamo a viso scoperto la gloria del Signore,
  • una gloria sempre maggiore che ci trasforma per essere simili a lui.
  • Questo compie lo Spirito del Signore”. (2 Cor 3,18)

L’evangelista Giovanni, a Gesù che pensa ai futuri credenti mette sulle labbra questa preghiera:

  • “Io non prego soltanto per questi miei discepoli, ma prego anche per altri, per quelli che crederanno in me dopo aver ascoltato la loro parola.
  • Fa’ che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato.
  • “Io ho dato loro la stessa gloria che tu avevi dato a me, perché anch’essi siano una cosa sola come noi:
  • io unito a loro e tu unito a me.
  • Così potranno essere perfetti nell’unità, e il mondo potrà capire che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me”.  (Gv 17, 20-23)

Pietro, nella sua seconda lettera, non è meno esplicito:

  • Egli ci ha donato quelle cose grandi e preziose che erano state promesse, perché anche voi, fuggendo la corruzione dei vizi di questo mondo, diventiate partecipi della natura di Dio.” (2Pt 1,4).

Mi limito a queste citazioni ma ce ne sarebbero, eccome…

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LA DIVINIZZAZIONE NEL MAGISTERO

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si legge:

460 Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4): “Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio” [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1].

Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” [Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192B].

Unigenitus Dei Filius, suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo - L’Unigenito Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei [San Tommaso d'Aquino, Opusculum 57 in festo Corporis Christi, 1].

A proposito della “caduta” sempre il catechismo dice:

398 Con questo peccato, l’uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente “divinizzato” da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare “come Dio”, [Cf ⇒ Gen 3,5 ] ma “senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio” [San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber: PG 91, 1156C].

A proposito di Maria si legge:

507 Maria è ad un tempo vergine e madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa: [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63] “La Chiesa. . . per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 64].

GIOVANNI PAOLO II nell’udienza del 9 dicembre 1981 diceva:

“Le parole dei Sinottici attestano che lo stato dell’uomo nell’”altro mondo” sarà non soltanto uno stato di perfetta spiritualizzazione, ma anche di fondamentale “divinizzazione” della sua umanità.

I “figli della risurrezione” – come leggiamo in Luca 20,36 – non soltanto “sono uguali agli angeli”, ma anche “sono figli di Dio”. Si può trarne la conclusione che il grado della spiritualizzazione, proprio dell’uomo “escatologico”, avrà la sua fonte nel grado della sua “divinizzazione”, incomparabilmente superiore a quella raggiungibile nella vita terrena. Bisogna aggiungere che qui si tratta non soltanto di un grado diverso, ma in certo senso di un altro genere di “divinizzazione”.

La partecipazione alla natura divina, la partecipazione alla vita interiore di Dio stesso, penetrazione e permeazione di ciò che è essenzialmente umano da parte di ciò che è essenzialmente divino, raggiungerà allora il suo vertice, per cui la vita dello spirito umano perverrà ad una tale pienezza, che prima gli era assolutamente inaccessibile. Questa nuova spiritualizzazione sarà quindi frutto della grazia, cioè del comunicarsi di Dio, nella sua stessa divinità, non soltanto all’anima, ma a tutta la soggettività psicosomatica dell’uomo.

Parliamo qui della “soggettività” (e non solo della “natura”), perché quella divinizzazione va intesa non soltanto come uno “stato interiore” dell’uomo (cioè: del soggetto), capace di vedere Dio “a faccia a faccia”, ma anche come una nuova formazione di tutta la soggettività personale dell’uomo a misura dell’unione con Dio nel suo mistero trinitario e dell’intimità con Lui nella perfetta comunione delle persone. Questa intimità – con tutta la sua intensità soggettiva – non assorbirà la soggettività personale dell’uomo, anzi, al contrario, la farà risaltare in misura incomparabilmente maggiore e più piena.

La “divinizzazione” nell’”altro mondo”, indicata dalle parole di Cristo, apporterà allo spirito umano una tale “gamma di esperienza” della verità e dell’amore che l’uomo non avrebbe mai potuto raggiungere nella vita terrena. Quando Cristo parla della risurrezione, dimostra al tempo stesso che a questa esperienza escatologica della verità e dell’amore, unita alla visione di Dio “a faccia a faccia”, parteciperà anche, a modo suo, il corpo umano”.

GIOVANNI PAOLO II – LETTERA APOSTOLICA ORIENTALE LUMEN 

L’insegnamento dei Padri cappadoci sulla divinizzazione è passato nella tradizione di tutte le Chiese orientali e costituisce parte del loro patrimonio comune. Ciò si può riassumere nel pensiero già espresso da Sant’Ireneo alla fine del II secolo: Dio si è fatto figlio dell’uomo, affinché l’uomo potesse divenire figlio di Dio [cfr. Contro le eresie, III,10,2: SCh 211/2,121; III,18,7, I.c., 365; III,19,1, I.c., 375; IV,20,4: SCh 100/2,635; IV 33,4, I.c., 811; V, Pref., SCh 153/2,15].

Questa teologia della divinizzazione resta una delle acquisizioni particolarmente care al pensiero cristiano orientale [Innestati in Cristo «gli uomini diventano dei e figli di Dio, ... la polvere e innalzata ad un tale grado di gloria da essere ormai uguale in onore e deità alla natura divina», Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, I: PG 150,505].

In questo cammino di divinizzazione ci precedono coloro che la grazia e l’impegno nella via del bene ha reso «somigliantissimi» al Cristo: i martiri e i santi [cfr. S.Giovanni Damasceno, Sulle immagini, I,19: PG 94,1249].

E tra questi un posto tutto particolare occupa la Vergine Maria, dalla quale è germogliato il Virgulto di Jesse (cfr. Is 11,1). La sua figura è non solo la Madre che ci attende ma la Purissima che – realizzazione di tante prefigurazioni veterotestamentarie – è icona della Chiesa, simbolo e anticipo dell’umanità trasfigurata dalla grazia, modello e sicura speranza per quanti muovono i loro passi verso la Gerusalemme del cielo [cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987) 31-34: AAS 79 (1987), 402-406; Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sull'ecumenismo Unitatis Redintegratio, 15].

San Paolo e il kerigma 1-angelo-nocent Umanizzazione o divinizzazione

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