SOGNARE IL SOGNO DI MARIA E’ SOGNARE IL SOGNO DI DIO – Angelo Nocent

Maria al tempio

PRESENTAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA AL TEMPIO

La festa odierna ricorda l’avvenimento dell’infanzia della Santissima Vergine Maria: la sua Presentazione al Tempio da parte di Gioacchino e Anna e la sua consacrazione a Dio. Il fatto ci è riportato dagli apocrifi e particolarmente dal Protoevangelo di Giacomo, che nella prima parte risale al II secolo. Proprio perché non c’è traccia nei quattro vangeli canonici, si fa memoria per ricordare tutto il periodo della vita della Madonna che va dalla nascita al suo fidanzamento con Giuseppe e all’Annunciazione.


Carlo Maria Martini benedice con l'EvangelarioNella lettera pastorale del Cardinale Carlo Maria Martini, – anno 1987/89 – dal titolo DIO EDUCA IL SUO POPOLO , al n. 8 è scritto: “In conclusione, dicendo che Dio educa il suo popolo si vuol dire che Dio è educatore di ciascuno di noi, di ogni uomo e donna che vengono in questo mondo, ma sempre nel quadro di un cammino di popolo, di una comunità di credenti; Dio educa un popolo nel suo insieme, con attenzione privilegiata verso il cammino di ciascuno“.

Maria rientra pienamente anche lei in questo disegno: “La ragione ultima di questa dialettica persona-comunità sta nel fatto che l’umanità è chiamata alla comunione con Dio nell’adesione strettissima, in un solo corpo, a Gesù, Verbo incarnato, che riassume in sé tutti i destini umani: i destini di tutti e di ciascuno (cf. Efesini 1, 3-23; Colossesi 1, 1 5-20).”

Ma il sogno di Dio su Maria e su ognuno di noi  ce lo spiega Sant’Agostino nell’odierna Liturgia delle Ore:

Colei che credette in virtù della fede,
in virtù della fede concepì

sant-agostino“Fate attenzione, vi prego, a quello che disse il Signore Gesù Cristo, stendendo la mano verso i suoi discepoli:

«Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 49-50).

Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale

  • credette in virtù della fede,
  • concepì in virtù della fede,
  • fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini,
  • fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato?

Ha fatto, sì certamente ha fatto la volontà del Padre Maria santissima e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo:

  • fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo.
  • Perciò Maria era beata, perché, anche prima di dare alla luce il Maestro, lo portò nel suo grembo.

Osserva se non è vero ciò che dico. Mentre il Signore passava, seguito dalle folle, e compiva i suoi divini miracoli, una donna esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato!» (Lc 11, 27). Felice il grembo che ti ha portato!

E perché la felicità non fosse cercata nella carne, che cosa rispose il Signore? «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11, 28).

Anche Maria proprio per questo è beata, perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata.

  • Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo.
  • Cristo è verità, Cristo è carne;
  • Cristo è verità nella mente di Maria,
  • Cristo è carne nel grembo di Maria.
  • Conta di più ciò che è nella mente, di ciò che è portato nel grembo.

 Santa è Maria, beata è Maria, ma è migliore la Chiesa che la Vergine Maria.

Perché?

1-MADONNA DELLE ASSI 30032014
Perché Maria è una parte della Chiesa: un membro santo, un membro eccellente, un membro che tutti sorpassa in dignità, ma tuttavia è sempre un membro rispetto all’intero corpo. Se è membro di tutto il corpo, allora certo vale più il corpo che un suo membro.

Il Signore è capo, e il Cristo totale è capo e corpo.

Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo per capo Dio. Perciò, o carissimi, badate bene: anche voi siete membra di Cristo, anche voi siete corpo di Cristo.

Osservate in che modo lo siete, perché egli dice: «Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli» (Mt 12, 49).

Come potrete essere madre di Cristo?

Chiunque ascolta e chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre (cfr. Mt 12, 50).

Quando dico fratelli, quando dico sorelle, è chiaro che intendo parlare di una sola e medesima eredità. Perciò anche nella sua misericordia, Cristo, essendo unico, non volle essere solo, ma fece in modo che fossimo eredi del Padre e suoi coeredi nella medesima sua eredità”.

BENVENUTA ANNAMARIA !

Pentecoste

ttp://HO FATTO UN SOGNO

E, per chi lo desidera, questa giornata è ideale anche per rinnovare il desiderio di realizzare il sogno di Dio che ha su ciascuno. Nel nostro piccolo, “se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro (Matteo 18, 18), ci sembra di poterlo incarnare così:

GR - Globuli Rossi company-IT

E’ ammirevole che oggi ci siano dei ragazzi e della ragazze così:

1-Giovani

La ragazza della foto successiva si è espressa così su facebook:

1-Collage92

E quando ci parla GESU’, non si può che essere…

1-Gesù e la gente

I GLOBULI ROSSI accettano di associarsi alle follie di Dio, ai suoi progetti grandiosi. Presi singolarmente, essi sono piccola cosa. Messi insieme, diventano trasportatori di ossigeno nel tessuto umano in preda all’anemia, a rischio di cancrena. La loro determinazione al “servizio trasporto ossigeno” la imparano dalla Mater Hospitalitatis, nel senso del suo Magnificat:

  1. “Cerco nel cuore  le più belle parole per il mio Dio, l’anima mia canta per il mio amato” (Lc 1,46).
  2. “Perché ha fatto della mia vita un luogo di prodigi, ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore” (Lc 1,47)
  3. “Ha guardato a me che non sono niente: sperate con me, siate felici con me, tutti che mi udite. Cose più grandi di me stanno accadendo. E’ Lui che può tutto, Lui solo, il santo!” (Lc 1, 48-49)
  4. “ E’ lui che ha guardato, è lui che solleva,  è Lui che colma di beni, è lui…” “Santo e misericordioso, santo e dolce, con cuore di madre verso tutti, verso chiunque” (Lc 1,50).
  5. “Ha liberato la sua forza, ha imprigionato i progetti dei forti”  (Lc 1,51).
  6. “Coloro che si fidano della forza sono senza troni. Coloro che non contano nulla hanno il nido nella sua mano” ( Lc 1,52)
  7. “Ha saziato la fame degli affamati di vita, ha lasciato a se stessi i ricchi: le loro mani sono vuote, i loro tesori sono aria” (Lc 1,53)

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AMA E LO SENTIRAI VICINO – CAMMINIAMO PER FEDE NON PER VISIONE – Angelo Nocent

Breviario

pioggiaQuesti sono tempi difficili, ma quando mai sono stati facili? L’odierna LITURGIA DELLE ORE ha delle parole stimolanti, consolanti. Ma quando il morale è a terra, rischiano di scivolare via sulla nostra pelle (anima)  impermeabile.  La Chiesa  che è madre e maestra, non ci lascia soli e ci prende per mano. Agostino monaco e vescovo, dottore della Chiesa e testimone del Vangelo, che ha grande confidenza con le Scritture e con i Salmi, ci offre suggerimenti corroboranti, un bastone di sostegno:

  • Prima di contemplare quello che non puoi vedere, credi ciò che non vedi.
  • Cammina nella fede, e giungerai alla visione.
  • Non sarai beato nella patria per la visione, se per via non ti ha confortato la fede.

agostino

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 21, 1-4; CCL 41, 276-278)

Il cuore del giusto esulterà nel Signore

Bastone«Il giusto gioirà nel Signore e riporrà in lui la sua speranza, i retti di cuore ne trarranno gloria» (Sal 63, 11).

  • Questo abbiamo cantato non solo con la voce, ma anche col cuore.
  • Queste parole ha rivolto a Dio la coscienza e la lingua cristiana. «Il giusto gioirà», non nel mondo, ma «nel Signore».
  • «Una luce si è levata per il giusto», dice altrove, «gioia per i retti di cuore» (Sal 96, 11).

Forse vorrai chiedere donde venga questa gioia. Ascolta: «Si rallegrerà in Dio il giusto» e altrove: «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore» (Sal 36, 4).

  • Che cosa ci viene ordinato e che cosa ci viene dato?
  • Che cosa ci viene comandato e che cosa ci viene donato?
  • Di rallegrarci nel Signore!

Ma chi si rallegra di ciò che non vede? O forse noi vediamo il Signore?

  • Questo è solo oggetto di promessa.
  • Ora invece «camminiamo nella fede, finché abitiamo nel corpo siamo in esilio, lontano dal Signore» (2 Cor 5, 7. 6).
  • Nella fede e non nella visione.

Quando nella visione?

  • Quando si compirà ciò che dice lo stesso Giovanni: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2).
  • Allora conseguiremo grande e perfetta letizia,
  • allora vi sarà gioia piena, dove non sarà più la speranza a sostenerci, ma la realtà stessa a saziarci.

Tuttavia anche ora, prima che arrivi a noi questa realtà, prima che noi giungiamo alla realtà stessa, rallegriamoci nel Signore. Non reca infatti piccola gioia quella speranza a cui segue la realtà.

Ora dunque amiamo nella speranza. Ecco perché la Scrittura dice: «Il giusto gioirà nel Signore» e subito dopo, perché questi ancora non vede la realtà, essa aggiunge: «e riporrà in lui la sua speranza».

Abbiamo tuttavia le primizie dello spirito e forse già qualcosa di più. Infatti

  • già ora siamo vicini a colui che amiamo.
  • Già ora ci viene dato un saggio e una pregustazione di quel cibo e di quella bevanda, di cui un giorno ci sazieremo avidamente.

Ma come potremo gioire nel Signore, se egli è tanto lontano da noi?

Lontano?

  • No. Egli non è lontano, a meno che tu stesso non lo costringa ad allontanarsi da te.
  • Ama e lo sentirai vicino.
  • Ama ed egli verrà ad abitare in te.
  • «Il Signore è vicino: non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6).

Vuoi vedere come egli sta con te, se lo amerai?

«Dio è amore» (1 Gv 4, 8). Ma tu vorrai chiedermi:

  • Che cos’è l’amore?
  • L’amore è la virtù per cui amiamo.
  • Che cosa amiamo?
  • Un bene ineffabile, un bene benefico, il bene che crea tutti i beni.
  • Lui stesso sia la tua delizia, poiché da lui ricevi tutto ciò che causa il tuo diletto.
  • Non parlo certo del peccato. Infatti solo il peccato tu non ricevi da lui. Eccetto il peccato, tu hai da lui tutte le altre cose che possiedi.

Maria Mater Boni Consilii - Sacramentine Napoli

Cristo, sapienza eterna,
donaci di gustare
la tua dolce amicizia.

Angelo del consiglio,
guida e proteggi il popolo,
che spera nel tuo nome.

Sii tu la nostra forza,
la roccia che ci salva
dagli assalti del male.

A te la gloria e il regno,
la potenza e l’onore,
nei secoli dei secoli. Amen.

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IL NOSTRO E’ CAMMINO DI FEDE IN COMPAGNIA DEI SANTI – Angelo Nocent

Dedicazione basiliche pietro e paolo  S. Paolo Fuori le mura

Nell’ odierna  LITURGIA DELLE ORE, “Dedicazione delle basiliche dei Santi Piero e Paolo”, mi hanno colpito molto le parole dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa: “Pietro e Paolo germogli della divina semente”.

San Leone Magno 45 papa«Preziosa agli occhi del Signore é la morte dei suoi fedeli» (Sal 115, 15) e nessun genere di crudeltà può distruggere una religione, che si fonda sul mistero della croce di Cristo. La Chiesa infatti non diminuisce con le persecuzioni, anzi si sviluppa, e il campo del Signore si arricchisce di una messe sempre più abbondante, quando i chicci di grano, caduti a uno a uno, tornano a rinascere moltiplicati.

Dalla divina semente sono nati i due nostri straordinari germogli, Pietro e Paolo. Da essi si é sviluppata una discendenza innumerevole, come dimostrano le migliaia di santi martiri, che, emuli dei trionfi degli apostoli, hanno suscitato intorno alla nostra città una moltitudine di popoli, rivestiti di porpora e rifulgenti da ogni parte di splendida luce, e hanno coronato la chiesa di Roma di un’unica corona ornata di molte e magnifiche gemme.

Noi di tutti i santi celebriamo con gioia la festa. Sono infatti un dono di Dio, un aiuto alla nostra debolezza, un esempio di virtù e un sostegno alla nostra fede. Però, se con ragione celebriamo tutti i santi in letizia, un’esultanza speciale sentiamo nel commemorare i due apostoli Pietro e Paolo, perché, fra tutte le membra privilegiate del corpo mistico, essi hanno avuto da Dio una funzione davvero speciale.

Essi sono quasi i due occhi di quel capo, che é Cristo. Nei loro meriti e nelle loro virtù, che superano ogni capacità di espressione, non dobbiamo vedere nessuna diversità, nessuna distinzione, perché l’elezione li ha resi pari, il lavoro apostolico li ha fatti simili e la morte li ha uniti nella stessa sorte.

D’altra parte, é la nostra esperienza, confermata dalla testimonianza dei nostri antenati, a farci credere fermamente che in tutti i travagli di questa vita saremo sempre aiutati dalla preghiere di questi due grandi protettori, per conseguire la misericordia di Dio. Avviene quindi che, come siamo precipitati in basso per le nostre colpe, così veniamo sollevati in alto dai meriti di questi apostoli. (Disc. 82 nella festa degli apostoli Pietro e Paolo 1, 6-7; PL 54, 426-428)

Rientrato dalla Messa, ho trovato un invito di Lucetta a cibarmi di santità dei nostri giorni che sono lieto di condividere:

DON DOLINDO RUOTOLO

Don Dolindo
“Il Signore è infinita bontà ed infinita delicatezza e non lascia mai senza risposta le nostre preghiere. Gli uomini possono non rispondere ad una lettera, ad una domanda, ad un discorso, ma Dio non lo fa mai, perché è infinitamente signore; noi possiamo non accorgerci della sua risposta, perché concentrati nei nostri stupidi pensieri, l’attendiamo secondo le nostre vedute, ma Dio risponde da Dio e non lascia cadere invano una sola delle nostre parole. È una verità della quale dobbiamo convincerci, perché troppo facilmente ripetiamo che il Signore non ci ascolta, che le nostre preghiere sono vane, che Egli non può curarsi delle nostre cose. Questo modo di parlare è blasfemo, è ingiurioso per Dio, come è ingiurioso dare dell’ineducato a un gentiluomo.

Don Dolindo_Ruotolol nostro cammino è cammino di fede, e noi dobbiamo credere alle risposte del Signore anche quando non ce ne accorgiamo; la preghiera è un’arma che non fa mai cilecca; quando hai esploso il colpo sei certissimo che esso va al segno, anche se non lo vedi, anche se non giungi a percepirne lo scoppio. L’attesa fiduciosa e certissima della risposta di Dio alle nostre domande è un atto di amore e di fede, e il riconoscimento della bontà di Dio è il segreto dell’intima familiarità con Lui e della più profonda pace. Quante tempeste della vita non avrebbero per noi flutti soffocanti se potessimo dire a noi stessi: Ne ho parlato a Dio e basta, penserà Lui a tutto! E Dio ci pensa davvero, ci dà i lumi e la forza per operare, allontana da noi i pericoli, manda persino i suoi Angeli a servirci, opera miracoli quando occorre. Oh noi non conosciamo quanto è buono Dio, quanto è sensibile alla nostra fiducia nella sua bontà! 

Il dolore in unione con Gesù

Maria Mater Boni Consilii - Sacramentine NapoliIl dolore è anche più nobile e bello, perché è stato santificato dal Verbo di Dio fatto carne. Gesù Cristo assunse sopra di Sé tutti i dolori dell’umanità, ed in ciascuno di essi depositò il tesoro del suo amore e dei suoi meriti. Ogni dolore, quindi, sofferto in unione con la sua Passione, vi unisce a Lui, vi fa partecipi dei meriti suoi, è come animato e vivificato da Lui. Voi soffrite, Egli apprezza Dio per voi, lo Spirito Santo vi congiunge a Dio con l’amore. Questo dolore santo vi rende ad immagine di Dio, perché voi soffrendo gli presentate il Verbo suo umanato, e vi rendete compiacenza di Dio; soffrendo, meritate ed amate. Il dolore sofferto in unione con Gesù genera, quindi, una vita interiore elevatissima, ed accende nell’anima poco per volta quell’amore che la libera da se stessa, e la congiunge a Dio. Il dolore vi fa conoscere voi stessi e genera l’umiltà; l’umiltà attrae la grazia e vi accende di amore. Il dolore libera l’anima dalla schiavitù del corpo, acuisce naturalmente la sua mente; esso genera la riflessione ed intensifica la vita dello spirito. Il dolore trasportato nel campo dell’anima sospinge a Dio, lo fa conoscere, conoscendolo ne fa vedere l’ordine e l’amore, la provvidenza e la carità, e genera quindi l’amore. L’amore è il più sublime dei dolori.

L’anima amando Dio lo conosce come sommo bene, geme perché sospira a Lui. Questo gemito profondo così nobile, la concentra nella vita mistica che è semplice contemplazione di Dio, ed amore elevatissimo a Lui; anzi, congiungimento con Lui. Il dolore è una scala misteriosa che dalla terra poggia nel cielo: il dolore del corpo attiva la mente; il dolore dell’anima la eleva; lo spasimo nella elevazione la sublima in una vita di unione con Dio.

Questa è la sintesi.

Il dolore, però, dovendo vincere la povertà e la miseria umana, ha un cammino lungo, perché la creatura tende continuamente a ritornare nella sua miseria, sperando di evitare il dolore. L’uomo non si eleva così semplicemente, ma sente in sé continue reazioni interne ed esterne, che deve vincere; ed ecco perché la via del dolore è lunga e faticosa. La creatura non apprezza la preziosità del dolore perché non ama Dio veramente, e cerca solo se stessa. Essa perciò fugge dal dolore, e spesso, invece di elevarsi, si abbassa nella sua miseria, non ritrovando in realtà che maggiore dolore!

Dovete sempre guardare in alto se volete che il dolore vi perfezioni e vi riempia di amore! I dolori disperati vi concentrano in voi stessi e vi torturano spaventosamente. Persuadetevi che il dolore è una via, quando è sofferto per amore; diventa uno stato, quando è concentrato nell’anima.

Guardate la via del Cielo: vi trovate prima le spine che vi pungono; allungate il passo, poiché sono le spine della siepe, andate oltre e troverete le rose. Anche esse pungono… e voi andate avanti fino a che non trovate il giardino carico di frutta, dove riposerete e troverete il pascolo.

Don Dolindo Ruotolo

San Giuseppe Moscati

Il medico napoletano beatificato nel 1975 da Paolo VI proprio in questo giorno, 16 Novembre, si ricorda la sua traslazione nella Chiesa del Gesù Nuovo (la sua morte avvenne invece il 12 aprile).

Canonizzato nel 1987 da Giovanni Paolo II. Scienziato, medico e santo. “Un medico in cura d’anime” e non solo di corpi, come ha fatto sempre trasparire non solo con le sue azioni, ma anche con i suoi scritti:

Amiamo il Signore senza misura, vale a dire senza misura nel dolore e senza misura nell’amore…
Riponiamo tutto il nostro affetto, non solo nelle cose che Dio vuole, ma nella volontà dello stesso Dio che le determina.”

 Pensieri di Giuseppe Moscati

«Ma la vita fu definita “un lampo nell’eterno”. E la nostra umanità, per merito del dolore di cui è pervasa, e di cui si saziò Colui che vestì la nostra carne, la trascende dalla materia, e ci porta ad aspirare una felicità oltre il mondo. Beati quelli che seguono questa tendenza della coscienza, e guardano “all’al di là” dove saranno ricongiunti gli affetti terreni che sembrano precocemente infranti».

«Gli ammalati sono le figure di Gesù Cristo».

«Ricordatevi che, seguendo la medicina, vi siete assunto la responsabilità di una sublime missione. Perseverate con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all’invidia, disposto solo al bene».

«Amiamo il Signore senza misura, vale a dire, senza misura nel dolore e senza misura nell’amore… Riponiamo tutto il nostro affetto, non solo nelle cose che Dio vuole, ma nella volontà dello stesso Dio che le determina».

«Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi sono passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene».

«La vita è un attimo; onori, trionfi, ricchezza e scienza cadono, innanzi alla realizzazione del grido della Genesi, del grido scagliato da Dio contro l’uomo colpevole: tu morrai! Ma la vita non finisce con la morte, continua in un mondo migliore. A tutti è stato promesso, dopo la redenzione del mondo, il giorno che ci ricongiungerà ai nostri cari estinti, e che ci riporterà al supremo Amore!».

«La scienza ci promette il benessere e tutto al più il piacere; la religione e la fede ci dano il balsamo della consolazione e la vera felicità, che è una cosa sola con la moralità e col senso del dovere».

«Oh! Se i giovani, nella loro esuberanza, sapessero che le illusioni di amore per lo più frutto di una esaltazione dei sensi, sono passeggere!
E se un angelo avvertisse loro, che giurano così facilmente eterna fedeltà a illegittimi affetti, nel delirio da cui sono presi, che tutto quello che è impuro amore deve morire perché è un male, soffrirebbero meno e sarebbero più buoni.
Ce ne accorgiamo in età più inoltrata, quando ci avviciniamo per le umane vicende, per caso, al fuoco che ci aveva infiammati e non ci riscalda più».

«Esercitiamoci quotidianamente nella carità. Dio è carità: chi sta nella carità sta in Dio e Dio sta in lui. Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi ogni momento offerta delle nostre azioni a Dio, compiendo tutto per suo amore».
«Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime gementi, che ricorrono a voi. Quanti dolori voi lenirete più facilmente con il consiglio, e scendendo allo spirito, anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista! Siate in gaudio, perché molta sarà la vostra mercede; ma dovrete dare esempio a chi vi circonda della vostra elevazione a Dio».

«Occorre ritenere che questo principio di spiritualità che aspira a svilupparsi ed a manifestare per gradi la sua efficienza, che quest’ordine meraviglioso, che si organizza nella materia fino a raggiungere le alte vette della sua organizzazione più elaborata, non sia altro che l’attestazione che un Deus absconditus regoli con suprema intelligenza questo supremo edificio su cui si eleva la vita, la quale si svolge mercé leggi sancite dall’Alta Sapienza che tutto muove; tanto più meravigliose quanto esse governano non soli i colossali cosmi ma la delicatissima trama del più microscopico elemento».

«Le opere di scienza hanno dato al mondo copiosi frutti. Ma le opere di bontà, perché parlano di quanto è di divino della nostra umanità, ci danno il senso dell’infinito, contengono la promessa evangelica di fruttare cento per uno, e la loro eco si tramanda di generazione in generazione, benedetta da Dio. Umili cuori per lo più donne, fondarono gli ospedali, senza di che, nei secoli scorsi, la medicina non sarebbe progredita. Passato illustre, di cui i ricchi dovrebbero sentire l’eloquenza!».

«Beato chi si arma di filosofia cristiana: un giorno, lascerà senza rammarico le gioie avvelenate e mandaci di questa terra».
«Ma soprattutto vi ricordo che c’è un medico al di sopra di noi: Iddio!».

«Ma è indubitato che la vera perfezione non può trovarsi se non estraneandosi dalle cose del mondo, servendo Iddio con continuo amore, e servendo le anime dei propri fratelli con la preghiera, con l’esempio per un grande scopo, per l’unico scopo che è la loro salvezza».
«Quanto si apprende alla conoscenza della virtù dei Santi! E’ uno stimolo alla perfezione, alla perseveranza».

«Iddio poi vi domanderà conto della vita che vi donerà. E quando, da qui a mille anni, comparirete alla sua presenza, voi dovete poter rispondere: “Signore, ho compiuto bene la mia giornata. Ho operato per la maggiore tua gloria!».

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DISCERNIMENTO VOCAZIONALE – Carlo Maria Martini

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Carlo Maria Martini 04Vorrei brevemente, quasi a modo di istruzione, rispondere a qualche domanda, espressa o inespressa sulla vocazione,

  1. Quali sono i segni certi della volontà di Dio?
    Oggi più che in ogni altro tempo, i giovani sono, e molto, incerti nelle loro decisioni. E’ vero tuttavia che, quando si tratta di compiere scelte definitive per la vita, la nostra creatività resta particolarmente coinvolta e non possiamo pretende­ di avere delle certezze prefabbricate.Le incertezze, dunque, da una parte sono giuste, si purificanti, ma dall’altra si devono diradare gradualmente nella misura in cui ci convinciamo che il Si­gnore vuole la nostra cooperazione libera nella vocazione. Egli desidera elaborarla con noi e in noi; attraverso le incertezze, che causano sempre soffe­renza, ci aiuta a costruire il cammino lungo il quale arriviamo alla decisione. Mi sembra perciò utile offrirvi tre criteri.

Anzitutto occorre diradare le incertezze mediante strumenti legittimi: l’ascolto della Parola, l’eserci­zio della lectio divina, il silenzio, la riflessione, il dialogo con il direttore spirituale.

Dobbiamo comunque assumerci un rischio, fatto­ ineliminabile nelle decisioni creative della nostra libertà. Chi non ama non rischia; quando, per esempio, decidiamo di dare fiducia a una persona, rischiamo. Nella scelta della vocazione, non possiamo dunque cullarci in una eterna incertezza, adducendo la scusa che non vediamo ancora chiaro.
Dobbiamo nutrire una grande fiducia in Dio, nel senso di credere, cioè, che egli dentro di me pone dei criteri e i princìpi per una scelta giusta. Non è fidu­cia in Dio il non impegnarsi per scegliere aspettando chissà quale rivelazione miracolosa! Quello che ci vie­ne chiesto è di affidarci al Dio che opera in noi. La libertà di elaborare un atteggiamento di dispo­nibilità, comporta un rischio che però si appoggia al­la fiducia.

Tuttavia, all’origine delle nostre incertezze, si trova spesso il cosiddetto senso della indegnità. Non ci sem­bra possibile di essere oggetto di una predilezione divina, non finiamo mai di convincerci che il Signore ci ama davvero. E questo vuol dire che la nostra fede è ancora debole.
Dobbiamo infatti credere che Dio ci ama, ci ama come non potremo mai immaginare, mai capire, mai pensare, mai esprimere. Siamo quindi invitati a cogliere nel Battesimo, nell’Eucaristia, nel mistero di Gesù Crocifisso, i segni visibili di questo ineffabile e infinito amore personale di Dio, siamo invitati a viverli con una più profonda coscienza.

Globuli Rossi Company - n

  1. Come discernere i progetti di Dio?

Un secondo interrogativo può riguardare il cosiddetto discernimento, che è qualcosa di molto serio.

Nella vita quotidiana, il discernimento è la ca­pacità di distinguere ciò che nelle mie azioni è secondo lo Spirito di Cristo e ciò che gli è contrario. Spirito di Cristo è attenzione all’umiltà, all’accettazione della prova, alla carità, alla pazienza, alla benignità, alla gioia. Spirito contrario a Cristo è volontà della rea­lizzazione di sé, gusto della mondanità, ricerca del successo, pretenziosità, malagrazia.

Il discernimento ci dà la consapevolezza di essere continuamente sotto la mozione dello Spirito santo (che ci spinge a vivere le Beatitudini) e sotto la mozione dello spirito maligno (che ci spinge all’ambizione, alla vanità, al successo, al parlar male degli altri).

Ancora, il discernimento è la capacità di non agire per impulso, di capire da dove viene quell’impulso e se produce amarezza, invidia, irritazione, oppure pace, gioia, serenità,desiderio di pregare. Questo discernimento quotidiano crea l’abitudine al discernimento vocazionale; a discernere, nell’insieme dell’impostazione della mia vita, che cosa è più conforme allo spirito di Cristo: E quando si è giunti a una scelta definitiva, pur se sofferta, ci fa cogliere subito se produce dentro di noi fiducia, letizia, consolazione dello Spirito santo.

Diventa allora facile capire se i nostri progetti corrispondono a quelli di Dio. I progetti di Dio h conosciamo dalla Sacra Scrittura; il Signore ha condotto il suo popolo fuori dalla schiavitù dell’Egitto verso la libertà della terra promessa e a poco a poco l’ha portato alla vita in Cristo, agli atteggiamenti evangelici delle Beatitudini. I nostri progetti sono dunque conformi a quelli di Dio quando corrispondono ai progetti di Cristo. Per questo è assolutamente importante l’esercizio della lectio divina, che ci permette di conoscere, giorno dopo giorno, come Gesù agiva, pensava, amava, godeva, voleva, serviva, si donava.

Il comportamento di Gesù dodicenne nel tempio, per esempio, ci insegna che la giusta attenzione ai genitori non può mai impedire la realizzazione di una vocazione al presbiterato o alla verginità consacrata. Tanto più che i genitori non impediscono in genere a un figlio la scelta matrimoniale, come pure l’impegno di un lavoro, o addirittura la ricerca del successo. Naturalmente, sarà necessario giudicare caso per caso, soprattutto se i genitori sono anziani e ammalati, ma il criterio di base lo abbiamo.

Nel nostro tempo la maggior parte delle famiglie, anche cristiane, non vede bene la scelta di consacrazione da parte dei figli. Vorrei però sottolineare che tale vocazione è sommamente importante nella Chiesa. Le istituzioni religiose possono cambiare, nascere e morire, e la storia lo attesta; gli Ordini e le Congregazioni possono lasciare il posto a nuove forme, ma se venisse a mancare la figura della verginità consacrata per il Regno, la Chiesa non ci sarebbe più. La Chiesa infatti esiste in quanto genera continuamente figure carismatiche di dedicazione evangelica, che costituiscono il sale e il fermento della comunítà cristiana.

Pierluigi Micheli

  1. In quale modo parla il Signore?

Ho l’impressione che non abbiamo sempre un’idea esatta di che cosa significa ‘ascolto dei Signore’.

a) Il primo è l’ascolto di quella parola di Dio che la Chiesa ci trasmette attraverso il Vangelo, l’Antico Testamento, la voce del Papa e dei Vescovi. Ascoltare la voce di Dio non vuol dire quindi percepire il fruscio di un’aria leggera, bensì leggere la sua Parola con disposizioni di umiltà, preghiera, obbedienza, riverenza.

b) C’è un secondo modo di ascolto. Passando dal momento della lectio di un brano biblico, di un salmo, di una pagina dell’Antico o del Nuovo Testamento, al momento della meditatio, dobbiamo applicare la parola di Dio alla nostra situazione personale, dobbiamo lasciarci interpellare dal Signore chiedendoci: come questa parola mi spiega, mi scuote, mi tocca, si realizza in me qui e adesso? Questo ascolto è molto importante per la nostra vita concreta, quotidiana.

  • Ci può essere un terzo tipo di ascolto, meno abituale, più interiore: si avverte dentro di sé una parola di Dio, una sorta di voce. Ovviamente, perché sia vera e non invece frutto della mia immaginazione, occorre sentirla ripetutamente, insistentemente, e non solo in un momento di euforia. E allora bisogna confrontarsi con il direttore spirituale. A noi, comunque, spetta anzitutto di esercitarci nella prima e nella seconda forma di ascolto, senza le quali non ci può essere mai la terza.

Pierluigi Micheli

  1. L’aridità nella preghiera


Abbiamo parlato dell’aridità vissuta da santa Teresa di Gesù Bambino. Tutti però, prima o poi, conosciamo questa aridità che può portare allo scoraggiamento, alla tristezza e addirittura alla decisione di impiegare in altro modo il tempo stabilito per la preghiera. E’ perciò utile sapere che l’aridità può sopravvenire per due ragioni.

a) La prima è quella della prova: Dio vuole purificarci, vuole farci passare a una fede più pura, vuole suscitare una ricerca nuova.

b) La seconda ragione va ricercata in noi stessi: l’aridità infatti può essere frutto di dissipazione, di pigrizia, di affettività sregolate che, a poco a poco, inducono al disgusto delle «cose del Padre».

Naturalmente non è facile discernere tra questi due tipi di aridità, occorre l’aiuto dei direttore spirituale. Ordinariamente, quando una persona, malgrado il silenzio di Dio, rimane fedele al tempo della preghiera e continua a dire: Signore, ti amo, mi dono a te; quando una persona è interiormente molto addolorata per l’aridità che sperimenta, significa che si tratta di una prova purificatrice.

Quando, al contrario, l’aridità non provoca dolore e tentiamo di giustificarla con scuse pretenziose, è frutto della nostra dissipazione.
Talora, però, la prima e la seconda forma sono mescolate insieme e per questo è necessario il consiglio del direttore spirituale.
La trattazione più scientifica e più completa sugli stati di aridità, la troviamo nella « Notte oscura » di san Giovanni della Croce, libro tuttavia che è bene leggere solo dopo aver fatto esperienze spirituali profonde.

Pierluigi Micheli

  1. Come si affretta la venuta del Regno?

Molte volte mi sento chiedere dai giovani dove e come devono esercitare l’apostolato per affrettare la venuta del regno di Dio.

Penso che per affrettare la consumazione di tutte le cose, o  in altre parole   per fare in modo che il Signore regni in tutti i cuori, dobbiamo anzitutto pregare: Venga il tuo regno, invocazione fondamentale del «Padre nostro ».

In secondo luogo, dobbiamo crescere nella consapevolezza che il regno di Dio è già tra noi (cf Lc 17,20). Il Regno viene in ogni azione nella quale esercitiamo fede, speranza, carità, pazienza, umiltà, verità. Così affrettiamo la venuta del Regno. Se tutti, in questo momento, nel mondo, ci mettessimo d’accordo per esercitare contemporaneamente quelle virtù, noi avremmo la pace universale, la riconciliazione tra i popoli, e il Regno sarebbe consumato. Il primo apostolato, dunque, consiste nel rendere presente il Regno nella nostra quotidianità. Mentre non dobbiamo dimenticare che il Regno viene distrutto, profanato, da ogni nostro gesto antievangelico.

autore: C. M. Martini

Pierluigi Micheli

Pierluigi Micheli

Pierluigi Micheli

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CONCORDI E UNANIMI – Un solo corazón y una sola alma – Angelo Nocent

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Oggi mi sono imbattuto nella lettera ai Filippesi che mi ha fatto riflettere a lungo, pur avendo altre preoccupazioni per la testa. Perché quando leggi di Gesù di Nazaret che “Rinunziò a tutto: diventò come un servofu uomo tra gli uomini…fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce“, quello che hai per la testa, non può essere disgiunto. Anzi, deve proprio confluire in questo processo che Paolo chiama “Kénosis” e che significa “svuotamento: “abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù…“.  E’ un voler entrare consapevolmente in quel grembo dell’umano, fatto di miseria, dolore, di limite e di peccato, così da partecipare attivamente al progetto divino che ci vuole “collaboratori di Dio” (1Cor 3,9): “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo” .

Cosa mai può mancare?
Manca questo: che la passione, che per ora si è compiuta nel corpo fisico di Gesù, si prolunghi anche nelle sue membra

Allora GLOBULI ROSSI significa tenere lo sguardo fisso su Gesù di Nazaret, l’Uomo-Dio, che avrebbe potuto presentarsi nella storia con la “gloria” e che, invece,  spogliandosi dei suoi privilegi, si è immesso totalmente nella corrente umana. Sull’esempio del Maestro, chi se la sente,  è chiamato ad operare nella storia dal di dentro, per contagio, ad immergersi nel cuore di questa esistenza tarata, con la forza dello Spirito che viene dal Battesimo e dalla Confermazione. Con la consapevolezza che nell’impegno nell’opera della salvezza, chi in definitiva “opera” (“energéi“), è Dio stesso.

GLOBULI ROSSI significa non avere nessun titolo, nessun riconoscimento, nessuna struttura per presentarsi in veste trionfalistica. Non ci sono cariche, non c’è carriera. L’indumento distintivo dovrebbe essere lumiltà che non è ignoranza, la semplicità che non è ingenuità, la croce che è sapienza altissima non compresa che da pochi, il Vangelo delle Beatitudini come regola di vita, la Chiesa, come “Mater et Magistra”.

Perché ho scritto questo?  Non lo so. Comunque, ai cristiani di Filippi e, quindi, anche a noi, l’apostolo Paolo manda a dire che IL VANGELO NON SI IMPONE MA SI OFFRE: “Ho una Buona Notizia per te…e non vedo l’ora di comunicartela“.

1-San Paolo di Tarso

1 Se è vero che Cristo vi chiama ad agire, se l’amore vi dà qualche conforto, se lo Spirito Santo vi unisce, se è vero che tra voi c’è affetto e comprensione,

 2 rendete completa la mia gioia.

Abbiate gli stessi sentimenti e un medesimo amore. Siate concordi e unanimi!

3 Non fate nulla per invidia e per vanto, anzi, con grande umiltà, stimate gli altri migliori di voi.

4 Badate agli interessi degli altri e non soltanto ai vostri.

5 I vostri rapporti reciproci siano fondati sul fatto che siete uniti a Cristo Gesù.

6 Egli era come Dio
ma non conservò gelosamente
il suo essere uguale a Dio.

7 Rinunziò a tutto:
diventò come un servo,
fu uomo tra gli uomini
e fu considerato come uno di loro.

8 Abbassò se stesso,
fu obbediente fino alla morte,
alla morte di croce.

9 Perciò Dio lo ha innalzato
sopra tutte le cose
e gli ha dato il nome più grande.

10 Perché in onore di Gesù,
in cielo, in terra e sotto terra,
ognuno pieghi le ginocchia,

11 e per la gloria di Dio Padre
ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore.

PERSONE BUONE CHE NON SARANNO MAI CANONIZZATE

Nell’udienza generale del 13 maggio 2011 Benedetto XVI dedica la catechesi alla “santità” ed aggiunge un bellissimo brano “a braccio” riproposto in questo video.

La frase esatta (troncata nel titolo) è la seguente: “In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità“.


sant-agostino
Ama e fa ciò che vuoi

Sia che tu taccia,
taci per amore.

Sia che tu parli,
parla per amore.

Sia che tu corregga,
correggi per amore.

Sia che tu perdoni,
perdona per amore.

Sia in te
la radice dell’amore,
poiché da questa radice
non può procedere
se non il bene.

Ama e fa ciò che vuoi.

Sant’Agostino

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Bandiera_Spagna(Trad. Google)

Hoy me encontré en la carta a los Filipenses que me hizo pensar por un largo tiempo, a pesar de otras preocupaciones en su mente. Porque cuando usted lee de Jesús de Nazaret renunciado a todo se volvió como un criado, que era un hombre entre los hombres fue obediente hasta la muerte, y muerte de cruz, lo que usted tiene en mente, no se puede separar. De hecho, sólo tiene que venir juntos en este proceso, lo que Pablo llama kénosisy que significa “vacío“, tener el mismo sentir que hubo en Cristo Jesús ...“. Es un deseo de entrar conscientemente en el útero humano, hecho de la miseria, el dolor, y el límite del pecado, a fin de participar activamente en el plan divino, ya que toma colaboradores de Dios(1 Cor 3,9): Ahora me me gozo en lo que padezco por vosotros, y en mi carne lo que falta a las tribulaciones de Cristo .

Lo que podría faltar?
Falta de esto, esa pasión, que por ahora se ha logrado en el cuerpo físico de Jesús, se prolonga incluso en sus miembros.

Luego los GLÓBULOS ROJOS significa mantener los ojos fijos en Jesús de Nazaret, el Dios-Hombre, que podrían haber estado presentes en la historia de la gloria“, y que en cambio, despojándose de sus privilegios, entró de lleno en el ser humano actual. Siguiendo el ejemplo del Maestro, que uno siente, está llamado a trabajar en la historia desde el interior, por contagio, para sumergirse en el corazón de esta existencia calibrados con el poder del Espíritu que viene de Bautismo y la Confirmación. Con el conocimiento de que el compromiso en la obra de la salvación, que en última instancia, trabajo(energéi”), es el mismo Dios.

GLÓBULOS ROJOS significa que no tiene licencia, sin reconocimiento, sin estructura para aparecer como triunfalista. No hay cargos, no hay carrera. La prenda debe ser la humildad distintivo que no es la ignorancia, la simplicidad no es ingenuidad, la cruz, que es la más alta sabiduría no entiende que sólo unos pocos, el Evangelio de las Bienaventuranzas como una regla de vida, la Iglesia, como “Mater et Magistra .

¿Por qué escribo esto? No lo sé. Sin embargo, los cristianos de Filipos y, por lo tanto, para nosotros, el apóstol Pablo manda decir que no exige que las EVANGELIO PERO OFRECE: Tengo buenas noticias para usted y yo esperamos comunicartela.

 

1-San Paolo di TarsoSi la exhortación en nombre de Cristo tiene algún valor, si algo vale el consuelo que brota del amor o la comunión en el Espíritu, o la ternura y la compasión,

02 les ruego que hagan perfecta mi alegría, permaneciendo bien unidos. Tengan un mismo amor, un mismo corazón, un mismo pensamiento.

03 No hagan nada por espíritu de discordia o de vanidad, y que la humildad los lleve a estimar a los otros como superiores a ustedes mismos.

04 Que cada uno busque no solamente su propio interés, sino también el de los demás.

05 Tengan los mismos sentimientos de Cristo Jesús.

06 El, que era de condición divina, no consideró esta igualdad con Dios como algo que debía guardar celosamente:

07 al contrario, se anonadó a sí mismo, tomando la condición de servidor y haciéndose semejante a los hombres. Y presentándose con aspecto humano,

08 se humilló hasta aceptar por obediencia la muerte y muerte de cruz.

09 Por eso, Dios lo exaltó y le dio el Nombre que está sobre todo nombre,

10 para que al nombre de Jesús, se doble toda rodilla en el cielo, en la tierra y en los abismos,

11 y toda lengua proclame para gloria de Dios Padre: «Jesucristo es el Señor».

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Bandiera PortogalloHoje me deparei
na carta aos Filipenses que me fez pensar por um longo tempo, embora outras preocupações em sua mente. Porque quando você lê de Jesus de Nazaré renunciou a tudo tornou-se como um servo, ele era um homem entre os homens foi obediente até à morte e morte de cruz“, o que você tem em minha mente, não podem ser separados. Na verdade, ele só tem que se reúnem neste processo, o que Paulo chama de “kenosis”, e que significa “vazio”, “têm a mesma mente que estava em Cristo Jesus “. É um desejo de entrar conscientemente o ser humano ventre, feito de miséria, dor e limite de pecado, de modo a participar ativamente no plano divino que for preciso cooperadores de Deus” (1 Cor 3,9): “Agora eu regozijo nos meus sofrimentos por vós, e na minha carne o que falta às tribulações de Cristo.

O que poderia estar faltando?
Faltando isso, essa paixão, que por enquanto tem sido realizado no corpo físico de Jesus, é prolongado até mesmo em seus membros.

Em seguida, os GLÓBULOS VERMELHOS significa manter os olhos fixos em Jesus de Nazaré, o Deus-Homem, que poderia ter sido presente na história da “glória” e que em vez disso, despojando-se de seus privilégios, ele entrou totalmente no ser humano atual. Seguindo o exemplo do Mestre, que a pessoa se sente, é chamado para trabalhar na história a partir do interior, por contágio, para mergulhar no coração desta existência calibrado com o poder do Espírito que vem de batismo e confirmação. Com o conhecimento de que o compromisso na obra da salvação, que em última análise, “trabalho” (energéi”), é o próprio Deus.

GLÓBULOS VERMELHOS significa que você não tem licença, nenhum reconhecimento, nenhuma estrutura para aparecer como triunfalista. Não há cobrança, não há carreira. A peça deve ser a humildade distinta que não é a ignorância, a simplicidade não é ingenuidade, a cruz que é a maior sabedoria não entendeu que só alguns, o Evangelho das Bem-aventuranças como uma regra de vida, a Igreja, como “Mater et Magistra .

Por que escrevo isso? Eu não sei. No entanto, os cristãos de Filipos e, portanto, para nós, o apóstolo Paulo manda dizer que não exige que o Evangelho, mas OFERECE: “Eu tenho uma boa notícia para você … e estou ansioso para comunicartela

 

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PENSIERO SULLA MORTE – Beato Paolo VI

Paolo VI in Terra Santa

Su Facebook oggi ho trovato questa cartolina che ha incontrato l’approvazione di molti ma che mi ha lasciato perplesso:

Paolo Coelho

Tanto perplesso che ho lasciato questo laconico commento:

“…Falle adesso!”

Una parola, caro Paulo Coelho.
E poi…una volta fatte, finirebbero i sogni.
Tornare a sognare?
Come vedi, il gioco sarebbe senza fine.

Paolo Vi 197_Paolo_VIMa per riprendermi da una vena di tristezza che oggi mi pervade,  mi ha aiutato il papa della mia giovinezza, il  BEATO PAOLO VI.

Sono andato a rileggermi  il suo PENSIERO SULLA MORTE che anni fa mi aveva profondamente colpito.

Così ho pensato di metterlo in circolazione, ché potrebbe giovare a chi ha uno stato d’animo simile al mi0:

“Tempus resolutonis meae instat”
E’ giunto il tempo di sciogliere le vele (2 Tim. 4,6)

“Certus quod velox est depositio tabernaculi mei”
Sono certo che presto dovrò lasciare questa mia tenda (2 Petr. 1, 14)

“Finis venit, venit finis”
La fine! Giunge la fine (Ez. 2,7)

Portrait of Pope Paul VIQuesta ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull’avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone. Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell’essere mio, davanti a ciò che si prepara.
Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale:

  • io, chi sono?
  • che cosa resta di me?
  • dove vado?
  • e perciò estremamente morale: che cosa devo fare? quali sono le mie responsabilità?

E vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l’al di là.

E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l’oscurità del destino umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio.

Credo, o Signore.

L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi a trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d’intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all’altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. “Servus inutilis sum”. Sono un servo inutile.

“Ambulate dum lucem habetis”
Camminate finchè avete la luce (Jo. 12, 35)

Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce.

Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.

Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi è quella della saggezza che finalmente intravede la vanità della cose e il valore della virtù che doveva caratterizzare il corso della vita: “vanitas vanitatum”. Vanità della vanità.

Quanto a me vorrei avere finalmente un nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre ed incantare, mentre doveva apparire segno e invito.
Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo!

Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E’ un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!

Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, “qui per Ipsum factus est”, che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto ti celebro all’ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l’Amore!
La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggor parte, d’un Dio Creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli!

Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre!

In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è un rivelazione naturale d’una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole, “quem nemo vidit unquam”, che nessuno ha mai visto (cfr. Jo. 1,18): “unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit”, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia, così sia.

Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre a quello dell’ultima luce vespertina, presagio dell’eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l’ansia di profittare dell’undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa d’importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest’ultima possibilità di scelta “l’unum necessarium?”, la sola cosa necessaria?

Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di salvare. “Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison”. Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà.

Qui affiora alla mente la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall’ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un’ineffabile bontà (è questa che, spero, potrò un giorno vedere ed “in eterno cantare”); e, per l’altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. “Tu scis insipientiam meam”. Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d’infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio. Ch’io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d’infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia.

E poi un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente, il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà.

Fare presto, fare tutto, fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest’ultima ora. Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, “la cui natura è bontà” (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai il mo giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre.

Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l’avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l’incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro.

“Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset”
A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse servito ad essere redenti.

Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d’ogni cosa riguardante l’umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: “o mira circa nos tuae pietatis dignitatio”, o meravigliosa pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l’amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell’uomo.

Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore.

E poi ancora mi domando: perché hai chiamato me, perché mi hai scelto? Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: “quae stulta sunt mundi elegit Deus… ut non glorietur omnis caro in conspecto eius”. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1,27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mia capacità di tradirTi: “Deus meus, Deus meus, audebo dicere, … in quodam aestatis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es. Nos Te provocamus ad iram. Tu autem conducis nos ad misericordiam!”. Mio Dio, mio Dio, oserò dire … in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente … e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all’ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia! (PL. 40, 1150).

Ed eccomi al Tuo servizio, eccomi al tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover’uomo, se non per ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia con la risposta, che da me è dovuta: “amen, fiat; Tu scis quia amo Te”, così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: “in finem dilexit”, amò fino alla fine. “Ne permittas me separari a Te”. Non permettere che io mi separi da Te.

Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d’essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E’ difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale, compiuto, pensando al Tuo: “consummatum est”, tutto è compiuto.
Ricordo il preannuncio fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell’apostolo: “amen, amen dico tibi… cum… senueris, extendes manus tuas, et alius te cinget, et ducet quo tu non vis. Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit ei: sequere me”. In verità, in verità ti dico … quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi” (Jo. 21, 18-19).

Ti seguo; ed avverto che non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch’è la Chiesa. Questi fili si romperanno da sé; ma io non posso dimenticare ch’essi richiedono da me qualche supremo dovere. “Discessus pius”, morte pia. Avrò davanti allo spirito la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua passione, come misurò il tempo in attesa della “sua ora”, come la coscienza dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come dell’imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell’ultima cena; e finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante l’istituzione del sacrificio eucaristico: “mortem Domini annuntiabitis donec veniat”. Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.

Un aspetto su tutti gli altri principale: “tradidit semetipsum”, ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La solitudine della morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d’amore: “dilexit Ecclesiam”, amò la Chiesa (ricordare “le mystère de Jésus”, di Pascal). La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: “in finem dilexit”, amò fino alla fine. E dell’amore umile e sconfinato diede al termine della vita temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d’amore. Occorre ricordarlo.

Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.

Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo.

Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.

Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch’è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema ch’era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli tra loro: amarli con l’Amore, ch’è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell’umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato, è ad essa comunicato.

O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti.

E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi.

E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo.

Amen. Il Signore viene. Amen.

Paolo VI beatificazione

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SAN RICCARDO PAMPURI – DA 25 ANNI AGLI ONORI DEGLI ALTARI

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