NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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FARE FELICI GLI INFELICI – Angelo Nocent

Nato il 6 settembre 1897 ad Agrate Brianza, in diocesi di Milano e provincia di Monza e Brianza, Clemente Vismara te Brianza, in diocesi di Milano e provincia di Monza e Brianza, Clemente Vismara entrò a sedici anni nel Seminario di Seveso. Fu chiamato alle armi durante la prima guerra mondiale, dove si meritò tre medaglie e il grado di sergente maggiore, ma rimase disgustato dalla violenza cui assistette. Dopo la lettura di «Operarii autem pauci» di padre Paolo Manna (beatificato nel 2001), si sentì orientato al sacerdozio missionario. Passò quindi al Seminario Teologico Lombardo per le Missioni Estere, che poi divenne il Pontificio Istituto Missioni Estere (in sigla, PIME); fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1923. Partì per la Birmania, l’odierno Myanmar, il 2 agosto dello stesso anno. In oltre settant’anni di missione, servì popolazioni tribali tormentate da guerre, dittatura, carestie, malattie, miseria. Raccolse e tenne con sé orfani, vedove, lebbrosi e scartati dalla società.

Tornò in Italia e ad Agrate solo per dieci mesi, nel 1957. Cordiale e ottimista, costantemente fiducioso nella Provvidenza divina, morì a 91 anni, il 15 giugno 1988. È stato beatificato il 26 giugno 2011 in piazza del Duomo a Milano, sotto il pontificato di papa Benedetto XVI. I suoi resti mortali sono venerati a Mong Ping, ai piedi della copia della grotta di Lourdes fatta costruire da lui stesso nel 1962. La sua memoria liturgica, per la diocesi di Milano e per il PIME, cade il 15 giugno, giorno esatto della sua nascita al Cielo.

I primi anni
Clemente Vismara nasce il 6 settembre 1897 ad Agrate Brianza, in diocesi di Milano e, oggi, in provincia di Monza e Brianza. Prima di lui i suoi genitori, Attilio Egidio Vismara e Stella Annunziata Porta, hanno avuto Egidio, Carlo, Francesco e Maria. Viene battezzato il giorno dopo la nascita, nella chiesa parrocchiale di Agrate, dedicata a Sant’Eusebio.
Il 22 settembre 1902, mamma Stella dà alla luce l’ultimo figlio, Luigi, poi muore per le conseguenze del parto. Anche il neonato non sopravvive più di diciotto giorni. Clemente, che va ancora all’asilo, non riesce ancora a rendersi conto dell’accaduto. È più consapevole tre anni più tardi, quando anche papà Attilio, l’8 gennaio 1905, viene a mancare.
I fratelli Vismara vengono sistemati in collegi o dai parenti. Accade così anche a Clemente, che entra al Collegio Villoresi di Monza grazie ai suoi zii materni, don Francesco e don Emilio Porta. Frequenta le scuole lì dalla quinta elementare al primo anno di liceo. Riceve anche la Prima Comunione e la Cresima, rispettivamente il 25 e il 29 maggio 1908.

Vocazione al sacerdozio
Sorge in lui il desiderio di diventare sacerdote: «Ricordavo che mia madre, prima di morire, mentre io ero ancora piccolo, aveva detto: – Chissà che Clemente non diventi prete! – Ma la vocazione al sacerdozio l’aveva la mia mamma, non io!», ammise tempo dopo.
In ogni caso, il 24 ottobre 1913, il ragazzo entra nel Seminario Arcivescovile di Milano, precisamente nell’allora sede di Seveso: termina il liceo e inizia i corsi teologici. Anche lì la sua fama di “discolo” lo segue: spesso, per scacciare la noia, urla e canta a squarciagola, infrangendo il silenzio del Seminario.

Durante la prima guerra mondiale
La prima guerra mondiale, però, coinvolge anche i seminaristi, chiamati alla leva obbligatoria. Tocca anche a Clemente, che il 21 settembre 1916 viene arruolato nell’80° Reggimento di fanteria, “Brigata Roma”, come soldato semplice. È tra i fanti della prima linea in battaglie importanti, come quelle sul Monte Maio e sull’Adamello.
Il 6 novembre 1919 viene congedato: ha il grado di sergente maggiore e ottiene tre medaglie d’argento e una croce al merito. L’esperienza bellica lo ha però segnato profondamente, tanto che, a distanza di anni, preferisce non parlarne.

La chiamata missionaria
Di una cosa è certo: «Fu proprio al fronte, in mezzo a tanta sofferenza e brutture, che maturai la decisione di essere missionario». Decisione suscitata, negli anni precedenti, dalla lettura di un testo fondamentale per la scelta missionaria di moltissimi seminaristi diocesani e non solo: «Operarii autem pauci», di padre Paolo Manna.
Era un libro quasi proibito, che i formatori facevano leggere solo a chi fosse già determinato a partire per le missioni: tuttavia, circolava ugualmente anche tra i seminaristi più giovani. I superiori del Seminario acconsentono, pensando che la disciplina ecclesiastica del prete diocesano non gli sia congeniale.
Il 21 aprile 1920, Clemente arriva in via Monte Rosa 81 a Milano, alla sede del «Seminario Teologico Lombardo per le Missioni Estere»: solo sei anni più tardi, con la fusione di un’analoga realtà nata a Roma, diventerà il «Pontificio Istituto Missioni Estere» (in sigla, PIME). Termina la Teologia e il 26 maggio 1923, nel Duomo di Milano, viene ordinato sacerdote dal cardinal Eugenio Tosi, arcivescovo di Milano.

In Birmania, a Kengtung e Monglin
Riceve subito la sua destinazione: il 2 agosto 1923 parte da Venezia alla volta del Myanmar, o, come si diceva all’epoca, della Birmania. Padre Clemente affianca il confratello padre Erminio Bonetta nel viaggio che lo porta a Kengtung, prima missione del PIME sul suolo birmano.
Il 27 ottobre 1924 arriva a Monglin, sua prima parrocchia. Nel 1925 arriva il nuovo parroco, padre Luigi Cambiaso: con lui, padre Clemente visita i villaggi esterni alla missione e contribuisce alla nascita di nuove comunità cristiane.
Le condizioni di vita dei missionari e della loro gente sono di estrema povertà. Lo stesso padre Cambiaso si ammala gravemente proprio durante la costruzione della chiesa in muratura a Monglin. Padre Clemente rimane temporaneamente solo, tanto da scrivere, in uno dei suoi articoli: «Sono l’unico cristiano nel giro di 100 e più chilometri, il prete più vicino è lontano sei giorni a cavallo. Se voglio vedere un altro battezzato, debbo guardarmi nello specchio».
Padre Paolo Manna (anche lui Beato, dal 2001) visita la missione nel 1928, come superiore generale del PIME, e minaccia di chiuderla, se i missionari continuano ad ammalarsi. Al contrario, dal 1929 al 1931 la missione rifiorisce: trecento nuovi battezzati circa ogni anno, costruzione della chiesa e di case, cappelle, perfino di un ospedale.
Arrivano anche alcune Suore di Maria Bambina per occuparsi dell’orfanotrofio appena sorto. Se infatti c’è un’ “opzione preferenziale”, nell’operato missionario di padre Clemente, è proprio per gli orfani e le orfane, in un territorio dove spesso scoppiano guerriglie o le malattie imperversano.

Il metodo missionario di padre Clemente
Dopo la morte dell’altro confratello che aveva sostituito padre Cambiaso, padre Antonio Farronato, padre Clemente rimane di nuovo solo. Riesce però a fondare altre tre missioni autonome, oltre a seguire quella di Monglin: Kenglap, Mongyong e Mongpyak. Il suo metodo consiste anzitutto nel visitare il territorio, poi nella formazione di quelli che davvero desiderano diventare cristiani.
Le sue testimonianze dalla missione cominciano ad apparire su riviste come «Italia Missionaria»: con uno stile fresco e spigliato, condito da note a volte umoristiche, riesce, come già padre Manna, ad appassionare alla missione moltissimi fedeli in Italia.

Nel campo di prigionia di Kalaw
Un altro conflitto attende padre Clemente: durante la seconda guerra mondiale, infatti, viene internato nel campo di prigionia di Kalaw: i missionari inglesi sospettano di lui e degli altri missionari, in quanto appartengono a una nazione che non è loro alleata.
Nel gennaio 1942 i giapponesi invadono la Birmania e, a fine aprile, liberano i missionari italiani. Padre Clemente riesce a tornare a Monglin sul finire di agosto. Le strutture sono rimaste in piedi, ma sono perlopiù occupate dai giapponesi.

Consolatore nel dopoguerra

L’invasione termina nel 1945, ma la situazione è molto grave. Il missionario, per guadagnare da vivere a sé e ai suoi orfani, spacca la legna e organizza un orto, insieme a un piccolo allevamento di mucche. Coinvolge gli stessi ragazzi nel lavoro: sa che da loro dipende il futuro del Paese. Ai giapponesi succedono poi gli inglesi, ma la Birmania, resasi indipendente nel 1948, comincia a essere frammentata da numerosi scontri tra guerriglieri. Padre Clemente, come sempre, raccoglie gli orfani e consola le vedove.
In una delle sue testimonianze tratteggia la vita che conduce: «Qui a Monglin vivo senza casa, m’alzo senza sveglia, mi lavo senza catino, prego senza chiesa, mangio senza tovaglia, vo’ a caccia senza licenza, viaggio senza soldi, vo’ a spasso senza scarpe, sono allegro senza teatro, studio lingue senza fine, non passo giorno senza fastidi, campo senza amici, sfamo quaranta ragazzi senza scrupoli, invecchio senza accorgermi e di certo morrò senza rimorsi, perché l’uomo allegro il Ciel l’aiuta… E voi? Voi non mai, se non verrete, e presto, a tenermi compagnia!».

A Mong Ping, dove tutto manca
Dopo trentuno anni a Monglin, nel 1955 il prefetto apostolico di Kengtung, monsignor Ferdinando Guercilena, destina padre Clemente a Mong Ping. Le sue energie risultano preziose per cambiare volto a un paesino dove tutto è da costruire.
Lo descrive lui stesso: «La casa manca di tutto: nemmeno un bicchiere, un piatto, una sedia, un letto. In orfanotrofio nove ragazzi (a Monglin ne lasciai un centinaio!) La chiesa è di legno scadente. Si tratta di ricominciare da capo, ma mi occorrerebbero 10 anni di meno sul groppone. La cosa più faticosa è la freddezza della gente. Credete voi che io abbia a perdere le staffe? Mai! Sarà come Dio vuole. Fiorisci dove Dio ti ha piantato!».

Fiducioso nella Provvidenza
Negli anni successivi il missionario riesce a dotare Mong Ping di tutte le strutture necessarie. Nel 1958 avvia la scuola, che nel giro di sette anni tocca i quattrocento alunni, due terzi dei quali non cristiani. Padre Clemente accoglie davvero tutti e, a chi lo rimprovera di non tenere nessuna forma di bilancio, replica col manzoniano «La c’è la Provvidenza».
Per lui Provvidenza sono anche gli aiuti dei suoi concittadini di Agrate: è venuto a visitarli dal 30 gennaio al 22 dicembre 1957, certo che non li rivedrà mai più. Non è stata una vacanza di tutto riposo: anzitutto si è curato da varie malattie, poi ha visitato parrocchie, seminari, gruppi missionari e tenuto conferenze. Si è ritagliato anche un mese di Esercizi spirituali e un pellegrinaggio a Lourdes.

Il cielo si oscura, ma lui è sereno
In Birmania, intanto, i militari prendono il potere e instaurano una dittatura di tipo staliniano. Tutti i missionari stranieri vengono espulsi, non prima che le loro opere vengano incamerate dallo Stato. Padre Clemente sospira: «Purtroppo il cielo si fa buio, ma noi si deve lavorare come se fosse sereno».
Gli viene concesso di restare, insieme ad altri trenta missionari del PIME (perché entrati in Myanmar prima del 1948, anno dell’indipendenza). Soffre molto, anche per vari malanni, ma resiste per i suoi orfani.
Nel 1978 diventa Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto: con i soldi della pensione che gli spetta riesce a far costruire un’altra chiesa.

«Il Patriarca della Chiesa di Birmania»
Il tempo passa anche per il nostro missionario. L’insofferenza alla disciplina ha lasciato il posto a uno spirito organizzativo che, con fare paterno, trasmette anche agli altri abitanti della missione.
Arriva a compiere prima cinquanta, poi sessant’anni di sacerdozio. Lo festeggiano orfani ed ex-allievi e il nuovo vescovo di Kengtung, monsignor Abramo Than, il primo di nazionalità birmana. Finisce perfino sulla copertina del Calendario murale nazionale dei cattolici, dove viene definito «Il Patriarca della Chiesa di Birmania». Dal canto suo, padre Clemente affronta con serenità la vecchiaia e si dice contento di essere al mondo.

Un’inguaribile speranza
Il segreto della sua vita è un’inguaribile speranza, anche se gli anni della persecuzione l’hanno condotto a gridare a Dio i suoi “perché”. Si rifugia costantemente nella preghiera: le suore che collaborano con lui lo vedono spesso col Rosario in mano.
Resta fedele alla recita quotidiana del Breviario, anche se ogni tanto gli capita di addormentarsi mentre prega, ma sa che Dio ascolta anche quella preghiera. L’intervista che nel 1983 gli rivolge il confratello padre Piero Gheddo, che diventa poi il suo primo biografo, costituisce una delle sue ultime e preziose testimonianze.

La morte
Padre Clemente, infatti, all’inizio del giugno 1988 è ricoverato in ospedale a Kengtung. Contrariamente al parere dei medici, chiede di essere trasportato a Mong Ping, per morirvi. Il 15 giugno 1988 alle 20.15 chiude gli occhi per sempre, dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi, che gli ha impartito monsignor Than.
Al suo funerale, il 21 giugno, partecipano moltissimi birmani, anche musulmani e buddisti. Viene quindi sepolto davanti alla copia della grotta di Lourdes, che lui stesso aveva fatto costruire nel 1962.

La causa di beatificazione fino al decreto sulle virtù eroiche
In prossimità dei cinque anni dalla morte, il Consiglio Pastorale della parrocchia di Sant’Eusebio di Agrate e il Gruppo missionario della stessa parrocchia scrivono a monsignor Than e a padre Gheddo per sollecitare l’apertura della causa di beatificazione di padre Clemente. La sua buona fama, infatti, non è venuta meno nel corso del tempo, sia in Italia sia in Birmania, dove molti, già quando lui era in vita, ricevevano al Battesimo il nome di Clemente o Clementina.
Il nulla osta per l’avvio della causa porta la data dell’8 agosto 1995. A causa di varie difficoltà, di carattere economico e pratico, viene concesso che l’inchiesta diocesana si svolga a Milano. Il cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini presiede personalmente sia la prima sessione dell’inchiesta nella parrocchia di Sant’Eusebio, il 18 ottobre 1996, sia l’ultima delle centotrentadue sessioni, il 17 ottobre 1998.
Gli incaricati dell’arcivescovo, intanto, hanno proceduto a interrogare altri testimoni in Birmania, Thailandia, Brasile e altre zone d’Italia. Gli atti dell’inchiesta diocesana vengono convalidati il 7 maggio 1999.
La “Positio super virtutibus” viene data alle stampe nel luglio 2001 e viene esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 5 giugno 2007, mentre i cardinali e i vescovi della medesima Congregazione danno il loro parere positivo l’8 gennaio 2008. Il 15 marzo 2008 papa Benedetto XVI autorizza quindi la promulgazione del decreto con cui padre Clemente viene dichiarato Venerabile.

Il miracolo per la beatificazione
Intanto era stato istruito il processo relativo a un asserito miracolo, selezionato tra i sei presentati per ottenere la beatificazione del missionario. Si tratta del fatto accaduto a Joseph Tayasoe, un bambino di dieci anni, senza padre, che viveva nell’orfanotrofio della missione di Mong Yaung.
Si era arrampicato su un albero per cogliere della frutta da mangiare con i suoi compagni, ma era caduto da un’altezza di quattro metri e mezzo. La superiora delle suore dell’orfanotrofio, suor Teresa Pan, era accorsa e si era resa conto che il bambino non rispondeva e aveva una lunga ferita sulla parte posteriore della testa.
Fu subito portato in ospedale, ma il medico, dottor Sai Kham Aung, non poté dare buone speranze, anzi, consigliò alla suora di pregare. Suor Teresa si sentì subito mossa a recitare la preghiera della novena a padre Clemente; tornata all’orfanotrofio, invitò anche gli altri bambini a pregare per lui.
Dopo quattro giorni, Joseph si svegliò, chiamando la mamma, che era rimasta accanto a lui, e chiedendo da mangiare. In breve tempo poté tornare a scuola, senza manifestare alcun segno conseguente alla caduta che, altrimenti, sarebbe risultata fatale.
Durante l’inchiesta sul miracolo, svolta a Kengtung dal 3 al 9 luglio 2004, emerse che mancava la documentazione medica, a causa delle condizioni ambientali del villaggio in cui era accaduto il fatto. Tuttavia, l’ultima dei testimoni interrogati poté fornire un’informazione che comprovava l’avvenuto trauma cranico.

L’approvazione del miracolo e la beatificazione
Il 3 febbraio 2006 arrivò il decreto di convalida dell’inchiesta sul miracolo, sul quale si espresse positivamente, il 25 maggio 2010, la Commissione medica della Congregazione delle Cause dei Santi. I Consultori teologi, il 15 gennaio 2011, confermarono il nesso tra la preghiera rivolta a Dio tramite padre Clemente e la guarigione del bambino. I cardinali e i vescovi della Congregazione, nella loro plenaria del 22 marzo 2011, convalidarono il giudizio dei teologi.
Infine, il 2 aprile 2011, papa Benedetto XVI autorizzava la promulgazione del decreto con cui la guarigione di Joseph Tayasoe era da ritenere inspiegabile, completa, duratura e ottenuta per intercessione di padre Clemente Vismara.
Il 26 giugno 2011, in piazza del Duomo a Milano, fu quindi celebrata la Messa con il rito di beatificazione, presieduto dal cardinal monsignor Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre. L’Eucaristia, invece, fu presieduta dal cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano.
Insieme a padre Clemente, la cui memoria liturgica venne fissata al suo “dies natalis”, il 15 giugno, vennero beatificati suor Enrichetta Alfieri, delle Suore di Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, e don Serafino Morazzone, parroco di Chiuso.

Autore: Emilia Flocchini

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COLMACI DI SPERANZA – Angelo Nocent

 

 

Quello della speranza è un forte stimolo per la nostra esistenza. Non siamo chiamati a sperare solo perché c’ è la morte, ma siamo chiamati a vivere di speranza. Paolo ha a questo proposito dei tratti bellissimi. Possiamo leggere, per esempio, Romani 4,18-25: parole chiarissime che indicano cosa rappresentassero la fede e la speranza per Abramo, e cosa siano per noi.

L’ applicazione più precisa al cristiano è fatta nella stessa lettera ai Romani al cap. 8: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”… Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (vv.15.24-25).

CARLO MARIA MARTINI

CARLO MARIA MARTINI

La vita del cristiano è vita di speranza di ciò che non si vede, e quindi di fiducia in Dio che, avendo promesso, manterrà. E non c’ è scampo da questo; anzi, lo si vive con fiducia di figlio e quindi con gioia.

10 DICEMBRE – NOSTRA SIGNORA DI LORETO

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E’ SUONATA LA SVEGLIA – Angelo Nocent

5 Dicembre 2018 – PER GRAZIA RICEVUTA

Oggi ho ripreso in mano una biografia di Madre Teresa di Calcutta su cui ritorno sempre volentieri perché in lei c’è una convinzione radicale che le permette di superare ogni difficoltà: “In Cristo posso fare tutto, perché lui è la mia forza“. Partendo da questo punto d’appoggio, lei può sollevare il mondo  e dire serenamente alle sorelle: “Secondo questa affermazione di San Paolo, dovete avere una profonda fiducia nel buon fine del vostro lavoro, che è piuttosto lavoro di Dio, con l’efficacia e la perfezione di Gesù, e mediante Gesù”.

A Madre Teresa pare non sia mai venuto in mente di scrivere un libro; lei si riconosce soltanto, o meglio, soprattutto, il dovere di agire e di donarsi agli altri. Epperò, quello che ha lasciato di scritto e di esempio con la vita, è notevole, quanto basta per aiutarci a passare dalle parole del Vangelo alle opere, giacché, secondo l’ammonimento dell’apostolo Giacomo, A che serve se uno dice: “Io ho la fede!” e poi non lo dimostra con i fatti? Forse che quella fede può salvarlo. Supponiamo che qualcuno dei vostri, un uomo o una donna, non abbia vestiti e non abbia da mangiare a sufficienza. Se voi gli dite: “Arrivederci, stammi bene. Scàldati e mangia quanto vuoi”, ma poi non gli date quel che gli serve per vivere, a che valgono le vostre parole? Così è anche per la fede: da sola, se non si manifesta nei fatti, è morta.” (Gc 2ss)

Madre Teresa non è un’oratrice straordinaria. Non va in cerca di parole difficili, di espressioni ricercate. Adopera piuttosto un linguaggio familiare, una grammatica semplice, un tono naturale e spontaneo. Le sue parole sono però assai efficaci. Lo sono in forza della loro chiarezza. Ma sono efficaci specialmente per un altro motivo: Madre Teresa non suggerisce agli altri nulla da fare che lei stessa non si sia imposta prima di fare. In altre parole: Madre Teresa vive e incarna da sé e in se stessa ciò che insegna e raccomanda agli altri.

Questa mattina, arrossendo dopo aver letto alcune sue testimonianze, ho preso carta e penna e scritto il mio “atto di dolore”:

NEL NOSTRO TEMPO UN SAN GIOVANNI DI DIO AL FEMMINILE 

Se questo è un uomo

  • Signore, quando ho fame, dammi qualcuno che ha bisogno di cibo,
  • quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare;
  • quando la mia croce diventa pesante,
  • fammi condividere la croce di un altro;
  • quando non ho tempo,
  • dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento;
  • quando sono umiliato, fa che io abbia qualcuno da lodare;
  • quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare;
  • quando ho bisogno della comprensione degli altri,
  • dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
  • quando ho bisogno che ci si occupi di me,
  • mandami qualcuno di cui occuparmi;
  • quando penso solo a me stesso, attira la mia attenzione su un’altra persona.
  • Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli
  • Che in tutto il mondo vivono e muoiono poveri ed affamati.
  • Dà loro oggi, usando le nostre mani, il loro pane quotidiano,
  • e dà loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia. Madre Teresa di Calcutta

 

 

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AGITAZIONE: COME TRASFORMARLA – Angelo Nocent

1-12.05108

Il suo nome non mi era nuovo ma non mi diceva nulla. Ogni giorno trovavo posta che rimandava  a lui e puntualmente la eliminavo, convinto che si trattasse della segnalazione di un sacerdote ancora vivo. Non ricordo, ma forse ho invitato il mittente a non perseguitarmi più quotidianamente e così lui ha smesso di scrivermi ed io l’ho perso di vista.

Ma ieri…

Ieri però, senza averlo cercato, a bussare alla porta della mia anima è stato proprio lui, il Servo di Dio Don DOLINDO RUOTOLO, sacerdote napoletano, indicato da Padre Pio come un santo,  ai napoletani che ricorrevano a lui. Tanto per definirne lo spessore, quando ancora nessuno lo conosceva, profetizzò l’elezione di Giovanni Paolo II che avrebbe inflitto un duro colpo al comunismo devastante.

Cosa voleva me? Nulla. Aveva soltanto qualcosa d’importante da dirmi e da darmi: il suo ATTO DI ABBANDONO, un tesoro che voglio condividere:

Gesù - Don Dolindo

O Gesù m’abbandono in Te, pensaci tu!

Cambiamo l’agitazione in preghiera

Gesù alle anime: – Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, e cambiare così l’agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero dalla tribolazione, e rimettersi a me perché io solo operi, dicendo: pensaci tu. E contro l’abbandono, essenzialmente contro, la preoccupazione, l’agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto.

E come la confusione che portano i fanciulli che pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci essi, intralciando con le loro idee e le loro fisime infantili il suo lavoro. Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornando il pensiero dal futuro come da una tentazione, riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore che, dicendomi con queste disposizioni: pensaci tu, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco. E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia vi fo trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, all’altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo, ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge.

Nelle necessità spirituali e materiali…

Quante cose io opero quando l’anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi: pensaci tu, chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate voi per produrle, ne avete moltissime quando la preghiera è affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché io operi, ma perché io operi come voi credete… Non vi rivolgete a me, ma volete voi che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma, che gliela suggeriscono. Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: Sia santificato il tuo nome, cioè sii glorificato in questa mia necessità; venga il tuo regno, cioè tutto concorra al tuo regno in noi e nel mondo; sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, cioè disponi tu in questa necessità come meglio ti pare per la vita nostra eterna e temporale.

Se mi dite davvero: sia fatta la tua volontà, che è lo stesso che dire: pensaci tu, io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: Sia fatta la tua volontà, pensaci tu. Ti dico che io ci penso, e che intervengo come medico, e compio anche un miracolo quando occorre.

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Tu vedi che l’infermo peggiora? Non ti sconvolgere, ma chiudi gli occhi e di’: Pensaci tu. Ti dico che io ci penso, e che non c’è medicina più potente di un mio intervento di amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi. Insonni, tutto vogliamo valutare, tutto scrutare, confidando solo negli uomini. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficarvi, e come mi accoro nel vedervi agitati! Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda delle iniziative umane. Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io fo miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessuno pensiero di voi; io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà! Se avete vostre risorse, anche in poco, o, se le cercate, siete nel campo naturale, e seguite quindi il percorso naturale delle cose, che è spesso intralciato da satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi; opera divinamente chi si abbandona a Dio.

Quando invece confidiamo in Dio…

Quando vedi che le cose si complicano, di’ con gli occhi dell’anima chiusi: Gesù, pensaci tu. E distràiti, perché la tua mente è acuta… e per te è difficile vedere il male e confidare in me distraendoti da te. Fa’ così per tutte le tue necessità; fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore. Ed io ci penserò, ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi fo la grazia dell’immolazione di riparazione e di amore, che importa la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e di’ con tutta l’anima: Gesù pensaci tu. Non temere, ci penserò e benedirai il mio nome umiliandoti. Mille preghiere non valgono un atto solo di abbandono: ricordatelo bene. Non c’è novena più efficace di questa: O Gesù m’abbandono in Te, pensaci tu!

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S. RICCARDO PAMPURI: INDULGENZA PLENARIA (dal 2019 al 2020) – Angelo Nocent

La notizia è di oggi, giovedì 1 novembre 2018

L’annuncio. Indulgenza plenaria per chi pregherà san Riccardo Pampuri

Il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti e don Paolo Serralessandri, parroco di Trivolzio, hanno reso noto il decreto emanato il 27 ottobre

Indulgenza plenaria per chi, dal primo maggio 2019 al primo maggio 2020, si recherà in preghiera nella chiesa del comune di Trivolzio (Pavia), dove sono custodite le spoglie di San Riccardo Pampuri. Lo ha annunciato oggi la Diocesi di Pavia, attraverso il vescovo Corrado Sanguineti e don Paolo Serralessandri, parroco di Trivolzio, rendendo noto il decreto emanato lo scorso 27 ottobre dalla Penitenzieria Aspostolica del Vaticano.

San Riccardo Pampuri è stato canonizzato, l’1 novembre 1989, da Papa Giovanni Paolo II.

Nato a Trivolzio nel 1897, Erminio Pampuri si laureò in Medicina ed esercitò la professione di medico condotto a Morimondo (Milano). Svolgendo il lavoro di medico scoprì la sua vocazione, maturando la decisione di entrare nell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, conosciuto anche come Fatebenefratelli, prendendo il nome di Riccardo. Morì ancora giovane, nel 1930.

La Penitenzieria Apostolica della Santa Sede ha precisato, nel decreto, che per acquisire l’indulgenza plenaria in occasione del «giubileo di San Riccardo», sarà necessario recarsi alla chiesa di Trivolzio alle condizioni indicate (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) e partecipare «alle celebrazioni giubilari o sostare in adorazione davanti alle spoglie del Santo recitando la Preghiera del Signore, il Simbolo di Fede e alcune invocazioni alla Beata Vergine Maria e a San Riccardo Pampuri».

Anche «gli anziani, gli ammalati e tutti coloro che per grave causa sono impediti ad uscire di casa» potranno ottenere l’indulgenza «unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo i propri dolori e sofferenze a Dio misericordioso».

Riproduzione riservata – Avvenire

I SANTI Dietro alle beatitudini si nasconde un misterioso capovolgimento antropologico che consiste nel passare dall’avere all’essere, anzi dall’essere al dare, dall’avere per sé all’essere per gli altri. Cogliendo la dinamica di questo guado fondamentale per l’uomo, noi raggiungiamo il segreto di Dio che è insieme il vero segreto dell’uomo: donarsi, essere per un altro.
I Santi sono uomini felici, sono uomini che hanno trovato il loro vero centro, uomini che hanno operato la conversione dall’avere all’essere e dall’essere al dare: per questo sono stati e sono felici. Celebrando la loro festa siamo invitati a partecipare, nella fede, alla loro esperienza di letizia e di gioia.
Un autore contemporaneo dice che la prima qualità che si segnala nella vita dei santi è una forma di grande e ilare felicità, di sereno e totale abbandono, di serena e totale fiducia nel disegno che la vita, scendendo dalle mani di Dio, compone sui sentieri e sulle strade dell’uomo.
La santità, quest’unica forma possibile al mondo di vincere la tristezza, ci viene presentata non come sogno irraggiungibile ma come la méta realistica a cui ogni uomo è chiamato per mezzo del Battesimo. La santità è la nostra chiamata, è una chiamata che riguarda ciascuno di noi, come ha affermato il Concilio Vaticano II: «uno è il popolo eletto di Dio, comune è la dignità dei membri, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione», cioè la chiamata di tutti noi alla santità.                                                                                         Cardinale Carlo Maria martini

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MARIA LA SORELLA SANTA TRA I SANTI- Angelo Nocent

Maria sorella

Nella festa di TUTTI I SANTI mi piace ricordare la “Regina del cielo e della terra” come nostra SORELLA MAGGIORE, il “satellitare” che ad ogni incrocio ci indica la via che conduce al Figlio Gesù.

1-Downloads969Lei ha già tante feste di suo ma oggi per cielo e terra è gran festa liturgica di COMUNIONE: “credo la comunione dei santi”.

“Come ci ricordava Gian Carlo dei piccoli fratelli di Gesù,  parlando di una conferenza tenuta da padre René Voillaume negli anni cinquanta a Milano: «Maria è nostra sorella nella fede oltreché che nostra Madre», parole che a suo tempo fecero scandalo, ma che poi riprese papa Paolo VI anni dopo. Così a questa sorella ci rivolgiamo con confidenza e tenerezza condite dalla semplicità di Nazaret. Nelle nostre vite Maria è entrata infatti spesso grazie alle nonne e alle mamme che con la loro semplicità ci hanno testimoniato e insegnato la preghiera del rosario, vera preghiera del cuore”.

Ora siamo cresciuti ulteriormente e Fra Alberto Maggi, biblista dei Servi di Mari, ha delle cose sagge da dirci per una devozione autentica ed una imitazione possibile della donna di fede perché “vestita di Sole”, lo Spirito di Gesù.

Di albertoMaggi

ab305-alberto-maggi__1520104209_2-238-21-191“Pur animati da riconoscente amore, sovente si tende a esagerare, ad attribuire a Maria, che è pur sempre una creatura, anche se sublime, un ruolo che non le compete, e a trasformarla in una dea, degradando la devozione in idolatria.

Nella legittima venerazione per la madre di Gesù, si sono mescolate devozioni e superstizioni, intrufolate tradizioni e credenze che poco o nulla avevano a che fare con il vangelo”.

Ottobre è da sempre il mese mariano, secondo una tradizione con la quale si intende rendere omaggio alla singolare ragazza di Nazaret, che, fidandosi del disegno di Dio su di lei, è diventata la più benedetta fra le donne (Lc 1,42). Maria, vibrando in totale sintonia con l’onda d’amore che tiene in vita la creazione, si è aperta allo Spirito che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5), ed è divenuta capace di accrescere in sé così tanto la vita, da poterla comunicare all’intera umanità, trasformandosi nella “madre dei viventi” (Lumen Gentium, 56).

Ma se è vero che “di Maria non si dice mai abbastanza”, forse a volte ci vuole anche il pudore di tacere, perché, pur animati da riconoscente amore, sovente si tende a esagerare, ad attribuire a Maria, che è pur sempre una creatura, anche se sublime, un ruolo che non le compete, e a trasformarla in una dea, degradando la devozione in idolatria.

Per questo la Chiesa insegna che la vera devozione a Maria non consiste “in una vana credulità, ma procede dalla fede vera, dalla quale siamo spinti all’imitazione delle sue virtù” (LG, 67). E la virtù per eccellenza, quella che ha reso grande la Madonna, è la fede. Maria si è fidata, ha creduto veramente che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).

La vergine di Nazaret ha saputo accogliere in lei il disegno del Creatore, che voleva, attraverso questa creatura, realizzare qualcosa di nuovo, originale, inedito. Maria è segno tangibile di quel che Dio può realizzare con ogni creatura che non metta ostacoli alla potenza del suo amore. La fede di Maria, alla quale ogni credente tende, è pertanto quella di fidarsi di un Padre che ha a cuore il bene dei suoi figli, e per questo trasforma ogni evento della vita, anche quelli più negativi, in opportunità di crescita e occasione di ricchezza.

Ma non è stato facile per Maria credere, fidarsi. Il suo cammino è stato un percorso doloroso, fatto di sofferenza e difficoltà. La sua intera esistenza fu all’insegna dell’incomprensione e del dolore (Redemptoris Mater, 16), senza alcun privilegio dal cielo, che la potesse far sentire una creatura privilegiata, inimitabile.

Purtroppo nei secoli, “Pur animati da riconoscente amore, sovente si tende a esagerare, ad attribuire a Maria, che è pur sempre una creatura, anche se sublime, un ruolo che non le compete, e a trasformarla in una dea, degradando la devozione in idolatria”. “Nella legittima venerazione per la madre di Gesù, si sono mescolate devozioni e superstizioni, intrufolate tradizioni e credenze che poco o nulla avevano a che fare con il vangelo” – L’intervento, e così il messaggio cristallino della buona notizia è stato inquinato e ha offuscato il volto della madre del Cristo. Per questo il Concilio Vaticano II richiama “i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure dalla grettezza di mente nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio” (LG 67). Pericolo richiamato anche da Paolo VI, che mette in guardia dalla “vana credulità, che al serio impegno sostituisce il facile affidamento a pratiche solo esteriori”. Ed è attuale più che mai il dovere e l’impegno di rinnovare quelle forme che, “soggette all’usura del tempo, appaiono bisognose di un rinnovamento che permetta di sostituire in esse gli elementi caduchi, di dar valore a quelli perenni…” (Marialis cultus 24,38).

Se non si tiene presente questo invito a sostituire elementi transitori con quelli duraturi, si rischia di attribuire a Maria ruoli che non le competono, proiettando in lei le funzioni che sono specifiche della divinità, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria, la “serva del Signore” (Lc 1,38), si è guardata bene dall’usurpare queste prerogative, ma lo hanno fatto i fedeli.

Il paraklitos (colui che protegge)

Gesù, nei discorsi d’addio, narrati dall’evangelista Giovanni, rassicura i suoi discepoli che non li lascerà soli, perché sempre sarà in loro lo Spirito Santo nel suo ruolo di paraklitos, vocabolo greco di difficile traduzione. Il paraklitos è colui che viene chiamato in soccorso, colui che protegge, aiuta, difende. Ebbene Gesù assicura che lo Spirito, come protettore, non giunge nei momenti di pericolo, ma la sua presenza è continua, perché il Padre non viene incontro ai bisogni della comunità, ma li precede: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito, perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14,16). Pertanto i credenti continuano sereni il loro operato, nella certezza che questo Spirito non li abbandona mai, ma è con loro per sempre.

In passato si proiettò nella sfera divina quella che era la realtà quotidiana. In tempi dove l’unico modello famigliare era quello patriarcale, i ruoli erano rigidamente definiti. Il padre rappresentava l’autorità, la severità e il castigo. I figli non avevano con il padre confidenza e familiarità, ma timore. Per fortuna che c’era la madre, che faceva da cuscinetto tra il padre e i figli. Se un figlio aveva bisogno di qualcosa, non osava richiederlo direttamente al padre, ma ricorreva all’intercessione della madre, che poi, in un momento che riteneva idoneo, avrebbe passato la richiesta al marito. La madre era anche colei che spesso si frapponeva tra l’ira del padre sui figli e il castigo, e sovente molte mogli hanno ricevuto su di sé la violenza diretta ai figli.

Tutto questo, proiettato nella realtà divina, ha portato i credenti ad avere timore nei confronti di Dio, di ricorrere a una madre che intercedesse per loro, e qui si ritagliò un ruolo per la figura di Maria. Nonostante Gesù nel suo insegnamento avesse assicurato che nella preghiera occorre rivolgersi direttamente al Padre, si cominciò a dirigersi a Maria perché intercedesse presso Dio, e così l’esaudimento della preghiera sembrava più sicuro. Ma soprattutto, Maria divenne il parafulmini dell’umanità per l’ira divina e, sempre più espropriando il ruolo dello Spirito, venne venerata come colei che protegge gli uomini. Ma da che dovrebbe proteggere Maria? Non certo da Dio, il Padre che non castiga ma perdona, e che rivolge il suo amore anche sugli ingrati e i malvagi (Lc 6,35). Dalle calamità naturali, dai mali, dalle sventure? Ma queste continuano a succedersi in ogni epoca.

Allora, quale è il ruolo di Maria? E quale la relazione del credente con la Madonna? Molti Padri della Chiesa, da Atanasio a Epifanio, da Agostino a San Cirillo d’Alessandria, si riferivano a lei come a una sorella nella fede, e Paolo VI, rilanciò questo titolo di Maria come Sorella (Discorso conclusivo del III periodo del Concilio Vaticano II). Sorella con la quale ripercorrere l’identico percorso di fede, nella certezza che, nonostante le avversità della vita e le difficoltà, “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rm 8,28).

1-Aggiornato di recente1982

SANTITA’

“Dietro alle beatitudini si nasconde un misterioso capovolgimento antropologico che consiste nel passare dall’avere all’essere, anzi dall’essere al dare, dall’avere per sé all’essere per gli altri. Cogliendo la dinamica di questo guado fondamentale per l’uomo, noi raggiungiamo il segreto di Dio che è insieme il vero segreto dell’uomo: donarsi, essere per un altro.

I Santi sono uomini felici, sono uomini che hanno trovato il loro vero centro, uomini che hanno operato la conversione

  • dall’avere all’essere e

  • dall’essere al dare: per questo sono stati e sono felici.

Celebrando la loro festa siamo invitati a partecipare, nella fede, alla loro esperienza di letizia e di gioia.

Un autore contemporaneo dice che la prima qualità che si segnala nella vita dei santi è una forma di grande e ilare felicità, di sereno e totale abbandono, di serena e totale fiducia nel disegno che la vita, scendendo dalle mani di Dio, compone sui sentieri e sulle strade dell’uomo.

La santità, quest’unica forma possibile al mondo di vincere la tristezza, ci viene presentata non come sogno irraggiungibile ma come la méta realistica a cui ogni uomo è chiamato per mezzo del Battesimo.

La santità è la nostra chiamata, è una chiamata che riguarda ciascuno di noi, come ha affermato il Concilio Vaticano II: «uno è il popolo eletto di Dio, comune è la dignità dei membri, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione», cioè la chiamata di tutti noi alla santità.”

Cardinale Carlo Maria Martini

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PREGARE E’ DARE DEL TU A DIO – Angelo Nocent

E’ INUTILE LA PREGHIERA

CHE NON E’ PREGHIERA

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