NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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15 FEBBRAIO COMPLEANNO DEL CARD. MARTINI – Angelo Nocent

15 FEBBRAIO 1927 nasceva l’amato Cardinale CARLO MARIA MARTINI. Mi piace ricordarlo con un aneddoto citato dalla sorella Maris nel libro da lei ultimamente scritto dove parla del giorno della consacrazione a vescovo avvenuta nel 1980 a san Pietro: “… aveva un abito viola nuovo, ma le scarpe no, erano addirittura bucate. Me ne sono accorta quando i vescovi si sono prostrati di fronte al Papa … non potei fare a meno di notare che il suo vicino aveva scarpe lucidissime con la suola nuova nuova … quando ci ritrovammo dopo la funzione, scherzando feci notare anche a Carlo la faccenda delle scarpe. Mi rispose che le scarpe devono essere comode e che con la suola un po’ frusta non avrebbe corso il rischio di scivolare. Poi mi puntò addosso i suoi occhi azzurri, fraternamente severi, portò la mano verso l’alto e concluse: ‘ se tu guardassi verso il cielo certe cose non le noteresti’ …”

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CARI AMICI MEDICI E INFERMIERI – Angelo Nocent

AMICI MEDICI E INFERMIERI

https://youtu.be/vhEE9lNchfQ

L’Epifania è questione di occhi

 

«Forse potremmo dire che l’Epifania è una questione di occhi, di occhi che guardano lontano: “Alza gli occhi intorno e guarda”, di occhi che intravedono nel buio: “Abbiamo visto una stella e siamo venuti”, di occhi che – perdonate il bisticcio delle parole – vedono più di quello che vedono: adorano un bambino. Occhi dilatati, occhi smisurati, occhi profondi.

Per questo, proprio per non restringere l’orizzonte della visione, vorrei lasciare agli esegeti, ai critici, il compito di segnalarci dove passa il confine tra storia e leggenda in questo racconto di Matteo, e di indagare se il racconto è o non è un’interpretazione della nascita di Gesù a partire dall’evento finale, quello della risurrezione.

A noi interessa forse di più cogliere alcuni messaggi nascosti sotto i simboli che fanno il racconto.

Un primo messaggio è in questa parola che evoca lontananza, paesi sconosciuti, non visitati, l’Oriente: “Giunsero da Oriente”. Non sappiamo quanti erano, ma sappiamo da dove venivano: da Oriente. Ma è una indicazione che lascia un senso di mistero. Terre lontane, terre a noi sconosciute, terre da noi non visitate. Ma visitate da una stella: “Abbiamo visto sorgere una stella”. Come è bello pensare a queste stelle che sorgono nelle notti più lontane, nelle notti più profonde. E mettono uomini e donne in cammino: lunghi cammini.

Noi pretendiamo di portare subito la gente davanti alla grotta. Ma ci sono lunghi cammini. E poi lo sbaglio è che pretendiamo di essere noi – o se non noi, la chiesa – la stella. La stella – potremmo dire – è lo Spirito di Dio.

“C’è” – scriveva il Cardinale Carlo Maria Martini in una lettera pastorale – “c’è e sta operando. Arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro” (“Tre racconti dello Spirito”, pag. 11).

Come è bello pensare che tante stelle nascoste ci sono nei cieli più lontani, nelle culture più lontane, nelle religioni più lontane, nei paesi più lontani. E dietro quelle stelle uomini e donne in cammino.

E forse luoghi della notte e delle stelle non sono solo i paesi e le città delle nostre cartine geografiche, ma sono anche i cuori. Notti segrete e bagliori improvvisi avvengono nei cuori. Stelle che si accendono dentro i sogni, dentro i desideri, dentro i trasalimenti. E tu hai una percezione, come un segnale. E senti di doverti mettere in cammino.

Avviene anche che chi ti vede partire – uomo del realismo – ti guardi con occhi sospetti: “Ma come! Tu credi a queste percezioni, tu credi a queste corrispondenze con il tuo desiderio, con il tuo sogno?”.

Pensate, se non fossero partiti i Magi! Andiamo adagio a cancellare i sogni, il pericolo è di cancellare le stelle. Andiamo adagio a squalificare i desideri, il pericolo è di squalificare il grembo delle stelle.

Quelli che vedono partire i Magi e fanno dell’ironia, assomigliano a quelli dell’apparato, che li vedono arrivare a Gerusalemme. Consultano… ma non credono più di tanto! Sono loro i padroni delle stelle, sono loro a seminarle sul cammino, loro le guide. Chissà che ironia avranno fatto su quei Magi, gente strana ed esaltata: “Figuriamoci se non lo sappiamo noi!”. È la gente che cancella i sogni, ironizza sui desideri, spegne i sussulti delle coscienze, spegne l’immaginazione. Loro non si lasciano andare.

Certo che non è un cammino facile star dietro le stelle, star dietro gli inviti segreti dello Spirito. A volte sembra proprio di non vedere più nulla. E c’è subito qualcuno pronto a dire: “Hai visto? Ecco dove sono arrivati l’uomo e la donna dei sogni, l’uomo e la donna della poesia, l’uomo e la donna del cuore!”.

Ebbene, sii fedele! La stella riappare. È una questione di occhi, di occhi che intuiscono l’invisibile, occhi che vedono le cose nascoste, occhi che scorgono tracce segrete, le tracce di Dio.

Certo gli uomini del realismo, del freddo e pragmatico realismo, avrebbero fatto chissà quale ironia se avessero visto i Magi davanti a quella casa di poveri, a Betlemme. “Ecco l’uomo dei sogni” – avrebbero detto – “ecco l’uomo delle stelle. Ecco l’uomo che cerca l’Infinito. Guardate, adorano un bambino”.

Gli uomini del realismo hanno occhi e non vedono. L’Epifania è proprio una questione di occhi.

È vedere l’infinito in un bambino».

don Angelo Casati

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SORRIDIAMOCI – Angelo Nocent

1-Aggiornato di recente1646

SORRIDIAMOCI !

Un sorriso non costa nulla e rende molto.
Arricchisce chi lo riceve,
senza impoverire chi lo dona.

Non dura che un istante,
ma il suo ricordo a volte è eterno.
Nessuno è così ricco da poterne fare a meno.

Nessuno è così povero da non poterlo donare.
Crea felicità in casa, è sostegno negli affari,
è segno sensibile dell’amicizia profonda.

Un sorriso dà riposo alla stanchezza.
Nello scoraggiamento rinnova il coraggio.
Nella tristezza è consolazione.

D’ogni pena è naturalmente rimedio.
E’un bene che non si può comprare,
prestare o rubare, poiché
esso ha valore solo nell’istante in cui si dona.

E poi se incontrerete
chi non vi dona l’atteso sorriso,
siate generosi e donategli il vostro:
perché nessuno ha tanto bisogno di un sorriso
come chi non sa regalarlo agli altri.

Madre Teresa di Calcutta


1-Aggiornato di recente2034

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REGALO DI NATALE 2018- Angelo Nocent

1-Aggiornato di recente2167

Questo ho ricevuto in dono come regalo di Natale, questo: “Un miracolo che fa venire il batticuore: PRENDETE”. No, non mi chiede di ADORARE, CONTEMPLARE, PREGARE quel Pane. Vuole solo che

  • tenda le mani,

  • lo prenda,

  • lo stringa,

  • lo mangi,

  • lo assimili,

vuole che diventi CELLULA DEL MIO CORPO,  fusione totale:

  • respiro,

  • gesto,

  • pensiero, 

  • globuli rossi per ossigenarmi dalla testa ai piedi.

DIO IN ME: una totale fusione, una cosa sola: «NON SONO PIU’ IO CHE VIVO, MA CRISTO VIVE IN ME»v(Gal 2,20). Mi fai comprendere che non sei venuto in questo mondo solo per cancellare peccati, debiti. Sei andato oltre ogni immaginazione dei nostri profeti, padri…

  • Hai portato il Cielo in Terra,

  • Dio nell’Uomo,

  • l’Immensità nel mio Nulla che pure esiste.

  • Sei venuto a dare TE STESSO,

  • lo Sposo che si dà alla sposa.

.

Sì, sei Padre perché portatore di quell’amore che serve per nascere; ma anche Madre, che nutre di sé, del suo corpo i suoi figli. Incontrarti è sperimentare l’amore del Cantico: dono e giubilo, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà.

Nel TUO CORPO ci doni 

  • tutta la tua storia,

  • di come amavi, piangevi, gioivi,

  • ciò che ti univa agli altri: PAROLA, GESTO, ASCOLTO, CUORE. 

Prendete, questo è il mio corpo” vuol dire che

  • ci fai nuovo il modo di pensare,

  • di stare al mondo;

  • c’insegni ad aprire le braccia,

  • a mettere la schiena a disposizione per alleggerire i pesi degli altri (Gal,62).

7-1-Messa1Ma lo sconvolgimento è totale se penso che il tuo Corpo non è paralizzato sull’altare tra ceri e fiori. Pane spezzato, il vento dello Spirito ti moltiplica, trasferisce nei vuoti tabernacoli umani: poveri, piccoli, forestieri, malati, anziani, disabili, terremotati, soli. Ho provato a stendere un elenco. Fa impressione:

  • bambini, adulti, giovani, maturi,

  • vegliardi, affamati, assetati, ignudi,

  • malati, prigionieri, stranieri,

  • senza amici, senza sepoltura, vecchi,

  • posseduti dal demonio, tentati di suicidio,

  • torturati dallo spirito immondo,

  • disperati e dubbiosi, nell’anima e nel corpo,

  • deboli, sofferenti in prigionie e tormenti,

  • condannati a morte, orfani, vedove,

  • viandanti, partorienti, lattanti,

  • prostitute,  ridotti in schiavitù,

  • nelle miniere, nei ceppi,  nella solitudine.

  1.  

Quanti altri mancano all’appello, Signore? Ai miei calcoli sfuggono certamente, ai tuoi occhi nessuno, perfino gli invisibili. Viene in mente quel sabato in Sinagoga: Gesù prende il rotolo di Isaia, ne legge un passo famoso, il capitolo 61, e offre la sua spiegazione: ‘Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’.

Gli abitanti di Nazaret avevano ascoltato questo brano tante volte, ma nessuno lo aveva commentato come Gesù. Egli si appropria del testo di Isaia. E’ lui il profeta per eccellenza, consacrato dallo Spirito ,’mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista: per mettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore’. Si parla di poveri, di prigionieri, di ciechi, di oppressi: sono quattro immagini che descrivono e riassumono bene la miseria dell’uomo di ogni tempo. Il compimento che Cristo porta è in ordine a questa situazione di miseria. Gesù è l’OGGI di questo momento di grazia, di salvezza. Alla sua persona è legato un messaggio carico di speranza, un vangelo di salvezza e di liberazione per una umanità di sofferenza. La sua presenza, il suo ‘oggi‘ è un reale coinvolgimento nella povertà umana per offrire una speranza e per generare comportamenti nuovi. (Antonio Lanfranchi vescovo di Piacenza-Bobbio).

Allora Natale è per dirci che possiamo diventare tuo Corpo: CORPO DI CRISTO. Mirabile Misterium ! 

Quando curo un malato, assisto un bisognoso, ecco il prodigio:

  • tocco la tua carne, 

  • accarezzo la tua pelle, 

  • ho in mano il tuo polso, 

  • conto i battiti del tuo cuore…

ECCOMI, SONO PRONTO ALLA CHIAMATA! 

Fratello, Padre, Madre, SposoTU SEI TUTTO PER NOI.

1-Aggiornato di recente2171

Dalle «Istruzioni» di san Colombano, abate (Istr. 13 su Cristo fonte di vita, 2-3; Opera, ublino, 1957, 118-120)

1-Aggiornato di recente2172DIO E ‘ TUTTO PER NOI
Ascoltiamo, o fratelli, l’invito, con cui la Vita stessa, che è sorgente non solo di acqua viva, ma anche fonte di vita eterna e di luce, ci chiama a sé. Da lui infatti provengono la sapienza, la vita, la luce eterna. L’autore della vita è sorgente della vita, il creatore della luce, la fonte stessa della luce. Non curiamoci delle cose che ci circondano, ma puntiamo lo sguardo verso l’alto, verso la sorgente della luce, della vita e dell’acqua viva. Facciamo come fanno i pesci che emergono nel mare attratti dalla fonte luminosa. Eleviamoci per bere alla sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna (cfr. Gv 4,14).

Oh, se tu, o Dio misericordioso e Signore pietoso, ti degnassi di chiamarmi a questa sorgente, perché anch’io, insieme con tutti quelli che hanno sete di te, potessi bere dell’acqua viva che scaturisce da te, viva sorgente! Potessi inebriarmi della tua ineffabile dolcezza senza staccarmi mai più da te, tanto da dire: Quanto è dolce la sorgente dell’acqua viva; la sua acqua che zampilla per la vita eterna non viene mai a mancare!

O Signore, tu stesso sei questa fonte eternamente desiderabile, di cui continuamente dobbiamo dissetarci e di cui sempre avremo sete. Dacci sempre, o Cristo Signore, quest’acqua perché si rasformi anche in noi in sorgente di acqua viva che zampilli per la vita eterna!

Domando certo una grande cosa; chi non lo sa? Ma tu, o re della gloria, sai donare cose grandi e cose grandi hai promesso. Nulla è più grande di te: ma tu ti sei donato a noi e ti sei immolato per noi. 

Per questo ti preghiamo di farci conoscere quello che amiamo, poiché nulla cerchiamo di avere all’infuori di te. Tu sei tutto per noi: la nostra vita, la nostra luce, la nostra salvezza, il nostro cibo, la nostra bevanda, il nostro Dio. Ti prego, o Gesù nostro, d’ispirare i nostri cuori col soffio del tuo Spirito e di trafiggere col tuo amore le nostre anime perché ciascuno di noi possa dire con tutta verità: Fammi conoscere colui che l’anima mia ama (cfr. Ct l,6 volg.); sono infatti ferito dal tuo amore. 

Desidero che quelle ferite siano impresse in me, o Signore. Beata l’anima trafitta dalla carità! Essa cercherà la sorgente, ne berrà. Bevendone, ne avrà sempre sete. Dissetandosi, bramerà con ardore colui di cui ha sempre sete, pur bevendone continuamente.

In questo modo per l’anima l’amore è sete che cerca con brama, è ferita che risana. Il Dio e Signore nostro Gesù Cristo, medico pietoso, si degni di piagare con questa salutare ferita l’intimo della mia anima, egli che insieme col Padre e con lo Spirito Santo è un solo Dio nei secoli dei secoli. Amen.

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UN MONDO DELUSO PER COLPA MIA – Angelo Nocent

Sei Tu il Veniente. o ne dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11, 2-6)

Qualche anno fa, morto il cappellano dell’ospedale dove lavoravo, sono stato invitato a prelevare dalla a sua biblioteca un ricordo. L’occhio è caduto sulla raccolta di “ADESSO” in tre volumi fotostatici del quindicinale di impegno cristiano fondato da Don PRIMO MAZZOLARI. Lui era una vecchia conoscenza, giacché i sui scritti avevano infiammato il mio cuore di ventenne già negli anni sessanta.

Nell’imminenza del Natale 2018, a 69 anni da quel 15 dicembre 1949, faccio mie le parole del santo parroco di Bozzolo: “Forse il nostro mondo cristiano è un mondo deluso: ecco perché c’è tanta esasperazione nel nostro rifiuto. A costo di venirne schiacciato, per quel resto di giustizia che mi ritrovo dentro un po’ più vivo in questi giorni, voglio che quella bestemmia venga rivolta unicamente contro di me. Io solo la merito; io. Il cristiano infedele, che fa inutile la venuta di Cristo davanti agli occhi di molti e la oscura”.

Da Anno I, n.23-24, Modena, 15 dicembre 1949 ricavo questa sua riflessione sul Natale, piena di attualità.

PER NIENTE NON E’ VENUTO

Primo Mazzolari

Sei Tu il Veniente. o ne dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11, 2-6)

Prima di credere nel FIGLIO DI DIO, molti uomini di adesso (correva l’anno 1949 !) vogliono essere sicuri che IL FIGLIO DELL’UOMO non è passato per niente sulla terra. Per respingere un profeta, gli ebrei dicevano: Noi non abbiamo viste le sue tracce: egli non è un profeta.

Noi, per rifiutare Cristo, diciamo: Dopo venti secoli ch’Egli è venuto, cosa c’è di cambiato nel mondo?

Il rifiuto del Salvatore, incominciato a Betlem quand’Egli stava per nascere, continua in ogni Natale. L’INTELLIGENZA SCORDATA, LES CLERCS, che hanno rimesso a nuovo per uso del poveri la vecchia accusa, tradiscono un’altra volta.

I poveri, gravati come sono da troppe ingiustizie, sono facilmente portati a pensare che sia davvero un’irrisione al loro star male questo Vangelo di Lui, ove la povertà, loro quotidiano affanno, è dichiarata una «beatitudine». E se non gli si voltano contro, mormorano: Se mai, è uno come noi: «un povero diavolo», che ha pagato come noi paghiamo, che si è lasciato crocifiggere sovra un legno, invece di farne una «clava».

E subito, senz’esserne suggeriti, aggiungono: «E per colmo, I SUOI, si sono affrettati a tirarlo dall’altra parte, contro i poveri. Basta seguire le vicende di questi secoli di civiltà cristiana per averne la prova».

1-Aggiornato di recente2164

E concludono tristamente: «Se vogliamo veramente provvedere ai nostri bisogni, se non vogliamo lasciarci riaddormentare da QUESTI ZAMPOGNARI pagati da chi sta bene per suonarci la ninna nanna di Natale, siamo costretti a chiuderlo fuori, come quei di Betlem. Vada a nascere dove vuole. Non c’è posto per Lui e per noi».

Se lungo la strada del Natale, allor che, il cuore gonfio di gaudiosa attesa, tu ascolti, passando, un rifiuto così deciso e amaro, anche se la tua fede non è grande, appunto perché non hai la fede che «trasporta le montagne », qualche cosa ti si spezza dentro.

Almeno quei di Betlem non avevano visto; mentre noi sappiamo a memoria tante parole di Lui, e cosa Egli ha fatto, e com’è finito …

Forse il nostro mondo cristiano è un mondo deluso: ecco perché c’è tanta esasperazione nel nostro rifiuto. A costo di venirne schiacciato, per quel resto di giustizia che mi ritrovo dentro un po’ più vivo in questi giorni, voglio che quella bestemmia venga rivolta unicamente contro di me. Io solo la merito; io. Il cristiano infedele, che fa inutile la venuta di Cristo davanti agli occhi di molti e la oscura.

C’è qualche cosa di misterioso nella sua adorabile persona. «I ciechi vedono, i sordi odono, i morti risorgono»; ma è sempre una grazia il non «scandalizzarsi di Lui».

  • C’è qualche cosa di misterioso per colpa di nessuno;

  • ma c’è qualche cosa di oscuro per colpa mia.

  • Io gli posso fermare le braccia, gli posso chiudere li cuore;

  • gliel’ho coperto così di roba che Lui, il nato di Betlem, non pare più il Salvatore.

***

Cosa videro i Pastori la notte In cui Egli è nato?

«Un bambino involto in pochi panni, posto in una mangiatoia». Non di più videro i Magi. La stella che li guidò era forse più lucente. Ma quella povertà non ingombrava il VEDERE; non pesava sul cuore. Tutto era trasparente a Betlem, come a Nazareth, a Cafarnao, nel Cenacolo. Sul Calvario ancor di più.

In venti secoli, credendo di fargli onore, abbiamo ammucchiato troppe cose intorno a Cristo, nelle sue Case, sui suoi Altari, sui suoi passi e perfino sulla sua parola. Nessuna meraviglia se queste troppe cose, messe insieme da noi con affanno, Gli fanno piuttosto d’ingombro che di via aperta.

Non l’aveva detto?

«Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose, quando una sola è necessaria!». Lasciarlo com’è, come li Padre ha voluto che sia tra gli uomini: povero tra i poveri.

S. Francesco, quando volle veder nascere di nuovo il Signore è andato a Greccio, in una stalla. Quella notte il Povero è tornato a nascere per i POVERI.

Per i poveri, cioè per tutti, poiché se abbiamo sacchi di roba e ci dimentichiamo che «sono tesori che s’arrugginiscono e che la tignuola consuma e i ladri rubano», non Lo riconosceremo.

Quello di Betlem, come quello del Calvario, non è un abito d’occasione, ma l’abito di sempre, il suo. Le AGGIUNTE CONVENIENTI E DECOROSE inventate da noi, le abbiamo inventate piuttosto per noi che per Lui; e con poca fatica. Basta avere poco cuore e una forte estimazione di noi stessi come rappresentanti del Signore. Ma la sua veste, la veste nuziale che il FIGLIO DI DIO ha scelto per sposarsi col FIGLIO DELL’UOMO, l’unica che veramente Gli conviene, è la POVERTA. Cristo non è venuto per farci ricchi, ma per farci bastare la povertà.

  • Invece, così, per spianarGli la via, credendo forse di spianarGli la via, l’abbiamo vestito bene, da console, da patrizio, da re, da sapiente.

  • Per trattenerci dal profanarlo devotamente, basterebbe ripensarlo nell’ECCE HOMO, con sulle spalle quello straccio di porpora, una canna per scettro e le spine a corona.

Quella fu un’aggiunta che lo scoperse ancora di più nella sua amabilità, mentre, sotto le nostre, vien fuori la figura di uno, che non piace agli stessi che l’hanno voluto simile a loro; perché anche ben vestito è un compagno inquietante per chi è ben vestito.

Gli altri, I PEZZENTI, che sono milioni e milioni, è quasi naturale che Gli dicano rabbiosamente:

  • «Cos’hai fatto per noi in venti secoli?

  • Ti sei lasciato annettere ».

E la conclusione:

  • « Non costui; ma Barabba! ».

  • Signore, questo è il mio peccato! il mio imperdonabile peccato di questo Natale, se Tu non ci avessi rimediato!

Come si  Rimedia?

Un giorno il Tentatore gli propose: «Se tu sei il Figlio di Dio, dì a queste pietre che divengano pane ». E sul Calvario i farisei: «Se tu sei il figlio di Dio, scendi dalla Croce».

Cristo non ha cambiato in pane le pietre, non è disceso dalla Croce; non perché non potesse fare l’uno e l’altro miracolo, ma perché rimanendo AFFAMATO e CROCIFISSO nel secoli, fa vergogna agli AFFAMATORI e ai CROCIFISSORI di tutti i secoli. Fa loro paura, come nessuno può far paura alle canaglie, che CARICANO la « santa canaglia » del popolo di Dio.

La povertà è rimasta. Molte ingiustizie sono rimaste incancellate. Ma sono ingiustizie: cioè sono dichiarate e gridano e ci accusano in nome di Lui, l’AFFAMATO, l’ASSETATO, il SENZA CASA, il PRIGIONIERO.

  • Questo mondo non cristiano è costretto a camminare per questa strada di redenzione.

  • Se noi cristiani fossimo davanti! Invece ci siamo fermati a far belli i Presepi.

  • Ma i Presepi gridano in questo Natale anche contro di noi.

  • Gridano con voce più forte di qualsiasi rivoluzione, nella loro nudità, che va amata prima di essere coperta.

Se Cristo fosse disceso dalla Croce, se avesse cambiato le pietre in pane, se a Betlem non fosse il più Povero, a poco a poco si sarebbe spento nel cuore degli uomini ogni rivolta verso il male e ogni anelito verso il bene, e gli stessi cristiani avrebbero finito per accettare il destino di chi sta male e di chi sta bene sullo stesso piano, e sarebbero passati senza rimorso, in massa, dalla parte di chi sta bene. Il giusto sarebbe stato sostituito dall’oppressore.

Così, invece, nonostante le nostre infedeltà, siamo in agonia fino alla fine del secoli.

1-2010-02-08 0019

Forse il nostro mondo cristiano è un mondo deluso: ecco perché c’è tanta esasperazione nel nostro rifiuto. A costo di venirne schiacciato, per quel resto di giustizia che mi ritrovo dentro un po’ più vivo in questi giorni, voglio che quella bestemmia venga rivolta unicamente contro di me. Io solo la merito; io. Il cristiano infedele, che fa inutile la venuta di Cristo davanti agli occhi di molti e la oscura.

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FARE FELICI GLI INFELICI – Angelo Nocent

Nato il 6 settembre 1897 ad Agrate Brianza, in diocesi di Milano e provincia di Monza e Brianza, Clemente Vismara te Brianza, in diocesi di Milano e provincia di Monza e Brianza, Clemente Vismara entrò a sedici anni nel Seminario di Seveso. Fu chiamato alle armi durante la prima guerra mondiale, dove si meritò tre medaglie e il grado di sergente maggiore, ma rimase disgustato dalla violenza cui assistette. Dopo la lettura di «Operarii autem pauci» di padre Paolo Manna (beatificato nel 2001), si sentì orientato al sacerdozio missionario. Passò quindi al Seminario Teologico Lombardo per le Missioni Estere, che poi divenne il Pontificio Istituto Missioni Estere (in sigla, PIME); fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1923. Partì per la Birmania, l’odierno Myanmar, il 2 agosto dello stesso anno. In oltre settant’anni di missione, servì popolazioni tribali tormentate da guerre, dittatura, carestie, malattie, miseria. Raccolse e tenne con sé orfani, vedove, lebbrosi e scartati dalla società.

Tornò in Italia e ad Agrate solo per dieci mesi, nel 1957. Cordiale e ottimista, costantemente fiducioso nella Provvidenza divina, morì a 91 anni, il 15 giugno 1988. È stato beatificato il 26 giugno 2011 in piazza del Duomo a Milano, sotto il pontificato di papa Benedetto XVI. I suoi resti mortali sono venerati a Mong Ping, ai piedi della copia della grotta di Lourdes fatta costruire da lui stesso nel 1962. La sua memoria liturgica, per la diocesi di Milano e per il PIME, cade il 15 giugno, giorno esatto della sua nascita al Cielo.

I primi anni
Clemente Vismara nasce il 6 settembre 1897 ad Agrate Brianza, in diocesi di Milano e, oggi, in provincia di Monza e Brianza. Prima di lui i suoi genitori, Attilio Egidio Vismara e Stella Annunziata Porta, hanno avuto Egidio, Carlo, Francesco e Maria. Viene battezzato il giorno dopo la nascita, nella chiesa parrocchiale di Agrate, dedicata a Sant’Eusebio.
Il 22 settembre 1902, mamma Stella dà alla luce l’ultimo figlio, Luigi, poi muore per le conseguenze del parto. Anche il neonato non sopravvive più di diciotto giorni. Clemente, che va ancora all’asilo, non riesce ancora a rendersi conto dell’accaduto. È più consapevole tre anni più tardi, quando anche papà Attilio, l’8 gennaio 1905, viene a mancare.
I fratelli Vismara vengono sistemati in collegi o dai parenti. Accade così anche a Clemente, che entra al Collegio Villoresi di Monza grazie ai suoi zii materni, don Francesco e don Emilio Porta. Frequenta le scuole lì dalla quinta elementare al primo anno di liceo. Riceve anche la Prima Comunione e la Cresima, rispettivamente il 25 e il 29 maggio 1908.

Vocazione al sacerdozio
Sorge in lui il desiderio di diventare sacerdote: «Ricordavo che mia madre, prima di morire, mentre io ero ancora piccolo, aveva detto: – Chissà che Clemente non diventi prete! – Ma la vocazione al sacerdozio l’aveva la mia mamma, non io!», ammise tempo dopo.
In ogni caso, il 24 ottobre 1913, il ragazzo entra nel Seminario Arcivescovile di Milano, precisamente nell’allora sede di Seveso: termina il liceo e inizia i corsi teologici. Anche lì la sua fama di “discolo” lo segue: spesso, per scacciare la noia, urla e canta a squarciagola, infrangendo il silenzio del Seminario.

Durante la prima guerra mondiale
La prima guerra mondiale, però, coinvolge anche i seminaristi, chiamati alla leva obbligatoria. Tocca anche a Clemente, che il 21 settembre 1916 viene arruolato nell’80° Reggimento di fanteria, “Brigata Roma”, come soldato semplice. È tra i fanti della prima linea in battaglie importanti, come quelle sul Monte Maio e sull’Adamello.
Il 6 novembre 1919 viene congedato: ha il grado di sergente maggiore e ottiene tre medaglie d’argento e una croce al merito. L’esperienza bellica lo ha però segnato profondamente, tanto che, a distanza di anni, preferisce non parlarne.

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La chiamata missionaria
Di una cosa è certo: «Fu proprio al fronte, in mezzo a tanta sofferenza e brutture, che maturai la decisione di essere missionario». Decisione suscitata, negli anni precedenti, dalla lettura di un testo fondamentale per la scelta missionaria di moltissimi seminaristi diocesani e non solo: «Operarii autem pauci», di padre Paolo Manna.
Era un libro quasi proibito, che i formatori facevano leggere solo a chi fosse già determinato a partire per le missioni: tuttavia, circolava ugualmente anche tra i seminaristi più giovani. I superiori del Seminario acconsentono, pensando che la disciplina ecclesiastica del prete diocesano non gli sia congeniale.
Il 21 aprile 1920, Clemente arriva in via Monte Rosa 81 a Milano, alla sede del «Seminario Teologico Lombardo per le Missioni Estere»: solo sei anni più tardi, con la fusione di un’analoga realtà nata a Roma, diventerà il «Pontificio Istituto Missioni Estere» (in sigla, PIME). Termina la Teologia e il 26 maggio 1923, nel Duomo di Milano, viene ordinato sacerdote dal cardinal Eugenio Tosi, arcivescovo di Milano.

In Birmania, a Kengtung e Monglin
Riceve subito la sua destinazione: il 2 agosto 1923 parte da Venezia alla volta del Myanmar, o, come si diceva all’epoca, della Birmania. Padre Clemente affianca il confratello padre Erminio Bonetta nel viaggio che lo porta a Kengtung, prima missione del PIME sul suolo birmano.
Il 27 ottobre 1924 arriva a Monglin, sua prima parrocchia. Nel 1925 arriva il nuovo parroco, padre Luigi Cambiaso: con lui, padre Clemente visita i villaggi esterni alla missione e contribuisce alla nascita di nuove comunità cristiane.
Le condizioni di vita dei missionari e della loro gente sono di estrema povertà. Lo stesso padre Cambiaso si ammala gravemente proprio durante la costruzione della chiesa in muratura a Monglin. Padre Clemente rimane temporaneamente solo, tanto da scrivere, in uno dei suoi articoli: «Sono l’unico cristiano nel giro di 100 e più chilometri, il prete più vicino è lontano sei giorni a cavallo. Se voglio vedere un altro battezzato, debbo guardarmi nello specchio».
Padre Paolo Manna (anche lui Beato, dal 2001) visita la missione nel 1928, come superiore generale del PIME, e minaccia di chiuderla, se i missionari continuano ad ammalarsi. Al contrario, dal 1929 al 1931 la missione rifiorisce: trecento nuovi battezzati circa ogni anno, costruzione della chiesa e di case, cappelle, perfino di un ospedale.
Arrivano anche alcune Suore di Maria Bambina per occuparsi dell’orfanotrofio appena sorto. Se infatti c’è un’ “opzione preferenziale”, nell’operato missionario di padre Clemente, è proprio per gli orfani e le orfane, in un territorio dove spesso scoppiano guerriglie o le malattie imperversano.

Il metodo missionario di padre Clemente
Dopo la morte dell’altro confratello che aveva sostituito padre Cambiaso, padre Antonio Farronato, padre Clemente rimane di nuovo solo. Riesce però a fondare altre tre missioni autonome, oltre a seguire quella di Monglin: Kenglap, Mongyong e Mongpyak. Il suo metodo consiste anzitutto nel visitare il territorio, poi nella formazione di quelli che davvero desiderano diventare cristiani.
Le sue testimonianze dalla missione cominciano ad apparire su riviste come «Italia Missionaria»: con uno stile fresco e spigliato, condito da note a volte umoristiche, riesce, come già padre Manna, ad appassionare alla missione moltissimi fedeli in Italia.

Nel campo di prigionia di Kalaw
Un altro conflitto attende padre Clemente: durante la seconda guerra mondiale, infatti, viene internato nel campo di prigionia di Kalaw: i missionari inglesi sospettano di lui e degli altri missionari, in quanto appartengono a una nazione che non è loro alleata.
Nel gennaio 1942 i giapponesi invadono la Birmania e, a fine aprile, liberano i missionari italiani. Padre Clemente riesce a tornare a Monglin sul finire di agosto. Le strutture sono rimaste in piedi, ma sono perlopiù occupate dai giapponesi.

Consolatore nel dopoguerra

L’invasione termina nel 1945, ma la situazione è molto grave. Il missionario, per guadagnare da vivere a sé e ai suoi orfani, spacca la legna e organizza un orto, insieme a un piccolo allevamento di mucche. Coinvolge gli stessi ragazzi nel lavoro: sa che da loro dipende il futuro del Paese. Ai giapponesi succedono poi gli inglesi, ma la Birmania, resasi indipendente nel 1948, comincia a essere frammentata da numerosi scontri tra guerriglieri. Padre Clemente, come sempre, raccoglie gli orfani e consola le vedove.
In una delle sue testimonianze tratteggia la vita che conduce: «Qui a Monglin vivo senza casa, m’alzo senza sveglia, mi lavo senza catino, prego senza chiesa, mangio senza tovaglia, vo’ a caccia senza licenza, viaggio senza soldi, vo’ a spasso senza scarpe, sono allegro senza teatro, studio lingue senza fine, non passo giorno senza fastidi, campo senza amici, sfamo quaranta ragazzi senza scrupoli, invecchio senza accorgermi e di certo morrò senza rimorsi, perché l’uomo allegro il Ciel l’aiuta… E voi? Voi non mai, se non verrete, e presto, a tenermi compagnia!».

A Mong Ping, dove tutto manca
Dopo trentuno anni a Monglin, nel 1955 il prefetto apostolico di Kengtung, monsignor Ferdinando Guercilena, destina padre Clemente a Mong Ping. Le sue energie risultano preziose per cambiare volto a un paesino dove tutto è da costruire.
Lo descrive lui stesso: «La casa manca di tutto: nemmeno un bicchiere, un piatto, una sedia, un letto. In orfanotrofio nove ragazzi (a Monglin ne lasciai un centinaio!) La chiesa è di legno scadente. Si tratta di ricominciare da capo, ma mi occorrerebbero 10 anni di meno sul groppone. La cosa più faticosa è la freddezza della gente. Credete voi che io abbia a perdere le staffe? Mai! Sarà come Dio vuole. Fiorisci dove Dio ti ha piantato!».

Fiducioso nella Provvidenza
Negli anni successivi il missionario riesce a dotare Mong Ping di tutte le strutture necessarie. Nel 1958 avvia la scuola, che nel giro di sette anni tocca i quattrocento alunni, due terzi dei quali non cristiani. Padre Clemente accoglie davvero tutti e, a chi lo rimprovera di non tenere nessuna forma di bilancio, replica col manzoniano «La c’è la Provvidenza».
Per lui Provvidenza sono anche gli aiuti dei suoi concittadini di Agrate: è venuto a visitarli dal 30 gennaio al 22 dicembre 1957, certo che non li rivedrà mai più. Non è stata una vacanza di tutto riposo: anzitutto si è curato da varie malattie, poi ha visitato parrocchie, seminari, gruppi missionari e tenuto conferenze. Si è ritagliato anche un mese di Esercizi spirituali e un pellegrinaggio a Lourdes.

Il cielo si oscura, ma lui è sereno
In Birmania, intanto, i militari prendono il potere e instaurano una dittatura di tipo staliniano. Tutti i missionari stranieri vengono espulsi, non prima che le loro opere vengano incamerate dallo Stato. Padre Clemente sospira: «Purtroppo il cielo si fa buio, ma noi si deve lavorare come se fosse sereno».
Gli viene concesso di restare, insieme ad altri trenta missionari del PIME (perché entrati in Myanmar prima del 1948, anno dell’indipendenza). Soffre molto, anche per vari malanni, ma resiste per i suoi orfani.
Nel 1978 diventa Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto: con i soldi della pensione che gli spetta riesce a far costruire un’altra chiesa.

«Il Patriarca della Chiesa di Birmania»
Il tempo passa anche per il nostro missionario. L’insofferenza alla disciplina ha lasciato il posto a uno spirito organizzativo che, con fare paterno, trasmette anche agli altri abitanti della missione.
Arriva a compiere prima cinquanta, poi sessant’anni di sacerdozio. Lo festeggiano orfani ed ex-allievi e il nuovo vescovo di Kengtung, monsignor Abramo Than, il primo di nazionalità birmana. Finisce perfino sulla copertina del Calendario murale nazionale dei cattolici, dove viene definito «Il Patriarca della Chiesa di Birmania». Dal canto suo, padre Clemente affronta con serenità la vecchiaia e si dice contento di essere al mondo.

Un’inguaribile speranza
Il segreto della sua vita è un’inguaribile speranza, anche se gli anni della persecuzione l’hanno condotto a gridare a Dio i suoi “perché”. Si rifugia costantemente nella preghiera: le suore che collaborano con lui lo vedono spesso col Rosario in mano.
Resta fedele alla recita quotidiana del Breviario, anche se ogni tanto gli capita di addormentarsi mentre prega, ma sa che Dio ascolta anche quella preghiera. L’intervista che nel 1983 gli rivolge il confratello padre Piero Gheddo, che diventa poi il suo primo biografo, costituisce una delle sue ultime e preziose testimonianze.

La morte
Padre Clemente, infatti, all’inizio del giugno 1988 è ricoverato in ospedale a Kengtung. Contrariamente al parere dei medici, chiede di essere trasportato a Mong Ping, per morirvi. Il 15 giugno 1988 alle 20.15 chiude gli occhi per sempre, dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi, che gli ha impartito monsignor Than.
Al suo funerale, il 21 giugno, partecipano moltissimi birmani, anche musulmani e buddisti. Viene quindi sepolto davanti alla copia della grotta di Lourdes, che lui stesso aveva fatto costruire nel 1962.

La causa di beatificazione fino al decreto sulle virtù eroiche
In prossimità dei cinque anni dalla morte, il Consiglio Pastorale della parrocchia di Sant’Eusebio di Agrate e il Gruppo missionario della stessa parrocchia scrivono a monsignor Than e a padre Gheddo per sollecitare l’apertura della causa di beatificazione di padre Clemente. La sua buona fama, infatti, non è venuta meno nel corso del tempo, sia in Italia sia in Birmania, dove molti, già quando lui era in vita, ricevevano al Battesimo il nome di Clemente o Clementina.
Il nulla osta per l’avvio della causa porta la data dell’8 agosto 1995. A causa di varie difficoltà, di carattere economico e pratico, viene concesso che l’inchiesta diocesana si svolga a Milano. Il cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini presiede personalmente sia la prima sessione dell’inchiesta nella parrocchia di Sant’Eusebio, il 18 ottobre 1996, sia l’ultima delle centotrentadue sessioni, il 17 ottobre 1998.
Gli incaricati dell’arcivescovo, intanto, hanno proceduto a interrogare altri testimoni in Birmania, Thailandia, Brasile e altre zone d’Italia. Gli atti dell’inchiesta diocesana vengono convalidati il 7 maggio 1999.
La “Positio super virtutibus” viene data alle stampe nel luglio 2001 e viene esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 5 giugno 2007, mentre i cardinali e i vescovi della medesima Congregazione danno il loro parere positivo l’8 gennaio 2008. Il 15 marzo 2008 papa Benedetto XVI autorizza quindi la promulgazione del decreto con cui padre Clemente viene dichiarato Venerabile.

Il miracolo per la beatificazione
Intanto era stato istruito il processo relativo a un asserito miracolo, selezionato tra i sei presentati per ottenere la beatificazione del missionario. Si tratta del fatto accaduto a Joseph Tayasoe, un bambino di dieci anni, senza padre, che viveva nell’orfanotrofio della missione di Mong Yaung.
Si era arrampicato su un albero per cogliere della frutta da mangiare con i suoi compagni, ma era caduto da un’altezza di quattro metri e mezzo. La superiora delle suore dell’orfanotrofio, suor Teresa Pan, era accorsa e si era resa conto che il bambino non rispondeva e aveva una lunga ferita sulla parte posteriore della testa.
Fu subito portato in ospedale, ma il medico, dottor Sai Kham Aung, non poté dare buone speranze, anzi, consigliò alla suora di pregare. Suor Teresa si sentì subito mossa a recitare la preghiera della novena a padre Clemente; tornata all’orfanotrofio, invitò anche gli altri bambini a pregare per lui.
Dopo quattro giorni, Joseph si svegliò, chiamando la mamma, che era rimasta accanto a lui, e chiedendo da mangiare. In breve tempo poté tornare a scuola, senza manifestare alcun segno conseguente alla caduta che, altrimenti, sarebbe risultata fatale.
Durante l’inchiesta sul miracolo, svolta a Kengtung dal 3 al 9 luglio 2004, emerse che mancava la documentazione medica, a causa delle condizioni ambientali del villaggio in cui era accaduto il fatto. Tuttavia, l’ultima dei testimoni interrogati poté fornire un’informazione che comprovava l’avvenuto trauma cranico.

L’approvazione del miracolo e la beatificazione
Il 3 febbraio 2006 arrivò il decreto di convalida dell’inchiesta sul miracolo, sul quale si espresse positivamente, il 25 maggio 2010, la Commissione medica della Congregazione delle Cause dei Santi. I Consultori teologi, il 15 gennaio 2011, confermarono il nesso tra la preghiera rivolta a Dio tramite padre Clemente e la guarigione del bambino. I cardinali e i vescovi della Congregazione, nella loro plenaria del 22 marzo 2011, convalidarono il giudizio dei teologi.
Infine, il 2 aprile 2011, papa Benedetto XVI autorizzava la promulgazione del decreto con cui la guarigione di Joseph Tayasoe era da ritenere inspiegabile, completa, duratura e ottenuta per intercessione di padre Clemente Vismara.
Il 26 giugno 2011, in piazza del Duomo a Milano, fu quindi celebrata la Messa con il rito di beatificazione, presieduto dal cardinal monsignor Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre. L’Eucaristia, invece, fu presieduta dal cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano.
Insieme a padre Clemente, la cui memoria liturgica venne fissata al suo “dies natalis”, il 15 giugno, vennero beatificati suor Enrichetta Alfieri, delle Suore di Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, e don Serafino Morazzone, parroco di Chiuso.

Autore: Emilia Flocchini

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16 Dicembre 2018

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COLMACI DI SPERANZA – Angelo Nocent

 

 

Quello della speranza è un forte stimolo per la nostra esistenza. Non siamo chiamati a sperare solo perché c’ è la morte, ma siamo chiamati a vivere di speranza. Paolo ha a questo proposito dei tratti bellissimi. Possiamo leggere, per esempio, Romani 4,18-25: parole chiarissime che indicano cosa rappresentassero la fede e la speranza per Abramo, e cosa siano per noi.

L’ applicazione più precisa al cristiano è fatta nella stessa lettera ai Romani al cap. 8: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”… Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (vv.15.24-25).

CARLO MARIA MARTINI

CARLO MARIA MARTINI

La vita del cristiano è vita di speranza di ciò che non si vede, e quindi di fiducia in Dio che, avendo promesso, manterrà. E non c’ è scampo da questo; anzi, lo si vive con fiducia di figlio e quindi con gioia.

10 DICEMBRE – NOSTRA SIGNORA DI LORETO

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