NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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IL FINE VITA DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI – Angelo Nocent

Carlo Maria Martini

IL SILENZIO DELLA PAROLA

Un libro sul mistero del fine vita che ci fa pensare

Ho letto il libro di Damiano Modena, testimone diretto diurno e notturno del periodo di infermità del Card. Carlo Maria Martini. Una commozione ammirevole che vorrei condividere:

Te la senti di accompagnarmi fino alla morte?”, aveva detto. “Se ritiene che io sia la persona giusta sì, Padre, anche oltre” (Damiano Modena). Partendo dall’ istante in cui il cuore del Cardinal Martini cessa di battere, in una sorta di viaggio a ritroso don Damiano Modena, il suo segretario personale, racconta la lunga storia di “amicizia-lotta” di Martini con il Parkinson. Nonostante la perdita della voce, nonostante non riesca più a camminare, Martini non rinuncia a dispensare parole di coraggio e di speranza a tutti coloro che lo vanno a trovare. Un libro che ci fa scoprire l’ultimo, inedito volto di Martini: uomo di Dio sino in fondo, sino alla fine. Il volume contiene anche il racconto in presa diretta degli ultimi incontri con Benedetto XVI e in esclusiva il documento inedito consegnato da Martini al Pontefice sui mali della Chiesa. Introduzione di Ferruccio De Bortoli. Presentazione di Antonio Sciortino.

Descrizione

Titolo: Carlo Maria Martini. Il silenzio della Parola
Autore: Damiano Modena
Editore: San Paolo Edizioni
Prezzo: 9,90
Anno edizione: 2013
Pagine: 160 p.
EAN: 9788821590283

Carlo Maria Martini, un custode del Concilio

e un vescovo italiano anomalo


Intervento di di Enrico Galavotti*

L’autore ha presentato a Chieti il 23 febbraio insieme a Bruno Forte il libro di Damiano Modena sul cardinal Martini (“Carlo Maria Martini, il silenzio della parola”). Di seguito il testo dell’intervento.

Sono oggettivamente l’interlocutore meno qualificato per presentare questo volume: non posso vantare un rapporto trentennale con Martini come quello di monsignor Forte; non ho avuto mai alcuna conoscenza diretta con il cardinale. L’unico contatto personale con lui si esaurisce in un biglietto che ricevetti nel 2005 dopo che gli avevo mandato un mio libro: mi ringraziò per la mia attività di ricerca (non tanto per il libro): e devo confessare che sono i ringraziamenti che più mi sono rimasti impressi da quando faccio ricerca storica.

L’identikit del cardinale

Ma veniamo al libro. Un libro su Martini, dunque su un protagonista di primo piano della Chiesa degli ultimi decenni: non dico semplicemente della Chiesa “italiana”, perché con Martini siamo davvero di fronte a qualcuno che ha valicato i confini della sua diocesi, diventando un punto di riferimento importante per tanti al di fuori di Milano e dell’Italia (se non paresse irriguardoso e se non si corresse il rischio di essere fraintesi si potrebbe quasi parlare di un pontificato parallelo). Ma perché questo?

Anzitutto perché Martini è stato un vero custode del Concilio e della sua eredità in una stagione in cui il Vaticano II era fortemente messo in discussione, relativizzato, contestato (talora in modo raffinatissimo); poi perché mettendosi alla scuola del Concilio ha inteso rimettere in mano ai cristiani la Bibbia e ha inteso rendere concrete quelle indicazioni che il Vaticano II dava in termini di collegialità, sinodalità e dialogo ecumenico; inoltre perché ha preso sul serio la crisi della modernità e non l’ha dissimulata, ma si è anzi chiesto in che modo reagire ad essa: la Cattedra dei non credenti ne era un esempio lampante; Martini si è interrogato costantemente sul come rinnovare l’annuncio del Vangelo, superando le forme culturali sin li percorse.

Tutti meriti per i quali Martini è stato anche attaccato, per non dire vilipeso. Ero molto giovane, ma ricordo bene articoli usciti sulla stampa cattolica in cui l’arcivescovo era oggetto di forti contestazioni e talora ridotto a macchietta, a campione del progressismo cattolico.
Ma potremmo anche dire che Martini ha lasciato il segno perché era un vescovo italiano anomalo. Anomalo perché parlava, evidenziava i problemi e non li nascondeva sotto il tappeto. Qui ci misuriamo con un problema storico dell’episcopato italiano, che è un episcopato che patisce di afonia (in pubblico) e di pappagallismo: se il papa parla di questione antropologica tutti giù a parlare di questione antropologica; se parla di liturgia tutti si mettono a disquisire di anafore e dell’importanza del messale di san Pio V (oggi, concluso il pontificato di Ratzinger, chi ne parla più?); lo stesso se parla di periferie, misericordia e Chiesa in uscita… Martini no, non è un pappagallo: pensa, parla, pone problemi alla luce del sole. È un uomo maturo, senza complessi: e quindi non ha il complesso del compiacimento. Memorabile l’intervento da lui tenuto al Sinodo dei vescovi del 1999 dove tocca questioni che sono in gran parte l’agenda della Chiesa ancora oggi (la Bibbia, il disciplinamento dei movimenti, il rinnovamento dei meccanismi di riunione dei vescovi, il conferimento del sacerdozio a viri probati e il diaconato femminile).

Qual è però, nello specifico, il Martini che viene fuori da questo libro? È certamente il Martini della sintesi finale, se così possiamo dire. Sono pagine, quelle scritte da don Damiano, che richiamano alla mente quelle che Capovilla dedicò cinquant’anni fa agli ultimi giorni di vita di Giovanni XXIII. Ma è pur vero che qua e là riemerge anche il Martini precedente alla malattia. Così c’è il racconto di quando a Milano, nel 1997, canta in greco, insieme al patriarca Bartolomeo, il credo, superando almeno per un istante secoli di divisioni; c’è il disvelamento di un suo “segreto” pastorale: quando una cosa iniziava a funzionare (la Scuola della Parola; la Cattedra dei non credenti) lui la interrompeva, per metterne in piedi un’altra: questo proprio per evitare di “sedersi”, di compiacersi e di perdere così la capacità di ascolto dello Spirito; impariamo così anche delle abitudini che gli erano care, come il pregare per otto giorni, ogni luglio, prima della festa di sant’Ignazio, seguendo il dettato degli Esercizi: e anche qui scopriamo la grandezza di una persona che ha saputo coltivarsi sino alla fine. Come tutti i grandi maestri di vita cristiana, Martini aveva compreso e viveva un concetto molto semplice: che la vita cristiana è un ricominciamento quotidiano; è un impegnarsi – si potrebbe dire uno sposarsi – giorno per giorno. Naturalmente emergono pure tutte quelle cose che possono sembrare più marginali o banali nell’insieme della sua biografia, ma che invece ci dicono molto della sua umanità. Cose anche divertenti, come quando chiama “signorina” la voce del navigatore della macchina che lo sta conducendo qui a Chieti per l’ingresso in diocesi di Sua Eccellenza; e apprendiamo anche della sua capacità di “coccolarsi” e di regalarsi un cioccolatino, anche a costo poi di mostrarsi macchiato di fronte agli ospiti e ai visitatori.

È un libro che ci racconta un’esperienza comune – la morte – così com’è stata vissuta da un cristiano non comune. Un libro quindi che tratta un tema molto rimosso e che penso si possa apprezzare pienamente solo se si ha vissuto un’esperienza di accompagnamento alla morte di qualcuno. Prima di questa esperienza il concetto di morte è necessariamente troppo vago e disincarnato. L’accompagnamento alla morte ci mette infatti a contatto con un mistero che tutti saremo chiamati a sciogliere; ma soprattutto ci fa capire come ogni morte sia una storia a sé: ci svela qualcosa di chi muore e qualcosa di noi che non avremmo mai potuto immaginare prima. E si comprende anche come tutte le speculazioni sul fine-vita, all’atto pratico, debbano essere necessariamente ridiscusse. Questo don Damiano lo coglie e lo dice bene: e credo che abbia potuto farlo proprio solo dopo questa esperienza accanto a Martini.

Il cardinale gli aveva chiesto se se la sentiva di accompagnarlo «fino alla morte» e lui scrive: «si risponde sì solo a patto di non provare a far calcoli. Fino a constatare, tempo dopo, di essere stati sprovveduti, presuntuosi»

In questo senso si tratta di un libro anche molto istruttivo. Veniamo infatti da una stagione in cui il tema del fine-vita non è sempre stato trattato con la delicatezza che esso richiedeva. È stato fatto oggetto di battaglie politiche anche feroci (tutti ricordiamo le vicende di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby); e possiamo anche dire che si è trattato di battaglie che, in alcuni casi, hanno inteso strumentalizzare politicamente questo tema: d’altronde si deve tenere presente quel particolare contesto e, in modo del tutto peculiare, la sponda che l’episcopato italiano offrì in quei frangenti.

1-Carlo Maria Martini - Don Damiano Modena

La malattia e la vigilanza

Il libro ci racconta allora come per Martini l’avvicinarsi di questa morte si sia annunciato con il manifestarsi di una malattia, il Parkinson, che ha un modo anche delicato di porsi: un tremolio della mano che il cardinale avverte quando si mette in posa, come fanno tutti i vescovi, per le foto che si fanno al termine delle cresime. È una malattia che progredisce e che, inesorabilmente, spoglia Martini. Anzitutto privandolo della possibilità di realizzare il suo sogno di trascorrere gli ultimi anni di vita a Gerusalemme. Poi toglierà al cardinale la voce: e sembra quasi una beffa, un contrappasso, il fatto che perda la voce proprio lui, che era stato appunto per tantissimi una voce importante nella Chiesa.

Dalle pagine di questo libro emerge così tutta l’umanità del cardinale e il suo stupore di fronte al progresso di una malattia che ha quasi il sapore della sfida a cui è soggetto Giobbe, il protagonista di un libro che lui amava. Proprio come era accaduto a Giobbe pare quasi che la malattia sia come un avversario che gli assesta un colpo dopo l’altro: ogni volta che Martini sembra stabilizzarsi nella sua situazione precaria ecco che giunge qualcos’altro che lo impoverisce ancora e che lo debilita ulteriormente; anche quando sembra aver conquistato un po’ di sicurezza nel parlare, ecco che fatalmente – pochi giorni prima della morte – arriva il silenzio totale; don Damiano ha la capacità, non facile, di sdrammatizzare la situazione e di giocare – gioca tanto, come fanno i genitori con i bambini – con il cardinale e di fargli cantare in playback il Va pensiero.

Il progredire della malattia non impedisce a Martini di rimanere una coscienza vigile anche rispetto alla crisi che colpisce la Chiesa negli anni del pontificato di papa Benedetto. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’attuale pontificato nasce da un momento di crisi: il pontificato di Ratzinger non si conclude per una malattia del papa, ma a causa di una vera e propria crisi. Una crisi che Martini denuncia in quel celebre colloquio avuto con un confratello gesuita pochi giorni prima di morire e che verrà pubblicato subito dopo la sua morte. Interrogato su come vedeva la situazione all’interno della Chiesa, Martini aveva risposto: «La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi?».

Sollecitato rispetto alla questione di chi poteva aiutare la Chiesa replicava: «Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove».

Quindi consigliava il ricorso a tre strumenti «molto forti» per contrastare la stanchezza della Chiesa: «Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi»; «Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta»; «il terzo strumento di guarigione [sono i sacramenti].

I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (…). L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno…” Noi sappiamo di non essere degni (…). L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?». E poi parole sferzanti, accompagnate da una vera e propria confessione di fede: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore».

La preoccupazione per la Chiesa, per le condizioni in cui si trova spinge Martini, che, non va dimenticato, è ormai un vescovo emerito, anche a riflettere sul da farsi. Partecipa ad un incontro a Zurigo con altri vescovi nel momento in cui c’è grande tensione attorno a Benedetto XVI: non si tratta di cospirazioni, ma precisamente di colloqui in cui, preso atto della crisi, si cercano le soluzioni praticabili. Di per sé questi incontri sono anche emblematici della crisi di istituti come il Sinodo, o come i convegni della Chiesa italiana, che erano stati svuotati e ridotti a cerimonie sterili, non erano più ambiti di discussione – l’irrilevanza di ciò che è stato detto a Firenze è emblematica – per cui si era quasi costretti a cercare altrove spazi in cui discutere liberamente dei problemi sul tappeto. È un paradosso, se si vuole, che i successori degli apostoli abbiano via via dimenticato ciò che era accaduto agli stessi apostoli all’inizio della vita della Chiesa, quando c’era stata la famosa disputa a Gerusalemme successiva ai viaggi di Paolo. Paolo stesso racconterà nella lettera ai Galati di aver «resistito in faccia a Pietro, poiché era reprensibile»: è un espressione durissima, vuol dire che hanno litigato, che si sono anche mandati a quel paese.

Della crisi Martini parla però direttamente anche con papa Benedetto, sottoponendosi, come don Damiano racconta, a un faticoso viaggio a Roma dove consegna al papa un testo in cui gli dice le ragioni della sua preoccupazione. È una lettera piena di puntini di sospensione, che sono la cosa che scatena inevitabilmente la curiosità di tutti; ma anche quello che non è taciuto è di grande importanza: perché in questa lettera Martini parla: a) di una crisi vocazionale superabile con scelte coraggiose; b) di «vicini collaboratori che superano considerevolmente il loro mandato e si occupano di cose non pertinenti alla loro autorità»; c) di «inquietudini circa l’operato di alcuni membri della curia»; d) di «alcune nomine di vescovi [che] lasciano perplessi». E siamo alla vigilia dello scoppio dello scandalo di Vatileaks.

Insegnare e imparare

Quello che emerge da queste pagine è un Martini che colpisce anche per la sua capacità di rimettersi letteralmente in discussione sino alla fine. Il cardinale viene da una vita fittissima di impegni e iniziative; viene da un episcopato che è stato marcato profondamente dal desiderio di rimettere la Bibbia in mano ai cristiani, eppure, sino alla fine, è agitato da un senso di insoddisfazione, dal timore di non aver fatto abbastanza. Rimane folgorato da alcune pagine di Teilhard de Chardin: «Esiste ai nostri giorni un movimento religioso naturale potentissimo. Fin quando noi sembreremo voler imporre dall’esterno ai moderni una divinità precostituita, anche se fossimo immersi tra la folla, noi predicheremo irrimediabilmente nel deserto. C’è solo un mezzo per fare regnare Dio sugli uomini del nostro tempo: è quello di passare attraverso il loro ideale; è cercare con loro il Dio che noi possediamo già, ma che è ancora tra noi come se noi non lo conoscessimo»: e Martini giunge a una conclusione sbalorditiva: «alla mia età è giunto il momento che io dica cose intelligenti!». Al cardinale, paradossalmente, non basta più neanche la Parola: vorrebbe addirittura saltare la sua mediazione e afferma pochi mesi prima della morte: «La presenza di Dio mi è sempre stata mediata dalla Scrittura. Vorrei provare, cercare di coglierlo direttamente, senza mediazioni».

Anche in questa condizione di malato Martini si rivela così come qualcuno che vuole continuare a imparare. Così dice di capire pienamente solo in questa condizione di malato il valore del corpo. Persino lo sputare diventa un qualcosa su cui riflettere: per un malato nelle sue condizioni, in cui la deglutizione è difficoltosa, il liberare la bocca da ciò che non può essere inghiottito è fondamentale: e allora giunge ad aggiornare quel famoso passo del Qoelet che dice che c’è un tempo per ogni faccenda sotto il cielo aggiungendo all’elenco che c’è anche un tempo per sputare. Gli resta vivissima la curiosità dell’incontro con le persone: e anche la sosta in un autogrill è per lui ragione di soddisfazione: si sente arricchito anche dal breve dialogo con un bambino che custodisce orgogliosamente in una gabbietta il suo gatto. Rivela la capacità di uno sguardo nuovo su cose su cui altri si soffermano normalmente con superficialità: è solo da anziano malato che ha più tempo per guardare la televisione e non disdegna neppure i cartoni animati, facendo osservazioni di eccezionale interesse, come quando riscontra che i combattimenti sono sempre di uno contro uno. Visita il cimitero di Orbassano, dove sono sepolti i morti della sua famiglia, e lui non si intristisce, come farebbero tutti, di fronte alle tombe abbandonate: si intristisce piuttosto quando vede famiglie che hanno costruito mausolei sontuosi dimenticando che per i cristiani si tratta pur sempre di luoghi di sosta, e ricorda la profezia di Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio».

Impara, ma resta anche un maestro: così rinuncia ad una di quelle moto elettriche con il seggiolino girevole destinate ai disabili perché questa, nel ricovero di Gallarate, lo distinguerebbe dagli altri ammalati che non l’hanno; ed è maestro di carità anche quando, deludendo alcuni – e io mi colloco tra coloro che solo ora hanno capito perché lo fece – andò in visita da don Verzè, che alla fine della sua vita vedeva crollare tutto ciò che aveva costruito.

Il dubbio, il mistero, il miracolo

Com’è inevitabile che sia la malattia sollecita anche il dubbio del cardinale. In questo libro troviamo così pagine che ricordano le novissima verba di Teresa di Lisieux. Per decenni questa santa è stata imprigionata in un’oleografia zuccherosa, che ha occultato i momenti più difficili della sua vita: gli ultimi mesi di vita di Teresina sono segnati da una crisi di speranza, pensa al suicidio, sente avvicinarsi la morte e come tutti si interroga e arriva a una conclusione che per lei rappresenta un appiglio: se anche non ci fosse stato nulla oltre la soglia della morte avrebbe continuato a credere nell’amore per le persone che le erano accanto. Ed è sbalorditiva la somiglianza con le parole a cui ricorrerà lo stesso Martini negli ultimi mesi di vita: «Vorrei dire una cosa. vorrei dirvi che se anche dall’altra parte non ci fosse nulla, sono felice di aver vissuto questa vita e di averla condivisa con voi». Don Damiano ci ricorda infine che tutto questo trova anche un’eco nelle parole di san Carlo Borromeo che sono scolpite nei pressi della tomba di Martini nel Duomo di Milano: «il tuo amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand’anche non ci fosse il paradiso, io ti amerei lo stesso».

Ma il libro ci rivela come il dubbio si fosse affacciato molto prima della fine. Camminando su un prato d’autunno, il rumore delle foglie secche che si rompevano sotto le scarpe aveva riacceso nel cardinale il ricordo di una crisi di gioventù, quando come tutti i giovani si interrogava sull’insensatezza della vita. Ma proprio quel rumore di foglie secche rappresentò per il giovane Martini anche il superamento della crisi, perché lo fecero sentire in compagnia: soprattutto capì come Dio parlava non con squilli di tromba, come ci racconta il 1° Libro dei Re: «Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera»; papa Francesco, più recentemente, ci ha ricordato l’efficacia dell’espressione originale esatta: «il Signore era in un filo di silenzio sonoro».

Anche le ultime passeggiate al mare o in montagna – Martini quasi le impone – sono occasione per riflettere sul mistero: sono anzi i momenti in cui il desiderio di comprendere questo mistero diventa, se possibile, ancora più intenso. Sin quando è un biblista o un vescovo totalmente assorbito dal lavoro è difficile riuscire ad avere momenti di pura contemplazione, ma la malattia finale consente anche, quando non soprattutto, questo. Così guardando l’acqua di una cascata intuisce che «la fede è lanciarsi nel vuoto». Il mistero della fede è un rovello che lo lavora continuamente e pochi mesi prima della morte se ne esce con questa frase: «dobbiamo perdonare Gesù, perché ha fatto partecipi gli Apostoli e pochi altri della sua Risurrezione, un gruppo di intimi». Come tutti il cardinale si dice turbato dal paradosso di una morte di Gesù avvenuta in pubblico, di fronte a centinaia di persone, e, viceversa, di un evento cruciale come la risurrezione riservato a pochissimi.

È una morte, quella di Martini, che avviene in un contesto che potremmo anche definire deprimente. Chi ha visitato i reparti in cui sono ricoverate persone anziane sa di cosa parlo. Eppure anche qui possono avvenire miracoli, come quello di un ritorno a Dio. Sin dal suo ingresso a Milano Martini si era trovato faccia a faccia con il dramma del terrorismo e sappiamo come uno dei suoi primi atti come arcivescovo fu la preghiera sulle spoglie del giudice Guido Galli, ucciso dai brigatisti. Fu l’inizio della fine del brigatismo e Martini divenne un interlocutore importante per tanti che abbandonavano la lotta armata e il crimine. I dialoghi iniziati in prigione proseguiranno anche fuori e pure dopo la fine del suo episcopato milanese. Continueranno anche nel ricovero di Gallarate ed è qui, durante uno di questi incontri, che esplode il grido di chi confessa il proprio peccato davanti a tutti, come avveniva nelle comunità cristiane delle origini: «non sono le idee, non sono le mani, non solo le pistole, sono io che ho sparato. Chiedo perdono».

Nell’ultima fase della sua vita Martini ripeteva spesso un proverbio indiano che diceva che esisteva una fase della vita, quella finale, in cui si doveva imparare a mendicare. Ecco che allora si comprende il senso di ciò che dirà pochi mesi prima di morire a un amico monaco, malato, che era andato a trovare in Svizzera: «io ho rinunciato a tutto e sto molto bene». Davvero quelli raccontati da don Damiano sono gli anni in cui Martini aveva imparato a mendicare e sono briciole preziose quelle (che) l’autore ci ha restituito con questo libro che sarà in ogni caso di fondamentale importanza per la scrittura di quella biografia che, speriamo presto, si vorrà dedicare al cardinale Martini: non per fargli un monumento, ma per dire sine ira et studio quanto è perché è stato una figura fondamentale per la Chiesa, e non solo quella italiana, nel passaggio di secolo.

*Enrico Galavotti dal 2008 insegna Storia del cristianesimo presso l’Università «G. d’Annunzio» di Chieti-Pescara.

Enrico Galavotti, relazione per la presentazione del libro, “Carlo Maria Martini, il silenzio della parola”, Chieti, 23 febbraio 22017.

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TERESA D’AVILA SANTA – Angelo Nocent


SANTA TERESA D’AVILA

Uno degli stereotipi antifemminili più conosciuti e più duri a morire è quello della chiacchiera come caratteristica peculiare della donna. Lo scrittore Oscar Wilde, con il suo fine umorismo, disse che queste chiacchiere sono anche vuote: “Le donne non hanno niente da dire, ma lo sanno dire molto bene”.

Ma una donna che ha ancora tanto da dire e molto bene a tutta la Chiesa è Santa Teresa d’Avila, vissuta nel 1500 ma oggi viva più che mai in primo luogo attraverso la sua santità così originale e coinvolgente, poi come Riformatrice del Carmelo e come scrittrice di opere di vita spirituale. Era stata canonizzata già nel 1622 insieme a Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Filippo Neri (come si vede in buona e santa compagnia!) ma il titolo di Dottore della Chiesa, prima donna nella storia, le arrivò solo nel 1970 quando Paolo VI la dichiarava “Maestra” per tutti i cristiani. È una donna che bisogna lasciar parlare e che bisogna ascoltare con attenzione: nel nostro rapporto con Dio e nel nostro cammino verso di Lui (orazione) Teresa è una vera maestra, esperta e credibile perché parla per esperienza vissuta.
Un grande riconoscimento le è venuto anche da Giovanni Paolo II nella sua famosa Lettera alle Donne (1995).

Andando al di là di ogni stereotipo antifemminile il Papa ha scritto: “La storia della Chiesa, in questi due millenni, nonostante tanti condizionamenti, ha conosciuto «il genio della donna», avendo visto emergere nel suo seno donne di prima grandezza (…)” e cita Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila. E Teresa è stata veramente oltre che una grande santa, una donna geniale per quello che ha fatto e per come e quando lo ha fatto.

IO DESIDERO TUTTO CON PASSIONE

Teresa de Ahumada y Cepeda nacque ad Avila nel 1515 in una famiglia numerosa, ricca di fede cristiana e di mezzi materiali. La sua infanzia fu pia e felice (“ero la più amata da mio padre”) piena di buoni esempi e di pie letture. Ancora bambina, insieme al fratello Rodrigo, era affascinata dall’idea di eternità del Paradiso (e dell’inferno) e i due amavano ripetere, quasi come un gioco: “C’è una vita che è per sempre, per sempre, per sempre”. Quel brivido di eternità che dava loro la ripetizione della parola “sempre” fece venire a Teresa l’idea della rapida conquista del Paradiso eterno attraverso il martirio, fino a convincere il fratellino a “fuggire” di casa per andare nella “la terra dei Mori”.

La prospettiva del Paradiso durò solo pochi chilometri perché uno zio li riconobbe per strada e ricondusse a casa i due giovanissimi aspiranti martiri. La “scusa” (e quasi la sfida) di Teresa davanti ai genitori fu: “Io volevo andare a vedere Dio”. Già questo piccolo episodio ci fa capire un po’ della sua personalità: agirà sempre in tutto con profonda convinzione (“Quello che io desidero lo desidero con passione”) e nella vita avrà sempre un grande ascendente sugli altri fino ad essere una vera trascinatrice di persone. Oggi si direbbe che era una vera “leader”. A 12 anni perse la sua cara mamma terrena, Beatrice, e cercò rifugio e conforto, come lei scrisse, nella mamma celeste, la Madonna.

Teresa adolescente era una ragazza carina e affascinante, dotata, come lei stessa confessò, della grazia di piacere alla gente. Andava matta per i bei vestiti (oggi si direbbe gli abiti firmati), i gioielli, i profumi, le letture di romanzi cavallereschi ed il contorno di amici adoranti. Coltivò insomma le normali frivolezze e vanità adolescenziali, condite con una buona dose di romanticismo.

Arrivata a 20 anni, diede una prima grande svolta alla propria vita: dopo grave malattia e lungo travaglio spirituale decise di entrare nel convento dell’Incarnazione ad Avila. Il padre si oppose al progetto ed allora Teresa decise di scappare di casa (1535). Nel convento carmelitano dell’Incarnazione le monache conducevano una vita religiosa piuttosto tranquilla e rilassante: le parole come disciplina, penitenza, rinuncia non godevano molta fortuna, anche perché ciascuna in convento conservava lo stato sociale che aveva fuori, per cui se una era ricca… E le monache di famiglie nobili e ricche erano più di una. Anche Teresa visse in una relativa comodità questa prima esperienza religiosa.

SUPERARE LA DEPRESSIONE

Poco dopo dovette affrontare un altro lungo periodo di malattia che la portò ad una forma di paralisi grave. Durante questo tempo lesse uno libro famoso dal titolo “La terza parte dell’alfabeto spirituale”. Fu per lei una vera introduzione e una guida alla preghiera mentale e contemplativa.
Superata la lunga malattia, Teresa ritornò gradualmente alla vita di prima comoda, rilassata, un po’ mondana e piena di distrazioni. Arrivò anche ad abbandonare la pratica della preghiera mentale. Motivo? Si sentiva indegna davanti a Dio, e poi avvertiva un certo senso di frustrazione.
In seguito, dietro consiglio del confessore, riprese la pratica della preghiera, anche se per alcuni anni rimase per lei ancora difficile e pesante. Ecco le sue parole:

“Avrei fatto più volentieri una qualsiasi pur dura penitenza (…) piuttosto che praticare il raccoglimento come atto preliminare della preghiera (…). Mi sentivo così depressa che dovevo raccogliere tutto il mio coraggio per costringermi a pregare”.

Teresa questa volta perseverò, nonostante gli apparenti insuccessi.
Fu un altro confessore (la maggior parte però non la capirono) a suggerirle, nell’esame di coscienza, a puntare più che sui peccati o sulle distrazioni avute, sul bene che questa sua resistenza alle grazie di Dio le impediva di fare. Teresa aveva cominciato a capire che Dio le chiedeva tutto, non il primo posto nei suoi affetti e interessi ma l’unico, (“con tutto il cuore” dice il Vangelo).

DONNA DI CONTEMPLAZIONE E DI AZIONE

L’episodio decisivo per la sua seconda e definitiva conversione fu davanti ad un Crocifisso piagato. Ecco Teresa stessa: “Appena lo guardai… fu così grande il dolore che provai, la pena dell’ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore che mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime e lo supplicai di farmi la grazia di non offenderlo più”. Era la svolta decisiva e definitiva, profonda e duratura: Cristo al centro di tutto, dei suoi affetti e pensieri, del suo tempo di preghiera e di azione, del suo vivere e morire. Teresa aveva allora 39 anni (1554). Conquistata da Lui, come Maria Maddalena, come San Paolo e Sant’Agostino, santi che le erano molto cari.

Proprio in questi anni (e in seguito) Teresa cominciò ad avere numerose visioni, esperienze soprannaturali, voci, estasi e fenomeni mistici esaltanti e travolgenti, che la resero celebre già in vita, e che furono la sorgente della sua forza indistruttibile dispiegata negli anni seguenti durante la grande impresa della riforma del Carmelo (primo convento riformato nel 1562). Questa riforma ella l’attuò con coraggio e con intelligenza, con molto buon senso e con tanta santa furbizia, nonostante innumerevoli difficoltà frapposte dalle monache che doveva riformare, dai Carmelitani Calzati che non ne volevano sapere (farsi riformare da una donna!), dai superiori dell’Ordine (fu definita “donna inquieta e vagabonda”) e da parte della gerarchia ecclesiastica.

Inutile ricordare e nessuno si meraviglia che anche il diavolo, come suo mestiere, ha sempre remato contro di lei e la sua opera. Soffrì tantissimo (non solo per le proprie malattie) per questa sua opera di fondatrice o riformatrice del Carmelo, ma in tutto era sostenuta dal Cristo, che era la sua guida e il suo conforto, la sua forza e la sua garanzia. Quando le tolsero alcuni libri di devozione (si percepiva l’ombra lunga e minacciosa dell’Inquisizione) Cristo stesso le disse: “Non aver paura, Teresa. Io sarò il tuo libro vivente”. Gesù le era sempre presente, in ogni azione e pensiero, in convento e durante i viaggi, sempre e dovunque. Gesù era tutta la sua vita, la riempiva completamente: con Lui aveva un rapporto di dialogo totale, di amicizia profonda, di comunione d’amore fino allo stato di unione mistica (1572) o sponsale. Ancora Teresa:

“Mi sembrava che Gesù mi camminasse sempre a fianco… Sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato destro, testimone di ciò che facevo e mai potevo dimenticare, se appena mi raccoglievo un pochino o non ero molto distratta, che Lui era accanto a me”.

TERESA MAESTRA DI PREGHIERA

Queste esperienze soprannaturali di cui Cristo la fece partecipe, sono state anche la fonte e l’ispirazione costante e originale delle opere che scrisse. Ma a differenza di Giovanni della Croce, (anch’egli Dottore della Chiesa, amico, confessore, direttore spirituale e suo sostenitore nella riforma dei Carmelitani, dal 1567 in poi) che aveva studiato filosofia e teologia all’Università di Salamanca, Teresa non voleva scrivere, perché non si sentiva all’altezza.

Fu il confessore, saggiamente, ad ordinarglielo. Non senza resistenza ella obbedì. Disse infatti: “Perché vogliono che io scriva? Lo facciano i dotti, quelli che hanno studiato: io sono ignorante…”. Quindi il suo è un magistero frutto non di studi universitari o di approfondite e faticose ricerche in biblioteca, ma è di chiara provenienza trascendente, grazie ai lunghi e continui “input” dall’alto attraverso le esperienze soprannaturali. Scrivendo metteva in pratica il Contemplata aliis tradere della tradizione medievale: aveva contemplato in profondità il mistero di Dio ora ne faceva dono agli altri.

Abbiamo così un trittico di opere teresiane ancora oggi di assoluto valore spirituale: la Vita (o Autobiografia, la cui lettura aiutò Edith Stein nella sua conversione al Cattolicesimo e a diventare monaca carmelitana), il Cammino di perfezione e il Castello interiore, oltre a molte Lettere.
Teresa è conosciuta non come Maestra di Teologia (vedi Tommaso d’Aquino) ma come Maestra di preghiera.

“Dov’è Teresa il discorso sulla preghiera è inevitabile. La preghiera in lei diventa storia, narrativa, racconto, esperienza. Ed è questa la caratteristica più tipica del suo magistero” (Card. Anastasio Ballestrero, carmelitano).

La prima caratteristica della orazione, secondo Teresa, è di essere una realtà dinamica: pregare è iniziare una lunga avventura alla ricerca di Dio, un lungo cammino di comprensione dell’amore inesauribile del Cristo per ciascuno di noi (l’accettare di essere amati da Lui e di sentirlo al nostro fianco giorno e notte) e di amore al Cristo nei fratelli e nelle sorelle della Chiesa. Per cui pregare seriamente ogni giorno equivale a incominciare e a progredire nel cammino della santità, alla sequela di Cristo per la salvezza della Chiesa e del mondo.
La preghiera, inoltre, deve essere affettiva: più che di pensiero deve essere sostanziata di amore, più che da idee partorite dall’intelletto deve essere vivificata da mozioni zampillanti dal cuore. È questo il significato della più famosa definizione della preghiera che lei ci ha lasciato: è un dialogo “un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati”.

Nella prospettiva di Teresa la preghiera poi deve essere 

bibliocentrica, cristocentrica ed ecclesiocentrica.

Per nutrire il tempo della nostra orazione non c’è pane più nutriente che quello dalla Parola di Dio specialmente dei Vangeli dove il protagonista è Cristo, sospiro e desiderio dell’anima. Secondo lei non si può conoscere e amare Cristo (prospettiva cristocentrica) senza amare la Chiesa, che è il suo corpo (prospettiva apostolica ecclesiale).
Una delle sue frasi celebri recita: 
“L’amore vuole le opere”. Teresa non fu estranea al grande movimento di riforma della Chiesa del 1500 (ricordiamo Lutero e Calvino). A spronare la sua azione fu il Concilio di Trento e l’aver conosciuto ben tre santi: il gesuita Francesco Borgia, il riformatore francescano Pietro d’Alcantara che la consigliò e diresse nella riforma del Carmelo, e Giovanni della Croce.

E questo amore che riempiva il cuore di Teresa le fece intraprendere la grande impresa riformatrice di una parte della Chiesa che era l’Ordine Carmelitano (16 nuovi monasteri riformati grazie a lei) che la impegnarono, tra tante difficoltà, fino alla fine della vita. Questa arrivò verso le nove di sera del 4 ottobre del 1582: il suo volto diventò luminosissimo, Teresa mentre stringeva forte il Crocifisso, mormorò “Signore, mio Amore, è giunta l’ora che ho tanto desiderato. È ormai tempo che ci vediamo”, così finì il suo cammino terreno parlando e sorridendo a Qualcuno che lei aveva sentito accanto a sé per tanti anni: Gesù Cristo, il suo Amore.

     MARIO SCUDU ***



DIECI PENSIERI

  1.   L’amore vuole le opere.
  2.  Non abbandonate mai la preghiera.
  3. Quando desidero qualcosa lo desidero con passione.
  4. Tutto è perduto se non permettiamo a Dio di agire in noi. Non siamo noi che andiamo verso Dio, è Lui che ci porta nel suo cuore.
  5. Una suora malinconica contamina tutto il convento.
  6. Dio è presente anche in mezzo alle pentole.
  7. Tutto ci può mancare, ma Tu, Signore di tutto, non ci mancherai mai.
  8. Dio non vizia le anime, più le ama e più fa loro percorrere la via della Croce.
  9. Sulla preghiera: “Chi ha cominciato a fare orazione non pensi più di tralasciarla, malgrado i peccati in cui avvenga di cadere. Con l’orazione potrà presto rialzarsi, ma senza di essa sarà molto difficile. Non si faccia tentare dal demonio a lasciarla per umiltà, come ho fatto io, e si persuada che la parola di Dio non può mancare”.
  10. Nel coraggio non siate donne ma uomini forti… anzi da far paura agli stessi uomini (…). Qui rinchiuse lottiamo per Cristo… Siamo venute a morire per lui (Teresa alle sue monache).

IMMAGINI:
Santa Teresa D’Avila: 
Che una donna sia rappresentata come maestra e modello di vita devota, non può meravigliare nessuno che sappia che la pietà o la religiosità è femminilità” (Sören Kierkegaard, filosofo).
Gian Lorenzo Bernini: Estasi di Santa Teresa, Cappella Corsaro Santa Maria Vittoria, Roma
3 Alonso del Arco (sec. XVII), Santa Teresa di Gesù

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PAOLO VI° E I NUOVI SANTI – Angelo Nocent

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DA PAOLO VI A NUNZIO SULPRIZIO, ECCO CHI SONO I NUOVI SANTI PROCLAMATI DAL PAPA

12/10/2018  Il Pontefice che chiuse il Concilio, il martire Romero ucciso sull’altare. Ma anche don Francesco Spinelli, fondatore delle Suore adoratrici, e Vincenzo Romano, che guidò la rinascita di Torre del Greco dopo l’eruzione del Vesuvio del 1794. Fino al giovane Nunzio Sulprizio, operaio maltrattato e grande devoto dell’Eucarestia e della Madonna

Ecco un breve profilo biografico dei sette beati che papa Francesco canonizza il 14 ottobre: papa Paolo VI; l’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero; Francesco Spinelli, sacerdote diocesano Fondatore dell’Istituto delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento; Vicenzo Romano, sacerdote diocesano; Maria Caterina Kasper, Fondatrice dell’Istituto delle Povere Ancelle di Gesù Cristo; Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù, Fondatrice della Congregazione delle Suore Misioneras Cruzadas de la Iglesia e il laico Nunzio Sulprizio.

PAOLO VI (1897-1978)

Giovanni Battista Montini nacque a Concesio (Brescia) nel 1897. Ordinato sacerdote nel 1920, proseguì gli studi a Roma, ricoprendo incarichi nella diplomazia della Santa Sede. Divenuto Sostituto della Segreteria di Stato nel 1937, durante la seconda guerra mondiale, si occupò della ricerca dei dispersi e dell’assistenza ai perseguitati. Nel 1952 fu nominato Pro-Segretario di Stato e nel 1955 Arcivescovo di Milano, diocesi in cui curò particolarmente i lontani e gli emarginati. Nel 1958 venne creato Cardinale da Giovanni XXIII. Eletto Pontefice il 21 giugno 1963 con il nome di Paolo VI, proseguì e concluse il Concilio Vaticano II. Guidò la Chiesa al dialogo con la modernità e la mantenne unita nella crisi postconciliare. Emanò 7 encicliche e molte esortazioni apostoliche. Si spese per l’annuncio del Vangelo, testimoniando con passione l’amore al Signore e alla Chiesa. Morì a Castel Gandolfo il 6 agosto 1978. Papa Francesco l’ha beatificato il 19 ottobre 2014.

OSCAR ARNULFO ROMERO GALDÁMEZ (1917-1980)

Nacque a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 marzo 1917 da una famiglia modesta. A 12 anni lavorò presso un falegname. Nel 1930 entrò nel seminario minore di San Miguel. Nel 1943 conseguì la licenza in teologia presso l’Università Gregoriana. Ordinato sacerdote, tornò in patria e si dedicò con passione all’attività pastorale come parroco. In seguito fu nominato direttore del Seminario di San Salvador, Segretario della Conferenza Episcopale di San Salvador e Segretario Esecutivo del CEDAC. Nel 1970, eletto Vescovo ausiliare di San Salvador, si dedicò alla difesa dei poveri. Dal 1974 divenne Vescovo di Santiago de Maria e dal 1977 Arcivescovo di San Salvador, in piena repressione sociale e politica. Il 24 marzo 1980 venne ucciso mentre celebrava la Messa tra i malati dell’ospedale. Fu beatificato nel 2015 a San Salvador.

FRANCESCO SPINELLI (1853-1913)

Nacque a Milano il 14 aprile 1853 e fu ordinato sacerdote il 17 ottobre 1875 a Bergamo dove, il 15 dicembre 1882, diede origine, con Caterina Comensoli, alla prima comunità di Suore Adoratrici. Gravi prove, vissute con fede eroica, indiscussa obbedienza e perdono cordiale, lo costrinsero a lasciare Bergamo. Accolto nel clero di Cremona dal Vescovo Mons. Geremia Bonomelli, a Rivolta d’Adda continuò l’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento, il cui scopo è “attingere l’accesa carità dall’Eucaristia celebrata e adorata per riversarla sui più poveri fra i fratelli”. Egli per primo spese la sua vita in ginocchio davanti all’Eucaristia e davanti ai fratelli, in cui riconobbe la presenza di Gesù da amare e servire con amore incondizionato. Morì il 6 febbraio 1913 a Rivolta d’Adda (CR). Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 21 giugno 1992, nel santuario mariano di Caravaggio.

VINCENZO ROMANO (1751-1831)

Nacque nel 1751 a Torre del Greco (Napoli) e qui trascorse tutta la sua vita, santificandosi nel ministero sacerdotale e nell’esercizio delle funzioni di parroco, nella locale parrocchia di Santa Croce. Fu saggio educatore di schiere di giovani, diversi dei quali avviò al sacerdozio. Inoltre, si distinse come solerte evangelizzatore della popolazione rurale, misericordioso soccorritore dei poveri e degli ammalati, zelante ministro del culto liturgico e della celebrazione dei sacramenti, fervente annunciatore della Parola di Dio. A seguito della rovinosa eruzione del Vesuvio che distrusse la chiesa parrocchiale e gran parte della cittadina (1794), il beato divenne l’anima della rinascita materiale e spirituale di Torre del Greco. Riedificata ancor più bella la chiesa di Santa Croce, ricco di meriti e circondato da vasta fama di santità, si addormentò nel Signore il 20 dicembre 1831. Fu beatificato da Papa Paolo VI nel 1963.

CATERINA KASPER (1820-1898)

Nacque il 26 maggio 1820 a Dernbach, Germania, da famiglia contadina. Scelse la vita religiosa e aprì la prima casa per i poveri del paese nel 1848. Le suore da lei fondate si chiamarono “Povere Ancelle di Gesù Cristo”. La loro diffusione rapida cominciò nel 1859 in Olanda. Il Decreto di Lode pontificio fu concesso il 9 marzo 1860. L’approvazione della Santa Sede porta la data del 20 maggio 1870. Nel 1868 le suore raggiunsero gli Stati Uniti: a Chicago venne loro affidato un orfanotrofio e l’ospedale San Giuseppe. A Londra andarono per aiutare gli immigrati tedeschi. Poi, le suore raggiunsero l’India, il Brasile e il Messico, dove aprirono asili e scuole. Caterina Kasper, colpita da infarto, morì il 2 febbraio 1898. Papa Paolo VI proclamò beata Caterina il 16 aprile 1978, definendola donna “tutta fede e fortezza d’animo”. Senza alcun mezzo e cultura, era riuscita a dar vita a una grande opera di evangelizzazione e di promozione sociale.

NAZARIA IGNAZIA MARCH MESA (1889-1943)

Nacque in Spagna il 10 gennaio del 1889. La vigilia della Prima comunione sentì la chiamata dal Signore: «Nazaria, seguimi». Rispose: «Ti seguirò, Signore, il più da vicino che una creatura possa fare». Dotata di grandi qualità, diede vita con le sue compagne alle “Missionarie Nascoste”. Nel 1906 si trasferì con la famiglia in Messico, dove entrò a far parte delle Sorelle degli Anziani Abbandonati. Anni dopo approdò a Oruro. Qui si sentì chiamata a una nuova vita missionaria, votata all’evangelizzazione, all’impegno per l’unità della Chiesa e all’estensione del Regno di Cristo. Nel 1925 fondò le Missionarie Crociate della Chiesa. «Questo è il nostro spirito: battagliero, fedele, coraggioso, tutto amore, amore soprattutto a Cristo ed in Cristo a tutti. Darsi ai poveri, incoraggiare i tristi, dare la mano a chi è caduto, insegnare alle figlie del popolo, condividere il pane con lui. Dare la vita ed essere tutto per Cristo, la Chiesa, le anime». Morì a Buenos Aires il 6 luglio 1943. I suoi resti riposano ad Oruro. Fu beatificata da Giovanni Paolo II a Roma il 27 settembre 1992.

NUNZIO SULPRIZIO (1817-1836)

Naque a Pescosansonesco, in Abruzzo, il 13 aprile del 1817. Orfano in tenera età, fu affidato alla nonna materna. Da lei apprese l’arte della preghiera e le verità profonde della fede. A nove anni rimase nuovamente solo. Venne così affidato a uno zio materno, fabbro, burbero e violento. In bottega, tra i maltrattamenti dello zio, iniziarono anche le sofferenze fisiche: si ammalò gravemente di osteosarcoma e fu mandato a Napoli all’Ospedale degl’Incurabili. Uno zio paterno lo raccomandò al colonnello Felice Wochinger, che lo prese con sé e ne ebbe cura come un vero papà. Il ricovero durò 21 mesi. Sofferente tra i sofferenti, portava sollievo e aiuto. Fu dichiarato malato incurabile. Aggravatosi e costretto a letto, a 19 anni, il 5 maggio del 1836, morì. Tutta dedicata a Dio, la vita di questo giovane fu segnata da due grandi amori: “l’Eucaristia e la Madonna”.

“Qualsiasi cosa farò, non me lo impedisca. Anzi, mi aiuti”.

Stava per cominciare la Messa quando Paolo VI prese da parte don Pasquale Macchi, il suo segretario, e gli disse queste precise parole. Macchi non capì. Erano in Cappella Sistina, il 14 dicembre 1975, per una liturgia di ringraziamento a dieci anni dalla remissione delle scomuniche tra cattolici e ortodossi. Con loro c’era Melitone di Calcedonia, il vescovo inviato dal patriarca Dimitrios in sua rappresentanza.

Alla fine della celebrazione, Paolo VI si alzò e andò verso Melitone. Poi, improvvisamente, cadde in ginocchio davanti a lui. E nello stupore di alcuni, e nel gelo incredulo di altri, il papa di Roma, la Sua Santità ancora costretta dalla tradizione a troneggiare sulla sedia gestatoria tra i flabelli, in ginocchio baciò i piedi del confratello vescovo d’Oriente. Quattro secoli e mezzo prima, al Concilio di Firenze, era stato un altro papa, Eugenio IV, a pretendere lui, inutilmente, il bacio del piede dai patriarchi ortodossi.

Melitone uscì dalla Sistina profondamente commosso. Rientrando in Turchia, un giornalista constatò con lui che “solo un uomo veramente grande può umiliarsi così”. Melitone precisò: “Solo un santo”.

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Quando Paolo VI
donò la tiara

di Pasquale Macchi – già segretario di papa Paolo VI

Appassionato desiderio di una autentica ed effettiva fratellanza umana, di una civiltà dove «nessuno manchi di pane e di dignità, e tutti abbiano come supremo interesse il bene comune» – così come si esprimerà nel suo imminente viaggio in India – non era soltanto un sentimento, ma concretezza del suo stesso modo di vivere, come appare da molti episodi e in particolare dal “dono” della tiara, che avviene poco prima della sua partenza per Bombay.

II 13 novembre 1964, festa di san Giovanni Crisostomo, il papa concelebrò nella Basilica di San Pietro la solenne liturgia in rito bizantino insieme a S. B. il Patriarca di Antiochia dei Melchiti Massimo IV Saigh (1878-1967), uno dei protagonisti del Concilio. Al termine della liturgia, il Segretario generale del Concilio, dopo aver ricordato che la Chiesa seguendo l’esempio di Cristo Redentore sempre è stata madre dei poveri, annunciò che «il Papa donava a loro la sua tiara».

Il Santo Padre stesso, sceso dal trono, si recò all’altare e tra le più vive acclamazioni depose la sua tiara sulla mensa. La tiara gli era stata donata dalla Diocesi di Milano. II gesto commovente suscitò una grande sorpresa: forse non tutti lo approvarono, anche perché implicava per i successori la rinuncia alla tiara e al triregno e comportava una visione nuova dello stesso mandato papale.

Certo non si trattava di un gesto improvvisato, ma che aveva radici remote: era l’espressione di una particolare sensibilità di Paolo VI, del suo desiderio di una povertà più conforme all’insegnamento e alla scelta di Gesù, in piena armonia con il Concilio che stava parlando di una “Chiesa dei poveri”.

Cinque giorni prima, rivolgendosi ai soci della Conferenza di san Vincenzo di Roma, li aveva salutati come «amici dei poveri». «Voi vi appropriate di una qualifica che amiamo noi stessi portare e che vorremmo sempre documentare nell’espressione dei sentimenti e nell’esercizio del nostro ministero».

Si potrebbero qui rievocare molti altri gesti di Paolo VI in favore dei poveri, a cominciare dalle sue esperienze nelle borgate romane nei primi anni di sacerdozio e poi nelle periferie di Milano. Una sera, al termine della riunione nella sede milanese delle Conferenze di san Vincenzo, al passare della borsa per la consueta questua tra i soci, l’Arcivescovo, che non aveva mai denaro con sé, vi mise il suo anello episcopale, senza che nessuno se ne accorgesse.

Così si capisce come il dono della tiara papale sia nato quasi spontaneo, come coerenza con la volontà di una sequela di Cristo sempre più generosa e totale. Tuttavia esso non fu dettato solo da uno spirito di povertà. Paolo VI aveva sempre molto presente il problema ecumenico, e voleva con ogni mezzo evitare tutto ciò che in qualche modo accentuasse distanze, incomprensioni, dissapori tra la Chiesa Cattolica e le altre Chiese Cristiane.

Testo tratto dal volume di Pasquale Macchi, Paolo VI Nella sua parola, Morcelliana, 2014

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LO STRANIERO NELLA BIBBIA – Angelo Nocent

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ROSARIO EUCARISTICO – Angelo Nocent

  ROSARIO

Meditazioni tratte dal libro:

“Le Confessioni di Pietro “

Card.Carlo Maria Martini

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Canto: Ad una voce n.295

Con un cuore solo, figli dello stesso Padre vogliamo vivere Signore, Con un cuore solo, figli dello stesso Padre per adorare Te. A TE GRIDIAMO ABBÀ, RENDICI UNO IN TE, CON IL TUO SANTO SPIRITO A TE GRIDIAMO ABBÀ, RENDICI UNO IN TE, CON IL TUO SANTO SPIRITO CANTEREMO A TE AD UNA VOCE.

Nel tuo nome Padre, facci segno del tuo Amore, 
perché il mondo creda in te, 
Nel tuo nome Padre, facci segno del tuo Amore, 
per annunciare Te. 
Con un cuore solo, 
figli dello stesso Padre per adorare Te. 
Con un cuore solo, 
(Con un cuore solo), 
Con un cuore solo...

G.: Questa sera nel nostro Rosario siamo aiutati dalle meditazioni tratte dal libro del Card.Carlo Maria Martini “Le confessioni di Pietro”..Vogliamo pregare per tutte le persone bisognose, per quanti ci chiedono preghiere, per la nostra comunità e per le nostre intenzioni ringraziando il Signore perché ci troviamo qui questa sera , per ascoltare la Parola e che la Parola ci trasfiguri e ci avvicini sempre più a Dio.

(Card,Carlo M.Martini) Ti lodiamo e benediciamo Dio nostro Padre che nel tuo figlio hai chiamato Pietro a seguirti rivelandogli progressivamente il mistero della sua chiamata., il significato della sua vita, il termine del suo cammino. Tu l’hai scelto perchè lo amavi; lo hai custodito dai pericoli, gli sei stato vicino nelle prove, lo hai fatto passare per l’acqua e per il fuoco e poi gli hai dato riposo e pace. Noi ti chiediamo, Padre, nel e per il tuo Figlio Gesù, di farci conoscere il mistero della nostra vocazione cristiana, il senso del nostro cammino, il termine della nostra ricerca. Donaci di sentirci amati da te e per questo interpellati per nome e invitati. Concedici di comprendere come tutta la nostra vicenda ha la sua radice, la sua sorgente nel cuore di Cristo, nella sua contemplazione, nella sua adorazione, nella sua preghiera sulle montagne della Galilea. E tu Maria guidaci nella scoperta della parola di Dio per noi.

Prima del Rosario Eucaristico ci introduciamo con la recita di queste preghiere:

C. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. A. Amen.

Recitiamo insieme : Signore, donaci il tuo Spirito perché possiamo conoscere la via per la quale camminare. Noi tutti abbiamo bisogno di te, Spirito santo, perché il nostro cuore sia aperto,inondato dalla tua consolazione al di là delle parole e dei concetti che ascoltiamo. Riempici di fiducia e di pace anche in mezzo alle tribolazioni e alle difficoltà. Ci rivolgiamo pure a te, Maria, madre della Chiesa, che hai vissuto la pienezza inebriante dello Spirito santo e l’hai visto operante nel tuo Figlio Gesù: apri il nostro cuore e la nostra mente alla sua potenza trasformatrice, in modo che i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri gesti siano totale apertura a questo unico e santo Spirito. (Card.Carlo Maria Martini)

CREDO (Indulgenza plenaria)

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra;e in Gesù Cristo,suo unico Figlio, nostro Signore, (ci si inchina)il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,patì sotto Ponzio Pilato,fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi;il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo,siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo,la santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

  • C. O Dio, vieni a salvarmi.
  • A. Signore, vieni presto in mio aiuto.
  • C. Gloria al Padre e al Figlio ed allo Spirito Santo.
  • A. Come era nel principio…
  • C. Sia lodato e ringraziato ogni momento.
  • A. Il Santissimo e divinissimo Gran Sacramento.
  • A. O Gesù sii per noi forza e protezione.

Nel Primo mistero contempliamo con gli occhi di Maria: Gesù nostro Maestro.

Dal Vangelo secondo Luca 5,1-10

  1. [1] Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret
  2. [2] e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
  3. [3] Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
  4. [4] Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”.
  5. [5] Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti“.
  6. [6] E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.
  7. [7] Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano.
  8. [8] Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”.
  9. [9] Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto;
  10. [10] così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

G.: … (C.M.Martini) Gesù trova Pietro in riva al lago: un buon ebreo che aspetta qualcosa, che interiormente soffre, ha dei desideri, dei dubbi. Ascoltiamo allora da lui la risposta alla nostra domanda: che cosa è stato per te Gesù in quel momento?

Gesù non ha risolto teoricamente i miei dubbi, non mi ha offerto visioni teologiche, non mi ha spiegato il motivo per cui il Dio di Abramo, di Isacco di Giacobbe, il Dio del mio popolo tace; non mi ha detto perché la gente muore giovane e per quale ragione i nostri nemici sono più forti di noi. Mi ha chiamato, semplicemente mi ha fatto una proposta, mi ha scosso con un programma preciso: “Vieni sarai pescatore di uomini”. Ciò che ho capito in quel momento è che avevo davanti a me la possibilità di compiere una grande impresa, un’impresa che riguardava Dio e che valeva la pena di buttarsi.

Pietro comprende che, seguendo Gesù, potrà realizzare meglio la sua esistenza. A lui piaceva molto pescare, però la sera quando tornava a casa, si chiedeva spesso quale scopo avesse la sua vita. Ora l’intuizione di Dio come un grande mistero che tuttavia, a un certo punto, può chiamare l’uomo e chiedergli di buttarsi per un impresa che apparentemente lo supera. Così la sua esistenza acquista chiarezza e gli orizzonti si allargano. Chi è Gesù per noi? E’ colui che ci chiama, ci invita ci chiede un coinvolgimento.

  • Padre nostro; 10 Ave Maria; Gloria al Padre;
  • C. Sia lodato e ringraziato ogni momento.
  • A. Il Santissimo e divinissimo Gran Sacramento.
  • A. O Gesù sii per noi forza e protezione.

CantoSalve, o dolce Vergine, Salve o dolce Madre, in Te esulta tutta la terra ed i cori degli angeli.

Nel secondo mistero contempliamo con gli occhi di Maria Gesù Cristo Figlio del Dio vivente.

Dal Vangelo di Matteo 16,13-19

  1. [13] Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”.
  2. [14] Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”.
  3. [15] Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”.
  4. [16] Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
  5. [17] E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
  6. [18] E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
  7. [19] A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

G.: … (Cardin.C.M.Martini) E’ impossibile descrivere quello che deve aver provato Pietro: Colui che l’ha chiamato, che gli ha affidato l’impresa, che gli ha offerto amicizia è il Figlio del Dio vero.

Io -dice Pietro- con profonda commozione, sono oggetto dell’amore di Dio. Io sono stato scelto da questo Dio che vive una passione d’amore per l’uomo storico. La mia vicenda non è solo mia, di Paolo, di qualche altro grande santo. E’ anche per te, poiché l’esperienza di un Dio , del tuo Dio del Dio di tuo Padre, di tua Madre, dei tuoi fratelli, della tua famiglia, della Chiesa. Questo è il tuo Dio che si manifesta a te in Gesù crocifisso e risorto, in colui che ti ha destinato a una missione, che vuole essere tuo maestro e tuo amico, che desidera rivelarti il Volto misterioso del Padre, che vuole rispondere alle tue domande più profonde, alle tue attese, alle tue speranze al tuo bisogno di una vita piena realizzata.

Noi ci chiediamo come può avvenite per me che non cammino per le strade della Galilea che non sto rassettando le reti sul lago? Come posso incontrare Gesù? Pietro ci spiega che Gesù è entrato nella storia per incontrare ogni uomo e ogni donna e dare a ciascuno momenti e tempi opportuni. L’incontro con Lui deve essere la nostra esperienza: in Lui conosciamo Dio e la nostra vocazione, la nostra chiamata alla salvezza, la nostra vera identità.

Padre nostro; 10 Ave Maria; Gloria al Padre;

  • C. Sia lodato e ringraziato ogni momento.
  • A. Il Santissimo e divinissimo Gran Sacramento.
  • A. O Gesù sii per noi forza e protezione.

Canto: https://youtu.be/r7RKaVGpfmQ

  • Tempio santo del Signore,
  • gloria delle vergini,
  • Tu giardino del Paradiso, soavissimo fiore.

Nel terzo mistero contempliamo con gli occhi di Maria Gesù Eucaristico Amore.

Dal Vangelo di Giovanni 13,1-8

[1] Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
[2] Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,
[3] Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, [4] si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. [5] Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. [6] Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”.
[7] Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. [8] Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.

G.: … (car.C.Maria Martini) Pietro ci indica che con l’Eucarestia è Dio a rivelarsi all’uomo, non è l’uomo che scopre Dio. Non celebriamo l’Eucarestia come simbolo dei nostri desideri di Dio, della nostra comunione fraterna, perché nessuno di noi può offrire il corpo di Gesù, è Gesù che offre se stesso, è Dio che in questa maniera inaspettata e imprevedibile si rivela a noi. Per questo l’Adorazione Eucaristica è molto importante; in essa l’uomo si ritrova come uditore della Parola, come colui che è fatto da Dio e per il quale il Verbo incarnato si è immolato sulla Croce. Risposta alla Vocazione è risposta alla chiamata del Signore crocifisso per me, alla chiamata di colui che si fa mangiare, che si dà in cibo che si mette a disposizione. Dobbiamo dare corpo e sangue per i fratelli, dobbiamo lasciarci mangiare e consumare questa è la sola forma che ci permette di realizzare la nostra umanità. La realizzazione storica della vocazione avviene in quel luogo di servizio in cui davvero ci accorgiamo di spenderci, di essere usati , così come Gesù Eucaristicamente si spende e si lascia usare.

Padre nostro; 10 Ave Maria; Gloria al Padre;

C.Sia lodato e ringraziato ogni momento.

A. Il Santissimo e divinissimo Gran Sacramento.

A. O Gesù sii per noi forza e protezione.

Canto:

Tu sei trono altissimo, Tu altar purissimo,
in Te esulta, o piena di grazia tutta la creazione.

Nel quarto mistero contempliamo con gli occhi di Maria Gesù Volto dell’Amore del Padre.

Dal Vangelo di Marco 14, 66-72

[66]

Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote

  1. [67] e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: “Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù”.
  2. [68] Ma egli negò: “Non so e non capisco quello che vuoi dire”. Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò.
    [69] E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: “Costui è di quelli”.
  3. [70] Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: “Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo”.
  4. [71] Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo che voi dite”.
  5. [72] Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte”. E scoppiò in pianto.

G.:… (Card.C.Maria Martini) Gesù è diventato per Pietro un estraneo. “non so chi sia, non lo conosco”. La sua risposta non è dettata semplicemente dalla paura: nel suo profondo nasconde una qualche verità. Pietro esprime che il suo Rabbì lo ha deluso, che l’ha condotto a un punto che non avrebbe mai immaginato, e per questo può dire di non conoscerlo. Pietro è giunto a quel limite in cui l’uomo non riconosce più il suo Dio, e che Gesù stesso sperimenta sulla croce quando grida. “ Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato.” E’ giusto sapere che l’uomo non fa esperienza profonda di Dio se non sperimenta in qualche occasione questa prova, questo limite, se non viene a trovarsi sull’orlo dell’abisso, della tentazione più grave, sulla scogliera dell’abbandono, sulla cima solitaria dove si ha l’impressione di rimanere totalmente soli. Solo accogliendo con umiltà e pazienza la situazione di estraneità rispetto al mistero di Dio e al mistero della nostra chiamata saremo purificati saremo quindi pronti per riconoscere il volto dell’amore del Padre in Gesù crocifisso in quel suo dono della vita fino a morire in croce e per dare con gioia a nostra volta la vita per i fratelli.

Padre nostro; 10 Ave Maria; Gloria al Padre;

  • C. Sia lodato e ringraziato ogni momento.
  • A. Il Santissimo e divinissimo Gran Sacramento.
  • A. O Gesù sii per noi forza e protezione.
Canto: 
Paradiso mistico, fonte sigillata, il Signore in Te germoglia l’albero della vita.

Nel quinto mistero contempliamo con gli occhi di Maria Gesù nostra vocazione.

Dal Vangelo di Giovanni 21, 14-19

[14]

Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

  1. [15] Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.
  2. [16] Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”.
    [17] Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle.
  3. [18] In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”.
  4. [19] Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

G.: (Card.C.Maria Martini) Sintetizzo il messaggio di questo incontro con una semplice parola: Gesù ridà fiducia al suo apostolo. Pietro è passato per la prova, è stato purificato dai suoi turbamenti, dalle sue fragilità dai suoi timori e può dunque sperimentare Gesù come il Dio che gli dà fiducia. Gesù agisce rimettendo in moto le forze più profonde di Pietro, quell’entusiamo che lo aveva spinto a seguire subito Gesù, quell’amore che aveva espresso in tante occasioni. E infatti lo interroga sull’amore facendogli comprendere che il suo sguardo misericordioso và al di là di quanto è accaduto, penetra nel profondo del cuore rinnovando il suo amore. Finchè l’uomo non raggiunge questa profondità, la sua conoscenza di Dio rimane superficiale; quando però attraverso le prove e le purificazioni giunge a percepire la propria personalità, la sorgente zampillante che per la forza dello Spirito Santo, lo rigenera dall’interno, allora si sente restituito alla sua identità di Figlio amato dal Padre in Gesù. Ho sperimentato davvero Gesù come Dio che salva, ci avverte Pietro ,come colui che mi ha ridato il mio essere e mi ha ridato Dio e con la parola “seguimi” ha edificato la mia vocazione.

Padre nostro; 10 Ave Maria; Gloria al Padre

  • C.Sia lodato e ringraziato ogni momento.
  • A. Il Santissimo e divinissimo Gran Sacramento.
  • A. O Gesù sii per noi forza e protezione.
Canto: 
O Sovrana semplice, o potente umile 
apri a noi le porte del cielo; 
dona a noi la luce. Amen

Salve, Regina n.360

LITANIE DEL SS SACRAMENTO

  1. Signore pietà Signore pietà
  2. Cristo pietà Cristo pietà
  3. Signore pietà Signore pietà
  4. Cristo ascoltaci Cristo ascoltaci
  5. Cristo esaudiscici Cristo esaudiscici
  6. Santissima Eucaristia noi ti adoriamo
  7. Dono meraviglioso del Padre noi ti adoriamo
  8. Segno dell’amore supremo del Figlio noi ti adoriamo
  9. Prodigio di carità dello Spirito Santo noi ti adoriamo
  10. Frutto benedetto della Vergine Maria noi ti adoriamo
  11. Sacramento del Corpo e Sangue di Cristo noi ti adoriamo
  12. Sacramento che perpetua il sacrificio della croce noi ti adoriamo
  13. Sacramento della Nuova ed Eterna Alleanza noi ti adoriamo
  14. Memoriale della morte e risurrezione del Signore noi ti adoriamo
  15. Memoriale della nostra salvezza noi ti adoriamo
  16. Sacrificio di lode e ringraziamento noi ti adoriamo
  17. Sacrificio di espiazione e di conciliazione noi ti adoriamo
  18. Dimora di Dio con gli uomini noi ti adoriamo
  19. Banchetto di nozze dell’Agnello noi ti adoriamo
  20. Pane vivo disceso dal cielo noi ti adoriamo
  21. Manna piena di dolcezza noi ti adoriamo
  22. Vero Agnello pasquale noi ti adoriamo
  23. Viatico della Chiesa pellegrina nel mondo noi ti adoriamo
  24. Rimedio alla nostra quotidiana fatica noi ti adoriamo
  25. Farmaco d’immortalità noi ti adoriamo
  26. Mistero della fede noi ti adoriamo
  27. Segno di unità e di pace noi ti adoriamo
  28. Sorgente di gioia purissima noi ti adoriamo
  29. Sacramento che germina i vergini noi ti adoriamo
  30. Sacramento che dà forza e vigore noi ti adoriamo
  31. Anticipazione del banchetto celeste noi ti adoriamo
  32. Pegno della nostra risurrezione noi ti adoriamo
  33. Pegno della gloria futura noi ti adoriamo
  34. Agnello di Dio che togli i peccati del mondo
  35. PERDONACI, SIGNORE
  36. Agnello di Dio che togli i peccati del mondo
  37. ASCOLTACI, SIGNORE
  38. Agnello di Dio che togli i peccati del mondo
  39. ABBI PIETA’ DI NOI
  • Hai dato a noi il pane disceso dal cielo
  • Che porta in sé ogni dolcezza.

Preghiamo: O Maria, Madre della Chiesa e Donna dell’Eucaristia, insegnaci a gustare il Mistero che abbiamo nelle nostre mani affinché troviamo in Lui la gioia e l’annunciamo al mondo intero. Per Cristo nostro Signore.

..Pausa per la preghiera e contemplazione personale.

Insieme si recita :

  • Signore, donami di comprendere la verità della mia vita, fa che la mia chiarezza vocazionale si fondi sulla mia chiarezza esistenziale, che queste due realtà si accompagnino in me e con me crescano.
  • Concedimi di meritare, come Pietro, la tua fiducia, di poter meritare, come Pietro, il dono della missione e della dedicazione della mia vita a te e al mondo intero. Non permettere che noi camminiamo con gli occhi semichiusi, come in un sogno, senza renderci conto di chi siamo e di dove andiamo.
  • Aiutaci a vedere quanto la nostra libertà è fragile, debole, insidiata; quanto il nostro proposito è superficiale.
  • Fà che comprendiamo umilmente a conoscerci come tu hai fatto, per trovare l’amore di colui che scruta i nostri cuori, Cristo Gesù, il Signore, il figlio dell’Altissimo, Dio santo ed eterno, che con lo Spirito santo vive e regna nei secoli. Amen. (Card.C.M.Martini)

Reposizione del SS.mo Sacramento

Canto: Ai piedi di Gesù n.110

Benedizione finale

  1. DIO SIA BENEDETTO
  2. Benedetto il suo Santo Nome.
  3. Benedetto Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo.
  4. Benedetto il Nome di Gesù. Benedetto il suo Sacratissimo Cuore.
  5. Benedetto il suo Preziosissimo Sangue.
  6. Benedetto Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare.
  7. Benedetto lo Spirito Santo Paraclito.
  8. Benedetta la gran Madre di Dio Maria Santissima.
  9. Benedetta la sua Santa e Immacolata Concezione.
  10. Benedetta la sua gloriosa Assunzione.
  11. Benedetto il Nome di Maria Vergine e Madre.
  12. Benedetto San Giuseppe, suo castissimo sposo.
  13. Benedetto Dio nei suoi Angeli e nei suoi Santi.

Canto Finale: Mater Amabilis.

O Madre del Creatore
tu sei la porta del cielo
al tuo materno splendore
gioisce tutto il Carmelo.

Mistica Stella del mare,
dolce Castello di Dio,
guidaci nel contemplare
il Volto del tuo Gesù.

O Mater amabilis, Regina mirabilis
o Virgo pulcherrima, o Mater dolcissima
o Virgo purissima, Maria carissima.

Vergine figlia di Sion
tu ci hai donato il Signore
fa’ che il volere di Dio
ci sia scolpito nel cuore.

O Madre di ogni famiglia
specchio di vera bellezza
al Figlio che ti assomiglia
consacra tu il nostro cuor.

 

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UNA GIOVANE STORIA D’AMORE – Angelo Nocent

UNA GIOVANE STORIA D’AMORE

  • Nazareth, piccolo villaggio: un centinaio di persone; ogni momento della vita era scandito da preghiere.
  • Come volevano le usanze, un anno di preparazione prima di celebrar le nozze, vissuto ognuno a casa sua.
  • Di te hai detto così poco che tocca a noi ricostruire il tempo del fidanzamento con un onesto carpentiere.
  • Tu, poco più che una bambina, complice un Angelo del Cielo, incinta e non poterlo dire, un peso enorme da portare.
  • Questa sei proprio tu, Maria e noi chiediamo a quel ragazzo giovane, forte e innamorato, di farci qualche confidenza.

  • Era bella, o Giuseppe, Maria?
  • Dove l’hai conosciuta? Alla fonte?
  • Con un’anfora d’acqua sul capo
  • e la mano appoggiata sul fianco?
  • Era un sabato di primavera
  • sotto un arco della sinagoga?
  • Era forse un meriggio d’estate,
  • gl’occhi dolci abbassati sul grano?
  • Ti ricordi quel primo sorriso,
  • la tremante carezza sul capo
  • il cuscino intriso, la notte,
  • con le lacrime della passione?
  • Le scrivevi poesie d’amore?
  • Ti spediva biglietti affettuosi?
  • Una notte hai trovato il coraggio
  • di cantarle vicino al balcone.
  • Con le strofe del “Canto dei canti”
  • Le dicevi: “L’inverno è passato…
  • è cessata la pioggia, mia bella,
  • son sbocciati i fiori nei campi
  • Oh la dolce mia bianca colomba,
  • tu, nascosta tra rocce e dirupi,
  • fai vedere il tuo viso leggiadro,
  • fammi udire la voce soave”.
  • La tua amica, la bianca colomba
  • si è alzata davvero dal letto.
  • Sulla strada è venuta a cercarti,
  • ti ha guardato, ti ha preso la mano.
  • Poi la prima carezza sul viso.
  • Mentre il cuore scoppiava nel petto,
  • sotto il cielo stellato, Maria
  • ha dovuto svelarti il “segreto”.
  • Ti ha parlato di un grande mistero,
  • di un mistero nascosto nel grembo,
  • di un progetto più grande del mondo,
  • di Jahvé, di un angelo santo.
  • Mentre ancora tu stavi sognando,
  • pur sapendo di farti soffrire,
  • ti ha pregato di uscire per sempre
  • dalla vita, di dirle un “addio”.
  • Lo sapeva che avresti capito.
  • Coraggioso, stringendola al cuore,
  • sottovoce le hai detto: “Maria,
  • fammi stare con te. Per favore!”
  • Ti ha risposto di sì con un bacio.
  • La tua mano a sfiorato il tuo grembo.
  • La carezza è benedizione:
  • sulla Madre, la Chiesa che nasce.
  • Come tutte le storie d’amore,
  • anche questa non fa distinzione:
  • con le rose, le spine, il dolore.
  • Se c’è gioia, è dono divino.

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