NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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MARCO E ANDREA: UNA STORIA – Angelo Nocent

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MARCO E ANDREA: UNA STORIA

(I nomi sono di fantasia ma la storia è vera)

UN MALATO, UN PRETE IN CROCE, UN TERMINALE…”

Lui, ANDREA, dopo vent’anni di ministero sacerdotale, ha una relazione. Nasce un figlio. Seguono guai fino al collo. Sospeso A DIVINIS (non può esercitare), gli viene suggerito un anno “sabbatico”, ossia di riflessione. Non sa dove andare a Messa per evitare pettegolezzi e imbarazzi. Partecipa alla celebrazione domenicale nella cappella dell’ospedale, in piedi, in fondo.

MARCO è il cappellano, una persona splendida, che trasmette lo Spirito e raggiunge i cuori. HA UN TUMORE da più di un anno e sta facendo la CHEMIO. Si è sempre occupato di ammalati, di portatori di handicap, con grande umanità. I due si conoscono da vecchia data.

Una domenica, mentre commenta le letture, Marco s’interrompe: “SCUSATE, NON CE LA FACCIO PROPRIO”, dice togliendosi gli occhiali. Si siede. Nell’assemblea un silenzio di tomba. Andrea dal fondo osserva. Poi si affretta, attraversa la navata, lo prende sottobraccio e lo accompagna in sacrestia. Un sorso d’acqua, qualche parola di scuse del celebrante, ma i minuti passano…

DEVO FINIRE LA MESSA”, dice.

Andrea: “Ce la fai?”

Marco lo guarda supplichevole. “Puoi continuare tu?”, gli chiede.

Purtroppo no, lo sai, non sono autorizzato. Facciamo così: TU CONSACRI e IO DISTRIBUISCO LA COMUNIONE”.

Marco si alza con fatica e così fanno.

Poi in sacrestia uno scambio di battute.

ANDREA: “Non è meglio gettare la spugna, farsi sostituire?”

MARCO si confida: “Andrea, negli ultimi anni ho passato le mie giornate in corsia, parlando con gli ammalati, cercando di essere loro vicino, di dar loro una speranza. Ma erano solo dei bei discorsi. Sentiti questo sì, MA DETTI DA UNO CHE STAVA BENE, da un cappellano che faceva il proprio dignitoso mestiere.

ADESSO, quando passo, tutti sanno che sono proprio come loro, un malato, un prete in croce, un terminale e mi ascoltano volentieri. ADESSO SONO PIU’ CREDIBILE”.

Indugia. Poi: “Se servo al Signore, io resto, finché mi reggo in piedi”.

Don Marco è tornato al Padre il…

Padre misericordioso

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CON ALBINO LUCIANI SULLA NAVE DI DIO – Angelo Nocent

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SAN FRANCESCO DI SALES – ALBINO LUCIANI (Giovanni Paolo I)

A San Francesco – Sulla nave di Dio

Dolcissimo Santo,

Ho riletto un libro, che vi riguarda: San Francesco di Sales e il nostro cuore di carne. L’ha scritto, a suo tempo, Henry Bordeaux dell’Accademia di Francia.

Prima, però, voi avevate scritto di avere voi stesso un “cuore di carne“, che s’inteneriva, comprendeva, teneva conto delle realtà e sapeva che gli uomini non sono puri spiriti, ma esseri sensibili. Con questo cuore umano avete amato le letture e le arti, avete scritto con sensibilità finissima, incoraggiando perfino l’amico vescovo Camus a scrivere romanzi. Vi siete chinato verso tutti per dare a tutti qualcosa.

Già studente universitario a Padova, vi eravate imposto di non fuggire o abbreviare mai conversazione con alcuno per quanto poco simpatico e noioso; di essere modesto senza insolenza, libero senza austerità, dolce senza affettazione, arrendevole senza contraddire.

Avete tenuto la parola. Al padre, che vi aveva scelto per sposa una ricca e graziosa ereditiera, avete amabilmente risposto: “Papà, ho visto mademoiselle, ma essa merita meglio di me!”.

Sacerdote, missionario, vescovo avete dato il vostro tempo agli altri: fanciulli, poveri, ammalati, peccatori, eretici, borghesi, nobildonne, prelati, prìncipi.

Avete avuto, come tutti, incomprensioni e contraddizioni: “cuore di carne” soffriva, ma continuava ad amare i contradditori. “Se una persona mi cavasse per odio l’occhio sinistro – avete detto – sento che la guarderei benevolmente con l’occhio destro. Se mi cavasse anche questo, mi resterebbe il cuore per volerle bene“.

Molti giudicherebbero questo un vertice. Per voi il vertice è un altro. Avete infatti scritto: “L’uomo è la perfezione dell’universo; lo spirito è la perfezione dell’uomo; l’amore è la perfezione dello spirito; l’amor di Dio è la perfezione dell’amore“. Perciò il  vertice, la perfezione e l’eccellenza dell’universo è per voi amare Dio.

***

Siete, dunque, per il primato dell’amore divino. Si tratta di rendere buona la gente? Cominci, questa gente, ad amare Dio; una volta acceso ed affermato nel cuore questo amore, il resto verrà da sé.

La terapia moderna dice: non si può guarire una malattia locale, se non si bada a riconquistare la salute di tutto il corpo mediante un’igiene generale e potenti ricostituenti quali la trasfusione di sangue e la fleboclisi. Su questa linea voi avete scritto: “Il leone è un animale potente, pieno di risorse; per questo può dormire senza timore tanto in una tana nascosta quanto sul ciglio di una strada battuta da altri animali“. E avete concluso: dunque, . diventate leoni spirituali! Riempitevi di forza, di amor di Dio e così non avrete paura di quelle bestie che sono le mancanze

E’ questo – secondo voi – il sistema di Santa Elisabetta d’Ungheria. Questa principessa frequentò per dovere balli e divertimenti di corte, ma ne ricavò vantaggio spirituale invece che danno. Perché? Perché “al vento (delle tentazioni) i grandi fuochi (dell’amor divino) si dilatano, mentre i piccoli si spengono”!

I fidanzati di questo mondo dicono: “Il tuo cuore e una capanna!”. Trovano più tardi che la capanna, ahimé, non basta e non ci vogliono più stare, perché il cuore s’è raffreddato.

Avete scritto: “Appena la regina delle api esce nei campi, tutto il suo piccolo popolo la circonda; così l’amor di Dio non entra in un cuore senza che tutto il corteggio delle altre virtù vi prenda alloggio“. Per voi prescrivere le virtù a un’anima priva dell’amor di Dio è prescrivere di punto in bianco l’atletismo a un organismo fiacco. Rafforzare con l’amore di Dio l’organismo, viceversa, è preparare il campione e lanciarlo con sicurezza verso le vette della santità.

***

Ma quale amore di Dio? Ce n’è uno fatto di sospiri, di pii gemiti, di dolci sguardi al Cielo. Ce n’è un altro, maschio, franco, fratello gemello di quello che possedeva Cristo, quando nell’orto disse: “Sia fatta non la mia, ma la tua volontà”. Questo è l’unico amor di Dio da voi raccomandato.

 Secondo voi, chi ama Dio, bisogna che s’imbarchi sulla nave di Dio, deciso ad accettare la rotta segnata dai suoi Comandamenti, dalle direttive di chi lo rappresenta e dalle situazioni e circostanze di vita da lui permesse.

Voi avete immaginato di intervistare Margherita, quando stava per imbarcarsi per l’Oriente con suo marito san Luigi IX re di Francia:

– Dove va, Signora?

Dove va il Re.

– Ma sa di preciso dove il Re vada?

Egli me l’ha detto in via generica, tuttavia non mi preoccupo di saper dove vada, mi preme soltanto d’andare con lui.

– Ma dunque, Signora, non ha nessuna idea di questo viaggio?

No, nessuna idea, tranne quella di essere in compagnia del mio caro signore e marito.

– Suo marito andrà in Egitto, si fermerà a Damietta, in Acri e in parecchi altri siti; non ha intenzione anche lei, Signora, d’andar sola?

Veramente no: non ho altra intenzione che quella d’esser vicina al mio Re; i luoghi dove egli si reca, non hanno per me importanza alcuna, se non in quanto vi sarà lui. Più che andare, io lo seguo; non voglio il viaggio, ma mi basta la presenza del Re.

Quel Re è Dio e Margherita siamo noi, se amiamo Dio sul serio. E quante volte, in quanti modi siete ritornato su questo concetto! “Sentirsi con Dio come un bambino sulle braccia della mamma; che ci porti sul braccio destro o sul braccio sinistro è lo stesso, lasciamo fare a Lui”. Se la Madonna affidasse il Bambino Gesù a una suora? Ve lo siete chiesto e avete risposto: “La suora pretenderebbe non mollarlo più, ma sbaglierebbe; il vecchio Simeone ha ricevuto sulle braccia il Bambino con gioia, ma con gioia l’ha presto restituito. Così noi non dobbiamo piangere troppo nel restituire la carica, il posto, l’ufficio, quando scade il termine o ce lo richiedono“.

 Nel castello di Dio cerchiamo di accettare qualunque posto: cuochi o sguatteri di cucina, camerieri, mozzi di stalla, panettieri. Se piacerà al Re chiamarci al suo Consiglio privato, vi andremo, senza commuoverci troppo, sapendo che la ricompensa non dipende dal posto, ma dalla fedeltà con cui serviamo.

Questo  il vostro pensiero. Qualcuno lo considera una specie di fatalismo alla orientale. Ma non è. “La volontà umana – avete scritto – è padrona dei suoi amori, come una signorina è padrona dei suoi innamorati, che la domandano in sposa. Ciò, prima che essa scelga; fatta però la scelta e divenuta donna sposata, la situazione si capovolge: da padrona che era, diventa soggetta e rimane in balia di colui che fu già sua preda.

Anche la volontà può scegliere l’amore a suo piacimento, ma, una volta dichiaratasi per uno, resta sottoposta a questo. E’ però vero che nella volontà esiste una libertà, che non c’è nella donna maritata, poiché la volontà può respingere il suo amore quando vuole“, anche l’amore di Dio, eliminando ogni fatalismo.

***

Concludendo, ecco l’ideale dell’amor di Dio vissuto in mezzo al mondo: che questi uomini e queste donne abbiano ali per volare verso Dio con la preghiera amorosa; abbiano anche piedi per camminare amabilmente cogli altri uomini; e non abbiano “grinte fosche“, ma bensì volti sorridenti, sapendo di essere avviati verso la gaia casa del Signore!

Se vi sentissero i politici! Essi misurano l’azione dal successo. “Riesce? Allora vale!”. Voi: “Vale anche non riuscita, l’azione, se fatta per amor di Dio;  merito della croce portata non è il suo peso, ma il modo con cui è portata; ci può essere più merito a portare una piccola croce di paglia che una grande croce di ferro; il mangiare, il bere, il passeggiare fatti per amore di Dio possono valere più del digiuno o dei colpi di disciplina“.

Ma voi avete fatto un passo ancora più avanti, dicendo: l’amore di Dio può – in un certo senso – perfino cambiare le cose, rendendo buone le azioni di per sé indifferenti o anche pericolose. E’ caso del gioco d’azzardo e del ballo (quello dei vostri tempi, naturalmente), se si fa “per svago e non per attaccamento; per poco tempo e non fino a stancarsi e stordirsi; e raramente, in modo che non diventi occupazione invece che ricreazione“.

Dunque, è alla qualità delle nostre azioni che bisogna badare, più che alla grandezza e al numero! Avete letto ciò che ha scritto Rabelais, vostro quasi contemporaneo, sulle devozioni insegnate al giovane Gargantua? “Ventisei o trenta Messe da ascoltare ogni giorno, una serie di Kyrie eleyson, che sarebbero bastati per sedici romiti”! Se avete letto, avete dato anche la risposta, insegnando alle vostre suore: “E’ bene avanzare, però non con la moltitudine delle pratiche di pietà, ma bensì perfezionandole. L’anno scorso avete digiunato tre volte la settimana; quest’anno volete raddoppiare e la settimana vi basterà. Ma il prossimo anno? Digiunerete – raddoppiando ancora – nove giorni la settimana o due volte al giorno? Fate attenzione! E’ pazzia desiderare di morire martiri nelle Indie e intanto trascurare i propri doveri quotidiani!”. In altre parole: non tanto praticare le devozioni, quanto avere la devozione. L’anima non è tanto una cisterna da riempire, quanto una fontana da far zampillare!

E non solo l’anima delle suore. Con questi princìpi la santità cessa di essere privilegio dei conventi e diventa potere e dovere di tutti! Non diventa impresa facile (è la via della croce!), ma ordinaria: qualcuno la realizza con atti o voti eroici alla maniera delle aquile, che planano negli alti cieli; moltissimi la realizzano con l’eseguire i doveri comuni di ogni giorno, in modo però non comune, alla maniera delle colombe, che volano da un tetto all’altro.

Perché desiderare i voli d’aquila, i deserti, i chiostri severi, se non vi si è chiamati? Non facciamo come le malate nevrotiche, che vogliono ciliegie d’autunno e uva in primavera! Applichiamoci a ciò che Dio ci chiede secondo lo stato in cui siamo. “Signora, avete scritto, bisogna accorciare un po’ le preghiere, per non compromettere i doveri di casa. Siete sposata, siate sposa totalmente senza eccessiva verecondia; non annoiate i vostri, fermandovi troppo in chiesa; abbiate una devozione tale da farla amare anche a vostro marito, ma ciò avverrà solo se questi vi sentirà sua“.

***

Concludendo, ecco l’ideale dell’amor di Dio vissuto in mezzo al mondo: che questi uomini e queste donne abbiano ali per volare verso Dio con la preghiera amorosa; abbiano anche piedi per camminare amabilmente cogli altri uomini; e non abbiano “grinte fosche“, ma bensì volti sorridenti, sapendo di essere avviati verso la gaia casa del Signore!

Novembre 1972

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RICCARDO PAMPURI: QUALI IMPRESSIONI OGGI? – Angelo Nocent

COSA PUO’ DIRE UNO CHE GUARDA IL PAMPURI OGGI?

GRAZIE !
– Grazie anzitutto a Dio, Padre della luce, dal quale viene ogni buon regalo e ogni dono perfetto: Lui solo PUO’ SUSCITARE nel cuore dell’uomo un desiderio efficace di mettere in gioco la vita consacrandola al vangelo.
– Grazie al Signore GESU’ che ha portato a compimento il cammino iniziato da RICCARDO, ha mantenuto salda in lui la decisione, gli ha la forza di superare la sfida del tempo e di portare il peso del quotidiano senza lasciarsi fiaccare da fatiche, critiche, insuccessi, umiliazioni.
– Grazie per averlo mantenuto FERVENTE NELL’AMORE e non aver lasciato INARIDIRE il suo cuore con l’attaccamento a soddisfazioni meschine.
– Grazie alla famiglia che lo ha adottato e nella quali il senso della fede è stato trasmesso con la parola e con l’esempio, con l’amore e col sacrificio.
– Grazie alla comunità cristiane di Trivolzio, al Terz’Odine Francescano, alla comunità di Morimondo, ma non solo, grazie all’Ordine dei Fatebenefratelli che HA TROVATO IL CORAGGIO di accoglierlo nonostante le precarie condizioni di salute.
– Grazie a tutti coloro che hanno accompagnato questo giovane nel cammino di fede con l’annuncio della Parola, con l’insegnamento della fede, il discernimento, con l’Eucaristia, il dono sempre rinnovato e rigeneratore della grazia di Dio.
– Grazie infine a lui per il ‘SI’’ con cui ha risposto alla chiamata di Dio. In realtà ha fatto una scelta saggia perché ha preferito ciò che è più prezioso ed ha potuto cantare col salmista “Sei tu, Signore, la mia eredità, il calice che mi dà gioia; il mio destino è nelle tue mani. Splendida è la sorte che mi è toccata, magnifica l’eredità che ho ricevuto.” (Salmo 16, 5-6)
Ma rimane vero che lui ha rinunciato a cose del mondo che frequentemente sono CONSIDERATE ESSENZIALI per la felicità umana: i SOLDI, il PIACERE SESSUALE, l’esercizio del DOMINIO e del POTERE.
– Grazie dunque a Riccardo , perché HA CREDUTO CHE ESISTE QUALCOSA DI PIU’ IMPORTANTE DELLA GRATIFICAZIONE MATERIALE IMMEDIATA.
– Era chiamato ad annunciare il VANGELO DELLLA GRAZIA: come avrebbe potuto farlo se non fosse stato ‘in stato di grazia’, colmo di gioia per il dono di Dio? – Doveva FARSI PANE nutrendosi dell’Eucaristia, il corpo di Cristo spezzato per la vita del mondo; come avrebbe potuto farlo senza il coraggio di SPEZZARE LA PROPRIA VITA PER LA VITA DEL MONDO?- Dove veniva mandato DOVEVA CONTRIBUIRE ALLA EDIFICAZIONE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA come popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo; come avrebbe potuto farlo se non avesse RINUNCIATO liberamente e consapevolmente al SUCCESSO PERSONALE, se non avesse saputo PORTARE onorevolmente IL PESO DELLE BESTEMMIE E DEGLI INSULTI che avvelenano le relazioni umane?
Il suo modello è stato GESU’, VANGELO INCARNATO. A somiglianza del Maestro, Riccardo non ha sposato la RAGIONEVOLEZZA CALCOLATRICE ma l’ECCESSO DELL’AMORE.
Egli ha affermato con la vita ciò che Paolo scriveva ai Galati: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.” (Galati 2, 20).
Riccardo crocifisso? Direi di sì e lo ha fatto senza esitazione. La spiegazione ce la dà l’Apostolo stesso: A MOTIVO DELLA CROCE DI CRISTO, “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo… di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita”.

FERVENTE NELL’AMORE, – egli non si è lasciato INARIDIRE IL CUORE attaccandosi a soddisfazioni meschine, a situazioni affettive infantili.- Ha saputo risolvere difficoltà comuni ai consacrati di ieri, di oggi, di domani che sono: – sia il prudenziale CALCOLO PRECISO (egoistico) che IL DONO ESAGERATO;- discernere tra AMICIZIE SINCERE e RELAZIONI APPICCICATICCE;- evitare le ESCLUSIONI. – non è diventato STUPIDO per un attaccamento infantile,- non è diventato ARIDO per una ragione strettamente di opportunità. – Ha tenuto saldo il TIMONE DELLA BARCA evitando che, piegandosi al desiderio di tutti, girasse su se stessa.
– I suoi 33 anni di vita non sono stati FACILI. Ma non sono mai facili per nessuno. SANTO DEL SECONDO MILLENNIO, è venuto a dire ai GIOVANI che non saranno facili nemmeno gli anni futuri: anche la loro barca sarà sballottata dalle onde.
– Dovranno essere SALDI DI NERVI e FORTI NELLA FEDE come Gesù per riuscire a dormire a poppa sul cuscino. Ma, pur senza la presunzione di avere una tale padronanza di sé, dovranno puntare DECISAMENTE a essere SANTI DEL TERZO MILLENNIO. – Fiducia in Dio, amore per le persone, disponibilità verso tutti: a me pare sostanzialmente questo IL MESSAGGIO DEL GIUBILEO PAMPURIANO.

Nella preghiera composta dal Card. NEWMAN, suo compagno di banco in Paradiso e che proviamo a recitare insieme, per NOI e per i NOSTRI RAGAZZI, c’è la fotografia di TERESA e RICCARDO, del secondo millennio, che passano il TESTIMONE alle nuove generazioni:
“Caro Gesù / aiutami a diffondere il profumo di Te / ovunque io vada. / Sommergimi con il tuo Spirito e la tua vita. / Entra in me e prendi possesso del mio essere così pienamente che tutta la mia vita possa essere solo / irradiazione della tua. / Risplendi attraverso di me e in me. / Ogni persona con cui entro in rapporto possa sentire la tua presenza dentro di me. / Che osservino e non vedano più me, ma solo Gesù! / Rimani con me! / Allora comincerò a risplendere come tu risplendi; / a risplendere così da essere una luce per gli altri; / la luce, Gesù, verrà tutta da Te, / niente di essa sarà cosa mia; / sarai Tu che risplendi sugli altri attraverso di me. / Che io possa lodarti come tu vuoi; / risplendendo su chi mi sta attorno. / Che io predichi Te senza predicare, / non con la parola, ma con l’esempio:/ con la forza che avvince, / con il fascino attraente di ciò che faccio, / con l’evidente pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per Te. AMEN(J. H. Newman)


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NON E’ UNA PREDICA – Angelo Nocent

Non dico che non si debba fare, ci mancherebbe. Ma prima di scrivere qualcosa sulla Sacra Famiglia e sulla Festa della famiglia, buttiamo sempre un pensiero anche
– a chi ha perso i suoi cari,
– a chi è stato abbandonato da bambino,
– a chi è stato lasciato,
– a chi vive lontano dai suoi,
– a chi ha subito violenza dai familiari,
– a chi non è riuscito a costruirsi una famiglia sua,
– a chi ha visto andare in pezzi la propria,
– a chi è stato tradito dai propri fratelli,
– a chi è costretto alla solitudine,
– a chi si sente giudicato perché ama qualcuno del suo stesso sesso,
– a chi è stato deluso dai propri figli,
– a chi è costretto a ricoverare i propri genitori,
– a chi ha perso un bambino,
– a chi ha scelto di non averne,
– a chi non ha potuto averne,
– a chi ha una famiglia che è una prigione,
– a chi non vorrebbe mai tornare a casa,
– a chi non sa se domani avrà ancora una casa,
– a chi ha visto un amato togliersi la vita,
– a chi è stato venduto dai suoi cari,
– a chi viene sfruttato dalla sua famiglia,
– a chi non riesce a dare il pane ai figli…

Ecco, buttiamoci un pensiero, prima.
Solo per ricordare sempre che LA VITA E’ COMPLESSA E COMPLICATA.. E conviene essere almeno DELICATI.

Che i Vangeli dell’infanzia, con tutti i loro intrecci e colpi di scena, NON SONO LA FAVOLETTA che ci racconta che basta amarsi ed essere uniti e tutto va bene.
Ma l’annuncio che il Figlio di Dio è venuto a farsi carico di quest’umano così variegato, complesso e complicato, che anche quando tenta di far bene, qualche pasticcio lo fa.

E per salvarlo tutto. Sempre.
Con delicatezza.

(Don Mauro Cristiano)

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VERSO IL 2020 DOPO CRISTO – Angelo Nocent

1510 MATTONELLE DI LANA, realizzate all’UNCINETTO, ora svettano come albero di natale nella piazzetta dei Caduti.

NOI DI MONTE NEL 2020 DOPO CRISTO

E’ il titolo dell’articolo, di recente parziale pubblicazione su UN POPOLO IN CAMMINO (n. 237 – 2019), periodico della mia parrocchia.

Scrivo dall’ OSSERVATORIO ASTRNOMICO della mia piccola Nazareth, Madonna delle Assi. Il telescopio è puntato sul firmamento biblico. Dopo ripetute manovre, riesco a focalizzare la Lettera dell’apostolo Paolo a Tito. Apre con i saluti e una dichiarazione d’amore: “Scrivo a te, Tito, che mi sei veramente figlio per la fede comune”(1,4). Poi alcune indicazioni pastorali: “Ti ho lasciato nell’isola di Creta perché tu finisca quel che è rimasto da fare” (1,5). Il testo è breve ma anche severo e meriterebbe di essere letto interamente, perché ce n’è per tutti: anziani, giovani e schiavi credenti. Solo che qui lo spazio è tiranno.

Per Paolo c’è un PRIMA: “anche noi eravamo pazzi, ribelli,, corrotti, schiavi di molti desideri e pensieri malvagi. Vivevamo nella cattiveria e nell’invidia: odiosi agli altri e pieni di odio fra noi” (3,3). E c’è un DOPO, latino stringato e di facile comprensione: “benignitas et humanitas apparuit”. Vale a dire: ”Ma ecco che Dio, nostro Salvatore, ci ha rivelato la sua bontà e il suo amore per gli uomini” (3,4). Attenzione: PER TUTTI. Nessuno escluso, perchéNoi non abbiamo fatto nulla che potesse piacere a lui, ma egli ci ha salvato perché ha avuto pietà di noi. Ci ha salvato con lo Spirito Santo in un battesimo che fa RI-SORGERE a nuova vita, perché Dio ha sparso abbondantemente su noi lo Spirito Santo [l’AMORE] per mezzo di Gesù Cristo nostro Salvatore. Così perdonati e rinnovati dalla sua grazia [l’AMORE], riceviamo la vita eterna che speriamo.

Questo è il NATALE e l’ augurio di BUON ANNO affidato da Paolo alle Chiese d’Oriente ed Occidente di sempre. A conclusione, una sua ultima raccomandazione: “Anche i nostri devono imparare a impegnarsi in buone opere per saper affrontare precise necessità e non essere gente inutile” (3,14).

2020: ANNO NUOVO VITA NUOVA

Superato il secondo millennio, possiamo dire ancora una volta che ce l’abbiamo fatta. Io che vado per i 78, mi aggrappo a quel “rinnovàti dalla sua grazia, riceviamo la vita eterna che speriamo”. E mi viene spontanea nella mente e sulle labbra la preghiera del vecchio Simeone con in braccio il Bambino: «O Signore, ora che hai mantenuto la tua promessa lascia che io, tuo servo, me ne vada in pace. Con questi miei occhi ho visto il Salvatore che tu hai preparato e offerto a tutti i popoli. Egli è la luce che ti farà conoscere a tutto il mondo e darà gloria al tuo popolo, Israele» (Lc 2, 29-32).

Per il momento mi è dato di proseguire il cammino. Verso l’ignoto? Direi di no: per i credenti il passaggio da un anno all’altro non è semplicemente una tappa nell’inarrestabile flusso del tempo, ma un’occasione significativa per prendere maggior coscienza del disegno divino che si dispiega nella storia dell’umanità, compresa la mia. Non so la strada? Se faccio della Bibbia il mio vademecum satellitare, è solo questione di udito e di confidenza con il Suggeritore: so a priori che quando fraintendo o sbaglio, con il puntuale “volta a destra, a sinistra, prosegui…” Lui (lo Spirito di Gesù) mi rimette in pista.

Com’è facile dimenticare che apparteniamo a quei fortunati di cui Gesù ha detto: ‘Beati voi che potete vedere queste cose perché vi assicuro che molti profeti e molti re avrebbero voluto vedere quel che voi vedete ma non l’hanno visto. Molti avrebbero voluto udire quel che voi udite ma non l’hanno udito’ (Lc 10, 23-24).

Per l’Immacolata, il parroco Don Roberto ci ha messi in guardia da un malefico virus influenzale: “Noi, una Chiesa stanca, pigra, vecchia…”. L’antidoto è il lasciarci vaccinare dalla Parola di Dio: “Noi una Chiesa in cambiamento. Essere Chiesa che impara a cambiare, a migliorare, per accogliere Gesù “nell’uomo”.

Ci ha ricordato inoltre che ci sono degli “ECCOMI !” che possono cambiare la storia. Il più clamoroso è quel SI’ di Maria che ha realizzato proprio quello che Isaia aveva profetizzato: che una IMMENSA LUCE avrebbe squarciato il buio del mondo. Ed è successo che nell’oscurità della storia si è accesa una luce folgorante di pace e di gioia: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (9,1).

Le luminarie per le vie del paese e sui balconi, non sono il Natale ma la voce, il richiamo della profezia. Quella immensa luce che squarcia il tenebroso, arriva da un paese da nulla: Betlemme. E viene accolta da umili persone: dalle mani di Maria, dall’affetto di Giuseppe, dallo stupore dei pastori.

Lascio il telescopio e riprendo il mio posto di pastore tra questi insignificanti ed emarginati, ma primi annunciatori dell’EVENTO: “Andiamo fino a Betlemme per vedere quello che è accaduto e che il Signore ci ha fatto sapere”. Giunsero in fretta a Betlemme è là trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che dormiva nella mangiatoia. Dopo averlo visto, dissero in giro ciò che avevano sentito di questo bambino. Tutti quelli che ascoltarono i pastori si meravigliarono delle cose che essi raccontavano. Maria, da parte sua, custodiva gelosamente il ricordo di questi fatti, e li meditava dentro di sé. I pastori, sulla via del ritorno, lodavano Dio e lo ringraziavano per quello che avevano sentito e visto, perché tutto era avvenuto come l’angelo aveva loro detto” (Lc 2,15-20).

Ma c’è un ma: sia nella Chiesa che nella Società le cose mutano solo se cambio io, il mio modo di pensare. Diversamente, freddo e gelo ci saranno anche in piena estate. Epperò, prima che l’Epifania porti via le Feste, una sosta davanti a un presepe per dire Grazie! non dovrebbe far male proprio a nessuno. E per i più coraggiosi o generosi, o incoscienti…c’è posto anche per un ECCOMI!

SUL PONTE SVENTOLA BANDIERA BIANCA. – Non è più in voga la canzone di Franco Battiamo ma è drammaticamente attuale: “Mister Tamburino non ho voglia di scherzare / rimettiamoci la maglia / i tempi stanno per cambiare / siamo figli delle stelle / pronipoti di sua maestà il denaro… Sul ponte sventola bandiera bianca…”. No, non è la resa. Ma bianca, rossa o gialla, la verità è che sulla nave del 2020 continua a sventolare la bandiera dei pirati, quella col teschio: “NON C’E’ LAVORO !” Un fuoco che cova sotto le ceneri. Per il momento, si limita a mugugnare come lo Stromboli, ma se dovesse saltare il tappo…!

Bene: pretendere che tocchi a Gesù Bambino risolvere i problemi, dopo che ha dato dato la vita, è bestemmia: “Gli ebrei vorrebbero miracoli e i non ebrei si fidano solo della ragione”(1Cor.22). Occorre lungimiranza: di Politici e Imprenditori, concordia sociale, discernimento, ingredienti che non s’intravedono all’orizzonte. Il Presidente Mattarella di recente ha messo il dito nella piaga: “l’evasione fiscale”. Diciamocelo: E’ una malattia che colpisce anche i battezzati e cresimati. E poi c’è anche l’iniqua ridistribuzione del reddito. Il cristiano non può nascondersi dietro il “così fan tutti”. Che, se la “classe operaia” – peggio ancora i diseredati del mondo – è giusto che vada in Paradiso, non necessariamente deve sperimentare in questo mondo le pene dell’inferno per mancanza di reddito da lavoro o di sopravvivenza. Certo, in teoria chi non è d’accordo?

Ma l’Italia, secondo gli illuminati padri fondatori, è “Repubblica fondata sul lavoro”, non sul sussidio di disoccupazione. Può dunque venir meno con disinvoltura alla sua vocazione primordiale, perdendosi in stomachevoli chiacchiere inconcludenti? Proprio perché i problemi sono complessi, ai “migliori” è richiesta saggezza. Il Re Salomone ha domandato a Dio una sola cosa e l’ha ottenuta: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te” (1Re 3,5.7-12).

Per dirla con San Paolo, politici e imprenditori devono tornare a prendere coscienza della vocazione cui sono stati chiamati. L’apostolo non usa mezze misure: “A un amministratore si chiede di essere fedele (1Cor4,1). Ma prima aveva scritto: “Nessuno inganni se stesso. Se qualcuno pensa di essere sapiente in questo mondo, diventi pazzo, (leggi La Pira allora sindaco di Firenze) e allora sarà sapiente davvero. Dio infatti considera pazzia quel che il mondo considera sapienza. Si legge infatti nella Bibbia:“Dio fa cadere i sapienti nella trappola della loro astuzia”. E ancora in un altro passo:“Il Signore conosce i pensieri dei sapienti, sa che non valgono nulla” (1Cor 3,18-20).

Come già detto, Paolo in precedenza aveva fatto una constatazione: “Gli Ebrei vorrebbero i miracoli e i non ebrei si fidano solo della ragione”. Poi, lapidario:”Noi invece annunziamo Cristo crocifisso, e per gli Ebrei questo messaggio è offensivo, mentre per gli altri è assurdo. Ma per quelli che Dio ha chiamati, siano essi Ebrei o no, Cristo è potenza e sapienza di Dio” (Cor 1,22-23). Il giudizio colpisce i benpensanti di ieri e di oggi. A essere sinceri, un po’ tutti.


Madonna delle Assi, sede della sapienza, aiutaci, a tutti i livelli, a discernere, per cogliere la rivelata Sapienza dell’Altissimo, tramandataci con povere, scarne, essenziali parole umane. Amen.

BUON ANNO.

Angelo Nocent

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IL VENIENTE – Angelo Nocent

Signore, nonostante Tu sia già venuto,
anche a noi e a me sembra di vivere senza futuro
perché il futuro che ci aspetta è popolato
di fantasmi climatici, di guerra e di morte.

Ma la liturgia è di segno opposto:
”Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.
Vieni, Signore, a diradare le mie tenebre,
fatte di una nebbia fitta:
– paura di credere,
– di affidarmi all’amore di Dio Padre,
– di una competizione sfrenata
che offusca il volto del fratello,
– diffidenza verso tutto e tutti,
– paura che un uomo ha dell’altro,
– i timori della città ,
– di essere aggrediti, assaliti,
– il timore di essere giocati,
– che uno più furbo
entri nelle nostre cose,
nei nostri affari e li scompigli;
– la paura del futuro,
– la paura di vivere, di dare la vita,
– la paura di un Dio che ci rimprovera,
ci rinfaccia i nostri egoismi
e il nostro peccato.
– Signore, tra tutti costoro ci sono anch’io;
sono uno che non sa dove mettere i piedi,
dove sbattere la testa.
– Il profeta Isaia non desiste e m’incoraggia:
“Alzati e rivestiti di luce, perché viene la tua luce.
La gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1);
come dire: “illùminati”, “sii luce”.
Concedi a me, a noi,
– la grazia di essere illuminati,
– di lasciarci illuminare,
– per poter illuminare.
PER QUESTO NOI TI PREGHIAMO.
ASCOLTACI, SIGNORE.

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INCONTRO CON PAPA FRANCESCO ALL'UNIVERSITA' SOPHIA DI TOKYO

Incontro all’Università Sophia di Tokyo con padre Juan Haidar, gesuita argentino di Santa Fé, allievo di Bergoglio dal 1985 al 1991 nella casa di formazione di Buenos Aires. Quando Bergoglio fu eletto Papa, padre Haidar segue l’evento in tv dal Giappone. “Ho provato una grandissima gioia”, ricorda. “Ma anche paura. Ho pensato subito che le persone avrebbero fatto fatica a capirlo, lo avrebbero criticato. Perché per capire Bergoglio bisogna avere occhi buoni”.

“A volte noi non crediamo nei giovani. Li vediamo sempre attaccati allo smartphone, distratti, poco interessati, quasi indifferenti. Bergoglio invece crede nelle persone. È convinto che Dio lavora in ogni cuore. Non è mai pessimista di fronte alla realtà. Mai”. È questa capacità di vedere il sole sempre, anche nella oscurità della notte, l’insegnamento più importante che padre Juan Haidar ha ricevuto da Papa Francesco.

Il gesuita, argentino di Santa Fé, insegna oggi filosofia all’Università Sophia di Tokyo. Lo incontriamo lì, indaffarato con poster e fogli in mano, tra i corridoi dell’ateneo dove tra pochi giorni arriverà il Santo Padre. Padre Haidar aveva solo 20 anni quando Bergoglio era Superiore della casa di formazione dei gesuiti a Buenos Aires. L’ha conosciuto così, negli anni che vanno dal 1985 al 1991, in un periodo in cui Bergoglio aveva già vissuto le atrocità del regime militare in Argentina e il vento di rinnovamento portato dal Concilio Vaticano II nella Chiesa. I giovani appena entrati nella casa di formazione, lo guardavano con interesse forse proprio per questo.

Per padre Haidar, Bergoglio era il “modello di gesuita”.“Se mi chiedi perché sono diventato gesuita, è anche perché ho visto in lui una scelta di vita che mi attraeva. Era una vita piena, che non scartava nulla, fatta di preghiera, di studio, di cura delle persone. E a me questa vita piaceva”.

Padre Haidar capisce subito che con Bergoglio poteva parlare di tutto. Aveva solo 20 anni ed aveva un bisogno immenso di confrontarsi con qualcuno anche sulle cose più private, sui fatti di tutti i giorni. Era come “un padre” per lui. Il ricordo si sposta subito sull’attenzione che Bergoglio aveva per i poveri. Era convinto che “erano le persone più vicine a Dio”. Ai giovani gesuiti, diceva di studiare con gli insegnanti dal lunedì al venerdì. Ma poi il sabato e la domenica dovevamo andare nei barrios e mettersi alla scuola dei poveri. Prendeva sul serio le parole del Vangelo: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”.

“Io però non provenivo da una famiglia povera e queste parole per me erano difficili da capire”, racconta padre Haider. “Mi chiedevo: ma cosa possono insegnarmi queste persone. È gente ubriaca, persa, ignorante. Ne parlavo spesso con Bergoglio. E lui mi diceva che se non partivo da queste persone, non potevo diventare un uomo di Dio.

Mi parlava anche della saggezza dei poveri: conoscono Dio molto meglio di te e di tanti teologi”.

Padre Haidar intravede in Bergoglio anche un modello di pedagogia che lo segnerà in futuro. “Quando gli parlavo, lui era veramente interessato a quello che gli stavo confidando. Non rispondeva con frasi fatte o concetti generali. Mai iniziava la frase dicendo, “come Karl Reiner scriveva…”. No, aveva una parola sempre originale, personale, adatta a te. L’unica cosa a cui teneva, era che noi crescessimo. Voleva che diventassimo persone migliori di quelle che eravamo. Era un continuo stimolo per noi studenti. Quello che ricordo è che con lui stavi bene, perché ti rispettava, ti illuminava”.

Poi la vita va avanti. Padre Haidar viene mandato in Giappone e Bergoglio diventa vescovo.“Quando è diventato vescovo ha continuato a vivere una vita povera perché non aveva bisogno niente. Aveva Dio, aveva le persone, aveva i poveri”.

Succede l’incredibile: il 13 marzo 2013, Bergoglio si affaccia dalla loggia centrale della Basilica Vaticana. Era diventato Papa. Padre Haidar segue l’evento in tv dal Giappone. “Ho provato una grandissima gioia ma anche paura”, ricorda. “Ho pensato subito che le persone avrebbero fatto fatica a capirlo, lo avrebbero criticato. Perché per capire Bergoglio bisogna avere degli occhi buoni”.

Anche quando era vescovo, padre Haider andava a cercare che cosa dicevano di lui sui giornali. “Bergoglio non è mai stato un politico. Però vuole cambiare la società. Lo fa in modo diverso, in modo evangelico, come Gesù. Ma per capirlo, bisogna avere occhi buoni”.

Quella di padre Haidar è quasi una premonizione. Papa Francesco in questi 6 anni di pontificato è stato spesso oggetto di critiche, talvolta di veri e propri attacchi. “Quando l’ho visto affacciarsi per la prima volta in piazza San Pietro, sembrava emozionato”, confida il gesuita. “Con il tempo è diventato se stesso, completamente libero, con una grande forza. Sono convinto di due cose. La prima è che i cardinali che oggi lo criticano, lo hanno scelto. L’altra è che anche Gesù è stato criticato. Per questo il Papa dice che le critiche non lo colpiscono. A noi ha insegnato a non avere mai paura di parlare con tutti, anche e soprattutto con chi ti critica. Ciò non vuol dire non avere un pensiero forte. Significa essere aperti a tutti”.

Padre Haidar è costantemente in contatto con Papa Francesco. Gli basta scrivere una mail che lui gli risponde subito. Spesso il Papa gli chiede come stanno le persone di comune conoscenza. Non perde mai il ricordo di nessuno. Lo è andato a trovare a Roma, nella casa di Santa Marta. Hanno celebrato insieme la messa e dopo la colazione, il Papa gli ha chiesto: “hai tempo per parlare un po’?”.

“Gli ho risposto che sì, certo che avevo tempo. Così siamo andati nella sua stanza e abbiamo parlato tantissimo. Ricordo che era un mercoledì, c’era udienza ed ero preoccupato che il Papa facesse tardi”. Quello che oggi a padre Haidar manca di più di Bergoglio è proprio quella libertà di parlargli sempre. In Argentina, stavano spesso insieme. Facevano lunghe passeggiate.

“Non so com’è oggi la sua vita. So che il Papa ha bisogno di stare con le persone, di parlare con loro, di interessarsi dei loro problemi, anche delle storie più semplici”.

Ora riceverlo a Sophia è “una grande emozione”.

“Ci ha chiesto di non fare nulla, nessun discorso, nessuna canzone. Solo stare insieme e celebrare la messa. Anche per l’incontro con i giovani, ci ha detto che viene soprattutto per ascoltare gli studenti”. Alla fine dell’intervista, padre Haidar registra un video messaggio che tramite il Sir invia a Papa Francesco:

Caro Jorge, ti stiamo aspettando qui in Giappone con tanta gioia. Stiamo lavorando molto per preparare questa visita, ma siamo tutti molto contenti. Preparati bene, perché molte persone ti sta aspettando, soprattutto i giovani, tanto che non sappiamo dove metterli. Mi chiedono perché c’è soprattutto da parte dei giovani così tanta attesa. Io credo perché vedono in te un segno di speranza, un leader apprezzato nel mondo, una persona che predica il Vangelo ed è un discepolo di Gesù. Ti aspettiamo!”.

Qualcosa di più oltre l’ordine e l’efficienza

Francesco, nel suo discorso, ricorda che in Giappone, dove tanti martiri hanno dato “testimonianza della loro fede”, la presenza dei cristiani si sente nonostante siano una minoranza. In questo Paese, aggiunge il Papa, si percepisce “nonostante l’efficienza e l’ordine” caratteristici della società giapponese, che “si desidera e si cerca qualcosa di più”: “un desiderio profondo di creare una società sempre più umana, compassionevole e misericordiosa”. È necessario, sottolinea il Pontefice, che i centri di studio “mantengano la loro autonomia e libertà”. “In una società così competitiva e tecnologicamente orientata, questa Università – spiega il Santo Padre – dovrebbe essere non solo un centro di formazione intellettuale, ma anche un luogo in cui una società migliore e un futuro più ricco di speranza possono prendere forma”.

Un momento della visita del Papa all'Università Sophia

Un momento della visita del Papa all’Università Sophia

Scegliere il meglio

Altri temi toccati da Francesco sono la tutela della casa comune e l’identità internazionale dell’Università. Nello spirito dell’Enciclica Laudato Si’, osserva il Papa, l’amore per la natura “così tipico delle culture asiatiche”, qui dovrebbe “esprimersi in una preoccupazione intelligente e anticipatrice per la protezione della terra”. Francesco ricorda poi che l’Università Sophia, fin dalla sua fondazione, è stata arricchita “dalla presenza di professori provenienti da diversi Paesi”, a volte anche da Stati “in conflitto tra loro”. “Tutti – sottolinea – erano uniti dal desiderio di dare il meglio ai giovani del Giappone”.

Nessuno studente di questa università dovrebbe laurearsi senza aver imparato come scegliere, responsabilmente e liberamente, ciò che in coscienza sa essere il meglio. Possiate, in ogni situazione, anche in quelle più complesse, interessarvi a ciò che nella vostra condotta è giusto e umano, onesto e responsabile, come decisi difensori dei vulnerabili, e possiate esser conosciuti per quell’integrità che è tanto necessaria in questi momenti, nei quali le parole e le azioni sono spesso false o fuorvianti.

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Sguardo sui giovani

Sono le nuove generazioni il futuro della Chiesa e del mondo. “La Chiesa universale – spiega il Papa – guarda con speranza e interesse ai giovani di tutto il mondo”:

La vostra Università nel suo insieme è chiamata a concentrarsi sui giovani, che non solo devono essere destinatari di un’educazione qualificata, ma anche partecipare a tale educazione, offrendo le loro idee e condividendo la loro visione e le speranze per il futuro. Possa la vostra Università essere conosciuta per questo modello di confronto e per l’arricchimento e la vitalità che esso produce.

Camminare con i poveri

In un tempo e in una società, profondamente lacerati dagli effetti della cultura dello scarto, Francesco esorta inoltre a “camminare con i poveri e gli emarginati del nostro mondo”. L’Università, sottolinea il Papa, dovrà essere “sempre aperta a creare un arcipelago in grado di mettere in relazione ciò che socialmente e culturalmente può essere concepito come separato”:

Gli emarginati saranno coinvolti e inseriti in modo creativo nel curriculum universitario, cercando di creare le condizioni perché ciò si traduca nella promozione di uno stile educativo capace di ridurre le fratture e le distanze. Lo studio universitario di qualità, piuttosto che essere considerato un privilegio di pochi, va accompagnato dalla consapevolezza di essere servitori della giustizia e del bene comune; servizio da attuare nell’area che ognuno è chiamato a sviluppare. Una causa che ci riguarda tutti; il consiglio di Pietro a Paolo è valido ancor oggi: non dimentichiamoci dei poveri.

Il Santo Padre esorta inoltre i giovani, i professori e tutto il personale dell’Università a “cercare, trovare e diffondere la Sapienza divina” e ad “offrire gioia e speranza alla società di oggi”. Le parole del discorso del Papa sono anche piene di gratitudine a “tutto il popolo giapponese” per l’accoglienza ricevuta durante la visita in Giappone. Poco dopo, con il trasferimento all’aeroporto e la partenza da Tokyo, si conclude il 32.mo viaggio apostolico di Francesco.

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