MARCO e il DIGIUNO – Angelo Nocent

1-Aggiornato di recente1664

1-Vangelo di Marco 6

DIGIUNARE MENTRE C’E’ LO SPOSO ?

SilvanoXSito copiaSilvano Fausti SJ

Il cristiano non digiuna come Giovanni, che aspetta il Messia, o come i farisei, attaccati alla legge. Vive nella pienezza di gioia, perché il Messia, lo Sposo, è già presente e in comunione con lui. Il suo digiuno sarà seguirlo fino alla croce, per vivere con il “vestito nuovo e il vino nuovo” dell’amore.

  1. Perché Gesù, come già anche HYWH, si chiama “Sposo”? Che relazione c’è tra sposo e sposa?

  2. Perché dobbiamo vivere la novità dell’amore, senza mettere
    pezze nuove su vestiti vecchi o vino nuovo in otri vecchi?


Abbiamo visto la volta scorsa che Gesù mangia con i peccatori e vive con loro. Mangiare e vivere. Ora si spiega che questo banchetto non è un banchetto qualunque, è un banchetto di nozze. E adesso, attraverso delle immagini molto semplici Gesù esprime quella vita nuova che vive il peccatore.

Le metafore che usa sono le più semplici: le nozze, cioè l’amore, il matrimonio, il cibo, il mangiare, il vestito e il vino. Cose molto semplici e molto elementari che esprimono questa pienezza di vita che si vive.

E c’erano i discepoli di Giovanni e i farisei che digiunavano; e vengono e gli dicono: Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?

Giovanni aspettava il Messia, colui che avrebbe salvato il mondo. Allora per lui il banchetto è al futuro, quindi digiuna, perché verrà il Messia.

Come molte persone religiose dicono: poi verrà la vita eterna, non si sa bene cosa c’è, ma c’è la vita eterna, cioè importante è il futuro.


I farisei invece dicono: l’importante è il passato, la legge, la norma, quel che è stato, bisogna esser fedeli alla tradizione; e quindi per loro il presente è insignificante, digiunano.

Sono due forme di religiosità tipica tutta rivolta al futuro o tutta rivolta al passato, mentre invece i discepoli di Gesù mangiano, cioè vivono ora, al presente. Perché?

E questa è la novità del Cristianesimo. Dio non è uno che c’era o ci sarà. Dio è presente. Il tempo migliore che esiste non è quello che c’è stato o che ci sarà. È questo. Perché questo è l’unico tempo che c’è. E Dio è presente ora
Le prime parole di Gesù se ricordate nel Vangelo di Marco sono: Il tempo è finito. Cioè è in questo tempo che tu vivi tutto. La vita non è quella che vivrai dopo. Dopo vivrai se vivi adesso. La vita è vivere sempre adesso.

Qui c’è sotto qualcosa di molto grosso, perché noi siamo abituati a vivere in un modo che ci porta a essere sempre proiettati sul dopo, l’ansia del dopo.

Oppure sul passato. Il ricordo: com’era una volta, come sarà dopo. E intanto ci sfugge la realtà come è adesso. E la vita è solo adesso. Perché il dopo non c’è ancora, il prima non c’è più, se non vivi adesso non c’è niente. Cioè vivi nell’illusione del futuro o nella delusione del passato. Cioè digiuni. Cioè non vivi. Sacrifichi la vita ai ricordi o ai sogni.


Forse i giovani pensano più al futuro sono più impressionati da questo futuro; invece le persone più anziane di fronte alla complessità del nostro mondo dicono che i tempi migliori sono quelli passati dove le cose erano più semplici e chiare; per tutt’e due le categorie di persone di cui si parlava, il presente non è vissuto; quindi non si vive, non si è noi stessi, ci vuole qualcosa; non si può vivere digiunando, fuori del tempo.


Se voi analizzate le vostre preoccupazioni, paure e angosce, sono sempre su qualcosa o che c’era e non c’è più, o che ci sarà e chissà cosa sarà.
Sul presente in genere non c’è nè paura nè angoscia. Il presente devi viverlo. Ma normalmente non lo viviamo. Cioè digiuniamo.

Si potrebbe spiegare cos’è il digiuno, perché il digiuno fa parte un po’ di tutte le culture ed è un’espressione: se il mangiare è vivere, digiunare vuol dire morire. Ora l’uomo sa di non avere la vita. Quindi col digiuno simboleggia la morte, cioè accetta che la vita non è infinita. Quindi il digiuno ha anche un grosso significato se fatto, simbolico, cioè accetti di esser mortale, vuol dire questo. La vita la ricevi come dono. Quindi il digiuno sottolinea che il cibo che ricevi è un dono, non te ne appropri, lo ricevi come dono di Dio. E come ricevi come dono la vita, sai anche che la vita cessa, sei creatura. Quindi ha un significato profondo. Così anche il digiuno ha un significato nella nostra società che è una società a imbuto, che consuma tutto mangia tutto. Il digiuno è segno anche di una certa
libertà dalla società. Allora il vero digiuno è qualcos’altro: è una
sobrietà di vita.

Qui si contrappone il digiuno al mangiare, perché?
Noi viviamo oggi al tempo presente quella venuta del Signore:
una pienezza di vita che ormai ha superato il digiuno, cioè: noi col digiuno riconosciamo di essere limitati e mortali. Ora con la presenza del Signore, il nostro limite, la nostra morte è pienezza di vita. Allora già ora banchettiamo sempre. Cioè noi viviamo questa vita come un banchetto eterno.


Non è che dobbiamo affannarci a prendere l’attimo fuggente perché poi c’è più niente. No, quest’attimo fuggente che vivo è la presenza di Dio, che posso vivere quindi come valore assoluto e come amore, che è definitivo. Questo è il momento presente. Quindi non viene distrutto. È come aver messo via un tesoro. Ogni istante è un tesoro. Che è la tua divinità, cioè la tua capacità di amare Dio e il prossimo. La puoi vivere ora. E questo non è mai perso. E lo puoi vivere solo ora, non lo vivrai domani, domani vivrai
domani. Lo vivi ora. Quindi questa coscienza del valore del tempo
presente.


Il versetto 19 è la risposta di Gesù alla domanda: E disse loro Gesù: Possono forse i figli delle nozze digiunare, mentre lo sposo è con loro? Per quel tempo in cui hanno lo sposo con loro, non possono digiunare!

Ora Gesù dice il motivo per il quale non si digiuna: perché sono giunte le nozze, le nozze tra l’uomo e Dio. Gesù si presenta come lo sposo e questa è la più bella immagine di Dio, lo sposo.


Cosa vuol dire lo sposo?

Questa relazione, questo amore, questa intimità, questo dialogo, questo esser l’un per l’altro, questa gioia, questa pienezza di vita è ciò che è Dio per l’uomo. Il rapporto uomo donna perfettamente riuscito è un riflesso della realtà di Dio che si dona all’uomo. Ed è questa la dignità dell’uomo. L’uomo è la sposa di Dio, è l’altra parte di Dio. Per questo allora non solo mangiamo, ma il nostro banchetto è un banchetto nuziale, cioè viviamo in pienezza. Perché ogni istante della nostra vita è davvero un luogo di unione e di comunione col Signore e coi fratelli. È piena. Forse uno non pensa, ma la cosa più strepitosa è che Dio ha comandato all’uomo di amarlo. Perché? Perché Dio è amore infinito per l’uomo, Dio è passione per l’uomo. E l’uomo diventa Dio amando Dio.

Come Dio è diventato uomo perché ama l’uomo. Noi siamo abituati a pensare Dio come giudice, come creatore, come signore, come sovrano… tutto quel che volete. Dio è anzitutto lo sposo. Dio come padre e madre… è vero anche questo; c’è una differenza: nei confronti del padre e della madre, c’è una dipendenza; nei confronti dello sposo invece, c’è parità, c’è una risposta libera d’amore ed è uguale. Quindi l’ultimo livello di amore con Dio è questo amore paritario. Siamo chiamati a diventare come lui, l’altra sua parte. Ed è la cosa più sconvolgente che possa toccare all’uomo. E noi lo comprendiamo da una cosa che l’uomo è così: dal fatto che l’uomo è infelice e angosciato. Perché nessuna cosa lo appaga. Perché è fatto per l’infinito. Se no, avrebbe dovuto esser contento.


Quindi questa sospensione del tempo, questa eliminazione del presente che si diceva prima, commentando il versetto precedente, è come una sospensione dalla vita che è un non saper bene chi si è. Quindi quando Gesù dice: il tempo è compiuto e queste nozze avvengono, qui c’è un ricupero della verità e dell’autenticità di ogni persona ed è per questo che si fa festa ed è una festa che può continuare.


È utile che vi leggiate magari, in queste feste, il Cantico dei
Cantici, che è uno splendido poema di amore, ed è preso questo
poema di amore tra un uomo e una donna come segno dell’amore
tra l’uomo e Dio che è incredibile.


E una cosa che forse non siamo abituati a considerare:
pensiamo sempre la religione come obblighi, impegni, chissà che
cosa…la religione cristiana è essenzialmente la gioia della
comunione con Dio, cioè il vivere in questo amore. Lui è con noi, lo
sposo è con noi, allora mangiamo, facciamo festa. Tant’è vero che
nel Cristianesimo il giorno festivo non è come, nell’ebraico, e anche
nelle altre religioni, l’ultimo giorno della settimana: la Domenica è il
primo giorno della settimana. Il Lunedì sarebbe la festa seconda, in
latino si dice “feria secunda”, feria vuol dire festa, festa terza, festa
quarta, cioè ogni giorno è festa. Fino alla festa definitiva.
Quindi siamo vicini al Natale che celebra proprio questo
incontro tra Dio e l’umanità.

Evidentemente milioni e milioni di rsone che faranno festa forse non si renderanno conto.

Poi cosa si fa?

Si mangia, si fanno cenoni ecc. che, considerati alla luce di
questa Parola, di questa realtà profonda dell’incontro tra Dio e
l’uomo, certamente trovano la loro spiegazione. Quindi non c’è
bisogno di recriminare sul consumismo o su una gioia finta. Non è
una gioia finta una gioia che viene da questo. Sarà poi discreta, non
sarà una festa di consumo, ma la ragione profonda è questa: si può
far festa, perché si sono compiute queste nozze.

Ora mi chiedo quanti di noi sanno che quel che cerchi c’è ora.
Ed è ora che puoi vivere nella gioia. Noi invece pensiamo sempre a
come sarà dopo. Dopo, quel che semini raccogli. Quindi sarà più
grande di quello che c’è adesso.
Ma già adesso c’è questo incontro.
E anche prendere coscienza, uno stenta a crederci, che Dio mi
ama infinitamente, molto di più di quanto mi ami la persona che
mi vuol più bene al mondo, un amore tale che dà la vita per me,
che è tutto per me: è questo il senso profondo della rivelazione:
l’uomo è un unico, è l’altra parte di Dio. È questa la dignità. Il
comandamento che è il riassunto di tutti i comandamenti è amare il
Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, che vuol dire: perché
amare? Perché mi ama. Me lo comanda, fa anche tenerezza un Dio
che ti comanda:
per favore, amami!


È l’unico comandamento che fa. E tutta la Bibbia non è altro
che questo! alla fine tutta la Bibbia si sintetizza nella rivelazione del
suo amore. È incredibile la passione di Dio per l’uomo. Diceva Santa
Caterina che Dio è innamorato della sua creatura, che è il senso poi
di tutta la vita.


Ma verranno giorni quando sarà loro tolto lo sposo, e allora digiuneranno in quel giorno.

È probabilmente un’allusione al digiuno del Venerdì santo, lo sposo è tolto, è stato messo in Croce, poi è asceso al cielo, e allora c’è il ricordo che si digiuna il Venerdì santo. Però vuol dire anche qualcos’altro. Perché lo sposo è già con noi, però non è ancora del tutto con noi. Ci sono dei momenti in cui non lo trovi, non lo vedi, non lo senti. Sono quelli i momenti di digiuno. Sono allora i momenti di ricerca. Come nel Cantico dei Cantici c’è la sposa che lo cerca, la nostra vita è un gioire della presenza e un cercare questa presenza a un livello più profondo quando si sottrae. E Dio fa con l’uomo dei giochi strani di amore, come si usa spesso, che poi non sono neanche così belli. Che uno si nasconda per farsi cercare, lo fa anche Dio, ma per farci crescere nell’amore e nella ricerca. Questi sono i momenti di digiuno che uno sopporta. Se Dio un po’ si eclissa, vuol dire che va bene così. Che probabilmente desidera che lo cerchi un po’ più in profondità. Così mi educa ad andare più in profondità dell’amore. Quindi si accettano anche questi momenti di digiuno, ma momentaneo, che fanno parte del gioco della vita.

Nessuno cuce una toppa da uno scampolo greggio su un vestito vecchio, se no il rattoppo strappa da questo, il nuovo dal vecchio, e si fa uno sbrego peggiore.

Il tema delle nozze dello sposo, richiama il tema del vestito nuovo, della veste nuova nella sua visibilità, nella sua vita concreta, nelle sue relazioni con gli altri. Ora non solo si mangia, non solo il banchetto è banchetto nuziale perché lo sposo è con noi. Ora tutto è nuovo. Il vestito è proprio il segno della vita, i cieli sono il manto di Dio, tutto il mondo è nuovo perché è pervaso dall’amore. E allora dobbiamo avere il coraggio di vivere una vita nuova. Mentre noi cerchiamo sempre di combinare un po’ di vecchio e un po’ di nuovo.

Il vecchio è ancora il nostro egoismo, i nostri opportunismi. Cerchiamo di mettere su delle pezze, si strappano. Quindi aver coscienza che c’è una novità bella, saper anche decidere per questa novità. Perché se tu appunto cuci un pezzo di stoffa grezzo su un panno vecchio, si strappa quello vecchio.

È proprio un modo nuovo di vivere che non è una vita che va in un altro luogo, in un altro tempo, sono le stesse cose di tutti i giorni, ma viste e interpretate in un altro modo. Il mangiare e il digiunare diventano un’altra cosa perché siamo noi che abbiamo scoperto di essere altri.

E nessuno getta vino nuovo in otri vecchi, se no il vino romperà gli otri, e si perde il vino e gli otri. Ma vino nuovo in otri nuovi.

Se il vestito richiama il corpo, la concretezza della vita, il vino richiama lo spirito, l’ebbrezza. C’è una vita nuova, perché c’è uno spirito nuovo, questo spirito di amore. E allora questo spirito nuovo va messo in otri nuovi e spiega. Non puoi vivere lo spirito di amore nelle strutture precedenti del tuo egoismo, devi decidere di metterle in otri nuovi. Questo spirito nuovo che hai un po’ alla volta ha bisogno di avere un recipiente, ha bisogno che la vita si trasformi, per contenerlo, e così diventa nuova anche la tua vita.
Quindi bisogna anche saper decidere…

Se non decidi cosa capita?
Rompi gli otri. Che va anche sempre bene. Perché in fondo, il vino qui va perso, si dice; però se si rompono i nostri vecchi otri, Dio di vino ce ne dà sempre, alla fine impariamo a dire: questo vino nuovo questo amore, devo viverlo anche in una novità di vita che lo sa contenere, lo sa godere, in una pienezza di vita nuova.

Come vedete allora, in questo brano molto semplice ci si dice il significato del Natale. Il Natale è Dio che ha sposato l’uomo, è entrato nella nostra carne, è presente in ogni carne, per cui noi mangiamo, cioè viviamo la pienezza della presenza di Dio. E questa presenza è amore, è nozze, è amore per me. E questo amore diventa una vita nuova, il vestito nuovo. E questo amore è uno spirito nuovo che non ci sta nelle vecchie strutture. Quindi esige anche strutture nuove che vengono create un po’ alla volta dallo Spirito.

Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il tuo nome santo. Benedici il Signore anima mia, non dimenticare tanti tuoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia. ( Dal Salmo 102 )

Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe, Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono ( Dal Salmo 102 )

Ascolta la mia preghiera e sii propizio alla tua eredità; cambia il nostro lutto in gioia, perché vivi possiamo cantare inni al tuo nome, Signore, e non lasciare scomparire la bocca di quelli che ti lodano. (Ester 4, 17 )

Benedici la gioia per i giorni dell’afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura . (Salmo 90 15)

• “Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare senza posa” ( Sal, 30, 12 13 )

Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscano davanti a te come si gioisce quando si miete, quando si spartisce la preda. ( Is 9, 2)

Quando mi svegli al mattino, sei vicino a me, Signore. Quando alla sera mi addormento, sei vicino a me , Signore. Quando gioco, studio, soffro, sei vicino a me, Signore. Sei con tutti quelli che fanno la tua volontà e stai vicino anche a chi vuol vivere con te. Anche se non ti

vedo, ti parlo come ad un amico, perché io credo che mi stai vicino. (Dal Catechismo dei fanciulli )

Ti riconosco, Signore nel volto dell’amico che mi tende la mano e del fratello che volge altrove lo sguardo. Ti riconosco, Signore, nel compagno di viaggio e in colui che corre nell’altra direzione, nel fedele a cui stringo la mano durante l’Eucaristia e in colui che offende il tuo nome e gode nel vedermi soffrire. ( Francesco Zenna)

Ti riconosco, Signore, nel povero che bussa alla mia porta, nell’insoddisfatto che fa trillare il mio telefono, nell’ubriaco che mi insulta per la strada, nell’insofferente che mi passa davanti allo sportello della biglietteria. Ti riconosco in ogni uomo anche se sfigurato dal vizio, deturpato dall’ingiustizia, stravolto dall’odio… (Francesco Zenna )

Dio d’amore e fonte di gioia, vogliamo offrirti un inno di grazie, nulla chiediamo se non di cantare, lodarti in nome di ogni creatura. Sei tu la via e la vita e la luce, tutte le cose continui a creare, e formi l’uomo a tua somiglianza. L’uomo che è il volto del tuo mistero.

Tu sei, o Dio, la forza potente, anche le pietre ti vengono dietro: sei il più dolce e terribile amante, gioia tremenda tu sei del creato: voce che chiama, silenzio che incombe, o fondo abisso di assenza e presenza, tu seduttore che fai delirare. Luce gioconda e luce sublime, globo di fuoco da un globo di fuoco, fuoco emani e scendi tra i tuoi discepoli. Fonte di gioia e luce soave, vieni e ispira le nostre parole, tutte le menti rinnova e illumina ( Da un inno di Padre David, Maria Turoldo )

O Padre che in Cristo, sposo e Signore, chiami l’umanità intera all’alleanza nuova ed eterna, fa che nella tua chiesa tutti gli uomini possano conoscere e gustare la novità gioiosa del vangelo. (Colletta 8 per annum B )

Ti benediciamo, Padre, per il calice del vino nuovo che sigilla la tua alleanza con noi nel sangue di Cristo. Egli si consegnò nelle mani dei carnefici, perché dal suo sangue sparso nascesse il popolo nuovo, come dall’uva spremuta nasce il vino della festa. Che questo vino nuovo del tuo Spirito, fermento del regno, faccia scoppiare i nostri occhi invecchiati, perché possiamo assimilare la novità del vangelo. Fa, Signore, che ci muoviamo con la libertà fedele, che ci viene data dal tuo amore e dalla tua amicizia. ( Basilio Caballero )

Rapiti dal fulgore della tua celeste bellezza e sospinti dalla angosce del secolo,  ci gettiamo tra le tue braccia, o Immacolata Madre di Gesù e Madre nostra Maria….. O fonte limpida di fede, irrora con le eterne verità le nostre menti. O giglio fragrante di ogni santità, avvinci i nostri cuori col tuo celestiale profumo. O trionfatrice del male e della morte, ispiraci profondo orrore per il peccato, che rende l’anima detestabile a Dio e schiava dell’inferno. ( Pio XII )

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LA CAMPANA HA SUONATO: BEA – STEFANIA – ALESSANDRO – Angelo Nocent

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Ho letto su INFERMIERE PER PASSIONE una storia commovente riportata da un grande giornalista che, a sua volta, l’aveva letta su un giornale. Solo che dopo averla letta, non è stato più quello di prima. E con quattro pennellate ha dipinto il suo ritratto: “Appena ho finito di leggere mi sono sentito, nell’ordine:

  • uno scemo,
  • un ingrato, 
  • ma soprattutto un privilegiato smanioso di sdebitarsi.

Quando sono andato allo specchio mi sono spaventato perché, neanche fossimo gemelli, mi sono accorto di assomigliargli come una fotocopia.

Massimo GramelliniIeri mi sono svegliato più lamentoso del solito. Poi ho aperto il giornale e ho letto di Bea.

  1. Ho letto che aveva una malattia unica al mondo che calcifica le articolazioni, talmente unica che non le hanno ancora trovato un nome.
  2. Ho letto che qualsiasi gesto quotidiano, dal vestirsi al soffiarsi il naso, le costava sforzi sovrumani: era un’anima dentro un corpo che non le apparteneva.
  3. Ho letto che non voleva mai addormentarsi perché aveva paura di non svegliarsi più; e che da sveglia sognava di diventare un’anestesista o una pattinatrice.
  4. Ho letto che aveva male dappertutto, ma non si lamentava; e che, quando incontrava un bambino con problemi infinitamente inferiori ai suoi, gli diceva: “Non preoccuparti, ti aiuto io.
  5. Ho letto che amava ballare, ma per riuscirci dovevano infilarla dentro il marsupio di qualcuno che ballasse con lei; e che scherzava con le sue amichette: “Alziamoci, ho bisogno di sgranchirmi le gambe”.
  6. Ho letto che la madre Stefania, che era le sue gambe, è morta di tumore sei mesi fa; e che anche Bea, nel giorno degli innamorati, è finalmente uscita dalla prigione di ossa.
  7. Ho letto che stamattina, ai suoi funerali, ci saranno palloncini colorati e bambini mascherati da supereroi come piaceva a lei, che lo era più di tutti, senza neanche saperlo.
  8. Appena ho finito di leggere mi sono sentito, nell’ordine: uno scemo, un ingrato, ma soprattutto un privilegiato smanioso di sdebitarsi.

di Massimo Gramellini

Massimo Gramellini non lo dice, ma io so che ad accoglierla c’era Lui in persona e la sua mamma con i capelli viola. E’ successo nel giorno di San Valentino che per noi è festa degli innamorati e il suo Cavagliere si è precipitato per farle La SORPRESA PIU’ BELLA di tutta la sua vita. E sarà per sempre.

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Il ricordo del papà di Bea: «Otto anni meravigliosi. Abbiamo riso anche della malattia»

Alessandro Naso racconta l’incredulità dopo la prima diagnosi e la vita tutti i giorni fino all’ultima crisi

di Paolo Coccorese, Marco Imarisio – Corriere della Sera

«Cosa volete che vi dica. Mi viene in mente solo che sono stati otto anni meravigliosi e brevi».

Un appartamento al decimo piano di un palazzo popolare nella periferia nord. La vista dal balcone è sulle insegne luminose del supermercato Il Gigante. Alessandro Naso toglie dalla spalliera di una sedia il piumino argento di Bea. Per fare strada agli ospiti sposta la sua carrozzina. In mezzo al tavolo c’è ancora la sua colazione di lunedì, l’ultimo giorno a casa. Il budino alla vaniglia, lo voleva solo di una certa marca. La lattina di Pepsi che consumava un sorso al giorno. «Aveva pochi giorni quando ci accorgemmo che c’era qualcosa che non andava. Le mani. Erano chiuse a pugno. Non riusciva ad aprirle».

La prima diagnosi?

«Quando aveva due mesi. Era il 24 agosto 2009, eravamo appena tornati da Rimini. Il pediatra di turno era convinto che non fosse un problema neurologico. Noi pensammo che fosse un medico da due soldi, con rispetto parlando».

Invece ci aveva visto giusto?

«Proprio così. Pochi giorni dopo, mentre mia moglie la vestiva per portarla al nido, cominciò a urlare dal dolore. Si era rotta un braccio».

A chi vi rivolgeste?

«La portammo all’ospedale Martini, in ortopedia. Le fecero radiografia e Tac. Ricordo un tecnico che esce dal laboratorio e mostra le lastre al primario. “Cosa c… è questo?” gli sussurrò a bassa voce. Non aveva mai visto niente di simile».

Cosa vi dissero?

«C’erano delle strane calcificazioni sulle articolazioni di Bea, e stavano avvolgendo anche i muscoli del corpo. I dottori non sapevano cos’era».

Quando capiste che Bea aveva una malattia unica?
«Nel 2011 andammo a Parma, dove c’era un convegno dei migliori genetisti mondiali. Un professorone di Filadelfia spiegò che la casistica era di una ogni sei miliardi, ovvero il numero degli abitanti della terra».

E voi?

«Mia moglie aveva una cartoleria a Collegno e decise di chiuderla. La bimba aveva appena avuto la sua prima crisi. Il torace calcificato non la faceva più respirare. Comprammo le bombole di ossigeno. Le ultime sono lì dietro, nel ripostiglio».

Come reagiscono due genitori a una notizia così tremenda?

«Certo, ci chiedemmo cosa aveamo fatto di male nella vita. Ma l’autocompatimento durò poco. Avevamo un lavoro da fare. Volevamo che Bea vivesse bene il tempo che le restava».

Ci siete riusciti?

«Ci siamo divertiti tanto. L’abbiamo portata quattro volte a Eurodisney, altre due sul bruco a vela di Gardaland. Usciva ogni giorno. La crisi che me l’ha portata via l’ha avuta lunedì a casa dei miei genitori. Mentre stava giocando con la sua cuginetta».

Con la scuola come avete fatto?

«Dormiva con noi. La vestivamo sul divano davanti alla porta. La portavamo fino in classe sulla sua carrozzina speciale. All’ultimo colloquio le maestre mi hanno detto che era una delle migliori. A casa le dissi che di sicuro non aveva preso da me…»

Scherzavate?

«Aveva un gran senso dell’umorismo. “Papà, se non mi trovi più significa che sono andata a sgranchirmi le gambe”. Capisce? Una bambina che muoveva solo gli occhi».

Vi avevano anche detto che sarebbe venuto quel giorno?

«Fu nel 2013. Il compito toccò al primario del Gaslini di Bologna, l’ultimo ospedale al quale ci siamo rivolti. “Dovete prendere in considerazione la possibilità che Bea non raggiunga l’età adulta”».

Gli altri com’erano con lei?

«Ho imparato che la gente è meno peggio di quel che si crede. Certo, ogni tanto incrociava sguardi di pena».

Se ne accorgeva?

«Le dava fastidio. Bea era sveglia. Un giorno al supermercato ha apostrofato un uomo. “Cos’hai da guardare?” gli disse. I bambini sono meno morbosi. Accettano le cose per come sono».

La pagina Facebook «Il mondo di Bea» vi ha aiutato?

«Credo sia stato un modo mio e di mia moglie per farci forza. Per sentirci meno soli, forse. A Bea piaceva. Le facevamo i video. Era vanitosa, come tutte le bambine. Profumo, smalto alle unghie, tinta ai capelli. Ci teneva».

Arrivavano anche messaggi di critica?

«Sui social la gente pensa sempre che tu sia a disposizione, pretende risposte e riconoscimenti immediati e se non li ottiene si arrabbia. Noi facevamo il possibile, ma avevamo vite complicate».

La notorietà generava anche invidie?

«Qualche messaggio sul look di mia moglie quando andava in televisione se lo sarebbero potuti risparmiare. Dicevano che era vistosa, che si truccava troppo. La realtà era un’altra».

Quando capì che avrebbe perso anche lei?

«Natale 2016. Emicranie e dolori alla cervicale. Siccome aveva superato un tumore al seno, facemmo un controllo. Metastasi ovunque. Se n’è andata a settembre».

A Bea cosa ha detto?

«La verità. Aveva realizzato fin da subito che mamma era molto grave».

Come sono stati gli ultimi giorni di sua figlia?

«Faceva sempre più fatica a respirare. E mangiava poco, il segno che stava per arrivare una crisi. Lunedì mattina l’ho presa in braccio, non riusciva a stare sulle gambe. Ci abbiamo scherzato sopra. Quando è stata male a casa dei nonni, sono arrivato dal lavoro che stava perdendo conoscenza».

Lei cosa farà?

«Adesso voglio solo ricordare. Ho 36 anni, faccio l’operaio all’Alenia di Caselle, ho avuto una famiglia bellissima. Così va la vita, così è andata la mia».

Massimo Gramellini non lo dice, ma io so che ad accoglierla c’era Lui in persona e la sua mamma con i capelli viola. E’ successo nel giorno di San Valentino che per noi è festa degli innamorati e il suo Cavagliere si è precipitato per farle La SORPRESA PIU’ BELLA di tutta la sua vita. E sarà per sempre.

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Una preghiera con le parole suggerite da Madre Teresadi Calcutta:

  • Signore, ti prego, dagli la luce…
  • Dagli il tuo amore affinché possa almeno  intravedere le ricchezze che tu hai preparato per noi.
  • Infondigli lo Spirito Santo affinché possa vedere che hai bisogno di lui e lo ami…
  • Dagli speranza per il futuro. Lascalo vivere, Signore.

L’ARCIVESCOVO DI TORINO CESARE NOSIGLIA

 Al Santo Volto è giunta anche una lettera inviata dall’Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia:

  • «Ricordo lei e i suoi nella preghiera, con la certezza che il Signore l’ha ripresa con sé, per tenerla vicino alla sua mamma Stefania».
  • «La scomparsa di questa bambina, la sua malattia rara ricordano a tutti noi che la vita è un mistero profondo; e che di fronte alla sofferenza e alla morte di persone innocenti non abbiamo risposte umane credibili, ma ci può sorreggere solo la fede nel Signore e nella sua parola di vita».
  • «La breve esistenza di Bea, la sua storia travagliata hanno suscitato, a Torino e in tutto il mondo, solidarietà e attenzione; hanno provocato tanta gente a pregare, e a compiere gesti concreti di carità. Questi sono segni di quella “tenerezza di Dio” che ci accompagna sempre, nella sofferenza come nella gioia e nel ritrovarci fratelli». 

http://www.lastampa.it/2018/02/17/cronaca/rose-bianche-pupazzi-e-supereroi-al-funerale-della-piccola-bea-hyQ2vAQMTSmcMpywAaYBIP/pagina.html

 

 

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NON SOLO CENERI – Angelo Nocent

«1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

«16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto,18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

https://youtu.be/iKbkkYlSaqQ

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VERSO IL TRAGUARDO ma da RICOMINCIANTI – Angelo Nocent

Risultati della ricerca per gente

VERSO IL TRAGUARDO da RICOMINCIANTI

Trovo in un libro un pezzo di carta. Non è un segnalibro ma un pensiero improvviso scritto da me e che recita così:

67mo compleanno. Da domani sarò in pensione per raggiunti limiti di età. Mi rendo conto che è giunto il momento di uscire allo scoperto. Sono chiamato a rispondere senza indugio a questa domanda: “E tu chi dici che io sia?” (Mc 8, 27-30).

Epperò, dopo anni di studio, ricerca, formazione, dopo aver ascoltato consigli e pareri da parte di tanti, pur avendo quasi il doppio dei suoi anni, mi sento di dire con Dante: “nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura” (“Inferno” canto I).

E’ un’esperienza che va avanti da sempre quella di sentirmi solo davanti al mondo, solo di fronte a Dio. Del resto, è la condizione dell’essere umano e come me, chissà quanti!

La vita spirituale? Non sembra che sia una monorotaia ma uno dei due binari su cui scorre il treno della vita che sfreccia in un contesto di turbolenze e di caos esistenziale. Dico questo perché le cose da affrontare non sono di poco conto:

  • l’isolamento

  • l’irrequietezza interiore

  • i sentimenti verso il prossimo,

  • il sospetto, insediato nel profondo, sull’esistenza di Dio: quel non credente che c’è in me,

  • la preghiera come senso

Di parole ne ho usate tante, verbali e scritte. Non so bene a cosa siano servite. Forse a guadagnarmi il severo ammonimento di Giovanni Climaco, solitario del Mote Sinai: “Se alcuni sono ancora dominati dalle cattive abitudini precedenti, eppure possono insegnare puramente a parole, lasciate che insegnino…Perché forse, svergognati dai propri detti, cominceranno infine a mettere in pratica ciò che insegnano”.

Oggi, 20 Gennaio 2018, torno con la mente all’ Eremo di San Sebastiano, luogo e anniversario della conversione (cambiamento di rotta) di San Giovanni Dio. Sarebbe bello poter lasciare questa terra in ginocchio, come lui, aggrappati al crocifisso, dopo aver ricevuto il Santo Viatico. Ma sarà come sarà…

Pochi ci fanno caso, ma in questi giorni, vado scrivendo proprio di lui quarantacinquenne, ripercorrendo il suo peregrinare alla ricerca di… E mi viene spontaneo chiedermi: che sarà mai di me, di noi! Di noi, poveri vecchi combattenti, dilettanti allo sbaraglio, figli di questa vecchia Chiesa che amiamo più di una madre, che abbiamo visto improvvisamente ringiovanire sotto i nostri occhi quasi per miracolo, in quei formidabili anni del Concilio Vaticano II, quando ci ha fatto sognare, desiderare, rischiare, sperare…e perfino inciampare, per poi risollevarci con le sue stesse mani.

E’ passata molta acqua sotto il ponte. Dopo tanta strada in salita, sbandate, cadute, risurrezioni, io sono ormai al capolinea. Tanti compagni di cordata sono già saliti in “vetta”, nel cielo di Dio. A chi non piacerebbe chiudere i suoi giorni e poter affermare con l’apostolo Paolo: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2Tim 4, 6-8).

Trovarsi prossimamente alla Divina Presenza con un fagotto di stracci in mano, la camicia battesimale ridotta a un cencio, mette a disagio, fa tremare i polsi. Il Turoldo conosciuto in gioventù, ha lasciato scritto che “tempi malvagi ci sono toccati in sorte, stagioni che non accennano a mutare. Non già questo vivere, ma neppure il morire è ancora umano: la stessa Morte non è più sincera

Forse hai ragione, caro Padre Turoldo, ma io ho l’impressione che ci sìano toccati in sorte i tempi più belli della storia, che è sacra per il Verbo Incarnato che vi ha preso parte e l’ha rimessa sul binario giusto. Il treno in salita fatica, sbuffa, perché è carico di zavorra. Ma ce la farà, ce la farà…Il conduttore della locomotiva è lo Spirito di Gesù che ha promesso di non lasciarci orfani.

Al vegliardo camaldolese Benedetto Calati, uomo di Dio carico di tensione spirituale escatologica, per anni punto di riferimento non solo di monaci ma anche di laici, per i suoi settant’anni, tu gli hai dedicato versi sublimi, quasi apocalittici, fatti di malinconica luce crepuscolare che non viene dai ceri dell’altare ma da una speranza sofferta che ti porti dentro, nonostante tutto. E’ anche la nostra, assomiglia alla mia. Per questo voglio condividerla con i vecchi amici dal volto pallido e dai capelli argentati come i miei, quei pochi rimasti:

Perché la terra torni a sperare

Benedetto, monaco dal volto d’argento,
fratello mio, tempi malvagi
ci sono toccati in sorte: stagioni
che non accennano a mutare.

Non già solo questo
vivere, ma neppure il morire
è ancora umano: la stessa
Morte non è più sincera.

Da lungo sono spenti i candelabri,
il baluginìo delle lampade all’altare
ancora più agita le ombre per tutto
il tempio: è notte, fratello! Una
grande notte incombe sulla Chiesa.

Il Concilio, uno scialo di speranze.
Sempre più rara, dovunque, la Parola;
mentre di inutili parole, a ondate,
rimbomba il mondo.

Non un profeta che alzi il vessillo
della salvezza; gli uomini della pace
sono subito tutti uccisi:
tutta la terra è un arsenale di morte.

Nel denso smarrimento, che almeno
sopravviva la nostra amicizia:
questo evento salvatore di essere
amici in tanto deserto. E tu,

almeno tu, l’Anziano dei secoli,
quale tuo pastorale più vero,
brandisci il cero della pasqua
e innalzalo sul tuo monastero
a rompere la notte:

che anche da lontano guidi
i molti amici che risalgono
le antiche vie dei monaci
nel cuore della foresta
che pur tramanda ancora la eco
di salmodie mai interrotte.

E lassù, insieme, da cella a cella
componiamo nuovi cantici:
perché la terra torni a sperare.

Ma la nostra – diceva il monaco – è vita liturgica, è celebrazione pasquale in atto”.  E’ bellissimo!

Aggiornato di recente1600

Epperò tu, Padre Turoldo, non hai avuto la fortuna di vivere il ministero di Papa Francesco, ascoltare le sue parole, cogliere i suoi gesti. In ogni atteggiamento riecheggia la voce del Concilio.

Quale dono di grazia! Ogni giorno ci fa ripassare la lezione di quell’evento pentecostale, lo ri-anima, lo ri-suscita e ci fa ben sperare. Lo spirito conciliare emerge nitido e chiaro nel suo progetto di Chiesa giovane, aperta al mondo. Dio sia benedetto!

Oggi, nella Messa, Paolo ai Corinzi è stato micidiale:

Questo vi dico, fratelli:

  • il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi,

  • quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero;

  • quelli che piangono, come se non piangessero;

  • quelli che gioiscono, come se non gioissero;

  • quelli che comprano, come se non possedessero;

  • quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente:

passa infatti la figura di questo mondo! (1Cor 7,29-31)

Il celebrante, nell’omelia, parla dei “RICOMINCIANTI”, verbo inusuale, un’esperienza francese di cristiani smarriti che decidono di ritornare sui loro passi. Il fatto non è nuovo ma io me ne accorgo solo ora. Mi viene ricordato che per riprendersi non è mai troppo tardi. Anche perché, mentre noi per strada ci s’addormenta, lo Spirito veglia al nostro fianco.
Già! Proprio oggi mi è arrivata una bella improvvisa gomitata nel fianco:
sveglia! E’ successo che mi capita di legge un inciso del nuovo arcivescovo Zuppi di Bologna che descrive la situazione della Chiesa locale e dei suoi preti:

  • «Un terzo dei nostri presbiteri hanno più di settantacinque anni»;

  • «alcuni preti hanno sette parrocchie»;

  • «qualche comunità si sente abbandonata»;

  • «La struttura ecclesiale attuale appare non sufficiente a rispondere alle nuove domande».

A questo punto, mi passano tutti i mali, i ripiegamenti su me stesso. Mi faccio coraggio da solo: “Vai tranquillo! – mi dico – Fin che c’è fiato, rema, fai quel poco che puoi! Evviva i RICOMINCIANTI !”.

Grazie, Signore Gesù, So in chi ho posto la mia fiducia (2 Tim. 1, 12).

Mi par di capire che non è tempo di perdersi in chiacchiere. E che il sonno eterno non esiste: nella tua vigna si lavora di qua e si lavorerà anche di là. Sul tuo esempio.

Marana tha Vieni, Signore Gesù!

in Dio

 

 

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IL VESCOVO CHE INSEGNA A BERE E A GUARDARE- angelo Nocent

Aggiornato di recente1580

Il vescovo Derio Olivero introduce alcune opere del Merisi, in occasione dell’evento: “Caravaggio. La mostra impossibile”, realizzata in collaborazione tra il Comune di Fossano, la Diocesi di Fossano e ProgettoMondo Mlal.

DERIO OLIVERO E I GIOVANI

Per me vescovo la fede è ricerca continua

Dare valore alla bellezza, vivere il rito con creatività e significato, ascoltare le nuove generazioni: sono le vie indicate dal vescovo di Pinerolo, che ha lanciato una Messa per i giovani e dice: «Compito della Chiesa è tornare a suscitare desideri alti»

Continua a rigirare intorno al dito l’anello episcopale, come un giovane sposo che non si sia ancora abituato alla fede nuziale. Jeans, maglione a collo alto e una piccola croce di legno di olivo che pende sul petto, il nuovo vescovo di Pinerolo Derio Olivero non ha confidenza con gli abiti ecclesiastici di alta sartoria né con lo stile azzimato di certi uomini di Curia. Il suo sorriso aperto e i modi informali rivelano ciò che ha scelto di essere: un prete semplice, vissuto sempre a contatto con la comunità cristiana che gli era stata affidata. O, come direbbe papa Francesco, un pastore con l’odore delle pecore addosso.

L’aspetto “normale” e lo stile fraterno non devono trarre in inganno, però: don Derio ha un curriculum di tutto rispetto. Classe 1961, ha frequentato il prestigioso Collegio Lombardo a Roma e ha una licenza in Teologia pastorale alla Lateranense.

Originario di Roata Chiusani, un paesino del Cuneese, è cresciuto nella diocesi di Fossano, dove ha ricoperto quasi ogni incarico ecclesiastico a disposizione: curato, rettore del Seminario, parroco, direttore dell’ufficio catechistico, incaricato diocesano per la pastorale giovanile e infine vicario generale. Finché il Pontefice non ha deciso di nominarlo vescovo di Pinerolo, diocesi piemontese molto particolare per via della presenza della più antica e consistente comunità protestante italiana, insediata sin dal Seicento nelle cosiddette “Valli valdesi”.

«Non lo nascondo, lasciare Fossano è stato doloroso», dice monsignor Olivero. «Ma mi ritengo fortunato per essere stato inviato qui a Pinerolo: ho sempre pensato che la diversità sia una fortuna. Ora dovrò mettere in pratica questa intuizione anche sul piano ecumenico. Per la Chiesa cattolica avere accanto altri credenti che vivono la fede in modo diverso è stimolante, perché obbliga a non addormentarsi sull’ovvio, stimola a cercare sempre».

La fede, secondo il vescovo di Pinerolo, è ricerca continua. Non è un caso che il suo motto episcopale sia Quid queritis («Che cercate?»). «In questo senso, il mio augurio è che, cattolici e valdesi insieme, ci aiutiamo a essere sempre più veramente cristiani».

Se la fede è ricerca, nella vita di Derio Olivero quando è iniziato questo cammino?

«Sono cresciuto in una famiglia cattolica, in un piccolo paese di provincia. Frequentare la parrocchia è stato naturale sin da bambino. Ho fatto tutto l’iter classico e poi, alle superiori, sono entrato in seminario».

PERDERE E RITROVARE DIO
«All’età di 20 anni», racconta il vescovo, «ho vissuto una forte crisi, più ci riflettevo e più mi dicevo: “No, non voglio fare il prete”. I miei superiori in seminario mi consigliarono di prendermi del tempo per riflettere e mi suggerirono di passare qualche giorno tranquillo nel monastero di Lérins, un’abbazia cistercense su una piccola isola di fronte alla città francese di Cannes.

Ci andai di malavoglia, con l’idea di tornarmene a casa dopo un paio di giorni, ma per il maltempo e il mare grosso fui costretto a rimanerci una settimana. E lì rimasi folgorato: su quell’isola minuscola non c’era niente di niente, tranne il monastero. Eppure io vedevo i monaci sereni, felici… per niente!

Quell’essere sereni per niente mi sconvolse: si vede che qualcosa c’è davvero – mi dissi – e quel qualcosa è il buon Dio. A Lérins, in quel momento, ho percepito per la prima volta la presenza “fisica” del buon Dio. E ho imparato a guardare la vita come uno stare alla sua presenza».

Da allora, don Derio è rimasto sempre legato all’abbazia francese: «Nel 1990, tre anni dopo la mia ordinazione sacerdotale, ho iniziato una tradizione che continua ancora oggi: quella di portare per tre giorni a Lérins i ventenni della parrocchia di Fossano in cui all’epoca ero curato.

Il monastero in generale è un luogo fondamentale per alimentare la mia fede, ci devo andare almeno una volta l’anno, che sia Lérins o il monastero cistercense piemontese di Pra’d Mill o la comunità di Bose, cui pure sono legato».

LA MESSA DEI GIOVANI

Passeggiando per i vicoli gelidi di Pinerolo, parliamo con don Derio di un altro tema che gli sta particolarmente a cuore: la distanza delle nuove generazioni dalla Chiesa. Ci racconta di un’altra iniziativa che ha lanciato a Fossano e che dura ormai da 24 anni, la Messa dei giovani: musica pop prima della celebrazione, riflessioni a tema, animazione liturgica anche con la danza. Risultato? 500-600 ragazzi riuniti in chiesa ogni martedì sera.

«Quando si parla di crisi del rito», dice, «bisogna chiedersi non soltanto perché i giovani non vengono a Messa, ma cos’è che non funziona. Il rito è nato per il corpo: si fanno gesti, movimenti, si mangia… Altrimenti, sarebbe sufficiente pensare Dio e basta. La liturgia, insomma, ha una forte dimensione sensoriale e corporea.

Certo, bisogna evitare le carnevalate, ma noi abbiamo finito per ingessarla troppo. Come Chiesa, ci siamo concentrati sull’iniziazione al buon pensare cristiano e al ben comportarsi, cioè sulla dottrina e sull’etica, ma abbiamo dimenticato l’iniziazione al rito, in senso ampio: al silenzio, alla meraviglia, allo stupore, alla gratitudine, alla lode. Motivo per cui il rito non ci dice più nulla. E quelli che facciamo finiscono per essere gesti un po’ penosi: formali, freddi, inespressivi».

In strada, una signora in bicicletta si ferma e interrompe la nostra chiacchierata per ringraziare il vescovo: era tra i fedeli al funerale di un giovane che monsignor Olivero ha celebrato qualche settimana fa ed è rimasta molto colpita dalle sue parole, così spirituali e umane al tempo stesso. «Domenica prossima», dice, «vengo a Messa in duomo e ci porto anche mia figlia: lei non frequenta molto la chiesa, ma sono sicura che una predica come la sua la entusiasmerebbe!».

Il nodo delle nuove generazioni continua a tornare nella nostra conversazione. E finiamo sul tema del prossimo Sinodo dei vescovi dell’autunno 2018, dedicato proprio ai giovani: «Mi piacerebbe», dice don Derio, «che da quell’assemblea i vescovi uscissero con una certezza: che una Chiesa che non parla ai giovani è una Chiesa che non parla a nessuno».

In concreto, cosa vuol dire “parlare ai giovani”? «Innanzitutto, passare tante ore ad ascoltarli veramente e, così, imparare a vedere il futuro attraverso di loro. I giovani, infatti, non saranno il futuro, lo sono già oggi. Dopo averli ascoltati, dobbiamo essere capaci di misurarci sull’essenziale, sulle grandi domande. Alla fin fine, non conta tanto se usi parole alla moda o spiritualeggianti, ma che cosa dici, se tocchi l’essenza della vita. Infine, dobbiamo incarnare noi per primi, nel nostro quotidiano, ciò che predichiamo, altrimenti non siamo credibili».

PUNTARE ALLA BELLEZZA

Ma come tornare a incantare le nuove generazioni, che talvolta sembrano così spente, sazie, poco appassionate? «Ha ragione lo psicanalista Recalcati: la nostra società ha soddisfatto tutti i bisogni e, al tempo stesso, ha spento i desideri. La sazietà è lo spegnimento della vita, non il suo riempimento.

Compito della Chiesa, allora, è tornare a suscitare desideri alti, aprire orizzonti, dare respiro… Personalmente, penso che un buon modo per fare ciò sia puntare sulla bellezza: oggi la verità dice poco, il senso del dovere non funziona più, ma se una cosa è bella, se mostra una sua forza attrattiva, allora viene ascoltata».

Sul nodo della bellezza, monsignor Olivero è un fiume di riflessioni. «C’è una definizione», spiega, «che amo particolarmente: la bellezza è qualcosa che attrae gli occhi e rimanda oltre». La passione per l’arte e quella per la montagna («sono stato in cima al Monviso 27 volte e poi sul Bianco, sul Rosa…») sono due tra le «contromisure» che don Derio coltiva per mantenere la sua autenticità di uomo, al di là del ruolo ecclesiale: «Non voglio che Derio sparisca per diventare “il vescovo”.

Voglio restare una persona, con le sue fragilità e le sue passioni, non trasformarmi in un funzionario vuoto. Il ruolo non deve fagocitare, ma dev’essere una parte integrante del mio essere uomo su questa terra e cittadino di questa società».

E nella vita di tutti i giorni, quali gli antidoti per evitare di smarrire la propria autenticità? «Avere un piccolo gruppo di amici veri e sani, che ti diano il sapore buono della vita, che ti facciano da specchio e che, nel caso, ti aiutino a non perderti».

Testo di Giovanni Ferrò

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UN SOGNO PER CAMMINARE – Angelo Nocent

Giovedì 14 dicembre ’17 presso Palazzo Righini è stata presentata la pubblicazione che raccovooglie i testi che mons. Derio Olivero ha scritto per il settimanale diocesano “La fedeltà”, nel periodo in cui è stato Vicario generale. Alla serata condotta da Walter Lamberti (direttore “La fedeltà”), sono stati invitati Mirella Vatasso (docente di lettere), Alberto Costamagna (Pastorale Giovanile) e Eliana Brizio (docente di religione).

Oggi DERIO OLIVERO è vescovo.
Ma non finisce qui…

A presto..

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Holly Butcher  sta commuovendo il mondo . Angelo Nocent

Un po’ di consigli sulla vita da Holly: s’intitola così il post di Holly Butcher che sta commuovendo il mondo. A scrivere è una ragazza di Grafton (Australia), 27 anni, colpita da un raro tumore alle ossa, il sarcoma di Ewing. La famiglia ha postato la sua lettera-testamento su Facebook il 3 gennaio, dopo la morte della ragazza, in un post diventato virale che ha totalizzato finora oltre 71mila ‘like’ ed è stato ripreso dai siti dei quotidiani di mezzo mondo.

E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato“, scrive Holly prima di perdere la sua battaglia contro il tumore.

“E’ una cosa strana realizzare e accettare la tua mortalità a 26 anni. E’ solo una di quelle cose che tu ignori. I giorni passano e ti aspetti che continueranno a venire, fino a quando succede l’imprevisto.

Mi sono sempre immaginata di invecchiare, con le rughe e i capelli grigi, molto probabilmente causati dalla bella famiglia (un sacco di bambini) che avevo in programma di costruire con l’amore della mia vita. Lo voglio così tanto che fa male”, si legge nel post. “Ho 27 anni. Non voglio andare. Amo la mia vita. Sono felice. Lo devo ai miei cari. Ma il controllo non è nelle mie mani”.

 “Non ho iniziato questa ‘nota prima di morire‘ in modo che la morte sia temuta. Mi piace il fatto che siamo per lo più ignoranti sulla sua inevitabilità. Tranne quando voglio parlarne e questo viene trattato come un argomento ‘tabù'”, precisa la giovane. “Voglio solo – continua – che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande”.

Quando ti stai lamentando “di cose ridicole (qualcosa che ho notato così tanto negli ultimi mesi), pensa solo a qualcuno che sta davvero affrontando un problema. Sii grato per il tuo piccolo problema – scrive Holly – e superalo”. Non rimuginare continuamente su qualcosa di fastidioso e non “influenzare negativamente le giornate degli altri”. Un bel respiro, è il consiglio della ragazza. “Pensa a quanto sei fortunato a essere in grado di fare proprio questo: respira”.

E’ tutto così insignificante quando si guarda alla vita nel suo insieme – riflette Holly – Sto osservando il mio corpo andare proprio davanti ai miei occhi senza poter far nulla, e tutto quello che desidero ora è poter avere solo un altro compleanno o un Natale con la mia famiglia, o solo un altro giorno con il mio compagno e il cane. Solo un altro.

Sento le persone lamentarsi di quanto sia terribile il lavoro o di quanto sia difficile allenarsi. Sii grato di essere fisicamente in grado di farlo. Il lavoro e l’esercizio fisico possono sembrare cose così banali… finché il tuo corpo non ti permette più di fare nessuno dei due. Ho provato a vivere una vita sana, infatti quella era probabilmente la mia passione principale. Apprezza il tuo corpo sano e funzionante, anche se non è della tua taglia ideale. Prenditene cura”.

E poi “non ossessionarti”, raccomanda la ragazza. Lavora “altrettanto duramente nel trovare la tua felicità mentale, emotiva e spirituale. In questo modo ti renderai conto di quanto sia insignificante e privo di importanza avere questo stupendo corpo da social media perfetto”.

E ancora: cancella chi ti fa sentire inadeguato, “sii grato per ogni giorno senza dolore e anche nei giorni in cui stai male, magari anche per l’influenza”. “Lagnatevi di meno, e aiutatevi di più. Date, date, date”, suggerisce Holly. E soprattutto, “date valore al tempo delle persone”.

Usate il denaro “per fare delle esperienze, e non perdete delle esperienze perché avete speso i soldi per stupidaggini materiali”. Godetevi ogni momento e soprattutto la natura, gli uccelli e la musica. Ma godetevi anche gli amici e la famiglia.

“Mettete giù il telefono. Lavorate per vivere, non vivete per lavorare”; “dite alle persone che amate che le amate ogni volta che ne avete occasione”, consiglia la giovane che conclude la sua lettera-testamento con un appello a donare il sangue regolarmente. Un dono che salva la vita, e “che mi ha aiutato a vivere un anno in più per il quale – assicura – sarò per sempre grata”.

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