DEL COME INTERCEDERE PER LA PACE – Angelo Nocent

1-Pictures926UN GRIDO di INTERCESSIONE

Card. Carlo Maria Martini Omelia nella veglia per la pace organizzata dai giovani di A.C. Duomo, 29 gennaio 1991

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LETTURA LITURGICA : dal Libro di Neemia (9,1-10.26-37)

“Il ventiquattro dello stesso mese, gli Israeliti si radunarono per un digiuno, vestiti di sacco e coperti di polvere. Quelli che appartenevano alla stirpe d’Israele si separarono da tutti gli stranieri, si presentarono dinanzi a Dio e confessarono i loro peccati e le iniquità dei loro padri. Poi si alzarono in piedi nel posto dove si trovavano e fu fatta la lettura del libro della legge del Signore loro Dio, per un quarto della giornata; per un altro quarto essi fecero la confessione dei peccati e si prostrarono davanti al Signore loro Dio. Giosuè, Bani, Kadmiel, Sebania, Bunni, Serebia, Bani e Kenani si alzarono sulla pedana dei leviti e invocarono a gran voce il Signore loro Dio.

I leviti Giosuè, Kadmiel, Bani, Casabnia, Serebia, Odia, Sebania e Petachia dissero: “Alzatevi e benedite il Signore vostro Dio ora e sempre! Si benedica il tuo nome glorioso che è esaltato al di sopra di ogni benedizione e di ogni lode!

  • Tu, tu solo sei il Signore, tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutte le loro schiere, la terra e quanto sta su di essa, i mari e quanto è in essi; tu fai vivere tutte queste cose e l’esercito dei cieli ti adora.
  • Tu sei il Signore, il Dio che ha scelto Abram, lo hai fatto uscire da Ur dei Caldei e lo hai chiamato Abramo.
  • Tu hai trovato il suo cuore fedele davanti a te e hai stabilito con lui un’alleanza, promettendogli di dare alla sua discendenza il paese dei Cananei, degli Hittiti, degli Amorrei, dei Perizziti, dei Gebusei e dei Gergesei;
  • Tu hai mantenuto la tua parola, perché sei giusto.
  • Tu hai visto l’afflizione dei nostri padri in Egitto e hai ascoltato il loro grido presso il Mare Rosso; hai operato segni e prodigi contro il faraone, contro tutti i suoi servi, contro tutto il popolo del suo paese, perché sapevi che essi avevano trattato i nostri padri con durezza; ti sei fatto un nome fino ad oggi.

Ma poi sono stati disobbedienti, si sono ribellati conto di te, si sono gettati la tua legge dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti che li scongiuravano di tornare a te, e ti hanno offeso gravemente. Perciò tu li hai messi nelle mani dei loro nemici, che li hanno oppressi.

Ma al tempo della loro angoscia essi hanno gridato a te e tu li hai ascoltati dal cielo e, nella tua grande misericordia, tu hai dato loro liberatori, che li hanno strappati dalle mani dei loro nemici.

Ma quando avevano pace, ritornavano a fare il male dinanzi a te, perciò tu li abbandonavi nelle mani dei loro nemici, che li opprimevano; poi quando ricominciavano no a gridare a te, tu li esaudivi dal cielo; così nella tua misericordia più volte li hai salvati.

Tu li ammonivi per farli tornare alla tua legge; ma essi si mostravano superbi e non obbedivano ai tuoi comandi; peccavano contro i tuoi decreti, che fanno vivere chi li mette in pratica; la loro spalla rifiutava il giogo, indurivano la loro cervice e non obbedivano.

Hai pazientato con loro molti anni e li hai scongiurati per mezzo dei tuo spirito e per bocca dei tuoi profeti; ma essi non hanno voluto prestare orecchio. Allora li hai messi nelle mani dei popoli dei paesi stranieri. Però nella tua molteplice compassione, tu non li hai sterminati del tutto e non li hai abbandonati perché sei un Dio clemente e misericordioso.

Ora, Dio nostro, Dio grande, potente e tremendo, che mantieni l’alleanza e la misericordia, non sembri poca cosa ai tuoi occhi tutta la sventura che è piombata su di noi, sui nostri re, sui nostri capi, sui nostri sacerdoti, sui nostri profeti. siti nostri padri, su tutto il tuo popolo, dal tempo dei re d’Assiria fino ad oggi.

Tu sei stato giusto in tutto quello che ci è avvenuto, poiché tu hai agito fedelmente, mentre noi ci siamo comportati con empietà. I nostri re, i nostri capi, i nostri sacerdoti, i nostri padri non hanno messo in pratica la tua legge e non hanno obbedito né ai comandi né agli ammonimenti con i quali tu li scongiuravi. Essi mente godevano del loro regno, del grande benessere che tu largivi loro e del paese vasto e fertile che tu avevi messo a loro disposizione, non ti hanno servito e non hanno abbandonato le loro azioni malvagie.

Oggi eccoci schiavi nel paese che tu hai concesso ai nostri padri perché ne mangiassero i frutti e ne godessero i beni. I suoi prodotti abbondanti sono dei re ai quali tu ci hai sottoposti a causa dei nostri peccati e che sono padroni dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacere, e noi siamo in grande angoscia”.

Una preghiera penitenziale

Carlo Maria Martini 04jpgNoi siamo in grande angoscia”; queste sono le parole conclusive della lunga preghiera che abbiamo ascoltato, dal Libro di Neemia.

1. In questo testo, che risale ad alcuni secoli prima di Cristo, ci troviamo di fronte a una celebrazione penitenziale, incentrata sulla preghiera.

Tale preghiera è una delle più belle tra quelle tramandateci dalla pietà ebraica, insieme con i Salmi. In essa ritornano i temi centrali dell’alleanza, della fedeltà alla legge, il tema della promessa, il tema dei peccati del popolo, dei castighi di Dio, della sua inesauribile misericordia e delle sue iniziative di perdono.

Tutta la storia di salvezza è vista con uno sguardo retrospettivo che risale al primo intervento salvifico di Dio, la creazione stessa (“Tu, tu solo sei il Signore, tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutte le loro schiere, la terra e quanto sta in essa, i mari e quanto è in essi…”).

La storia di salvezza, che passa per Abramo, Mosè, il Mar Rosso, il deserto, è riletta come una dimostrazione concreta della pazienza e della misericordia di Dio e, insieme, della infedeltà e della ostinazione dell’uomo.

1-Collage3402. E noi rileggiamo questa preghiera di ventiquattro secoli fa, come comunità cristiana convocata in assemblea penitenziale; la rileggiamo ripensando alle esperienze passate della misericordia di Dio e alle nostre infedeltà. La rileggiamo soprattutto nell’orizzonte infuocato di una guerra che sta assumendo proporzioni spaventose. Ma vogliamo rileggerla di fronte al Crocifisso, sapendo che in Gesù, morto e risorto, si è manifestata l’ira di Dio sulle infedeltà umane ed è apparsa la sua fedeltà immutabile, è apparso il suo amore misericordioso che ha vinto il peccato del mondo.

L’antica preghiera biblica ci offre dunque l’ambito della nostra preghiera di questa sera.

3. Non è l’ambito etico politico, quello dei giudizi a livello del diritto internazionale, sui temi della pace e della guerra. Su tale livello si è già detto e scritto molto e i giudizi più taglienti e definitivi sono stati pronunciati dal Papa, nella sua qualità di pastore universale, di figura al di sopra di tutte le parti, di padre che si sente corresponsabile dei futuri destini dell’umanità e compartecipe in prima persona dei suoi lutti e delle sue tragedie.

giovanni-paolo-ii-lo-sguardo-nelleternoIl Papa ha detto chiaramente che la guerra non è uno strumento per superare i conflitti tra i popoli; che bisogna impegnarsi per mettervi fine; che occorre riprendere i negoziati; che la pace è ancora possibile. Ho avuto occasione, nei giorni passati, di richiamare più volte, in altri contesti e in altre sedi, le parole del Papa sui temi del diritto internazionale e della pace. E anche noi, come Diocesi, intendiamo promuovere ulteriormente le riflessioni sulle questioni della giustizia e della pace, tra l’altro in una specifica commissione diocesana “Iustitia et Pax” che sarà luogo permanente di riferimento per quanti cercano luce e chiarezza su queste problematiche.

4. Questa sera però tratterò con voi un tema che potrebbe avere come titolo “Un grido di intercessione”; un tema che intende entrare assai di più dentro la carne del conflitto sanguinoso che ci coinvolge. Ci poniamo perciò nell’ambito della preghiera penitenziale di Neemia: l’ambito della invocazione, della intercessione, del pentimento, della penitenza.

Ma qui nasce la domanda: non è questo un ambito sterile? non è un ambito che ci fa eludere i problemi, che li scavalca, per così dire, senza risolverli?

Certo, per chi ha poca o nessuna fede non c’è altro linguaggio che quello degli argomenti umani e in particolare, degli argomenti forti. Il credente, tuttavia, non può limitarsi a questo. Per lui e per noi, questa sera, c’è lo spazio inesplorato della fede che abbraccia e penetra ben più nel profondo delle vicende umane. Le discussioni che si svolgono sul piano dell’etica politica o del diritto delle genti hanno sempre, come nodo di riferimento, la domanda: che cosa è giusto e che cosa non lo è? e dietro a tale domanda ne troviamo un’altra: chi è nel giusto o chi non lo è?

Domande legittime, da non trascurare. E ho prima indicato le sedi in cui, anche in Diocesi, esse saranno portate avanti. Noi, invece, affronteremo un tema che vuole fare appello, assai più fortemente, alla vostra, alla nostra fede.

Confessiamo i nostri peccati

Riprendo dunque le parole conclusive della preghiera di Neemia: “Noi siamo in grande angoscia”.

1. Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi.

Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte.

Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico-politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi. Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano.

2. Mi domando allora con voi: perché rischiamo di essere smarriti persino nell’ambito della fede e della preghiera? La risposta è molto semplice. Perché ci viene spontaneamente sulle labbra la domanda, quasi una protesta a Dio, come Giobbe: abbiamo già pregato, abbiamo chiesto tanto la pace, hanno pregato i nostri bambini, i nostri malati offrendo le loro sofferenze, ma tu, Signore, non ci hai esaudito! Ecco un grande motivo della nostra sofferenza civile, umana, religiosa, che tocca il cuore della fede: perché, Signore, non ci ascolti? perché nascondi il tuo volto? eppure in te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati. Ma io grido di notte e tu non ascolti, di giorno e tu non te ne dai pensiero! Vengono alle labbra queste parole dei Salmi, parole non inventate da noi, bensì pronunciate dai credenti di Israele di oltre duemila anni fa, che già si sono trovati davanti a Dio con questo lamento e con questa angoscia nel cuore. E facciamo nostre anche le parole amare di confessione e di pentimento del profeta Neemia, che si riferiscono a un lamento dolente del popolo di Israele, in un momento oscuro della storia, alcuni secoli prima di Cristo. Sentiamo emergere in noi il grido: “Abbiamo peccato come i nostri padri! Tu, Signore, hai agito fedelmente mentre noi ci siamo comportati con empietà”.

3. Intravediamo una prima ragione del motivo per cui non siamo stati esauditi! Nelle nostre preghiere non siamo partiti da una chiara ammissione e ammenda delle nostre colpe. “Essi – dice Neemia – mentre godevano del loro regno, del grande benessere che tu largivi loro … non ti hanno servito e non hanno abbandonato le loro azioni malvagie”. Noi confessiamo: Ci siamo attaccati al nostro benessere, ne abbiamo approfittato in tutti i modi, lo abbiamo eretto a idolo, e poi pretendevamo che tu, o Dio, ci esaudissi, nel timore che questo benessere ci venisse a mancare.

Vorrei leggere una bella preghiera di Paolo VI, scritta molti anni fa, ma che si addice al nostro incontro, dove si dice tra l’altro:

Paolo Vi 197_Paolo_VI“Signore, noi abbiamo ancora le mani insanguinate dalle ultime guerre mondiali …. Signore, noi siamo oggi tanto armati come non lo siamo mai stati nei secoli prima d’ora e siamo così carichi di strumenti micidiali da potere, in un istante, incendiare la terra e distruggere forse anche l’umanità.

Signore, noi abbiamo fondato lo sviluppo e la prosperità di molte nostre industrie colossali sulla demoniaca capacità di produrre armi di tutti i calibri, e tutte rivolte a uccidere e a sterminare gli uomini nostri fratelli; così abbiamo stabilito l’equilibrio crudele dell’economia di tante nazioni potenti sul mercato delle armi alle nazioni povere, prive di aratri, di scuole e di ospedali”.

Paolo VI fa dunque passare, in questa preghiera, tanti peccati sociali della nostra epoca, peccati particolarmente evidenti ma che cercavamo di emarginare, a cui cercavamo di non pensare. Però non possiamo nasconderci come questi egoismi evidenti, che vengono a galla, abbiano origini oscure e tenebrose nel fondo dei nostri stessi cuori. Noi non abbiamo saputo fare un esame di coscienza nel profondo. Ha detto giustamente qualcuno: “I fiumi di sangue sono sempre preceduti da torrenti di fango”. In tali torrenti abbiamo sguazzato un po’ tutti noi umani, uomini e donne di ogni paese e latitudine: l’immoralità della vita, gli egoismi personali e di gruppo, la corruzione politica, i tradimenti e le infedeltà a livello interpersonale e familiare, il menefreghismo, l’indolenza e lo sciupio delle energie di vita per cose vane, frivole o dannose, l’insensibilità di fronte ai milioni di esseri umani la cui vita è soffocata con l’aborto, il volgere la testa di fronte alle miserie di chi sta vicino o di chi viene da lontano, il commercio della droga.

Sì, in questi torrenti di fango ci siamo lasciati coinvolgere, ci siamo magari talora anche divertiti in maniera spensierata e irresponsabile. E poi vorremmo che Dio venisse incontro a una preghiera che spesso nasce proprio dalla paura di perdere le nostre comodità, il nostro benessere, di dover un giorno pagare di persona per i nostri errori.

4. Se oggi c’è una guerra – lo ha ripetuto il Papa – non è perché le cose si siano mosse quasi per caso o per sbaglio, pur se ci sono delle responsabilità precise, a cui nessuno potrà sfuggire. C’è una guerra perché, per tanto tempo, si sono seminate situazioni ingiuste, si è sperata la pace trascurando quelli che Giovanni XXIII chiamava “i quattro pilastri della pace”, cioè verità, giustizia, libertà e carità. Ogni colpa pubblica e privata contro questi quattro pilastri, ogni atto di menzogna, ingiustizia, possesso egoista e dominio sull’altro, pregiudizio e odio, hanno scavato la fossa e l’edificio è crollato sotto i nostri occhi. Perché la pace è un edificio indivisibile, e ciascuno di noi l’ha distrutto per la sua parte di responsabilità.

Ogni seria preghiera per la pace deve quindi nascere dal pentimento e dalla volontà di ricostituire anzitutto nella nostra vita personale e comunitaria “i quattro pilastri”: verità, giustizia, libertà, carità. Senza tale volontà umile e sincera, la nostra preghiera e la nostra invocazione sono ipocrite.

Il dono evangelico di un cuore pacifico

Mi pare di poter portare una seconda ragione per cui la nostra preghiera non è stata esaudita. Io temo che spesso non l’abbiamo bene indirizzata. Abbiamo chiesto la pace come qualcosa che riguardava gli altri; abbiamo insistito perché Dio cambiasse il cuore dell’altro, nel senso naturalmente che volevamo noi.

In realtà, il primo oggetto della autentica preghiera per la pace siamo noi stessi: perché Dio ci dia un cuore pacifico. “Dona nobis pacem” significa anzitutto:

  • Purifica, Signore, il mio cuore da ogni fremito di ostilità, di partigianeria, di partito preso, di connivenza;
  • purificami da ogni antipatia, pregiudizio, egoismo di gruppo o di classe o di razza;

Tutti questi sentimenti negativi sono incompatibili con la pace. Eppure emergono vistosamente proprio ai nostri giorni, stimolati dalle notizie, dalle immagini che vediamo, stimolati dalle vibrazioni delle voci dei bollettini di guerra, dalla curiosità stessa eccitata da un conflitto la cui tecnologia sfiora l’inverosimile. Così, mentre preghiamo per la pace, nel fondo del nostro cuore finiamo per parteggiare, per giudicare, per auspicare l’uno o l’altro successo di guerra. L’istinto si scatena, la fantasia si sbizzarrisce, e la preghiera non tende verso quella purificazione del cuore, dei sensi, delle emozioni e dei pensieri che sola si addice agli operatori di pace secondo il Vangelo.

È esigente essere operatori di pace secondo il Vangelo; è un dono che non si compra a poco prezzo, perché viene dallo Spirito e occorre accettare di pagarlo a caro prezzo.

1-Pictures927La preghiera vera di intercessione

Ora desidero chiedere al Signore di farci fare un altro passo avanti. Di farci intendere qual è il senso profondo di una vera preghiera per la pace, che sia una preghiera di intercessione nel senso biblico, simile alla preghiera di Abramo, alla preghiera di Gesù su Gerusalemme.

Che cosa significa, Signore, fare davvero una preghiera di intercessione?

Donaci, o Spirito santo di Dio, uno spirito autentico di intercessione in questo momento.

1. Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo.

Si tratta di mettersi in mezzo. Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato.

Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione. In proposito troviamo nella Bibbia una pagina illuminante. Nel momento in cui Giobbe si trova, quasi disperato, davanti a Dio che gli appare come un avversario, con cui non riesce a riconciliarsi, grida: “Chi è dunque colui che si metterà tra il mio giudice e me? chi poserà la sua mano sulla sua spalla e sulla mia?” (cf Gb 9,33-39, vers. spec.).

Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. È il gesto di Gesù Cristo sulla croce, del Crocifisso che contempliamo questa sera al centro della nostra assemblea. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana.

Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio. Ma la posizione di Gesù è quella di chi mette in conto anche la morte per questa duplice solidarietà; è quella di chi accetta la tristezza, l’insuccesso, la tortura, il supplizio, l’agonia e l’orrore della solitudine esistenziale fino a gridare: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione.

  • Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa.
  • Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona.
  • Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti.

Tale fede è difficile, per questo l’intercessione vera è difficile. Ma se non vi tendiamo, la nostra preghiera sarà fatta con le labbra, non con la vita. Naturalmente un simile atteggiamento non calpesta affatto le esigenze della giustizia. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo: “Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro” (Le 23,34).

2. Se una preghiera non raggiunge questa duplice solidarietà, se intercede perché il Signore soccorra l’uno e abbatta l’altro, ignora ancora il bisogno di salvezza di chi è eventualmente nel torto, di chi ha scelto contro Dio e contro il fratello, lo abbandona, non gli mette la mano sulla spalla, e la sua non è una preghiera di intercessione. Nella misura dunque in cui facciamo delle scelte esclusive nel nostro cuore, e condanniamo e giudichiamo, non siamo più con Gesù Cristo, nella situazione che lui ha scelto, e dobbiamo dubitare della validità e della genuinità della nostra preghiera di intercessione.

3. Vorrei far notare che questo mettersi in mezzo non va concepito come un mezzo tattico, tanto per superare un’emergenza. È chiamato a diventare un modo di essere di chi vuole operare la pace, del cristiano che segue Gesù. Non abbiamo il diritto di restare in una situazione difficile solo fino a quando è sopportabile. Occorre volerci restare fino in fondo, a costo di morirci dentro. Solo così siamo seguaci di quel Gesù che non si è tirato indietro nell’orto degli ulivi.

4. Noi ci accorgiamo che una vera intercessione è difficile; può essere fatta solo nello Spirito Santo e non sarà necessariamente compresa da tutti. Ma se un desiderio essa suscita è questo: di essere in questo momento nei luoghi del conflitto, nelle strade di Bagdad o di Riad o di Bassora, nelle strade di Tel Aviv, dove cittadini inermi sono minacciati e uccisi. Stare là in pura passività, senza alcuna azione politica o alcun clamore, fidando solo nella forza della intercessione. Stare là, come Maria ai piedi della croce, senza maledire nessuno e senza giudicare nessuno, senza gridare alla ingiustizia o inveire contro qualcuno.

Se la guerra sarà abbreviata, e noi lo chiediamo con tutto il cuore, uniti insieme con il Papa, se la forza dei negoziati soverchierà di nuovo – lo speriamo presto – la forza maligna degli strumenti di morte, ciò sarà certamente anche perché nei vicoli delle città dell’Oriente, nei meandri attorno alle moschee o sulla spianata del muro occidentale di Gerusalemme ci sono piccoli uomini e piccole donne, di nessuna importanza, che stanno là, così, in preghiera, senza temere altro che il giudizio di Dio; prostrati, come dice Neemia, davanti al Signore loro Dio, confessando i loro peccati e quelli di tutti i loro amici e nemici, finché non si avveri la profezia di Isaia: “In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: ‘Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità’” (Is 19,21-25).

Carlo Maria card. Martini

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PIETRO E PAOLO – BENEDETTO E FRANCESCO…- Angelo Nocent

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https://www.youtube.com/watch?v=o1GMxl-3qLo

Il sacerdozio non è “semplicemente ‘ufficio’, ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore” affermava Benedetto XVI nel 2010, nell’omelia a conclusione dell’Anno sacerdotale, da lui indetto nel 150mo anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney, santo patrono di tutti i parroci del mondo. 

Al tema del sacerdozio è anche dedicato il volume XII dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger, intitolato “Annunciatori della Parola e Servitori della vostra gioia”, che raccoglie oltre 80 testi incentrati sul ministero ecclesiastico. Il volume, il cui sottotitolo è “Teologia e spiritualità del Sacramento dell’Ordine”, contiene studi teologico-scientifici, meditazioni sulla spiritualità sacerdotale e omelie sul servizio episcopale, sacerdotale e diaconale frutto dell’attività del teologo, vescovo e prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger, che coprono un lasso di tempo che va dal 1954 al 2002.

Tra i Pontefici giunti al 65mo di sacerdozio occorre ricordare Leone XIII, che lo celebrò all’inizio del XX secolo.

 

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IL 26 GIUGNO 1967 MORIVA A FIRENZE DON LORENZO MILANI – Angelo Nocent

Don Milani - I care

Don MilaniIL 26 GIUGNO 1967 MORIVA A FIRENZE DON LORENZO MILANI.

AVEVO 25 ANNI.

RICORDO BENE QUEL GIORNO. NE SONO PASSATI ALTRI 49. MI RENDO CONTO CHE QUEL DIAVOLO DI DON LORENZO, PRETE SCOMODO A 360 GRADI, MI E’ RIMASTO NEL CUORE.

Riporto una notizia di cronaca che trovo significativa proprio per la citazione con cui si apre l’articolo e che testimonia quanto sia ancora viva la sua pur breve testimonianza terrena :

“INAUGURATO L’ORATORIO “DON LORENZO MILANI”

ALLA PARROCCHIA DI SAN DOMENICO”

di Rita Pia Oratore -24 giugno 2016

«Chi sa volare non deve buttar via le ali per solidarietà coi pedoni, deve piuttosto insegnare a tutti il volo». E’ con le parole di don Lorenzo Milani che don Pasquale Cotugno, Parroco della storica Chiesa di S. Domenico, ha scelto di inaugurare il nuovo Oratorio Parrocchiale, intitolato al celebre prete di Barbiana, consegnato alla comunità, lo scorso mercoledì, dopo mesi di attesa e duro lavoro, alla presenza del Vescovo, Mons. Luigi Renna.

«La volontà di creare un oratorio – dichiara don Pasquale – è stata da sempre avvertita come un’esigenza fondamentale dalla comunità. La Parrocchia non disponeva di locali dove poter svolgere al meglio le attività pastorali per i giovani e per i bambini e così, inizialmente, abbiamo occupato dei locali di proprietà del Comune che, poi, abbiamo acquistato e, grazie ai contributi dell’8xmille, abbiamo restaurato. Locali che da oggi diventeranno il centro delle attività della comunità parrocchiale». Un luogo di aggregazione e di formazione che acquista un valore speciale in un territorio ad alta densità criminale ed elevata dispersione scolastica come quello di Cerignola.

DON LORENZO MILANI - CHI ERA COSTUI?Don Milani con i suoi ragazzi

«Questo oratorio, anche se piccolissimo, – promette don Pasquale- diventerà una casa accogliente dove sperimentare il gioco e attività di formazione, costruire relazioni e imparare a fare gruppo attraverso il lavoro degli educatori. Un luogo in cui proporre una cultura alternativa e modelli fondati sul rispetto, sulla legalità e sull’integrazione che sappia far crescere e volare alto i ragazzi». Non casuale è la scelta di intitolare questo contenitore giovanile al prete di Barbiana, una figura fondamentale nella formazione del prelato cerignolano. «Intitolare l’oratorio a don Milani –spiega don Pasquale– significa proporre un modello educativo che sappia valorizzare soprattutto le fasce più deboli, rendendole autonome, sviluppando una coscienza sociale e politica, facendo nascere in loro l’esigenza di voler bene a se stessi, agli altri e al bene comune».

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Sul blog figurano altri articoli su Don Milani. L’ultimo:

DON LORENZO MILANI – Una vita breve ma intensa – Angelo Nocent

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GLI EQUIVOCI SULLA MADDALENA – Gianfranco Ravasi

Maddalena - Noli me tangere - Raúl Berzosa 01

Gianfranco Ravasi21 luglio 2013

Ravasi_200 arcivescovoSe si dà uno sguardo al calendario di domani, 22 luglio, si troverà indicata la memoria di santa Maria Maddalena: anche le Chiese di Oriente, da quelle ortodosse bizantine alle sire fino alle copte di Egitto e di Etiopia, ricordano in questa data una figura evangelica che vorremmo ora presentare sulla scia di un testo da poco apparso e per sfatare un equivoco comune. Nel 1989 Giovanni Testori mi chiese di premettere un profilo biblico a un suo volume dedicato all’iconografia di Maria di Magdala nella storia dell’arte (soggetto in cui sacro ed eros s’intrecciavano secondo una tipologia cara allo scrittore). Scelsi come titolo: «Una santa calunniata e glorificata». Sì, perché ben inchiodato nella mente dei lettori c’è lo stereotipo che classifica questa donna evangelica come una prostituta redenta da Cristo.

La sua è effettivamente una storia di equivoci, che si sono consumati a diversi livelli. La vicenda di questa discepola di Gesù inizia a Magdala (dall’ebraico migdol “torre”), un villaggio di pescatori sul litorale occidentale del lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea, «pesce salato», messo in luce dall’archeologia anche se sprofondato sotto le acque di quel lago. Noi partiremo dalla coda finale di quella vicenda personale. Siamo nell’alba primaverile del primo giorno di Pasqua secondo il Vangelo di Giovanni (20,1-18). Maria è davanti al sepolcro ove poche ore prima era stato deposto il corpo esanime di Gesù. Paradossale è l’equivoco che ha per protagonista la stessa donna che scambia quel Gesù, ritornato a nuova vita e presente davanti a lei, per il custode dell’area cemeteriale gerosolimitana.

Come è potuto accadere questo inganno? La risposta è nella natura stessa dell’evento pasquale che incide nella storia, ma è al tempo stesso un atto soprannaturale, misterioso, trascendente. Per “riconoscere” il Risorto non bastano gli occhi del volto e neppure aver camminato con lui e ascoltato i suoi discorsi sulle piazze palestinesi o cenato con lui. È necessario uno sguardo profondo, un canale di conoscenza superiore. Infatti Maria “riconosce” Gesù solo quando la chiama per nome e gli occhi della sua anima si aprono ed esclama «in ebraico Rabbuní, che significa: Maestro!» (20, 16) e, così, riceve la missione di essere testimone della risurrezione: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Maria di Magdala, allora, andò subito ad annunziare ai discepoli: Ho visto il Signore! e anche ciò che le aveva detto» (20, 17-18).

Ora, Maria di Magdala era entrata in scena per la prima volta nel Vangelo di Luca come una delle donne che assistevano Gesù e i suoi discepoli coi loro beni. In quell’occasione si era aggiunta una precisazione piuttosto forte: «da lei erano usciti sette demoni» (8, 1-3). Proprio su quest’ultima notizia si è consumato l’equivoco radicale che non l’ha mai abbandonata nella storia successiva. Di per sé, questa espressione nel linguaggio biblico poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, ripetuta mille volte nella storia dell’arte e perdurante fino ai nostri giorni, ha fatto di Maria una prostituta.

PeccatriceQuesto è accaduto solo perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7 di Luca – si narra la storia della conversione di un’anonima «peccatrice nota in quella città», colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Si era così, senza nessun reale collegamento testuale, identificata Maria di Magdala con quella prostituta senza nome.

Ora, questo stesso gesto di venerazione verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un’altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione (Giovanni 12, 1-8). E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala: da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea. Ma non era ancora finita la deformazione del volto di questa donna. Alcuni testi apocrifi cristiani, composti in Egitto attorno al III secolo, identificano Maria di Magdala persino con Maria, la madre di Gesù!

E lentamente la sua trasformazione si era talmente allargata che essa, in quegli scritti non canonici, si mutava in un simbolo, ossia in un’immagine della Sapienza divina che esce dalla bocca di Cristo. È per questo – e non per maliziose allusioni a cui saremmo tentati di credere a una lettura superficiale, allusioni trasformate in cialtronesche “evidenze” storiche dal Codice da Vinci di Dan Brown – che il Vangelo apocrifo di Filippo dice che Gesù «amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava sulla bocca». Ora, nella Bibbia si dice che «la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo» (Siracide 24, 3). Strano destino quello di Maria di Magdala, abbassata a prostituta ed elevata a Sapienza divina! Per fortuna, l’unico che la chiamò per nome e la riconobbe fu proprio Gesù, il suo Maestro, il Rabbuní, in quel mattino di Pasqua.

A questo punto rimandiamo brevemente al libro appena edito a cui accennavamo. Esso introduce Maria Maddalena con un profilo del tutto spirituale, ma sempre secondo gli equivoci sopra indicati che la rendevano sorella di Marta e Lazzaro e naturalmente ex prostituta. A elaborare questo ritratto è un importante rappresentante della scuola francese di spiritualità, il cardinale Pierre de Bérulle, nato nel 1575 nel castello di Sérilly a Troyes sulla Senna, città sede della firma del famoso trattato omonimo che pose fine al secondo periodo della guerra dei Cento anni. Egli esercitò un notevole influsso sulla cultura religiosa del suo tempo, fondò una congregazione, compose una vasta bibliografia, delineò una spiritualità fortemente cristocentrica di matrice paolina, che aveva come asse tematico la kénosis – cioè lo “svuotamento” che il Figlio di Dio sperimenta nel suo divenire uomo, ossia nell’Incarnazione –, divenne persino consigliere del re di Francia Luigi XIII e di sua madre Maria de’ Medici, prima di morire nel 1629.

Questa sua Elevazione (e il titolo ammicca già al genere mistico) fu composta proprio nell’anno in cui fu creato cardinale, nel 1627, due anni prima della morte, ed è una sorta di storia dell’anima di questa santa, mentre lungo le strade della Terrasanta segue Gesù, e il suo spirito subisce una metamorfosi miracolosa generata dall’amore divino. L’autore interpella così la protagonista, mentre è alla ricerca di Dio nel deserto dell’esistenza terrena: «Qui vivi e muori per amore. Qui non vivi e non soffri che dell’amore. Qui Gesù è il tuo bene, il tuo amore, la tua vita». E proprio perché l’amore divino è di sua natura infinito, il pellegrinaggio alla sua ricerca non ha posa fino a quando in Dio stesso non si riposa.

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Maria Maddalena – Caravaggio

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GIOVANNI 19, 25
19:25 Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.


© RIPRODUZIONE RISERVATA
Pierre de Bérulle, Elevazione su Santa Maddalena, a cura di Domenico Bosco, Morcelliana, Brescia, pagg. 213, € 16,50.
Dello stesso autore si veda anche Le grandezze di Gesù, brani scelti a cura di René Boureau, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998

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MARIA MADDALENA E IL SUO POSTO NELLA CHIESA – Angelo Nocent

Maria Maddalena 3

La celebrazione di Santa Maria Maddalena, oggi memoria obbligatoria nel giorno 22 luglio, sarà elevata nel Calendario Romano generale al grado di festa. Per espresso desiderio del Papa la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha pubblicato il relativo decreto. Il servizio diPaolo Ondarza:

San Tommaso d'AquinoApostolorum Apostola” la definiva san Tommaso d’Aquino: Maria Maddalena fu infatti la testimone oculare del Cristo Risorto, la prima a darne testimonianza agli apostoli. La celebrazione di questa Santa, finora memoria obbligatoria, sarà elevata nel Calendario Romano Generale al grado di Festa. Ne dà notizia il decreto datato 3 giugno 2016, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, a firma del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, reso noto oggi. Nell’articolo di commento firmato dal segretario, mons. Artur Roche, si spiega che la  decisione si iscrive nell’attuale contesto ecclesiale, che domanda di riflettere più profondamente sul tema, della dignità della donna, la nuova evangelizzazione e la grandezza del mistero della misericordia divina.

Decisione presa nel contesto del Giubileo della Misericordia

Fu San Giovanni Paolo II – si ricorda – a dedicare una grande attenzione non solo all’importanza delle donne nella missione stessa di Cristo e della Chiesa, ma anche alla peculiare funzione di Maria di Magdala quale prima testimone che vide il Risorto e prima messaggera che annunciò agli apostoli la risurrezione del Signore“. Un’importanza ribadita nell’impegno della Chiesa per la nuova evangelizzazione “che vuole accogliere, senza alcuna distinzione, uomini e donne di qualsiasi razza, popolo, lingua e nazione, per annunciare loro la buona notizia del Vangelo di Gesù Cristo, accompagnarli nel loro pellegrinaggio terreno ed offrir loro le meraviglie della salvezza di Dio“. La decisione di Papa Francesco si inserisce nel contesto del Giubileo della Misericordia “per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata”.

Maria Maddalena, prima testimone della Divina Misericordia

La tradizione ecclesiale in Occidente identifica nella stessa persona Maria di Magdala, la donna che versò profumo nella casa di Simone, il fariseo, e la sorella di Lazzaro e Marta. Maria Maddalena formò parte del gruppo dei discepoli di Gesù, lo seguì fino ai piedi della croce e, nel giardino in cui si trovava il sepolcro, fu la prima testimone della Divina Misericordia, “la prima a vedere il sepolcro vuoto e la prima ad ascoltare la verità della sua risurrezione”. Nell’articolo di commento si segnala il contrasto tra Eva, donna del giardino del paradiso e Maria Maddalena, donna del giardino della risurrezione. La prima diffuse la morte dove c’era la vita; la seconda annunciò la Vita da un sepolcro, luogo di morte. «Noli me tangere», l’invito rivolto da Cristo a Maria Maddalena è per tutta la Chiesa: a non cercare sicurezze umane e titoli mondani, ma la fede in Cristo Vivo e Risorto! “E’ giusto – conclude l’articolo di commento – che la celebrazione di questa donna abbia il medesimo grado di festa dato alla celebrazione degli apostoli nel Calendario Romano Generale e che risalti la speciale missione di questa donna, che è esempio e modello per ogni donna nella Chiesa”. Il giorno della celebrazione – si specifica nel decreto – rimane invariato, il 22 di luglio.

Maria di Magdalasulla-tomba-vuota-angelo-nocent

 1-Pictures815 1-Pictures816 1-Pictures817Maria di Magdala

Maria di Magdala

DIC NOBIS

MARIA

 

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1. Victimae paschali laudes
immolent christiani.
Alla vittima pasquale,
s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
2a.  Agnus redemit oves:
Christus innocens Patri
reconciliavit
peccatores.2b.  Mors et vita duello
conflixere mirando:
dux vitae mortuus,
regnat vivus.
L’agnello ha redento
il suo gregge: l’Innocente
ha riconciliato
noi peccatori col Padre.
Morte e vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto,
ma ora, vivo, trionfa.
3a.  Dic nobis Maria,
quid vidisti in via?
Sepulcrum Christi viventis,
et gloriam vidi resurgentis;3b.  Angelicos testes,
sudarium, et vestes.
Surrexit Christus spes mea:
praecedet suos in Galilaeam.
«Raccontaci, Maria:
che hai visto sulla via?»

«La tomba del Cristo vivente,
la gloria del Cristo risorto;
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto;
e vi precede in Galilea.»
<4aCredendum est magis soli
Mariae veraci
quam Judaeorum
turbae fallaci.>4b.  Scimus Christum surrexisse
a mortuis vere:
tu nobis, victor
Rex, miserere.Amen. Alleluia.
<Bisogna credere più
alla sola sincera Maria,
che alla folla
menzognera
dei Giudei.>Sì, ne siamo certi:
Cristo è davvero risorto:
tu, Re vittorioso,
portaci la tua salvezza.
Amen. Alleluia.
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PIERLUIGI MICHELI E’ “USCITO DALLA NOSTRA VISTA NON DALLA NOSTRA VITA” – Angelo Nocent

Pierluigi Micheli tomba

 Era finita tra una montagna di carte. Ho fatto tribolare Don Giovanni Marcandalli che aveva da poco traslocato dalla Basilica di San Marco, dove era parroco, a quella di Sant’Ambrogio dove attualmente risiede. Dopo una settimana di vane ricerche, si è dovuto arrendere: “non la trovo più“. Oggi, cercando altro, con mia somma sorpresa e gioia, è riemersa. Eccola:

OMELIA DURANTE LA LITURGIA FUNEBRE

A SUFFRAGIO DEL DOTT. PIERLUIGI MICHELI

Milano 24 giugno 1998

Letture:

  • Siracide 39, 1-11

  • Salmo: Sapienza 9

  • 1Corinzi 15, 51-58

  • Vangelo secondo Luca 10, 25-37

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Siamo qui attorno alle spoglie mortali (le “sante reliquie”) del nostro fratello Piero, il Dott. Micheli, con una profonda mestizia nel cuore (come Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro), perché è stato sottratto alla nostra vista un grande uomo, un ottimo medico, un vero cristiano, un autentico maestro di vita e, per molti (come per me) un sincero amico.

La mestizia (soprattutto in un funerale come questo, è serena, perché, come diceva ieri il Card. Saldarini (che è venuto a celebrare una Santa Messa per il suo amico) “morire non vuol dire sparire; cambia solo il modo di vivere; dal modo di vivere terreno al modo di vivere eterno”.

Il nostro fratello Piero è uscito dalla nostra vista, non dalla nostra vita. E’ giunto per lui il momento di “passare da questo mondo al Padre”. E’ passato dalla clausura della morte all’aurora della vita eterna. Ha celebrato al sua ultima Pasqua. Si è addormentato nel Signore, in attesa di risvegliarsi nella Risurrezione.

E’ per sempre con il Signore, nella pace.

E’ per sempre con noi. Nel nostro cuore.

Anzi, in questo momento di serena letizia sento nel cuore l’esigenza profonda di rendere grazie al Signore per averci donato questo fratello e per tutto ciò che ci è stato dato attraverso la sua luminosa testimonianza.

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Il nostro fratello Piero è stato per molti di noi un vero Buon Samaritano.

Sulla comune strada della vita, la strada che da Gerusalemme (città di Dio) scende a Gerico (città dell’uomo), molti hanno incontrato il Dott. Micheli come buon samaritano:

  • la sua presenza discreta, rispettosa, schiva, ma sinceramente affettuosa e attenta alle persone;

  • la sua signorilità di tratto e gentilezza per la “sobrietà” in tutti i rapporti (la “sobrietas” dei latini, soprattutto quella cantata da Sant’Ambrogio, da lui più volte citato: “Te mens adoret sobria” !),

  • ma che talora diventava la “sobria ebrezza dello spirito”.

Certo, è stato un  Buon Samaritano innanzitutto con i suoi ammalati.

Viveva per loro: erano il suo grande amore.

Andava in vacanza malvolentieri; avrebbe preferito rimanere a Milano per stare più vicino a loro. E anche in vacanza si manteneva in continuo contatto telefonico. E in questi ultimi anni, costretto ogni tanto a fermarsi per motivi di salute, appena stava meglio, riprendeva subito le visite. In questi ultimi giorni poi, quante volte, nei momenti di semi-lucidità chiedeva il camice e le cartelle…

Noi medici (diceva) abbiamo scelto la professione migliore, quella che ci mette continuamente a contatto con le persone”.

Il Dott. Micheli, però, – ed è questa una sua peculiare caratteristica – nei rapporti con gli ammalati e con tutti coloro che avvicinava era un Buon Samaritano dei corpi e delle anime, “medico dei corpi e delle anime”. Era profondamente convinto che la forma più alta di carità è la comunicazione della verità; la carità di far conoscere la luce pura e rasserenante della verità: il “gaudium veritatis” ((S. Ambrogio).

E’ stato un grande ricercatore di sapienza, e poi “diffusore di quella sapienza” di cui ha parlato la prima Lettura: il gusto del vero, del bello, del bene: l’arte di ben pensare e di ben vivere.

Nei suoi appunti ho trovato molte riflessioni su questo argomento:

  • Vivere è conoscere”;

  • Non il vivere è da tenere nel massimo conto, ma il vivere bene: e il vivere bene è lo stesso che il vivere con virtù. Giustizia e conoscenza” (Socrate);

  • Tanto godi quanto ami; tanto ami quanto conosci” (S. Bonaventura).

Per questo è stato un grande sostenitore dell’Università della terza età.
In uno degli ultimi colloqui mi diceva: “Questa università è un’opera di altissima utilità, perché educa alla razionalità. Alla dialettica, e porta alla trascendenza (al di là di ogni confessionalità): e poi trasmette la sapienza di Santa Madre Chiesa “Cattolica”: una sapienza che non è nostra, noi la riceviamo e dobbiamo trasmetterla con umiltà”.


E attingeva questa “sapienza” innanzitutto dai grandi pensatori dell’antichità classica. Aveva un enorme ammirazione di Socrate, Platone, dei neoplatonici, dei dei pitagorici: nei suoi appunti sono più volte citati, in greco o in latino…

Vedeva in questi autori antichi “i semi del Verbo”. Vi scopriva “un’anticipazione del Vangelo”. Vi trovava con gioia e stupore “tante scintille evangeliche”.

Condivideva l’idea di alcuni scrittori antichi che definivano Platone “Mosè che parla in greco”. E si rallegrava di ricordare Clemente Alessandrino (fine II secolo) il quale reputava Platone “un precursore di Cristo”, citava Socrate e Pitagora a sostegno della verità dell’insegnamento cristiano e considerava la storia degli imperi d’Oriente come provvidenziale preparazione all’avvento del Messia.

Con queste convinzioni più volte ripeteva la frase “homo naturaliter christianus” (l’uomo è naturalmente cristiano).

Ricordava spesso l’immagine di Platone: possiamo affrontare il mare della vita con una “zattera” (che è la parola della sapienza umana), ma noi ora possiamo fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su “una più solida nave”, che è la Divina Rivelazione, contenuta nelle Sante Scritture.

Perciò, fonte primaria della sua sapienza era la meditazione della Parola di Dio. Quanti brani dell’Antico e del Nuovo Testamento, citati e commentati nei suoi appunti.

dante 1E quasi sintesi della sapienza antica e di quella rivelata, per il Dott. Micheli, era la Divina Commedia. Dante è definito “nostro contemporaneo”, “Dante o l’universale di tutti i tempi”. Questo Buon Samaritano, però, riusciva a trasmettere la medicina spirituale della sapienza, la luce pura e rasserenante della verità” in modo credibile, perché chiunque lo accostava o lo ascoltava, avvertiva subito che trasmetteva un’esperienza di fede che viveva…Si capiva subito che credeva e viveva quello che diceva! Non era solo un maestro: era innanzitutto un testimone ! E “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri: se ascolta un maestro, lo fa perché è anche un testimone”.

Era forse la cosa che più stupiva avvicinando il Dottor Micheli: pur essendo un uomo di spessore culturale non comune, aveva una fede semplice, limpida, quasi infantile: viveva la “semplicità evangelica”, “l‘infanzia spirituale”. Credo che non l’abbia mai sfiorato un dubbio. Era ovvio, naturale, per lui il credere…
Anche il suo volto, il suo sorriso (talvolta attraversato da una sottile ironia) aveva qualcosa della semplicità infantile.

E la sua fede, semplice e autentica, illuminava il suo volto.

Non dimenticherò mai la luminosità dei suoi occhi, l’irradiazione del suo volto, la “pace soave” che emanava a tutto il suo corpo, anche negli ultimi giorni, in cui è “passato attraverso la grande tribolazione”. Credo profondamente che la fede si trasmette soprattutto attraverso la luminosità di volti come questo.

Ed era una fede autentica, robusta, schietta.

Nei miei ultimi incontri, il mio saluto era sempre una famosa espressione di Dante: gli dicevo: “Dottore, in tua voluntade…” “e nostra pace” rispondeva prontamente.

Anzi, dopo il rpimo infarto, l’ho incontrato in camera di rianimazione: al mio abituale saluto rispose come al solito, ma ebbe anche la forza di aggiugere : “…però, Don Giovanni, nella Divina Commedia c’è un testo ancora più bello, quando si canta “fiat voluntas tua, Alleluia, alleluia”: “fare la volontà di Dio con gioia”.  

La sua fede si alimentava con una costante preghiera: la Liturgia delle Ore, un suo libro di preghiere (che voleva sempre con sé anche all’Ospedale), il Rosario (sempre in mano, sino alla fine).

Ci sono, tra i suoi appunti, riflessioni bellissime su questo tema: “è più importante ciò che avviene nel cuore e nella mente che non quello che succede nella realtà. La preghiera del mattino accende il cero de illumina tutta la nostra giornata”. “Il Padre nostro è una preghiera corale che tutti gli uomini possono dire e che nella sua universalità non è legata a una corrente di pensiero: è la preghiera dell’uomo”.

La sua fede si esprimeva nella carità, che però (secondo il suo stile) era discreta, nascosta, nota solo al Padre Celeste “che vede nel segreto del cuore”. Quante volte gli mandavo dei poveracci per una visita medica, attenta, puntuale, e lui se li prendeva a cuore. Anzi, avrebbe voluto fare sempre il medico nella logica della gratuità…

Da ultimo la sua fede è stata purificata in questi ultimi mesi dalla lunga malattia, con continue sorprese. Avremmo desiderato che gli fosse risparmiato qualcosa…, ma ci inchiniamo davanti al mistero della volontà di Dio, ripetendo le parole di Giobbe (un libro a lui particolarmente caro): “Chi sono io per oscurare con la mia insipienza la sua imperscrutabile sapienza?” Non ci è dato di capire, ci è chiesto di accettare, fidandoci di Lui.

Ho trovato nei suoi appunti:

  • Come dice il Salmo: gli anni passano presto e noi ci deleguiamo…Ma questi ricordi anziché intristirmi mi hano dato conforto: solo così potrò vedere il Signore (come insegna Giobbe).

  • Ospedale: cattedra di vita”.

  • Passando per la valle del pianto la cambia in sorgente…Fa’ che io non consideri questa malattia come una specie di morte: separato dal mondo, spogliato di tutti gli oggetti dei miei attaccamenti, per implorare dalla tua misericordia la conversione del mio cuore”.

  • La malattia: momento favorevole per la nostra correzione, per la nostra conversione”.

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Conclusione

Caro Dottor Micheli, ora vedi esaudito il tuo più grande desiderio: “il tuo volto, Signore, io cerco: non nascondermi il tuo volto”.


Hai cercato il volto di Dio, navigando per il mare della vita con la zattera della sapienza antica e soprattutto con la nave più sicura della Divina Rivelazione.

E ora i tuoi occhi vedono il volto di Dio “faccia a faccia”, “non più da straniero ma da amico”.

E noi ci rivolgiamo a Dio pregando per te con le parole bellissime della Liturgia: “mite e festoso ti appaia oggi il volto di Cristo, per essere per sempre con Lui nella pace”.

Ma io oso rivolgere a te una preghiera, quella che nella Bibbia è più volte rivolta a Dio: “fa’ splendere su di noi il tuo volto…”

  • Fa’ splendere su di noi il tuo volto, luminoso, raggiante (come il volto di Mosè quando scendeva dal Monte Sinai); il tuo volto, pieno di stupore, sorpreso dal Mistero, sopraffatto dalla grandezza incommensurabile dei misteri celebrati…; il tuo volto, che irraggiava una pace soave, la pace profonda del cuore…

  • Fa splendere il tuo volto sulla consorte Augusta, amatissima da te e da tutti noi.

  • Fa splendere il tuo volto sui tuoi familiari, sui tuoi collaboratori, medici e infermieri (i tuoi “confratelli”).

  • Fa splendere il tuo volto su questa comunità parrocchiale, che ti ricorderà sempre come il migliore dei suoi figli, come il più saggio e il più santo fra i suoi fedeli.

  • Siamo certi: invisibili legami creano vincoli eterni fra noi e te, che non sei deceduto, ma ci hai preceduto, sull’altra sponda, la sponda dell’Eterno, la Città della gioia.

         Don Giovanni Marcandalli.

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I TESTI DELLA LITURGIA FUNEBRE

Bibbia EDU:

Siracide – Capitolo 39

1 Egli ricerca la sapienza di tutti gli antichi e si dedica allo studio delle profezie.
2Conserva i detti degli uomini famosi e penetra le sottigliezze delle parabole, 3ricerca il senso recondito dei proverbi e si occupa degli enigmi delle parabole.
4Svolge il suo compito fra i grandi, lo si vede tra i capi, viaggia in terre di popoli stranieri, sperimentando il bene e il male in mezzo agli uomini.

5Gli sta a cuore alzarsi di buon mattino per il Signore, che lo ha creato; davanti all’Altissimo fa la sua supplica, apre la sua bocca alla preghiera e implora per i suoi peccati.

6Se il Signore, che è grande, vorràegli sarà ricolmato di spirito d’intelligenza:
come pioggia effonderà le parole della sua sapienza e nella preghiera renderà lode al Signore.
7Saprà orientare il suo consiglio e la sua scienza 
e riflettere sui segreti di Dio.
8Manifesterà la dottrina del suo insegnamento, si vanterà della legge dell’alleanza del Signore.
9Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato; non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione.

10I popoli parleranno della sua sapienza, l’assemblea proclamerà la sua lode. 11Se vivrà a lungo, lascerà un nome più famoso di mille altri e quando morrà, avrà già fatto abbastanza per sé.

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Sapienza – Capitolo 9

Preghiera di Salomone

1″Dio dei nostri padri, Signore che ami e perdoni, tu con la tua parola hai fatto l’universo, 2con tutta la tua saggezza hai formato l’uomo perché sia signore di tutto quel che hai creato, 3perché governi il mondo con animo retto e giusto e pronunzi i suoi giudizi con imparzialità.

4Dammi la sapienza che ti consiglia quando governi, non escludermi dal numero dei tuoi figli. 5Io sono tuo servo, ti appartengo come figlio della tua schiava, sono un uomo debole e di vita breve, ho scarsa esperienza e conosco poco il diritto e le leggi.

6Ma anche l’uomo più bravo di tutti non conterebbe niente senza la sapienza che viene da te.

7Tu mi hai scelto come re del tuo popolo, come giudice dei tuoi figli e delle tue figlie 8Mi hai comandato di costruire un tempio sulla montagna santa e un altare nella città dove tu abiti: doveva essere come la tenda sacra che avevi preparato dall’inizio.

9La sapienza è con te e conosce quel che fai; era presente quando creavi il mondo. Sa quello che ti piace, quel che è giusto e conforme ai tuoi comandi.

10Dal cielo, che è la tua dimora, e dal trono ove siedi glorioso, mandami la sapienza, perché sia sempre al mio fianco e fatichi con me: allora io imparerò quel che ti piace.

11Lei sa e capisce ogni cosa, mi guiderà con intelligenza nel mio lavoro, e mi proteggerà con la sua presenza. 12Così tutto quel che faccio ti sarà gradito.

Governerò il tuo popolo con giustizia e sarò degno del trono di mio padre”.

13Chi tra gli uomini potrà mai conoscere la volontà di Dio? Chi potrà sapere quel che il Signore vuole?

14Noi siamo fragili, ragioniamo tra mille dubbi e incertezze. 15Il nostro corpo è mortale, è fatto di terra e grava sull’anima.È come una tenda che pesa e che opprime una mente già carica di pensieri.

16A stento possiamo immaginare le cose del mondo, anche quelle che sono a nostra portata, le scopriamo a fatica. Ma le cose del cielo, chi mai ha potuto esplorarle?

17Nessuno ha conosciuto la tua volontà se non eri tu a dargli la sapienza, se dal cielo non gli mandavi il tuo spirito santo.

18Solo così gli abitanti della terra han potuto correggere il loro modo di vivere, hanno imparato quel che ti piace e furono salvati per mezzo della sapienza

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1 Corinti 15, 51-58.

51Ecco, io vi dico un segreto. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati 52in un istante, in un batter d’occhio, quando si sentirà l’ultimo suono di tromba. Perché ci sarà come un suono di tromba, e i morti risusciteranno per non morire più e noi saremo trasformati. 53Quest’uomo che va in corruzione, deve infatti rivestirsi di una vita che non si corrompe, e quest’uomo che muore, deve rivestirsi di una vita che non muore. 54E quando quest’uomo che va in corruzione si sarà rivestito di una vita che non si corrompe, e quest’uomo che muore si sarà rivestito di una vita che non muore, allora si compirà quel che dice la Bibbia:

La morte è distrutta! la vittoria è completa!

55O morte, dov’è la tua vittoria?

O morte, dov’è la tua forza che uccide?

56La morte prende il suo potere dal peccato, e il peccato prende la sua forza dalla Legge. 57Rendiamo grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

58Così, fratelli miei, siate saldi, incrollabili. Impegnatevi sempre più nell’opera del Signore, sapendo che, grazie al Signore, il vostro lavoro non va perduto.

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Vangelo secondo Luca 10, 25-37

La parabola del buon Samaritano

25Un maestro della Legge voleva tendere un tranello a Gesù. Si alzò e disse:

– Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?

26Gesù gli disse:

– Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè? Che cosa vi leggi?

27Quell’uomo rispose:

– C’è scritto: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso.

28Gesù gli disse:

– Hai risposto bene! Fa’ questo e vivrai!

29Ma quel maestro della Legge per giustificare la sua domanda chiese ancora a Gesù:

– Ma chi è il mio prossimo?

30Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. 31Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. 32Anche un levita del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e prosegui. 33Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione.

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PER SAPERNE DI PIU’:

http://https://pierluigimicheli.wordpress.com/

 

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PREGANDO IN LINGUE – Angelo Nocent

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