MEDICI- INFERMIERI – SANITA’ MONDIALE – Angelo Nocent

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CRISTO E’ FEDELE E A TUTTO PROVVEDE

Se guardassimo alla misericordia di Dio, non cesseremo mai di fare il bene tutte le volte che se ne offre la possibilità. Infatti quando, per amor di Dio, passiamo ai poveri ciò che egli stesso ha dato a noi, ci promette il centuplo nella beatitudine eterna. O felice guadagno, o beato acquisto! Chi non donerà a quest’ottimo mercante ciò che possiede, quando cura il nostro interesse e ci supplica a braccia aperte di convertirci a lui e di piangere i nostri peccati e di metterci al servizio della carità, prima verso di noi e poi verso il prossimo? Infatti come l’acqua estingue il fuoco, così la carità cancella il peccato (cfr. Sir 3, 29).

Vengono qui tanti poveri, che io molto spesso mi meraviglio in che modo possano esser mentenuti. Ma Gesù Cristo provvede a tutto e tutti sfama. Molti poveri vengono nella casa di Dio, perché la città di Granada é grande e freddissima, soprattutto ora che é inverno. Abitano ora in questa casa oltre centodieci persone: malati, sani, poveri, pellegrini. Dato che questa é la casa generale, accoglie malati di ogni genere e condizione: rattrappiti nelle membra, storpi lebbrosi, muti, dementi, paralitici, tignosi, stremati dalla vecchiaia, molti fanciulli e inoltre innumerevoli pellegrini e viandanti, che giungono qui e trovano fuoco, acqua, sale e recipienti in cui cuocere i cibi. Non esistono stanziamenti pecuniari per tutti costoro, ma Cristo provvede.

Perciò lavoro con denaro altrui e sono prigioniero per onore di Gesù Cristo. Sono così oppresso dai debiti, che spesso non oso uscire di casa a motivo dei creditori ai quali devo rispondere. D’altra parte vi sono tanti poveri fratelli, mio prossimo, provati oltre ogni possibilità umana, sia nell’anima che nel corpo, che io sento grandissima amarezza di non poter soccorrere. Confido tuttavia in Cristo che conosce il mio cuore. Perciò dico: Maledetto l’uomo che confida negli uomini e non confida in Cristo. Volente o nolente, gli uomini ti lascieranno. Cristo invece é fedele e immutabile. Cristo veramente provvede a tutto. A lui rendiamo sempre grazie. Amen.

Dalle «Lettere» di san Giovanni di Dio, religioso

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Elena Maya Akisada Nocent - Angelo musicante Mimosa

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L’OSPITE CHE INVITA A CENA – Angelo Nocent

Carlo Maria Martini - Ritrovare se stessi

C’è un momento nell’anno per fermarsi e cercare…

Osservazioni importanti sulla “lectio divina”

Card. Carlo Maria MartiniNell’accostarsi alla Bibbia mediante il metodo della lectio divina bisogna evitare il rischio di uno straripamento della lectio al di fuori dell’ alveo della tradizione e della Chiesa. Capita infatti spesso che la Scrittura venga usata non semplicemente in funzione critica dei nostri idoli, ma pure in funzione di critica delle istituzioni, di una critica globale e priva di discernimento.

Un altro rischio è di asservire il testo sacro a ideologie preesistenti (politiche, sociali, filosofiche), usandolo come prova o appoggio. In questi casi la lettura della Bibbia tende a uscire dal contesto vitale in cui è nata e si è trasmessa. E, ancora, si rischia di intendere sotto il nome di lectio una qualunque lettura della Bibbia, che sia in qualche modo unita con la preghiera. Non di rado si tende inoltre a fare della “teologia biblica” trattando temi dell’uno e dell’ altro Testamento, o si cercano attualizzazioni a partire da un brano scelto a caso o presente nella liturgia.

Tutto ciò fa parte della lectio, ma non la definisce nella sua caratteristica più profonda. Mi sembra quindi utile richiamare alcune parole del padre gesuita Francesco Rossi de Gasperis, in uno stimolante studio (Bibbia ed esercizi spirituali, Torino 1982, 33): «Lectio divina è la lettura continua» – preferisco dire “tendenzialmente” continua – «di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sua sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata mediante il contesto di tutta la rivelazione biblica, Antico e Nuovo Testamento.

Per questa sua semplice adesione e umile rispetto dell’intero testo biblico, lalectio divina è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l’uomo diventa un attento uditore della Parola (…). La lectio divina non fa una scelta di testi adatti a temi e argomenti già scelti e decisi in precedenza, in vista di bisogni o gusti già sperimentati o avvertiti dal lettore o dalla comunità che legge. Essa non adotta nemmeno il procedimento dei “temi biblici” preferendo invece tenersi al di qua di ogni selezione teologica del messaggio biblico. Essa comincia dalla Parola di Dio e la segue passo passo dal principio alla fine. La lectio divina suppone e prende sul serio l’unità di tutte le Scritture».

Se dunque la lectio divina viene vissuta nel suo dinamismo che, partendo dalle prime tre tappe – lectio, meditatio, contemplatio – si amplia e si apre alla consolatio, discretio, deliberatio e actio, può costituire un formidabile aiuto di fronte all’ attuale sfida del mondo occidentale.
Un mondo in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita e della società, un mondo interiormente arido, che soffoca la coscienza e non fa avvertire nell’ esperienza quotidiana il gusto del Dio vero. Soltanto se alimentiamo la nostra fede in un contatto con la Parola, potremo passare indenni attraverso il deserto spirituale dell’Europa moderna.

Un esempio di “lectio divina”

Iniziamo a leggere il Salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo,
il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni».

È un salmo che abbiamo cantato tante volte nella liturgia delle Messe domenicali e feriali, eppure forse non lo conosciamo sul serio. Diceva di esso il grande filosofo francese Henri Bergson: «Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / …Anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, / non temerei alcun male, perché tu sei con me“».

Cena beduina1. Nel momento della lectio rileggiamo il testo per metterne in rilievo gli elementi cercando di rispondere alla domanda: che cosa dice il salmo?

- Il Salmo 23 è sovente chiamato “il salmo del pastore”, perché parla di un pastore, anzi del Signore sotto l’immagine del pastore, e ne sviluppa il simbolo.
A me pare tuttavia che quel titolo non sia adeguato e, in realtà, se notate bene le tre strofe, vi accorgerete che l’immagine del pastore è sviluppata soltanto fino al v. 4: «il tuo bastone e il tuo vincastro». Dal v. 5 in avanti, è delineata un’ altra immagine, quella dell’ospite che invita a cena: «Davanti a me tu prepari una mensa…». Due sono quindi i simboli: il pastore e colui che ci invita a cena trattandoci regalmente e facendoci stare con sé. Per questo ritengo più indovinato un altro titolo: “Perché tu sei con me“, che esprime molto bene la tensione spirituale, psicologica, umana e teologica del salmo. “Perché tu sei con me” è un’ affermazione che sta, quasi visivamente, a metà del canto, della preghiera del salmista, e riassume tutto in una espressione di grande fiducia: tu sei con me. E chiaramente un salmo di fiducia, e cercheremo di capire che cosa in pratica significa.

+ Dopo il titolo, vediamo di sottolineare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: il Signore e io, cioè colui che parla. – Le azioni attribuite al Signore sono nove:

  1. egli è mio pastore;
  2. mi fa riposare;
  3. mi conduce;
  4. mi rinfranca;
  5. mi guida;
  6. è con me;
  7. mi dà sicurezza;
  8. prepara una mensa;
  9. cosparge di olio.

Nove designazioni che indicano la cura, la premura, l’attenzione, espresse con metafore, con parabole, con simboli: esse definiscono il Signore come Colui che si prende cura di me. – Di fronte a questo soggetto principale, ci sto io che affermo

  • di non mancare di nulla,
  • di non temere alcun male,
  • affermo che il mio calice trabocca;
  • che sento la felicità e la grazia come compagne di vita,
  • che voglio abitare nella casa del Signore.

Si tratta di un dialogo affettuoso, fiducioso, familiare tra il Signore e me:

  • che cosa è lui,
  • che cosa fa per me,
  • che cosa io gli dico.

E una preghiera semplicissima, che non chiede nulla, non ringrazia, non loda, ma proprio per questo è ricchissima; se poi volessimo esaminare la portata dei simboli che presenta, troveremmo una vastità di applicazioni, come dimostra la storia dell’ esegesi del Salmo 23.

+ Possiamo ora rileggere le strofe dal punto di vista delle immagini. Abbiamo già parlato delle due fondamentali: il pastore e l’ospite, cioè l’immagine del pascolo e l’immagine della convivialità, dell’ospitalità a mensa. Ciascuna di esse è sviluppata con altre che completano, arricchiscono il quadro.
– L’immagine del pastore – molto usata nella Bibbia fino al discorso di Gesù sul buon pastore, in Giovanni 10- viene specificata: «su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E la sosta del gregge su pascoli verdi e presso acque tranquille.

Chi ha visto le steppe della Palestina, sa come è difficile trovare un pascolo verde; quando un pastore riesce a scoprirlo, egli è davvero la gioia del gregge; chi ha provato la sete del deserto, può comprendere che cosa significa incontrare qualcuno capace di indicare dove c’è una sorgente d’acqua, magari nascosta sotto le pietre. Quindi il pastore del salmo sa fare sostare il gregge nei luoghi giusti. Inoltre sa far viaggiare: c’è infatti l’immagine del gregge in sosta su pascoli erbosi e c’è quella del gregge in movimento, guidato per sentieri giusti, per piste che portano a buon fine. In questo viaggio si può anche «camminare in una valle oscura» – pensiamo al deserto di Giuda e alle sue valli pietrose, incassate, dirupate, molto pericolose se di notte ci si perde o se, inciampando, si cade in qualche dirupo!

Pascolo deserto

-. Il pastore del salmo sa guidare pure in una valle oscura, di notte. Le immagini si moltiplicano: quella del bastone e del vincastro. Probabilmente per bastone si intende una mazza corta e adatta a difendere il gregge dai lupi; il vincastro, invece, è quello che oggi è il pastorale del Vescovo, un bastone lungo ricurvo, su cui il pastore si appoggia, che serve per appendervi il sacco o per tastare il terreno, per tenere lontani i cani randagi. Una metafora molto pittoresca, che evoca tutto quanto il pastore fa per amore del gregge, per condurlo; ed è ciò cheil Signore fa per noi.

- Seguono leimmagini conviviali:«davanti a me tu prepari una mensa» (v. 5). Figuriamoci di essere sotto una tenda, su una stuoia stesa per terra, e sulla stuoia cibi succulenti, che si prendono con le mani, si mette un poco di focaccia in una salsa e vi si intingono bocconcini di carne; figuriamoci di godere ore e ore in questa cena comune. Prima che la mensa abbia inizio, colui che ha invitato cosparge di profumo, «cosparge di olio il capo», come ha fatto Maria di Betania quando Gesù entra nella sua casa. Sulla mensa c’è anche una coppa, un calice traboccante di vino spumeggiante, che dà gioia.

Le immagini conviviali sfociano, nel v. 6, nell’immagine della casa del Signore: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni»; la tenda ospitale diventa, a un certo punto, il tempio, la casa di Dio, dove si è veramente a casa.

+ Ho richiamato semplicemente qualche metafora, ma su ciascuna di esse ci si potrebbe fermare per chiarirne meglio il significato.

  • Che cosa vuol dire “acque tranquille“? Non soltanto pozze di acqua da cui si beve in pace e senza pericoli; in realtà, è evocato un cammino di pace, un cammino spirituale verso la pace interiore, dove ci si ristora alla fine di un viaggio pericoloso.
  • Che cosa vuol dire “valle oscura“, tenebrosa? Non è soltanto un dirupo dove non arriva la luce, dove la notte è fonda; nella psicologia della persona umana, è piuttosto la paura del buio della morte, quella paura che affiora nella coscienza e che non si placa, a meno che non venga una voce dall’ alto a portare la parola di conforto.

Invito ciascuno a ripensare e a gustare tutte queste immagini poetiche; pur se non possiamo cogliere la poesia e il ritmo propri del testo ebraico, tuttavia alcune assonanze risuonano un poco anche nella traduzione in lingua italiana.

2. Passando al gradino della meditatio, riformuliamo la domanda iniziale pensando a noi: qual è il messaggio del salmista per me, per noi? che cosa dice questa poesia religiosa oggi?

+ Incominciamo a cercare le parole chiave del messaggio, che a mio avviso sono quattro:

  • - non manco di nulla;
  • - tu sei con me;
  • - mi dai sicurezza col tuo bastone e il tuo vincastro;
  • - abiterò nella casa del Signore.

Ecco il messaggio: Signore, io non manco di nulla perché tu sei con me, mi dai sicurezza e abito nella tua casa.

+ Per poter dire sul serio queste parole, è necessario domandarci su chi cadono, e la risposta per me è ovvia: cadono oggi su cuori ansiosi, sulle nostre ansietà, sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze. Da alcuni anni seguo un gruppo di centinaia di giovani e di ragazzi – tra i 18 e i 25 anni – che partecipano al cammino cosiddetto del “Samuele” e cercano con grande disponibilità la volontà di Dio nella loro vita. E affinché compiano un cammino solido, io propongo ogni anno delle regole: per esempio, di astenersi dalla televisione o di fame un uso molto ridotto. Tra le altre c’è la IV regola che recita: bandire ogni forma di ansietà su di me e sul futuro. Ebbene, per tantissimi di questi giovani e ragazze, non è difficile astenersi dall’uso della televisione, mentre è particolarmente difficile bandire ogni forma di ansietà su di sé e sul proprio futuro. La ritengono la regola più dura. Ciò significa che il nostro cuore è insicuro, siamo continuamente bisognosi di rassicurazioni su di noi e sul domani che ci attende, sulle nostre relazioni, sulle nostre capacità, sul fatto che non commetteremo sbagli troppo gravi nello scegliere lo stato di vita.

Il Salmo 23, da questo punto di vista, è una medicina salutare, consolante, divina, efficace per tutte le ansietà del cuore umano. E una splendida preghiera da ripetere nella fede, davanti a Gesù: Signore, io non manco di nulla davanti a te; tu sei con me, mi rassicuri, mi fai abitare nella tua casa. Si tratta di uno straordinario esercizio di fede e di speranza.

+ Nel desiderio di approfondire il messaggio, di scavare di più nel nostro cuore, ci chiediamo: quando pronuncio le parole del salmo, quando lo recito in preghiera, sono davvero sincero? Credo che tutti dobbiamo confessare che le cantiamo, ma con un po’ di superficialità; talora ci muovono alla preghiera, se stiamo vivendo momenti buoni, se non ci sono all’orizzonte dei crucci e dei problemi. Tuttavia, allorché entriamo in una valle oscura, allorché avvertiamo davanti a noi l’ombra della morte (un insuccesso, la solitudine, un fiasco nella vita, il dolore fisico o morale…), diventa assai difficile dire: cammino in una valle oscura, ma sono in pace perché tu, Signore, sei con me. Pur se sono vere, pur se sono salutari, le parole del salmista sono difficili da pronunciare con il cuore.

+ Che cosa fare, dunque, quando ci si trova in una valle oscura, nella valle di morte, nell’ ombra, nell’ abisso? Dobbiamo fare quello che ha fatto Gesù. Egli è entrato nella oscura valle del Getsémani, è entrato nel buio dell’agonia sulla croce, si è sentito abbandonato e ha gridato: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Però in quel momento ha rivolto al Padre delle parole che risuonano affini a quelle del Salmo: So che tu, Padre, sei con me, nelle Tue mani affido il mio spirito. Gesù, contemplato nel Getsémani e sulla croce, è il modello da seguire, è colui che ci assicura dicendo: malgrado tutto, avrete la forza di pregare il Salmo 23, anzi l’avete già ora perché ve la dono io.

Mi viene in mente quanto scrive san Bonaventura a proposito di Francesco che, nell’estate del 1219, andò in Palestina e fu ricevuto dal sultano d’Egitto, attraversando così le linee militari musulmane. In quel momento di gravissimo pericolo, di paura, quasi di follia (avrebbe potuto rinunciare alla visita, evitando un percorso tanto rischioso), Francesco continuava il viaggio ripetendo: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore, sei con me».

3. Nella contemplatio, affidata a ciascuno personalmente, si cerca di andare al di là del Salmo per toccare il volto di Gesù presente dietro a ogni pagina e in ogni pagina della Scrittura. Magari si parte da un’invocazione, da una preghiera nella quale esprimo al Signore i sentimenti provati ascoltando le parole di uno o di un altro versetto, ma improvvisamente la preghiera non è più esercizio della mente, bensì lode, silenzio davanti a Colui che mi si è rivelato, che mi parla come amico, come medico, come salvatore. La contemplatio è una sorta di esperienza stupenda, misteriosa, nella quale intuiamo con il cuore che il Risorto è in mezzo a noi come Signore della nostra vita e Signore della storia.

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MADRE TERESA – LA DESERTIFICAZIONE DEL CUORE – Angelo Nocent

Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II

QUARESIMA TEMPO DI DESERTO E SPOGLIAZIONE

Quando fu proclamata beata, il 19 ottobre 2003, nella sua biografia ufficiale diffusa da Vaticano erano scritte queste testuali parole: 

Sinai - Oreb -deserto“Vi fu un aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: ‘l’oscurità’. La dolorosa notte della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri”.

Di quel suo buio interiore durato mezzo secolo – proprio mentre tutto il mondo ammirava la sua raggiante cristiana letizia – Madre Teresa diede conto soltanto ai suoi direttori spirituali, ingiungendo di distruggere poi le sue lettere: cosa che essi non fecero.

L’oscurità della fede contraddistingue tante altre vite di santi, anche grandissimi. Ma c’è sempre qualcosa di peculiare in ciascuno. Anche in Madre Teresa.

Nel commento che segue, un autore d’eccezione prova a tratteggiare la peculiarità di Madre Teresa, proprio in rapporto ai suoi dubbi di fede. È padre Raniero Cantalamessa, francescano, storico delle origini del cristianesimo e predicatore ufficiale della casa pontificia.

Il commento è uscito su “Avvenire” di domenica 26 agosto, nel pieno della discussione seguita all’annuncio del libro.

In esso, padre Cantalamessa sostiene una tesi ardita: identifica in Madre Teresa l’ideale compagna di viaggio e di mensa dei tanti “atei in buona fede” che popolano il mondo d’oggi. I più amati da Gesù che sulla croce sperimentò più di tutti l’abbandono di Dio.


RanieroCantalamessaMenuMadre Teresa, “la notte” accettata come un dono

di Raniero Cantalamessa

Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri?

Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei – l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative – ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.

Lo rivelano i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, ora pubblicati dal postulatore della causa per la canonizzazione. Non credo che i curatori, prima di decidersi a darli alle stampe, abbiano dovuto superare la paura che tali scritti possano suscitare sconcerto o addirittura scandalizzare i lettori. Lungi da diminuire la statura di Madre Teresa, essi infatti la ingigantiscono, ponendola a fianco dei più grandi mistici del cristianesimo.

“Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri – scrive il gesuita Joseph Neuner che le fu vicino – una opprimente oscurità venne su di lei”. Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare: “C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto”.

Non è difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dopo san Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito.

Taulero fa una descrizione impressionante di questo stato: “Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura”.

Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: “Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più, non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei. “Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra”.

Il silenzio di Madre Teresa

Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale Trevor Lawrence Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta di distruggerle, fatta anche a lui dalla Madre.

Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un perenne sorriso. “Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore… Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!”. Un detto dei Padri del deserto dice: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio”. Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

Non solo purificazione

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso san Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta via purgativa, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Madre Teresa era convinta che si trattasse proprio di questo nel caso suo; pensava che il suo “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerla così a lungo in quello stato.

Ma non era certo questo. La interminabile notte di alcuni santi moderni è il mezzo di protezione inventato da Dio per i santi di oggi che vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuii.

San Paolo diceva: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne” (2 Corinti 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. “Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente”. Quanto è lontano dal vero Christopher Hitchens quando nel suo saggio velenoso “Dio non è grande. La religione avvelena ogni cosa” fa di Madre Teresa un prodotto dell’era mediatica!

C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: l’imitazione di Cristo, la partecipazione all’oscura notte dello spirito che avvolse Gesù nel Getsemani e in cui morì sul Calvario, gridando: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Madre Teresa è giunta a vedere sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il grido “Ho sete” di Gesù sulla croce: “Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi… Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore… Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”.

Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e una gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. Santa Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa “è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’Inferno”, ma che c’è in esse una “grandissima contentezza” che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso. La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.

A fianco degli atei

Il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede, coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo “La peste” Albert Camus li chiamava “i santi senza Dio”. I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi “si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro” (cf. Luca 15,2).

Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.–K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno; T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal sole. Pochi sanno che l’autore di “Aspettando Godot”, Samuel Beckett, nel tempo libero leggeva san Giovanni della Croce.

La parola “ateo” può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che – almeno così gli sembra – è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tratta di un ateismo di colpa (quando non è in buona fede), nel secondo di un ateismo di pena, o di espiazione. In quest’ultimo senso possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli a-tei, dei senza Dio e che anche Gesú, sulla croce, era un a-teo, un senza Dio.

Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’Inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia”. Ma si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo a-teismo: “Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza”. Il rivelatore più chiaro che si tratta di un ateismo di ben altra natura è la sofferenza indicibile che esso provoca nei mistici. Gli atei comuni non si tormentano in questo modo per il loro ateismo!

I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio; hanno sperimentato la vertigine di buttarsi giù. È ancora Madre Teresa che scrive al suo padre spirituale: “Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me”. “Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo”.

Per questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo postmoderno, dove si vive “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Ricordano agli atei onesti che non sono “lontani dal regno di Dio”; che basterebbe loro spiccare un salto per ritrovarsi dalla sponda dei mistici, passando dal nulla al tutto.

Aveva ragione Karl Rahner di dire: “Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà”. Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi. Non dobbiamo sprecare i santi, riducendoli a distributori di grazie, o di buoni esempi.

Madre Teresa di Calcutta 02

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Il quotidiano della conferenza episcopale italiana su cui è uscito il commento di padre Cantalamessa:

> “Avvenire”

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SUOR CANDIDA BELLOTTI di anni 108 – Angelo nocent

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«Dove il Signore mi mette, quello è il posto giusto per me».

Tutto pronto per i festeggiamenti di compleanno per la religiosa più anziana del mondo. Che ancora oggi si alza all’alba per partecipare alla Messa

CANDIDA BELLOTTI ,il 20 febbraio ha compiuto 108 anni. È la veneranda età raggiunta da suor Candida Bellotti, al secolo Alma, la religiosa più anziana del mondo. Camilliana, è nata a Quinzano (Verona) il 20 febbraio 1907 e ha passato la sua vita tra gli ammalati che, come infermiera, ha seguito fino all’età di 93 anni.

Suor candida-bellotti

«FA TUTTO LUI». L’anno scorso per il suo compleanno ha incontrato papa Francesco assistendo alla Messa a casa Santa Marta. Fu in quell’occasione che raccontò che «in più di 80 anni di vita religiosa non mi sono mai pentita della mia scelta, nemmeno un minuto, nemmeno un momento. In tutta la mia vita ho sempre pensato: dove il Signore mi mette, quello è il posto giusto per me. Solo chi prova la felicità di accostarsi al Signore può capire quanto è abbondante il suo amore per noi, e quanta serenità lascia nel cuore.

La mia preghiera preferita? Il Santo Rosario. Ma c’è anche un’altra preghiera che ripeto spesso durante la giornata. Recita così: Signore, ti lodo, ti adoro e ti ringrazio, per il tuo amore e la tua misericordia». E a chi le chiedeva il segreto di una così straordinaria longevità, suor Candida ha risposto con un gesto e poi con le parole: ha puntato l’indice verso il cielo dicendo: «Fa tutto Lui, io mi limito a ringraziarlo» e a rimanere «dove l’obbedienza mi ha mandato».

Suore - Suor Candida Bellotti 108 anni

LA SUA VITA. Figlia di un ciabattino e una casalinga, entrò nell’Istituto delle Ministre degli Infermi di Lucca il 5 gennaio del 1931, prendendo i voti il 16 luglio del 1932. Ha lavorato in diversi luoghi d’Italia, da Forte dei Marmi a Roma, da Torino a Camaiore a Viareggio. Dal 2000, cioè da quando ha compiuto 93 anni, è a riposo a Lucca. Ancora oggi lucidissima, mantiene un carattere gioioso e, per la sua età, dinamico: ogni mattina si sveglia all’alba, riordina la stanza e partecipa alla Messa delle 5.00.

Da TEMPI 

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ANNO DELLE VOCAZIONI ALL’OSPITALITA’ – Angelo Nocent

1-Pictures165E’ mia impressione che, piaccia o no, l’OSPEDALE CATTOLICO in Occidente sia IN VIA DI ESTINZIONE. E’ solo questione di tempo. Un bene o un male? Non lo so: certamente UN SEGNO DEI TEMPI.

Come ho evidenziato nella cartolina, l’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, dopo cinque secoli e una progressiva diffusione nei cinque continenti, per la prima volta indice l’ ANNO PER LE VOCAZIONI. Si chiede a Dio di mandare operai nella Sua messe perché gli ORGANICI tradizionali sono scoperti. Mi va benissimo. Ma vorrei che la motivazione fosse un’altra, diversa, più in sintonia con il VANGELO DEI 72 DISCEPOLI, da incarnare nell’ OGGI. Ho riportato il commento che ne fa Padre Alberto Maggi, esegeta dell’Ordine dei Servi di Maria,  che aiuterà certamente a inquadrare il testo biblico.

Ma ciò che il monaco non dice e che a me invece sta tanto a cuore, è PROVOCARE una riflessione su un dato essenziale che nessuno prende in considerazione: la MESSE. Quelli che attendono di essere curati dai “MANDATI”, («Curate i malati che vi si trovano, e dite loro»”: “«E’ vicino a voi il Regno di Dio»”) sono un po’ ovunque. Ma se pensiamo alle migliaia di posti-letto nel mondo ed ai milioni e milioni di malati che si riversano negli OSPEDALI PUBBLICI, preoccuparsi esclusivamente dello 0,00…della sanità mondiale che affluisce negli ospedali CONFESSIONALI, dimenticando la restante massa enorme affidata semplicemente alle mani della medicina organicistica che si appoggia esclusivamente sulla scienza e sulla tecnica, è una lacuna imperdonabile.  

Non incolpo nessuno ma si tratta di una CHIUSURA MENTALE ereditaria che fatica a morire. Non si può stare sempre in difesa dei propri piccoli recinti istituzionali. Non è più tempo di girarsi dall’altra parte quando esistono quelle immense PERIFERIE ESISTENZIALI di cui il Papa non si stanca di parlare. Non è solo il terzo mondo. OGGI il pubblico ospedale è una periferia esistenziale dove in larga misura medici e infermieri ritengono che curare sia una professione, punto e basta. L’ho verificato sul campo ed ora lo riscontro ogni giorno su facebook. Professionalità, educazione, rispetto…generalmente questo si trova ovunque e non è poca cosa, ma il Vangelo spinge oltre…

Giovani%2520FBF%2520foto_grupo01Se l’ANNO DELLE VOCAZIONI ALL’OSPITALITA’, che dovrebbe essere EVENTO ECCLESIALE DI PORTATA UNIVERSALE, si riduce a cercare di piegare Dio dalla nostra parte, affinché sponsorizzi le ristrette vedute territoriali (la mia casa,  il mio ospedale, il mio istituto, il mio Ordine…), si corre un grave rischio: quello di coltivare SOGNI che sanno di pura ILLUSIONE.

Per usare la terminologia ricorrente, urgono SCUOLE DI “MEDICINA OSPITALE” dove si impara l’ ARTE TERAPEUTICA, ossia la capacità di far posto, senza deliri di onnipotenza ma in modo rigorosamente scientifico, anche alle istanze del cuore del paziente. Ogni atto clinico fine a se stesso è la negazione della dimensione spirituale dell’uomo. Né può bastare il supporto della PSICOLOGIA, per quanto prezioso e indispensabile.

La persona chiede sì CURE, SALUTE, GUARIGIONE…successi sempre temporanei, ma non esclude a priori (o va educata a non escludere) che esiste anche, attraverso la MORTE, il momento della CONSEGNA nelle braccia del Padre, luogo della definitiva SALVEZZA.

cortocircuitoNon saremmo propriamente in linea con il MANDATO evangelico dell’ ANDATE…CURATE…ANNUNCIATE…” se non udissimo l’invocazione di questo universo strapopolato che è il mondo dei malati,  e si tirasse dritti per la propria strada, intenti a coltivare gelosamente, seppur legittimamente, orticelli con il marchio di proprietà: OH. 

1-OHScuola di “MEDICINA OSPITALE”  è prendere consapevolezza di ciò che professiamo nel Credo, ossia la fede nella RISURREZIONE DELLA CARNE, con tutto ciò che significa, se non vogliamo che la medicina concepisca la  VITA come una parentesi accidentale tra il NULLA che la precede e il NULLA che la segue.

LAMPEGGIANTE ANIMATOE poi, la prassi di ASPETTARE per anni che i giovani VENGANO, invece di ANDARE nei luoghi da essi frequentati, non sta in piedi ! Madre TERESA sostiene che le vocazioni esistono, eccome! Ma i GIOVANI CHIEDONO RADICALITA’ EVANGELICA che vogliono constatare, toccare con mano…

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1-SAM_6912Nel virtuoso Ospedale Maggiore di Crema, san Giovanni di Dio viene menzionato ogni giorno nel Canone della Messa e fa bella mostra in questa vetrata collocata sessant’anni fa nella cappella. Ma chi lo conosce? Confrontato con ospedali milanesi che ho frequentato, il personale medico-infermieristico, è ottimo. Ma da cosa si differenzia rispetto ad un ospedale confessionale? Mi piacerebbe saperlo.

1-SAM_6912O la TESTIMONIANZA invade il territorio per confluire nelle pubbliche istituzioni, o la Pastorale Sanitaria è un bel tema che allieta le giornate dei soliti conferenzieri di professione.

OSPITALITA’ è termine astratto che San Giovanni di Dio non ha mai sbandierato. O ci sono in circolazione donne e uomini in carne ed ossa, che si muovono in AVANSCOPERTA, animati dal suo spirito, con il fuoco nelle vene e un desiderio di RIFONDAZIONE in un contesto storico radicalmente mutato e proiettato verso nuovi lidi, o di cosa stiamo parlando, se non di un fallimento annuncito? Pregare per le vocazioni PER L’OSPITALITA’ oggi significa prima di tutto METTERSI in ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle chiese“. (Ap 2). Lui non è MUTO. E’ noi che siamo SORDI.

Però…Se mi sbaglio, mi “CORRIGERETE”  !

72 discepoliAltri 72 discepoli…

Lc 10,1-12,17,20 In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”.

Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore

Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Gesù insegna

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Alberto MaggiBiblista de’Ordine dei Servi di Maria (OSM)

l brano che ora commentiamo è esclusivo di Luca, l’unico evangelista che ce l’ha. Dopo questi fatti, quali sono questi fatti? Gesù, visto l’insuccesso dei Dodici, che, inviati a liberare le persone, non solo non riescono a liberarle ma vogliono addirittura impedirlo, ha chiamato i Samaritani al suo seguito. Ecco, dopo questi fatti, “il Signore”, titolo con il quale nella comunità si chiama il Gesù risorto, “designò altri Settantadue”. Perché Settantadue? Perché, mentre Dodici è il numero che riguarda le tribù d’Israele, quindi un messaggio è per Israele, Settantadue, secondo il computo che si trova nel libro della Genesi al cap. X, sono le nazioni pagane. Quindi è una missione universale per la quale Gesù manda i Samaritani, cioè quelli che non provengono da Israele. “Li inviò a due a due”, perché siano una comunità, ma soprattutto perché il numero due era quello indispensabile per essere testimoni, “in ogni città e luogo dove stava per recarsi. E diceva loro: «La messe è abbondante»”, cioè la risposta alla buona notizia sarà abbondantissima, Gesù ce lo assicura. Quando quello che si proclama è la buona notizia, il risultato sarà straordinario, “«Però sono pochi gli operai»”.

Questa richiesta di Gesù “«Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe»”, non riguarda soltanto le categorie – come a volte si pensa – dei preti, frati e suore, ma è un invito rivolto a tutti quanti, affinché ognuno prenda coscienza dell’urgenza di questa missione.

Poi Gesù dà delle indicazioni molto chiare: non si può smentire con il proprio comportamento il messaggio che si va ad annunziare. Per cui dice “«Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi»”, l’opposizione della società, che si vedrà minacciata nelle sue basi dell’avere, del salire e del comandare, sarà tremenda. Gesù dice: “andate indifesi perché il Signore, lo Spirito, sarà la vostra difesa”.

E poi, «Non portate borsa, né sacca, né sandali»”, cioè non pensate al vostro sostentamento, non preoccupatevi di quello che mangerete o berrete, perché il Signore provvederà; quindi andare in una maniera che non smentisca la fede che viene annunciata. “Non fermarsi a salutare”, è perché il saluto orientale era tipicamente interminabile.

Poi il Signore dà delle indicazioni molto chiare: “«In qualunque casa entriate»”, quindi in qualunque casa si entra, “«Prima dite ‘Pace a questa casa’»”, questo è l’augurio. Pace significa l’invito alla pienezza della felicità. “«Se vi sarà un figlio della pace»”, cioè se ci sarà qualcuno che ha dentro di se questo desiderio di pienezza di vita, “«la pace scenderà su di lui»”.

Poi Gesù avverte “«Restate in quella casa mangiando e bevendo di quello che hanno»”. Perché questo particolare? Perché si sapeva che nel mondo ebraico, e anche quello Samaritano, si stava attenti a non mangiare nulla, a non toccare nulla che fosse classificato come ‘impuro’; per questo non si andava nelle case dei pagani che erano impure. Gesù dice “Non abbiate di questi scrupoli”. Gesù già aveva detto altrove che non è quello che entra, ma quello che esce che rende impuro l’uomo.

“«E chi lavora ha diritto alla sua ricompensa»”, quindi “andate senza preoccuparvi perché vi sarà dato”. “«E non passate da una casa all’altra»”. C’è negli Atti degli Apostoli Pietro che dice che “non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza”. Gesù dice “Non abbiate di questi scrupoli, di questi problemi. Quindi, quando andate in una casa, non fate gli schizzinosi, i difficili, per motivi religiosi”, “«Ma lì rimanete»”.

E di nuovo Gesù insiste, questa insistenza si vede che portava una resistenza da parte di questi inviati, “«Mangiate quello che vi sarà offerto»”, quindi “non state a fare i difficili, questo è puro, questo è impuro, questo sì può e questo non si può”, e poi, ecco, “«Curate»”, non ‘guarite’, come traduce la CEI. “«Curate i malati che vi si trovano, e dite loro»” – cioè ai malati – “«E’ vicino a voi il Regno di Dio»”.

Il regno di Dio si prende cura dei bisogni e dei mali dell’umanità; il regno di Dio è venuto ad alleviare i mali e le sofferenze che ci sono negli uomini e questi vanno curati. Cioè si cerca di alleviare la loro sofferenza. Se non vi accolgono, dice Gesù, non insistete, si vede che l’ambiente non è pronto, quindi “non perdete tempo”. Poi (è eliminato nel testo liturgico), Gesù dice che la risposta dei pagani sarà superiore a quella di Israele. Ed elenca tre città pagane contrapposte a tre città di Israele, che sono Cafarnao, Corazin e Betsaida, che non lo hanno ricevuto.

Ebbene il risultato è che “I Settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome»”, cioè grazie al messaggio di Gesù gli uomini sono stati liberati da quelle false ideologie che li rendevano refrattari, ostili a questa buona notizia. Ma, naturalmente, solo chi è libero può liberare, ecco perché i Dodici non ci sono riusciti. Ed ecco, importantissima, l’affermazione di Gesù: “«Vedevo satana cadere dal cielo come una folgore»”. Nella concezione dell’epoca Satana stava nei cieli, era un funzionario della corte divina, era un ministro di Dio. Basta leggere il libro di Giobbe, dove Dio riceve i suoi figlioli e fra questi c’è anche il Satana. Era l’ispettore generale di Dio, quello che curava i suoi interessi e il suo compito era sorvegliare gli uomini, e poi accusarli presso Dio per poi infliggere loro la pena per i loro peccati.

Ebbene, con l’annunzio dei Settantadue, la Buona Notizia ha avuto successo. E qual è la Buona Notizia?

  • La Buona Notizia è che Dio non è buono, ma è esclusivamente buono;
  • il Dio di Gesù non è il Dio della religione che premia i buoni e castiga i malvagi, ma a tutti comunica amore.

Allora il ruolo del Satana è finito; è inutile che accusi presso Dio perché egli a tutti quanti, indipendentemente dal loro comportamento, comunica il suo amore. Già Gesù in questo vangelo aveva detto: “Perché il Padre è buono verso gli ingrati e i malvagi”. Allora Satana viene cacciato dal cielo, il suo ruolo è terminato. E nell’Apocalisse è importante la definizione che viene data di questo episodio, “E’ stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte”.

Poi l’assicurazione finale, “Nulla potrà danneggiarvi”, quindi le forze ostili non potranno farvi male perché la luce è più forte delle tenebre e la vita è più forte della morte. E per ultima cosa Gesù dice

  • “Rallegratevi, non tanto per i vostri successi”,
  • “«Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»”,cioè l’esperienza di sentirsi amati da Dio.

Quindi, dai due discepoli che chiedevano un fuoco dal cielo che distruggesse i Samaritani, sono i Samaritani che riescono a far cadere dal cielo il Satana, il nemico dell’umanità.

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LA SAPIENZA DEL CUORE – XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO – Angelo NocentL

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Sapientia cordis.

«Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo»

(Gb 29,15)

1-SAM_3770Cari fratelli e sorelle,

in occasione della XXIII Giornata Mondiale del Malato, istituita da san Giovanni Paolo II, mi rivolgo a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario.

Il tema di quest’anno ci invita a meditare un’espressione del Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (29,15). Vorrei farlo nella prospettiva della “sapientia cordis“, la sapienza del cuore.

1. Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (3,17). È dunque un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio. Facciamo nostra, pertanto, l’invocazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). In questa sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i frutti della Giornata Mondiale del Malato.

2. Sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di Giobbe che contiene le parole «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo», si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova (vv.12-13).

Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e”piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa.

3. Sapienza del cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Gesù stesso ha detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!

4. Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello. Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Per questo, vorrei ricordare ancora una volta «l’assoluta priorità dell’”uscita da sé verso il fratello” come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Dalla stessa natura missionaria della Chiesa sgorgano «la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (ibid.).

5. Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: «Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore» (Gb 2,13). Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto.

L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014).

Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo.

6. Affido questa Giornata Mondiale del Malato alla protezione materna di Maria, che ha accolto nel grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore.

O Maria, Sede della Sapienza, intercedi quale nostra Madre per tutti i malati e per coloro che se ne prendono cura. Fa’ che, nel servizio al prossimo sofferente e attraverso la stessa esperienza del dolore, possiamo accogliere e far crescere in noi la vera sapienza del cuore.

Accompagno questa supplica per tutti voi con la mia Benedizione Apostolica.

 

Dal Vaticano, 3 dicembre 2014, Memoria di San Francesco Saverio

FRANCISCUS

Testo in lingua francese

Sapientia cordis.

“J’étais les yeux de l’aveugle, les pieds du boiteux” 
(Jb 29,15)

Chers frères et sœurs,

À l’occasion de la XXIIIème Journée mondiale du Malade, instaurée par saint Jean-Paul II, je m’adresse à vous tous qui supportez le fardeau de la maladie et êtes unis, de diverses manières, à la chair du Christ souffrant, et à vous également, professionnels et bénévoles de la santé.

Le thème de cette année nous invite à réfléchir sur une phrase du Livre de Job : « J’étais les yeux de l’aveugle, les pieds du boiteux » (29,15). Je voudrais le faire dans la perspective de la « sapientia cordis », la sagesse du cœur.

1. Cette sagesse n’est pas une connaissance théorique, abstraite, fruit de raisonnements. Elle est plutôt, comme le décrit saint Jacques dans son épître, « pure, puis pacifique, indulgente, bienveillante, pleine de pitié et de bons fruits, sans partialité, sans hypocrisie » (3,17). Elle est donc un comportement inspiré par l’Esprit Saint dans l’esprit et le cœur de celui qui sait s’ouvrir à la souffrance des frères et reconnaît en eux l’image de Dieu. Faisons donc nôtre l’invocation du psaume : « Fais-nous savoir comment compter nos jours, que nous venions de cœur à la sagesse ! » (Ps 90,12). Dans cette sapientia cordis, qui est don de Dieu, nous pouvons résumer les fruits de la Journée mondiale du Malade.

2. La sagesse du cœur veut dire servir le frère. Dans le discours de Job qui contient les paroles « j’étais les yeux de l’aveugle, les pieds du boiteux », est mise en évidence la dimension du service à ceux qui en ont besoin, de la part de l’homme juste qui jouit d’une certaine autorité et a une place importante parmi les anciens de la ville. Sa stature morale se manifeste dans le service du pauvre qui demande de l’aide, et également en prenant soin de l’orphelin et de la veuve (v. 12-13).

Que de chrétiens rendent témoignage aujourd’hui encore, non par leurs paroles mais par leur vie enracinée dans une foi authentique, d’être « les yeux de l’aveugle » et les « pieds du boiteux » ! Des personnes qui sont proches des malades ayant besoin d’une assistance permanente, d’une aide pour se laver, s’habiller, se nourrir. Ce service, surtout lorsqu’il se prolonge dans le temps, peut devenir fatigant et pénible. Il est relativement facile de servir pendant quelques jours, mais il est difficile de soigner une personne pendant des mois, voire des années, également si celle-ci n’est plus à même de remercier. Et pourtant, voilà un grand chemin de sanctification ! Dans ces moments, on peut compter de manière particulière sur la proximité du Seigneur, et on est également un soutien spécial à la mission de l’Église.

3. La sagesse du cœur, c’est être avec le frère. Le temps passé à côté du malade est un temps sacré. C’est une louange à Dieu, qui nous conforme à l’image de son Fils, qui « n’est pas venu pour être servi, mais pour servir et donner sa vie en rançon pour une multitude » (Mt 20,28). Jésus lui-même a dit : « Et moi je suis au milieu de vous comme celui qui sert » (Lc 22,27).

Avec une foi vive, nous demandons à l’Esprit Saint de nous donner la grâce de comprendre la valeur de l’accompagnement, si souvent silencieux, qui nous conduit à consacrer du temps à ces sœurs et à ces frères qui, grâce à notre proximité et à notre affection, se sentent davantage aimés et réconfortés. En revanche, quel grand mensonge se dissimule derrière certaines expressions qui insistent tellement sur la « qualité de la vie », pour inciter à croire que les vies gravement atteintes par la maladie ne seraient pas dignes d’être vécues !

4. La sagesse du cœur, c’est la sortie de soi vers le frère. Notre monde oublie parfois la valeur spéciale du temps passé auprès du lit d’un malade, parce qu’on est harcelé par la hâte, par la frénésie de l’action, de la production et on oublie la dimension de la gratuité, de l’acte de prendre soin, de se charger de l’autre. En réalité, derrière cette attitude se dissimule souvent une foi tiède, oublieuse de cette parole du Seigneur qui déclare : « C’est à moi que vous l’avez fait » (Mt 25,40).

Voilà pourquoi je voudrais rappeler à nouveau « la priorité absolue  de “la sortie de soi vers le frère” comme un des deux commandements principaux qui fondent toute norme morale et comme le signe le plus clair pour faire le discernement sur un chemin de croissance spirituelle en réponse au don absolument gratuit de Dieu » (Exhortation apostolique Evangelii gaudium, n. 179). De la nature missionnaire même de l’Église jaillissent « la charité effective pour le prochain, la compassion qui comprend, assiste et encourage » (idem).

5. La sagesse du cœur c’est être solidaire avec le frère sans le juger. La charité a besoin de temps. Du temps pour soigner les malades et du temps pour les visiter. Du temps pour être auprès d’eux comme le firent les amis de Job : « Puis, s’asseyant à terre près de lui, ils restèrent ainsi durant sept jours et sept nuits. Aucun ne lui adressa la parole, au spectacle d’une si grande douleur » (Jb 2,13). Mais les amis de Job cachaient au fond d’eux-mêmes un jugement négatif à son sujet : ils pensaient que son malheur était la punition de Dieu pour une de ses fautes. Au contraire, la véritable charité est un partage qui ne juge pas, qui ne prétend pas convertir l’autre ; elle est libérée de cette fausse humilité qui, au fond, recherche l’approbation et se complaît dans le bien accompli.

L’expérience de Job trouve sa réponse authentique uniquement dans la croix de Jésus, acte suprême de solidarité de Dieu avec nous, totalement gratuit, totalement miséricordieux. Et cette réponse d’amour au drame de la souffrance humaine, spécialement de la souffrance innocente, demeure imprimée pour toujours dans le corps du Christ ressuscité, dans ses plaies glorieuses, qui sont un scandale pour la foi mais sont également preuve de la foi (cf. Homélie pour la canonisation de Jean XXIII et de Jean-Paul II, 27 avril 2014).

De même, lorsque la maladie, la solitude et l’incapacité l’emportent sur notre vie de don, l’expérience de la souffrance peut devenir un lieu privilégié de la transmission de la grâce et une source pour acquérir et renforcer la sapientia cordis. Donc, on peut comprendre que Job, à la fin de son expérience, en s’adressant à Dieu, peut déclarer : « Je ne te connaissais que par ouï-dire, mais maintenant mes yeux t’ont vu » (42,5). Et les personnes plongées dans le mystère de la souffrance et de la douleur, accueilli dans la foi, peuvent également devenir des témoins vivant d’une foi qui permet d’habiter la souffrance elle-même, bien que l’homme, par son intelligence, ne soit pas capable de la comprendre en profondeur.

6. Je confie cette Journée mondiale du Malade à la protection maternelle de Marie, qui a accueilli dans son sein et a donné naissance à la Sagesse incarnée, Jésus-Christ, notre Seigneur.

Ô Marie, Siège de la Sagesse, intercède comme notre Mère pour tous les malades et pour ceux qui en prennent soin. Fais que, dans le service du prochain qui souffre et à travers l’expérience même de la souffrance, nous puissions accueillir et faire croître en nous la véritable sagesse du cœur.

J’accompagne cette invocation pour vous tous de ma bénédiction apostolique.

Du Vatican, le 3 Décembre 2014, Memorial de Saint François Xavier

FRANCISCUS

Testo in lingua inglese

Sapientia Cordis.

“I was eyes to the blind, and feet to the lame”

(Job 29:15)

Dear Brothers and Sisters,

On this, the twenty-third World Day of the Sick, begun by Saint John Paul II, I turn to all of you who are burdened by illness and are united in various ways to the flesh of the suffering Christ, as well as to you, professionals and volunteers in the field of health care.

This year’s theme invites us to reflect on a phrase from the Book of Job: “I was eyes to the blind, and feet to the lame” (Job 29:15). I would like to consider this phrase from the perspective of “sapientia cordis” – the wisdom of the heart.

1. This “wisdom” is no theoretical, abstract knowledge, the product of reasoning. Rather, it is, as Saint James describes it in his Letter, “pure, then peaceable, gentle, open to reason, full of mercy and good fruits, without uncertainty or insincerity” (3:17). It is a way of seeing things infused by the Holy Spirit in the minds and the hearts of those who are sensitive to the sufferings of their brothers and sisters and who can see in them the image of God. So let us take up the prayer of the Psalmist: “Teach us to number our days that we may gain a heart of wisdom” (Ps 90:12). This “sapientia cordis”, which is a gift of God, is a compendium of the fruits of the World Day of the Sick.

2. Wisdom of the heart means serving our brothers and sisters. Job’s words: “I was eyes to the blind, and feet to the lame”, point to the service which this just man, who enjoyed a certain authority and a position of importance amongst the elders of his city, offered to those in need. His moral grandeur found expression in the help he gave to the poor who sought his help and in his care for orphans and widows (Job 29:12-13).

Today too, how many Christians show, not by their words but by lives rooted in a genuine faith, that they are “eyes to the blind” and “feet to the lame”! They are close to the sick in need of constant care and help in washing, dressing and eating. This service, especially when it is protracted, can become tiring and burdensome. It is relatively easy to help someone for a few days but it is difficult to look after a person for months or even years, in some cases when he or she is no longer capable of expressing gratitude. And yet, what a great path of sanctification this is! In those difficult moments we can rely in a special way on the closeness of the Lord, and we become a special means of support for the Church’s mission.

3. Wisdom of the heart means being with our brothers and sisters. Time spent with the sick is holy time. It is a way of praising God who conforms us to the image of his Son, who “came not to be served but to serve, and to give his life as a ransom for many” (Mt 20:28). Jesus himself said: “I am among you as one who serves” (Lk 22:27).

With lively faith let us ask the Holy Spirit to grant us the grace to appreciate the value of our often unspoken willingness to spend time with these sisters and brothers who, thanks to our closeness and affection, feel more loved and comforted. How great a lie, on the other hand, lurks behind certain phrases which so insist on the importance of “quality of life” that they make people think that lives affected by grave illness are not worth living!

4. Wisdom of the heart means going forth from ourselves towards our brothers and sisters. Occasionally our world forgets the special value of time spent at the bedside of the sick, since we are in such a rush; caught up as we are in a frenzy of doing, of producing, we forget about giving ourselves freely, taking care of others, being responsible for others. Behind this attitude there is often a lukewarm faith which has forgotten the Lord’s words: “You did it unto me’ (Mt 25:40).

For this reason, I would like once again to stress “the absolute priority of ‘going forth from ourselves toward our brothers and sisters’ as one of the two great commandments which ground every moral norm and as the clearest sign for discerning spiritual growth in response to God’s completely free gift” (Evangelii Gaudium, 179). The missionary nature of the Church is the wellspring of an “effective charity and a compassion which understands, assists and promotes” (ibid).

5. Wisdom of the heart means showing solidarity with our brothers and sisters while not judging them. Charity takes time. Time to care for the sick and time to visit them. Time to be at their side like Job’s friends: “And they sat with him on the ground seven days and seven nights, and no one spoke a word to him, for they saw that his suffering was very great” (Job 2:13). Yet Job’s friends harboured a judgement against him: they thought that Job’s misfortune was a punishment from God for his sins. True charity is a sharing which does not judge, which does not demand the conversion of others; it is free of that false humility which, deep down, seeks praise and is self-satisfied about whatever good it does.

Job’s experience of suffering finds its genuine response only in the cross of Jesus, the supreme act of God’s solidarity with us, completely free and abounding in mercy. This response of love to the drama of human pain, especially innocent suffering, remains for ever impressed on the body of the risen Christ; his glorious wounds are a scandal for faith but also the proof of faith (cf. Homily for the Canonization of John XXIII and John Paul II, 27 April 2014).

Even when illness, loneliness and inability make it hard for us to reach out to others, the experience of suffering can become a privileged means of transmitting grace and a source for gaining and growing in sapientia cordis. We come to understand how Job, at the end of his experience, could say to God: “I had heard of you by the hearing of the ear, but now my eye sees you” (42:5). People immersed in the mystery of suffering and pain, when they accept these in faith, can themselves become living witnesses of a faith capable of embracing suffering, even without being able to understand its full meaning.

6. I entrust this World Day of the Sick to the maternal protection of Mary, who conceived and gave birth to Wisdom incarnate: Jesus Christ, our Lord.

O Mary, Seat of Wisdom, intercede as our Mother for all the sick and for those who care for them! Grant that, through our service of our suffering neighbours, and through the experience of suffering itself, we may receive and cultivate true wisdom of heart!

With this prayer for all of you, I impart my Apostolic Blessing.

From the Vatican, 3 December 2014, Memorial of Saint Francis Xavier

FRANCISCUS

Testo in lingua tedesca

Sapentia cordis.

“Auge war ich für den Blinden, dem Lahmen wurde ich zum Fuß”

(Ijob 29,15)

Liebe Brüder und Schwestern,

anlässlich des XXIII. Weltkrankentags, der seinerzeit vom heiligen Johannes Paul II. eingeführt wurde, wende ich mich an euch alle, die ihr die Last der Krankheit tragt und auf verschiedene Weise mit dem Leib des leidenden Christus verbunden seid, wie auch an euch Berufstätige und Freiwillige im Bereich des Gesundheitswesens.

Das Thema dieses Jahres lädt uns ein, über ein Wort aus dem Buch Ijob nachzudenken: » Auge war ich für den Blinden, dem Lahmen wurde ich zum Fuß « (29,15). Ich möchte es aus der Perspektive der „sapientiacordis“, der Weisheit des Herzens tun.

1. Diese Weisheit ist nicht eine theoretische, abstrakte Erkenntnis, Frucht einer Überlegung. Sie ist vielmehr – wie der heilige Jakobus sie in seinem Brief beschreibt – » erstens heilig, sodann friedlich, freundlich, gehorsam, voll Erbarmen und reich an guten Früchten, sie ist unparteiisch, sie heuchelt nicht « (3,17). Sie ist also eine vom Heiligen Geist eingegebene Geistes- und Herzenshaltung dessen, der sich dem Leiden der Mitmenschen zu öffnen weiß und in ihnen das Abbild Gottes erkennt. Machen wir uns daher die Bitte aus dem Psalm zu Eigen: » Unsre Tage zu zählen, lehre uns! Dann gewinnen wir ein weises Herz « (90,12). In dieser sapientiacordis, die ein Geschenk Gottes ist, können wir die Früchte des Weltkrankentags zusammenfassen.

2. Weisheit des Herzens bedeutet, dem Mitmenschen zu dienen. In der Rede des Ijob, aus der das Wort stammt: » Auge war ich für den Blinden, dem Lahmen wurde ich zum Fuß «, wird die Dimension des Dienstes an den Notleidenden deutlich, den dieser gerechte Mann geleistet hat, der eine gewisse Autorität besitzt und einen Ehrenplatz unter den Ältesten der Stadt einnimmt. Seine moralische Größe zeigt sich im Dienst am Armen, der um Hilfe schreit, und in der Sorge für den Waisen und die Witwe (vgl. 29,12-13).

Wie viele Christen bezeugen auch heute – nicht mit Worten, sondern mit ihrem in einem aufrichtigen Glauben verwurzelten Leben –, dass sie „Auge für den Blinden” und „Fuß für den Lahmen” sind! Menschen, welche den Kranken nahe sind, die einer ständigen Betreuung bedürfen, einer Hilfe, um sich zu waschen, um sich anzuziehen, um zu essen. Dieser Dienst kann, besonders wenn er sich über lange Zeit hinzieht, mühsam und drückend werden. Es ist relativ leicht, einige Tage lang zu dienen, schwierig aber ist es, einen Menschen über Monate oder sogar Jahre hin zu pflegen, auch wenn dieser nicht mehr in der Lage ist zu danken. Und doch, welch wichtiger Weg der Heiligung ist dies! In solchen Zeiten kann man sich in besonderer Weise auf die Nähe des Herrn verlassen, und man unterstützt auch auf ganz eigene Art die Sendung der Kirche.

3. Weisheit des Herzens bedeutet, bei dem Mitmenschen zu verweilen. Die an der Seite des Kranken verbrachte Zeit ist eine heilige Zeit. Sie ist ein Lob Gottes, der uns nach dem Bild seines Sohnes gestaltet, der » nicht gekommen [ist], um sich dienen zu lassen, sondern um zu dienen und sein Leben hinzugeben als Lösegeld für viele « (Mt 20,28). Jesus selbst hat gesagt: » Ich aber bin unter euch wie der, der bedient « (Lk 22,27).

Bitten wir in lebendigem Glauben den Heiligen Geist, dass er uns die Gnade schenke, den Wert der oftmals schweigenden Begleitung zu erkennen. Das wird uns dazu führen, Zeit zu haben für diese Schwestern und Brüder, die sich dank unserer Nähe und unserer Zuneigung mehr geliebt und getröstet fühlen. Welch große Lüge verbirgt sich dagegen hinter gewissen Äußerungen, die so beharrlich die „Lebensqualität” betonen, um zu dem Glauben zu verleiten, ein von schwerer Krankheit befallenes Leben sei nicht wert, gelebt zu werden!

4. Weisheit des Herzens bedeutet, aus sich selbst heraus- und auf den Mitmenschen zuzugehen. Unsere Welt vergisst manchmal den besonderen Wert der am Krankenbett verbrachten Zeit, weil man von der Eile, von der Hektik des Tuns, des Produzierens bedrängt ist und die Dimension der Unentgeltlichkeit vergisst, den Aspekt, den anderen zu umsorgen und sich seiner anzunehmen. Letztlich liegt hinter dieserHaltung oft ein halbherziger Glaube, der jenes Wort des Herrn vergessen hat, der sagt: » Das habt ihr mir getan « (Mt 25,40).

Deshalb möchte ich noch einmal erinnern an » die absolute Vorrangigkeit des „Aus-sich-Herausgehens auf den Mitmenschen zu” als eines der beiden Hauptgebote, die jede sittliche Norm begründen, und als deutlichstes Zeichen, anhand dessen man den Weg geistlichen Wachstums als Antwort auf das völlig ungeschuldete Geschenk Gottes überprüfen kann « (Apostolisches Schreiben Evangeliigaudium, 179). Aus der missionarischen Natur der Kirche selbst entspringt » die wirkliche Nächstenliebe, das Mitgefühl, das versteht, beisteht und fördert « (ebd.).

5. Weisheit des Herzens bedeutet, solidarisch mit dem Mitmenschen zu sein, ohne ihn zu beurteilen. Die Nächstenliebe braucht Zeit. Zeit, um die Kranken zu pflegen, und Zeit, um sie zu besuchen. Zeit, um bei ihnen zu verweilen, wie es die Freunde Ijobs taten: » Sie saßen bei ihm auf der Erde sieben Tage und sieben Nächte; keiner sprach ein Wort zu ihm. Denn sie sahen, dass sein Schmerz sehr groß war« (Ijob 2,13). Doch die Freunde Ijobs verbargen in ihrem Innern ein negatives Urteil über ihn: Sie meinten, sein Unglück sei die Strafe Gottes für eine Schuld. Die wahre Nächstenliebe ist hingegen eine Teilnahme, die nicht urteilt, die sich nicht anmaßt, den anderen zu bekehren; sie ist frei von jener falschen Demut, die unterschwellig Anerkennung sucht, und freut sich über das vollbrachte Gute.

Die Erfahrung Ijobs findet ihre authentische Antwort allein im Kreuz Jesu, dem äußersten, völlig ungeschuldeten, ganz und gar barmherzigen Akt der Solidarität Gottes mit uns. Und diese Antwort der Liebe auf die Tragödie des menschlichen Leidens – speziell des unschuldigen Leidens – bleibt dem Leib des auferstandenen Christus für immer eingeprägt, in jenen glorreichen Wunden, die ein Ärgernis für den Glauben, aber auch ein Nachweis für den Glauben sind (vgl. Homilie zur Heiligsprechung von Johannes XXIII. und Johannes Paul II., 27. April 2014).

Auch wenn die Krankheit, die Einsamkeit und die Unfähigkeit die Oberhand über unser Leben der Hingabe gewinnen, kann die Erfahrung des Leidens ein bevorzugter Ort der Vermittlung der Gnade sein und eine Quelle, um die sapientiacordis zu erwerben und zu stärken. Darum versteht man, wieso Ijob sich am Ende seiner Erfahrung mit den Worten an Gott wenden kann: » Vom Hörensagen nur hatte ich von dir vernommen; jetzt aber hat mein Auge dich geschaut « (42,5). Auch die im Geheimnis von Leid und Schmerz versunkenen Menschen können, wenn dieses im Glauben angenommen wird, lebendige Zeugen eines Glaubens werden, der es erlaubt, sich im Leiden selbst niederzulassen, obwohl der Mensch mit seiner Intelligenz nicht fähig ist, es bis zum Grunde zu begreifen.

6. Ich vertraue diesen Welttag der Kranken dem mütterlichen Schutz Marias an, die die menschgewordene Weisheit, Jesus Christus, unseren Herrn, in ihrem Schoß empfangen und geboren hat.

O Maria, Sitz der Weisheit, tritt du als unsere Mutter für alle Kranken ein und für die, welche sie pflegen. Gib, dass wir im Dienst am leidenden Nächsten und durch die eigene Erfahrung des Schmerzes die wahre Weisheit des Herzens aufnehmen und in uns wachsen lassen können.

Diese inständige Bitte für euch alle begleite ich mit meinem Apostolischen Segen.

Aus dem Vatikan, am 3. Dezember 2014, dem Gedenktag des heiligen Franz Xaver

FRANCISCUS

Testo in lingua spagnola

Sapientia cordis.

«Era yo los ojos del ciego y del cojo los pies»

(Jb 29,15)

Queridos hermanos y hermanas:

Con ocasión de la XXIII Jornada Mundial de Enfermo, instituida por san Juan Pablo II, me dirijo a vosotros que lleváis el peso de la enfermedad y de diferentes modos estáis unidos a la carne de Cristo sufriente; así como también a vosotros, profesionales y voluntarios en el ámbito sanitario.

El tema de este año nos invita a meditar una expresión del Libro de Job: «Era yo los ojos del ciego y del cojo los pies» (29,15). Quisiera hacerlo en la perspectiva de la sapientia cordis, la sabiduría del corazón.

1. Esta sabiduría no es un conocimiento teórico, abstracto, fruto de razonamientos. Antes bien, como la describe Santiago en su Carta, es «pura, además pacífica, complaciente, dócil, llena de compasión y buenos frutos, imparcial, sin hipocresía» (3,17). Por tanto, es una actitud infundida por el Espíritu Santo en la mente y en el corazón de quien sabe abrirse al sufrimiento de los hermanos y reconoce en ellos la imagen de Dios. De manera que, hagamos nuestra la invocación del Salmo: «¡A contar nuestros días enséñanos / para que entre la sabiduría en nuestro corazón!» (Sal 90,12). En esta sapientia cordis, que es don de Dios, podemos resumir los frutos de la Jornada Mundial del Enfermo.

2. Sabiduría del corazón es servir al hermano. En el discurso de Job que contiene las palabras «Era yo los ojos del ciego y del cojo los pies», se pone en evidencia la dimensión de servicio a los necesitados de parte de este hombre justo, que goza de cierta autoridad y tiene un puesto de relieve entre los ancianos de la ciudad. Su talla moral se manifiesta en el servicio al pobre que pide ayuda, así como también en el ocuparse del huérfano y de la viuda (vv.12-13).

Cuántos cristianos dan testimonio también hoy, no con las palabras, sino con su vida radicada en una fe genuina, y son «ojos del ciego» y «del cojo los pies». Personas que están junto a los enfermos que tienen necesidad de una asistencia continuada, de una ayuda para lavarse, para vestirse, para alimentarse. Este servicio, especialmente cuando se prolonga en el tiempo, se puede volver fatigoso y pesado. Es relativamente fácil servir por algunos días, pero es difícil cuidar de una persona durante meses o incluso durante años, incluso cuando ella ya no es capaz de agradecer. Y, sin embargo, ¡qué gran camino de santificación es éste! En esos momentos se puede contar de modo particular con la cercanía del Señor, y se es también un apoyo especial para la misión de la Iglesia.

3. Sabiduría del corazón es estar con el hermano. El tiempo que se pasa junto al enfermo es un tiempo santo. Es alabanza a Dios, que nos conforma a la imagen de su Hijo, el cual «no ha venido para ser servido, sino para servir y a dar su vida como rescate por muchos» (Mt 20,28). Jesús mismo ha dicho: «Yo estoy en medio de vosotros como el que sirve» (Lc 22,27).

Pidamos con fe viva al Espíritu Santo que nos otorgue la gracia de comprender el valor del acompañamiento, con frecuencia silencioso, que nos lleva a dedicar tiempo a estas hermanas y a estos hermanos que, gracias a nuestra cercanía y a nuestro afecto, se sienten más amados y consolados. En cambio, qué gran mentira se esconde tras ciertas expresiones que insisten mucho en la «calidad de vida», para inducir a creer que las vidas gravemente afligidas por enfermedades no serían dignas de ser vividas.

4. Sabiduría del corazón es salir de sí hacia el hermano. A veces nuestro mundo olvida el valor especial del tiempo empleado junto a la cama del enfermo, porque estamos apremiados por la prisa, por el frenesí del hacer, del producir, y nos olvidamos de la dimensión de la gratuidad, del ocuparse, del hacerse cargo del otro. En el fondo, detrás de esta actitud hay frecuencia una fe tibia, que ha olvidado aquella palabra del Señor, que dice: «A mí me lo hicisteis» (Mt 25,40).

Por esto, quisiera recordar una vez más «la absoluta prioridad de la “salida de sí hacia el otro” como uno de los mandamientos principales que fundan toda norma moral y como el signo más claro para discernir acerca del camino de crecimiento espiritual como respuesta a la donación absolutamente gratuita de Dios» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 179). De la misma naturaleza misionera de la Iglesia brotan «la caridad efectiva con el prójimo, la compasión que comprende, asiste y promueve» (ibíd.).

5. Sabiduría del corazón es ser solidarios con el hermano sin juzgarlo. La caridad tiene necesidad de tiempo. Tiempo para curar a los enfermos y tiempo para visitarles. Tiempo para estar junto a ellos, como hicieron los amigos de Job: «Luego se sentaron en el suelo junto a él, durante siete días y siete noches. Y ninguno le dijo una palabra, porque veían que el dolor era muy grande» (Jb 2,13). Pero los amigos de Job escondían dentro de sí un juicio negativo sobre él: pensaban que su desventura era el castigo de Dios por una culpa suya. La caridad verdadera, en cambio, es participación que no juzga, que no pretende convertir al otro; es libre de aquella falsa humildad que en el fondo busca la aprobación y se complace del bien hecho.

La experiencia de Job encuentra su respuesta auténtica sólo en la Cruz de Jesús, acto supremo de solidaridad de Dios con nosotros, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. Y esta respuesta de amor al drama del dolor humano, especialmente del dolor inocente, permanece para siempre impregnada en el cuerpo de Cristo resucitado, en sus llagas gloriosas, que son escándalo para la fe pero también son verificación de la fe (Cf Homilía con ocasión de la canonización de Juan XXIII y Juan Pablo II, 27 de abril de 2014).

También cuando la enfermedad, la soledad y la incapacidad predominan sobre nuestra vida de donación, la experiencia del dolor puede ser lugar privilegiado de la transmisión de la gracia y fuente para lograr y reforzar la sapientia cordis. Se comprende así cómo Job, al final de su experiencia, dirigiéndose a Dios puede afirmar: «Yo te conocía sólo de oídas, mas ahora te han visto mis ojos» (42,5). De igual modo, las personas sumidas en el misterio del sufrimiento y del dolor, acogido en la fe, pueden volverse testigos vivientes de una fe que permite habitar el mismo sufrimiento, aunque con su inteligencia el hombre no sea capaz de comprenderlo hasta el fondo.

6. Confío esta Jornada Mundial del Enfermo a la protección materna de María, que ha acogido en su seno y ha generado la Sabiduría encarnada, Jesucristo, nuestro Señor.

Oh María, Sede de la Sabiduría, intercede, como Madre nuestra por todos los enfermos y los que se ocupan de ellos. Haz que en el servicio al prójimo que sufre y a través de la misma experiencia del dolor, podamos acoger y hacer crecer en nosotros la verdadera sabiduría del corazón.

Acompaño esta súplica por todos vosotros con la Bendición Apostólica.

Vaticano, 30 de diciembre de 2014, Memorial de San Francisco Javier

FRANCISCUS

Testo in lingua portoghese

Sapientia cordis.

«Eu era os olhos do cego e servia de pés para o coxo”
(Job 29, 15)
»

Queridos irmãos e irmãs,

por ocasião do XXIII Dia Mundial do Doente, instituído por São João Paulo II, dirijo-me a todos vós que carregais o peso da doença, encontrando-vos de várias maneiras unidos à carne de Cristo sofredor, bem como a vós, profissionais e voluntários no campo da saúde.

O tema deste ano convida-nos a meditar uma frase do livro de Job: «Eu era os olhos do cego e servia de pés para o coxo» (29, 15). Gostaria de o fazer na perspectiva da «sapientia cordis», da sabedoria do coração.

1. Esta sabedoria não é um conhecimento teórico, abstracto, fruto de raciocínios; antes, como a descreve São Tiago na sua Carta, é «pura (…), pacífica, indulgente, dócil, cheia de misericórdia e de bons frutos, imparcial, sem hipocrisia» (3, 17). Trata-se, por conseguinte, de uma disposição infundida pelo Espírito Santo na mente e no coração de quem sabe abrir-se ao sofrimento dos irmãos e neles reconhece a imagem de Deus. Por isso, façamos nossa esta invocação do Salmo: «Ensina-nos a contar assim os nossos dias, / para podermos chegar à sabedoria do coração» (Sal 90/89, 12). Nesta sapientia cordis, que é dom de Deus, podemos resumir os frutos do Dia Mundial do Doente.

2. Sabedoria do coração é servir o irmão. No discurso de Job que contém as palavras «eu era os olhos do cego e servia de pés para o coxo», evidencia-se a dimensão de serviço aos necessitados por parte deste homem justo, que goza duma certa autoridade e ocupa um lugar de destaque entre os anciãos da cidade. A sua estatura moral manifesta-se no serviço ao pobre que pede ajuda, bem como no cuidado do órfão e da viúva (cf. 29, 12-13).

Também hoje quantos cristãos dão testemunho – não com as palavras mas com a sua vida radicada numa fé genuína – de ser «os olhos do cego» e «os pés para o coxo»! Pessoas que permanecem junto dos doentes que precisam de assistência contínua, de ajuda para se lavar, vestir e alimentar. Este serviço, especialmente quando se prolonga no tempo, pode tornar-se cansativo e pesado; é relativamente fácil servir alguns dias, mas torna-se difícil cuidar de uma pessoa durante meses ou até anos, inclusive quando ela já não é capaz de agradecer. E, no entanto, que grande caminho de santificação é este! Em tais momentos, pode-se contar de modo particular com a proximidade do Senhor, sendo também de especial apoio à missão da Igreja.

3. Sabedoria do coração é estar com o irmão. O tempo gasto junto do doente é um tempo santo. É louvor a Deus, que nos configura à imagem do seu Filho, que «não veio para ser servido, mas para servir e dar a sua vida para resgatar a multidão» (Mt 20, 28). Foi o próprio Jesus que o disse: «Eu estou no meio de vós como aquele que serve» (Lc 22, 27).

Com fé viva, peçamos ao Espírito Santo que nos conceda a graça de compreender o valor do acompanhamento, muitas vezes silencioso, que nos leva a dedicar tempo a estas irmãs e a estes irmãos que, graças à nossa proximidade e ao nosso afecto, se sentem mais amados e confortados. E, ao invés, que grande mentira se esconde por trás de certas expressões que insistem muito sobre a «qualidade da vida» para fazer crer que as vidas gravemente afectadas pela doença não mereceriam ser vividas!

4. Sabedoria do coração é sair de si ao encontro do irmão. Às vezes, o nosso mundo esquece o valor especial que tem o tempo gasto à cabeceira do doente, porque, obcecados pela rapidez, pelo frenesim do fazer e do produzir, esquece-se a dimensão da gratuidade, do prestar cuidados, do encarregar-se do outro. No fundo, por detrás desta atitude, há muitas vezes uma fé morna, que esqueceu a palavra do Senhor que diz: «a Mim mesmo o fizestes» (Mt 25, 40).

Por isso, gostaria de recordar uma vez mais a «absoluta prioridade da “saída de si próprio para o irmão”, como um dos dois mandamentos principais que fundamentam toda a norma moral e como o sinal mais claro para discernir sobre o caminho de crescimento espiritual em resposta à doação absolutamente gratuita de Deus» (Exort. ap. Evangelii gaudium, 179). É da própria natureza missionária da Igreja que brotam «a caridade efectiva para com o próximo, a compaixão que compreende, assiste e promove» (Ibid., 179).

5. Sabedoria do coração é ser solidário com o irmão, sem o julgar. A caridade precisa de tempo. Tempo para cuidar dos doentes e tempo para os visitar. Tempo para estar junto deles, como fizeram os amigos de Job: «Ficaram sentados no chão, ao lado dele, sete dias e sete noites, sem lhe dizer palavra, pois viram que a sua dor era demasiado grande» (Job 2, 13). Mas, dentro de si mesmos, os amigos de Job escondiam um juízo negativo acerca dele: pensavam que a sua infelicidade fosse o castigo de Deus por alguma culpa dele. Pelo contrário, a verdadeira caridade é partilha que não julga, que não tem a pretensão de converter o outro; está livre daquela falsa humildade que, fundamentalmente, busca aprovação e se compraz com o bem realizado.

A experiência de Job só encontra a sua resposta autêntica na Cruz de Jesus, acto supremo de solidariedade de Deus para connosco, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E esta resposta de amor ao drama do sofrimento humano, especialmente do sofrimento inocente, permanece para sempre gravada no corpo de Cristo ressuscitado, naquelas suas chagas gloriosas que são escândalo para a fé, mas também verificação da fé (cf. Homilia na canonização de João XXIII e João Paulo II, 27 de Abril de 2014).

Mesmo quando a doença, a solidão e a incapacidade levam a melhor sobre a nossa vida de doação, a experiência do sofrimento pode tornar-se lugar privilegiado da transmissão da graça e fonte para adquirir e fortalecer a sapientia cordis. Por isso se compreende como Job, no fim da sua experiência, pôde afirmar dirigindo-se a Deus: «Os meus ouvidos tinham ouvido falar de Ti, mas agora vêem-Te os meus próprios olhos» (42, 5). Também as pessoas imersas no mistério do sofrimento e da dor, se acolhido na fé, podem tornar-se testemunhas vivas duma fé que permite abraçar o próprio sofrimento, ainda que o homem não seja capaz, pela própria inteligência, de o compreender até ao fundo.

6. Confio este Dia Mundial do Doente à protecção materna de Maria, que acolheu no ventre e gerou a Sabedoria encarnada, Jesus Cristo, nosso Senhor.

Ó Maria, Sede da Sabedoria, intercedei como nossa Mãe por todos os doentes e quantos cuidam deles. Fazei que possamos, no serviço ao próximo sofredor e através da própria experiência do sofrimento, acolher e fazer crescer em nós a verdadeira sabedoria do coração.

Acompanho esta súplica por todos vós com a minha Bênção Apostólica.

Vaticano, 3 de Dezembro – Memória de São Francisco Xavier – do ano 2014.

FRANCISCUS

Testo in lingua polacca

Sapientia cordis.

“Niewidomemu byłem oczami, chromemu służyłem za nogi”.

(Hi 29,15)

Drodzy bracia i siostry,

z okazji XXIII Światowego Dnia Chorego, ustanowionego przez św. Jana Pawła II, zwracam się do Was wszystkich, którzy nosicie ciężar choroby i na wiele sposobów jesteście złączeni z cierpiącym ciałem Chrystusa; jak również do Was, pracowników i wolontariuszy zaangażowanych w służbie zdrowia.

Temat w tym roku zaprasza nas do medytacji słów z Księgi Hioba: “Niewidomemu byłem oczami, chromemu służyłem za nogi” (29,15). Chciałbym ją podjąć w perspektywie mądrości serca (sapientia cordis).

1. Mądrość ta nie jest znajomością teoretyczną, abstrakcyjną, wynikiem rozumowania. Raczej jest ona, jak określa ją św. Jakub w swoim Liście, “czysta, dalej, skłonna do zgody, ustępliwa, posłuszna, pełna miłosierdzia i dobrych owoców, wolna od względów ludzkich i obłudy” (3,17). Z tego też powodu jest ona postawą wlaną przez Ducha Świętego w umysły i serca tych, którzy potrafią otworzyć się na cierpienia braci i dostrzec w nich obraz Boga. Uczyńmy zatem naszym zawołanie Psalmu: “Naucz nas liczyć dni nasze / abyśmy osiągnęli mądrość serca” (Ps 90,12). W tej mądrości serca (sapientia cordis, która jest darem Boga, możemy zebrać owoce Światowego Dnia Chorego.

2. Mądrością serca jest służba bliźniemu. W mowie Hioba, która zawiera słowa “Niewidomemu byłem oczami, chromemu służyłem za nogi” jest podkreślony wymiar służby potrzebującym ze strony tego prawego człowieka, który cieszy się autorytetem i zajmuje szczególne miejsce wśród starszych miasta. Jego postawa moralna przejawia się w służbie ubogiemu, który prosi o pomoc, a także w trosce o sierotę i wdowę (por. Hi 29, 12-13).

Jakże wielu chrześcijan także dziś świadczy, nie słowami, ale swoim życiem, zakorzenionym w szczerej wierze, że są “oczami niewidomego” i “stopami chromego”! Osoby, będące blisko chorych, którzy potrzebują stałej opieki, pomocy w umyciu się, ubraniu czy spożywaniu posiłków. Ta posługa, szczególnie gdy jest rozciągnięta w czasie, może stać się męcząca i ciężka. Jest stosunkowo łatwo służyć przez kilka dni, ale trudno pielęgnować osobę przez wiele miesięcy lub nawet lat, także wówczas, gdy nie jest ona już w stanie wyrazić swojej wdzięczności. Tymczasem, jakże to wielka droga uświęcenia! W tych chwilach, wnosząc również wyjątkowy wkład w misję Kościoła, można liczyć w sposób szczególny na bliskość Pana.

3. Mądrość serca to trwanie przy bliźnim. Czas spędzony obok chorego jest czasem świętym. To uwielbienie Boga, który kształtuje nas na obraz swego Syna, który “nie przyszedł, aby Mu służono, lecz aby służyć i dać swoje życie na okup za wielu” (Mt 20, 28). Jezus sam powiedział: “Ja jestem pośród was jako ten, który służy” (Łk 22, 27).Prośmy z żywą wiarą Ducha Świętego, aby dał nam łaskę zrozumienia wartości towarzyszenia, często w sposób cichy, tym naszym siostrom i braciom, którzy, dzięki naszej bliskości i naszej życzliwości, poczują się bardziej kochani i umocnieni. Jakież wielkie kłamstwo kryje się natomiast w niektórych wyrażeniach, które kładą nacisk na tzw. “jakość życia”, przekonując do uwierzenia, że życie poważnie dotknięte chorobą nie jest warte dalszej egzystencji!

4. Mądrość serca to wyjście poza siebie ku bliźniemu. Świat, w którym żyjemy zapomina niekiedy o szczególnej wartości, jaką ma czas spędzony przy łóżku chorego, gdyż jest się pochłoniętym przez pośpiech, nawał obowiązków, rzeczy do wykonania i w ten sposób łatwo zapomina się o wartości bezinteresownej opieki nad bliźnim. U źródeł takiej postawy jest często letnia wiara, która zapomniała o słowach Pana: “Wszystko to Mnieście uczynili” (Mt 25, 40).

Dlatego chciałbym przypomnieć raz jeszcze, “absolutny priorytet, jakim jest wyjście poza siebie ku bratu”, jako jedno z dwóch głównych przykazań stanowiących fundament wszelkich norm moralnych i jako najjaśniejszy znak przy dokonywaniu rozeznania na drodze duchowego rozwoju, w odpowiedzi na absolutnie bezinteresowny dar Boga. (Adhortacja Apostolska, Evangelii gaudium, 179). Z samej natury misyjnej Kościoła wypływa “czynna miłość wobec bliźniego, współczucie, które rozumie, towarzyszy i promuje” (tamże). 

5. Mądrość serca oznacza być solidarnym z bliźnim bez osądzania go. Miłość potrzebuje czasu. Czasu, aby leczyć chorych i czasu na ich odwiedzanie. Czasu, aby zatrzymać się przy nich, jak przyjaciele Hioba: “Siedzieli z nim na ziemi siedem dni i siedem nocy, nikt nie wyrzekł słowa, bo widzieli ogrom jego bólu” (Hi 2,13). Przyjaciele Hioba jednakże ukrywali w sobie negatywny osąd o nim: myśleli, że jego nieszczęście było karą Bożą za popełnioną winę. Natomiast prawdziwa miłość jest dzieleniem się bez osądzania, bez usiłowania nawracania drugiego; jest wolna od fałszywej pokory, która w gruncie rzeczy szuka uznania i chełpi się z dokonanego czynu.

Doświadczenie Hioba znajduje swoją autentyczną odpowiedź tylko w Krzyżu Jezusa, najwyższym akcie solidarności Boga z nami, zupełnie darmowym, bezgranicznie miłosiernym. I ta właśnie odpowiedź miłości na dramat ludzkiego cierpienia, zwłaszcza cierpienia niezawinionego, pozostaje na zawsze wpisana w ciało Chrystusa zmartwychwstałego, w te Jego chwalebne rany, które są zgorszeniem dla wiary, ale są również sprawdzianem wiary (por. Homilia podczas Kanonizacji Jana XXIII i Jana Pawła II, 27 kwietnia 2014 r.).

Nawet wówczas, gdy choroba, samotność i niepełnosprawność przeważają w naszym życiu, będącym darem dla innych, doświadczenie bólu może stać się uprzywilejowanym czasem łaski i źródłem do uzyskania i umocnienia mądrości serca. W ten sposób staje się zrozumiałe, dlaczego Hiob u kresu swego doświadczenia, zwracając się do Boga, mógł stwierdzić: “Dotąd Cię znałem ze słyszenia, obecnie ujrzałem Cię wzrokiem” (Hi 42,5). Również osoby zanurzone w tajemnicy cierpienia i bólu, przyjętego jednak z wiarą, mogą stać się żywymi świadkami tej wiary, która pozwala współistnieć z samym cierpieniem, pomimo że ludzka inteligencja nie jest w stanie do końca go zrozumieć.

6. Macierzyńskiej opiece Maryi, która przyjęła w swoim łonie i zrodziła Mądrość wcieloną, Jezusa Chrystusa, naszego Pana, powierzam tegoroczny Światowy Dzień Chorego.

O Maryjo, Stolico Mądrości, jako nasza Matka wstawiaj się za wszystkimi chorymi i za tymi, którzy się nimi opiekują. Spraw, abyśmy w służbie cierpiącemu człowiekowi i przez samo doświadczenie cierpienia, mogli przyjąć i rozwijać w sobie prawdziwą mądrość serca.

Z tym błaganiem w intencji Was wszystkich łączę moje Apostolskie Błogosławieństwo.

Watykan, 3 grudnia 2014 r., w liturgiczne wspomnienie św. Franciszka Ksawerego

FRANCISCUS

 [02134-09.01] [Testo originale: Polacco]

[B0992-XX.02]

Papa Francesco_malatoDA BOLLETTINO SALA STAMPA SANTA SEDE:

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/12/30/0992/02134.html#Testo%20in%20lingua%20italiana
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IL VANGELO LETTO IN NOI DALLO SPIRITO SANTO – Angelo Nocent

Carlo Maria Martini - Sulla morte

“Dalla bocca dei bambini, Signore, ti sei fatto una lode»

L’intervista ci restituisce il Cardinale umile, sincero, sottomesso alla Parola, maestro nella fede perché discepolo del Signore, attento alla voce dello Spirito che è il Vangelo. Un ripasso generale, utile per una REVISIONE DI VITA. Perché la Chiesa è sempre più sé stessa nella misura in cui IO SONO ME STESSO. TU….NOI…

«Molti chiedono solo che la Chiesa sia sé stessa»

Intervista con il cardinale Carlo Maria Martini di Gianni Valente

«Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere. E nella quarta fase, l’uomo impara a mendicare».

Giovanni ValenteIl proverbio indiano che ha voluto citare in uno dei suoi ultimi libri, per il cardinale Carlo Maria Martini rappresenta quasi una fotografia della sua lunga vita. Attende il tempo di Pasqua nella quiete operosa dell’Aloisianum, la gloriosa casa dei Gesuiti a Gallarate, mentre anche in quell’angolo appartato arrivano gli echi di tempeste mediatiche che di nuovo si abbattono sulla sua Chiesa.

Dice che Gerusalemme gli manca molto. Con parole insolite per la Città Santa, spiega che per lui quel luogo ha un effetto quasi tonico, perché «è ricchissima di luoghi e di motivi che spingono all’azione. Grazie a Dio», aggiunge, «ho conservato anche qui quella voglia di uscire da me e buttarmi nelle cose che Gerusalemme mi ha trasmesso». 

Benedetto XVI e Carlo Maria Martini

Benedetto XVI e Carlo Maria Martini

Che cosa chiede, ora, nelle sue preghiere di mendicante? 

CARLO MARIA MARTINI: Adesso la mia è una mendicanza anche fisica, che mi costringe a chiedere l’aiuto di qualcuno, magari la notte. Questa è la prima povertà attraverso cui adesso mi fa passare il Signore, ma non è che mi costi tanto, perché così do occasione agli altri di compiere atti di carità. Poi adesso la mia preghiera è per la Chiesa di Milano, è una preghiera d’intercessione per tutte le realtà e le persone della diocesi, che raccomando una a una alla grazia di Dio. Per la Chiesa del mondo – ma forse è troppo grande questo obiettivo – chiedo che aumenti la fede e la speranza e che esse si esprimano nella carità. Sono le virtù cui anche Benedetto XVI ha dedicato le sue encicliche. 

Lei ha parlato della sua preghiera d’intercessione. In un suo recente libro, Qualcosa di così personale, ha raccolto alcune sue meditazioni sui tanti aspetti della preghiera. 

MARTINI: Si prega in tanti modi. C’è la preghiera di domanda, che chiede miracoli e guarigioni e prodigi, come vedere anime che si odiavano e giungono a perdonarsi; c’è la preghiera di lode, o la preghiera di chi arranca, fa fatica, è fragile; di chi ha bisogno del perdono, o del povero che ha bisogno del pane. Ma ciò che distingue la preghiera cristiana dalla preghiera, per quanto altissima, delle religioni, è che la preghiera cristiana è dono diretto di Dio, che ci manda lo Spirito. Noi possiamo dire: Signore, io non sono capace, pronuncia tu in me quella preghiera, mettila tu nel mio cuore. E il culmine della preghiera è la preghiera di affidamento, la consegna della nostra vita nelle sue mani. 

In quel libro ci sono alcune pagine dedicate alla preghiera del vecchio Simeone. E lei si sofferma sull’immagine del vecchio che abbraccia il bambino. Scrive: «Simeone rappresenta ciascuno di noi di fronte alla novità di Dio», che «si presenta come un bambino». Lei proprio per i bambini ha scritto il suo ultimo libro, Una parola per te. Pagine bibliche narrate ai più piccoli, con riflessioni su alcune pagine bibliche narrate ai più piccoli. 

MARTINI: «Dalla bocca dei bambini e dei lattanti, Signore, ti sei fatto una lode»: è la frase del salmo citata da Gesù, quando i sommi sacerdoti e gli anziani lo criticano perché trovano inopportuno il grido di osanna a lui rivolto dai bambini. Oggi tante volte i bambini mi sembrano abbandonati. Le notizie di questi giorni ci mostrano come sono indifesi davanti al male che si può far loro. Però in loro mi colpisce quella naturale apertura fiduciosa verso i propri genitori e verso la vita che è essenziale anche nella fede. 

Certe volte, invece di favorire e farsi commuovere da questa apertura, si cercano tecniche e stratagemmi che dovrebbero avvicinare i ragazzi alla fede. Lei cosa spera, per loro? 

MARTINI: La fede si trasmette alle persone a partire dall’ambiente che le circonda, ma poi può entrare concretamente in ognuno attraverso quattro vie: la testa, il cuore, le mani e i piedi. Ossia la formazione umana e intellettuale, la preghiera, oppure il lavoro con le mani per aiutare gli altri. A seconda dei tipi, l’una o l’altra cosa funziona come via preferenziale.

E i piedi che c’entrano? 

MARTINI: I piedi li usano gli scout, per fare chilometri nelle loro camminate. 

Eppure, in un altro suo libro recente, è riportata l’obiezione di un ragazzo che dice: «Non so che farmene della fede. Non ho nulla in contrario, ma cosa dovrebbe darmi la Chiesa? […] Sto bene, che altro mi serve?». 

MARTINI: Molti giovani hanno l’inferno nel cuore, non lo si deve negare. Eppure vedo che proprio per i giovani che non sanno niente della Chiesa, spesso è più facile cominciare dalle mani. Si buttano in opere di carità quando vedono altri che fanno le cose con la pace e la serenità nel cuore. 

Benedetto XVI e il Card. C.M.Martini

Ma questo senso di estraneità, così diverso dalle contestazioni e dalle critiche delle generazioni precedenti, davvero può essere vinto proponendo la via di una vita impegnativa, esigente, difficile? 

MARTINI: Non si può pretendere alcun sacrificio da nessuno, se prima non ha assaporato quanto sia allettante il traguardo. Ma quello che può impressionare gli altri è la carità in atto. E in essa, lo Spirito è la prima realtà. San Tommaso dice che la legge del Nuovo Testamento è lo Spirito Santo, le altre leggi sono secondarie. San Paolo sottolinea che la stessa osservanza etica non è pienamente realizzabile come frutto dell’uomo e della sua fatica. Lo si dimentica spesso, anche nella Chiesa, e allora si tenta di dar noi stessi mostra di forza e rigore. Ma soprattutto la carità è possibile solo se c’è lo Spirito Santo. È la grazia dello Spirito che rende facile ciò che per gli uomini appare difficile o addirittura prodigioso. 

Si dice che la Chiesa è sotto attacco. Molti parlano di cristianofobia. Anche da noi c’è chi parla di Italia anticristiana. Da dove esce fuori tutto questo? Dall’ostilità del mondo scristianizzato? 

MARTINI: L’ostilità in un certo modo può essere utile. Fa risaltare l’inermità della Chiesa, il suo essere sempre affidata al Signore. Però la Chiesa gode anche della stima e della cordialità di molti, che chiedono solo che la Chiesa sia Vangelo, cioè sia sé stessa. 

Il Vangelo basta? Proprio lei viene spesso additato come il fautore di una Chiesa senza dogmi e strutture. Una Chiesa tutta umiltà e misericordia, senza precetti. 

MARTINI: Se si pensa alle tante proposte religiose che ci sono nel mondo, a distinguerci dagli altri sono Gesù e il suo cammino, e non l’appartenenza a un’organizzazione con regole e precetti. Ma nella fede in Gesù non ha senso contrapporre Vangelo e dogmi, misericordia e comandamenti: vale anche per questo ciò che ho già detto sulla priorità dello Spirito Santo. Tutto si compagina in unità, nella realtà della Chiesa, che ha un aspetto interiore e anche un aspetto esteriore, e quindi comprende anche strutture, regole, strumenti di organizzazione. L’importante è che anche queste realtà siano per quel che è possibile espressioni di vita interiore. E poi, occorre anche distinguere le cose importanti e quelle che non lo sono. Credo che la Chiesa abbia già fatto un’opera di purificazione da tante cose esteriori che non servivano. E comunque, quando ancora leggo sui giornali che io sarei il “capo dei progressisti”, ormai ci rido sopra. 

Benedetto XVI-Martini mano nella mano

Per alcuni la risposta adeguata a questa situazione di ostilità è aumentare il protagonismo pubblico della Chiesa. 

MARTINI: La Chiesa non può aver timore di apparire con cordialità verso gli altri nella vita pubblica. Ma è un fatto che il suo vero tesoro è il Vangelo letto in noi dallo Spirito Santo. Un tesoro di preghiera e di umiltà. E infatti il Vangelo nel mondo si testimonia come ha indicato Gesù nel discorso della montagna, che ho già citato. Non si tratta di proposte “confessionali”. Hanno anche una connotazione laica. Parlano a ogni uomo. Perché fanno intravedere un modo desiderabile di essere uomini, che tutti vorrebbero aver vicino. 

Queste sono settimane di tempesta per lo scandalo della pedofilia. Come valuta questa situazione? Quale richiamo emerge per la Chiesa in queste circostanze? 

MARTINI: Tutto questo certo può aiutare in tutti l’umiltà. Ma valgono anche le parole di Gesù: ci sono state azioni gravi, e chi ha scandalizzato i piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse messa una macina da mulino al collo e fosse gettato nel mare. Questo non toglie che si registra anche una grande ipocrisia. C’è una totale libertà sessuale, la pubblicità utilizza motivi sessuali anche per i bambini. 

Come difendere il Papa dai tentativi di chiamarlo in causa in queste vicende? 

MARTINI: Il Papa non ha bisogno di essere difeso, perché a tutti è chiara la sua irreprensibilità, il suo senso del dovere e la sua volontà di fare del bene. Le accuse lanciate contro di lui in questi giorni sono ignobili e false. Sarà bello constatare la compattezza di tutti gli uomini di buona volontà nello stare con lui e nel sostenerlo nel suo difficile compito. 

Nella lettera ai cattolici irlandesi, Benedetto XVI ha richiamato a tutti il digiuno, la preghiera, la lettura della Sacra Scrittura e il sacramento della confessione «per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda». 

MARTINI: Queste cose valgono per le comunità in cui sono avvenuti questi casi come valgono per tutta la Chiesa. Ma per i protagonisti di questi casi, dove c’è una perversione e una compulsione interna, ci vuole anche l’intervento degli psicoterapeuti. Si tratta di capire il perché di queste compulsioni, e come è possibile dominarle, e gli altri mezzi non entrano in questo aspetto specifico. 

Spesso fanno passare lei come un fustigatore delle insufficienze e dei limiti della Chiesa. Si ritrova in simili descrizioni? 

MARTINI: La Chiesa, considerata nella sua globalità, è piena di santità e di forza interiore. La stampa si accanisce su episodi particolari, ma in tutto il mondo c’è tanta gente leale, buona, devota, che opera senza rumore. E io sono tanto grato a Dio, anche proprio per aver potuto vivere questo tempo. Non avrei mai voluto vivere in momenti come quello della Riforma protestante, o dello Scisma d’Oriente, o al tempo dello Scisma d’Occidente, quando c’erano due papi, uno a Roma e l’altro ad Avignone. Adesso, la Chiesa dà una bella mostra di sé. Ci sono limiti e mancanze inevitabili, e anche essi rientrano nel disegno misterioso della volontà di Dio. 

Allora non è vero che il suo sentimento dominante sia una sorta di amarezza, centrata sulla denuncia di debolezze e carrierismi. 

MARTINI: Io ringrazio sempre Dio per come ha accompagnato la mia vita, per tante persone che ha messo al mio fianco lungo il cammino. Dico sempre che Lui mi ha anche viziato. Tutta la vita mi ha mostrato che Dio è buono e prepara la strada a ciascuno di noi. Ho avuto tantissimo, ho anche dato quel che ho potuto. E davvero sono contento, davanti a Lui. 

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