ACCESO UN NUOVO FOCOLARE A CERNUSCO SUL NAVIGLIO – Angelo Nocent

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NON E’ SOLO UN FATTO DI CRONACA MA UN BUON MOTIVO PER UNA RIFLESSIONE EVANGELICA A TUTTO TONDO SUL PADRE NOSTRO E LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI E PESCI: “Voi stessi date loro da mangiare”.


Il Centro SANT’AMBROGIO dei Fatebenefratelli è sito in Cernusco sul Naviglio (MI), Via Cavour n. 22. I posti letto sono 373, le unità lavorative 421. Nella struttura si stanno sviluppando forme di Terapia e riabilitazione psichiatrica, Ritardo Mentale, Demenze, Psicogeriatria, Psicorganicità e Comunità protette in appartamenti. Il Centro è diretto da un Superiore Locale, assistito da un Direttore Amministrativo e da un Direttore Medico.

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APERTA LA MENSA AL CENTRO SANT’AMBROGIO: UN “FOCOLARE DELLA CARITÀ” NELL’HINTERLAND MILANESE DI CERNUSCO SUL NAVIGLIO
(Cernusco, Gorgonzola e Cassina de’ Pecchi sono tutti sulla metropolitana M2)

Cetnusco sul Naviglio nell'area metropolitana

La nostra città da mercoledì 18 maggio, grazie ai Fatebenefratelli, ha finalmente un luogo in cui accogliere alla sera, sette giorni su sette, le persone che, trovandosi in una condizione di bisogno e di povertà, non possono permettersi una cena. Senza rischiare di esagerare con le parole, possiamo dire che è un grande e bel segno! È un “focolare della carità»: come recitato nella preghiera, prima della benedizione del nuovo servizio, e come sottolineato dal Sindaco.

Una mensa per le persone in situazione di bisogno c’era e, per il momento, continua ancora ad esserci per iniziativa della Caritas cittadina, al Centro cardinal Colombo di piazza Matteotti, ma è limitata a due volte la settimana. Ora, invece, il servizio offerto dai Fatebenefratelli copre tutti i giorni dell’anno. E questo non può che essere motivo di consolazione per tutti.

La mensa è in via Cavour al Centro Sant’Ambrogio. L’inaugurazione è avvenuta – mercoledì 18 maggio all’ora di cena – alla presenza del superiore provinciale dei Fatebenefratelli, fra Massimo Villa, del Sindaco, Eugenio Comincini, e dell’assessore ai servizi sociali, Silvia Ghezzi. Presenti anche il responsabile della Caritas cittadina, Daniele Restelli, e il presidente dell’associazione “Farsi prossimo Cernusco”, Roberto Mondonico, collaboratori, volontari e le persone che hanno già iniziato a beneficiare del servizio.

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Il superiore provinciale, fra Massimo Villa, benedice il nuovo servizio mensa

«Il luogo che stiamo benedicendo è un luogo della carità. Carità perché – ha spiegato fra Massimo Villa – abbiamo voluto, su indicazione della ‘Commissione nuove povertà’ della nostra Provincia lombardo-veneta, cogliere i bisogni emergenti dal territorio. Attorno a questo nostro centro di riabilitazione psichiatrica la comunità ha voluto guardarsi attorno e capire quali sono questi bisogni. E lo abbiamo fatto ancora una volta percorrendo le strade del nostro fondatore, san Giovanni di Dio, che non ha fatto niente altro, nei suoi pochi anni di vita, dopo la sua conversione, se non andare in giro per strade di Granada (Spagna) ed accorgersi dei bisogni dei poveri di quella città e cercare come poteva dare allora una risposta. Raccoglieva la povera gente per le strade e la portava in una sua casa dove cercava di curarla, di dar loro da mangiare e di capire i loro bisogni fondamentali. Sempre ponendo al centro la persona. Privilegiando le persone che più erano distanti e ai margini della società. Guardando negli occhi e nel cuore della persona cercava di dare loro una risposta.»

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«Mi piace ricordare il nostro fondatore – ha proseguito fra Villa – anche per questo luogo in cui noi siamo. “La casa è aperta per voi: vorrei vedervi camminare di bene in meglio”: questa espressione di san Giovanni di Dio è anche lo scopo di questa iniziativa che abbiamo voluto intraprendere in collaborazione con l’amministrazione comunale. Ancora una volta questa collaborazione fa vedere come è possibile per un’istituzione religiosa aprirsi alle istituzioni civili nello stesso cammino incontro alla persona. Noi vogliamo fare questo. Noi vogliamo che le persone che vengono qui non abbiano altra possibilità se non quella, insieme ad un piatto caldo, di continuare a vivere una vita dignitosa. Questo è quello che sta a cuore alla nostra comunità religiosa e a tutti coloro che collaborano a questa iniziativa.»

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L’intervento del Sindaco, Eugenio Comincini

Il Sindaco, Eugenio Comicini, ha parlato di «una bella e preziosa iniziativa che i Fatebenefratelli e l’amministrazione offrono alla città». Aggiungendo subito dopo che il luogo che accoglie le persone bisognose può giustamente essere considerato «un focolare della carità», come poco prima aveva detto fra Massimo Villa recitando la preghiera per chiedere al Signore di benedire il nuovo servizio. Focolare perché «richiama la casa, un luogo dove potersi sentire bene e accolti». Carità perché è «uno degli aspetti che rendono più nobili le persone». Quindi, Comincini ha così proseguito: «Con questa scelta i Fatebenefratelli riconfermano la loro vocazione, le loro origini, la loro stessa storia. Al tempo stesso la città, con tutte le sue componenti, dice di questa attenzione che sempre ha e ha avuto verso le persone in difficoltà. Cernusco ha un’anima sociale attenta a chi ha bisogno. Questa iniziativa è un po’ il simbolo dell’identità dei Fatebenefratelli e della città.»


Pictures690-001Il servizio mensa

L’apertura della mensa «credo che avvenga in un periodo quanto mai propizio, come questo – ha sostenuto il Sindaco – dove c’è bisogno di vedere segni di questo tipo. Perché la crisi che ha coinvolto tante persone mette alcuni soggetti nelle condizioni di avere questo bisogno e allo stesso tempo la crisi ha forse chiuso i cuori di qualcun altro e allora segni come questi parlano al cuore di tutti.» Comincini ha quindi ringraziato «i Fatebenefratelli per questa grande opportunità» dicendosi «certo che chi frequenterà questo luogo troverà il giusto calore e si sentirà voluto bene.»


Focolare 9Il locale mensa

L’accesso al nuovo servizio, da parte delle persone che si trovano in situazione di povertà, avviene tramite i servizi sociali del Comune che, dopo le necessarie verifiche, rilasceranno un’apposita tessera. Al momento sono circa una trentina le persone che potrebbero beneficiare della mensa. Ad accoglierle troveranno anche i volontari delle associazioni locali, sulla base di accordi che saranno meglio definiti nelle prossime settimane. Sin d’ora la Caritas cittadina ha offerto la propria disponibilità.

Cernusco sul Naviglio, 19 maggio 2016

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UN PASSO IN DIETRO PER ANDARE AVANTI

VERSO IL FUTURO: la sfida delle migrazioni“,   si legge sul manifesto, PONTI NON MURI . E’ significativo che l’Amministrazione Comunale di Cernusco s/N s’interroghi su un tema di tale portata. Colgo anch’io la circostanza come una buona opportunità per riflettere sia sul presente che sull’immediato futuro, mio personale, s’intende, ed ventualmente anche di chi vuol provare a riflettere con me.

Come premessa, per forza di cose è obbligatorio che mi chieda da dove vengo. Così sarà più agevole fare il punto sulla situazione e discernere sui passi da compiere.

ANGELI ABRAMO

L’ospitalità di Abramo

L’ospitalità o l’invito rivolto ad altri per mangiare e stare insieme, faceva parte integrante della cultura medio orientale già negli antichi periodi narrati dalla Sacra Scrittura. Questa particolare disponibilità ad ospitare e a rendersi singolarmente ospitali, molto probabilmente trova le sue radici nell’esperienza della vita nomade, alla quale gran parte delle popolazioni di quella zona della Terra, sono abituate da secoli.

Anche Abraamo, Lot, Isacco, Esaù da cui provennero gli Arabi; Giacobbe ed i suoi figli, antichi antenati degli Ebrei, sono stati in definitiva nomadi. Il popolo nomade conosceva la solitudine del deserto e la difficoltà di trovarvi cibo; conseguentemente questo popolo era sempre pronto ad accogliere, nutrire, alloggiare e proteggere ogni viaggiatore che si fermava davanti alle sue tende o alle sue case. Era un peccato mangiare da soli Giobbe 31:17: “…se ho mangiato da solo il mio pezzo di pane senza che l’orfano ne mangiasse la sua parte”).

Era peccato rifiutare di partecipare il proprio cibo con i bisognosi ed i poveri Isaia 58:7: “Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne? Infatti, la legge mosaica raccomandava l’ospitalità, che anche presso i greci era un dovere religioso.

Levitico 19:34: “Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

L’attuale maniera di fare degli arabi richiama più da vicino l’antica ospitalità ebraica. Un viandante può sedersi all’uscio di un uomo a lui completamente sconosciuto, finché il padrone di casa non lo inviti a cenare insieme a lui. Se prolunga un po’ i tempo il suo soggiorno, nessuno gli porrà domande sulle sue intenzioni; dopo potrà andarsene senz’altro risarcimento che l’augurio: “che Dio sia con voi!

Par di leggere parti del breviario e della liturgia eucaristica in onore di san Giovanni di Dio. Dunque, questa è la SANTA RADICE di partenza.

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MA CHI VE L’HA FATTO FARE?

Quello del “pane necessario” era per San Giovanni di Dio l’assillo, il tormento quotidiano che solo una grande fede nella Provvidenza gli dava la forza di sopportare. Lo si ricava molto concretamente proprio dalle sue poche lettere-testamento:

FRA LUCA BEATO - DIMENSIONE O18
I LETTERA A GUTTIERRE LASSO

La presente è per farvi sapere che, grazie a Dio, sono arrivato in buona salute e portando anche più di cinquanta ducati; con quello che avete di là e ciò che io ho portato, penso faranno cento ducati. Dopo il mio arrivo, mi sono indebitato per trenta ducati o più, ma non bastano né que­sti né quelli, perché ho da mantenere più di 150 persone, e Dio provvede ogni giorno ai loro bisogni.

Se dunque a questi venticinque ducati che avete, po­tete aggiungere qualche cosa di più, c’è bisogno di tutto.

Mandatemi tutti i poveri piagati che si trovano costì, e se non fosse possibile, non prendetevi pena né lavoro.

Mandatemi subito i venticinque ducati, perché tanti e molti di più ne devo pagare, e li stanno aspettando, voi ricorderete che ve li avevo consegnati in un sacchetto di tela, una sera nel vostro aranceto, mentre assieme pas­seggiavamo; spero in nostro Signore Gesù Cristo che, un giorno, passeggerete nel giardino Celeste.

II LETTERA A GUTIERRE LASSO

La presente sarà per farvi sapere, che io sono molto afflitto e in grandissima necessità, di tutto però rendo gra­zie a nostro Signore Gesù Cristo perché dovete sapere, fratello mio amatissimo e carissimo in Gesù Cristo, che sono così tanti i poveri che qui affluiscono che, molto spes­so, io stesso sono spaventato per come si possa sostentar­li; ma Gesù Cristo provvede a tutto e dà loro da mangiare.

4.Ogni giorno, solo per la legna, occorrono sette o otto reali, perché la città è grande e molto fredda, particolar­mente in questo tempo d’inverno, e sono molti i poveri che giungono a questa casa di Dio, perché fra tutti ­infermi, sani, gente di servizio e pellegrini – sono più di centodieci.

5.Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indi­stintamente (persone affette) da ogni malattia e gente d’ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei leb­brosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e al­tri molto vecchi e molti bambini; senza poi contare molti altri pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l’acqua, il sale e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare.

6.Per tutto questo non vi è rendita alcuna, ma Gesù Cri­sto provvede a tutto, perché non vi è giorno in cui per le provviste della casa non ci vogliano quattro scudi e mez­zo, e qualche volta cinque: per il pane, per la carne, per le galline, per la legna, senza contare le medicine e i ve­stiti, che è un’altra spesa distinta.

7.Il giorno in cui le elemosine non bastano per provve­dere a quello che ho detto, io prendo a credito, altre vol­te si digiuna.

E così mi trovo indebitato e prigioniero solo per Gesù Cristo; devo più di duecento ducati per le camicie, le zi­marre, le scarpe, le lenzuola, le coperte e per molte altre cose che occorrono in questa casa di Dio, come pure per il mantenimento dei bambini che qui abbandonano.

8.Così dunque, fratello mio amatissimo e stimatissimo in Gesù Cristo, vedendomi tanto indebitato, molte. volte non esco di casa a motivo dei debiti che ho e, vedendo soffrire tanti poveri miei fratelli e mio prossimo, che si trovano in così grandi necessità sia per il corpo che per l’anima, non potendoli soccorrere, sono molto triste; con tutto ciò, confido solo in Gesù Cristo che mi sdebiterà, poiché Lui conosce il mio cuore

Perciò dico: maledetto l’uomo che confida negli uomi­ni e non solamente in Gesù Cristo, perché, voglia o non voglia, dagli uomini sarai separato, mentre Gesù Cristo è fedele e duraturo; e poiché Gesù Cristo provvede a tut­to, a Lui siano rese grazie per sempre. Amen Gesù.

10.Fratello mio amatissimo e stimatissimo in Gesù Cri­sto, ho voluto ragguagliarvi delle mie preoccupazioni per­ché so che ne soffrirete come io soffrirei per le vostre, e perché so che volete bene a Gesù Cristo e che avete compassione dei suoi figli, i poveri; perciò vi informo delle loro necessità e delle mie.

11.Dato che tutti miriamo a un medesimo traguardo, benché ognuno cammini per la propria strada, e come Dio vuole viene incamminato, sarà bene che ci facciamo for­za gli uni gli altri

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IL RISCHIO ATTUALE


1-Collage232I poveri ci sono sempre stati. Quand’ero bambino, aprire la porta a un mendicante di passaggio, condividere quel poco che c’era in famiglie con l’acqua della miseria fino alla gola, era abituale.
Mi rendo conto che oggi, privarmi di qualcosa, di un euro ogni due passi, cedere ogni volta il carrello della spesa a chi te lo chiede per recuperare la moneta, telefonare a un numero sovra impressione delle TV, restituire la busta della Parrocchia con l’obolo per la giornata di circostanza, ecc. ecc  mi costa più fatica di un tempo. Essere generosi, come fa lo Stato, ma non solo, con i soldi dei cittadini, non è poi così difficile. Più fatica si fa ad attingere dal proprio portafoglio.Portafoglio  Perché c’è una grande differenza tra il CUORE  e il PORTAFOGLIO. Il Papa è molto severo a tal proposito: “
Ci sono malattie cardiache, che fanno abbassare il cuore al portafoglio… E questo non va bene! Amare Dio “con tutto il cuore” significa fidarsi di Lui, della sua provvidenza, e servirlo nei fratelli più poveri senza attenderci nulla in cambio“.
Papa Francesco - benedizioneUn aneddoto di Papa Francesco vale più di tutte le mie chiacchiere:
“Mi permetto di raccontarvi un aneddoto, che è successo nella mia diocesi precedente. Erano a tavola una mamma con i tre figli; il papà era al lavoro; stavano mangiando cotolette alla milanese… In quel momento bussano alla porta e uno dei figli – piccoli, 5, 6 anni, 7 anni il più grande – viene e dice: “Mamma, c’è un mendicante che chiede da mangiare”. E la mamma, una buona cristiana, domando loro: “Cosa facciamo?” – “Diamogli, mamma…” – “Va bene”. Prende la forchetta e il coltello e toglie metà ad ognuna delle cotolette. “Ah no, mamma, no! Così no! Prendi dal frigo” – “No! facciamo tre panini così!”. E i figli hanno imparato che la vera carità si dà, si fa non da quello che ci avanza, ma da quello ci è necessario. Sono sicuro che quel pomeriggio hanno avuto un po’ di fame… Ma così si fa!

Di fronte ai bisogni del prossimo, siamo chiamati a privarci – come questi bambini, della metà delle cotolette  – di qualcosa di indispensabile, non solo del superfluo; siamo chiamati a dare il tempo necessario, non solo quello che ci avanza; siamo chiamati a dare subito e senza riserve qualche nostro talento, non dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali o di gruppo.” (8/11/2015). 

Da qualche settimana – ossia da quando ci penso e ripenso – provo un senso di colpa perfino a recitare il Padre nostro perché, conoscendo la mia incoerenza, mi pare perfino di nominare il Nome di Dio invano, perché mi vedo disposto ad accettare fino in fondo il Suo disegno sul mondo più a parole che con i fatti.

Pictures705Il rischio per l’Europa cristiana c’è e grave: è quello di sottovalutare il momento storico che stiamo vivendo.  Quei “focolari” che vanno accendendosi qua e là ogni giorno, sono ancora piccoli timidi passi che seguono ad una ripetuta e instancabile sollecitazione del Papa al Popolo di Dio ed a maggior ragione agli Istituti Religiosi, alle Parrocchie…, a non girare la testa da un’altra parte per non vedere ma di farsi carico della situazione perché nessuno assista passivamente all’esodo biblico in corso, destinato a perpetrarsi chissà per quanti anni ancora.

E’ noto – almeno al Papa – che l’Europa è piena di conventi, seminari ed istituti religiosi, ormai vuoti. Spesso si dimentica che queste opere del passato sono semplicemente il frutto della BENEFICENZA SECOLARE di tanti cristiani, spesso obolo su obolo, centesimo su centesimo, donato da povera gente. Mettere a disposizione locali, potendo disporre anche di sussidi pubblici per far fronte all’emergenza, non è solo buona cosa: è dovere morale verso i tanti BENEFATTORI, grandi o piccoli, che hanno generosamente donato PER I POVERI ai tanti  questuanti del “porta a porta” di un tempo.

Fra GaldinoSenza scomodare San Giovanni di Dio, dalle nostre parti basta ricordare il Fra Galdino di manzoniana memoria, espressione di una lunga stagione che le persone più anziane hanno potuto conoscere e che dimostra una fede semplice e sincera, ma anche attiva: va in giro a raccogliere le elemosine e invita ad essere generosi raccontando il miracolo delle noci. Ha una profonda e ingenua fiducia in Dio e nella Provvidenza, che trasmette ai popolani che frequenta. È uomo semplice,  contento e felice dei compiti che il convento gli ha assegnato.

Ma, senza andare lontano nel tempo, chi non conosce la figura di Fra CECILIO CORTINOVIS di Viale Piave a Milano, una delle punte più elevate della presenza pluricentenaria dei Frati Cappuccini a Milano?

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Uomo di Dio, di preghiera e di carità, Fra Cecilio ha dato un continuo esempio di perfetta unione tra una profonda spiritualità e la fedele dedizione verso i poveri e i bisognosi. Tutti senza distinzioni.

Nato nel 1885 a Costa Serina (Bg), Fra Cecilio raggiunge il convento dei Frati Minori Cappuccini di Viale Piave a Milano nel 1910. Inizia come sacrista e poi diventa portinaio del convento. Ed è qui, in questa piccola portineria, che Fra Cecilio comincia la sua opera di distribuzione di cibo, abiti e tutto quanto può servire ai bisognosi.

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Povero fra i poveri Fra Cecilio esercitò per molti anni anche l’ufficio di questuante, bussando ad ogni porta, domandando pane per i poveri e donando la sua parola e la sua preghiera.

Grazie all’attività del minuto e instancabile frate, la piccola portineria acquistò fama e divenne un punto di riferimento nella città per chi aveva bisogno di ricevere e di donare.

Chiesa_di_sant'orsola_(brescia)Nel suo piccolo, lo stesso San RICCARDO PAMPURI, da medico condotto prima e poi da frate nel convento-ospedale di Sant’Orsola a Brescia aveva ottenuto il permesso di attivare una distribuzione quotidiana di cibo ai poveri che si facevano trovare nel vicolo adiacente la chiesa, in via Moretto. E perfino i novizi (anni ’60) lo facevano in quel di San Colombano al Lambro, per non dire un po’ dappertutto i frati.
Più vicina ai nostri giorni è la figura di Fratel ETTORE BOSCHINI che si è prefisso di 
ACCOGLIERE le tante persone senza fissa dimora che affollano strade e stazioni delle nostre città, affinché non affoghino nella miseria materiale e spesso morale.

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La “religione” dominante  non ha dubbi: sostiene che “CON I SOLDI SI FA TUTTO“. Ahimè, si corre il rischio di crederci. Poi qualcuno dice anche che CHI LAVORA NON HA TEMPO PER DIVENTARE RICCO.

Accendere “focolari di carità” non è semplice; Fratel Ettore, nella Milano opulenta, ci ha messo degli anni, sempre remando contro corrente. Ma fare in modo che non si spengano è molto più difficile, perché, checché se ne dica, non è questione di soldi.  Degna di seria attenzione è la regola di vita che si sono dati i continuatori della sua opera:

ACCOGLIE le tante persone senza fissa dimora che affollano strade e stazioni delle nostre città, affinché non affoghino nella miseria materiale e spesso morale.

COMBATTE la miseria, ma considera la povertà un valore così, chi sceglie di farne parte, è chiamato ad una graduale spogliazione di se stesso, sia per essere un compagno di viaggio credibile per il povero che vuole aiutare, che per sperimentare una condizione di libertà interiore che ridà alle cose il giusto valore e alla vita di fede la centralità che le spetta. 

È SOSTENUTA dalla Divina Provvidenza, la quale si concretizza in libere offerte di ogni genere (cibo, vestiti, denaro, mobili, servizi). Non stipula convenzioni con nessun ente. L’assenza di vincoli burocratici le permette una grande libertà così da essere disponibile anche per quei poveri che non troverebbero accoglienza da nessun altra parte. 

È GUIDATA da donne che si consacrano a Dio con promesse private (le discepole). 

È COMPOSTA soprattutto da quegli uomini e quelle donne che, raccolti ai margini della vita, recuperano se stessi ricevendo aiuto, amore e misericordia (gli ospiti). Fra di loro, alcuni, in un cammino di crescita interiore e di donazione di sé, giungono a maturare una forte appartenenza all’Opera e ne sposano pienamente il progetto di mutua solidarietà (i collaboratori). 

È ACCOMPAGNATA da famiglie e volontari che ne condividono scelte e spiritualità e ne danno testimonianza al mondo. 

È AIUTATA da tanti benefattori che, con le loro preghiere e con i loro mezzi, la sostengono. 

CHIEDE a tutti quelli che ne fanno parte, secondo le possibilità, di perseverare nella conversione, nel cammino di formazione e nella preghiera e di collaborare al buon funzionamento delle case. 

VIVE l’apostolato innanzi tutto nell’azione: “Ero malato e mi hai curato. Avevo fame, avevo sete, ero nudo… e mi hai dato da mangiare, da bere, mi hai vestito. Non solo cibo per la pancia, ma quello della vita eterna. Non solo abiti per il corpo, ma il vestito di Dio, l’abito della grazia!” (da un discorso di fratel Ettore, cfr. Mt 25, 31-46). 

ARRICCHISCE il suo cammino, e quello degli amici che incontra, con mezzi creativi di volta in volta diversi, come processioni, teatro, catechesi, esercizi spirituali, ritiri, riunioni di preghiera, testimonianze ed altre iniziative. 

AMA con profonda devozione filiale la Madonna (Madre mia, fiducia mia!)

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OGGI fortunatamente nella mente e nel cuore di tanti Istituti Religiosi si va risvegliando e ripristinando l’antica usanza di PENSARE AI POVERI. Ma guai a non capire che è in atto una grande azione di Dio il quale sta pazientemente educando il suo Popolo, quello che quotidianamente lo invoca, lo implora con la preghiera insegnatagli da Gesù e canta nei Vespri il Magnificat della Madre di Dio, profezia in atto. Peggio ancora, a ostentare, compiaciuti, i risultati raggiunti che sono NIENTE rispetto ai bisogni reali.

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I cristiani nel mondo sono due miliardi e quattrocento milioni. Non so quanti si rendono conto che ogni giorno dalla terra salgono al Cielo milioni e milioni di suppliche: “Dacci oggi il pane necessario”. Tutto farebbe pensare che la richiesta non riesca ad arrivare a destinazione. Forse per troppi è una formula magica, una preghiera scaramantica per ingraziarsi Dio,  o un dire tanto per dire.
Ma Dio ascolta l’invocazione ed il lamento! Solo che risponde Ma risponde attraverso Gesù, via, verità, vita, come non vorremmo. Infatti, Il Maestro ha lasciato precise indicazioni ai “suoi” e lo ha fatto in un frangente di cinquemila e più affamati, sia di pane che di Dio. E’ il passo della famosa moltiplicazione dei  pani e pesci.

Per evitare malintesi interpretativi, oggi che il vecchio “questuante ” è stato rimpiazzato dalle convenzioni che istituzioni religiose o associazioni private stipulano piani assistenziali con  Regioni o Prefetture, meglio tornar a leggere integralmente il testo evangelico:

Mc 6, 30-44: 

moltiplicazione-pani“30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34Sbarcando, vide molta folla e di commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. 35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: “Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; 36congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare”.

37Ma egli rispose: “Voi stessi date loro da mangiare”. Gli dissero: “Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?”. 38Ma egli replicò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. E accertatisi, riferirono: “Cinque pani e due pesci”. 39Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. 41Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzo i pani e li dava a discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti.

42Tutti mangiarono e si sfamarono, 43e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. 44Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Il brano di Marco ci presenta i discepoli di ritorno dalla missione, dove li aveva inviati Gesù; tornare per fare riferimento ancora a Lui, la missione parte da Lui e arriva a Lui, proprio perché è Gesù l’autore principale della missione.

Noi, facendo riferimento alla “santa radice” abbiamo inteso affermare in definitiva che, o Gesù è il nostro interlocutore, ci interfacciamo con Lui, autore principale della “missione” o parliamo da soli. In tal caso, sarebbe meglio farsi curare.

Non siamo diversi dai discepoli: anche noi abbiamo voglia e bisogno di raccontare al Signore ciò che abbiamo vissuto e visto in questi anni; raccontargli la propria vita. Il raccontarci al Signore, davanti al Signore, diventa il luogo dell’agire di Dio, del discernimento. Abbiamo bisogno di questo: rileggere la propria vita alla luce e sotto lo sguardo di Dio per capirla e interpretarla secondo la sua logica, i suoi pensieri, la sua volontà. Ma questa non è di nostra iniziativa, è solo per impulso dello Spirito che è Maestro interiore. È lo stesso Gesù che si vuole prendere del tempo con noi, come con i suoi discepoli di allora. Di più: Gesù mi interpella personalmente, perché mi tratta come la sposa di cui parla il profeta Osea: “Oracolo del Signore. Perciò, ecco, io la sedurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16 ). Come emerge, o il rapporto è sponsale o fa acqua da tutte le parti.

Ricapitolando: dopo l’inaugurazione, i giusti apprezzamenti ed i ringraziamenti pubblici e privati, appena si entra nella fase critica.

Mi metto davanti al Signore e mi racconto; ancora una volta Gli affido la mia vita e me la faccio spiegare.

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Pictures701Apprendo di analogo focolare FBF acceso di recente a Palermo, che riprenderò a parte. Così si è espresso l’arcivescovo Corrado Lorefice durante l’omelia:

Non può esistere una società civile, se non facciamo del bene all’altro. Il primo bene che ciascuno deve fare verso se stesso è quello di fare il bene agli altri, come rimanda il ritornello con cui i religiosi dell’Ordine fondato da San Giovanni di Dio chiedevano l’elemosina: Fatebenefratelli per amor di Dio a voi stessi. L’uomo che ripiega su se stesso non respira. Più si apre e incontra l’altro, più vive”.

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Ma torniamo al Vangelo.

Abbiamo un Gesù che accoglie la folla, parla del Regno e viene incontro alle necessità fisiche. Come a dire che a Lui interessa la realtà intera della persona, corpo, anima e spirito; nulla viene escluso. Da bravo pedagogo, a questo punto interpella i discepoli che, a dire il vero, avevano già trovato una soluzione pratica per l’emergenza: mandarli da un’altra parte perché si arrangino da soli; gli altri, i “necessitosi”, i poveri sono scomodi perché ci interpellano a dare delle risposte molto concrete, ci scomodano perché non hanno orario, giorni fissi, e il più delle volte sono insistenti, esigono tempo e attenzione, oltre che energie e risorse.

Ma la “tentazione-giustificazione” dei discepoli è di non ritenersi all’altezza: “abbiano solo cinque pani e due pesci”, non abbiamo le possibilità e le capacità; quello che sta chiedendo Gesù è troppo, ha delle pretese assurde, che vanno al di là delle nostre possibilità, ma anche della nostra immaginazione. È IMPOSSIBILE !!!

E’ lo scandalo dei milioni e milioni di “PADRE NOSTRO” quotidiani che dalla terra salgono al cielo ogni giorno. I cristiani invocano il pane non solo per sè ma per l’intera umanità. E la risposta che viene dall’alto è sempre la stessa:“Voi stessi date loro da mangiare”.   E ci invia i disperati per il pronto soccorso.
L’atteggiamento dei popoli dell’opulenza è incredibile: è come se dicessimo a Dio: “guarda che scherzavamo, non prenderci in parola”

Anche allora la risposta di Gesù alle obiezioni dei discepoli fu secca, categorica: Date voi stessi da mangiare.

Quando penso a me stesso, a domande che non mi sono nuove, che mi provocano da una vita, mi vergogno, arrossisco: Cosa metto a disposizione di Dio? Cosa sento che mi sta impedendo un dono totale della mia vita a Dio e all’umanità?

Per quel poco che mi par di capire, il dono si realizza e si vede quando ci si riconosce come comunità. Anche i discepoli, all’inizio, si sento altro dalla folla, dei privilegiati, dei prescelti. Si muovono solo dopo la provocazione del Maestro che da allora, di generazione in generazione, risuona stridente nell’aria: “Date voi stessi da mangiare !”.

sanchezE’ la clamorosa conversione di Giovanni di Dio.

Quando cambiano mentalità, i discepoli di Gesù si muovono e si sentono partecipi di questa folla, delle sue sorti, loro non si sentono più fuori dalla folla, ma cominciano a “mescolarsi”, a fare causa comune, a camminare insieme, cosicché la folla non è fatta più da persone “estranee”, cominciano a prendere un volto, diventano piccole comunità (E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta.)

Il rischio a Cernusco, come in ogni altro posto analogo, è di far trovare una sedia, un tavolo, un piatto caldo, un letto, una doccia…ma di non avere chi guardare in faccia perché quando vengo, mangio, dormo, mi lavo… chi mi ha aperto la porta e fatto accomodare, non c’è: ha i suoi orari, gli Statuti, il culto, la mensa a parte, la vita comune, la sua “cella”, il suo PC, la sua TV… Perché, tanto ci pensano gli addetti, i VOLONTARI…

MA IL VANGELO VA LETTO PER INTERO:

  1. Da un parte c’è Gesù che educa i discepoli: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

  2. Dall’altra c’è la folla che cerca Gesù che si fa trovare perché e redini della storia sono nelle sue mani: “Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero”. La folla è come attirata, avverte nell’aria la presenza del Regno: «il regno di Dio è in mezzo a voi!».” (Luca 17,20-21). Perché il progetto divino è già in azione nella storia umana attuale, anche se la sua opera è nascosta, simile quasi a un fiume carsico che corre sotto la superficie accidentata delle vicende umane.

    Quando verrà interrogato dai farisei sull’argomento, darà questa risposta:«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: “Eccolo qui!”, oppure: “Eccolo là!”». Non si tratta, quindi, di un’“apocalisse” nel senso popolare del termine, cioè di una rivelazione clamorosa e terrificante, bensì di una realtà discreta, anzi

  • piccola come il granello di senape,

  • oppure il pizzico di lievito deposto nella farina,

  • o come un tesoro sepolto nelle profondità del terreno

  • o una perla confusa tra tante cianfrusaglie (cfr. Matteo 13,31-33.44-46).

A noi, oggi, torna a suonare la sveglia: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Marco 1,15). Un invito a non stare ai margini ma dentro la storia, a mettersi davanti al nuovo esodo biblico cercando di scorgerne i segni dei tempi, gli aneliti di vita di queste pecore senza pastore che ancora non sanno da Chi andare!

Tenendo noi presente che l’espressione greca entòs hymôn, “in mezzo a voi”, può anche significare “dentro di voi”, cioè nell’interiorità delle persone e nell’intimità dei cuori, è evidente che, per capirsi, non è sufficiente offrire vitto e alloggio. Ospitare significa avere uno davanti agli occhi, non all’ingresso prestabilito, quel guardarsi reciprocamente, che fa ribollire il sangue della carità che è l’amore di Dio. Allora la sua sofferenza diventa anche mia, posso condividerla.

Scrivendo queste riflessioni, sono il primo a provare smarrimento e a sentirne l’inadeguatezza, ma è inutile fraintendere con giochi di parole: ”Sia invece il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il di più viene dal Maligno” (Matteo 5, 17-37).

Comunque, bando alle illusioni: non devo dimenticare che, per quanto privilegiato, anch’io faccio parte di questa folla e per me diventa importante

  • sapere cosa sto cercando e cosa sto chiedendo al Signore,

  • mettermi in cammino,

  • decidermi se seguire Lui o farmi da solo/a la mia strada.

Il rischio che sto correndo è grande: “sbagliare strada” e poi sentirmi ripetere il rimprovero che Gesù ha mosso a Pietro: “Va’ via, lontano da me, Satana! Perché tu non ragioni come Dio ma come gli uomini” (Mc 8,33).


E si ritorna a quel inevitabile
Date voi stessi da mangiare”. Gesù alza il tiro, pone la sfida su due piani:

  1. L’impegno personale a dare una risposta a chi ha fame:

– Gesù mi chiede di sporcarmi le mani,

  • di metterci del mio tempo, delle mie energie, forze, intelligenza per trovare una risposta significativa ed efficace alle domande dell’umanità, e delle singole persone che incrociano il mio cammino.

    Il dono di sé stessi:

    A Gesù non basta un po’ di tempo (o anche tanto), cose, energie o soldi;

  • potremmo dire che non si accontenta di “così poco”;

  • mi chiede di diventare pane, di lasciarmi mangiare;

  • mi chiede di diventare pane spezzato perché gli altri si possano sfamare.

Nel “Date voi stessi da mangiare, mi viene detto che

  • è la vita stessa che si fa nutrimento, dono;

  • il Signore mi sta chiedendo tutto, in modo completo e totale, senza riserve, mezze misure.

  • Diventare pane spezzato è lasciarmi modellare, impastare da Dio,

  • lasciarmi cuocere dal fuoco del suo Spirito e del suo amore,

  • lasciarmi poi spezzare per essere mangiato da tanti;

  • donare la vita quotidianamente e totalmente: “fammi oggi un pane quotidiano” per la vita del mondo,

  • quel fare fare da spola tra Gesù e la gente, per portare il pane e i pesci, ossia il necessario per vivere dignitosamente, senza dimenticare che «Sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

Distribuire pagnotte, maccheroni, insaccati, caffè o acqua minerale…lo sanno fare benissimo anche i distributori automatici. Epperò, saziato lo stomaco, restano i vuoti della solitudine esistenziale, così presente specie nei grandi affollamenti.

Come è solito ricordare Papa Francesco, pur nei diversi ruoli, tutti siamo chiamati a fare da ponte, mezzo di comunicazione tra Gesù e la gente:

  • A) mandati a saziare la fame, ad entra nella vita dei desolati, sull’esempio del Maestro che si e fatto tutto a tutti, ossia Eucaristia, cibo, azione di grazie, condivisione, dono…

  • B) di ritorno da Lui per portarGli la “fame” della gente.

  • Messi lì, ad accorciare le distanza tra Dio e l’umanità. Perché si tratta di entrare in intimità con Dio e con questa umanità;

  • uno stare cuore a cuore con le due parti per sentire i palpiti del Primo e i desideri e le speranze della seconda.

Poi il prodigio: “Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzo i pani e li dava a discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini”.


Dall’azione di grazie di Gesù si realizza la vita per tutti. Se Dio condivide la sua vita, si fa pane, pane spezzato, se la comunità che si riunisce per ascoltare la Parola e condividere il pane, impara a sua volta a farsi dono, dalla generosità di tutti otteniamo un disavanzo positivo “dodici ceste”. Ce n’è per tutti: per il popolo d’Israele, ma anche per tutto il genere umano. Riconosciuti come cristiani dallo spezzare del pane. Da Giovanni di Dio, un miracolo che si rinnova da cinque secoli. Ma bisogna soffiare sul fuoco per scatenare la Pentecoste.

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https://www.youtube.com/watch?v=9k1_dRA4-7Q

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IO KATERI ALLARD “INFERMIERA” – Angelo Nocent

Aggiornato di recente257

Kateri Allard ricevuto il suo ADN da College of Nursing di San Giuseppe, nonché una laurea in Infermieristica da Le Moyne College. Ha lavorato come infermiera registrata in Terapia Intensiva Neonatale, ospedaliera Pediatria, e pediatrica di terapia intensiva. In precedenza è stata professore associato al Collegio di S. Elisabetta of Nursing a Utica, New York. Attualmente sta lavorando come un RN in una unità di terapia intensiva pediatrica in un grande ospedale di insegnamento nella zona di Manhattan.

Kateri Allard 2NON CHIAMATEMI SEMPLICEMENTE INFERMIERA

Il racconto della lunga trafila di studi ed esperienze e cosa significasse per lei svolgere il proprio lavoro

REDAZIONE. Sulle colonne del prestigioso Huffington, nella sezione Salute, l’articolo testimonianza di un’infermiera statunitense, Kateri Allard, pubblicato lo scorso 9 settembre, ha riscosso un successo mediatico tale da ritagliarsi uno speciale posto nel mondo. Sul portale della Federazione Nazionale dei Collegi IPASVI sono state pubblicate in italiano solo poche righe del toccante racconto.

La redazione di Nurse24 è riuscita a contattare Kateri Allard e in collaborazione con Benedetta Gigante e Maria Francesca Durazzo, ha tradotto l’intero articolo così che tutti gli italiani e soprattutto la gente comune sappiano che noi infermieri non siamo solamente tali ma siamo molto di più.

Kateri Allard

Nel mio primo anno da infermiera ho continuato gli studi, conseguendo la laurea specialistica in infermieristica, non ancora richiesta per lavorare come infermiera ma perché volevo qualcosa che mi rendesse completa e che mi facesse sentire un’infermiera rispettata. Uno dei corsi che ho dovuto frequentare durante questa specializzazione e’ stato “Le problematiche professionali”.

Il corso analizzava la professione dell’infermiere, i suoi ostacoli e il modo in cui noi, in qualità di infermieri, possiamo cambiare le cose. Ho imparato molte cose durante quel corso, ma la più importante, quella che più delle altre mi è rimasta dentro, è stata questa: Pochi giorni dopo l’inizio del corso, il nostro docente sottolineò una cosa: ognuno di noi da quel momento avrebbe dovuto eliminare la frase “sono solo un infermiere” dal proprio vocabolario.

“Sei un dottore?”
“No, sono solo un infermiere.”

Ho passato sei anni cercando di evitare quella frase e più di tutto quella sensazione. Mi impegno molto in quello che faccio, ma sono consapevole che spesso i miei amici e la mia famiglia non abbiano idea di cosa significhi realmente essere infermieri.

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Io non sono semplicemente quella che ti accompagna nella stanza del medico, ti siede sul lettino, misura la pressione sanguigna e va a chiamare il dottore. Anzi, sono spesso in una stanza con un bambino attaccato ad un respiratore, con tanti accessi venosi che attraverso le vene centrali mantengono il sistema vascolare ristretto o dilatato.

Monitoro i gas nel sangue e regolo le impostazioni del ventilatore. Se la pressione del sangue e’ troppo alta, somministro farmaci in base a tali valori. Mantengo il mio paziente adeguatamente sedato ed immobile, per la sua sicurezza, senza esagerare con i farmaci. È spesso mia responsabilità determinare questo equilibrio.

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Di recente ho avuto un paziente di quasi due anni che un giorno, in mattinata, si è sfilato da solo il tubo che lo aiutava a respirare. Non eravamo sicuri se fosse riuscito a stare bene senza, ho quindi monitorato il suo stato respiratorio per tutta la mattina. A metà pomeriggio, sembrava stare abbastanza bene. L’effetto dei suoi sedativi era passato e non voleva saperne di restare a letto.

Preoccupata che muovendosi avrebbe danneggiato i molteplici circuiti e le linee arteriose, più un apparecchio CPAP e il porta monitor, ho deciso di tenerlo fermo, stretto a me. Nessuno dei suoi familiari era presente ed aveva bisogno di circa una dozzina di medicinali IV per le prossime cinque ore.

Li ho preparati tutti e li ho allineati sul suo letto. Ho tirato la pompa della siringa che sarebbe stata usata per le medicazioni sul polo IV e ho posizionato il bambino sul letto di fronte a me. L’ho sollevato e l’ho messo sul mio grembo. Per cinque ore l’ho cullato e l’ho tenuto stretto a me. Mi guardava negli occhi, giocava con i miei capelli, cercava di succhiarsi il pollice attraverso i poli IV. Gli ho dato i suoi farmaci uno ad uno fin quando l’infermiera che avrebbe dovuto darmi il cambio non entrò in camera.

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  • Io non sono solo un’infermiera.
  • Io SONO un’infermiera.
  • Posso affrontare un turno lavorativo di dodici ore nel quale analizzo i gas sanguigni confortando un bambino malato pur sempre continuando a monitorare i segni vitali, lo stato respiratorio e gestendo i farmaci. 
  • Io sono gli occhi, le mani e i piedi del medico. Non sono inferiore a loro.
  • Non mi alzo in piedi quando entrano in una stanza.
  • Non eseguo i loro ordini, discuto con loro la fisiopatologia delle condizioni del paziente ed insieme troviamo una soluzione.
  • Spesso le soluzioni che propongo sono proprio la strada che intraprendiamo e altre volte invece imparo qualcosa di nuovo.
  • Non mi parlano dall’alto verso il basso; discutiamo delle cose insieme.

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Ho avuto un’esperienza questo fine settimana, una delle prime in quell’ambito e sono rimasta sorpresa da quanto arrabbiata e scossa io fossi.
Un amico si è tagliato un braccio e ore dopo cercava ancora di fermare il sanguinamento. Ho valutato la ferita e ho creato pressione avvolgendola con tutto ciò che vi era di disponibile in un casolare di montagna. Ho malvolentieri informato il mio amico che probabilmente la ferita avrebbe avuto bisogno di punti. Non era grande, ma era profonda e se fosse guarita, sarebbe sicuramente guarita male, e anche se non avesse fatto infezione, avrebbe lasciato sicuramente una cicatrice. Non sono una persona alla quale piace mettersi in mostra, percorro solo la strada da seguire.

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Kateri Allard 1La mia opinione veniva condivisa, ma un altro ospite, un dottore, pensava che un cerotto fosse bastato a far guarire la ferita senza complicazioni. Poteva avere ragione come potevo averla io. Ma un caro amico di famiglia, che conosco da sempre, intervenne dicendo: “Senz’offesa Kateri, ma ovviamente stavolta ascoltiamo i consigli del dottore piuttosto che dell’infermiera.
Avrebbe anche potuto dire “sei solo un’infermiera”, ma non lo fece.
Mi sono sentita come se mi avessero presa a schiaffi. Il mio caro amico sapeva che questa sarebbe stata la mia reazione e si spaventò quando il mio viso diventò bianco ed iniziai a perdere l’equilibrio. Qualcosa dentro di me affondò.

Il giorno seguente mi sforzavo di capire perché mi sentissi ancora così in collera. Di sicuro non aveva intenzione di ferirmi. Il giorno dopo a pranzo, mentre discutevo del mio nuovo lavoro con la mia famiglia, tutto divenne chiaro. Il mio lavoro è tanto, e tanto di esso è equivocato. E forse la colpa è proprio mia. Sono un’infermiera, alcuni giorni sono difficili, ma sangue e feci non mi spaventano. Ma questo è tutto ciò di cui parlo. Non dico quello che faccio realmente. E nemmeno i media lo fanno. Gli amici infermieri mi aiutano in questo; è arrivato il momento di smetterla di sottovalutarci.

Kateri Allard 16Stamattina mi sono imbattuta in questo trafiletto pubblicitario. L’ho scritto qualche anno fa in onore della Giornata dell’Infermiere, e risulta vero oggi come lo era allora. Forse non sarò un dottore, ma sono un’infermiera. E se nella tua mente non rimbomba altro che la frase “solo un’infermiera”, chiedi per favore all’infermiere che conosci meglio quali sono realmente le sue mansioni. Credo ne rimarrai sorpreso.

  • Sono un’infermiera.
  • Non ho scelto di diventarlo perché non ho superato i test d’ingresso a medicina o perché non ho superato l’esame di chimica organica, ma piuttosto perché era quello che volevo.
  • Lavoro per far si che la dignità dei miei pazienti non venga distrutta a causa di momenti difficili, scelte difficili e situazioni che ti spezzano il cuore.
  • Condivido con loro le gioie della nascita di un bambino e quelle di una malattia miracolosamente guarita;
  • condivido con loro la sofferenza della morte di un bambino salito al cielo troppo presto o di una malattia troppo potente per essere sconfitta.
  • Il mio paziente è spesso un’intera famiglia.
  • Valuto e difendo.
  • A volte tocco il fondo, altre somministro semplicemente i medicinali, ma quello che faccio non si limita a questo.
  • Ci sono persone al di sopra di me ed altre al di sotto. Lavoro in maniera molto ravvicinata con entrambe; senza di loro non potrei fare bene ciò che faccio.
  • Ho scelto questa professione ed amo quasi ogni minuto di essa. Non sono sola e stimo tutti gli altri infermieri che lavorano accanto a me; molti di loro mi hanno aiutato a diventare ciò che sono.
  • Quello di diventare infermiera non è mai stato il mio piano B.
  • Era il mio piano A da sempre e lo sceglierei con immenso piacere ancora una volta.

Aggiornato di recente256

Silvia Roma1

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ESERCIZI SPIRITUALI A DOMICILIO – Angelo Nocent

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A TU PER TU CON SAN RICCARDO

 

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IL MONDO TORNI A VIVERE IN TE – Angelo Nocent

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La preghiera, dono dello Spirito”

card. Carlo Maria Martini

Allo stesso modo anche lo Spirito santo viene in aiuto della nostra debolezza… lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti ineffabili”.

Sono parole misteriose. “Allo stesso modo”: di che cosa ?

Il riferimento è a un versetto precedente: “Lo Spirito stesso si unisce al nostro spirito per attestare che siamo figli di Dio” (Rm 8,6). Lo Spirito che attesta con noi che siamo figli di Dio, prega anche per noi con gemiti ineffabili.

Ciò che conta è che si tratta di una esperienza reale e profonda: lo Spirito prega in noi e per noi, intercede per i santi, e Colui che scruta i cuori conosce il desiderio dello Spirito. Desiderio, cioè la mentalità dello Spirito, che è quella di Cristo.

Ostensorio 3La sua intercessione per i santi corrisponde ai disegni di Dio”; prega rettamente. Noi non possiamo sapere se la nostra preghiera è giusta o se è ripiegata su noi stessi, se è un monologo o una allucinazione. Per questo dobbiamo affidarci allo Spirito nella consapevolezza del suo dono di preghiera in me. Allora, anche se siamo stanchi, aridi, possiamo restare davanti al Santissimo Sacramento senza sforzarci di formulare chissà quali pensieri, sapendo dalla fede che lo Spirito prega in noi in maniera giusta.

Carlo Maria Martini dall'ambone del Duomo di MilanoA me capita, talora, di sentirmi stanco quando, durante le viste pastorali, devo ad esempio celebrare il secondo pontificale della giornata. In quei casi, rinnovo l’atto di fede, cerco di rimanere calmo, di compiere bene i gesti liturgici lasciando fare allo Spirito santo.

San Paolo ci assicura che prega in noi; è una verità, non una pia invenzione, perché lo Spirito di Gesù, che è la volontà di Dio, è dato a noi per uniformarci al Figlio che sempre “intercede per noi” (Rm 8,34).

In noi c’è la preghiera di Gesù. Naturalmente occorre, da parte nostra, perseverare a lungo e intensamente nella preghiera: adagio sperimentiamo la presenza dello Spirito che prega in noi.

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LE NOVE DEL MATTINO – Angelo Nocent

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Santuario Madonna delle Assi – Monte Cremasco

Pietro, dopo aver preso la parola, nel giorno di Pentecoste a Gerusalemme, subito dopo il dono dello Spirito Santo, dichiara che “SONO APPENA LE NOVE DEL MATTINO” (Atti 2,15).E’ proprio a quell’ora che lo Spirito Santo invade il mondo e riempie la casa in cui si trovano i discepoli di Gesù. E’ l’ora in cui nasce la comunità cristiana, il nuovo popolo d’Israele. E Pietro voleva dire che nessuno di loro era ubriaco, farneticava.

Per  ogni donna e ogni uomo c’è un tempo della vita nel quale Lo Spirito del Signore agisce e trasforma l’esistenza.  Questi appunti sono il proseguimento di ieri, dove ci è stato illustrato il Rinnovamento nello Spirito. Dicono gli Atti che gli apostoli stavano insieme “assiduamente” (2,42). L’invito è rivolto anche a noi che corriamo il rischio di “avere occhi e non vedere; orecchie e non sentire“. Ez 12,2

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PENTECOSTE 2016 – L’ORA DELLO SPIRITO – IL RISVEGLIO DEI CARISMI

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https://youtu.be/bymEgOZG6fQ

 

 

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COME SI CORTEGGIA – Angelo Nocent

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Padre Giovanni Marini, religioso dell’Ordine dei Frati Minori di Assisi, fondatore, più di 35 anni fa, del Servizio Orientamento Giovani di Assisi, che, tra le altre cose, promuove un “corso per fidanzati” che richiama nella città di San Francesco migliaia di giovani da tutta Italia.

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PER SAPERNE DI PIU’

Ciao a tutti, ieri bevendo un caffè con la mia ragazza ed un nostro caro amico,Giulio, che aveva con sé il libro del famoso corso fidanzati di Assisi, sfogliandolo, ho trovato questo capito che mi ha colpito moltissimo “I 14 nuclei di morte nella coppia” eccolo qua sotto; in allegato vi invio inoltre tutta la catechesi di padre Giovanni Marini. Voi tra questi 14 quanti ne avete?

                                                                                           Paolo

6.1 Pericolosità dei nuclei di morte.

Mentre una coppia vive la propria storia tranquillamente, magari con un po’ di ingenuità ed una fiducia superficiale nelle proprie possibilità, lungo il suo cammino può trovare delle insidie che possiamo chiamare “nuclei di morte”. I nuclei di morte possono essere paragonati ad un cancro: una persona vive tranquilla e magari non sa che a qualche livello procede un male che, se preso in tempo, può essere sconfitto, mentre se ci dormi su ti uccide. Immaginate il cruscotto della vostra macchina: voi avete davanti tutte le segnalazioni. Ad un certo momento si accende la spia dell’olio; puoi andare ancora un po’ avanti, ma devi stare attento. Se intervieni puoi salvare il motore, altrimenti rischi di fonderlo. Si può accendere la spia dei freni; puoi ancora andare avanti, ma stai attento perché è un organo vitale della macchina e potresti andare a finire male. Così, conoscere questi nuclei di morte, significa avere un occhio sull’apparato, sull’insieme, affinché tu ti possa difendere, perché insidie ce ne sono! Passiamo all’esame di alcuni nuclei di morte.

1) Il rapporto non paritario.

E’ importante chiedersi sempre: “Il nostro è un rapporto paritario?”, perché non ci vuole niente a prevaricare l’uno sull’altro! Le persone sono profondamente diverse le une dalle altre: generalmente la donna è un po’ più ben strutturata e può trovare un uomo un po’ più debole. Perché il rapporto vada bene, due persone si devono incontrare: se si sorreggono l’un l’altra entrambi crescono, ma se uno prevarica, il rapporto non funziona. Immagina nella tua mente la ruota di un carro, poi un asse e dall’altra parte la ruota di una bicicletta: come può funzionare un meccanismo del genere? Tutti i rapporti umani devono essere paritari. Il Vangelo lo dice chiaramente: “Voi non chiamate padre nessuno sulla terra, il Padre è uno solo, quello del cielo. Voi non chiamate maestro nessuno sulla terra, il Maestro è uno solo, il Cristo. Voi siete tutti fratelli”. Il fidanzamento (e ancor più il matrimonio) è la più bella e la più alta tra le relazioni umane, perciò il rapporto deve essere assolutamente paritario. Spesso non ci facciamo caso, ma esistono delle differenze, ad esempio tra le nostre famiglie , le nostre tradizioni, culture, le esperienze passate, che condizionano le nostre personalità. Pur dando per scontato un certo squilibrio, bisogna tenere sotto controllo questa realtà, altrimenti non si va avanti (pensa ad una ruota del carro grande e l’altra piccola!). Già vi accennavo alla ragazza che mi diceva di aver 8 motivi per non sposarsi con il suo ragazzo. Soltanto quando lei ha fatto il viaggio di Cristo in discesa, per andare a mettersi a livello paritario e spronare l’altro a farlo salire e crescere, il rapporto è rinato. Il godere nell’essere più forte uccide il rapporto di coppia, purtroppo però esercitare il proprio potere su un’altra persona da un gusto incredibile e non ci si rende però conto che così la dinamica di coppia muore. Per fare qualche esempio, è abbastanza frequente negli uomini una certa avversione al matrimonio, ma a ben vedere spesso questa è dovuta al fatto che sentono la donna quasi come una mamma e il sentirsi superati sotto tanti aspetti produce in loro un senso di inadeguatezza e insicurezza che distrugge i sentimenti Pochi giorni fa è venuta una coppia sposata. Avevo individuato il male nella loro storia, che non sembrava avere un approdo dopo 10, 11, 12 anni, in attesa di chi sa che cosa. Quando lei ha preso coscienza del suo atteggiamento prevaricatore, ha fatto il cammino di Gesù Cristo e ha ceduto lo scettro di essere arbitro di tutte le situazioni, il rapporto è migliorato, lui si è incoraggiato, i sentimenti si sono rinvigoriti, e andare all’altare non è stato difficile. Non crediate che sia una cosa semplice: ci vuole molta attenzione per riuscire a mettersi l’uno di fronte all’alta e rendersi conto di ciò che affatica e fa morire l’amore.

2) Il rapporto simbiotico.

Il rapporto “simbiotico” è’ un nucleo di morte molto vicino al rapporto “non paritario”. Immaginate un ponte sorretto da diversi pilastri; se uno dei pilastri non vuole più rimanere al suo posto ma cambiare posizione, il ponte crolla! E’ la tipica situazione di quel partner che, ad un certo momento, ubriacato dal fascino e dall’amore dell’altro, non pensa più con la sua testa: “Quello che decidi tu, è fatto bene, quello che pensi tu, è fatto bene, quello che senti tu, è fatto bene”. Si spoglia della sua personalità, delle sue reazioni, del suo modo di vedere e di sentire la realtà. Alcune volte si dicono delle stupidità: “Sai, noi siamo troppo diversi!”. Ma non c’è niente di male, è Dio che ha voluto che fossimo diversi: maschio e femmina. Non c’è diversità maggiore di questa! Il punto è che queste due diversità si richiamano anche, e si devono superare. Nel rapporto simbiotico una persona si annienta nell’altra: se una non funziona, l’altra muore. E’ fondamentale che ognuno continui a pensare con la propria testa. Facciamo il caso di un ragazzo che faccia tutto ciò che la ragazza decide: la donna pensa, sente e vede le cose in una maniera totalmente diversa dall’uomo, lui non può vedere, sentire e giudicare le cose come le giudica lei, non deve rinunciare alla propria personalità! Lei vuole andare al mare mentre lui vuole andare in montagna: che si fa? Si discute e ci si viene incontro, una volta accontentando uno e una volta l’altra.

3) Non avvenuta desatellizzazione.

Si verifica quando si prova una sorta di obbligo nei confronti della famiglia, che in qualche modo agisce con opera di risucchio. Se tu cerchi di desatellizzarti, la famiglia ti riaggancia attraverso una trappola insidiosa: il senso di colpa. C’ è una via esplicita: “Che figlia sei!? E tutti i sacrifici che ho fatto!? Non ti rendi conto che tuo papà sta male?…” Ma esistono altre forme più insidiose perché implicite. Pensa se la mamma non va d’accordo con il marito e quest’ultimo ne approfitta picchiandola: chi resta a difenderla? Dentro di te pensi di dover salvare la situazione, di avere un obbligo. E così passano i 20 anni, passano i 25 e si arriva ai 30 anni; e intanto passano gli anni migliori della giovinezza, un ragazzo bussa alla tua porta, una ragazza bussa, ma tu sei impegnatissimo: “Che ne sai tu dei problemi di casa mia? Ma che ne sai tu di quanta sofferenza che ha avuto mia mamma? Ma che ne sai tu delle botte che le ha dato papà? E mi vieni a dire di pensare a un ragazzo!? Ma se inizio a concepire, nella mia vita, che devo godere, che mi devo trovare un ragazzo, io mi sento in colpa. E come posso goderlo, un ragazzo, dopo che ho lasciato una situazione disastrata per andare per la mia strada? Non è concepibile!”. Il senso di colpa: ti aggancia, ti tiene legato, come un cane tenuto al guinzaglio. I tuoi genitori non ci pensano, non pensano che, arrivato a 20 anni, te ne devi andare per la tua strada. E’ in questo modo che rendi onore a tua madre e a tuo padre. Si tratta di capire bene il significato del dare onore a tuo padre e a tua madre: fino a 20 anni è l’obbedienza, ma dopo, se continui a obbedire ai tuoi genitori, tu li disonori. Devi dire: “Io ho anche un cervello e so per quale strada passa il mio bene, ormai!”. Passati 20 anni, i criteri di giudizio e di comportamento li devi desumere dall’alto. Se S. Francesco avesse obbedito a suo padre e a sua madre, avremmo avuto un mercante in più, ma non avremmo avuto un benefattore dell’umanità. Una ragazza, una volta, mi ha fatto un disegno rappresentando i figli come satelliti all’interno del proprio nucleo famigliare che ti attira, mentre il momento della desatellizzazione è stato rappresentato dalla presenza di fulmini tra la terra (rappresentata dai genitori) e i suoi satelliti (i figli): è un processo dialettico. Non ti puoi aspettare che vada sempre tutto bene e che sia sempre tutto tranquillo; qualche volta questo succede, ma solo nelle famiglie illuminate! Dopo che ti hanno fatto con la possibilità di pensare con il tuo cervello, di camminare con le tue gambe, ti hanno dato tutte le possibilità di diventare pienamente autonomo, cosa vuoi ancora dai tuoi genitori? A 20 anni i genitori si devono “rigenerare”. Ci si deve mettere in atteggiamento di dare. Lo “smammamento” deve essere almeno psichico: puoi stare anche a casa, ma devi essere comunque una persona autonoma, una persona libera oramai. Il difficile è dato dalle situazioni familiari che non funzionano bene. Infatti lì spunta il senso di colpa. Una ragazza di 27 anni, alla domanda di cosa facesse, rispose: “accudisco i miei”. Diceva di avere i genitori anziani e malati e di doversi prendere cura di loro. Alla domanda di quanti erano in famiglia, rispose che erano 7 figli, tutti sposati e che nessuno di loro si poteva prendere cura dei loro genitori. Le avevano detto di fare quello e pensava che la sua vocazione fosse quella. “Dove sta scritto? Chi te lo ha detto? Ma tu che cosa volevi fare?”. “Ho sempre sognato di diventare suora!”. Finalmente un giorno ha avvisato i suoi famigliari che sarebbe partita per andarsi a consacrare e, che d’ora in avanti, si sarebbero dovuti prodigare loro per i propri genitori. I fratelli e le sorelle si sono allarmati moltissimo. Comunque, alla fine, si sono dovuti organizzare. Oggi, questa ragazza, è una missionaria: è già stata in Africa e ora non so se è nell’America Latina. E’ una donna fiorita. I genitori sono morti: se fosse stata con i genitori, quando essi fossero morti, lei cosa avrebbe fatto? Si sarebbe arrovellata il cervello perché la vita non è servita!

4) Egoismo di coppia.

L’egoismo di coppia si configura così: “Adesso io e te ci siamo fidanzati, adesso gli amici e le altre persone non servono più. Siamo sufficienti io e te!” E’ come se rimanesse un albero (io e te), senza le radici che ramificano e assorbono; l’albero si secca.

Con un meccanismo del genere le due persone muoiono di inedia, si seccano come un fiore senza acqua. Neanche la loro dinamica va avanti: inizialmente può sembrare andare bene, ma dopo muore. Tu non puoi fare a meno di tutto il tessuto umano di amici, di parenti, degli amici di lui, degli amici di lei. Questi interscambi devono avvenire. Il tessuto dell’amicizia deve essere sempre allargato. Generalmente, per un credente, è soprattutto il tessuto ecclesiale degli amici, di altre coppie, di altre esperienze a dover essere curato.

5) Rapporti sessuali prematrimoniali.

Il rapporto sessuale prematrimoniale non permette la crescita perché ferma l’energia ad un livello che non le permette di trasformarsi nell’elemento psichico che veramente fonde le due persone. L’amore è un dato psichico. Questa energia rappresenta il tuo tesoro, è quanto di più prezioso hai. Con essa devi imparare a convivere, non ne puoi fare a meno, ma la devi governare con intelligenza. La prima domanda che mi fanno generalmente è questa: “Ma, Giovanni, fin dove bisogna arrivare?”. Io non lo so, ma sul libro del mio amico Walter Trobish (che si è sposato), ho trovato una regoletta “super” che dice: “dalla cintura in giù, niente!”. Questo perché quando si entra in aree dove l’erotizzazione è molto elevata, costa fatica tornare indietro, perché è come se si scendesse da un piano inclinato.

6) Doppio legame.

Questo punto lo dovete capire molto bene perché è di un’insidia tale che ti accompagna sempre e ovunque. Succede quando una modalità di comunicazione smentisce l’altra: la comunicazione gestuale può averti detto “aggressività”, mentre la comunicazione verbale ti può aver detto il contrario. Il problema è complicato perché, certe volte, la contraddizione è nelle parole che noi diciamo. Se io ti dico: “Sii libera”, ti sembra la cosa più ovvia di questo mondo, ma non ti accorgi che c’è una contraddizione? Ad esempio: il fidanzato ha un rapporto sessuale con la sua fidanzata per la prima volta. Tutte le ragazze mi raccontano che piangono. Ad un certo momento lui le chiede: “Perché piangi? E’ stato un gesto d’amore, è stato così bello!”. Non coglie in quale stato d’animo lascia quella ragazza, che magari torna a casa e non ha il coraggio di incrociare lo sguardo dei suoi genitori. Quando qualcuno è superficiale, non arriva a pensare che da un gesto che per lui è naturale e spontaneo possano scaturire delle conseguenze. I fatti contraddicono le parole: con le parole ti dico che ti voglio tanto bene, poi magari non vengo all’appuntamento o ti faccio aspettare. Questo atteggiamento uccide l’amore e lo appesantisce in una maniera gravissima. Il doppio legame è una dinamica che scatta a livello inconscio, questo è il problema. Vi ricordate quando precedentemente avevo enunciato le 8 regole d’oro per vincere il non amore? Tra queste ve n’era una che diceva di parlare tu e lui soli; ma quando c’è il doppio legame non è più sufficiente, ci vuole una terza persona dall’esterno che abbia un po’ di orecchio e un po’ di fiuto per rendersi conto che la dinamica è paralizzata dal doppio legame, che infarcisce tutta la loro comunicazione e, come risultato, entrambi si trovano spossati, non ce la fanno più ed hanno solo voglia di gettare la spugna.

7) L’amore paterno-materno che ingloba si unifica all’amore sponsale.

Se io smonto un ragazzo, trovo in lui una potenzialità sponsale, cioè capace di entrare in rapporto d’amore con una ragazza e vivere un’avventura d’amore, però contemporaneamente trovo anche una capacità paterna di accudire, di venire incontro, di mettere in atto tutta una serie di gesti e di comportamenti tali da assolvere il compito di padre. Ugualmente una donna ha la capacità sponsale, come anche la capacità materna. Capita che, ad una certa età, si cerchi il rapporto sponsale. Facciamo però l’esempio di un ragazzo “mezzo sfasato”. Dentro la donna nasce un sentimento materno, da salvatrice. Succede quindi che si aprono tutti e due i rubinetti, quello sponsale e quello materno. Questo tipo di amore finisce, muore, perché nessuno vuol essere eternamente figlio e nessuna vuol essere eternamente madre. Quando hai aperto entrambi i rubinetti, hai la percezione di un grandissimo amore, ma quando questo muore (e presto o tardi succede), tu sei agganciato a tenaglia e per venirne fuori avviene una lacerazione, uno strappo dolorosissimo. Un esempio opposto: conoscevo una coppia; lei era una donna strutturata, avevano 4 figli. Il marito si vantava davanti a me dicendo: “Io, questa, me la sono cresciuta!”, poi andava a donne. Si vantava di averle fatto da padre, ma il padre lo doveva fare qualcun altro. Un altro esempio: giunge un ragazzo che ti racconta di arrivare da una famiglia disastrata, che ha sofferto molto, e ti racconta tutta la storia. Tu, ragazza, la prima volta lo ascolti e va bene perché l’amore si nutre di conoscenza. Il giorno dopo, quando lui riprende l’antifona, devi chiedergli: “Mi stai chiedendo di farti da mammina, vero? allora devi andare da un’altra persona”. L’infantilismo di una persona si trova subito all’interno del suo linguaggio, quando ti chiede il pietismo (abbi pietà di me, mi devi capire perché ho sofferto). Bisogna essere svegli, ma le donne di solito ci cascano! L’essenza del peccato della donna è sentirsi la salvatrice delle situazioni umane. La donna ha bisogno che qualcuno abbia bisogno di lei. Ma nessuno ti costituisce salvatrice delle altre persone, tanto meno dei ragazzi, tanto meno di quello che devi sposare, che pensi come l’uomo della tua vita. La persona che hai davanti può avere dei problemi, ma per risolverli bisogna andare da chi è veramente Padre, da chi questi problemi può gestire. Non devi affidare questo compito alla ragazza o al ragazzo: il ragazzo ti deve essere solo fidanzato e la ragazza solo fidanzata. In seguito queste problematiche sboccano all’interno della famiglia dove trovi il fenomeno più consueto: il papà periferico, cioè un uomo che non conta perché la donna si è appropriata di tutto. Nella linea di cui vi parlavo in precedenza, il rapporto è sano quando la dinamica sinusoidale è buona: se una persona esagera nella prepotenza, è perché sotto c’è stato qualcuno che è diventato profondamente dipendente. Ti puoi chiedere: “Ma io, con i miei genitori, ho una buona relazione? Con i miei figli ho una buona relazione? Con il mio fidanzato ho una buona relazione?”. C’è un momento in cui io devo essere comprensivo e c’è un altro momento in cui io devo essere forte. Se sono sempre forte viene il dissidio, la lotta, ma se sono sempre debole viene la dipendenza: entrambe le strade sono patologiche.

8) Il non amore per sé, la non conoscenza di sé.

Se una persona non si ama non può stabilire buone relazioni con gli altri, con il partner. L’amore a sé è condizione imprescindibile per una buona relazione d’amore. L’amore è inoltre una realtà che viene data ma che deve essere anche ricevuta. Quando la persona non si conosce, non si ama, non va bene: potrà fare un po’ di strada, ma poi è destinata a morire. Conoscersi e amarsi non è comunque una cosa semplice. Bisogna partire dal dato che nessuno conosce se stesso, che nessuno ama se stesso se non è stato preso per mano da qualcuno. Se faccio un grafico con due estremi, dove vi è un negativo ed un positivo e ti posso dire che un 50% dell’amore a te può partire da un totalmente negativo: si va da persone che soffrono di molti complessi di inferiorità, a persone che si lamentano di tutto, a persone che credono di essere un poco di buono, a persone che affermano: “Beh, non c’è male!”, a persone che si ritengono normali. L’altro 50% lo devi raggiungere per fede. Dio doveva fare un altro Dio, ma non lo poteva fare. Però ha fatto l’immagine e la somiglianza di Dio, cioè ha fatto te e, quando ti ha fatto, ti ha messo a paragone con ciò che aveva creato prima di te (la terra, il cielo, la luce e il buio, ecc.). Poi si riposò. Infatti, uscito il capolavoro, non c’è più nulla da aggiungere e da ritoccare. E questo giudizio è inappellabile, l’ha detto Dio su ogni persona umana. Però tu vivi in un contesto culturale che non fa altro che devastare l’immagine e la somiglianza di Dio che sei. Il faraone, cioè la cultura intorno a te, ti dice che tu non sei come quello e quell’altro. Da quando nasce un bambino, si tende a dire che assomiglia tutto a sua madre o che assomiglia tutto a suo padre. Poi il confronto continua dicendo che non sei come tuo fratello o tua sorella, poi si continua all’asilo facendo il confronto con gli altri bambini, si continua nella scuola a fare un confronto con gli altri attraverso i risultati ottenuti con gli esami e i punteggi, esci dalla scuola e tutto diventa competizione (nello sport, nei concorsi di bellezza). Dentro a queste stupidità tu ci vivi come il pesce nell’acqua, ritenendola la cosa più normale di questo mondo, e non ti sorge neanche il dubbio che ti puoi trovare all’interno di una mistificazione infinita, come al pesce non viene in mente che al di fuori di quell’acqua ci può essere tutt’altro orizzonte, un altro mondo. Il risultato finale è che le persone sono devastate dall’immagine di sé, hanno perso la cosa fondamentale: l’unicità del proprio essere. Ricordate che si entra nell’ambito dell’amore quando si riconosce l’unicità dell’altra persona. Quindi se qualcuno non ti ha preso per mano, dentro a questa realtà ci sei e ci rimani. Ad esempio, non dimenticherò mai la mamma di una suora. Era proprio una bella signora, e io mi sono permesso di farglielo notare. Ancora oggi è arrabbiata con me perché l’ha percepito come un insulto. Quello che io vedevo esternamente non corrispondeva all’immagine psichica che lei aveva di se stessa. La persona vernicia questo comportamento con l’umiltà, non può farsi questi complimenti, altrimenti sarebbe presuntuosa. Il sintomo che ti fa capire che una persona non si ama, che il deterioramento è grave, è dato dall’impatto con il cibo. Tale difficoltà può portare al fenomeno della bulimia o dell’anoressia, esiti diversi dello stesso fenomeno. Quando una volta elogiai una bambina per la sua bellezza, la mamma intervenne dicendomi: “Padre, invece di fare tutti questi elogi, perché non dice a questa bambina di mangiare di meno, visto che è diventata grassa?”. Il danno che ha fatto quella mamma, nessuno lo potrà mai considerare! Hadler, uno dei grandi psicologi del nostro tempo, fa dipendere tutta la patologia psichica umana dal complesso di inferiorità. Tutte le volte che tu accetti il giudizio di un’altra persona, il veleno stilla dentro di te avvelenandoti tutta la vita. Non devi giudicare, non compete a te. Così una persona che non si conosce e che non si ama, non assolve al compito: soffre e fa soffrire gli altri. La Grazia di Dio suppone che la natura funzioni bene, ed amarsi è assolutamente necessario. Mi si presentò una volta una donna di 32 anni, con 20 ragazzi alle spalle ed un fallimento dopo l’altro. “Dio che cosa deve fare per te?”, gli chiesi. E lei candidamente disse: “Io cerco un ragazzo perché mi vorrei sposare”. “No! Domanda sbagliata! Con il Dio della rivelazione bisogna anche saper formulare la domanda e ci vuole qualcuno che ti aiuti a domandare le cose giuste”. Allora dissi a questa ragazza: “No! Tu non devi chiedere un ragazzo! Del resto te ne ha mandati tanti, e che ne hai fatto: tutti sciupati! Perché? Perché c’è un problema a monte: tu non ti ami! Questo è il tuo vero problema. “Che cosa devo fare?”. Gli risposi: “Devi fare tanti e tanti esercizi di un certo tipo, mettendo per iscritto il contenuto del Salmo 102, 1 – 5, imparandolo a memoria e poi realizzandolo. Dice così: “Anima mia benedici il Signore, quanto in me benedica il suo Santo nome. Anima mia benedici il Signore, non dimenticare tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie, salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia, sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza”. Se ti metti a pensare a tutto quello che sei, andandoli a ripescare troverai almeno 100 motivi per dare lode a Dio, perché sei stata abituata dalla cultura intorno a te solo a piangerti addosso. Inoltre, egli perdona tutte le tue colpe, ma se non accetti il dono primo di te a te stesso, Dio dove può mettere gli altri doni? Altri esercizi li fai allo specchio cercando qualche parte della tua corporeità che è negata. Ti devi amare così come sei, anche se hai 20 chili in più. Una ragazza mi ha insegnato che il suo grasso era un grasso a “mela”: non importa, ti devi amare così come sei, in obbedienza a Dio. Quando avrai fatto questo, solo dopo, ti troverai un dottore serio e farai una ricerca sulla tua fisiologia per impostare una cura sotto controllo medico. Dio ti dice che sei un prodigio, un capolavoro, e quando insisti dicendo che non è vero è come sputare in faccia a Dio. Glorifica Dio nel tuo corpo: ci ha fatto un prodigio e un capolavoro. Quando una persona non ama il suo corpo, il sintomo lo trovi nel mondo psichico, attraverso la timidezza, attraverso l’aggressività, attraverso tante altre forme, paure e depressioni, ecc. Un “io” si rinforza, diventa sicuro, tranquillo, forte nella misura in cui si accetta e si ama. Quando una persona non si ama, te ne accorgi subito perché ha un imbarazzo, va cercando il modo per presentarsi agli altri e per far sì che in qualche modo ti approvino e ti accettino. Si recuperare l’unicità dell’essere, la convinzione che non sei confrontabile, tu sei unico nella tua originalità e nella tua bellezza.

9) Non avvenuta elaborazione del fantasma dell’altro dell’altra.

Quando sentiamo affetto, ad esempio, per un ragazzo che viene da una lunga storia conclusa, bisogna porsi nell’atteggiamento di chi dice: “Calma, prima dammi prova che il fantasma, cioè la presenza dell’altra persona, che rimane, è uscito fuori (…e non esce con una passata di spugna, perché ci vuole tempo, esercizio, ci vuole buona volontà e tutto il resto per poterlo elaborare): soltanto quando l’altra è uscita e lui è tornato a risplendere tutto per te, allora gli darai spazio. Occorre prendersi uno spazio di tempo, riequilibrarsi dentro, rimettersi nella condizione e nella predisposizione di…., e poi ripartire. Altrimenti l’altro ti diventa un motivo compensativo, cioè che compensa il fatto che io adesso sento una solitudine.

10) Fissazione a tappe precedenti nel cammino della maturazione della libido.

La libido in una persona si sviluppa, cresce per varie fasi:

– la prima fase è definita “autoerotica”: significa che il bambino è tutto concentrato su se stesso, trova piacere da sé e tutto il mondo che sta intorno deve servire a lui. Per il bambino il piacere deriva dallo scoprire il piedino mettendoselo in bocca, ecc. La masturbazione è una regressione a questo stadio in cui tu trovi il piacere da te stesso;

– la seconda fase è definita “omoerotica”: il ragazzo e la ragazza trovano gioia nel confrontarsi con l’amico o l’amica. E’ indice di un passaggio, di una crescita in quanto tu esci da te stesso e vai verso una persona dello stesso sesso perché è più facile, perché ti intendi meglio. Questa fase è buona a meno che non intervengano manipolazioni di ordine genitale.

– la terza fase è definita “eteroerotica”: quando tu senti che la forza e le tue energie tendono alla persona dell’altro sesso. Questo processo è molto diversificato nelle persone. Molte persone possono attraversare una fase intermedia, di incertezza, di ambivalenza; è come se arrivassero sul crinale dove hanno la possibilità di ritornare indietro o traboccare nella parte autoerotica. E’ una situazione che vivono dentro di sé e di cui non parlano nella maniera più assoluta con nessuno perché hanno una paura e una sofferenza grandissima, anche perché intorno c’è sempre un polverone di pregiudizi e di stupidità per cui la persona non lo dice a nessuno. Se arriva un giudizio di un esperto, di uno psicologo, di un prete che gli da dell’omosessuale, lo uccide. Culturalmente devi sapere che ci può essere questo periodo di ambivalenza, quindi ti ci devi avvicinare con una certa delicatezza per fare in modo di aiutare il processo. Molte persone si sono rovinate a causa di un giudizio, che li ha poi portati a fare delle esperienze. E sono queste che poi ti inchiodano impedendo alla libido di progredire. Se una persona si trova nel periodo dell’ambivalenza è inutile tentare di portare avanti un rapporto sponsale con quel ragazzo/a, non ci sono le condizioni ed è tempo perso. Se il fidanzato si masturba, non lo deve dire alla fidanzata: questa si offenderebbe e non capirebbe il problema. Inoltre la fidanzata non deve cercare di aiutarlo facendolo parlare, certe cose devono essere dette solamente a un padre che ti può spiegare il fenomeno e ti dà le indicazioni per superarlo. Facciamo un passo avanti: la persona può aver fatto questo cammino per cui, dal punto di vista fisiologico, funziona, va bene, ha l’attrazione per la donna. Ma alcune persone rimangono legate psichicamente allo stadio precedente omoerotico. E’ il caso di un ragazzo che viveva nei dintorni di Roma: la ragazza raccontava che il suo ragazzo studiava a Roma, ritornava il sabato sera e dopo un semplice bacetto chiedeva: “Hai chiamato i miei amici? La pizza dove andiamo a mangiarla questa sera?”. Può funzionare una relazione del genere? Lui dice di volerle bene, ma si contraddice con i fatti.

11) Complesso di onnipotenza.

Il complesso di onnipotenza è dato una personalità tipica. Supponiamo lei e lui: su tutte le cose che sa e che fa lei, lui sa tutto. Tu parli dicendogli certe cose e lui dice le sue, ma se tu non acconsenti a ciò che dice lui, si meraviglia moltissimo: “Ma come, è tutto così chiaro e distinto come le idee cartesiane, possibile che tu non capisca? O sei stupida o sei cattiva! Perché io ho detto la verità, è così lampante!”. E’ l’immaturità di una persona che non si sa minimamente porre dal punto di vista dell’altro. Se lui ha un bisogno e te lo esprime, e tu non lo soddisfi, ti mangia. La realtà è soltanto quella che vede lui, l’altra prospettiva, l’altro modo di sentire, non conta. E’ come un pulcino che sta ancora dentro l’uovo: visto che la nostra cultura tutto ti facilita, tutto ti è dovuto, non c’è stato nessuno che gli ha dato un colpo rompendo il guscio, facendo in modo che debba pedalare con i suoi piedi, che cominci a sentire il freddo, che cominci a beccare con il suo becco. Tutto questo non è accaduto: sta ancora dentro il suo guscio.

12) Complesso dello “stato abbandonico”.

Alcune persone hanno esperienze vissute da piccolo, o per altre vicissitudini, che le portano a soffrire di questo complesso. A 3 mesi, un bambino vive del volto della madre, di un amore estremamente personalizzato. Se la mamma si ammalasse, andasse in ospedale o peggio morisse, essendo la nostra una famiglia nucleare il bambino ne riceverebbe un trauma terribile, portando da grande con sé il presupposto di essere una persona “non amabile”. “Visto che mi ha abbandonato la mia mamma, immagina se non mi abbandonano anche gli altri!”. Se mi fidanzo con una ragazza, dentro di me c’è un principio di fondo per cui non credo che lei mi voglia bene, prima o poi mi abbandonerà. Così la metto continuamente alla prova, la esaspero per vedere se mi ama comunque, nonostante tutto. Ma questo lo puoi chiedere a Dio, lo puoi chiedere ad una mamma, ma non lo puoi chiedere ad una fidanzata.

13) Il troppo lavoro.

Quando una persona lavora troppo e va oltre le 8 ore, sta pur certo che la dinamica affettiva non funziona. Noi abbiamo un patrimonio energetico preciso, e se lo spendi tutto da una parte non ne ha più nulla da spendere altrove.

14) Il complesso da consacrazione.

Si ha quando una persona, andando avanti in una dinamica di coppia, ogni tanto sventola la bandiera: “Ma tanto io mi faccio frate. Ma tanto io mi faccio suora. Ma io mi faccio prete.” Bisogna stare molto attenti. Voi immaginate a pensare ad una ragazza innamorata ed al suo ragazzo che ogni tanto le sventola davanti questa frase: che cosa deve fare quella ragazza? Non può mica mettersi contro Dio! Se ti devi far prete, fatti prete; svelto! Certe volte capita (l’1%) che la persona abbia veramente un’altra vocazione, ma i sintomi li puoi riconoscere bene: trovi, per esempio, che la dinamica sponsale va benissimo e la persona dice di volersi consacrare. Se vuoi consacrarti devi innanzitutto parlare con il partner dicendogli: “Guarda, io porto dentro di me questo tormento, non vorrei stare davanti a Dio con il dubbio di non avergli obbedito. Adesso vado da una persona esperta, faccio un’adeguata ricerca e consulto il Signore. Se il Signore veramente mi chiama, vuol dire che per te c’è un’altra provvidenza e io devo seguire il Signore. E’ bene stabilire 5 – 8 mesi, senza dimenticare che tu hai in mano il destino dell’altra persona; è come se tu avessi la chiave della vita del partner e questo ti carica di una grande responsabilità. Quando una persona incomincia ad obbedire a Dio, diventa proprio bella, trasparente, piace per la limpidezza e la sincerità. Se veramente ti devi consacrare, non ci sono santi. Ti possono girare intorno tante persone, ma quando il Signore chiama le cose risultano chiare e da lì non si scappa. Prima di tutto ti chiedo come principio di farmi vedere se sai gestire un rapporto con una ragazza, perché diventare frate significa diventare un corteggiatore per Gesù Cristo. Ma se tu non sai corteggiare per te, cosa per cui bisogna conseguire una mini-laurea, come puoi essere assunto da Gesù Cristo?

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