CARLO MARIA MARTINI PADRE E FRATELLO – Angelo Nocent

“Carlo Maria Martini è stato importante come un Papa, più di un Papa. Ci sono stati momenti della Storia della Chiesa Italiana, come dopo la morte di Giovanni Paolo II, in cui sembrò che potesse diventare Pontefice, ma poi si trovarono soluzioni diverse e Papa non lo divenne mai.

Ma per una parte di italiani, per una parte di cattolici, di ferventi cattolici, quel gesuita, biblista, grande studioso, cardinale di Milano e pastore di Milano in uno dei momenti più difficili della storia del Paese, alla fine del ‘900, la stagione di Mani Pulite, i tormenti di quella che era stata definita la capitale morale del nostro Paese, Martini fu il punto di riferimento, non solo della città, ma in qualche modo dell’Italia intera.”

Si parte dai primi passi del Cardinale Martini come arcivescovo di Milano, la Diocesi più grande del mondo, fino ad arrivare a Gerusalemme dove si ritira alla fine del suo ministero pastorale per dedicarsi allo studio della Bibbia. Martini, profeta del Novecento, anticipa in anni lontani i temi di frontiera della Chiesa del nuovo millennio. “Il motto del cardinale Martini era Pro veritate adversa diligere – afferma padre Carlo Casalone, Presidente  della Fondazione Carlo Maria Martini, che ha collaborato alla realizzazione della puntata – cioè affermare la verità anche quando non torna a proprio vantaggio…

Ma il motto indica anche come l’ascolto profondo e attento delle ragioni di chi appare in prima battuta avversario sia determinante nella ricerca della verità, di cui il dialogo è quindi parte costitutiva”.

Ma prima del Martini pastore, c’è il Martini gesuita e teologo: il racconto della sua vita torna indietro agli anni del Concilio Vaticano II, con le parole di Padre Bartolomeo Sorge, e al periodo del suo rettorato al Pontificio Istituto Biblico, con Padre Pietro Bovati: “Padre Martini veniva considerato nel mondo cattolico il grande esperto della critica testuale del Nuovo Testamento… Aveva nei confronti della Bibbia un rapporto di intimità. Non si tratta semplicemente di un settore delle scienze sacre, che lui ha coltivato in tanti anni della sua vita: la Bibbia era per lui, come diceva il Concilio, l’anima … era necessario per lui che questa parola ispirasse la vita, diventasse davvero un messaggio profetico che mette in cammino gli uomini” .

Il documentario è arricchito da interviste a persone che l’hanno conosciuto nella Diocesi di Milano come Mons. Giovanni Giudici, Vicario Generale dal 1991 al 2002, Mons Roberto Busti, suo portavoce dal 1981 al 1991, Silvia Landra della Casa della Carità e Padre Guido Bertagna. Altri spunti biografici inediti sono suggeriti da Ferruccio De Bortoli, dalla professoressa Maria Cristina Bartolomei e dai suoi familiari oltre che da immagini, fotografie provenienti dall’Archivio della Fondazione Carlo Maria Martini e della famiglia Martini. Il tutto è letto attraverso i contributi video delle Teche Rai.

VIDEO  http:// http://www.raistoria.rai.it/articoli/carlo-maria-martini-profeta-del-novecento/34324/default.aspx

Carlo Maria Martini

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LA SENTINELLA PAMPURI MANDA A DIRE – Angelo Nocent

AI GIOVANI DI ETA’ e ai SEMPREGIOVANI

Le parole che non sappiamo dire ai giovani ma che essi vorrebbero sentire.

Parlo di me ma potrei non essere il solo: non so in quanteCaporettosono incappato nella vita! Più d’una volta sono arretrato in preda al panico, alla paura di affrontare situazioni a rischio…Avrei voluto vicino qualcuno che mi dicesse:non avere paura...”, ma non c’è stato. E così sono successi dei guai perché ho fatto, sbagliando, le scelte impulsive. Avrei anche dovuto essere più vicino a qualcuno per rinfrancarlo con lo stesso imperativo amoroso:non temere, non avere paura !...Ma sono stato assente o non sono stato capace.

Nell’ultima stagione della vita, non resta che la possibilità di tramandare il testimonio, nella speranza che qualcuno lo raccolga e lo passi a sua volta. Perché il messaggio non è fatto di parole di sapienza umana ma della stessa Parola di Dio che un giorno si è rivestito di carne per l’azione dello Spirito, in una ragazza di nome Myriam, che ha voluto nella Chiesa comestella del mattino”. Di generazione in generazione, ci stiamo tramandando questa biblica invocazione:Stella matutina, ora pro nobis !”.  Maria, la stella del mattino, che rischiara le notti del cuore.

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Conservo nella mente – e con gratitudine me le ripeto dentro – le parole di un Padre: Carlo Maria Martini. Le condivido affinché si moltiplichino con il “passaparola”, perché facciano bene ai giovani di età e a chi si sforza di esserlo nello spirito, come i grandivegliardiche ci è stato dato di conoscere nel nostro tempo. 

++ MORTO CARDINAL MARTINI / SPECIALE ++Non abbiate paura di essere i santi del terzo millennio!

Vi chiedo di non lasciar cadere questa coraggiosa parola profetica, che è anche il segreto della vostra felicità. Il desiderio di essere felici è il sogno e il progetto più grande che portate nel cuore. Il Papa Giovanni Paolo II ve lo ha detto a Tor Vergata: «È Gesù che cercate quando sognate la felicità»; per questo voi, sentinelle del mattino, volete che la vostra libertà sia orientata secondo il progetto misterioso e affascinante che Dio ha su ciascuno di voi.

Abbiate il coraggio di attraversare le città. Passate tra le folle nel nome di Gesù, andate diritto per la via dell’obbedienza della fede, qualcuno di inaspettato vi attende, vi farà entrare nella sua casa e darete gioia alla sua e alla vostra vita. Le nostre città hanno bisogno di voi, non abbiate un’idea della fede troppo intimistica, Gesù parlava per le strade, entrava nelle case, non faceva differenze, sapeva meravigliare, era discreto e deciso. Al suo passaggio saliva la lode a Dio perché annunciava l’evangelo. Non rinchiudetevi mai, la Chiesa è aperta al mondo.

A tutti voi, guardando in particolare alle generazioni nuove, vorrei affidare tre consegne decisive: sono le stesse che l’evangelista Luca ha affidato alla comunità cristiana attraverso la pagina di Zaccheo. Questa solida tradizione vi accompagni, alimenti la vostra vita e sia l’anima del vostro futuro.

a. Abbiate la forza di cercare Gesù. Qualcosa attirava irresistibilmente Zaccheo verso di lui; tuttavia qualcosa lo faceva sentire molto distante da lui. A volte ci sentiamo piccoli, non ci sentiamo all’altezza delle situazioni, spesso siamo in pochi. È necessario salire sull’albero, ascoltare la Parola del Signore, ricevere il suo invito ed entrare in un rapporto singolare con lui. Siate contenti di essere cristiani; chi si lascia raggiungere dal Signore è contento. Sostenete il primato della Parola e custodite la Bibbia nel cuore, ve la affido come il dono più bello: entrate con fiducia e con amore nel terzo millennio e portate questa preziosa eredità. Domandate il dono della preghiera per poter vedere Gesù, perché essa è luogo della comunione intima con Dio e fonte della gioia che ogni giovane è chiamato a dire con la propria vita. I sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione siano il sostegno della vostra fede.

b. Costruite esperienze di vita fraterna secondo la tradizione più vera delle nostre comunità. La Parola di Dio per essere ascoltata ha bisogno di un contesto comunitario, e l’Eucaristia ha bisogno di una mensa intorno alla quale condividere la vita. Siate accoglienti, aprite le vostre relazioni, i vostri rapporti umani. Imparate a salutare, a stabilire nuove amicizie, ad allargare il numero dei conoscenti e degli amici. Abbiate la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae. Il Signore vuole che il vostro amore sia singolare, fedele, apace del dono grandissimo di voi stessi, corpo e anima, nella singolarità di ogni vocazione.

Amate il matrimonio e tenete alta la considerazione della verginità cristiana: entrambi sono segni dell’amore di Dio che non abbandona mai il suo popolo.

Considerate l’amore un’autentica vocazione da ricercare, con profondo discernimento e con evangelico coraggio. Amate la castità che è forza interiore e capacità di attesa, signoria su se stessi e preambolo di fecondità.

Dedicate pensiero e volontà all’esplorazione di questi aspetti della vita, con rigore, con capacità critica, con profonda onestà. Amate la Chiesa e in essa non vi sentirete mai da soli. Possiate essere nella Chiesa adulti nella fede e partecipare in prima persona a qualche ministero.

c. Restate vicino ai poveri, ai poveri di ogni categoria (poveri di pane, di affetto, di cultura, di libertà, di salute…) mediante il rapporto personale e attraverso una convinta dedizione alle istituzioni civili. Sappiate prendervi a cuore la dimensione civile della vita, perché chi incontra Gesù sa evitare la frode e sa pagare di persona in misura generosa. Siate vicini al soffrire e al dolore del mondo. Il mistero del dolore e della morte esige una giusta collocazione nel quadro della vita e delle sue espressioni. Lavorate per la pace, sapendo – come ha detto il Papa – che non c’è pace senza giustizia e senza perdono.

Attraversate la città contemporanea con il desiderio di ascoltarla, di comprenderla, senza schemi riduttivi e senza paure ingiustificate, sapendo che insieme è possibile conoscerla nella sua varietà diversificata, nelle reti di amicizie e di incontri, nella collaborazione tra i gruppi e le istituzioni. Favorite i rapporti tra persone che sono diverse per storia, per provenienza, per formazione culturale e religiosa.

Possiate essere il fermento e i promotori di nuove «agorà» dove si possa dialogare anche tra coloro che la pensano diversamente in una ricerca appassionata e comune.

(C.M. Martini, Attraversava la Città. Risposta al Sinodo dei giovani, Centro Ambrosiano, Milano 2002)

Dove porta l’esperienza della Lectio Divina

Che un giovane si senta interpellato direttamente da Dio, che impari cioè ad ascoltarlo; non semplicemente che conosca la Scrittura o ascolti un bravo biblista, ma che si senta personalmente interpellato dalla Parola: quando questo accade, facciamo un’esperienza indimenticabile. Basta farla una volta perché si radichi nella vita e continui ad attrarci verso la Scrittura. Allora non abbiamo più bisogno di altre raccomandazioni, di sussidi esterni, perché la Parola ha colpito dentro; allora la risposta di chi si sente interpellato diventa anche risposta vocazionale: «Signore, che cosa vuoi da me?».

Dunque, il nostro desiderio è di aiutare tutti i giovani a lasciarsi interpellare da Dio, a imparare ad ascoltarlo anche (non solo) a partire dalle pagine bibliche dove Dio parla oggi all’uomo nello Spirito, così da rispondergli; e allorché un giovane capisce che le Scritture parlano di lui e a lui, si inizia quel dialogo che non si fermerà più, di cui si sentirà sempre nel profondo del cuore una grande nostalgia. La conoscenza di Gesù e del cristianesimo sarà solida, integrata, non appiccicata, e la persona diverrà essa stessa, in qualche modo, Parola di Dio per gli altri. (Servizio Giovani di Pastorale Giovanile, Parole, parole, Parola… Iniziare alla Lectio Divina, In Dialogo, Milano 2011)

Confido in voi, giovani: siate «sentinelle del mattino»

Carissimi giovani, mi rivolgo a voi, che siete in cammino, alla ricerca del senso della vita; che non vi siete arresi alle favole di questo mondo, che portate nel cuore l’amore per il Vangelo, che vi sentite figli di questa Chiesa. A voi giovani, che siete generosi nel servizio dei fratelli, che non avete paura di vivere gesti di accoglienza e di solidarietà, che desiderate essere artefici di pace, che non sapete resistere al fascino della radicalità evangelica dei testimoni. A voi giovani, che state affrontando le scelte importanti della vita, che guardate al vostro futuro con disponibilità alla chiamata del Signore e con responsabilità verso i bisogni della società.

A tutti voi io mi rivolgo per dirvi con lo sguardo di tutta la Chiesa che «vedo in voi le sentinelle del mattino in quest’alba del Terzo millennio». Vedo in voi giovani che sono entrati nel «laboratorio della fede», che hanno percepito la luce del mattino di Pasqua, che stanno condividendo con molti coetanei le prove di un cammino ancora nella notte.

Confido nella vostra capacità creativa ed esemplare, dono che viene dalla grazia del Signore. Come «sentinelle del mattino» vivete anche voi, giovani, la straordinaria e impegnativa esperienza di Chiesa, chiamata a discernere oggi i segni dello Spirito, presenti nel mutare dei tempi, per essere la Chiesa che annuncia con gioia il Vangelo e che invita tutti a guardare al futuro con fiducia e speranza.

(C.M. Martini, Liberi di credere. I giovani verso una fede consapevole, In Dialogo, Milano 2009)

Martini - Pampuri

L’AMICIZIA CON I GIOVANI

Soprattutto i giovani chiedono del senso della vita. Per lei in che cosa consiste?

Spesso sento i giovani dire: «Vorrei essere felice, essere amato e conoscere lo scopo della mia esistenza». Ma io aggiungo: per questa felicità vale la pena di lavorare, trovare il giusto rapporto con se stessi. Devo fare attenzione a mantenermi in salute per poter concludere qualcosa anche per comprendere i miei limiti e non esagerare. Sport e preghiera sono parte della cura di sé.

Fermarsi di tanto in tanto per ringraziare Dio. Anche nei momenti buoi non dobbiamo perdere di vista la felicità che abbiamo avuto. Chi rende grazie riesce a vedere la propria felicità, sente di essere molto più forte. Alcuni sono ricchi e non se ne accorgono, per questo sono infelici. Accanto alla gratitudine, l’amicizia è una fonte del senso della vita, amicizia verso persone alle quali posso chiedere sempre, con cui posso parlare non solo dei successi, ma anche delle preoccupazioni. Gli amici si rivelano tali quando, diventato debole, posso confidarmi con loro. Del senso della vita fanno parte le persone che possono contare su di me e i compiti da svolgere. Il senso è come l’acqua in cui nuoto. Il senso evolve. Se ti fai forte per coloro che hanno bisogno di particolare protezione e ti cercano, se diventi per loro avvocato, pastore, amico, il senso si consolida nella tue e nella loro vita. Per quanto riguarda il senso della vita, per i giovani è fondamentale trovare la giusta vocazione e il relativo lavoro, naturalmente anche la donna o l’uomo giusto, magari persino il coraggio di entrare in un ordine religioso e di non sposarsi per dedicarsi a una missione. Il rapporto con Gesù, che può crescere in ogni cosa, è per me la più profonda fonte di senso, di gioia di vivere.

Perché la Chiesa ha bisogno soprattutto dei giovani?

La Chiesa della “vecchia Europa” ha proprio bisogno di novità e di una ventata di aria fresca. Non è forse vero che anche la gioventù ha bisogno del nuovo, del “magis”, di qualcosa di più del benessere? Nella ricerca del nuovo ho sempre visto un elemento positivo, la volontà di cambiare qualcosa: vi si cela la fede nella Chiesa e la nostra fede nella gioventù. Altrimenti non varrebbe la pensa di criticare al Chiesa. Mi dicono che un tempo la gioventù era più combattiva e critica di oggi. Se la gioventù è diventata silenziosa, ciò desta in me la preoccupazione che il suo cuore sia altrove, che non nutra alcun interesse per la Chiesa e il suo sviluppo, per le sue grandi missioni nel mondo. Se nella Chiesa regna troppa calma, se nella società si diffonde a macchia d’olio una sensazione di sazietà, sento la nostalgia di Gesù di lanciare sulla terra il fuoco ardente dell’entusiasmo.

Qual è il contributo peculiare dei giovani?

Nella predica di Pentecoste, Pietro riprende le parole del profeta Gioele del IV secolo a.C. e racconta l’opera dello Spirito Santo in tre fasi della vita, ognuna differente: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». I “figli e le figlie saranno profeti” significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa. Il contributo «dei figli e delle figlie» è fondamentale.

Essi sono ancora interessati oggi a criticare noi, la Chiesa, i governanti, oppure si ritirano in silenzio? Dove esistono ancora conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all’opera. Nella ricerca di collaboratori e vocazioni religiose dovremmo forse prestare attenzione innanzitutto a coloro che sono scomodi e domandarci se proprio questi critici non abbiano in sé la stoffa per diventare un giorno responsabili e alla fine sognatori. Responsabili che guidino la Chiesa e la società in un futuro più giusto e «sognatori» che ci mantengano aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi.

(C.M. Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, Mondadori, Milano 2008)

Il Gruppo Samuele

Lo scopo del nostro cammino del Gruppo Samuele è di essere aiutati a cercare la volontà di Dio nella propria vita. Ci aspettiamo che la grazia di Dio ci insegni un metodo per orientare la nostra libertà verso la realizzazione del progetto di Dio sul mondo, per quella parte che mi riguarda. Dunque ci aspettiamo che la grazia, il dono di Dio, che chiediamo nella preghiera, ci insegni un metodo per orientare la nostra libertà, la nostra creatività, la nostra scelta, verso non tanto un progetto individuale ma verso la realizzazione del progetto di Dio sul mondo per quella parte che mi riguarda, in quanto cioè io entro, col mio progetto personale, in quello di Cristo, re e Signore, sull’umanità.

Vorremmo uscire dal cammino di quest’anno con qualche impegno concreto, almeno temporaneo. Ho colto che qualcuno vive una certa ansietà: “Sto facendo l’università e non avrò tempo di fare altro”. Non dovete temere, perché sono certo che il Signore ci illuminerà per capire quale dovrà essere l’impegno temporaneo.

Questo secondo aspetto deve essere presente in modo da comprendere subito che il cammino del Gruppo Samuele non è innocuo, non può finire in niente, ma tende ad un progetto concreto. Per qualcuno potrà forse essere già un progetto definitivo, a seconda del grado di maturazione; per altri sarà un progetto che prelude a scelte più definitive e che però, per il momento non le blocca.

Il mezzo per raggiungere questo scopo è fondamentalmente unico: il discernimento spirituale. […] E’ un esercizio di attenzione e di ascolto dello Pneuma divino nella mia storia.

(C.M. Martini, Il Vangelo per la tua libertà. L’itinerario vocazionale del “Gruppo Samuele.”, Àncora, Milano 1991)

La Redditio Symboli e la Regola di Vita

La Redditio Symboli ti chiede di “investire” la tua libertà mettendoti dalla parte di Gesù e dei suoi discepoli. Con essa riconosci nuovamente la verità della Chiesa, ratifichi nel tempo della “maggiore età” la decisione dei tuoi genitori di averti donato il battesimo e ti apre al futuro quale tempo della fedeltà: perché questo gesto non è per un momento solo o per qualche aspetto periferico della tua esistenza, bensì per tutta la tua persona e tutta la tua storia.

Inoltre, la Redditio Symboli avviene mediante la consegna al Vescovo della tua regola di vita che, da un alto, rappresenta un vero abbandono della tua libertà a Dio che vuole visitare ogni dimensione della nostra esistenza, dall’altro lato resta uno “strumento”, non quindi qualcosa che, una volta elaborato, abbia risolto tutto.

La regola è uno strumento che guida nei gesti, nei ritmi, in uno stile di vita donatoci da Gesù che si è fatto uomo come noi, e che si esprime nelle beatitudini evangeliche. Dovrebbe comprendere:

  • – un’indicazione di pochi principi;
  • – alcuni propositi importanti da realizzare come mete;
  • – un breve regolamento di orario quotidiano, settimanale, mensile.

Ovviamente, il Vescovo e la Diocesi non si attendono da te semplicemente i buoni propositi e le buone azioni elencati nella regola, pur se devi viverli e attuarli in somma fedeltà con l’aiuto dello Spirito santo; ci attendiamo, quale frutto, che tu diventi «una cosa sola con il Signore Gesù e con i fratelli», che tu diventi “Chiesa”.

Ecco allora l’estrema importanza di quella salda vita interiore a cui vi formano gli educatori.

Senza una profonda vita interiore, senza il rapporto interpersonale con Gesù, non potrai vivere seriamente la regola e assumere responsabilità educative e pastorali nella Chiesa. Tale vita interiore, che ti matura come persona e ti dà la gioia di esistere, richiede familiarità con la sacra Scrittura, in particolare col vangelo; richiede la pratica dei sacramenti dell’eucaristia e della riconciliazione; richiede disponibilità al silenzio e alla contemplazione.

Ancora, la Redditio Symboli sottolinea la tua sincera volontà di continuare l’itinerario formativo all’interno della tua comunità parrocchiale; il gruppo giovanile della tua parrocchia deve diventare, grazie al tuo generoso contributo, il luogo dove la fede nel Signore si manifesta come vita del mondo.

Infine, la Redditio Symboli mette il sigillo del Vescovo e della comunità cristiana sul tuo cammino; ha dunque pure un valore di onferma della tua maturazione umana e cristiana, di profonda accoglienza e di stima per la tua persona, di impegno nella volontà di affiancare e sorreggere i tuoi passi nel futuro.

Mi auguro che questa lettera sia per te un annuncio di vita bella e gioiosa, che non puoi non desiderare alla tua età.

Card. Carlo Maria Martini

(Lettera del card. Martini ai 19enni che si preparano alla Redditio Symboli)

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MISSIONE POSSIBILE – Benin – Angelo Nocent

Benin, quell’ospedale che unisce cristiani e musulmani

Storie di convivenza tra credenti in Cristo e islamici. Viaggio a anguiéta dove sorge un centro medico fondato dai Fatebenefratelli. Parlano il direttore, fra Fiorenzo Priuli, e Cheikh Moussa Aboubacar, califfo del Niger

Fra Fiorenzo Priuli (a sin. – foto Bruno Zanzottera/Parallelozero)

CRISTINA UGUCCIONI

TANGUIÉTA

«La convivenza tra cristiani e musulmani, qui in Benin, è serena: dico spesso che se i rapporti tra i fedeli delle due religioni fossero ovunque così, non assisteremmo ai drammi che oggi insanguinano tante aree del mondo!». Sono parole di fra Fiorenzo Priuli, 70 anni, medico chirurgo, un faro per migliaia di pazienti africani, consulente dell’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) per l’Aids e le malattie infettive, insignito della Legion d’onore dal presidente della Repubblica francese. Di sé dice: «Sono grato al Signore che mi ha chiamato a collaborare con Lui nella meravigliosa opera di curare chi soffre e custodire la vita». Da oltre 40 anni vive in una cittadina nel nord del paese, Tanguiéta, dove dirige l’ospedale Saint Jean de Dieu, un polo d’eccellenza della medicina africana, fondato nel 1970 dai religiosi dell’Ordine ospedaliero San Giovanni di Dio, noti come Fatebenefratelli. All’epoca offriva 82 posti letto, oggi sono 415.

La storia di questo grande ospedale, che è diventato anche centro universitario, racconta dei legami belli che si accendono fra gli essere umani di religione diversa quando condividono la responsabilità verso l’umano ferito e si alleano dando il meglio di sé per risollevare vite prostrate dalle malattie. Legami saldi che travalicano anche i confini degli stati.

Obiettivo comune: la cura 

In ospedale i medici, inclusi gli specializzandi, sono 25, mentre il personale paramedico e amministravo è costituito da trecento persone. «Molti sono musulmani (come per esempio il mio vice in sala operatoria, che di recente ha sposato un’infermiera cattolica) e i rapporti tra tutti noi sono ottimi», racconta fra Fiorenzo. «Lavoriamo insieme giorno e notte mossi da un comune obiettivo: cercare di offrire la migliore assistenza possibile alle migliaia di malati che accorrono qui, non di rado dopo aver affrontato viaggi lunghi ed estenuanti. Ogni anno abbiamo 18mila/20mila nuovi pazienti (di cui 5mila bambini) provenienti anche dai paesi vicini (Togo, Burkina Faso, Niger, Nigeria): 14mila vengono ricoverati mentre gli altri sono assistiti ambulatorialmente».

I piccoli pazienti  

Il clima in questa zona è particolarmente duro: durante alcuni mesi si raggiungono i 43 gradi di giorno e di notte; la stagione secca dura oltre 6 mesi e ciò favorisce il diffondersi delle malattie, che colpiscono anche in forma epidemica (come morbillo, tifo, meningite). «Il lavoro da fare è sempre moltissimo», dice fra Fiorenzo: «Il reparto di pediatria, che conta 111 posti letto, non ha mai meno di centotrenta-centoquaranta pazienti ricoverati, talvolta anche trecento. Purtroppo accade ancora oggi che i bambini giungano in ospedale quando ormai versano in condizioni gravissime perché i genitori hanno preferito cercare di curarli affidandosi allo stregone locale. La religione più diffusa, infatti, è l’animismo, qui al nord, e il feticismo nel resto del Paese. Noi cristiani siamo circa il 15% della popolazione, i musulmani il 15-18%».

Le autorità religiose  

«Con le autorità religiose islamiche ho rapporti eccellenti», prosegue fra Fiorenzo. «Ci frequentiamo e collaboriamo avendo a cuore il bene della popolazione: per esempio, quando giungono dall’estero medici specialisti che si mettono a disposizione dei pazienti, io mi incontro con il presidente dell’Unione islamica del Paese per illustrargli i dettagli della missione medica ed è poi lui a diffondere capillarmente la notizia nelle moschee assicurandosi che tutti siano informati».

L’amicizia con il califfo di Kiota  

Una trentina di anni fa, fra i pazienti dell’ospedale vi fu un musulmano originario di Kiota (città del Niger, a 700 chilometri da Tanguiéta), il quale, una volta tornato a casa, descrisse l’ottima assistenza ricevuta al califfo di Kiota, autorevole guida spirituale della Confraternita Tijaniyya, di ispirazione sufi. Da allora il califfo cominciò a mandare regolarmente i malati all’ospedale di Tanguità, dando a ciascuno una lettera nella quale descriveva a fra Fiorenzo il caso clinico promettendogli un ricordo nella preghiera del venerdì alla moschea. «Il califfo era un uomo di pace, molto aperto, sinceramente impegnato nel dialogo interreligioso: quando morì la prima persona che accorse a vegliare le spoglie fu l’arcivescovo di Niamey» ricorda fra Fiorenzo. «Il nostro rapporto fu esclusivamente epistolare, non ci incontrammo mai, ma diventammo amici, ci legavano stima e affetto reciproci».

Di padre in figlio  

A proseguire l’opera del califfo c’è ora il figlio, Cheikh Moussa Aboubacar Hassouni, 56 anni, sposato e padre di quattro ragazzi, capo religioso e direttore dell’Istituto di El Azhar di Kiota. Fa parte della commissione interregionale per il dialogo interreligioso, è presidente del «Comitato del Dialogo Interreligioso» della regione di Niamey e sta completando la stesura di un manuale di formazione su questo tema in veste di consulente di un’organizzazione partner dell’Unione europea.

La situazione in Niger  

«Negli incontri dedicati al dialogo – racconta – porto l’esempio del Niger dove le relazioni tra cristiani e musulmani sono cordiali e tranquille, basate sulla collaborazione e il rispetto reciproco. È sempre mia volontà sostenere e difendere un islam pacifico, in questo caso l’islam sufi e della Confraternita Tijaniyya, che è maggioritario nel mio Paese».

Fra Fiorenzo lo descrive come un uomo fedele all’opera e allo stile del padre. «Questa continuità ha per me un valore grande. Ricordo ancora con commozione la festa che ha organizzato in mio onore a Kiota qualche anno fa: erano stati invitati tantissimi miei pazienti da ogni parte del Niger. Ricevetti dimostrazioni di affetto e gratitudine straordinarie». Il califfo Moussa Aboubacar, da parte sua, ha parole di stima per il Frate: «Di lui mi colpiscono la generosa disponibilità e la semplicità: apprezzo molto il suo desiderio di farsi servo di tutti, senza fare distinzioni in base al colore della pelle, al credo religioso o politico. È un uomo di grande umanità».

La presenza cattolica  

E riflettendo sulla presenza dei cristiani in Africa, osserva: «Sono persuaso che possano portare al continente africano pace, fratellanza, sviluppo. I cattolici in Niger hanno costruito istituti scolastici e ospedali mettendoli generosamente a disposizione della popolazione, che è in maggioranza di fede islamica. Sono stati inoltre capaci di porsi a fianco di ogni persona, condividendone gioie e dolori. Sono gesti che i musulmani apprezzano molto».

Fratellanza feconda  

Le persone autenticamente religiose (cristiane e musulmane) che operano insieme «possono proporre una testimonianza importante al mondo, offrire la prova che la fratellanza e la mutua comprensione sono possibili», osserva fra Fiorenzo. Secondo il califfo Moussa Aboubacar «essi costituiscono la base di cui il mondo oggi ha bisogno per costruire la pace di domani. L’esempio più concreto è offerto proprio dagli esemplari rapporti di amicizia e di fraternità che legano il califfato di Kiota e fra Fiorenzo: non si tratta della semplice amicizia tra due uomini, ma di un’amicizia di cui è partecipe la popolazione, che ne è la prima testimone e la prima beneficiaria».

Fra Fiorenzo Priuli

Benín, un hospital en África que une a cristianos y musulmanes

Historias de convivencia entre los que creen en Cristo y los que creen en Alá. Viaje al norte de Benín, en donde hay un gran centro médico fundado por los “Fatebenefratelli”. Hablan el director, fray Fiorenzo Priuli, y su amigo Cheikh Moussa Aboubacar, califa de Níger

Fray Fiorenzo lo describe como un hombre fiel a la obra y al estilo de su padre. «Esta continuidad para mí tiene un gran valor. Todavía recuerdo con conmoción la fiesta que organizó en mi honor en Kiota hace algunos años: fueron invitados muchísimos de mis pacientes de todo Níger. Recibí demostraciones de afecto y de agradecimiento extraordinarias». El califa Moussa Aboubacar, por su parte, también dedica palabras de afecto al fraile: «me sorprenden de él su generosa disponibilidad  y la simpleza: aprecio mucho su deseo de volverse siervo de todos, sin distinguir ni el color de la piel, ni el credo religioso o político. Es un hombre de gran humanidad».

La presencia católica

Y, reflexionando sobre la presencia de los cristianos en África, observa: «estoy convencido de que pueden traer al continente africano paz, fraternidad, desarrollo. Los católicos en Níger han construido institutos escolares y hospitales, y los han puesto a disposición de la población, que es principalmente musulmana. Además han sido capaces de ponerse al lado de cada persona, compartiendo alegrías y dolores. Son gestos que los musulmanes aprecian mucho».

Fraternidad fecunda
Las personas auténticamente religiosas (cristianas y musulmanas) que trabajan juntas «pueden proponer un testimonio importante al mundo, ofrecer la prueba de que la fraternidad y la mutua comprensión son posibles», observa fray Fiorenzo. Según el califa Moussa Aboubacar «constituyen la base que necesita el mundo hoy para construir la paz del mañana. El ejemplo más concreto lo ofrecen justamente las excelentes relaciones de amistad y de fraternidad que tienen el califa de Kiota y fray Fiorenzo: no se trata de la simple amistad entre dos hombres, sino de una amistad en la que participa también la población, que es el primer testigo y también el primer beneficiario».

Historias de convivencia entre los que creen en Cristo y los que creen en Alá. Viaje al norte de Benín, en donde hay un gran centro médico fundado por los “Fatebenefratelli”. Hablan el director, fray Fiorenzo Priuli, y su amigo Cheikh Moussa Aboubacar, califa de Níger

Fray Fiorenzo lo describe como un hombre fiel a la obra y al estilo de su padre. «Esta continuidad para mí tiene un gran valor. Todavía recuerdo con conmoción la fiesta que organizó en mi honor en Kiota hace algunos años: fueron invitados muchísimos de mis pacientes de todo Níger. Recibí demostraciones de afecto y de agradecimiento extraordinarias». El califa Moussa Aboubacar, por su parte, también dedica palabras de afecto al fraile: «me sorprenden de él su generosa disponibilidad  y la simpleza: aprecio mucho su deseo de volverse siervo de todos, sin distinguir ni el color de la piel, ni el credo religioso o político. Es un hombre de gran humanidad».

La presencia católica
Y, reflexionando sobre la presencia de los cristianos en África, observa: «estoy convencido de que pueden traer al continente africano paz, fraternidad, desarrollo. Los católicos en Níger han construido institutos escolares y hospitales, y los han puesto a disposición de la población, que es principalmente musulmana. Además han sido capaces de ponerse al lado de cada persona, compartiendo alegrías y dolores. Son gestos que los musulmanes aprecian mucho».

Fraternidad fecunda
Las personas auténticamente religiosas (cristianas y musulmanas) que trabajan juntas «pueden proponer un testimonio importante al mundo, ofrecer la prueba de que la fraternidad y la mutua comprensión son posibles», observa fray Fiorenzo. Según el califa Moussa Aboubacar «constituyen la base que necesita el mundo hoy para construir la paz del mañana. El ejemplo más concreto lo ofrecen justamente las excelentes relaciones de amistad y de fraternidad que tienen el califa de Kiota y fray Fiorenzo: no se trata de la simple amistad entre dos hombres, sino de una amistad en la que participa también la población, que es el primer testigo y también el primer beneficiario».
Y, reflexionando sobre la presencia de los cristianos en África, observa: «estoy convencido de que pueden traer al continente africano paz, fraternidad, desarrollo. Los católicos en Níger han construido institutos escolares y hospitales, y los han puesto a disposición de la población, que es principalmente musulmana. Además han sido capaces de ponerse al lado de cada persona, compartiendo alegrías y dolores. Son gestos que los musulmanes aprecian mucho».

Fra Fiorenzo Priuli

Fra Fiorenzo Priuli

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SATOKO KITAHARA LA FARMACISTA STRACCIVENDOLA

SATOKO KITAHARA Nasce a Tokyo il 22 ago. 1929 da Kitaha-ra Kimschi, docente universitario, e da Ei Matzura. Nel­la famiglia trascorre una fanciullezza serena educata nel­la religione buddhista e viene avviata agli studi. Coinvolta poi nel dramma della guerra mondiale e costernata dalla tra­gedia della patria, formula per sé e per altri questo pro­gramma di vita: «Coscienti del giorno della ripresa, sforziamoci di agire».

Conclude gli studi laureandosi presso l’Istituto Superiore Femminile di medicina (Schova); nel contempo, attratta dalla sublimità della re­ligione cristiana, frequena i corsi di dottrina cattolica nella scuola delle Missionarie Mercedarie. Riceve il battesimo il 30 ott. 1949 assumendo il nome di Elisabet­ta, cui in seguito aggiunge quello di Maria per la singo­lare devozione che nutre per il mistero dell’Immacola­ta Madre di Dio.

In tutti i tempi Chiesa cattolica vuol dire l’universale molteplicità, riflettuta da fedeli di diverse razze, nazioni e culture, che hanno preso sul serio il Vangelo di Gesù e lo hanno applicato alla propria vita. Un esempio bello, da noi in Europa poco conosciuto, è quello della giovane farmacista Satoko Kitahara del Giappone. La sua umile testimonianza di fede ispirò molte persone per il divino e indirizzò al bene il loro ambiente di vita. Con il passare degli anni le azioni cristiane di Satoko non hanno perso nulla del loro carisma mariano.

Il 28 marzo del 1948 era una bella giornata di primavera; la giovane studentessa di farmacia, Satoko Kitahara, usciva dalla sua elegante casa situata in un quartiere di Tokyo per far visita ad una collega di studio a Yokohama. Erano passati appena tre anni da quando tutto il Giappone, paralizzato, dopo il bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki, aveva sentito la voce dell’Imperatore Hirohito rivolgere al popolo l’appello “di sopportare l’insopportabile” : cioè la capitolazione. Alla fine della guerra tredici milioni di giapponesi erano senza casa. A Tokyo, mezzo distrutta, circa in diecimila vivevano come ratti, in capanne di latta e rimesse. Il loro cibo quotidiano consisteva in appena due ciotole di riso. La cosa peggiore però era la disperazione e il numero spaventoso di suicidi.

Anche la giovane Satoko, elegantemente vestita, aveva molte domande inquietanti sul vero senso della vita e ne discuteva con la sua amica lungo le vie di Yokohama. Arrivate davanti alla Chiesa dedicata al Sacro Cuore di Gesù, Satoko sentì di dover entrare. Per tutte e due era la prima volta che entravano in una Chiesa cattolica. Cercarono di orientarsi in quell’ambiente silenzioso e ignoto. In fondo, a sinistra, su un altare si trovava una statua di gesso a grandezza naturale, una donna con una ragazza inginocchiata ai suoi piedi, S. Bernadette, come Satoko seppe successivamente. “Vedevo per la prima volta una rappresentazione di Maria”, raccontò più tardi. “Fissavo la statua e provai un’attrazione molto forte, inspiegabile. Fin dall’infanzia mi accompagnava un desiderio forte e indefinibile per tutto ciò che è puro”.

L’amabile provvidenza di Dio

Satoko tornò a Tokyo pensierosa, non conosceva il significato della statua di Lourdes. Fu presa totalmente dai suoi studi universitari; li concluse un anno dopo, nel marzo del 1949, ottenendo brillantemente il titolo di dottoressa in farmacia

Cercando con il cuore il suo posto nella vita, la ragazza rifiutò due allettanti posti di lavoro e anche alcune proposte di matrimonio, una da parte di un medico proprietario di una clinica privata. Suo padre, un famoso professore universitario, rispettò generosamente le sue decisioni. “Tua madre ed io non ti ostacoleremo mai nelle scelte della tua vita, finché saranno buone”.

Poco tempo dopo, a vent’anni, Satoko accompagnò in una scuola privata cattolica la sorellina Choko, per il primo giorno di scuola presso le Suore di S. Maria della Mercede. Nel discorso inaugurale sentì delle parole che la colpirono molto. “Nella sua affettuosa provvidenza, Dio ha mandato i vostri figli in questa scuola”. Satoko proveniva da una famiglia aristocratica, con una millenaria successione di sacerdoti shintoisti fino al diciannovesimo secolo, cioè fino al nonno. Ora sperava di sapere di più sulla “affettuosa provvidenza di Dio”, perché la colta signorina, che conosceva anche alcune lingue straniere ed era una pianista eccellente, non aveva mai sentito questa espressione.

Due mesi dopo, in maggio, Satoko accompagnò di nuovo Choko a scuola. Lì incontrò una giovane suora e, vedendone il volto sereno, si risvegliò in lei lo strano sentimento, il desiderio di purezza provato a Yokohama nella Chiesa del Sacro Cuore. Poiché non riusciva a comprendere questo suo sentimento, cercò di sfuggirgli. Per sei settimane cercò di distrarsi. Era appassionata di teatro, di concerti e di cinema e arrivò a vedere sei film in una settimana. Finiti i suoi risparmi per le piccole spese, chiese in prestito a Kazuko, la sorella più grande, i soldi per il cinema. Ma il senso di irrequietezza e di vuoto non se ne andava.

A luglio, Satoko non sopportò più questo stato d’animo e si confidò con una delle suore spagnole. Madre Angeles le parlò del cristianesimo e nella sua ascoltatrice nacque subito un “amore nuovo”, che non sarebbe mai finito. Satoko iniziò ad andare ogni giorno a Messa alle 6.00 del mattino, e alle 10.00 tornava per la catechesi, “per conoscere quella fede per la quale le suore straniere erano state spinte ad abbandonare la preziosità della famiglia e a servire la gente in un paese straniero e lontano”. I genitori non vedevano la cosa di buon occhio, ma dopo quattro mesi arrivò il momento: Alla fine di ottobre, terminato il corso sul cattolicesimo, ero convinta di aver trovato la verità. Chiesi il battesimo. Anche se gli altri catecumeni normalmente dovevano aspettare un anno, riuscii a convincere tutti di essere pronta, tanto che il 20 ottobre fui battezzata con il nome di Elisabetta e due giorni dopo cresimata con il nome della Madre di Gesù, Maria. Da allora iniziai a provare un desiderio interiore di servire … Con alcune signore visitavo orfanotrofi , aiutavo nel catechismo per bambini ed altro. Ma qualcosa ancora mi mancava”.

Forse la vocazione? La giovane cattolica era pronta ed era già pronto, sotto il cuscino, il biglietto del treno per partire verso il postulato delle Suore di S. Maria della Mercede, ma la notte Satoko ebbe all’improvviso 40 di febbre. La diagnosi del medico fu tubercolosi.

Satoko Elisabetta (anni 20), nel giorno del suo battesimo non volle indossare uno dei suoi amati e colorati kimono, ma un abito da sposa con il velo. Era la sua segreta promessa a Gesù di voler appartenere totalmente a Lui, come le suore di S. Maria della Mercede che il giorno dei loro voti indossano un abito bianco.

Fra Zeno, “il mendicante della Madonna”

Zeno Zebrowski, fratello nell’Ordine Francescano, era un figlio spirituale della prima ora di Massimiliano Kolbe ed era stato accanto al Santo nella sua missione in Giappone. Rimase poi in quel paese per 52 anni fino alla morte. Per i giapponesi divenne “il mendicante della Madonna” e il simbolo dell’amore cristiano perché, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il fratello questuante attraversò tutto il paese per aiutare i più poveri.

Nel dicembre del 1950, durante uno dei suoi viaggi che duravano mesi, Fra Zeno andò per la prima volta a Tokyo e qui incontrò Satoko. Lei stava suonando il pianoforte al primo piano di un magazzino all’ingrosso di scarpe, appartenente alla sorella Kazuko, quando la chiamarono e le chiesero di scendere perché l’aspettava uno che aveva l’aspetto di San Nicola. “Ed ecco, mi trovai davanti ad uno straniero alto, con un abito nero e una barba bianca, il quale, con i suoi occhi buoni, mi sembrava riuscisse a guardare fin nel fondo della mia anima. Egli notò il mio rosario ed io gli dissi: ‘Ho ricevuto il Battesimo un anno fa’.‘Bene, bene!, mi rispose lo straniero in un giapponese stentato. La Madonna ti donerà molte grazie, tu prega per la gente terribilmente povera che vive qui per strada!. Poi mi diede un libricino stampato modestamente e sparì.

Tornata nella mia camera, lessi del sacerdote cattolico Massimiliano Kolbe, che aveva operato a Nagasaki e che era stato ucciso ad Auschwitz. Tutto era nuovo per me!”.

Dieci minuti dopo, sulle rive del pantanoso fiume Sumida, Fra Zeno trovò un “centro di straccivendoli” e avrebbe subito voluto distribuire ai bambini sporchi i doni che aveva ricevuto elemosinando. In quel momento si rivolse a lui Ozawa, uno scaltro ex-commerciante: “Tu appartieni alla ‘religione Amen’, ma noi non siamo mendicanti e non abbiamo bisogno della tua carità”. Dalla fine della guerra, come un “boss”, Ozawa organizzava la vita di circa cento senzatetto, i quali ogni sera venivano pagati per stracci, rottami, carta da macero, rifiuti, secondo il peso e la qualità; con quei modesti ricavi essi si erano costruiti delle abitazioni provvisorie. Poi si presentò anche Matsui, trentacinque anni, un tempo scrittore. Egli odiava i cristiani e guardò in modo sprezzante il frate francescano. Matsui, che dopo la guerra aveva lavorato in uno studio legale, aveva aiutato gli straccivendoli del fiume Sumida a fondare un’associazione giuridica. Egli si era prefisso lo scopo di salvare il “centro degli straccivendoli” dalla mafia e dalla distruzione da parte del comune; lui stesso viveva in questa cosiddetta “città delle formiche”, “perché le formiche lavorano sempre duramente dappertutto e acquistano forza dalla loro unione”.

Si rivolse a Fra Zeno in modo brusco: “Se ci vuoi aiutare, allora portaci sui giornali, in modo che le autorità comunali non possano cancellarci e ridurci in cenere”. E senza colloqui ulteriori diede alla stampa la notizia: “Qui parla la ‘città delle formiche’. Con l’aiuto di Fra Zeno stiamo costruendo una Chiesa”. La notizia arrivò come un fulmine a ciel sereno!

Venne subito un giornalista per fare delle foto a Ozawa, Matsui e Fra Zeno. Il giorno dopo Satoko lesse affascinata l’articolo e in seguito decise di cercare la “città delle formiche” sulla sponda del Sumida. Mentre si trovava incerta davanti all’ ‘ufficio’ del capo, Fra Zeno le andò incontro. Venga, signorina, le faccio vedere qualche cosa!”, le disse e la guidò per circa 500 metri facendole notare i buchi creati in terra sulla riva e rivestiti con cartone. La puzza fece retrocedere Satoko. Era possibile che questa striscia di terra, distante meno di un chilometro da casa sua, fosse davvero Tokyo? Sconcertata tornò indietro con Fra Zeno. A casa le spiegarono e mostrarono con tanti articoli di giornali come migliaia di vittime della guerra dimorassero nelle stesse condizioni in altre grandi città del Giappone.

Quella sera stavo a letto senza poter dormire. Fra Zeno, un uomo senza cultura, mi aveva fatto scoprire un aspetto del Giappone, la cui esistenza mi era sconosciuta, invece in migliaia vivevano in quella estrema miseria… Io ero coccolata e circondata di tappeti, stufe a gas, avevo pure un giardino, mentre quello straniero, senza pensare a se stesso, lavorava in un mondo perduto, in una realtà dolorosa. Il mio impegno cristiano mi sembrò all’improvviso come ‘l’hobby indolore di una principessa’. Dal giorno del battesimo avevo pregato intensamente per avere chiarezza, su come e dove avrei potuto servire Dio e gli uomini con tutto il cuore.

Ora ero eccitata e gioivo per la certezza che Fra Zeno, come un angelo di Dio, mi aveva indicato la mia vocazione”.

Diventare poveri per rendere gli altri ricchi

Pochi giorni prima della vigilia di Natale, Fra Zeno pregò la sua nuova “amica spirituale” di organizzare la festa di Natale per i bambini della “città delle formiche”. Lei fu d’accordo e con questo suo “sì”, per la prima volta, entrò consapevolmente nel mondo degli straccivendoli, prima a lei sconosciuto. Presto la “città delle formiche” divenne il posto che le stava più a cuore e la visita giornaliera in quel luogo scandì il ritmo della sua giornata.

Fu certamente opera dello Spirito Santo il fatto che questa giovane dell’alta società considerò sua particolare vocazione occuparsi dei più poveri, come aveva fatto la sua protettrice della cresima, la principessa santa Elisabetta di Turingia (1207 – 1231). Alcuni di questi poveri vivevano da cinque anni “alla giornata”. I vicini di casa, senza comprensione, si lamentarono fortemente dei “ladri, degli agenti patogeni e del chiasso”, quando la signorina Satoko portò nella villa paterna la brigata rumorosa dei ragazzi della “città delle formiche”; da loro Satoko veniva amorevolmente chiamata “sensei”, maestra.

I genitori perplessi indicarono alla figlia i pericoli di questa vita insolita, ma la lasciarono libera di agire. Ogni sera mamma Kitahara disinfestava personalmente la figlia nel bagno, disinfettava anche i vestiti e la stanza del pianoforte, usata per i canti e la musica. Satoko scrisse alla sua compagna di studi, Mayumi, dei “suoi bambini”. Anche lei proveniva da una famiglia ricca e si era convertita al cattolicesimo. Mayumi le rispose francamente: Anche io cerco di fare del bene: regolarmente con la macchina accompagno le suore negli ambienti più poveri e lì assisto dei malati. Poi però torno a casa, faccio il bagno e, con il vestito da sera, vado a teatro. Che doloroso contrasto nella mia vita! Che barriera fra noi e i poveri! Come superi questo abisso nella ‘città delle formiche’? Se esiste una ‘medicina’ per superare questa situazione insopportabile, mandamene l’indicazione!”.

Naturalmente anche Satoko conosceva questa contraddizione: la mattina scendere nella povertà e poi la sera tornare a casa, in un mondo sano, con bagno, pasti caldi e riposo davanti al camino. Rispose a Mayumi: “Anch’io mi sento in questo nuovo, strano mondo come una bambina piccola e perplessa, ma mi lascio guidare spiritualmente”.

Attingeva dalla S. Comunione la fiducia in Dio, di questa forza aveva tanto bisogno! I due non-credenti, “responsabili” della “città delle formiche” non erano aperti al suo operato. Il “boss” Ozawa osservava con scetticismo e scontato era il rifiuto di Matsui verso la ricca “straniera”. Un giorno le disse in faccia chiaro e tondo: “Non sopporto i cattolici e i missionari in particolare, questi ipocriti ‘sepolcri imbiancati’. Giovani donne, come te, vengono negli slums e portano con ‘carità cristiana’ e come ‘apostoli di Gesù’ le cose che a loro non servono più o che hanno in abbondanza. Ma voi non avete la minima idea della miseria di quelli che passano qui 365 giorni l’anno. Noi, qui, siamo interessati solo a coloro che restano e spartiscono con noi le sofferenze. Legga 2 Cor 8,9!”.

Quella sera Satoko tornò a casa barcollando per la febbre. Malata di tubercolosi doveva restare a letto e così ebbe tempo di leggere e rileggere il versetto della Lettera di San Paolo: “Voi conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo il quale, da ricco che era, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”. Un non credente l’aveva provocata con la Sacra Scrittura!

Liberamente una di loro

Dopo quattro settimane, il medico le permise di alzarsi e con la Sacra Scrittura scese al fiume Sumida dove Dio le fece comprendere qualcosa di importante: “Finora mi sono sentita una cristiana speciale, solo perché, nel mio tempo libero, mi sono degnata di aiutare alcuni bambini della ‘città delle formiche’. … Dio però, per salvarci, ha mandato il Suo unico Figlio, che è diventato come noi, veramente uno di noi. Questo mi ha colpito profondamente. Allora c’è una sola via per aiutare questi bambini: diventare una straccivendola”.

In quel momento incontrò un ragazzo che, con i suoi genitori, stava lasciando per sempre la “città delle formiche”. Satoko gli diede in dono la sua Bibbia e gli chiese in cambio il suo carro, che poi, quel giorno di settembre del 1951, portò per la prima volta nel centro. “Hai letto la lettera ai Corinzi?”, gli chiese Matsui, un po’ più delicatamente e il “boss” aggiunse con un sorriso: “Che gioia, la nostra signorina è tornata!”. Lei però rispose: “Per favore, non chiamatemi più così. Ora sono una straccivendola come voi!”.

Il giorno dopo nel giardino di casa stava mettendo olio al suo carro, quando il professor Kitahara chiese meravigliato alla figlia ventiduenne cosa stesse facendo. Totalmente calma, ella rispose: “Papà, questo è il mio carro ed io ora sono una straccivendola. Il mio nome di battesimo è Elisabetta. Questa Santa ha fatto molto per i poveri fino a quando si è resa conto che lei stessa doveva diventare povera. Questo l’ho compreso anch’io”.

Nonostante la salute cagionevole, Satoko iniziò con slancio un operoso apostolato come “formica tra le formiche”. Dopo nove mesi, il “boss” non aveva più pregiudizi su di lei e, seguendo il consiglio di Ozawa, tutti i genitori affidarono a Satoko l’educazione dei loro figli. Si stabilì un programma per la giornata e presto, oltre ai bambini, sempre più genitori, compreso il “boss”, iniziarono a partecipare alla preghiera mattutina nella semplice chiesetta di legno, al centro della “città delle formiche”.

L’aveva eretta Matsui, non credente, insieme a molti aiutanti, dopo che si era sparsa nuovamente la voce che il comune avrebbe voluto demolire il centro. Nei mesi successivi Satoko organizzò una casa dove fare il bagno, aiutò i ragazzi per i compiti, per poi, fino a sera tardi, raccogliere cenci, che in seguito venivano differenziati e pesati. Dopo un povero pasto, che a volte mancava del tutto, completamente esausta, solo verso la mezzanotte, Maria Elisabetta tornava dalla sua famiglia a dormire.

Satoko, che a casa aveva personale di servizio, un giorno vide passare i bambini della “città delle formiche” con i cesti vuoti sulle spalle mentre spingevano i loro carri. Disse loro: “Vengo anch’io, voi andate avanti!”. Raccontò poi: “Sinceramente mi mancò il coraggio di spingere un carro con loro. Avevo un debole per i kimono e quel giorno ne indossavo uno particolarmente bello; non me la sentivo di accompagnare i bambini sporchi, vestita così. Perciò imbarazzata e furtiva iniziai da sola a raccogliere rifiuti sulle strade di Tokio. Ad un certo punto mi alzo e, con mia grande sorpresa, incontro lo sguardo del nostro vicino di casa. Che imbarazzo! Oh, come mi sentii misera, rosso vivo in faccia! Ma un attimo dopo mi immersi nella preghiera e nel mio intimo invocai: ‘Maria!’. Subito dopo la giaculatoria mi sentii libera da qualsiasi falso riguardo umano. In poco tempo tornai, presi un carro vuoto e via sulla strada. Mentre camminavo mi venne in mente la risposta di Maria all’Angelo e mi diede una profonda pace: ‘Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto’.” 

A Satoko veniva spesso in mente qualche cosa di interessante per le sue piccole ‘formiche’. Pregava molto per loro e nel gruppo chiassoso entrarono presto anche il sorriso e la gioia. Insegnava ai bambini a vedere, oltre lo sporco e la miseria, la bellezza nascosta del creato e a ringraziare Gesù per questo. Seguendo il motto: ‘Felice è colui che sa dare’, convinse i bambini a far visita agli anziani e ai malati nella ‘città delle formiche’. In estate, tutte le ‘formiche’ collaborarono con entusiasmo ad una raccolta di cenci per fare dei regali ai senzatetto, ai malati di lebbra e ai bambini ancora più poveri di loro.

Maria della città delle formiche”

Satoko, 22 anni, malata di tubercolosi, fu di nuovo costretta a rimanere a letto; soffriva del fatto che, oltre a tenere il rosario in mano, non potesse in nessun altro modo aiutare fisicamente. Le arrivarono però molte lettere con preghiere da tutto il Giappone, perché “Maria della città delle formiche” era ormai molto conosciuta. Matsui le fece visita e le consegnò una lettera di Hiroichi Horiike, un prigioniero giapponese che, nelle Filippine, era stato ingiustamente condannato a morte. In prigione aveva trovato la fede, ma era preoccupato per il caos nel Giappone dopo la guerra. Egli aveva scritto a Satoko: “Quando ho letto del tuo lavoro nella ‘città delle formiche’, ho trovato pace nel mio cuore. Tutti i giorni sei nelle mie preghiere e, guardando te, mi convinco che vale la pena perdere la vita per il Giappone”.

Satoko pregò Matsui di aiutarla a chiedere al presidente delle Filippine la grazia per quell’uomo e scrisse: “Volentieri sarei pronta ad andare dai vostri orfani e vedove di guerra per lavorare per loro e servirli”.

Satoko fece anche pregare i “suoi” bambini per questo scopo e … Hiroichi venne liberato. Matsui, più tardi, scrisse: “Questo avvenimento segnò una svolta nella mia vita. Avevo pensato che il cristianesimo fosse solo scialbo, pieno di cerimonie, musica d’organo e inni sentimentali. Invece vedevo che la fede di Satoko era così forte da renderla pronta ad andare dai poveri in un paese straniero”. “Quanto ingiusto è stato il mio giudizio su lei e sulla sua fede!”.

Nello stesso tempo il “boss” gli disse: “Tramite Satoko ho conosciuto Cristo e la sua potente religione, perciò chiederò il battesimo al sacerdote”. Così Matsui, il “boss” e le famiglie della “città delle formiche” iniziarono a frequentare la S. Messa tutte le domeniche e anche il catechismo. Anche se nessuno della sua famiglia era con lei, Satoko fu colma di immensa gioia, quando, il 20 ottobre 1952, proprio lo stesso giorno del suo battesimo, i suoi figli spirituali divennero cristiani.

Come nomi di battesimo, Matsui scelse “Giuseppe” e il “boss” quello di “Zeno”. Espressero grati il desiderio di avere per sempre Satoko con loro nella “città delle formiche”. La ragazza gravemente malata, senza dire una parola, baciò la croce del suo rosario e si allontanò.

Visse ancora per sei anni e aiutò nella “città” occupandosi dei “suoi” bambini. Nel gennaio del 1957 si decise di bruciare definitivamente il centro e Satoko supplicò con fervore: “Madre di Dio, senza lamentarmi sarò pronta… Ho dato al Signore tutto ciò che avevo. Che grazia preziosa sarebbe ora per me quella di offrirmi completamente”.

Come per miracolo, il 22 gennaio 1958, fu concesso un terreno per la “città delle formiche”. Solo un giorno dopo Satoko moriva a 28 anni con le parole: “Dio ci ha donato tutto quello che abbiamo chiesto”. Gesù accettò il sacrificio della sua vita per la salvezza della “città delle formiche”. I funerali di Satoko furono presieduti dall’arcivescovo di Tokyo, con grande partecipazione della popolazione; subito sacerdoti di diversi ordini, fedeli e non credenti iniziarono a chiedere la sua intercessione. Il processo di beatificazione della Serva di Dio è avviato.

Proclamata venerabile da Papa Francesco il 22 gennaio 2015

https://ja.wikipedia.org/wiki/%E5%8C%97%E5%8E%9F%E6%80%9C%E5%AD%90

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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SE NON DIVENTERETE COME GUFI…Angelo Nocent

Oggi 21 ottobre 2017, prima di pranzo e con un sole tiepido, il gufo, qui, al mio paese, è passato di porta in porta per lasciare il periodico della Parrocchia, felice perché una buona volta si parla anche di lui.

Del gufo ho un bel ricordo perché, ogni anno, fino a tre anni fa, veniva d’estate a posarsi su un ramo di un albero di fronte alla mia casa e lì se ne stava incantato a godersi il sole in faccia. Ed io, a guardare lui. Poi un giorno l’albero è stato tagliato e così non s’è più fatto vedere.

Non so come la gente l’avrà accolto, certamente con gli occhi sgranati…

E’ passato anche da casa mia e, con somma commozione, sfogliando UN POPOLO IN CAMMINO, ho trovato e subito letto la storia di Giulia Gabrieli, un’adolesente quattordicenne, CRESIMANDA che, neanche a farlo apposta, veniva a confermare che anche lei, con i suoi occhioni dolci, riusciva a vedeva nel buio pesto della malattia…

Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio».

 

SE NON DIVENTERETE COME GUFI... – Angelo Nocent

Chi più chi meno, ci si rende conto che qui sulla terra, non solo siamo pellegrini, ma pellegrini nella notte. E, pur con le gambe buone, se dentro c’è buio pesto, la tentazione della resa è forte.

Per tanti l’esistenza scorre nell’ombra della notte. La fede ci illumina, come una fiamma che squarcia il buio, ma nemmeno la fede, se non è adesione completa al Signore Gesù, può mutare la notte in giorno. La Parola e l’Eucarestia sono per noi pane di vita in cui è nascosta la ragione della nostra fede. Ricevendo quel nutrimento, la alimentiamo. Ma è pur sempre un camminare sotto un cielo coperto, nell’attesa di vedere il Suo Volto. S. Tommaso d’Aquino: “Sulla croce era nascosta la sola divinità, / ma qui (Eucaristia] è celata anche l’umanità”.

Chi avrebbe potuto mai immaginare che Madre Teresa di Calcutta, incrollabile esempio di fede e dedizione a Dio e al prossimo, abbia in realtà passato la maggior parte del suo tempo in terra in quella che lei definisce la notte oscura”? Ma è successo e lo abbiamo saputo solo dopo la sua morte.

Nel 1955 scriveva: “Dentro di me è tutto gelido. È soltanto la fede cieca che mi trasporta, perché in verità tutto è oscurità per me”.

Nel 1956:A volte l’agonia della desolazione è così grande e nel contempo il vivo desiderio dell’Assente è così profondo, che l’unica preghiera che riesco ancora a recitare è Sacro Cuore di Gesù, confido in te”.

Nel 1957: “Voglio sorridere perfino a Gesù, così da nascondere, se possibile, il dolore e l’oscurità della mia anima anche a Lui”.

Nel 1958: “Il desiderio vivo di Dio è terribilmente doloroso e tuttavia l’oscurità sta diventando sempre più grande. Quale contraddizione vi è nella mia anima!”.

Nel 1962:Ogni volta in cui volevo dire la verità – e cioè che io non ho fede – le parole proprio non uscivano, la mia bocca restava serrata e continuavo a sorridere a Dio e a tutti”. Non una crisi passeggera la sua ma una condizione perenne di oscurità che le permise di comprendere un infinitesimo del dolore, non solo fisico, patito da Gesù qui in terra.

Nel 1962 trovava la forza di scriveva alle sorelle: Credi in Lui, abbi fede in Lui con cieca e assoluta fiducia perché Lui è Gesù. Credi che Gesù, e soltanto Lui, è la vita; e che la santità non è altro se non lo stesso Gesù che vive intimamente in te”.

Ma c’è una donna forte che sa stare ritta ai piedi della croce, che non ha bisogno di vedere per credere, che resiste, persevera nella fede, anche quando sembra tutto finito, tutto perduto, donna che attende, che sa vedere oltre il buio, che sa vedere l’alba dentro un tramonto: è la SANTA MARIA DEL SABATO SANTO. Come fa? Ho carpito il segreto: è solo questione di occhi. Del resto, è scritto nel Vangelo di Matteo: ”«In verità vi dico: se non diventerete come i gufi, non entrerete nel regno dei cieli.” (18,1-5).

No, non è una bufala ma semplicemente l’evocazione del detto di Gesù che parla di bambini. E ora vi dico da dove salta fuori questa storia del gufo: “Mi trovavo un giorno – scrive Louis Albert Lassus – in un celebre monastero benedettino. Ebbi l’incredibile audacia di dire, di fronte alla comunità riunita (un ‘impressionante e dignitosa massa nera):Miei padri, se non diventerete come gufi non entrerete nel Regno ... “. Ci fu un momento di silenzioso stupore. Poi vidi i volti di quei cercatori di Dio ridere come stelle in inverno. Sapevano che avevo ragione. Non sono mai più tornato in quel monastero: a cosa servirebbe? Non ho più niente da dire dal momento che tutti hanno capito che il cammino era chiaramente quello: diventare uomini dagli occhi immensi”.

Avete in mente il Cap. 2 del libro della Genesi che racconta la creazione di Eva? Dio fa scendere un torpore sopra Adamo. Adamo non vede la nascita di Eva dalla sua costola. Adamo non vede Dio all’opera. Mentre Dio agisce, Adamo dorme.

Per riportarci a noi, potremmo dire che le realtà più importanti della vita nascono nel nascondimento. Noi non vediamo Dio all’opera. Anzi, l’impressione è che sia proprio assente. Ma nella Scrittura lo troviamo essenziale: momento notturno è la Pasqua. Questo passaggio decisivo avviene in una notte, la notte dell’abbandono, del silenzio, dell’eclissi di Dio.

Lo Spirito del Signore oggi è qui a dirci di non temere la notte perché è luogo privilegiato in cui Dio agisce. Forse chi la sta vivendo e la sente fin nelle viscere, scuote il capo: “Si, sì, ci credo ma non ci spero”. Perché l’inclinazione a disperare, questa è la grande tentazione. E la speranza non non è ottimismo, né ci nasconde la tragicità della vita. Epperò, continuare a credere, nonostante tutto, è anche l’ambito più vero in cui si può incontrare Dio stesso. Nella notte della crisi, quella che sembra non avere fine perché non si riesce a venirne a capo, proprio in questa nostra notte tenebrosa il Signore si fa trovare sorprendentemente vicino. E’ parola di santi.

Ma, per vedere nella notte, occorre avere “occhi di gufo“. Lo dicevo a un mio amico: “Sai come sono? Non occhietti stretti, assonnati, cisposi, semichiusi…ma grandi, spalancati...Vedi, Dio ha fatto ai gufi e alle civette occhi così enormi perché vedano nella notte”. E gli suggerivo un passa-parola: “Agli amici che incontrerai dì loro che per scrutare le tenebre del momento che si va attraversando, bisogna avere occhi smisurati, gli occhi di Dio stesso. Sai Luigi, se vediamo la realtà con i Suoi occhi, qui succede il miracolo: la notte diventa luce. E scatta lo stupore pasquale, la meraviglia che il celebrante canta nel preconio: “O Notte veramente beata…O colpa felice!”. Capisci? La Chiesa, che è madre, arriva a definire “beata” la colpa di Adamo, perché essa portò agli uomini Gesù Redentore. E se qualcuno ti chiederà dove hai letto la storia del gufo, rispondi che l’hai trovata nel Vangelo. Perché i “bambini” di cui parla, hanno occhi di gufo: semplicemente vedono tutto e su tutto riflettono, ragionano, chiedono spiegazione, s’informano, tormentano, rompono, vogliono sapere…Proprio come ci vuole il Maestro: uomini dagli occhi immensi.

Di’ loro, inoltre, di non sperare soltanto in qualcosa ma in Qualcuno: occhi nuovi, cuore nuovo, vita nuova, passione, rischio, lucidità, pizzico di follia…”

Penso agli occhi di gufo del Card. Martini: ”Mi sono riappacificato con l’idea di morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre un’uscita di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”.

Occhio, Luigi! “Se non diventerete come gufi...” non è una barzelletta ma parola di Dio. Credimi, nel momento del buio, nelle notti della fede, nei suoi silenzi, nelle apparenti sconfitte, nell’esperienza dell’abbandono, non ci resta che fidarci fino in fondo del suo disegno.”

Recentemente in paese circolava un volantino: POVERI DI TUTTO MA RICCHI DI LUI”- TU è il nome di Dio che trasforma le nostre tenebre in luce: IO SONO TU CHE MI FAI.

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CHI SONO I SANTI? – Angelo Nocent

Nell’odierna liturgia domenicale (XIX dopo Pentecoste) così si prega:
Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i sécoli dei sécoli”. 

E’ sott’inteso che la meta è il Paradiso. Epperò mi ha colpito quel spediti d’anima e di corpo“,  perché non mi sento spediti  nè l’una nè l’altro. E m’è venuto in mente il “paradiso in carrozza” di cui parla San Riccardo. A sentir lui che vi è già arrivato – ma quando scriveva alla sorella, missioInaria al Cairo, era ancora qui – parrebbe una passeggiata. E dire che di salute era proprio messo male.

L’autore dell’articolo, don Giacomo Tantardini che di queste cose se ne  intende, parlando di una santa allora sconosciuta, Santa Margherita Maria Alacoque, una donna vissuta nel 1600, vissuta 300 anni fa, questa suora, perché era una suora di un convento di clausura, che agli occhi della gente di allora non aveva nulla di straordinario, dunque, nulla di eccezionale come san Riccardo Pampuri (in comune la grandissima devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù e il corpo fragile e malaticcio), indirettamente tratteggia anche la santità del medico condotto di Morimondo, Dr. Erminio Pampuri,  successivamente discepolo di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) col nome di Fra Riccardo. Naturalmente, in soli trentatre anni, non tutti trascorsi in carrozza: molti studiando, poi al fronte durante la prima guerra, spesso in ginocchio, febbricitante su e giù dal letto, consumato dalla tisi, e sempre, sempre servendo e amando, Dio e la gente, a cominciare dai più poveri.

Chi sono i Santi?

Chiesa di Sant’Orsola – Brescia. L’altare maggiore, prima della riforma liturgica. Qui San Riccardo, nei ritagli di tempo, ha trascorso molte ore in adorazione davanti al tabernacolo.

I santi sono coloro che già qui su questa terra, perché in paradiso tutti sono santi, quindi per grazia di Dio e per la nostra buona volontà andiamo in paradiso, siamo tutti santi, ma i santi sono quelli che già su questa terra hanno incontrato con una semplicità e con una evidenza grande, hanno incontrato il bene della loro vita, hanno incontrato già su questa terra la felicità nella loro vita, hanno incontrato già su questa terra quella cosa grande che l’uomo continuamente ricerca, nel bene e nel male, e l’hanno incontrata come la risposta al desiderio e all’attesa della loro vita.

L’uomo nasce come se nella mente e nel cuore avesse la nostalgia, avesse il desiderio di qualcosa grande che però non riesce normalmente ad intuire che cos’è, non riesce normalmente ad incontrare e ad abbracciare; ecco, i santi sono coloro che già su questa terra hanno incontrato questo bene.

E’ come se l’uomo avesse perduto un grande tesoro che non riesce a trovare, ma tutta la vita è la ricerca di questo grande tesoro che non sa bene che cos’è, che non sa bene dove l’ha perduto. Tutta la vita è la ricerca di questo grande tesoro per poter essere contenti. Finché uno non lo incontra non può essere veramente contento.

I santi sono coloro che l’hanno trovato qui su questa terra, perché, vedete, l’uomo dopo un po’ per forza si accontenta di beni più piccoli perché il peccato è che l’uomo si accontenta di un bene che non è vero fino in fondo, che non è adeguato all’ampiezza del suo cuore. I santi sono coloro invece che questo bene vero, che questo bene grande, che questo tesoro unico, perché l’uomo vive alla ricerca di questo tesoro, nel bene e nel male, pregando o bestemmiando, amando con verità o “violentando” una persona.

Don Giacomo Tantardini con Papa Francesco

Don Giacomo Tantardini  con Papa Francesco – Che forte somiglianza !

L’uomo qualsiasi cosa fa, la fa per ricercare questa felicità, questo bene che è lontano. C’è un canto che a me piace molto, un canto abruzzese che dice “Luntane, cchiù luntane de li luntane stelle, luce la luce cchiù belle…”, perché è proprio l’espressione di questa ricerca di una luce, di un tesoro, di un bene che l’uomo intuisce che senza quel bene non può vivere….e allora cosa deve fare?

Dopo un po’ è come se fosse costretto ad accontentarsi. I santi sono coloro invece che già su questa terra lo hanno incontrato.

L’unica cosa che vorrei dire a ciascuno di voi è che è possibile per tutti, che non si tratta di essere particolarmente bravi, non si tratta di essere particolarmente buoni,

  • è possibile per noi peccatori incontrare questo bene ed essere felici già su questa terra;
  • è possibile vivere vicino a questo bene, è possibile abbracciare questa felicità,
  • è possibile già su questa terra, i santi mostrano che è possibile, i santi mostrano che si può essere contenti veramente già su questa terra, i santi mostrano che ci si può alzare al mattino non come normalmente ci alziamo noi più o meno annoiati, oppure più o meno preoccupati delle cose che dobbiamo fare, ma ci si può alzare avendo nel cuore quello stupore perché abbiamo ricevuto una grazia grande, abbiamo ricevuto un tesoro grande, perché siamo stati veramente fortunati nella vita.

Ecco, è possibile incontrare questo bene, non è un’isola lontana che non esiste, che l’uomo cerca ma nessuno ha mai visto e che in fondo forse non c’è (per citare una famosa canzone). La felicità è una cosa che si può realmente incontrare, questo tesoro si può realmente scoprire.

Come ho nel cuore il desiderio che questo bene, che questa felicità, che questo tesoro lo possiate incontrare tutti, poi sarà il tempo della vita a renderlo più grande, a renderlo più vicino, a renderlo più vero…perché io 10 o 15 anni fa non avevo la certezza che ho oggi; e non è che 10 anni fa facessi più peccati e adesso ne faccio di meno, non so, questo lo sa il Signore, ma in ogni caso adesso sono più certo che Gesù Cristo è la felicità della mia vita, sono più certo che Gesù Cristo è il bene della mia vita, sono più certo che Gesù Cristo è il tesoro della mia vita.

E allora comincio a soffrire quando tradisco questo bene, comincio a soffrire quando non ricordo questo bene.

Ecco io vorrei proprio comunicare a ciascuno di voi che è possibile questa felicità, che se uno segue Gesù Cristo è possibile questo cuore grande, è possibile incontrare “…ho un amico grande grande…”, è possibile incontrare un’amicizia che non tradisce, anzi che rende vera ogni altra amicizia, perché questo bene rende vero ogni altro bene.

Se non si incontra questo bene che è Gesù Cristo, non si può amare veramente un’altra persona. Questo bene, questo tesoro non esclude altri beni e altri tesori ma anzi li rende veri e li rende “per sempre”. Senza incontrare questo tesoro l’uomo non può amare per sempre e veramente una donna e volerle veramente bene. Questo bene, questo tesoro che è Gesù Cristo non esclude nulla ma rende possibile amare tutto, rende possibile essere contenti di tutto, rende possibile ringraziare di tutto.

Ecco io vorrei veramente che preghiamo il Signore, preghiamo Santa Margherita Maria Alacoque ciascuno per sé e per gli altri, perché così se siamo tutti più contenti, se siamo tutti più certi, se siamo tutti più entusiasti di questo bene grande che è Gesù Cristo è più facile che gli altri se ne accorgano.

Gli altri diventano cristiani solo perché vedono che i cristiani sono più contenti di loro, non c’è nessun altro motivo per diventare cristiani. I vostri figli diventeranno cristiani se vedono che i loro genitori sono contenti di essere cristiani. Non si può diventare cristiani per dovere, non si può diventare cristiani perché bisogna esserlo. Si può diventare cristiani solo se l’essere cristiani rende la vita più bella, più vera e più piena di gioia, altrimenti per quale motivo seguire Gesù Cristo?

Allora chiediamo che questo essere più contenti, che questo essere più veri sia possibile per tutti.

E’ questa cosa che rende l’uomo capace di voler bene; questa è una cosa che man mano che gli anni passano diventa sempre più chiara. Se l’uomo non ha incontrato questo tesoro non ci si può voler bene, dopo un po’ la violenza, l’interesse, l’istintività domina, si diventa ostili l’uno all’altro.

Invece se uno ha incontrato questo tesoro è come se avesse già incontrato tutto nella vita e allora può realmente volere bene, può realmente desiderare che anche l’altro sia contento così.

Chiediamo che queste cose non siano parole ma possano essere, poco o tanto, una realtà, possano essere un’esperienza per ciascuno di noi.

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TERESA NEL CUORE DELLA CHIESA – Angelo Nocent

Così Famiglia Cristiana:
Santa Teresa del Bambin Gesù, la Santa dei paradossi

01/10/2017  La vicenda umana e spirituale di Teresina di Lisieux è una delle più paradossali della storia della Chiesa che la festeggia il 1° ottobre. Morta quasi sconosciuta a 25 anni, nel monastero di Lisieux, da dove non si mosse per tutta la vita, è venerata a livello mondiale. Dottore della Chiesa, patrona delle missioni, protettrice dei malati di Aids e di altre malattie infettive, ha scritto Storia di un’anima, uno dei capolavori della spiritualità di tutti i tempi.

Religiosa, mistica, drammaturga, dottore della Chiesa insieme a Caterina da Siena e Teresa d’Avila, patrona di Francia insieme a Giovanna d’Arco, protettrice dei malati di AIDS, di tubercolosi e di altre malattie infettive, persino patrona delle missioni, lei che scelse la clausura e morì giovanissima di tubercolosi. La vicenda umana e spirituale di santa Teresa di Lisieux, più nota come santa Teresa del Bambin Gesù, è una delle più paradossali della storia della Chiesa che la festeggia il 1° ottobre.

Morta di tubercolosi a 25 anni nel monastero di Lisieux è venerata a livello mondiale. La Basilica della città francese a lei dedicata è il secondo luogo di pellegrinaggio di Francia solo dopo Lourdes. Pio XI, che la canonizza nel 1925, la considerava la “stella del suo pontificato”. Giovanni Paolo II nel 1997 l’ha proclamata Dottore della Chiesa in occahttps://youtu.be/aF5-u6ueTs8sione del centenario della sua morte.

Santa Teresa di GesùBambino urna

A cosa si deve la fama mondiale di santa Teresina, dunque? Sicuramente al fatto che ella ha lasciato le sue memorie, riflessioni, crisi spirituali raccolte nel diari pubblicati dalla sorella Pauline, diventata madre Agnese dopo la sua morte. Storia di un’anima, pubblicata per la prima volta nel 1898, non è solo un testo religioso ma raccoglie poesie, opere teatrali, lettere e preghiere che raccontano l’itinerario spirituale di un’anima eccelsa, a dispetto dell’umiltà e del nascondimento della sua vita terrena.

Entrata nelle carmelitane di Lisieux con il nome di suor Teresa del Bambin Gesù del Volto Santo, scoprì che l’ambiente monastico non solo non era quello che si aspettava ma le era ostile, pieno di brutture, poco spirituale.  E lei in un certo senso riforma, partendo da se stessa, quell’ambiente.

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La teologia della “piccola via”

La novità della sua spiritualità, chiamata anche teologia della “piccola via”, consiste nel ricercare la santità, non nelle grandi azioni, ma negli atti quotidiani anche i più insignificanti, a condizione di compierli per amore di Dio. Dopo la sua morte, la voce di questa carmelitana umile percorre la Francia e il mondo, colpisce gli intellettuali, suscita anche emozioni e tenerezze popolari.

Pio XI raccomanda al vescovo di Bayeux: «Dite e fate dire che si è resa un po’ troppo insipida la spiritualità di Teresa. Com’è maschia e virile, invece! Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui tutta la dottrina predica la rinuncia, è un grand’uomo». Santa Teresina compose anche otto lavori teatrali che mise in scena personalmente nel teatro del Carmelo, curandone personalmente non solo la scenografia ma anche i costumi, talvolta figurando come protagonista. Tali lavori ebbero come nome Récréations Pieuses (Ricreazioni Pie). Tra i temi, episodi evangelici e la vita di Giovanna d’Arco.

La richiesta al Papa di entrare in convento

La quattordicenne Teresa Martin spicca nel pellegrinaggio francese, giunto a Roma a fine 1887 per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Ma, nell’udienza pontificia a tutto il gruppo, sbigottisce i prelati chiedendo direttamente al Papa di poter entrare in monastero subito, prima dei 18 anni.

Cauta è la risposta di Leone XIII; ma dopo quattro mesi Teresa entra nel Carmelo di Lisieux, dove l’hanno preceduta due sue sorelle (e lei non sarà l’ultima). Il Martirologio Romano così la ricorda: «Entrata ancora adolescente nel Carmelo di Lisieux in Francia, divenne per purezza e semplicità di vita maestra di santità in Cristo, insegnando la via dell’infanzia spirituale per giungere alla perfezione cristiana e ponendo ogni mistica sollecitudine al servizio della salvezza delle anime e della crescita della Chiesa. Concluse la sua vita il 30 settembre, all’età di venticinque anni».

Santa Teresa di GesùBambino urna

UNA GRAZIA

http://sanriccardopampuri.altervista.org/chiesa-brescia-dedicata-san-riccardo-pampuri-possibile-angelo-nocent/

 

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