UN UOMO FORTUNATO – Angelo Nocent

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Perché Chiesa del soccorso?

Papa Francesco

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In questo periodo ho assistito al passaggio a miglior vita di uomini illustri e anche di amici.
Gli eventi fanno riflettere e oggi, festa patronale al mio paese (san Nazario e San Celso), ho messo due righe di nero sul bianco, davanti al Crocifisso, per tenermele presenti ogni giorno:

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…Adesso e nell’ora della nostra morte. AMEN

Porto impresso  nelle pupille il  Mare di Kagoshima (sud del Giappone) dove è sbarcato SAN FRANCESCO SAVERIO, primo evangelizzatore, proveniente dalla Cina.
Il Signore mi ha condotto qui e riportato indietro.

Angelo Nocent

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Kagoshima 9  - Chiesa Cattedrale - S.Francesco Saverio

Kagoshima  - Chiesa Cattedrale - S.Francesco Saverio

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FRATEL ARTURO PAOLI E’ MORTO – Angelo Nocent

arturo-paoli-905-675x905Per i suoi cento anni avevo messo insieme questi appunti:

GESU’ MAESTRO DI RELAZIONI

Oggi il titolo che prendo dalla Radio Vaticana è diverso:

Commozione per la morte di Fratel Arturo Paoli, dono per la Chiesa e i poveri


Arturo Paoli 2Un dono straordinario per la Chiesa, in particolare a favore dei più poveri”. Così, l’arcivescovo di Lucca, mons. Italo Castellani, ha voluto definire fratel Arturo Paoli, religioso missionario, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, morto domenica notte, a 102 anni, a San Martino in Vignale. Domani, alle 18, le sue esequie nella cattedrale di Lucca. Il salvataggio di centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui fu riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, l’impegno nell’Azione Cattolica in Italia, l’esperienza missionaria a difesa dei deboli in America Latina, dove conobbe il futuro Papa Francesco, sono alcuni tratti della biografia di questo maestro di spiritualità, ricevuto dal Pontefice nel gennaio 2014 a Santa Marta. Al microfono di Fabio Colagrande, don Luigi Verde, della fraternità di Romena, lo ricorda così:


mons. Italo CastellaniR. – Quello che mi ha sempre colpito di lui era la leggerezza. Diceva che quello che rende bella la vita è il non portare fardelli: “Non ti posso dire – diceva – che la mia vita sia stata buona. E’ stata anche piena di difficoltà… Però queste avversità mi sono sempre servite ad avanzare, a vedere più in là e soprattutto a liberarmi da tutta la mia pesantezza”. Aveva, per così dire, una grandezza basata sulla leggerezza. La capacità di non farsi avvelenare da niente e poi dava un grande valore all’amore di Dio: “Non siamo noi ad amare Dio – diceva fratel Arturo – ma è Dio che ama noi”. Insisteva sul fatto che Dio non si conquista, ma si accoglie. E sulla tenerezza e la misericordia di Dio, che lui riusciva sempre a far emergere, un po’ come sta facendo Papa Francesco.

Lui diceva che noi pensiamo sempre al rapporto con Dio come a qualsiasi altra relazione umana, in cui si costruisce, si fa… In realtà, Dio ha bisogno dell’uomo non tanto per realizzare qualcosa, ma ha bisogno della sua tenerezza, ha bisogno del vuoto dell’uomo, dei limiti dell’uomo, di questa impotenza dell’uomo. Ed è proprio lì che emerge tutta la tenerezza e la misericordia di Dio. E chiaramente, poi, per fratel Arturo era centrale l’attenzione ai poveri. Lui diceva: “Mi convinse a entrare nei Piccoli Fratelli il fatto di stare in mezzo ai poveri”. Era certo che la Chiesa dovesse stare con i poveri e che esistesse solo un cammino alla fine, quello di Gesù, e cioè accorgersi che nella vita le persone hanno bisogno di poche cose: un pezzo di pane, un po’ di affetto, sentirsi a casa da qualche parte. Ultimamente diceva che oggi i poveri sono le prime vittime di un sistema economico disumano e che la giustizia – per lui – esprimeva la necessità di stare dalla loro parte. Era meraviglioso il fatto che non si sentisse troppo vecchio per partecipare: fino a novant’anni partecipava a tutto! E quando era giovane non si sentiva troppo giovane per non guidare, per non dare indicazioni.
D. – Fratel Arturo Paoli nonostante l’età ha continuato a girare l’Italia e a tenere tante conferenze. Abbiamo visto anche la reazione sul web alla notizia della sua morte: tantissimi credenti e non, in tutta Italia, erano legati a lui. Perché, secondo lei?
R. – Secondo me, perché aveva davvero una grande umanità insieme ad una grandissima profondità. Non era veramente soltanto colui che faceva servizio ai poveri o che gridava per i poveri: spingeva i poveri sempre ad una grande responsabilità, ad una grande profondità evangelica. La naturalezza, veramente… Io ricordo un po’ le parole di Papa Giovanni quando diceva: “Ciò che è semplice è naturale e ciò che è naturale racchiude il divino”. Fratel Arturo dava l’idea proprio di essere un uomo molto naturale, molto semplice, a cui piaceva sempre la dimensione della fraternità, una dimensione in cui ogni persona si potesse sentire a casa, potesse sentirsi accolta in qualche modo. Quindi questa umanità, questo sguardo, questo sorriso erano le prime porte per arrivare a Dio.
D. – Come aveva vissuto Fratel Arturo l’elezione di Papa Francesco?
R. – Era davvero molto contento. Contento perché ritrovava in Francesco, in fondo, questa attenzione ai poveri e soprattutto l’attenzione ad andare all’essenza del cristianesimo. Quelle poche parole incisive su cui non si gira intorno: lui diceva che se vuoi capire se una cosa è opera di Dio devi guardare a un fiore che sboccia. Un fiore sboccia non tanto se c’è un recinto intorno o delle strutture rigide come uno steccato che lo difendono, ma nasce con la luce e il calore. Quindi vedeva in in Francesco, negli occhi di quest’uomo – e a me sembra molto simile questa luce degli occhi di Papa Francesco a quella di Fratel Arturo – quella luce e quel calore che possono veramente portare l’uomo a Dio.

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Cero Pasquale

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SILVANO FAUSTI S.J. E IL DISCERNIMENTO – Una guida anche per i GLOBULI ROSSI – Angelo Nocent

SilvanoXSito copiaAlla fine di Marzo, tre mesi prima della sua morte avvenuta lo scorso 24 giugno 2015 dopo mesi di malattia e di lotta serena e piena di fede, abbiamo avuto la fortuna, il privilegio, di incontrare padre Silvano Fausti. Gesuita, biblista di formazione filosofica e teologica, tra le figure più significative del cattolicesimo progressista post-conciliare. Co-fondatore della comunità di Villapizzone, per anni guida spirituale di Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, e suo confessore.

Nel tempo che ci ha dedicato, Silvano Fausti si è confrontato con grande apertura e trasparenza, con noi, sul difficile rapporto tra il percorso della sua comunità e quello della Chiesa, soprattutto negli anni di Giovanni Paolo II. Non si è sottratto a nessuna delle nostre domande sulla vita, la morte, la fede, la sessualità, la Bibbia di cui è stato uno dei grandi esperti e studiosi, con decine di libri tradotti nel mondo. Ci ha raccontato le origini di un percorso ecclesiale, quello di Villapizzone, conosciuto e seguito in tutto il mondo cattolico, e non si è sottratto alle nostre curiosità giornalistiche, spiegandoci come è nata la clamorosa decisione di Benedetto XVI di dimettersi lasciando il posto a Bergoglio, Papa Francesco, strettamente legata, per la verità, alla storia della sua elezione.
In due video, il nostro ultimo incontro con Fausti. Grati di averlo incontrato, al di là della fede di ciascuno di noi, perché di maestri veri, al mondo, se ne incontrano pochi.

Ero filosofo, son diventato cacciatore di frodo nella Bibbia

Silvano FaustiCarlo Maria Martini 85 anniGià guida spirituale del Cardinale Carlo Maria Martini, con i suoi scritti e video registrazioni può essere guida preziosa anche per i GLOBULI ROSSI che si ispirano alla Regola del santo Arcivescovo di MILANO.

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SAN BENEDETTO MONACO E IL LAICO CRISTIANO: tanto da imparare – Angelo Nocent

a:  tanto da San Benedetto abate

PROLOGO DELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO ABATE

Il Prologo definisce i principi della vita religiosa (soprattutto la rinuncia alla propria volontà ed il proprio affidamento a CRISTO e paragona il monastero ad una “scuola” che insegna la scienza della salvezza, cosicché perseverando nel monastero fino alla morte, i discepoli possono “meritare di divenire parte del regno di Cristo”.

  1. Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno,
  2. in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell’obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l’ignavia della disobbedienza.
  3. Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell’obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.
  4. Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere,
  5. affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta.

SAN BENEDETTO ABATE 2 Religiosi o laici, il punto primo del Prologo vale per tutti:Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno,in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell’obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l’ignavia della disobbedienza.” wp-admin4

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 9 aprile 2008
 

San Benedetto da Norcia

Cari fratelli e sorelle, 

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo. 

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”. 

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano:

  • la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro,
  • la tentazione della sensualità
  • e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta.

Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo. 

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione.

Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3).

Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace.

Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12).

Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta. 

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea.

Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

SPIRITUALITA’ LAICALE

San Benedetto abate - AuscultaIn genere, quando si parla di spiritualità, si pensa a una particolare concezione di vita cristiana, ai soliti “cristiani impegnati” ad un “più” a Roma si direbbe “er mejo”, si va allora in cerca di una spiritualità es. Francescana, Benedettina, Domenicana, ecc. ma è qui l’errore, il laico non deve farsi monaco per avere una sua spiritualità, (certo si può ispirare a concezioni collaudate di vita spirituale) ma possibile che non vi sia anche una via – diciamo così – laicale? 

S. Paolo parla spesso di “uomo spirituale”, di vita dello spirito e non si riferiva certo ad istituzioni monastiche. Per Paolo la spiritualità è vivere “secondo lo Spirito” e quanti vengono mossi dallo Spirito di Dio sono Figli di Dio. E altrove – poiché non avete ricevuto uno spirito da schiavi, ma uno spirito da figli adottivi che vi fa esclamare “Abbà,  Padre”.

“Lo stesso Spirito attesta nel nostro spirito che siamo figli di Dio” così appunto in S. Paolo nella lettera ai Romani. Il testo è bello e basta trarne alcune conseguenze come agire in novità di spirito (Rom) Uomo spirituale (Cor). E’ allora evidente per tutti che questa ricchezza di vita indica una presenza e una azione dello Spirito Santo nel nostro modo di vivere.

Infatti:

  • siamo battezzati nello Spirito (Corinzi), 
  • Abbiamo bevuto dello Spirito, rinasciamo nello Spirito (Giovanni),
  • veniamo sigillati nello Spirito (Efesini),
  • Spirito sorgente di vita eterna (Giovanni) abita in noi come in un tempio (Corinzi),
  • Spirito della filiazione adottiva (Galati),
  • protagonista della nostra preghiera e Sorgente della nostra carità (Romani),
  • Spirito di rivelazione (Corinzi),
  • Maestro della verità salvifica (Giovanni),
  • Forza della testimonianza a Cristo (Matteo),
  • conduce i Figli di Dio (Romani) e fortifica l’uomo interiore (Efesini),
  • Dispensatore di carismi nella Chiesa (Corinzi),
  • abbellisce i suoi membri di frutti e di opere perfette (Galati).

La spiritualità (leggi santità…) cristiana è sostanzialmente una, e ciò si deduce chiaramente dal Concilio Vaticano 2° che parla di vocazione alla santità di tutta la Chiesa “nei vari generi di vita e nei vari uffici un’unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adoranti in spirito e verità Dio Padre, seguo no Cristo povero, umile e carico della croce per meritare di essere partecipi alla sua gloria. Ognuno secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità”. Questa è la tua spiritualità, questa è la tua specifica santità, questo è l’augurio che ti facciamo. (sintesi da A. Moretti)

San Benedetto scrive la regola

L’OBLAZIONE BENEDETTINA

Chi sono gli oblati
Cos’è l’oblazione? E chi è un oblato benedettino? Lo ha spiegato in maniera chiara l’Abate Gabriel M. Brasò: “L’oblato è un cristiano desideroso di vivere con convinzione e profondità il Vangelo e che ha scoperto nella Regola di san Benedetto un cammino di luce, che gli facilita la sequela di Cristo e lo stimola a servire Dio e i fratelli con un amore più puro e generoso nel proprio stato di vita…”.
Questo significa che l’oblato può essere uomo o donna, laico o sacerdote, può essere sposato o no. L’oblazione benedettina è un cammino che supporta, che aiuta a vivere la propria vocazione particolare.
Gli oblati benedettini non sono una confraternita, un terz’ordine, un movimento, ma laici sempre più consapevoli della loro consacrazione battesimale che desiderano condividere la spiritualità della Regola di san Benedetto aggregandosi a un determinato monastero.
É il battesimo, infatti, l’autentica oblazione cristiana, nella quale l’uomo viene ricreato in Cristo, modello e misura di ogni oblazione, ossia di ogni vita “offerta” a Dio e ai fratelli.
L’oblato benedettino è chiamato a portare nella Chiesa e nella realtà in cui vive e opera il contributo del carisma benedettino: centralità di Cristo, ascolto della Parola di Dio meditata e vissuta, partecipazione intensa alla liturgia, profonda vita spirituale, carità operosa.
“L’oblazione – recitano gli Statuti – è l’atto liturgico-spirituale riconosciuto dalla Chiesa, con il quale l’aspirante oblato, dopo un congruo periodo di formazione, fa l’offerta di se stesso a Dio vincolandosi a una comunità benedettina determinata”.
Cosa si richiede
Sono tre le disposizioni richieste per diventare oblati:

  • – il desiderio sincero di crescere nella vita spirituale, di tendere progressivamente alla conformazione a Cristo, di ritornare a Dio, di cercare veramente Dio, come afferma san Benedetto: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del tuo Maestro, apri docile il tuo cuore, accogli volentieri i consigli del tuo padre buono e impegnati con vigore a metterli in pratica. Attraverso la fatica laboriosa dell’obbedienza, potrai così ritornare a Colui dal quale ti eri allontanato cedendo alla pigrizia della disobbedienza (Regola, Prologo).
  • – amore per san Benedetto e conoscenza della sua Regola, perché i suoi tratti essenziali devono orientare il cammino spirituale dell’oblato. Per questo, l’oblazione benedettina non è compatibile con l’appartenenza a movimenti o a Terzi Ordini, che seguono altre tradizioni spirituali.
  • – appartenenza ad una determinata Abbazia o Monastero. Caratteristica della vita benedettina è la stabilità, per cui i monaci promettono di vivere fino alla morte nello stesso monastero in cui hanno emesso la professione. Così gli oblati si offrono a Dio in un determinato monastero, che considerano come una seconda famiglia, in modo da sentirne l’influsso vitale, partecipando alla preghiera, alle iniziative e, secondo le possibilità, mettendo a disposizione le proprie competenze e il proprio tempo.

Per l’oblato di un monastero di Benedettine dell’adorazione perpetua è evidente che deve essere condiviso e testimoniato un particolare amore per l’Eucaristia, attraverso la partecipazione sempre più frequente e consapevole alla celebrazione eucaristica e trascorrendo, secondo le proprie possibilità, tempi di adorazione eucaristica.
Attraverso l’oblazione, l’oblato si inserisce nella famiglia monastica con vincoli di intima fraternità e di vicendevole collaborazione.

Così recitano gli Statuti, al n. 7:
Gli oblati riconoscono nella comunità monastica il punto di riferimento primario del proprio cammino spirituale, e la comunità riconosce negli oblati una espansione articolata del proprio carisma, in un rapporto di reciprocità e di complementarietà”.

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ENRIQUE SHAW – ENRICO L’IMPRENDITORE SANTO (1921 – 1962) – Angelo Nocent

enrique_shaw (1)“DOBBIAMO CREARE LAVORO…Più efficiente sarà il nostro lavoro, maggiori risorse elargirà la Provvidenza  da distribuire tra i poveri e i bisognosi”

1-1-enrico-shawUn imprenditore cristiano argentino (foto), Enrique Shaw (1921-1962) il cui processo di beatificazione è stato annunciato durante un’intervista ad un Media del Sud America dallo stesso papa Francesco. Se beatificato, Shaw sarebbe il primo imprenditore a salire sugli altari.

ENRICO SHAW

Nasce in seno a una famiglia facoltosa: suo padre è titolare di una Banca e sua madre appartiene a una famiglia di imprenditori. Nel 1925 muore quest’ultima e suo marito esaudisce il suo ultimo desiderio: occuparsi seriamente dell’educazione cristiana di loro due figli. Eccellente alunno dei Fratelli delle Scuole cristiane a Buenos Aires, entra nell’Accademia navale, dove si rivela uno straordinario testimone della fede fino a diventare, già ufficiale, catechista dei marinari.

ENRIQUE  SHAWSposa nel 1943 Cecilia Bunge, creando una vera famiglia cristiana allietata dalla nascita di 9 figli, di cui uno sarà sacerdote. Nel 1945 sente la chiamata all’evangelizzazione degli operai, quindi decide di entrare a lavorare in fabbrica. Poco prima di compiere questo passo, un sacerdote amico lo convince a impegnarsi in questo apostolato nel proprio ambito familiare: l’imprenditoria, perciò, accetta l’incarico di direttore dell’azienda di famiglia, esercitando le virtù cristiane e facendo della dottrina sociale della Chiesa una regola di vita.

ENRICO SHAW

In questo periodo aderisce all’Azione Cattolica, diventando responsabile nazionale fino a essere eletto presidente degli Uomini dell’Azione Cattolica Argentina, nel 1961. Insieme ad altri imprenditori, si impegna come segretario, nell’organizzazione degli aiuti umanitari per l’Europa del dopoguerra che promuove l’Episcopato argentino nel 1946 in risposta all’appello di Pio XII. Da questa esperienza, e con l’incoraggiamento di monsignor Cardjin, fonda l’Associazione Cristiana degli imprenditori (ACDE) nel 1952, e promuove in America Latina la UNIAPAC (il movimento mondiale degli imprenditori cristiani).

Si ammala di un tumore nel 1957, ma la sua attività apostolica continua intensa: congressi, conferenze, pubblicazioni e altri scritti ancora inediti, di una spiccata spiritualità laicale stilati in quegli anni. Durante gli anni di malattia, trova il tempo anche per diventare tesoriere nel primo consiglio di amministrazione della Pontificia Università Cattolica argentina e per partecipare alla fondazione del “Serra Club”.

Enrique_Shaw 3Quando, nel luglio 1962, con l’aggravarsi della malattia, è necessaria una trasfusione di sangue, circa 200 operai spontaneamente si presentano in ospedale per donarlo. Da quel momento, è solito dire che nelle sue vene scorre molto sangue operaio. Come segno della sua devozione mariana, prima della morte, si reca pellegrino a Lourdes e lì prega per i familiari e gli amici.

Una delle predilezioni di Enrico è stata quella di mettere per iscritto, in piccoli taccuini, quaderni e fogli sciolti, molti dei suoi pensieri, delle sue riflessioni, conversazioni con se stesso, con Dio e con gli altri.

Enrique-Shaw-parque-fabrica 1Una Messa nel parco della fabbrica

Alcune itazioni su temi quali il ruolo del leader, la famiglia, la santità che molto lo interessavano.

“La vita attiva ci offre, se vogliamo, una meravigliosa opportunità di vedere noi stessi, di rilevare i nostri punti di forza e di debolezza. Senza il lavoro esteriore sarebbe molto difficile conoscerci, perché in ognuno di noi c’è tanto male nascosto e celato sotto un’ apparentemente calma esteriore. Osservare il nostro modo di svolgere il proprio avoro può essere un magnifico metodo di esame di coscienza; è uno specchio che restituirà fedelmente lo spirito che in realtà ci domina. La vita attiva così analizzata comprova se sono superficiali o profonde le qualità acquisite, e mette in risalto le nostre deficienze interiori”.

“E se il dirigente d’impresa è cristiano e conosce il progetto di Dio per l’umanità, si presumme da lui una maggiore perspicacia, più comprensione e una leadership sicura e ottimista. Apparteniamo a una fede che crede nel peccato, ma anche nella Redenzione, in una riparazione sovrabbondante. Ma siamo davvero convinti che la Redenzione è un evento in cui siamo tutti associati e che dobbiamo estendere? Abbiamo la convinzione che siamo incaricati di rendere il più possibile migliore il mondo?».

“Bisogna cristianizzare la classe padronale Argentina. E’ essenziale per migliorare la vita sociale all’interno dell’impresa. Conta molto che il dirigente (il business manager) sia disponibile. La fabbrica deve essere umanizzata. Per giudicare un lavoratore lo devi amare”.

“Più che mai in tempi moderni, e nonostante le difficoltà, un imprenditore ha il dovere, come intellettuale e dirigente di portare un messaggio e la luce della fede allo sviluppo dello spirito, di sforzarsi di assecondare, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, la ricerca delle soluzioni più adatte alle realtà sempre mutevoli.”

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Una de las aficiones de Enrique fue poner por escrito, en pequeñas libretas, cuadernos y papeles sueltos, muchos de sus pensamientos, sus reflexiones, conversaciones con él mismo, con Dios y con los demás. Aquí les presentamos algunas citas sobre aquellos temas -como el rol del dirigente, la familia, la santidad- que tanto le interesaban. “La vida activa nos ofrece, si queremos, una magnífica oportunidad de vernos a nosotros mismos, de sorprender nuestras cualidades y defectos. Sin el trabajo exterior resultaría muy difícil conocernos, ya que hay en cada uno de nosotros mucho mal escondido y disimulado bajo un exterior aparentemente calmo. La observación de la manera de cumplir con nuestro trabajo puede ser un magnifico método de examen de conciencia; es un espejo que nos devolverá la imagen fiel del espíritu que en realidad nos domina. La vida activa así analizada comprueba si son superficiales o profundas las virtudes adquiridas, y hace resaltar nuestras deficiencias internas”. “Y si el dirigente de empresa es cristiano y está en posesión del programa de Dios para la humanidad, se espera de él una mayor perspicacia, mayor comprensión y un liderazgo seguro y optimista. Somos de una doctrina que cree en el pecado, pero también en la Redención, en una sobreabundante reparación. Pero ¿estamos realmente persuadidos de que la Redención es un acontecimiento en el cual todos nos encontramos asociados y al que debemos prolongar? ¿Tenemos la convicción de que estamos encargados de hacer mejor al mundo y de que podemos hacerlo?”. “Hay que cristianizar a la clase patronal argentina. Es indispensable mejorar la convivencia social dentro de la empresa. Importa mucho que el dirigente de empresa sea accesible. Hay que humanizar la fábrica. Para juzgar a un obrero hay que amarlo”. “Más que nunca en los tiempos actuales, y a pesar de las dificultades, tienen el deber los Dirigentes de Empresa, como intelectuales y dirigentes, de aportar un mensaje y la luz de la fe al desarrollo de los espíritus, de esforzarse por secundar, a la luz de los principios sociales cristianos, la búsqueda de las soluciones adaptadas a las realidades siempre mudables.” Oh Dios, tu siervo Enrique nos dio un alegre ejemplo de vida cristiana a través de su quehacer cotidiano en la familia, el trabajo, la empresa y la sociedad. Ayúdame a seguir sus pasos con una profunda vida de unión contigo y de apostolado cristiano. Dígnate glorificarlo y concédeme por su intercesión el favor que te pido… Por Jesucristo Nuestro Señor. Amén.

(Padrenuestro, Avemaría, Gloria). Con aprobación eclesiástica: Arzobispado de Buenos Aires, 14 de julio de 1999. Oh Dio, il tuo servo Enrique ci ha dato un lieto esempio di vita cristiana attraverso le sue attività quotidiane in famiglia, sul lavoro,nell’Impresa e nella società. Aiutami a seguire le sue orme con una profonda vita di unione con Te e di apostolato cristiano. Degnati di glorificarlo e per sua intercessione concedimi la grazia che chiedo … Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen. (Padre nostro, Ave Maria, Gloria).

Con l’approvazione ecclesiastica: l’arcivescovo di Buenos Aires, 14 lug 1999.

http://www.enriqueshaw.com.ar/enrique-shaw-video-siervo-de-dios.html

1-Enrico  SHAW

CIERRE DE LA CAUSA DE CANONIZACIÓN DE ENRIQUE SHAW

Monseñor Mario Poli, Arzobispo de Buenos Aires, presidió la Ceremonia de cierre de la etapa diocesana que será enviada a la Congregación para las Causas de los Santos en Roma.

El pasado jueves 19 de septiembre se llevó a cabo la Ceremonia de clausura de la fase diocesana de la Causa de Canonización de Enrique E. Shaw, fundador y primer presidente de la Asociación Cristiana de Dirigentes de Empresa (ACDE). El acto tuvo lugar en el Auditorio San Agustín de la Universidad Católica Argentina (UCA).

El Arzobispo de Buenos Aires, Monseñor Mario Aurelio Poli, presidió la ceremonia de finalización de la etapa de investigación y recolección de testimonios en Buenos Aires, la diocesis de origen. La misma contó con la presencia de Mons. Santiago Olivera, Obispo de Cruz del Eje y Presidente de la Comisión Episcopal para la Causa de los Santos, el Nuncio Apostólico Mons. Emil Paul Shering, Víctor Fernández, Rector de la UCA, P. Mariano Fazio, Vicario del Opus Dei, y autoridades de ACDE y de Acción Católica Argentina, además de varios miembros de diversas generaciones de la familia de Enrique Shaw.

Los más de 13.000 folios de documentación reunida fueron sellados y lacrados en cajas que viajarán a Roma a cargo de Fernán de Elizalde, vice procurador de la Causa, como el portador de los documentos para ingresar en el ámbito de la Congregación para la Causa de los Santos.

Monseñor Poli definió a Enrique Shaw como “un hijo de la Iglesia y testigo de la Fe” con una “amplia cultura humanística” que vivió de manera intensa sus 41 años de vida, siendo “ejemplo de amor a Dios y al prójimo” como laico, empresario responsable y padre de una familia numerosa. Recordó a Shaw como “un laico comprometido en numerosos servicios de la Iglesia en su época” y fue quien encaró “la Doctrina Social de la Iglesia como inspiración en su quehacer empresarial”. Rememorando las intenciones de Enrique Shaw hacia la Virgen de Luján, Poli imploró: “Ponemos su Causa en sus manos y bajo su manto”.

Enrique Shaw, promovió e impulsó el crecimiento humano de sus trabajadores inspirándose en la Doctrina Social de la Iglesia, como parte de su apostolado empresarial. Su pensamiento humanista cristiano, con un profundo sentido social aplicado a la conducta de los empresarios, ha sido un verdadero anticipo de los principios desarrollados más tarde en el Concilio Vaticano II.

Enrique E. Shaw fue el fundador de ACDE y su primer presidente y miembro activo de la Acción Católica Argentina. Su vida ejemplificadora, llevó a que en 1997 comenzara el proceso de canonización que se abrió formalmente en 2005. De lograrlo, Shaw sería el primer empresario en ser declarado Santo.

El Dr. Juan Navarro Floria, procurador de la Causa, enfatizó que el proceso de canonización de Enrique E. Shaw en Buenos Aires se inició con el entonces Cardenal Bergoglio, quien será también el encargado de recibir la Causa en Roma, ahora como Papa Francisco. Navarro Floria habló de Shaw como padre y laico: “Su familia fue lo más importante de su obra, mostró que la Santidad es posible siendo laico” y agregó que “vivió de modo heroico las virtudes cotidianas”. Por último, le hizo un pedido al empresario Shaw: “Que nos conceda signos visibles de esa Santidad”.

Mirá la cobertura del evento que realizó Canal 21 (Arzobispado de Buenos Aires)

Galería de Fotos del evento (En caso de no poder visualizarla, haga click aquí).

Reviva las emotivas palabras del Dr. Juan Navarro Floria, procurador de la Causa, haciendo click aquí.

Para acceder a la Homilía del Monseñor Mario A. Poli, haga click aquí.

Lea las principales repercusiones en los medios de Enrique Shaw (en caso de no visualizar las repercusiones, acceda haciendo click aquí).

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DON SALVATORE MELLONE E’ MORTO

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Barletta, addio don Salvatore Mellone: ordinato sacerdote sul letto di morte

A 38 anni si è spento per un cancro incurabile; la sua storia commosse l’Italia. Il Papa gli telefonò: “La prima benedizione la impartirai a me”

20:43 – Coronò il sogno di ricevere i paramenti sacerdotali due mesi fa quando ormai, per lui, non c’era più niente da fare. Don Salvatore Mellone, malato terminale di cancro, si è spento questo pomeriggio a Barletta. La sua storia commosse l’Italia e divenne nota per la telefonata ricevuta da Papa Francesco: “La prima benedizione che darai da sacerdote – gli disse il Pontefice – la impartirai a me”.

Barletta, addio don Salvatore Mellone:ordinato sacerdote sul letto di morte
Don Salvatore fu ordinato dopo soli quattro anni di seminario, due in meno rispetto a quanti se richiesti abitualmente. L’eccezione è prevista in casi analoghi di malattie terminali, ma a suscitare sorpresa fu proprio il colloquio con Francesco. Al Pontefice furono quindi rivolte le prime parole del neo sacerdote: “Scenda sul Papa la benedizione di Dio onnipotente”.

Pur stremato dalla malattia, don Salvatore ha continuato in questi mesi a celebrare l’eucarestia all’interno della sua casa, alla presenza di poche persone. “Cristo mi dice vai e porta conforto a tutti”, ripeteva più volte.

I funerali saranno celebrati nella parrocchia del “Santissimo Crocifisso” martedì alle 16,30. A presiedere la cerimonia sarà l’arcivescovo Giovanni Battista Pichierri, lo stesso che il 16 aprile scorso esaudì il desiderio di don Salvatore di dedicare tutta la sua vita alla Chiesa.

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CARLO MARIA MARTINI – GRAN GIORNO, IMMENSO GAUDIO: I FIGLI SI RALLEGRINO – Angelo Nocent

Carlo Maria Martini in raccoglimento

Il progetto archivio Carlo Maria Martini – un work in progress pluriennale – si propone di raccogliere e mettere a disposizione testi, immagini, audio e video di e su Martini, sia quelli che si trovano fisicamente in Fondazione, sia quelli che saranno acquisiti in formato digitale da altri archivi, nel rispetto dei contesti istituzionali di produzione e delle provenienze.

Tra i video saranno pubblicate oltre 80 interviste, appositamente realizzate, a illustri personalità della cultura, della comunità ecclesiale, delle istituzioni, della società civile, di amici e collaboratori, che hanno condiviso con Martini un tratto di strada. In occasione della presentazione del progetto pubblichiamo un trailer delle interviste a Silvano Fausti, Ferruccio De Bortoli, Umberto Eco, Enzo Bianchi, Gustavo Zagrebelsky, Renato Corti, Maris Martini, Paolo Cortesi, Franco Agnesi, Maria Cristina Bartolomei, che raccontano il loro Martini inedito.

  1. 1-Martini Carlo Maria e Micheli dr. PierluigiCarlo Maria Martini s’intrattiene affabilmente con il Dr. Pierluigi Micheli

ASCOLTARE LA STORIA

Ca' Granda - MilanoLA CA’ GRANDA – L’edificio viene costruito dal Filerete per volontà di Francesco Sforza, desideroso di dotare Milano di un ospedale. La prima pietra è posta nel 1456 ma l’edificio viene completato nei secoli seguenti. Nell’Ottocento raggiunge i 2500 posti, ponendosi fra le più importanti strutture ospedaliere d’Europa. Otto cortili minori si raggruppano intorno al cortile maggiore; il portone centrale è opera del Richini. Dopo il 1938 gli edifici vengono assegnati alla nuova Università, ma tornano ad essere funzionanti solo dopo il restauro degli anni Cinquanta.

Micheli Pierluigi con in Card. Martni - Card. Saldarini 06Il Dr. Micheli Tra Il Card. Martini e il Car. SaldariniGlobuli Rossi Company - n

La-mia-regola-di-vita

1-Globuli Rossi Vompany

1-Spirito Santo 02

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