“VADO A LAMPEDUSA…” – Angelo Nocent

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Crocifisso e AddolorataDavanti al fenomeno “LAMPEDUSA & DINTORNI“, con l’amarezza per quanto va accadendo ogni giorno, sentiamo il peso della nostra IMPOTENZA.

Fare la VIA CRUCIS, sarebbe il modo migliore per rendersi conto della sofferenza di questi FRATELLI condannati a morte.

La sofferenza qui si esprime nelle sue più svariate forme: da quelle fisiche e materiali a quelle spirituali e morali, a quelle per la mancanza di lavoro o per la sua precarietà, per i diritti negati, per la necessità di migrare a causa di guerre, carestie, discriminazioni. Sono tutte sofferenze che Gesù ha assunto con la sua croce. 

Propongo alcuni spunti di preghiera e riflessione, il minimo che possiamo fare per intercedere presso Dio e verso coloro che detengono responsabilità nelle Istituzioni.
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LA FUGA IN EGITTO (Matteo 2,13-14)

Fuga in Egitto

      Giuseppe e Maria fuggono in Egitto
13Dopo la partenza dei sapienti, Giuseppe fece un sogno. L’angelo di Dio gli apparve e gli disse: “Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto. Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Tu devi rimanere là, fino a quando io non ti avvertirò”.

14Giuseppe si alzò, di notte prese con sé il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto. 15E vi rimase fino a quando non morì il re Erode. Così si realizzò quel che il Signore aveva detto per mezzo del profeta Osea: Ho chiamato mio figlio dall’Egitto.

      Erode fa uccidere i bambini di Betlemme
16Il re Erode si accorse che i sapienti dell’oriente lo avevano ingannato e allora si infuriò. Ricordando quel che si era fatto dire da loro, calcolò il tempo; e quindi fece uccidere tutti i bambini di Betlemme e dei dintorni, dai due anni in giù. 17Allora si realizzò quel che Dio aveva detto per mezzo del profeta Geremia:

18Una voce si è sentita nella regione di Rama,
pianti e lunghi lamenti.
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché essi non ci sono più.

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Salmo 124  - IL NOSTRO AIUTO è nel NOME di YHWH [ita] sribi15 JPG80

Salmo 124 – Dio, nostro aiuto e nostro liberatore

Se il Signore non fosse stato con noi,
– diciamolo, gente d’Israele, –
2se il Signore non fosse stato con noi
quando ci attaccarono quegli uomini,
3ci avrebbero inghiottiti vivi,
tanto ardeva la loro ira;
4un torrente ci avrebbe travolti,
un diluvio ci avrebbe sommersi;
5saremmo stati travolti
da acque impetuose.

6Ringraziamo il Signore che non ci ha lasciati
in preda ai loro denti.
7Siamo sfuggiti come un uccello
dalle trappole dei cacciatori:
il laccio si è spezzato
e noi siamo sfuggiti.

8Il nostro aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.

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Il buon Samaritano (Luca 10, 25-37)

25Un maestro della Legge voleva tendere un tranello a Gesù. Si alzò e disse:
– Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?
26Gesù gli disse:
– Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè? Che cosa vi leggi?
27Quell’uomo rispose:
– C’è scritto: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso.
28Gesù gli disse:
– Hai risposto bene! Fa’ questo e vivrai!
29Ma quel maestro della Legge per giustificare la sua domanda chiese ancora a Gesù:
– Ma chi è il mio prossimo?
30Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. 31Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. 32Anche un levita del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e prosegui. 33Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. 34Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. 35Il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e se spenderai di più pagherò io quando ritorno””.
36A questo punto Gesù domandò:
– Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti?
37Il maestro della Legge rispose:
– Quello che ha avuto compassione di lui.
Gesù allora gli disse:
– Va’ e comportati allo stesso modo.

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LA CAREZZA…

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Salmo 142 – Invocazione a Dio nella tribolazione

2A gran voce io grido al Signore,
a gran voce lo supplico.
3Davanti a lui sfogo il mio pianto,
a lui espongo la mia angoscia.

4Signore, se mi perdo di coraggio
tu conosci la mia via;
sai che sul sentiero dove cammino
i nemici mi hanno teso una trappola.
5Guarda attorno e vedi:
tutti mi ignorano,
non ho più via di scampo,
nessuno ha cura di me.

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6Grido aiuto a te, Signore,
e dico: “Tu solo mi proteggi,
tu, mia sola risorsa in questa vita.
7Ti prego, ascolta il mio pianto:
sono ridotto all’estremo.
Liberami dai miei persecutori:
sono molto più forti di me.
8Fammi uscire da questa prigione
e potrò lodarti, Signore.
Intorno a me si riuniranno i tuoi fedeli,
perché mi avrai fatto del bene.

Giudizio Universale

Il giudizio finale (Matteo 25, 31- 40)

31“Quando il Figlio dell’uomo verrà nel suo splendore, insieme con gli angeli, si siederà sul suo trono glorioso. 32Tutti i popoli della terra saranno riuniti di fronte a lui ed egli li separerà in due gruppi, come fa il pastore quando separa le pecore dalle capre: 33metterà i giusti da una parte e i malvagi dall’altra.
34“Allora il re dirà ai giusti:
– Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; entrate nel regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo. 35Perché, io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa; 36ero nudo e mi avete dato i vestiti; ero malato e siete venuti a curarmi; ero in prigione e siete venuti a trovarmi.
37“E i giusti diranno:
– Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando ti abbiamo incontrato forestiero e ti abbiamo ospitato nella nostra casa, o nudo e ti abbiamo dato i vestiti? 39Quando ti abbiamo visto malato o in prigione e siamo venuti a trovarti?
40“Il re risponderà:
– In verità, vi dico: tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!
41“Poi dirà ai malvagi:
– Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che Dio ha preparato per il diavolo e per i suoi servi! 42Perché, io ho avuto fame e voi non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43ero forestiero e non mi avete ospitato nella vostra casa; ero nudo e non mi avete dato i vestiti; ero malato e in prigione e voi non siete venuti a trovarmi.
44“E anche quelli diranno:
– Quando ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero, nudo, malato o in prigione e non ti abbiamo aiutato?
45“Allora il re risponderà:
– In verità, vi dico: tutto quel che non avete fatto a uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me.
46“E questi andranno nella punizione eterna mentre i giusti andranno nella vita eterna”.

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Sia la strada al tuo fianco,

il vento sempre alle tue spalle,

che il sole splenda caldo sul tuo viso,

e la pioggia cada dolce nei campi attorno e,

finché non ci incontreremo di nuovo,

possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano.1-Pictures186-001

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SOS – LAMPEDUSA CHIAMA … Angelo Nocent

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Fra Marco Fabello 2Ieri l’amico  Fra Marco Fabello che da poco ha celebrato il 50° di Professione Religiosa, su facebook scriveva:

Anche questa sera mi si ripropone la stessa domanda:”a cosa stai pensando?”. Oggi sono stato a Roma, città che mi è rimasta nel cuore. Sono passato davanti e dentro tante chiese. E mi sono incontrato con tanti poveri alla ricerca di qualche centesimo e mi sono domandato cosa avrebbe fatto S. Giovanni di Dio!

Mi sono sentito povero e misero per l’inutilità della mia presenza. Li ho salutati tutti, ho chiesto come si chiamassero, alcuni non mi hanno risposto ed erano molto arrabbiati! Ho tirato dritto…il Signote avrà capito!. Buona notte amici.

OGGI sono intervenuto così: Sono sicuro che mi perdonerai se abuso del tuo spazio. Ho letto la tua esperienza di ieri con i poveri di Roma e questa mattina m’è baluginata nel cervello un’idea che, IMPOTENTE, da mesi mi frulla nella testa. E’ una petizione che ti pongo in formato cartolina, comoda da mettere a disposizione dei naviganti, per farla giungere agli estremi confini della terra. O, molto più semplicemente, da cestinare”.

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LA RISPOSTA NON SI E’ FATTA ATTENDERE:

La provocazione è molto suggestiva e merita di essere considerata e proposta. Ti farò sapere. Se non altro avrà lo scopo di far riflettere. Se poi il Signore ci mette del Suo...”.

Globuli Rossi company - Pronto soccorsoInvito a unirvi nella preghiera per costringere il Signore a “METTERCI DEL SUO“. So bene che tre frati e due suore sarebbero una goccia d’acqua in quel vulcano in eruzione ma sia gli uni che le altre stanno chiedendo a Dio VOCAZIONI e la testimonianza è il modo migliore per suscitarle.

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La battaglia di Magenta

Ho Pensato a quel giovanotto milanese di nome Angelo Ercole Menni, impiegato di banca, che un bel giorno si licenziò quando, avendo tra le mani una “pratica” poco pulita, si sentì dire dal capufficio che doveva eseguire l’operazione senza interessarsi del contenuto. 

Gamba%2520de%2520legn%2520-%2520Milano-Magenta%2520%2520%2528dieci%2520Km%2520all%2527ora%2529Autolicenziamento provvidenziale fu il suo, perché nel 1859 entrò casualmente in contatto con l’Ordine dei Fatebenefratelli: dopo la battaglia di Magenta, vinta dall’Italia contro gli austriaci, alla stazione centrale di Milano arrivavano convogli carichi di feriti, accolti dai frati ospedalieri con l’aiuto di volontari tra i quali il nostro Ercole il quale, colpito dalla dedizione di quei religiosi e grazie ai consigli di un eremita con cui era in contatto, decise di entrare nel loro Ordine. Nel maggio 1860 ne vestì l’abito assumendo il nuovo nome di Benedetto, l’anno dopo fece la professione semplice e nel 1864 quella solenne. 

Oggi quel ragazzo, fattosi anche sacerdote, fondatore di una congregazione religiosa femminile, le Suore Ospedaliere del Sacro Cuore, dopo una vita di successi apostolici ma anche piena di ostacoli, incomprensioni, denigrazioni e conclusasi con l’esilio in Francia, è per la Chiesa universale SAN BENEDETTO MENNI.

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Per approfondire: http://www.famigliacristiana.it/articolo/san-benedetto-menni.aspx

Cuore di Gesù e MariaLe vie del Signore, che sono infinite, passano anche da LAMPEDUSA e DINTORNI. Perché non credere che tra i volontari e gli assistiti potrebbero nascere NUOVE CHIAMATE?

Da “servi inutili”,  perché non provare a conquistare il Cuore di Dio, così facile alla commozione?

La Madre interceda per noi e con noi!

San Benedetto Menni e fondatrici

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San Benedetto Menni volontario della Croce Rossa

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SUL TERRENO DELL’OSCURO E DEL DIFFICILE – Angelo Nocent

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Ancora lui, le parole dell’amato arcivescovo Martini, nella consapevolezza che “Alla vita dei santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare dopo la morte. Nei santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini ma si rende invece ad essi veramente vicino“. Benedetto XVI

LA PASQUA DEI DEBOLI PIÙ FORTE DELLA MORTE

Carlo Maria Martini 85 anniMentre il Natale evoca istintivamente l’immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata con rappresentazioni più complesse. È una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, una esistenza ridonata a chi l’aveva perduta. Perciò se il Natale suscita un po’ in tutte le latitudini, anche presso i non cristiani e i non credenti, un’atmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile.

Ma la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell’oscuro e del difficile. Penso soprattutto in questo momento ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile senectus ipsa morbus (la vecchiaia è per natura sua già una malattia). Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne o nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo.

Mi appare significativo il fatto che Gesù nel suo ministero pubblico si sia interessato soprattutto dei malati e che Paolo nel suo discorso di addio alla comunità di Efeso ricordi il dovere di «soccorrere i deboli».

Carlo-Maria-Martini-con-i-carceratiPer questo vorrei che questa Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello “star bene” come principio assoluto.

Vorrei che il senso di sollievo, di liberazione e di speranza che vibra nella Pasqua ebraica dalle sue origini ai nostri giorni entrasse in tutti i cuori.

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Vorrei che il saluto e il grido che i nostri fratelli dell’Oriente si scambiano in questi giorni «Cristo è risorto», «Cristo è veramente risorto» percorresse le corsie degli ospedali, entrasse nelle camere dei malati, nelle celle delle prigioni, vorrei che suscitasse un sorriso di speranza anche nelle persone che si trovano nelle sale di attesa per le complicate analisi richieste dalla medicina di oggi, dove spesso si incontrano volti tesi, persone che cercano di nascondere il nervosismo che le agita interiormente.

  • La domanda che mi faccio è: che cosa dice oggi a me anziano, un po’ debilitato nelle forze, ormai in lista di chiamata per un passaggio inevitabile, questa Pasqua 2007?
  • E che cosa potrebbe dire anche a chi non condivide la mia fede e la mia speranza?

Anzitutto questa Pasqua dice a me che «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (San Paolo, Lettera ai Romani, 8,18).
Queste sofferenze sono anzitutto quelle del Cristo nella sua passione, per cui sarebbe difficile trovare una causa o una ragione se non si guardasse oltre il muro della morte. Ma ci sono anche tutte le sofferenze personali o collettive che gravano sull’umanità, causate o dalla cecità della natura o dalla cattiveria o negligenza degli uomini.

Bisogna ripetersi con audacia, vincendo la resistenza interiore, che non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia.

San Paolo e il kerigmaIn questa Pasqua vorrei poter dire a me stesso con fede le parole di Paolo nella seconda lettera ai Corinti: «Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne». (2Corinti 4,16-18).

È così che siamo invitati a guardare anche ai dolori del mondo di oggi: come a «gemiti della creazione», come a «doglie del parto» (Romani, 8,22) che stanno generando un mondo più bello e definitivo, anche se non riusciamo bene a immaginarlo. Tutto questo richiede una grande tensione di speranza. Perché, come dice ancora san Paolo «nella speranza noi siamo salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza» (ivi, 8,24).

Sperare così può essere difficile, ma mi pare questa la via che ci permette di non rimanere schiacciati dai mali di questo mondo. Ed è una via tracciata da Dio stesso che vuole stare dalla nostra parte e che promette all’uomo la vita per sempre.

Più difficile è però per me l’esprimere che cosa può dire la Pasqua a chi non partecipa della mia fede ed è curvo sotto i pesi della vita. Ma qui mi vengono in aiuto persone che ho incontrato e in cui ho sentito come una scaturigine misteriosa dentro, che li aiuta a guardare in faccia la sofferenza e la morte anche senza potersi dare ragione di ciò che seguirà. Vedo così che c’è dentro tutti noi qualcosa di quello che san Paolo chiama «speranza contro ogni speranza» (ivi, 4,17), cioè una volontà e un coraggio di andare avanti malgrado tutto, anche se non si è capito il senso di quanto è avvenuto. È così che molti uomini e donne hanno dato prova di una capacità di ripresa che ha del miracoloso.

Etty HillesumSi pensi a tutto quanto è stato fatto con indomita energia dopo lo tsunami del 26 dicembre di due anni fa o dopo l’inondazione di New Orleans. Si pensi alle energie di ricostruzione sorte come dal nulla dopo la tempesta delle guerre.

Si pensi alle parole della ventottenne Etty Hillesum, scritte il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità… La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione».

Uomini e donne così richiamano l’immagine del Salmo: «Nell’andare se ne va e piange, / portando la semente da gettare, /ma nel tornare viene con giubilo, / portando i suoi covoni» (Sal 126,6).

Per queste cose non ci si può affidare alla scienza, se non per chiederle qualche strumento tecnico. Ma al massimo essa permette un debole prolungamento dei nostri giorni, anche se il suo impegno può testimoniare quella solidarietà umana che è l’auspicabile orizzonte di tutto il suo dinamismo.

L’interrogativo più radicale è invece sul senso di quanto sta avvenendo e più ancora sull’amore che è dato di cogliere anche in tali frangenti. C’è qualcuno che mi ama talmente da farmi sentire pieno di vita anche nella debolezza, che mi dice, «io sono la vita, la vita per sempre»? O almeno c’è qualcuno al quale posso dedicare i miei giorni, anche quando mi sembra che tutto sia perduto?

È così che la risurrezione entra nell’esperienza quotidiana di tutti i sofferenti, in particolare dei malati e degli anziani, dando loro modo di produrre ancora frutti abbondanti a dispetto delle forze che vengono meno e della debolezza che li assale. La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte ed è così che tutti ci auguriamo di coglierla.

(Omelia dell’Arcivescovo emerito di Milano  Carlo Maria Martini.)1-Su Hyun Han 43_files1

 1-Sepolcro di Gesù a GerusalemmeIl Santo Sepolcro

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“Frère FLORENCE” il Fra Fiorenzo della Valcamonica: “Nozze d’oro” – Angelo Nocent

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1-Fra Fiorenzo 50° di Consacrazione religiosa 01

Fra Fiorenzo rinnova i voti di povertà, castità, obbedienza e ospitalità nelle mani del superiore provinciale della Provincia Africana.

1-Downloads259-001L’articolo che segue, anche se datato, rende l’idea del personaggio che in questi giorni ha celebrato il 50 mo di Consacrazione Religiosa.

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Fra’ Priuli, il medico missionario
di anna Pozzi (tratto da “L’Avvenire” di venerdì 11 febbraio 2011, pag. 21)

Basta il nome: frère Florent. E tutti sanno cosa significa. Tutti in una vasta regione che copre il Benin e il vicino Togo, che passa dal Burkina Faso per arrivare in Niger e dal Mali arriva sino alla Nigeria. Frère Forent – al secolo fra’ Fiorenzo Priuli, medico missionario dei Fatebenefratelli – lo conoscono davvero tutti. Non solo, tutti conoscono il suo ospedale, il Saint Jean de Dieu di Tanguieta nel nord del Benin. Le uniche piste mantenute in discreto ordine sono quelle che portano sin lì.

Fra Fiorenzo  news 01 - Copia

La passione per i suoi malati ha lasciato tracce profonde in tutta la regione. Non perché faccia miracoli. Ma perché ci mette davvero l’anima. Bresciano, 64 anni, fra’ Fiorenzo Priuli vive in Africa da quarant’anni. Qui ha realizzato la sintesi dei suoi sogni: quello di essere missionario e quello di essere medico. Una vocazione nella vocazione. Basta vederlo per capire quanto profonda e genuina sia ancora oggi. Nonostante tutto. Nonostante le difficoltà ad operare in una regione estremamente povera, dove i bambini possono morire di un’epidemia qualsiasi e dove l’Aids si è diffuso come una peste irrefrenabile. E nonostante le difficoltà economiche e logistiche, la mancanza di personale qualificato e di comunicazioni. Tuttavia, è una realtà dove sono ancora possibili gesti di vicinanza, di gratuità e di cura.

1-Fra Fiorenzo 50° di Consacrazione religiosa 02Concelebrazione per il 50 °

Fra’ Fiorenzo, i suoi confratelli frati, il suo personale, i tanti amici medici e non solo, che lo sostengono, sono un segno di speranza in una terra dove curarsi può essere ancora oggi un privilegio. Fra’ Fiorenzo non sta fermo un momento. Racconta la sua esperienza, passando da un reparto all’altro, da un paziente all’altro. «Quando lo abbiamo aperto, negli anni Settanta, questo ospedale aveva ottanta posti-letto quasi sempre mezzi vuoti. Oggi ne abbiamo ufficialmente 231; con le brandine, sistemate qua e là, possiamo arrivare sino a 270, ma spesso i pazienti ricoverati superano i 400!». Basta aggirarsi in pediatria per rendersene conto. Questo reparto è sempre sovraffollato. Mamme e bambini sono spesso costretti a dormire sulle stuoie nel corridoio esterno.

«All’inizio – racconta Fiorenzo – neppure esisteva la pediatria. Nella cultura della gente di qui, se un bambino non era abbastanza forte per sopravvivere doveva morire. Poi la mamma ne avrebbe fatto un altro nove mesi dopo. Ancora oggi abbiamo storie di pazienti che hanno avuto 24 gravidanze, partorito 16 figli, di cui magari solo quattro sono vivi. Le epidemie se li portavano via quasi tutti». Oggi la mentalità è cambiata moltissimo, grazie al grande lavoro di sensibilizzazione che l’ospedale e i dispensari della regione hanno fatto con costanza e capillarità. E grazie anche alla figura carismatica di fra’ Fiorenzo, che ha un’attenzione particolare per ciascuno dei suoi paziente. Quasi fosse l’unico.

Di qui anche la sua amicizia ventennale con un marabutto del Niger, prima il padre, ora il figlio. «Tutto è cominciato circa trent’anni fa – ricorda volentieri – quando un malato di Kiota, a circa 650 chilometri da qui, è guarito in ospedale. Rientrando, ne ha parlato con il grande marabutto di quella regione, che ha cominciato a mandarmi regolarmente dei malati. Ciascuno porta con sé una sua lettera che termina immancabilmente con la frase: ‘Caro Fiorenzo, sappi che venerdì abbiamo pregato per te in moschea‘».

Un ospedale cattolico che cura in prevalenza pazienti musulmani. Ma anche una struttura sanitaria d’eccellenza in molti reparti, dove tuttavia sono stati fatti studi seri anche sull’utilizzo delle erbe locali. È così che oggi, Saint Jean de Dieu di Tanguieta, la fitoterapia accompagna la medicina occidentale, favorendo un approccio alla malattia il più vicino possibile alla sensibilità della gente del posto. Con ottimi risultati.

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COMMENDATORE senza COMMENDA

Frère Florent Priuli dell’Ordine Ospedaliero Fatebenefratelli, direttore dell’Ospedale “Saint Jean de Dieu” di Tanguietà, ha ricevuto nei giorni scorsi un importante riconoscimento dal governo del Benin.

Originario di Cemmo di Capodimonte, in provincia di Brescia, Frère Florent opera da circa quarant’anni in Togo ed in Benin. Per la sua devozione alla cura dei malati e quale riconoscimento del suo riccco percorso professionale, con una cerimonia presso la cappella dell’Ospedale di Tanguietà, il governo del Benin gli ha assegnato il titolo di “Commandeur de l’ordre national”.

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Alla cerimonia, preceduta da una celebrazione eucaristica presieduta da monsignor Pascal N’Koue, vescovo di Natitingou, hanno preso parte anche mons. Paul Vieira, vescovo di Djougou, mons. Nestor Assogba, arcivescovo emerito, e mons. Ignace Talkena, vescovo emerito di Kara.

Dal 2000, Frère Florent Priuli è capo chirugo e direttore sanitario dell’Ospedale di Tanguietà che assiste ogni anno circa quindicimila pazienti. Dal 2005 è coordinatore medico-chirurgico di tutte le strutture ospedaliere dei Fatebenefratelli in Togo (Afagnan e Lomè) e Benin (Tanguietà e Porga).

Nella foto, Frère Florent Priuli durante la cerimonia di consegna dell’onorificenza (dal sito http://www.diocese-natitingou.net).

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VEDI VIDEO:  >>>FRA FIORENZO

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PASQUA DI RISURREZIONE: CREDO NEGLI ESSEREI UMANI – Angelo Nocent

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PASQUA:

IL CORAGGIO DI ESSERE UMANI
(sembra, ma non è facile !)

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CON LA MADONNA DEL SABATO SANTO – Angelo Nocent

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ESSERE CHIESA DEL GIOVEDI’ SANTO – Angelo Nocent

1-Documents17-001Tutto il TRIDUO PASQUALE è drammatico mistero di dolore e di morte dove, tra una pagina e l’altra delle Scritture, risuona, inesauribile, l’eco inconfondibile, ricostituente per l’ ASTENIA che ci affligge: “DIO HA SCELTO CIO’ CHE E’ DEBOLEZZA (asthené) del mondo per confondere i forti” (1Cor 1,27), cioè a dire ai discepoli di ACCETTARE LA FRAGILITA’ e di PORTARE IL PESO DEL DOLORE perché dietro si cela l’inaspettato miracolo di cui Giobbe dà testimonianza: “Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno veduto“. Noi siamo lacerati dai “perchè?“, “fino a quando?“. Ma il dolore affidato a Dio, si conclude sempre, come confermano i Salmi, con un Incontro. Il Vangelo di Marco ci racconta abbondantemente che le MANI DI CRISTO si sono sistematicamente posate su carni malate e sofferenti. Il Gesù di allora è ancora il Gesù di adesso: GUARIGIONE-SALVEZZA-RISURREZIONE. Egli ha ricordato  che l’uomo, compreso il malato, il sofferente fisico e psichico, non ha solo bisogno di salute ma anche di risposte di senso al suo soffrire.

In controtendenza alla ricerca frenetica del benessere nel salutismo e nella fitness, o anche del puro e semplice miracolismo è il TRIDUO PASQUALE che è mistero ma di luce.

Il Card. Martini con l’omelia pronunciata il Giovedì Santo del 28 Marzo 2002 ci aiuta a entrare in una dimensione alternativa al chiuderci in noi stessi, in preda al dolore distruttivo, fino a diventare UOMINI E DONNE PER LA MISSIONE:È così che si è Chiesa del Giovedì santo, che si è comunità eucaristica nel senso voluto dal Signore; una comunità che con l’amore può trasformare la terra arida in giardino vivibile e affrontare coraggiosamente le gravi sfide del nuovo millennio“.

Carlo Maria Martini

Essere Chiesa del Giovedì santo Omelia di Carlo maria Martini nella Messa in Coena Domini

Il mistero del Giovedì santo Con la celebrazione di questa Messa vespertina, che rievoca e rende presente l’ultima Cena di Gesù con i discepoli prima della sua passione, entriamo nel cuore dell’Anno liturgico, che è il grande Triduo pasquale. Noi siamo perciò riuniti per fare memoria di quella prima Eucaristia celebrata da Gesù, per rendere presente questa stupenda realtà come memoria e insieme attualizzazione, come ricordo del passato e insieme presenza, come speranza e profezia per il futuro.

La sera del Giovedì santo è infatti il momento in cui Gesù, con i segni del pane spezzato e del vino versato, anticipa il sacrificio cruento della croce, avvenuto una volta per tutte sul Calvario, perché il suo corpo eucaristico e il suo sangue eucaristico restassero ad assicurarci la sua presenza lungo i secoli della storia. Egli stabilisce così in modo concreto la permanenza visibile e misteriosa della sua morte in croce per noi, del suo supremo amore per l’umanità, del suo venire al di dentro di noi per salvarci e santificarci.

E nell’Eucaristia sono racchiusi tutti gli eventi successivi alla Cena – dall’agonia alla passione, crocifissione, morte di Gesù, alla notte gelida del sepolcro e al mattino radioso della risurrezione. Gesù riassume fedelmente, nel suo gesto inaudito e umanamente incomprensibile, tutto quanto il Padre gli ha chiesto di fare per la salvezza del mondo, la sua incondizionata dedizione che non si blocca davanti al tradimento di Giuda, ai nostri tradimenti, al rinnegamento di Pietro, alle nostre incoerenze.

Il suo cuore, che sulla croce verrà squarciato, si apre già nella Cena per riversare lo Spirito sulla Chiesa e sul mondo. Questo Spirito viene effuso su di noi, che stiamo per iniziare il Triduo pasquale con la tristezza nel cuore per l’inasprirsi dei conflitti e degli atti terroristici, che in Medio Oriente non hanno risparmiato neppure il giorno più sacro ai nostri fratelli ebrei, spargendo nuovo sangue innocente. Come affermava Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la pace di quest’anno: “Il terrorismo si fonda sul disprezzo per la vita dell’uomo. Proprio per questo esso non dà solo origine a crimini intollerabili, ma costituisce esso stesso, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un crimine contro l’umanità“.

O Gesù, ancora una volta ci mettiamo davanti a te con dolore e tristezza per tante sofferenze di nostri fratelli e invochiamo con angoscia la cessazione di simili atti di violenza nel nostro paese e in ogni altro. Viviamo la preghiera di questi giorni anche come suffragio per i morti, conforto per i sopravvissuti, intercessione per quella pace che viene dalla potenza della tua risurrezione.

O Gesù, noi siamo davanti a te con stupore e tremore, riconoscendo che col tuo gesto eucaristico poni la tua vita nelle nostre mani per confermarci la tua misericordia, per ricordarci che nell’Eucaristia ogni promessa di Dio si compie, la violenza può essere vinta e Tu stesso diventi nostra vita e nostra pace. Mi lascio ispirare brevemente dalle tre letture bibliche proposte dalla liturgia per aiutarci a contemplare e ad adorare, con gli occhi della mente e del cuore, il prodigio dell’ultima Cena.

I segni del pane e del vino

* La I lettura, dal libro di Giona, ci fa riflettere, sulla fedeltà e la tenerezza di Dio per la città di Ninive e per lo stesso profeta, atteggiamenti che trovano espressione compiuta nell’Eucaristia, in quell’ora che perdura lungo i secoli e le generazioni e nella quale – come recita l’inno di s. Tommaso d’Aquino che canteremo dopo la comunione portando in processione il Santissimo Sacramento – “il Verbo incarnato con la sua parola trasforma il vero pane nella sua carne, si dà in cibo ai Dodici“. *

Della II e della III lettura che abbiamo ascoltato sottolineo le due sconvolgenti affermazioni di Gesù sul pane e sul vino e le conseguenze ne derivano. Nel brano della lettera di Paolo ai Corinti, scritta verso la Pasqua del 57, l’apostolo ci trasmette ciò che ha ricevuto dal Signore. Nella notte in cui fu tradito, prese il pane, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo per voi“.

Il pane spezzato, che è Cristo stesso, è inseparabile dallo spezzarsi della sua vita sulla Croce, e perciò l’Eucaristia è annuncio della morte del Signore, finché egli venga. Ogni Messa che celebriamo ci fa passare dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre, ci attira prepotentemente verso il cielo dove si celebrerà per sempre il banchetto della gioia messianica; in ogni Messa si ripete il prodigio della divina misericordia. Non solo, ma il pane che spezziamo è la carne per la vita del mondo, in quanto l’Eucaristia supera tutti i confini e si pone come giudizio sulla storia, giudizio sulla capacità dei discepoli di Gesù di essere, in lui, segno di unità e di amore.

Dunque la Messa ci apre al mondo e diventa missione, passione d’amore della Chiesa per la salvezza dell’umanità. * Il testo del vangelo secondo Matteo premette, al racconto della passione, la descrizione dell’ultima Cena e ci dice che Gesù, dopo aver preso il calice del vino, afferma: “Bevetene tutti, perché questo è il sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati“. La parola biblica ‘alleanza’ richiama tutta l’iniziativa d’amore di Dio per l’uomo, a partire da Noè ad Abramo a Mosè e lungo i secoli. Pure nell’Eucaristia che stiamo celebrando l’intera storia della salvezza – passata, presente e futura – viene riassunta e sfocia nell’eternità; grazie a essa l’umanità divisa e dispersa diventa a poco a poco una nel Cristo.

Una duplice certezza

Possiamo trarre una triplice certezza sul rapporto di Gesù con la sua morte.

1. Gesù ha potuto anche come uomo prevedere sempre più chiaramente la sua morte violenta. Non è stato colto di sorpresa. Ciò che al più avrebbe potuto non attendersi era l’uccisione sul patibolo della croce da parte di legionari romani; conoscendo l’avversione crescente degli ambienti religiosi alla sua attività profetica, si sarebbe piuttosto aspettato di perire sotto la lapidazione, in un tumulto di folla, a cui si era già più di una volta sottratto. Egli stesso aveva pianto su Gerusalemme dicendo: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati…(Lc 13,34). In ogni caso le vicende lo mettevano sempre di più di fronte al rischio di morte.

2. Prevedendo la sua morte, Gesù non solo non si è tirato indietro, ma neppure ha tenuto per sé questa previsione: ne ha parlato apertamente nella cerchia ristretta dei discepoli, come mostrano le predizioni sulla passione. Non ha voluto quindi mai rimuovere questo argomento.

3. Gesù stesso, con le parole dell’ultima cena, ha indicato il senso che avrebbe avuto la sua morte guardata in faccia con amore e per amore nostro e ha consegnato tale senso nell’Eucaristia. Sta a noi non ricevere invano questo mistero d’amore, sta a noi partecipare alla sua cena con quell’atteggiamento di continua conversione di cui ci ha parlato il libro di Giona: conversione della città di Ninive e conversione del profeta che è chiamato ad accettare l’agire perdonante e misericordioso di Dio per i peccatori.

Nella comunione eucaristica il Signore si dona a noi e ci assimila a sé nella misura in cui il nostro cuore è indiviso e rinunciamo a noi stessi per accettare di diventare figli di Dio in Gesù e fratelli di ogni uomo; nella misura in cui ci amiamo reciprocamente e ci serviamo gli uni gli altri come ci ha comandato di fare dopo aver lavato i piedi ai discepoli. Per questo anch’io, all’inizio della celebrazione, ho lavato i piedi a dodici giovani che rappresentano, quali “Sentinelle del mattino”, il futuro della nostra chiesa che vogliamo sia un futuro di amore e di servizio.

Per tutti noi ricevere la comunione questa sera significa affermare la nostra piena adesione alla volontà del Padre e insieme l’impegno di donarci con amore al prossimo, di vivere le beatitudini, di spendere la nostra vita per far nascere un mondo nuovo che sia riflesso del Regno di Dio, regno di pace e di giustizia, regno di amore e di verità.

Non c’è niente che ci apre alla conoscenza profonda di Gesù come l’incontro eucaristico, dove tutto avviene nello splendore e nella tenebra della fede: una conoscenza di amore e di fede, di amore che crede e di fede che ama. Se viviamo così il dono della comunione sapremo vedere il corpo e il sangue del Signore in ogni fratello, nelle povertà e nei limiti delle nostre comunità ecclesiali, nelle tante situazioni difficili del nostro tempo.

O Gesù, noi crediamo che il tuo corpo è veramente cibo, che il tuo sangue è veramente bevanda delle nostre anime sotto le specie del pane e del vino. Noi crediamo che nell’Eucaristia ti fai nostro contemporaneo, corrobori le nostre forze interiori, ci sostieni nel cammino verso l’eternità e che già sulla terra ci fai gustare quell’unione con la Trinità a cui, in te, il Padre ci chiama. Fa’ che l’Eucaristia sia davvero il centro, il cuore della nostra vita cristiana, la sorgente inesauribile della riconciliazione, la medicina che ci guarisce dai peccati e ne strappa le radici, accresce la carità e rende più solida la comunione ecclesiale.

E tu, Maria, Madre dell’Eucaristia, ottienici in questa santa Messa di sentire quanto bisogno abbiamo di convertirci all’esercizio stabile e comune della carità nell’unità che hai vissuto nella tua esistenza terrena.

È così che si è Chiesa del Giovedì santo, che si è comunità eucaristica nel senso voluto dal Signore; una comunità che con l’amore può trasformare la terra arida in giardino vivibile e affrontare coraggiosamente le gravi sfide del nuovo millennio. Duomo di Milano, 28 marzo 2002

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