A EMMAUS MANI DI DONNA SU UN DIO-NUDO – Angelo Nocent

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don_marco_pozzadon Marco Pozza – Domenica, 15 Gennaio 2017

Con l’Eucaristia celebrata ad Emmaus, qualche settimana fa abbiamo concluso il pellegrinaggio in Terra Santa. Celebrare l’eucaristia in quel paese è percepire sulla pelle la sensualità assaporata da quei due viandanti la sera della prima Pasqua cristiana: «Resta con noi, perchè si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29).

1-risultati-della-ricerca-per-emmausIl Vangelo produce un suono diverso a seconda di dove lo si legge: l’acqua di sorgente rimane sempre la più fresca. Nel gruppo – gente appassionatasi, nel tempo, al sapore della teologia – c’era anche lei: una donna. Una donna con tutta la sua storia.

La Terra nella quale ha vissuto Cristo è una terra che attira come una calamita: a pensarci per più di due attimi-di-fila, quasi spaventa l’idea di poggiare i piedi laddove Cristo li ha poggiati secoli addietro. Alla quiete monastica di Emmaus siamo giunti partendo dal paese di Nazareth, attraversando la Galilea, inoltrandoci nel deserto, risciacquando il nostro battesimo nel Giordano.

Per approdare a Betlemme, terra-del-Pane, e fare rotta verso Gerusalemme: terra di amori folli, di passioni funeste, di una Risurrezione inaspettata. Poi, prima dell’imbarco, Emmaus: «A chi di noi l’albergo d’Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto?» (F. Mauriac). Lei, quella donna, sempre in nostra compagnia.

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A qualcuno della comitiva confidò quel cruccio che le albergava nel cuore: la storia di un amore fratturato, la sorpresa di un nuovo incontro, il cuore che le torna a battere. “La sua situazione è irregolare, signora. Non può più accostarsi ai sacramenti”: una frase ripetutale ad ogni confessionale, un amore rinfacciato ad ogni navata, una memoria rivangata. Una desolazione nel cuore.

donna-che-pregaAlla Messa se ne stava acquartierata in sé, nella tempesta di mille pensieri: Signore, che ci faccio qui? Non in un altro posto, esattamente qui: nel paese di Maddalena, di Zaccheo, delle pubblicane e delle prostitute. Nel paese-della-miseria scelto da Dio perché la gente imparasse che Dio abita nelle sue creature. A peregrinare nelle strade che han visto Cristo pellegrino, la scoperta è sulla punta del naso: nel Gesù che meno brilla, proprio lì Gesù è sempre più brillante.

  • Vedeva gli altri accostarsi alla comunione,
  • condivideva la fatica di credere ancora,
  • non taceva la nostalgia di re-incontrare il Cristo nell’Eucaristia.

Chi non sapeva la sua storia, non s’accorgeva di nulla. In realtà lei voleva il suo Cristo: «Ogni uomo dovrebbe sentirsi almeno una volta come un tabernacolo vuoto: in grado di contenere quanto vi è di meglio, eppure privato di ciò che si ama ed è sacro» (P. D’Ors). Il fatto è che non poteva: “La sua situazione è irregolare, signora”. Punto.


1-pictures1710Ad Emmaus, al momento della comunione, sull’altare lascio per un po’ il Pane esposto: la chiesa è una locanda, i fedeli sono viandanti come allora, il Pane è il medesimo. Quella volta lo riconobbero, anche stavolta accadrà: ne sono certo. Ci siamo concessi il lusso del silenzio prima di accostarci alla comunione: “Tra le macerie della vita – suggerisco – raccogliete la più aspra: quella nella quale Dio vi è sembrato assente. Quando l’avete individuata, accostatevi alla comunione”.

Mezz’ora è durata la comunione: avere tempo per stare con Cristo è un lusso da signori, il lusso dei poveri. 2-aggiornato-di-recente857

1-comunione-003Per ultima si alza lei: attraversa la navata, avverte la lama di qualche sguardo – Non potrebbe! -, s’avvicina all’altare.

Poi, volto devoto come nelle grandi manovre, appoggia le mani sul Pane. E affida al bisbiglìo di poche parole la più tenera delle catechesi mai udite: Mi hanno detto che non posso mangiarti, però son venuta a toccarti: ho bisogno di sapere che, comunque, ci sei”.

Un minuto d’amore rispettoso, poi ritorna al suo posto. Quelle mani di donna posate sul Pane-nudo sono state il mio pellegrinaggio: nessun tabernacolo si apprezza se prima non è stato vuoto.

(da Il Mattino di Padova, 15 gennaio 2017)

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CHRISTIAN ALBINI IN PUNTA DI PIEDI – Angelo Nocent


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Crema, 10 gennaio 2017

ADDIO PROFESSORE


christian-albini-parrocchia-di-san-giacomo-maggiore-cremaL’ultimo saluto a Christian Albini, 43 anni, insegnante di religione, scrittore, volontario, amico, è stato portato da una folla di persone. Molte non hanno trovato posto nella capace chiesa di s. Giacomo e hanno assistito alle ultime da fuori.

Dentro tutti in silenzio commossi ad ascoltare il ricordo di un’altra vittima giovane, col pensiero ai suoi tre figli piccoli, alla moglie e ai genitori, tutti raccolti attorno alla bara di legno chiaro che racchiudeva il papà, il marito, il figlio troppo presto rapito agli affetti.

La breve malattia e il distacco sono stati ricordati in chiesa. C’erano gli studenti e i professori del Pacioli, gli amici della parrocchia, i volontari che hanno diviso con lui strategie e momenti belli. C’era chi lo conosceva e chi lo apprezzava.

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Una persona gentile, il cliente perfetto che ti saluta, ti parla non ti mette mai a disagio“, ha commentato una commessa su facebook, descrivendo quest’uomo rapito troppo presto e repentinamente. La partecipazione di tutti forse consolerà i parenti, come sarà d’aiuto pensare che adesso Christian, il teologo della porta accanto, il professore che parlava di Dio, adesso sta parlando con Dio.

Da “Crema News”

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Caro Christian,

avrei voluto partecipare fisicamente anch’io alla Liturgia Eucaristica per darti l’estremo saluto e un bel ARRIVEDERCI. Non mi è stato possibile. Ma c’ero, c’ero…
L’ultima volta che ti ho incontrato è stata quella sera quando a Crema hai presentato un paio di tuoi libri sui quali ogni tanto ritorno come un ruminante:

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Appartengo anch’io alla categoria bloggher da vecchia data, come te. Un modo nuovo di comunicare che si è presentato e che permette anche di evangelizzare, cioè di indirizzare, spingere, far correre la Parola di Dio, proporla come BELLA  NOTIZIA  a quanti più possibile, anche ai distratti o meno interessati. Ed è lì che ti ho incontrato casualmente. Ho sbirciato, leggiucchiato, curiosato nel tuo blog ed ho capito subito che eri pane per i miei denti, perché eravamo animati dal medesimo Spirito:

«La riflessione teologica in Italia non può continuare a essere una cosa che interessa solo i preti, anzi, direi una parte piuttosto elitaria dei preti. Dovrebbe invece rientrare a pieno titolo nella comunicazione e nel dibattito pubblico.

Parlare di teologia non vuol dire solo occuparsi di Dio e della Chiesa ma anche dell’umano. Vedere come la fede in Dio e il vissuto della Chiesa hanno a che fare con l’esistenza nei suoi aspetti personali ma anche pubblici e sociali. Penso che l’assenza della teologia dalla cultura italiana renda entrambe più povere»
Una teologia quella che presentavi, vissuta, sofferta, incarnata nel quotidiano DI  LAICO, CIOE’ DI CRISTIANO, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II, lezione che hai assimilato ed amorevolmente divulgato. Tanto resta ancora da fare. Ma per i LAICI di oggi e di domani hai tracciato un solco e seminato. Nella Chiesa che è in Crema, ma non solo, grazie a te, assisteremo ad una primavera di germogli, ad una nuova Pentecoste. Prova ne sia il nuovo Pastore che il Papa ha appena designato e che dal Cielo non mancherai di aiutare nella Missione.

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La tua amicizia mi è stata di grande beneficio ed ho cercato, nel mio piccolo, di fare tesoro delle tue riflessioni, sempre misurate, pacate, rispettose ma incisive.

Te ne1-pictures1705 sei andato IN PUNTA DI PIEDI e quando hai scritto:

“In pace mi corico e subito mi addormento,
perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare”
 (Sal 4,9)

nessuno ha preso alla lettera queste parole testamentarie che erano ispirate proprio da Colui col quale ti saresti incontrato di lì a poco e che avrebbe trasformato le tenebre del tuo lungo patire in Luce Eterna:

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Molti hanno scritto di te in questi giorni. Lascio a loro la parola perché noi ci risentiremo prossimamente. Intanto, così titolava Luca Rolandi su AgenSIR :CHRISTIAN ALBINI E IL PRINCIPIO DELLA SPERANZA”. Con questa specificazione:

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La commozione autentica, sentita e profonda che ha accompagnato un mondo largo e davvero vario alla notizia della morte di Christian Albini, lo scorso 9 gennaio, è stata davvero particolare ed ha segnato e continua a farlo le giornate di questo primo tempo del 2017

CHI ERA ALBINI?

Un uomo, un cristiano, un marito, un padre, una persona giovane, 43 anni, saggia e acuta, inquieta e testimone di una fede in Cristo Risorto, misericordioso e luce di speranza. La sua attività di professore di religione, la sua partecipazione alla vita della Chiesa locale di Crema e universale si è espressa in una dinamica aperta e senza finzioni e orpelli dialettici, estetiche e accademiche riflessioni alte, ma dentro una conoscenza reale e non presunta, in un cammino da sperimentare con se stesso e con gli altri.

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La vita che passa attraverso la morte, per poi tornare vita nella luce del Risorto. Non solo della propria vita, ma di tutte le vite anche quelle meno note all’uomo ma non a Dio.

Tanti i libri di Albini, molti i suoi articoli. Tanti l’hanno conosciuto e apprezzato, altri ne hanno potuto meditare le parole, mai banali e prive di un pensiero, espresse nel suo blog Sperare per tutti.

Erano stati gli amici di “Jesus”, la rivista paolina, a farlo conoscere ad un pubblico più numeroso e crescente era stato l’apprezzamento di vicini e lontani.

Coordinatore del corso del Centro di spiritualità della diocesi di Crema, è stato anima di un itinerario cristiano e umano forte, perché coinvolgente e nella sua persona sofferto per la lunga convivenza con la malattia che l’ha portato giovane all’incontro con la morte.

Tanti articoli, incontri, passioni, amicizie forti, come quella con Enzo Bianchi che l’ha ricordato poche ore dalla sua scomparsa con un messaggio di affetto e dolore, l’orgoglio del gruppo di cronisti e viandanti di “Vinonuovo” nell’aver potuto contare sul suo cuore e la sua intelligenza. Poi “Viandanti”, “Rassegna di teologia”, “Rivista di teologia morale”, “Popoli”, “Missione Oggi”, “Studia Patavina”, “La Scuola Cattolica”, “Koinonia”, “Aggiornamenti Sociali”, “Confronti”, “Mosaico di Pace”, “Il Regno” e tanto altro ancora.


Il suo studio – la sua passione per Hannah Arendt, Dietrich Bonhoeffer, Thomas Merton – di una teologia precaria ma reale, mai scissa da una vita che nella normalità è attraversata dalle gioie e dalle angosce dell’esistere.

1-pictures1704Nel 2006 debuttando in rete era stato lo stesso Albini a ricordare che: “Sperare per tutti è una delle ultime opere del grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988), una mente enciclopedica, che spaziava nella letteratura, nella filosofia e nell’arte in cui la ragione non erano mai dissociati dalla fede” ecco perché in tanti anni le sue non sono state perle di saggezza ma di vita. Dio, Gesù erano presenti perché scriveva “Sperare per tutti” è il biglietto da visita del pellegrino verso l’altrove a cui tutti tendono per “incontrarsi senza condannarsi”.

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Il blog ha raccolto sguardi sulla società, la cultura, la Chiesa, la fede, proposte e pensieri, spirituali e di teologia. E se la speranza diventa un filo quando il male ti sopravanza, resta il richiamo del salmo che Albini ha postato come ultimo suo messaggio: “Nella pace mi corico e presto mi addormento solitario nella speranza mi fai riposare, Signore (Sal 4,9).

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Testo di Paolo Rapellino – Foto di Fabrizio Annibali

Da CREDERE  – 3 Aprile 2016

«Ho terminato le lezioni a scuola, nel pomeriggio devo accompagnare i bambini alle loro attività e al catechismo, aggiornerò il blog nei ritagli di tempo e poi correrò a una presentazione del mio ultimo libro. Tornerò a casa quando si sarà già cenato, ma ho assicurato a mia moglie che metterò i piatti in lavastoviglie».

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La vita quotidiana di ogni lavoratore, padre e marito è fatta così: una rincorsa contro il tempo per tenere fede agli impegni. Mentre racconta la sua giornata, lo sa bene Christian Albini, 43 anni, sposato con Silvia, papà di tre figli dai 4 ai 12 anni e un lungo elenco di attività professionali ed ecclesiali: docente di Religione nelle scuole superiori, responsabile del Centro di spiritualità della diocesi di Crema, autore fecondo di libri di teologia, titolare di un blog e collaboratore del mensile Jesus con la rubrica Un popolo chiamato Chiesa. 

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TEOLOGIA DEL QUOTIDIANO

Ma per Albini la sfida di un teologo laico è proprio questa: parlare alla vita concreta. «La riflessione teologica in Italia non può continuare a essere una cosa che interessa solo i preti, anzi, direi una parte piuttosto elitaria dei preti. Dovrebbe invece rientrare a pieno titolo nella comunicazione e nel dibattito pubblico. Parlare di teologia non vuol dire solo occuparsi di Dio e della Chiesa ma anche dell’umano. Vedere come la fede in Dio e il vissuto della Chiesa hanno a che fare con l’esistenza nei suoi aspetti personali ma anche pubblici e sociali. Penso che l’assenza della teologia dalla cultura italiana renda entrambe più povere».

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LA VOCAZIONE DEL LAICO

La vita stessa di Albini è un originale intreccio di percorsi che spiegano la sua grande sensibilità per la spiritualità del quotidiano. Ce la racconta per Credere all’uscita di scuola, in una giornata di sole che inizia a far avvertire la primavera anche nella Bassa padana, abituale patria della nebbia, mentre gli studenti con lo zaino in spalla – «salve, prof» – lo salutano con confidenza.

«La mia storia di credente è molto ordinaria: nasce in parrocchia e all’oratorio, dove ho avuto la fortuna di crescere con un parroco intelligente e aperto, don Agostino Cantoni. Era un teologo preparato ma ci teneva alla scelta preferenziale per i poveri; conosceva don Oreste Benzi e portò in parrocchia l’attenzione per i disabili; fece conoscere il Concilio a Crema e mi fece capire che un credente non deve avere paura di pensare e confrontarsi con persone anche di idee molto diverse».

Dopo aver preso in considerazione l’idea di entrare in seminario, Christian si innamora di Silvia: «Ho capito che la mia vocazione era quella persona concreta entrata nella mia vita. Ci siamo fidanzati e sposati». Tuttavia non abbandona il sogno di studiare teologia: «Mi ero laureato in Scienze politiche e avevo iniziato a lavorare in una società di consulenza a Milano: non potevo lasciare il lavoro per iscrivermi alla Facoltà teologica».

Quindi il giovane opta per l’Istituto di scienze religiose del capoluogo lombardo, terminato il quale diventa insegnante di Religione. «Avvertivo la necessità di non chiudere una riflessione e una partecipazione alla vita della Chiesa che non fosse solo “dare una mano” in parrocchia quando si può (che comunque va già benissimo). Pur nel mio percorso irregolare, ho sempre cercato di essere rigoroso, di studiare seriamente, certo, nel tempo che mi restava tra lavoro e famiglia». Inizia così a pubblicare: «Nei primi anni quando proponevo libri o articoli ero guardato con sospetto dagli editori: sono un laico, non sono docente universitario… Mi dicevano: “Sì, l’articolo è interessante, ma lei non è un cattedratico”. Ma ho anche trovato chi mi ha dato fiducia, per esempio alla comunità di Bose».

Collabora con i Gesuiti di Aggiornamenti sociali e stampa il primo libro con le edizioni Paoline nel 2003, cui ne seguono diversi altri. «Poi, presentando le credenziali delle mie pubblicazioni, ho ottenuto l’iscrizione all’Associazione teologica italiana». 

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SPIRITUALITÀ IN RETE

Nel 2006 Albini ha dato vita al suo blog. Un modo per parlare ai non addetti ai lavori, anche grazie a Twitter e Facebook. «Allora in Italia nel campo religioso c’era quasi niente, salvo qualche espressione del mondo cattolico tradizionalista, cui va dato atto di aver capito presto le potenzialità della rete e averne fatto un suo punto di forza. Il titolo, Sperare per tutti, riprende quello dell’ultimo libro di von Balthasar» nel quale il grande teologo azzardava la tesi che l’inferno esiste ma si può sperare che sia vuoto grazie alla misericordia di Dio. «Ma non è solo questione dell’aldilà».

«Christian Albini tiene a sottolineare che la sua riflessione origina dall’esperienza di «una persona normale», che deve fare i conti con i problemi di tutti i giorni, che ha sperimentato sulla sua pelle anche la prova di una malattia grave, che ha «una famiglia con i suoi alti e bassi, le sue fatiche, come tutte le famiglie del mondo. Per questo», chiarisce, «mi arrabbio quando mi dicono: “Tu sei uno di quelli che fa l’intellettuale…”. Ma», scandisce, «portare avanti la scrittura e la riflessione non è mai stata una scelta a cuor leggero, anche quando avevo ben altre questioni a cui pensare. Ed è per questo che rivendico il radicamento nella concretezza». 

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SOPPORTARE I MOLESTI

È esattamente questo il filo rosso che ha seguito nel suo ultimo libro, una riflessione su Sopportare pazientemente le persone moleste.

Chi sono i molesti? Albini lo spiega in modo chiaro e concreto: «Tutti hanno persone moleste nella loro cerchia di relazioni», sorride, «dal lavoro ai parenti, dall’autostrada al condominio, per non parlare di quando le molestie assumono una rilevanza molto più grave. Insomma, la molestia è una fatica che attraversa tutte le relazioni umane.

Moles, in latino, è il peso ma anche il pericolo. Ma ci sono anche le molestie delle persone scomode: coloro che fanno una richiesta di giustizia. Sono molesti perché ci provocano: con la loro presenza disturbano quello che sarebbe il quieto vivere e ci fanno un appello. Ricordo un episodio da ragazzo, quando con l’oratorio stavamo portando dei disabili gravi in gita alle Tre cime di Lavaredo, sulle Dolomiti. Una turista commentò riguardo a un ragazzo deforme: “Io uno così non lo toccherei neanche per un milione”. E don Agostino rispose: “Neanche loro, infatti lo fanno gratis”.

Noi e quei ragazzi disabili eravamo una molestia nel clima di vacanza. E poi ci sono quelli detestabili: anche se non abbiamo niente a che fare, ci danno fastidio per il solo fatto che esistono. Il caso classico è il musulmano. È la difficoltà ad accettare una identità differente dalla nostra. Allora, “sopportare pazientemente” vuol dire adottare uno sguardo che tiene insieme me e l’altro anche quando l’altro non mi corrisponde».

Conclude Albini: «Questa percezione di distanza tra noi e l’altro segnala il limite della nostra capacità di relazione e perciò della nostra capacità di amare. Fare un’esperienza di fede invece è sperimentare la fedeltà di Dio che non rompe mai la relazione con noi».

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IL LIBRO SOPPORTARE I MOLESTI

In occasione del Giubileo, Christian Albini ha scritto il libro

  • Sopportare pazientemente le persone moleste (Emi, 2016, 64 pagine, 7 euro), uno dei volumi di una collana di 13 libretti dal titolo Fare misericordia, dedicata alle opere di misericordia rilette da teologi e autori spirituali contemporanei.

Recentemente ha pubblicato anche:

  • L’arte della misericordia (Qiqajon, 2015) e
  • Cerco parole buone su vita, amore e morte (Paoline, 2016).

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ANNO NUOVO VITA NUOVA – Angelo Nocent

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SPIEGAZIONE DEL CANTO:
Un solo spirito, un solo battesimo riprende il contenuto della lettera di San Paolo agli Efesini (4, 1-6):
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace.

Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.”

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Incredibile ma vero: sono io il figlio amato, ognuno è il figlio preferito da Dio. Sono le stesse parole pronunciate su di noi nel Battesimo quando fummo immersi in Dio.
Solo che ognuno di noi è un figlio incipiente, incompiuto e se si dimentica di vivere ancora delle sue sorgenti il disegno di Dio resta congelato.

Ma la vita fragile non è condannata; l’uomo non è spezzato: “non griderà, non spezzerà, non spegnerà (Isaia 42,23). Dio non castiga la fiamma debole ma la fa diventare luminosa e forte; condanna solo l’ipocrisia dei pii e dei potenti; non punisce i nostri inverni, ma soffia sulla primavera.

“Perché l’uomo non coincide con i suoi peccati, né la vita con le sue fratture. Il male non è mai rivelatore dell’uomo. Qualcuno, un agnello, vi si è immerso, l’ha  portato via e ora sento solo l’eco di una voce che mi dice: figlio. L’eco di un cielo che si apre. E nessuno lo chiuderà mai più”  (Ermes Ronchi)

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Un giorno quando arriverò davanti a Dio ed Egli mi guarderà, so che vedrà un pover’uomo, nient’altro che una canna incrinata, il fumo di uno stoppino smorto.
Eppure so che ripeterà proprio a me quelle tre parole che da una vita aspetto di sentire: Figlio mio, amore mio, gioia mia. Entra nell’abbraccio di tuo padre!

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VENNERO PER ADORARLO – Angelo Nocent

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«L’episcopato è il sacramento della strada».
L’ingresso a Milano e l’ordinazione episcopale di Martini

Alla vigilia della giornata in ricordo di Carlo Maria Martini, che si terrà sabato 15 febbraio nell’anniversario della nascita del Cardinale, la Fondazione ricorda il suo ingresso a Milano come pastore della Chiesa ambrosiana, avvenuto il 10 febbraio 1980 percorrendo a piedi le vie della città con il Vangelo in mano. Poco più di un mese prima, il 6 gennaio, gli era stata conferita l’ordinazione episcopale in San Pietro per mano di Giovanni Paolo II.


Riproponiamo qui il testo della suggestiva omelia nella quale il Papa legava il mistero dell’Epifania, dei suoi doni e del cammino dei Magi alla missione del vescovo, definendolo «il sacramento della strada».

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 « Offrirono i doni…».
Con questo gesto i tre re magi dall’oriente portano a compimento lo scopo del loro viaggio. Esso li ha condotti per le vie di quelle terre verso le quali anche gli avvenimenti contemporanei spesso richiamano la nostra attenzione. La guida su queste vie per i tre re magi fu quella misteriosa stella «che avevano visto nel suo sorgere» (Mt 2,9), e che «li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino» (Mt 2,9). Proprio a questo bambino andarono quegli uomini insoliti, chiamati fuori dalla cerchia del popolo eletto verso le vie della storia di questo popolo.

La storia d’Israele aveva dato loro l’ordine di fermarsi a Gerusalemme e di porre – dinanzi a Erode – la domanda: «Dov’è il re dei Giudei che è nato»? (Mt 2,2). Infatti le vie della storia d’Israele erano state tracciate da Dio,e perciò era necessario cercarle nei libri dei profeti: di coloro cioè che a nome di Dio avevano parlato al popolo della sua particolare vocazione. E la vocazione del popolo dell’alleanza fu proprio colui al quale conduceva la via dei re magi dall’oriente.

Appena essi ebbero posto quella domanda dinanzi a Erode, egli non ebbe nessun dubbio di chi – e di quale re – si trattasse, perché, come leggiamo «riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia» (Mt 2,4).

Così dunque la via dei re magi conduce al messia, a colui che il Padre «ha consacrato e mandato nel mondo» (Gv 10,36). La loro via è anche la via dello Spirito. È soprattutto la via nello Spirito Santo. Percorrendo questa via – non tanto sulle strade delle regioni del medio oriente, quanto piuttosto attraverso i misteriosi cammini dell’anima – l’uomo è condotto dalla luce spirituale proveniente da Dio, raffigurata da quella stella, che seguivano i tre re magi.

I cammini dell’anima umana, che conducono verso Dio, fanno sì che l’uomo ritrovi in sé un tesoro interiore. Così leggiamo anche dei tre re magi, che giunti a Betlemme «aprirono i loro scrigni» (Mt 2,11). L’uomo prende coscienza di quali enormi doni di natura e di grazia Dio lo abbia colmato, ed allora nasce in lui il bisogno di offrirsi, di restituire a Dio ciò che ha ricevuto, di farne offerta come segno della elargizione divina. Questo dono assume una triplice forma – così come nelle mani dei tre re magi: «Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2,11).

carlo-maria-martini-e-i-carcerati2. L’episcopato, che oggi, venerati e amatissimi fratelli, riceverete dalle mie mani, è un sacramento in cui si deve manifestare in modo particolare il dono. L’episcopato infatti è la pienezza del sacramento dell’ordine, mediante il quale la Chiesa apre sempre davanti a Dio il suo più grande tesoro – e da questo tesoro offre a lui i doni di tutto il Popolo di Dio.

Il più grande tesoro della Chiesa è il suo sposo: Cristo. Sia il Cristo deposto sul fieno in una mangiatoia, come pure il Cristo che muore sulla croce. Egli è un tesoro inesauribile. La Chiesa continuamente stende la mano a questo tesoro per attingere ad esso. E attingendo non lo diminuisce, ma lo aumenta.

Tali sono i principi della economia divina. Stende la mano, dunque, la Chiesa al tesoro della natività e della crocifissione, al tesoro della incarnazione e della redenzione. Ed attingendo ad esso, non impoverisce quel tesoro ma lo moltiplica.

Il Vescovo è l’amministratore, nello stesso tempo, di quell’attingere e di quel moltiplicare.

«E’ amministratore dei misteri di Dio» (1Cor 4,1). Non è soltanto un mago che cammina per le strade impraticabili del mondo verso la soglia del mistero. E’ collocato nel suo stesso cuore. Il suo compito è di aprire questo mistero ed attingere ad esso. Più generosamente attinge, più grandemente moltiplica.

Ricordate, carissimi, che lo Spirito Santo vi costituisce oggi in mezzo alla Chiesa affinché, attingendo abbondantemente al tesoro della natività e della redenzione, lo moltiplichiate con la vostra vita e il vostro ministero.

3. Da questo tesoro si trae sempre oro, incenso e mirra. Di tale triplice dono deve rivestirsi la vostra vita, dato che siete chiamati per offrire a Dio in Cristo e nella Chiesa il vostro amore, la vostra preghiera e la vostra sofferenza.

Tuttavia, essendo voi costituiti in mezzo al Popolo di Dio come Pastori ed insieme come servi, il vostro dono personale deve crescere in questo popolo. Fecit eum Dominus crescere in plebem suam. La vostra vocazione è il dono di tutto il popolo.

Ognuno di voi deve rimanere il pastore ed il servo di quest’amore, della preghiera e della sofferenza, che si elevano da tutti i cuori a Dio in Cristo. Tali doni non debbono essere sprecati né andare perduti. Essi debbono invece trovare la strada per Betlemme come i doni nelle mani dei magi, che seguirono la stella dall’oriente.

Ogni Vescovo è l’amministratore del mistero e il servo del dono che si prepara incessantemente nei cuori umani. Questo dono proviene dalle esperienze della generazione alla quale il Vescovo stesso appartiene. Proviene dalla vita di centinaia, migliaia e milioni di uomini, suoi fratelli e sorelle. Egli stesso, il Vescovo, è il servo del dono. Colui che custodisce e che moltiplica.

Dovete penetrare profondamente in tutta la complessità della vita degli uomini contemporanei, affinché ciò che la costituisce non si scomponga nelle loro opere, nei cuori, nelle relazioni sociali, nelle correnti di civilizzazione, ma ritrovi costantemente il suo senso come dono. E’ Cristo stesso Pastore e Vescovo delle nostre anime, di tutto ciò che è umano. che vuole fare di noi un sacrificio perenne gradito a Dio (cf. Prex Eucharistica III ), un dono al Padre.

Il Vescovo è colui che custodisce il dono, è colui che risveglia il dono nei cuori, nelle coscienze, nelle esperienze difficili della sua epoca, nelle sue aspirazioni e nei suoi smarrimenti, nella sua civilizzazione. nell’economia e nella cultura.

4. Oggi vengono a Betlemme i tre magi dall’oriente. Giungono per la strada della fede. Dell’episcopato non si può forse dire che esso è un sacramento della strada? Voi ricevete questo sacramento per trovarvi sulla strada di tanti uomini, ai quali vi manda il Signore; per intraprendere insieme con loro questa strada, camminando, come i magi, dietro la stella; e quanto spesso per fare loro vedere la stella, che in qualche parte ha cessato di splendere, in qualche parte si è smarrita… per mostrarla ad essi di nuovo!

Entrate anche voi, cari fratelli, su questa grande strada della Chiesa, che è tracciata dalla successione apostolica alle singole sedi vescovili.

E che cosa dire qui della meravigliosa, ricca successione alla sede di sant’Ambrogio, e poi di san Carlo a Milano? Essa risale, press’a poco, ai primi decenni del cristianesimo e abbonda in vescovi martiri… e, solo nel nostro secolo, ha dato alla Chiesa due papi: Pio XI e Paolo VI.

E’ qui presente il cardinale Giovanni Colombo, che ha ricevuto questa sede di Milano proprio dopo Paolo VI, l’allora cardinale Giovanni Battista Montini, per trasmetterla oggi, quando si affievoliscono le sue forze, al suo successore. Con gioia la Chiesa di Milano saluta questo successore, degno figlio di sant’Ignazio, stimato rettore del Biblicum e poi dell’Università Gregoriana a Roma.

carlo-maria-martini-3Con gioia e fiducia la Chiesa di Milano saluta colui che deve essere il suo nuovo Vescovo e Pastore, il nuovo amministratore del dono, di cui ho parlato, e il nuovo testimone della stella, di quella stella che conduce infallibilmente a Betlemme. […]

5. L’episcopato è il sacramento della strada. È il sacramento delle numerose strade, che percorre la Chiesa, seguendo la stella di Betlemme, insieme con ogni uomo.

Entrate su queste strade, venerati e cari fratelli, portate su di esse oro, incenso e mirra. Portateli con umiltà e con fiducia. Portateli con prodezza e con costanza. Mediante il vostro servizio si apra il tesoro inesauribile a nuovi uomini, a nuovi ambienti, a nuovi tempi, con l’ineffabile ricchezza del mistero che si è rivelato agli occhi dei tre magi, venuti dall’oriente, alla soglia della stalla di Betlemme.

Carlo Maria Martini
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ANNO NUOVO: IL BUONGIORNO DI DIO – Angelo Nocent

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LA PAURA DELLE PAURE – Angelo Nocent

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DON TONINO BELLO SPIEGA LA “BASILICA MAGGIORE” – Angelo Nocent

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San Giovanni di Dio e il suo bastone conservato a Granada.

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