Maria «Madre della Chiesa» – Angelo Nocent

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Lunedì dopo Pentecoste. Maria «Madre della Chiesa», la prima festa liturgica

Una memoria liturgica, quella di oggi 21 Maggio 2018, che celebra la «maternità di Maria nei confronti della Chiesa» ma che richiama anche «un dono e un segno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo» e che ci fa scoprire grazie a questo «Maria come educatrice di ogni credente» in grado di svelarci il «“segreto” di Cristo». È la prima impressione con cui il mariologo padre Gian Matteo Roggio, appartenente alla Congregazione dei missionari di Nostra Signora de La Salette, spiega la scelta «innovativa e unica» di papa Francesco e della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di inserire da quest’anno nel Calendario Romano la memoria liturgica obbligatoria della «Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa» da celebrarsi ogni anno nel lunedì dopo Pentecoste.

Il decreto del dicastero vaticano è stato firmato l’11 febbraio scorso dal cardinale prefetto Robert Sarah e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche, ma è stato reso pubblico nel marzo scorso. L’indicazione del Papa è stata accolta anche nel Calendario Ambrosiano con la stessa data e, mentre l’arcidiocesi di Milano sta avviando la pratica per la recognitio della Sede Apostolica, l’arcivescovo Mario Delpini chiede agli ambrosiani di celebrare già la ricorrenza.

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Icona venerata nel Santuario Madonna delle Assi

La memoria liturgica è legata alla solennità che si festeggia questa domenica, ossia quella in cui si fa memoria della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli riuniti con la Madonna nel Cenacolo, avvenuta cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo. «Non è un caso che lo Spirito ha chiamato Maria – è la riflessione del teologo e docente alla Facoltà Teologica Marianum di Roma – a costruire con forza la Chiesa della Pentecoste attraverso la sua singolare testimonianza di donna che ha saputo stare presso la Croce e da lì ha attinto il “segreto” più profondo dell’identità di quel Figlio avuto per opera del medesimo Spirito, ora risuscitato dai morti. Questa sua singolare testimonianza fa parte dell’annuncio apostolico e non se ne può fare a meno: è permanente e appartiene alle fondamenta stessa della Chiesa. Ed è per questo che il popolo di Dio, riconoscendo il debito che ha nei confronti di questa donna, la onora e la accoglie come “Madre”».

Paolo Vi 197_Paolo_VIUn titolo quello della Vergine «Madre della Chiesa» che ci riporta a quella definizione pronunciata nel 1964 proprio dal predecessore di papa Bergoglio sulla Cattedra di Pietro, il prossimo santo Paolo VI (sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre) a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II. «Quando Montini a nome di tutto il popolo di Dio, volle che Maria fosse onorata e accolta come “Madre della Chiesa”, egli aveva davanti a sé la Costituzione dogmatica sulla Chiesa approntata dal Concilio Vaticano II, la Lumen gentium – è l’argomentazione del sacerdote classe 1967 ed esperto di apparizioni mariane –. In essa il capitolo VIII è dedicato alla Madre di Dio, perché non si possono separare Maria e la Chiesa.

L’una e l’altra sono indissolubilmente legate per via della fede nel Cristo: è questa comune fede che dà unità alla loro vocazione, alla loro testimonianza e al loro servizio. Essa altro non è se l’abitare e il rimanere nel “segreto” del Cristo, colui che ha fatto della Risurrezione dai morti la misura del perdono e della riconciliazione che provengono dal Padre delle misericordie». E annota a questo proposito: «Con la sua scelta, Paolo VI volle dire fermamente che la dottrina conciliare era radicata nella più genuina tradizione apostolica; e che la stessa tradizione apostolica non smette mai di guardare a Maria. Non perché sia Maria a generare la Chiesa: la Chiesa nasce dallo Spirito ed è lo Spirito che ci rende fratelli e sorelle del Cristo, coeredi della sua Croce e Risurrezione».

Una scelta dunque da vivere e custodire come un filo rosso di continuità con il magistero montiniano. «Oggi 54 anni dopo, papa Francesco – osserva il teologo – ribadisce così due esigenze che il Vaticano II è il riferimento normativo della Chiesa del III millennio e che il popolo di Dio onora e accoglie Maria come “Madre” nella misura in cui fa trasparire stabilmente, nei suoi volti e nelle sue opere, ovunque si trovi e viva, la “rivoluzione della tenerezza” di cui lei è singolare beneficiaria, testimone ed educatrice». Una memoria liturgica, secondo il missionario salettino, che permetterà così di scoprire, incontrare, amare e onorare la «maternità di Maria come un segno provocante di questa autenticità spirituale di cui la Chiesa ha sempre bisogno per essere se stessa».

Da AVVENIRE Filippo Rizzi sabato 19 maggio 2018

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In questo piccolo santuario del XV secolo, parte della mia parrocchia, la festa della Madonna delle Assi si celebra il lunedì dopo Pentecoste. Quest’ anno, per la coincidenza di Maria “Madre della Chiesa”, da giorni la comunità alterna alcune delle 86 strofe di una Cantata dedicata alla Vergine:
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PENTECOSTE – Angelo Nocent

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CARD. MONTENEGRO: VIVERE LA CARITA’, coltivare la speranza… Angelo Nocent

 

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ASCENSIONE (versione di Luca): VALE LA PENA SOFFERMARSI… – Angelo Nocent

È accanto ad ogni uomo, per sempre

Con l’entrata di Gesù nella gloria del Padre è cambiato qualcosa sulla terra?

Esteriormente nulla. La vita degli uomini ha continuato ad essere quella di prima: seminare e mietere, commerciare, costruire case, viaggiare, piangere e fare festa, tutto come prima. Anche gli apostoli non hanno ricevuto alcuno sconto sui drammi e le angosce sperimentati dagli altri uomini. Tuttavia qualcosa di incredibilmente nuovo è accaduto: sull’esistenza dell’uomo è stata proiettata una luce nuova.

In un giorno di nebbia, improvvisamente compare il sole. Le montagne, il mare, i campi, gli alberi del bosco, i profumi dei fiori, il canto degli uccelli rimangono gli stessi, ma diverso è il modo di vederli e di percepirli.

Accade anche a chi è illuminato dalla fede in Gesù asceso al cielo: vede il mondo con occhi rinnovati. Tutto acquista un senso, nulla rattrista, nulla più spaventa.

Oltre le sventure, le fatalità, le miserie, gli errori dell’uomo s’intravede sempre il Signore che costruisce il suo regno.

Un esempio di questa prospettiva completamente nuova potrebbe essere il modo di considerare gli anni della vita. Tutti conosciamo, e forse sorridiamo, degli ottantenni che invidiano chi ha meno anni di loro, si vergognano della loro età… insomma, volgono lo sguardo al passato, non al futuro. La certezza dell’Ascensione capovolge questa prospettiva. Mentre trascorrono gli anni, il cristiano è soddisfatto perché vede avvicinarsi il giorno dell’incontro definitivo con Cristo; è lieto di essere vissuto, non invidia i più giovani, li guarda con tenerezza.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”.

Prima Lettura (At 1,1-11)

1 Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio 2 fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. 3 Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. 4 Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete udito da me: 5 Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”.

6 Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. 7 Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, 8 ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”.

 9 Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. 10 E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Sul monte degli Ulivi è stato costruito dai crociati un piccolo santuario ottagonale, trasformato poi in moschea dai musulmani nel 1200. Spiegavo a dei pellegrini che quest’edicoletta oggi ha un tetto, ma originariamente era scoperta per ricordare l’Ascensione di Gesù al cielo. Uno scanzonato del gruppo ha commentato: “Non aveva il tetto perché altrimenti, salendo, Gesù avrebbe battuto la testa”. Qualcuno non ha gradito la battuta dissacrante, ma qualche altro l’ha considerata una provocazione ad approfondire il significato del testo degli Atti.

A prima vista, il racconto dell’Ascensione scorre fluido, ma quando si considerano tutti i particolari si comincia a provare un certo imbarazzo: sembra piuttosto inverosimile che Gesù si sia comportato come un astronauta che si stacca dal suolo, s’innalza verso il cielo e scompare oltre le nubi; ci sono inoltre alcune incongruenze difficili da spiegare.

Alla fine del suo Vangelo, Luca – lo stesso autore degli Atti – afferma che il Risorto condusse i suoi discepoli verso Betania e “mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24,50-53). Lasciamo perdere la strana annotazione sulla “grande gioia” (chi di noi è felice quando un amico parte?) e il disaccordo sulla località (Betania è un po’ fuori mano rispetto al monte degli Ulivi). Ciò che sorprende è la palese divergenza sulla data: secondo Lc 24 l’Ascensione avviene nello stesso giorno di Pasqua, mentre negli Atti è collocata quaranta giorni dopo (At 1,3). Stupisce che lo stesso autore fornisca due informazioni contrastanti.

Se prendiamo per buona la seconda versione (quella dei quaranta giorni) viene spontaneo chiedersi: cosa ha fatto Gesù durante questo tempo? Sul Calvario non aveva promesso al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso? Perché non è vi andato subito?

Le difficoltà elencate sono sufficienti per metterci in guardia: forse l’intenzione di Luca non è quella di informarci su dove, come e quando Gesù è salito al cielo. Forse (anzi, senza forse!) la sua preoccupazione è un’altra: vuole rispondere a problemi e sciogliere dubbi che sono sorti nelle sue comunità, vuole illuminare i cristiani del suo tempo sul mistero ineffabile della Pasqua. Per questo, da artista della penna qual è, compone una pagina di teologia utilizzando un genere letterario e delle immagini ben comprensibili ai suoi contemporanei. Il primo passo da compiere dunque è quello di comprendere il linguaggio impiegato.

Al tempo di Gesù l’attesa del regno di Dio è vivissima e gli scrittori apocalittici la annunciano come imminente. Si attendono: un diluvio di fuoco purificatore dal cielo, la risurrezione dei giusti e l’inizio di un mondo nuovo. Anche nella mente di alcuni discepoli si crea un clima di esaltazione, alimentata da alcune espressioni di Gesù che possono facilmente essere fraintese: “Non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo” (Mt 10,23); “Vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno” (Mt 16,28).

Con la morte del Maestro, però, tutte le speranze vengono deluse: “Noi speravamo che egli sarebbe stato quello che avrebbe liberato Israele” – diranno i due di Emmaus (Lc 24,21).

La risurrezione risveglia le attese: si diffonde fra i discepoli la convinzione di un immediato ritorno di Cristo. Alcuni fanatici, basandosi su presunte rivelazioni, cominciano addirittura ad annunciarne la data. In tutte le comunità si ripete l’invocazione: “Marana tha”, vieni Signore!

Gli anni passano, ma il Signore non viene. Molti cominciano ad ironizzare: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3,4).

Luca scrive in questa situazione di crisi. Si rende conto che un equivoco sta all’origine della cocente delusione dei cristiani: la risurrezione di Gesù ha segnato sì l’inizio del regno di Dio, ma non la conclusione della storia.

La costruzione del mondo nuovo è soltanto iniziata, richiederà tempi lunghi e tanto impegno da parte dei discepoli.

Come correggere le false attese? Luca introduce nella prima pagina del libro degli Atti un dialogo fra Gesù e gli apostoli.

Consideriamo la domanda che questi pongono: quando giungerà il regno di Dio? (v. 6). E’ la stessa che, alla fine del secolo I, tutti i cristiani vorrebbero rivolgere al Maestro. La risposta del Risorto, più che ai Dodici, è diretta ai membri delle comunità di Luca: smettetela di disquisire sui tempi e sui momenti della fine del mondo, questi sono conosciuti solo dal Padre. Impegnatevi piuttosto a portare a compimento la missione che vi è stata affidata: essere miei testimoni “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (vv. 7-8)!

A questo dialogo segue la scena dell’Ascensione (vv. 9-11).

Gesù e i discepoli sono seduti a mensa (At 1,4), in casa dunque. Perché non si sono salutati lì, dopo aver cenato? Che bisogno c’era di andare verso il monte degli Ulivi? E gli altri particolari: la nube, gli sguardi rivolti verso il cielo, i due uomini in bianche vesti sono annotazioni di cronaca o artifici letterari?

Nell’AT c’è un racconto che assomiglia molto al nostro, si tratta del “rapimento” di Elia (2 Re 2,9-15).

Un giorno questo grande profeta si trova presso il fiume Giordano con il suo discepolo Eliseo. Questi, saputo che il maestro sta per lasciarlo, osa chiedergli in eredità due terzi del suo spirito. Elia glieli promette, ma solo a una condizione: se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te. All’improvviso, appare un carro con cavalli di fuoco e, mentre Eliseo guarda verso il cielo, Elia viene rapito in un turbine. Da quel momento Eliseo riceve lo spirito del maestro ed è abilitato a continuarne la missione in questo mondo. Il libro dei Re racconterà poi le opere di Eliseo: sono le stesse che ha compiuto Elia.

Facile rilevare gli elementi comuni con il racconto degli Atti ed allora la conclusione non può essere che questa: Luca si è servito della scenografia grandiosa e solenne del rapimento di Elia per esprimere una realtà che non può essere verificata con i sensi né descritta adeguatamente con parole: la Pasqua di Gesù, la sua Risurrezione e la sua entrata nella gloria del Padre.

La nube indica nell’AT la presenza di Dio in un certo luogo (Es 13,22). Luca la impiega per affermare che Gesù, lo sconfitto, la pietra scartata dai costruttori, colui che i nemici avrebbero voluto che rimanesse per sempre prigioniero della morte, è stato invece accolto da Dio e proclamato Signore. I due uomini vestiti di bianco sono gli stessi che compaiono presso il sepolcro nel giorno di Pasqua (Lc 24,4). Il colore bianco rappresenta, secondo la simbologia biblica, il mondo di Dio. Le parole poste sulla bocca dei due uomini sono la spiegazione data da Dio agli avvenimenti della Pasqua: Gesù, il Servo fedele, messo a morte dagli uomini, è stato glorificato. Le loro parole sono veritiere (essendo due, sono testimoni degni di fede).

Infine: lo sguardo rivolto al cielo. Come Eliseo, anche gli apostoli ed i cristiani del tempo di Luca rimangono a contemplare il Maestro che si allontana. Il loro sguardo indica la speranza di un suo immediato ritorno, il desiderio che, dopo un breve intervallo, egli riprenda l’opera interrotta. Ma la voce dal cielo chiarisce: non sarà lui a portarla a compimento, sarete voi. Lo farete, siete abilitati a farlo perché avete trascorso con lui quaranta giorni (nel linguaggio del giudaismo era il tempo necessario alla preparazione del discepolo) e ne avete ricevuto lo Spirito.

Per gli apostoli, come per Eliseo, l’immagine del “rapimento del maestro” indica il passaggio di consegne.

Già al tempo di Luca c’erano cristiani che “guardavano al cielo”, cioè, che consideravano la religione come un’evasione, non come uno stimolo ad impegnarsi concretamente per migliorare la vita degli uomini. Ad essi Dio dice “smettetela di guardare il cielo”, è sulla terra che dovete dar prova dell’autenticità della vostra fede. Gesù tornerà, sì, ma questa speranza non deve essere una ragione per estraniarvi dai problemi di questo mondo. Beati saranno infatti quei servi che il Signore, ritornando, troverà impegnati nel lavoro per i fratelli (Lc 12,37).

Gesù è dunque salito al cielo?

Certo che sì, ma dire che è asceso al cielo equivale a dire: è risorto, è stato glorificato, è entrato nella gloria di Dio. Il suo corpo, è vero, è stato posto nel sepolcro, ma Dio non ha avuto bisogno degli atomi del suo cadavere, per dargli quel “corpo da risorto” che Paolo chiama: “Corpo spirituale” (1 Cor 15,35-50).

Quaranta giorni dopo la Pasqua non si è verificato alcuno spostamento nello spazio, nessun “rapimento” dal monte degli Ulivi verso il cielo. L’Ascensione è avvenuta nell’istante stesso della morte, anche se i discepoli hanno cominciato a capire e a credere solo a partire dal “terzo giorno”.

Il racconto di Luca è una pagina di teologia, non il reportage di un cronista. In questa pagina egli vuole dirci che Gesù ha attraversato per primo il “velo del tempio” che separava il mondo degli uomini da quello di Dio e ha mostrato come tutto ciò che accade sulla terra: successi e disavventure, ingiustizie, sofferenze e persino i fatti più assurdi, come una morte ignominiosa, non sfuggono al progetto di Dio.

L’Ascensione di Gesù è tutto questo. Allora non ci si deve meravigliare che sia stata salutata dagli apostoli con gioia grande (Lc 24,52).

Seconda Lettura (Eb 9,24-28; 10,19-23)

9, 24 Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, 25 e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. 26 In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27 E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28 così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

10, 19 Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20 per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; 21 avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, 22 accostiamoci con cuore sincero nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23 Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso.

Oggi si continua a parlare di sacerdoti per indicare i presbiteri, per riferirsi ai ministri dell’Eucaristia e della Riconciliazione; ma il Concilio Vaticano II ha accuratamente evitato di farlo e ha riservato il termine sacerdote – come fa del resto tutto il Nuovo Testamento – a Cristo e al popolo di Dio unito a Cristo nell’offerta di sacrifici spirituali graditi al Padre.

Il brano della Lettera agli ebrei che oggi ci viene proposto inizia indicando due ragioni per cui Gesù è l’unico vero sacerdote.

La prima è che i sacerdoti antichi offrivano olocausti in un tempio materiale, fatto di pietre, mentre Gesù svolge il suo ministero in cielo, in un santuario non costruito da mani d’uomo (Eb 9,24).

Poi, il sacerdozio dell’antica Alleanza aveva come obiettivo la purificazione del popolo dalle sue colpe. Per espiare i peccati, il sommo sacerdote entrava – da solo e con timore – nella parte più sacra del tempio, nel Santo dei Santi e versava il sangue degli animali sacrificati sulla pietra che si riteneva fosse stata collocata da Dio a fondamento del mondo. Si diceva anche che questa pietra costituisse il tappo che bloccava le acque dell’abisso. Se, nel giorno dello Yom Kippur, i peccati del popolo non fossero stati espiati, attraverso l’esecuzione accurata e minuziosa di tutti i riti purificatori, le acque infernali si sarebbero di nuovo riversate sul mondo.

Il sommo sacerdote ripeteva ogni anno questi gesti liturgici, ma non otteneva alcuna remissione del peccato. Gli uomini continuavano ad essere malvagi e ad avere bisogno di espiazione.

Il sacerdozio di Gesù è completamente diverso: egli ha offerto un unico e perfetto sacrificio e non ha versato sangue di animali, ma ha donato il proprio sangue e, con il suo gesto d’amore, ha rimosso per sempre il peccato (Eb 9,25-27).

Egli verrà di nuovo, non per ripetere i sacrifici, ma per prendere con sé gli uomini che il suo unico e perfetto sacrificio ha redento da ogni colpa (Eb 9,28).

Nella seconda parte della lettura (Eb 10,19-23) l’autore evidenzia il risultato del sacrificio offerto da Cristo e presenta con un linguaggio teologico l’ascensione al cielo che oggi festeggiamo.

Si rivolge ai destinatari della sua lettera chiamandoli fratelli e annuncia loro: il culto antico è finito, Cristo ha inaugurato quello nuovo.

Negli Atti degli Apostoli, Luca ha presentato questa verità servendosi di un’immagine spaziale, ha invitato a contemplare Gesù che sale al cielo.

L’autore della Lettera agli ebrei introduce lo stesso evento con un linguaggio teologico, richiamandosi alla liturgia del tempio di Gerusalemme: è Gesù il vero, unico Sommo Sacerdote che, attraversato il velo che separava il mondo degli uomini da quello di Dio, è entrato nel Santuario eterno del cielo. È entrato e ha presentato al Padre il suo sacrificio: non l’offerta di animali che a Dio non sono mai interessati, ma la propria vita donata agli uomini, per amore. Così ha spalancato per tutti l’ingresso nella casa del Padre.

L’esortazione finale al discepolo che ora ha il cuore purificato dal suo sangue e il corpo lavato dall’acqua del Battesimo è ad essere fedele, a non vacillare nella professione di questa speranza (vv. 21-23).

Vangelo (Lc 24,46-53)

In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e disse loro: 46 “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”.

50 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 52 Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Noi siamo in grado di studiare e conoscere le realtà materiali, basta riuscire ad applicare intelligenza e perspicacia.

I segreti di Dio invece ci sfuggono, sono imperscrutabili, egli soltanto può rivelarli.

Se ci accostiamo a Gesù, se ripercorriamo le tappe della sua vita guidati unicamente dalla sapienza umana ci troviamo di fronte a un fitto mistero, brancoliamo nel buio. Dall’inizio alla fine, ciò che gli accade rimane un enigma. La stessa madre, Maria, è sorpresa e stupita quando il progetto di Dio comincia ad attuarsi nel figlio (Lc 2,33.50). Nella fede, anche lei deve “mettere insieme”, come tasselli, i vari avvenimenti (Lc 2,19), per scoprirvi il puzzle del Signore. Come coglierne il senso?

A questa domanda risponde, nei primi versetti del Vangelo di oggi (vv. 46-47), il Risorto. Egli – riferisce Luca – aprì l’intelligenza dei discepoli alla comprensione delle Scritture: “Così sta scritto…”. Solo dalla parola di Dio annunciata dai profeti può venire la luce che rischiara gli avvenimenti della Pasqua. Nella Bibbia – dice Gesù – già era predetto che il Messia avrebbe sofferto, sarebbe morto e risorto.

Difficile trovare nell’AT affermazioni tanto esplicite. Tuttavia, non c’è dubbio che ciò che ha cambiato la mente dei discepoli e ha fatto loro comprendere che il Messia di Dio era molto diverso da quello che essi si attendevano, sono stati i testi del profeta Isaia che parlano del Servo del Signore “disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… Ma che avrà una discendenza, vivrà a lungo e dopo il suo intimo tormento vedrà la luce” (Is 53).

Un altro avvenimento – dice il Risorto – è annunciato nelle Scritture: “Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (v. 47).

Qui il richiamo al testo biblico è chiaro. Si allude alla missione del Servo del Signore: “Io ti ho posto come luce per le genti perché tu porti la salvezza sino alle estremità della terra” (Is 49,6).

Secondo il profeta, è compito del Messia portare la salvezza a tutte le genti. Come si realizzerà questa profezia se Gesù ha limitato la sua attività al suo popolo, se ha offerto la salvezza solo agli israeliti (Mt 15,24)?

Nella seconda parte del Vangelo di oggi (vv. 48-49) si risponde a questa domanda: Gesù diventerà “luce delle genti” attraverso la testimonianza dei suoi discepoli.

Si tratta di un incarico troppo superiore alle capacità umane. Per svolgere la missione di Cristo non bastano buona volontà e belle qualità, è necessario poter contare sulla sua stessa forza. Ecco la ragione della promessa: “Voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (v. 49).

E’ l’annuncio dell’invio dello Spirito, Colui che diventerà il protagonista del tempo della Chiesa. Negli Atti degli Apostoli verrà ricordata spesso la sua presenza nei momenti salienti e la sua assistenza nelle scelte decisive fatte dai discepoli.

Il Vangelo di Luca si conclude con il racconto dell’Ascensione (vv. 50-53).

Prima di entrare nella gloria del Padre, Gesù benedice i discepoli (v. 51).

Terminate le celebrazioni liturgiche nel tempio, il sacerdote usciva dal luogo santo e pronunciava una solenne benedizione sui fedeli radunati per la preghiera (Sir 50,20). Dopo la benedizione questi tornavano alle loro occupazioni, certi che il Signore avrebbe condotto a buon fine ogni loro sforzo ed ogni loro fatica. La benedizione di Gesù accompagna la comunità dei suoi discepoli ed è la promessa e la garanzia del successo pieno dell’opera alla quale stanno per dare inizio.

Il richiamo finale non poteva che essere alla gioia: i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (v. 52).

Luca è l’evangelista della gioia. Già nella prima pagina del suo Vangelo si incontra l’angelo del Signore che dice a Zaccaria: “Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita” (Lc 1,14). Poco dopo, nel racconto della nascita di Gesù, di nuovo appare l’angelo che dice ai pastori: “Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10).

La prima ragione per cui i discepoli gioiscono, pur non avendo più il Maestro visibilmente con loro, è il fatto di aver compreso che egli non è rimasto, come i suoi nemici pensavano, prigioniero della morte.

Hanno fatto l’esperienza della sua risurrezione, sono certi che egli ha attraversato per primo il “velo del tempio” che separava il mondo degli uomini da quello di Dio. Così ha mostrato che tutto ciò che avviene sulla terra: successi e disavventure, ingiustizie, sofferenze ed anche i fatti più assurdi, come quelli che sono accaduti a lui, non sfuggono al progetto di Dio. Se questo è il destino di ogni uomo, la morte non fa più paura, Gesù l’ha trasformata in una nascita alla vita con Dio. Questa è la prima ragione per affrontare con speranza anche le situazioni più drammatiche e complicate.

La luce delle Scritture ha fatto loro capire che Gesù non è andato in un altro luogo, non si è allontanato, ma è rimasto con gli uomini. Il suo modo di essere presente non è più lo stesso, ma non è meno reale. Prima della Pasqua egli era condizionato da tutte le limitazioni alle quali noi siamo soggetti. Ora non più e può stare accanto ad ogni uomo, sempre. Con l’Ascensione la sua presenza non è diminuita, si è moltiplicata! Ecco la seconda ragione della gioia dei discepoli e nostra.

 

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IL CRISTIANO E’ COME UN PELLICANO – Angelo Nocent

Ezio Aceti

Ezio Aceti nel suo studio

Profilo

Ezio Aceti è esperto di psicologia della disabilità, psicologia scolastica, e mediazione in ambito familiare, oltre che autore di molti volumi per le editrici Città Nuova, Ancora e Monti. Libri dai titoli frizzanti e per nulla scontati, quanto la sua persona. Cura una rubrica di risposte alle domande sul periodico Città Nuova e sul sito www.cittanuova.it. Attualmente è consulente psicopedagogico del comune di Milano e di altri comuni lombardi, direttore scientifico di consultori e centri socio-educativi, consulente dell’Unione industriali di Lecco e responsabile scientifico dell’associazione internazionale “Famiglia per un mondo unito”.

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Conferenziere in tutta Italia e autore di numerosi libri, Aceti è sposato, padre e nonno, ma anche consacrato focolarino. «Gesù incarnato mi ha insegnato ad amare le fragilità dell’essere umano»

«Il cristiano è come un pellicano. Questo uccello vede i pesci nel mare, li prende, li mastica e li dà ai propri figli. Non li dà loro interi, perché morirebbero. Questa è la via della Chiesa: prendere il Vangelo, viverlo, sminuzzarlo nei gesti e nelle parole e trasmetterlo. In questo papa Francesco è un maestro. Ma non bisogna dimenticare nemmeno quello che ci ha insegnato Giovanni Paolo II: la via della Chiesa è conoscere l’essere umano».

Ezio Aceti, 61 anni, è psicologo dell’età evolutiva, autore prolifico di numerosi libri (quasi una trentina), conferenziere appassionato che gira tutta Italia su invito di parrocchie, scuole, associazioni e gruppi di genitori. Sposato con due figli e due nipoti, non fa mistero del fatto che la fede illumina il suo lavoro come psicologo.

«C’è stato un momento della mia vita in cui ho incontrato Gesù. Avevo 17 anni e non andavo molto in chiesa», racconta nel suo studio a Erba, in provincia di Como. «Ho partecipato casualmente a un incontro in parrocchia e lì mi è stato presentato Dio come Amore. In quel preciso momento ho sentito dentro di me un rapporto completamente diverso con Dio. Non sono caduto da cavallo come accaduto a san Paolo, però è stata una specie di folgorazione. Chi mi aveva parlato in quel modo era un sacerdote dei Focolari». Aceti fa parte da allora del movimento fondato da Chiara Lubich, la cui cittadella internazionale sulle colline toscane, Loppiano, in provincia di Firenze, si prepara ad accogliere papa Francesco il 10 maggio.

Laico, sposato, padre e nonno, Aceti ha fatto un passo in più, una speciale consacrazione: «Ho sentito una chiamata a vivere fino in fondo questa esperienza pur nella quotidianità», racconta. «Mi sono sposato ma ho fatto una promessa, un atto di fedeltà particolare, scegliendo una vita spesa per Dio all’interno del Movimento dei Focolari».

Cos’è Loppiano?

«È una città sul monte, un segno. Gli abitanti, quasi tutti giovani, vivono semplicemente la legge del Vangelo, mostrando che è possibile un mondo nuovo. Un grande teologo, Hans Urs von Baltasar, diceva che la Chiesa ha un capo ma ha anche un cuore. Ecco, lo spirito del Movimento dei Focolari, che si chiama anche Opera di Maria, si situa in questo cuore».

Perché la visita del Papa?

«Il fatto che il Papa vada a Loppiano ha proprio questo significato: riconoscere che c’è un cuore che guarda al futuro. Esultiamo perché il Papa è la Chiesa. Noi non facciamo nulla se non in unità con la Chiesa: ce lo ha insegnato Chiara Lubich, che consideriamo nostra madre nella fede. E se la Chiesa viene da noi, è perché davvero c’è un riconoscimento reciproco. Vogliamo essere per il Papa una consolazione, ma anche la forza che lui ha per andare verso l’esterno, verso le periferie».

Cos’è per lei la fede?

«La fede non ti dà qualcosa in più degli altri, ma ti fa vedere le cose e gli altri in modo diverso. Credo che l’errore, oggi, sia pensare che la fede sia qualcosa di “appiccicato” alla nostra esistenza. Noi, in realtà, come esseri umani, siamo caratterizzati dalla fede fin dall’inizio. Un bambino appena nato è completamente dipendente della mamma e dal papà, non potrebbe vivere senza, ha una fiducia completa, totale, in loro. Noi nasciamo già come persone fiduciose, il Battesimo incanala questa fiducia in Dio, in Cristo. Ma anche un non credente deve fidarsi, tutta la nostra vita si basa sulla fiducia».

Ha mai sentito la fede come un condizionamento nel suo lavoro di psicologo?

«No, non l’ho mai avvertita come un limite. Anche perché la fede non coincide con le regole morali: è un rapporto con una persona, Gesù. Anzi è un rapporto con la Trinità mediato da Gesù. Se avessi 18 anni, non andrei in chiesa perché qualcuno me lo dice. Ci andrei solo se mi sentissi attratto da Gesù e sentissi che mi realizzo come persona, come uomo, non solo come cristiano. Se mi venisse detto che devo fare la “volontà di Dio”, mi arrabbierei moltissimo. In realtà la volontà di Dio è un pensiero che non è contro il mio, ma lo illumina, così che a contatto con Dio ho un pensiero che è mio, ma che è purificato, seguendo il quale mi realizzo».

Psicoanalisi e fede: c’è ancora chi vede una contrapposizione…

«Non c’è niente di incompatibile. Tutte le correnti psicologiche hanno dei limiti, ma se sono aperte all’infinito ne vengono illuminate. Sigmund Freud ha avuto delle intuizioni geniali. La scienza umana è bellissima perché è stata creata da Dio. Tutto il meccanismo della nostra persona, del cosmo, è di un’intelligenza straordinaria. Per penetrare questo mistero, però, la nostra intelligenza deve avere una caratteristica, che dovrebbe essere di tutti gli scienziati: l’umiltà. L’umile non è il debole, è invece chi avverte che deve mettere quello che ha al servizio di una luce superiore. Questo atto di umiltà apre la persona a un’intelligenza spirituale che le fa scoprire cose che prima non avrebbe mai visto».

Lei tiene incontri in tutta Italia. Non è uno piscologo “da studio”. Perché?

«Mi sono specializzato in psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza. A 50 anni sentivo che mi mancava qualcosa e ho preso una seconda laurea in Scienze religiose. Avevo uno studio e poi ho cominciato a fare conferenze. Oggi quest’ultima attività è la principale, perché mi sono accorto che gli insegnanti, i preti, ma anche i genitori sanno ben poco di come funzionano i bambini e gli adolescenti. In tutti i seminari che preparano i futuri preti dovrebbero essere resi obbligatori tre esami sul bambino, tre sull’adolescente e tre sulla relazione. Ma anche i genitori e gli insegnanti non sanno quasi nulla di come funzionano i bambini. Non ho trovato un solo bambino capriccioso nella mia vita, mai! Ho trovato bambini che hanno logiche diverse dalle nostre, che hanno paura a chiudere gli occhi per entrare nella notte. La scuola è ancora ferma alle note, ai castighi, alla penna rossa. Eppure basterebbe applicare quanto scoperto da pedagogisti come la Montessori e santi come don Bosco. Per questo ho deciso di fare scuola di “alfabetizzazione genitoriale” in giro per l’Italia».

I

Incontra spesso i giovani: che cosa dice loro?

«Prima entro nei loro problemi, poi cerco di trasmettere loro quelli che chiamo “i cromosomi di Dio”, ovvero le tracce che ci caratterizzano come esseri umani seguendo le quali ci realizziamo. Dico loro, innanzitutto, che siamo esseri relazionali: non possiamo vivere senza l’altro. Secondo: siamo programmati per l’amore, ci realizziamo solo così. Terzo: quando faccio una cosa vera provo gioia, quando faccio una cosa falsa provo tristezza. Ai ragazzi spiego in questo modo la fregatura della pornografia: lì vedi corpi che fanno sesso, ma non vedi persone che si amano. Ecco perché, dopo aver visto un film pornografico, ti senti triste, mentre provi gioia quando doni te stesso. Quarto: è sempre possibile ricominciare. Noi siamo fatti di una pasta tale che può sempre rinnovarsi. Questo va contro ogni determinismo psicologico. L’errore più grande è quando un genitore dice al figlio: “Sei sempre il solito, non cambierai mai”. Dobbiamo imparare da Maria se vogliamo educare i nostri ragazzi».

La Madonna?

«Sì, proprio la Madonna, la cui grandezza non sta tanto nelle apparizioni. Sa come ha educato Gesù? Ha perso tempo. È stata lì. L’ha accarezzato. L’ha fasciato. Si è tirata indietro al momento opportuno quando era adolescente, l’ha lasciato libero di crescere. Anche la Chiesa dovrebbe fare così. Gesù non ha “trasmesso valori”. Si è incarnato. Si è innamorato della nostra fragilità. E noi dobbiamo fare come ha fatto Dio con noi: essere innamorati dell’essere umano».

Dove terrà il suo prossimo incontro?

«Sto partendo per la Siria. Andrò per una settimana sia a Damasco che a Homs per tenere degli incontri nelle scuole rivolti agli insegnanti che hanno a che fare con bambini traumatizzati dalla guerra, alcuni dei quali hanno il padre arruolato nel conflitto. Mi ha invitato la comunità del Movimento dei Focolari che è presente in Siria, ma anche i Gesuiti».

Non ha paura?

«Neanche un po’. Mi hanno garantito che i luoghi in cui vado sono sicuri. E poi, se il Padre eterno mi vuole lì, sono convinto che farà la sua parte».

LA STORIA. UN MOVIMENTO IN 182 NAZIONI
Chiara Lubich, all’anagrafe Silvia, nasce a Trento, seconda di quattro figli. Nel 1943 si consacra a Dio attraverso voti privati e prende il nome da Chiara d’Assisi. Attorno a lei cominciano a radunarsi altre compagne, che scelgono di mettere in pratica alla lettera il Vangelo, aiutando i poveri nella Trento devastata dalla guerra. Nasce l’Opera di Maria, nota come Movimento dei Focolari, che si pone l’obiettivo dell’unità fra i popoli e la fraternità universale. Oggi il movimento è diffuso in 182 Stati, opera nel dialogo ecumenico e interreligioso e accoglie anche fedeli di altre religioni e persone senza un riferimento religioso, affascinate dall’obiettivo di operare per un mondo unito. Loppiano è la prima cittadella internazionale fondata dal movimento nel 1964 (oggi sono 25 in tutto il mondo). «Loppiano sta a dire a chi la visita come sarebbe il mondo se tutti vivessero il Vangelo e in particolare il comandamento dell’amore scambievole», disse la Lubich. Oggi conta circa 850 abitanti, in prevalenza giovani, da 65 nazioni del mondo. A Loppiano dal 2006 ha sede anche il Polo Lionello Bonfanti, il primo polo europeo di Economia di comunione, punto di convergenza per le oltre 200 aziende italiane che aderiscono a questo modello economico alternativo. L’ultima struttura nata nella cittadella è l’istituto universitario Sophia, che da sei anni offre una laurea magistrale in Fondamenti e prospettive per una cultura dell’unità, frequentato da cento studenti di trenta Paesi.

Testo di Emanuela Citterio · Foto di Ugo Zamborlini

UTILISSIMO DISCORSO AGLI ADOLESCENTI

Le 10 A dell’educare

Nell’agile libretto Crescer(ci), recentemente edito da Città Nuova, Ezio Aceti si congeda dai lettori con un decalogo:

  • ASCOLTARE: mettersi nei panni dell’altro

  • ACCOGLIERE: fare spazio

  • AVVICINARSI: avere la presenza giusta

  • ATTENDERE: saper pazientare

  • AGGREGARE: creare occasioni per mettere insieme

  • AMMIRARE: stupirsi di fronte a loro

  • AMMONIRE: riprendere con fiducia e determinazione

  • ACCOMPAGNARE: essere compagni di viaggio

  • ACCOSTARSI: avere la giusta vicinanza

  • AMARE: essere sempre pronti a dare la vita

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COME MARCO PARLA AI ROMANI – Angelo Nocent

UDITE, UDITE:..

 

 

 

 

 

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RECITARE LE REGHIERE E PREGARE NON E’ LA STESSA COSA – Angelo Nocent

Lucetta propone il testo come un AUGURIO DI RISURREZIONE che ricevo e riformulo a mia volta: “Come sempre quando leggo qualcosa che mi convince e mi arricchisce, mi viene il desiderio di condividere anche se so che ciò che mi piace e mi cattura potrebbe non interessare. E’ uno scritto lungo sulla preghiera che va letto e gustato con calma, per cui lo dividerò in più articoli. Un saluto e buona resurrezione a tutti. Lucetta

LA PREGHIERA

C’E’ CHI RECITA LE PREGHIERE E C’E’ CHI PREGA

Le due categorie di persone sono separate da un abisso!

  1. Una è attestata sul versante aspro del dovere.

  2. L’altra sulla sponda vertiginosa ed inebriante dell’amore.

  3. Ci sono i recitanti. Ed esistono, per fortuna, gli oranti.

  4. I primi sono soddisfatti quando hanno macinato con le labbra, tutta la serie prescritta di formule.

  5. Gli altri avvertono l’esigenza di stabilire il contatto del cuore.

  6. Per gli uni la preghiera…sono le preghiere, le devozioni, le pratiche.

  7.  Per gli altri, la preghiera è un dialogo con un Tu.

  8.  Il recitante è preoccupato del numero.

  9. All’orante sta a cuore l’intensità della comunione, la qualità della relazione.

  10. Il recitante si aggrappa alle parole; l’orante ha molta familiarità anche con il silenzio.

  11. Per il primo la domanda fondamentale è: “Che cosa devo dire?”

  12. L’altro considera la preghiera come possibilità inaudita di un “faccia a faccia” atteso e desiderato.

  13. E’ quindi sorpresa, gioia, apertura!

  14. Sul versante delle preghiere domina la noia, la monotonia,

  15.  il “mestiere” sulle labbra.

  16. Su quello della preghiera s’impone la vita, la spontaneità, la freschezza

  17. (che non vuol dire facilità, e neppure assenza di sforzo).

  18. Quando si recita, la preghiera è caratterizzata dalla velocità.

  19. A sentire i componenti di certe assemblee che “dicono le preghiere”,

  20. par di udire dei sassi che precipitano fragorosamente, con moto accelerato, giù per la china di una montagna.

  21. Voci che si rincorrono affannosamente, si soverchiano, si sopravanzano,fino al tonfo finale e sospirato dell’ “amen”.

  22. L’orante, invece, non è toccato dalla fretta.

  23. Sale lentamente, con calma, con passo leggero,su per il sentiero della tranquilla contemplazione. 

  24. Sarebbe assurdo correre.Lui respira profondamente.

  25. Sosta ad osservare il panorama circostante, familiare e sorprendente.

  26. Ogni volta lo scopre, lo inventa, quasi fosse la prima volta.

  27. Ed è capace di meraviglia, di affascinanti scoperte.

  28. Quando gli altri arrivano in fondo, lui è proteso a raggiungere il principio.

  29. Il recitante percorre la preghiera come un’autostrada, dove tutto è previsto,regolamentato, segnalato. L’importante è arrivare. Lui ha pagato il pedaggio!

  30. L’orante esplora il bosco sconfinato della preghiera.

  31. Essenziale è scoprire una Presenza.

  32. Lui ha l’impressione di ricevere la preghiera in dono.

  33. Uno “sa” le preghiere.

  34. L’altro non sa dove lo porta la preghiera.

Preghiera

Preghiera

SE VENGONO SOLO RECITATE, LE PREGHIERE SONO UN “SUONO”.

LA PREGHIERA AUTENTICA E’ LUCE

  1. Il recitante, quando ha esaurito la dose prescritta di preghiere, si sente a posto. L’orante prova un senso indicibile di pace.

  2. Il primo ha regolato i conti.

  3. Il secondo si è arricchito.

  4. La linea di separazione è proprio quell’insopprimibile “Tu invece….”

  5. L’atteggiamento fondamentale è quello dell’attesa.

  6. Chi non sa attendere, si dimostra non idoneo alla preghiera, negato per la preghiera.

  7. La posizione dell’attesa richiede un’applicazione tale da scoraggiare i faciloni,gli improvvisatori, i nevrotici collezionisti di emozioni.

  8. Attendere significa letteralmente “tendere verso”.

  9. L’attesa è una posizione che prende, occupa la persona nella sua totalità.

  10. L’attesa realizza una stupefacente armonia ed unità della persona.

  11. Nella preghiera, interpretata come attesa, la creatura viene afferrata dall’ essenziale.

  12. All’apparenza, una persona che aspetta dà l’impressione di perdere tempo,

  13. di non avere niente da fare.

  14. L’attesa della preghiera, invece, è positiva. E’ pienezza. Attività. Incontro anticipato.

  15. Una persona che attende, non ha tempo per altre cose.

  16. E’ totalmente ed esclusivamente occupata nell’attesa.

  17. La preghiera, oltre a farci frequentare “un altro mondo”, ci proietta in un “altro tempo”.

  18. Il tempo di Dio, i suoi ritmi, non sono i nostri.

  19. “…Ai Tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato,

  20. come un turno di veglia nella notte…” (Salmo 90,4)

  21. Pietro sottolineerà la stessa “sfasatura”: “..Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo..” ( 2 Pietro 3,8)

  22. All’ansia di arrivare, deve sostituirsi la capacità di ascoltare.

  23. L’attesa è fatta di calma, pace, pazienza, libertà, tempi lunghi, capacità di resistere allo sconforto e alla delusione.

  24. E’ necessario rendersi conto che nella preghiera niente viene concesso alla velocità, alla frenesia, all’agitazione.

  25. Niente arriva nel tempo che stabiliamo noi. Dio si fa attendere.

  26. Dio sovente è in ritardo, ma soltanto sulla nostra fretta, non sulla Sua promessa.

  27. Tra noi e Lui si spalanca una distanza infinita. Non siamo noi che la copriamo. Soltanto Lui la può annullare. E’ Dio che si fa vicino.

  28. Nessun passo, da parte nostra, ci può condurre a raggiungerLo.

  29. Sul nostro versante, l’unica possibilità che abbiamo è l’attesa.

  30. Soltanto l’attesa riduce, in un certo senso, quella distanza abissale.

  31. Aspettare significa che non sopportiamo la lontananza.

  32. E’ Dio che si muove verso di noi nella preghiera.

  33. Attendere vuol dire, paradossalmente, essere consapevoli che … siamo attesi!

  34. Proprio così: sono io che aspetto e, nello stesso tempo, sono atteso.

  1. (Continua)

 

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