NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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PER UNA SALUTRE SBORNIA ALLE ASSI – Angelo Nocent

Qui a Monte Cremasco, il lunedì dopo Pentecoste, l’appuntamento al santuario MADONNA DELLE ASSI è d’obbligo. Solitamente vi presenzia anche il Vescovo. I motivi di giubilo non mancano. Ma quest’anno è anche un atto corale di pietà per invocare la fine dell’epidemia, destabilizzante su tutti i fronti. Per noi Pentecoste e Madonna delle Assi sono un’unica festa, un cantare all’unisono il divino e l’umano che si fondono, come alle nozze di Cana. Ma quando c’è di mezzo lo Spirito SANTO, il Card. Martini dava questo suggerimento: “la cosa principale è LASCIAR PARLARE LUI, ASCOLTARE IL SUO RACCONTO”. E’ come dire: INEBRIARSI (ecco la SBORNIA!). Meglio ancora: INNAMORARSI.

Gesù nella parabola del seminatore ci avverte: SATANA come un corvo nascosto ai limiti del campo, spia l’agricoltoree appena la Parola è seminata, si precipita a portarla via. La prova della sua esistenza è la facilità che abbiamo di dimenticarla così presto. Qualche volta basta il tragitto dalla chiesa a casa. Ma un giorno Gesù ha pronunciato parole così sorprendenti da spiazzare perfino il “corvaccio”, rimasto inerme, e sbalordito i discepoli che non se l’aspettavano: “VI CONVIENE, E’ MEGLIO PER VOI SE ME NE VADO…” (Gv 15,7). Li conosceva, li sapeva degli indifesi, nonostante il lungo noviziato. Tramortiti dall’annuncio, per la prima volta nel vangelo, pur tentati di domandargli spiegazioni, nessuno ha osato fare una delle solite sciocche domande, limitandosi a discutere tra loro: “Che cosa vuol dire: fra poco non mi vedrete più; poi, dopo un po’, mi rivedrete…? ” (Gv 16, 16-24). Come ora, anche allora non sono mancati coloro che lo hanno udito e non l’hanno capito, veduto e non riconosciuto, toccato e non sono stati guariti. Il motivo? Perché bisognava VEDERLO, ASCOLTARLO, TOCCARLO con FEDE.

Quando ha detto: E’ bene per voi che me ne vada, è perché il Maestro aveva maturato in cuor suo che quelle povere “zucche” necessitavano di una TERAPIA D’UTO. E così ha fatto. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, Gesù ha donato lo Spirito, cioè aperto la strada dentro la storia umana alla discesa in campo del PARACLITO (avvocato, protettore, consolatore), una presenza costante che precede ed opera. E’ come se dicesse loro: bisogna che vi mandi uno Spirito che vi disponga ad ASCOLTARE, un maestro per il dopo-scuola che non si stanchi di farvi ripassare la lezione, vi ripeta tutto quello che vi ho detto. E allora, ben venga la guida – noi diciamo – torni il Pedagogo che ci impedisca una vita vegetativa. Ecco la spiegazione del tornare ogni tanto ALLE ASSI.

Un giorno un discepolo di Budda, lamentava, come tanti di noi, che la strada è lunga, scoscesa e difficile. La risposta del saggio maestro: Amico, la strada è lunga e difficile perché tu vuoi arrivare subito alla fine del cammino. Il vero fine del cammino non è di arrivare alla fine, MA DI CAMMINARE. Noi cristiani dobbiamo aggiungere: camminare sì, ma NELLO SPIRITO. La prova del nove? I frutti dello Spirito sono visibili: amore, gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, fedeltà, gentilezza, auto-controllo (Galati 5:22,23).

MA IO COSA CI VADO A FARE ALLE ASSI ?

Avrei mille motivi per andarci; li riassumo in uno: VADO A ZAPPARE L’ORTO. E che si tratti di una vera e propria TERAPIA D’URTO, affiorerà in seguito.

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Vado perché Qualcuno mi chiama in uno spazio di SILENZIO dove posso rientrare in me stesso e mettermi IN ASCOLTO. Nel suo discorso “eucaristico” di Cafarnao Gesù è stato chiaro: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre”(Gv 6,44). La Bibbia è Parola di Dio? Allora il TU con il quale mi intrattengo ogni giorno, è l’ AMATO del Cantico dei Cantici che mi cerca, perché mi conosce, mi ama: Ti porterò nel deserto e ti dirò parole d’amore”. (Os 1,16). E Gesù-Parola sprigiona energia che mi fa, mi accende, mi tiene in vita; è Lui in persona che mi fissa e mi ama (Mc 10, 22ss). Un amato così è portato a fissare le persone con questi suoi magnifici occhi. Io sono TRALCIO di una VITE feconda. Se recido l’innesto, se vien meno la linfa, legno secco divento, non c’è più COMUNONE. Cosa seria che può capitare. E se il FUOCO si spegne, il gelo si fa strada nel cuore.

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Proprio perché luogo deserto e in mezzo ai campi, mi dischiude all’INFINITO e mi riempie di grande pace. E’ come andare al “distributore” a fare il pieno di benzina, a ricaricare le batterie, per non restare a piedi. Ho in mente le parole di Simone Weil, morta giovane: “Se guardiamo a lungo il cielo, Dio discende e ci rapisce”. Ha ragione: succede, succede… Il canale che scorre davanti mi ricorda il fiume Giordano che mi rievoca l’evento: “Mentre usciva dall’acqua, Gesù vide il cielo aprirsi e lo Spirito Santo scendere su di lui come una colomba. Allora dal cielo venne una voce: “Tu sei il Figlio mio che io amo. Io ti ho mandato.” (Mc 1, 9-11). Attenzione alle ispirazioni: “Venne una Voce…”. Nel silenzio, LA VOCE si fa ancora sentire.

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Qui si possono fare anche di giorno gli incontri A QUATTR’OCCHI, come il dottor Nicodemo che, tuttavia, preferiva recarsi da Gesù di notte. Ma la lezione che viene impartita anche ora è sempre la stessa: “Credimi, nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente…Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non nasce da acqua e Spirito. Dalla carne nasce carne, dallo Spirito nasce Spirito.” (Gv. 3,1-21).

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Talvolta, all’angoscia di vivere e non sapere perché, si fa dominante una certezza che la alimenta: tu sei sono solo PAURA, una sola grande paura di PERIRE (leggi morire, andare distrutto). E la Voce subito: “Infatti”. Ma “infatti che cosa…?” E’ il momento in cui nell’aria dell’uomo di fede si sprigiona il profumo di antiche secolari consolanti parole:Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna. (Gv 3, 16-17). Paolo, citando Isaia, ci ha rassicurato che lo Spirito di Dio non solo PRECEDE ma ECCEDE, va oltre ogni nostra invocazione: ”Isaia arriva fino a dire: “Mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano” (Rm 10,20; cfr Is 65,1).

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AMNESIA – Per un attimo non so dove sono. E’ casa mia dove lui è venuto a trovarmi o la sua dove sono andato a bussare…? Quel che è certo è che CI SIAMO PARLATI. Quando torno in me stesso, mi ritrovo al buio con gli stessi problemi…Ma sto meglio. Anzi,pensando alle Sue ultime consolanti parole, provo attimi di FELICITA’ : “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! “. Gv 6, 35-40).

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Alle Assi vado a CONTEMPLARE la relazione tra Cielo e Terra, tra DIO e l’ UOMO. Chi prega conosce Dio. L’IO dell’orante si incontra e dialoga con l’ “IO SONO” DIVINO, rivelato al Sinai nel roveto ardente (Es 3,14). Se c’è LA COMUNITA’ dei credenti è un andare ad appropriarsi del VANGELO e vivere CRISTO nella DIVINA LITURGIA. Non tanto e non solo a PARLARE di Dio, ma a PURIFICARSI per Dio, con la Chiesa che prega, santifica, intercede, contempla, benedice…NEL SUO NOME. Liturgia e Sacramenti fanno sentire costantemente la PRESENZA di Dio. Ma la mia unione con Lui è vera solo se ho coscienza di essermi RIVESTITO DI CRISTO. (Rm13,14). Il CREDO posso anche recitarlo ma non mi appartiene finché non lo vivo.

Vado a contemplare il mistero di MARIA. Nel marmo dell’altare è scolpita l’Annunciazione. A pensarci bene, fa memoria della sua PRIMA COMUNIONE, di quando ha ricevuto in sé il Corpo di Cristo. Lei è la prima che si è COMUNICATA nella consapevolezza che non accoglieva Gesù da sola, che non lo riceveva per tenerlo tutto sé. No, Gesù non le sarebbe appartenuto, non lei sarebbe stata ad insegnargli ad essere FIGLIO, bensì Lui a indicarle a Lei come essere MADRE: madre di Cristo e perciò di tutto il suo CORPO: di quei milioni e milioni di uomini e donne che si sarebbero aggregati a Lui. Ecco perché è Madre della Chiesa.

Nel Vangelo colpisce l’apparente durezza di Gesù verso sua madre: “chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?”..”Che c’è tra me e te , donna?”. A noi sfugge il “segno”: tra Gesù e Maria c’è INTESA ASSOLUTA: con lei poteva osare, a lei sapeva di poter domandare senza spiegazioni, non aveva bisogno di ricorrere ai giri di parole necessari se l’interlocutore è di corta intelligenza. Quando la guardava, senza parlare e con fierezza portava scritto nelle sue pupille: “LA CREDENTE”. Una gioia grande per Lui. Ma anche per lei. Del resto lo aveva preteso: “Eccomi, sono la serva del Signore. Dio faccia di me come tu hai detto.” (Lc 1,38). E ai piedi del Crocifisso che stava per esalare lo Spirito, Maria è diventata TOTALMENTE MADRE: “Donna ecco tuo figlio”(Gv19,26).

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Vado al Cenacolo perché non posso rivestirmi di Cristo se prima non provo a mettere ordine nell’ANIMA, a liberarla dal terriccio delle cose, da quel fango che si chiama peccato, dalla sabbia delle banalità, dalle ortiche ed erbacce delle chiacchiere. Sono conosciuto, di me si sa già tutto senza che apra bocca e non potrei barare. Ma RICOMINCIARE posso. Devo.

FECONDITA‘, portare frutto, questa è la grande sfida della vita. Se alla fine in mano non mi rimane niente, a che servirebbero i miei affanni ?

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Vado a chiedere all’INDICIBILE che mi conceda d’invocarlo con FIDUCIA, di potergli dare del TU, di chiamarlo PADRE senza alcun timore, che mi metta GESU’ NEL CUORE e alla sua PRESENZA INCESSANTE. Perché Dio e creatura umana s’incontrano nel crocevia della preghiera, uno snodo necessario che collega e tiene insieme tutte le cose. Ma anche la preghiera ha i suoi verbi: respirare, pensare, lottare, amare.

Pregare è RESPIRARE, condizione di vita odi morte; se la preghiera è’ OSSIGENO per respirare, i SACRAMENTI NUTRONO. A PREGARE POCO, pian piano l’aria viziata intristisce. Poi si diventa asfittici. Senza invocazioni, si deperisce. Anche uno che non mangia, si fa secco, inaridisce.

Pregare è PENSARE. Ma da innamorati. Il Salmista non ha dubbi: “Contemplatelo e sarete raggianti.” (Sal 34,6). Sta dicendo che più lo guardo, più di luce sarò. Liberato dall’angoscia, sul mio volto mai più confusione. La preghiera silenziosa produce l’effetto-innamorati che si guardano negli occhi. Secondo Pascal nella fede come nell’amore, “i silenzi sono più eloquenti delle parole”. Questa è la contemplazione orante.

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Vado a RIPENSARE me stesso alla luce del FINE. A chiedere che LA PAROLA letta e ascoltata mi conduca sempre a CRISTO realmente incarnato anche nella Parola-VANGELO, realmente presente come nel Pane Eucaristico. Vado a chiedere l’abituale pratica della GIACULATORIA, cara ai nostri antenati: “SIGNORE GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME PECCATORE”. A domandare inoltre il dono della “EBREZZA SOBRIA”, quella “estasi spirituale” di cui erano capaci le nostre nonne. Senza erudizione né TV di aggiornamento culturale, riempivano di giaculatorie le difficoltose giornate: pane con la tessera, raccolto incerto, miseria nera, tifo, pandemie, guerra e figli al fronte…

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Vado a VENERARE MARIA, madre del “roveto ardente”: Gesù-Dio in lei fornace, un Fuoco che brucia e non consuma, calore che penetra, purifica ma non distrugge, lei ostensorio che contiene l’Eucaristia. Vado a RESPIRARE con respiri profondi il suo ALITO. E’ un’esperienza di ri-nascita, di pronto ristabilimento e ben-essere. Torna quel CORAGGIO che da solo non sapevo darmi. MI RASSERENO e trovo la calma senza ricorrere agli ansiolitici.

Perché Maria è madre delle anime senza vita, delle menti senza luce, dei cuori senza speranza, dei figli che uccisero suo Figlio, dei peccatori, del ladrone non pentito, del figlio non ritornato…è madre di chi lo ha rinnegato, di chi è tornato indietro, di chi non è stato chiamato…è madre di coloro che vanno come Giovanni a cercare i figli di Dio dispersi, di quelli che scendono agli inferi per annunciare ai morti la Vita…madre che prega per noi tutti.” (don Andrea Santoro)

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ALLE ASSI è possibile SCRUTARE il Cielo dalla Terra. Se lo chiamiamo SANTUARIO un motivo ci dev’essere: “Il Regno di Dio è simile a un TESORO NASCOSTO IN UN CAMPO”. (Mt 13,44). L’immagine mi fa PENSOSO e SOLIDALE anche con quel MONDO GIOVANILE sfuggevole, problematico, che vive appartato e tende a isolarsi. Vorrei rassicurarlo che IL TESORO è solo nascosto tra le ortiche infestanti delle nostre contraddizioni ma C’E‘, C’E‘. Solo che bisogna, aprire la casa, spalancare, ossigenare, essere visitati…Maria non ha cantato il suo Magnificat dopo l’Annunciazione. Le è sgorgato dal cuore solo dopo la VISITAZIONE, ispiratrice Elisabetta. Alle Assi, l’incontro con la Santa Vergine E’ VISITAZIONE: m’incoraggia a credere e m’invita a cantare con Lei il mio Magnificat, a rammentare le promesse di Dio nell’affrontare i miei tormenti del vivere, del già e non ancora: “Ha fatto della mia vita un LUOGO di prodigi, ha fatto dei miei giorni un TEMPO di stupore…Ha guardato me che sono niente…E’ Lui che solleva, è Lui che colma di beni, è Lui che può tutto, Lui solo, il santo, con cuore di madre verso tutti…(Lc 1,46ss)

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Epperò non posso dimenticare che nel recinto delle Assi, dietro le quinte, silenzioso, non dormiente ma operoso, c’è un uomo di nome GIUSEPPE. Non fa più il falegname ma l’istruttore. Non insegna judo arti marziali masolo nascondimento. Patentato aNazareth, ha fatto scuola nientemeno che a Gesù. E’ da lui che ha imparato a fare la volontà del Padre. Tanto da farla diventare suo cibo quotidiano (cfr Gv 4,34) perfino nel momento più difficile della sua vita, vissuto nel Getsemani [16], dove accetta di farsi «obbediente a Dio fino alla morte in croce» (Fil 2,8). Se l’autore della Lettera agli Ebrei conclude che Gesù «imparò l’obbedienza da quel che dovette patire» (5,8), credo che tanto lo debba anche all’esempio ricevuto dal suo papà. E qui è ora che mi fermi. MA CHE ALMENO LO SAPPIANO TUTTI: SE QUALCUNO SI ATTARDA, ALLE ASSI (attivo Cenacolo di prodigi) C’E’ SEMPRE CHI LO ASPETTA, PRONTO AD ACCOMPAGNARLO FINO AL TRAGUARDO.

Angelo Nocent

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UN DEBOLE DI DIO PER GLI ASINI – Angelo Nocent

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DIO HA UN DEBOLE PER GLI ASINI

Nella Bibbia la parola “asino” è menzionata 153 volte. I due animali più associati con Gesù sono la colomba e l’asino. La colomba è un piccione bianco, un uccello spazzatura; l’asino è sinonimo di umiltà e di servizio, l’esatto contrario di uno stallone. Gli asini sono considerati “testardi” e disprezzati come “stupidi” ma in realtà sono intelligenti e fedeli.

Alcuni si tatuano aquile, tigri, draghi e leoni, simboli di forza e di potere. Non ho più l’età per i tatuaggi ma se proprio proprio…io opterei per un asino, magnifica creatura, pur se vista come simbolo di mediocrità, sottomissione, testardaggine e stupidità. Secondo solo ai cammelli per capacità di vivere e lavorare in ambienti desertici, l’ asino può perdere fino a un quarto del peso corporeo per disidratazione e continuare a portare il suo carico. Tanto lavoro e poco riconoscimento.

COME TI ASSOMIGLA, GIUSEPPE! Lo dico in senso elogiativo: “Sembri un asino “personificato”. Prescelto da Dio per l’impresa più strepitosa della storia, sposo di Maria, papà di Gesù, sei proprio il beniamino di Dio. Chi studia queste creature, ci dice che hanno una capacità di apprendimento maggiore dei cavalli, del mulo, del bue. Possono lavorare a temperature rigide, richiedono poco cibo e sono pazienti, gentili, leali. Mentre i cavalli si prendono tutto l’onore per la loro signorilità, bellezza, eleganza e velocità, gli asini sono visti come animali tristi e stupidi. Io penso che, se tu hai saputo svolgere egregiamente il tuo ruolo, lo devi anche al tuo asino, alla confidenza instaurata con lui che ti aiutava sul lavoro, negli gli spostamenti, sempre testardo e muto, ma prudente e saggio, intuitivo e fedele. Lo avrai sperimentato: gli asini si rifiutano di portare un carico eccessivo, crollano giù e rifiutano di muoversi perché, al contrario di noi, conoscono i propri limiti. Gli asini riconoscono il percorso migliore. Se vuoi andare a destra, ma il tuo asino insiste a sinistra, fidati di lui. Se attraversi un fiume in un punto e il tuo asino si oppone e vuole muoversi a valle, fidati di lui. Un cavallo ti farebbe annegare. Gli asini no! Allora i tristi e stupidi finiamo per essere noi quando non sappiamo vedere oltre le apparenze. Prendi Gesù: egli si fidava del Padre e degli asini come te, perché, se da bambino giocavi a portarlo in groppa, negli anni, gli sei stato esemplare maestro di vita.

La domenica delle Palme canteremo gli “Osanna al Figlio di Davide”. So che non è possibile, ma sarebbe educativo che il nostro presbitero-pastore montasse in sella ad un asino e guidasse la processione lungo le nostre contrade, per fare memoria di quel “Figlio di Dio”, polveroso Nazareno, entrato un giorno in Gerusalemme su un asino, Lui, l’Agnello di Dio, il benedetto che viene nel nome del Signore.

Epperò nell’Eucaristia assistiamo, partecipiamo a molto, molto di più: alla kenosis, il suo svuotamento: «Cristo svuotò se stesso (ekénōse), rinunziò a tutto; scelse di essere come servo e diventò uomo fra gli uomini. Tanto che essi lo riconobbero come uno di loro. Abbassò se stesso e fu obbediente a Dio sino alla morte, alla morte di croce”. (Filippesi 2,7). Credo ci possa bastare.

Scavando come un archeologo, anche dalla tua storia ogni tanto ne escono di belle e di nuove. Gli è che ho la fortuna di avere qui, in zona, “Alle Assi”, una preziosa Confidente che sa tutto di te. Non vorrebbe. Ma dovresti vederla: ogni volta che la stuzzico a parlarmene, prima diventa rossa…E poi…spiattella. Ma mi raccomanda di non dir niente a nessuno. Solo che le brillano talmente gli’ occhi che ne traggo una tacita approvazione.

A guardar bene, sembri anche tu incarnare il proverbio che recita: “Attacca l’asino dove vuole il padrone“. Per dirla in gergo: “Attacca ‘u ciuccio addo’ rice ‘u patrone!”. Mi riferisco alla fuga in Egitto. Anche se l’ordine è arrivato dall’Alto, sai bene che per noi suona come pura follia. Per esempio, se svegli la moglie e le dici in tono serio e convinto di prepararsi che domani all’alba si parte per l’Usbekistan, appena si rende conto della sua collocazione geografica, tre sono le cosette che le passano per il cervello: o che devi aver alzato il gomito, oppure che il tuo è un brutto sogno da cattiva digestione, ma senza escludere la necessita di un pronto intervento della guardia medica. Ebbene: con Maria ti sei comportato proprio in questo modo. Bontà sua che lei di te si fidava e non si è spaventata. Era sicura che l’ispiratore di una tale impresa non poteva essere che l’ennesima soffiata del Divino Spirito.

Davanti a tali sicurezze, mi rendo conto che la mia fede, apparentemente solida e ordinata, assomiglia alla spazzatura differenziata: la puoi scomporre, dividere, selezionare, etichettare…ma spazzatura resta. Adesso però il tuo esempio di “uomo giusto” mi sta aiutando a mettere ordine nella testa e nel cuore. Sai bene che in natura, quando un’ape s’appoggia su un fiore, le sue ali si impollinano. Lo stesso accade a chi si accosta a Maria. Ma anche a te che da lei sei stato educato. Ed ora, come lei, anche tu sei contagioso proprio di una sua prerogativa: d’essere UOMO DEL SILENZIO, un polline ideale perché si fecondino e si avverino anche i nostri sogni e annunciazioni. Già! Ho sentito dire che, se ti attacca questo virus, smetti di chiacchierare e cominci a vivere di fede. Clemente Rebora, sacerdote e poeta insegna: “E la Parola zittì chiacchiere mie.” E’ il miracolo che vorrei chiederti.

ARRANGIATEVI

Ti sei accorto? E’ la parola d’ordine che riecheggia in tutto il pianeta. Politici, epidemiologi, infettivologi, portavoce, conduttori di talk-show, quelli degli ordini e contrordini, sembrano dirci coralmente: “Ragazzi, la pacchia è finita. Svegliatevi che la campana della storia suona insistentemente e bisogna rientrare in classe a studiare”. E allora? “Allora ARRANGIATEVI!”. Fortunatamente questo imperativo categorico non appartiene al tuo lessico. Men che meno vorrai utilizzarlo in questo difficile frangente della nostra storia. In un vecchio libro di preghiere fine ‘800, ho trovato che l’orante paragona la tua famiglia alla Trinità. In effetti ha ragione, è proprio modellata su di essa: un vortice d’amore.

Giuseppe, aiutaci ad aprirci al DONO. Gesù si presenta come il Messia di pace che purifica la nostra adorazione a Dio inculcandoci i gesti del DARSI, dello SPENDERSI per gli altri, SCHIENE A SUA DISPOSIZIONE come l’asino. Non c’è animale migliore di lui come simbolo della nostra fede. Anche Gesù lo ha adottato, se n’è servito e lo propone ancora ai discepoli di tutti i tempi. Vieni a darci una mano per mettere ordine alle nostre contraddizioni civili e religiose; soprattutto a farci respirare Cristo. E trascinaci nel turbine infuocato della carità trinitaria dove la parola d’ordine è FIDATEVI. Tu, il muto come un pesce ma eloquente con l’esempio, ci sproni a verbalizzare la Parola ruminata nel silenzio, a trovare parole sensate per dire la fede ai nostri figli, a guardare il Bambino che tieni in braccio, venuto in questo nostro mondo a garantirci che Dio ci ama, a portarci la gioia. Lui che è l’AMORIS LAETITIA, a infonderci la forza e il coraggio di amare.

Buona Pasqua di Risurrezione .

Angelo Nocent

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Menestrello di borgata, ho provato ancora una volta a verseggiare. Umile omaggio di ammiratore devoto, intenzionato ad esserne anche imitatore.

PRENDI CON TE MARIA

1) Ti presenti in sembianze inattese / sulla scena di un’era che è nuova: / non un

grande, un potente, un profeta, / ma un Giuseppe che storia non ha. Rit.

RITORNELLO 1 Prendi con te Maria, / il Figlio dell’Eterno; / gli farai tu da

babbo, / e poi lo chiamerai Gesù.

RITORNELLO 2Raddrizza il domandare / nel modo che tu sai. / Su Gesù

tutto puoi: / Egli obbedisce al suo papà.

RITORNELLO 3 Gesù, Maria, Giuseppe, / casa di comunione: / se minaccia

tempesta, / fiducia in Dio e passerà.

2) Dal tuo volto interiore traspare / la figura di “uomo di Dio, / sempre docile, attento,

in ascolto, / pronto a fare la Sua volontà. Rit.

3) Carpentiere di stirpe regale, / senza titoli e gesta gloriose; / Eri “giusto”: è il solo

attributo / che il Vangelo riserva per te. Rit.

4) La tua vita sommessa s’intreccia / con la vita del Cristo nascente, / di Maria, la

vera tua sposa / che stimavi ed or ami ancor più. Rit.

5) Con un Angelo parli nel sonno, / t’ incoraggia, ti guida e consiglia; / non discuti, ti

lasci condurre; / “Va’ in Egitto…!”, ti fidi di lui. Rit.

6) Bisognosi i grazie e favori, / sempre pronti a chiedere aiuto, / San Giuseppe a te

ricorriamo, fiduciosi contiamo su te. Rit.

7) Sei sensibile ai nostri disagi: / se qualcuno ti cerca, t’invoca, / la tua provvida mano

interviene, / senza indugio ti fai carità. Rit,

(Cantabile sulla melodia di “Dell’aurora” e canticchiabile anche in privato, come spesso mi accade. Angelo Nocent)

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UNA VERA STORIA D’AMORE – Angelo Nocent

UNA VERA STORIA D’AMORE

Uomo di parola, nei Vangeli non dice una parola.

E’ risaputo che sulla verginità dei due coniugi designati per la realizzazione del grande sogno concepito ab eterno dalla mente di Dio, lungo i secoli se ne sono sentite di cotte e di crude, tanto che la Chiesa ha provato a mettere ordine perfino con i DOGMI. Epperò, coloro che ancor oggi strabuzzano gli occhi non mancano. Come può accadere? Una delle ragioni è certamente la fantasiosa interpretazione dei Vangeli del Natale che perdura. I Padri Conciliari nella DEI VERBUM del 18 NOV. 1965 fanno una raccomandazione che vale per chiunque prende in mano la Bibbia: “Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole…Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari.“(n.12). E’ l’argomento del primo giorno di scuola biblica.

Domanda-sospetto: i fatti del Natale (ma non solo) sono tutta invenzione? Gli evangelisti ci hanno ingannati?

Risposta-certa: NO. “Siamo noi che sbagliamo, quando vogliamo accostarci ai vangeli in una prospettiva che non rientra nelle intenzioni dei loro autori e vogliamo risposte a domande che essi non si posero né intendevano porsi. I vangeli, specialmente il vangelo dell’infanzia di Gesù, non sono un libretto di storia. Sono annuncio e predicazione, in cui i fatti reali e detti della Sacra Scrittura o commenti midrashici dell’epoca furono assunti, elaborati e messi al servizio di una verità di fede che essi intendono proclamare.“ (Leonardo Boff).

La nascita di Cristo è un fatto assolutamente miracoloso. Maria ha concepito senza concorso d’uomo, per opera dello Spirito Santo. Menzionando lo Spirito Santo o Spirito di Dio, Matteo – come qualsiasi altro scrittore giudaico – pensa al POTERE CREATORE DI DIO che può interferire anche sulla materia .

Giuseppe e Maria sono fidanzati e secondo il diritto giuridico, lei era ritenuta equiparata ad una moglie, anche se non abitava ancora col marito e la comunione matrimoniale non era ancora iniziata. Si vogliono bene, come tutte le coppie di questo mondo. Ma parlando di lei, la sempre Vergine e di lui, suo castissimo sposo, noi non possiamo eludere il tema della verginità. A tal proposito l’allora Card. Ratzingher scriveva che “a partire da Sant’Agostino la questione è stata spiegata nel senso che Maria avrebbe fatto un VOTO DI VERGINITA’ e avrebbe attuato il fidanzamento solo per avere un protettore della sua verginità. Ma questa ricostruzione fuoriesce totalmente dal mondo del giudaismo dei tempi di Gesù e sembra impensabile in tale contesto. Ma che cosa significa allora questa parola? Una risposta convincente non è stata trovata dall’esegesi moderna…Permane quindi l’enigma -o diciamo forse meglio: il MISTERO– di tale frase. Maria per motivi a noi non accessibili, non vede alcun modo di diventare madre del Messia per via del rapporto coniugale.“ (in L’infanzia di Gesù). Provvederà l’angelo a chiarire tutto ed a rassicurarla.

Con un pizzico di follia, vorrei cimentarmi a radiografare mente e cuore del PRESCELTO da Dio per proteggere sia il Figlio dell’Eterno che sua Madre. Solo che si tratta nientemeno del Figlio di chi sul più bello – il Cielo mi perdoni la sparatagli ha effettivamente soffiato la fidanzata. E, non contento, adesso pretende perfino che lui resti sulla scena con la qualifica di PAPA’. Proprio lui che non ha mosso un dito per diventarlo.

Nell’ultimo numero ci eravamo lasciati con la promessa a San Giuseppe di non lasciarlo fuori dalla porta. Papa Francesco, suo fervente devoto, gli ha indetto un Anno Speciale, durevole fino all’8 Dicembre 2021. In un’omelia della Messa celebrata a Santa Marta non poteva fargli elogio migliore: «non è andato dagli amici a confortarsi, non è andato dallo psichiatra perché interpretasse il sogno ma credette». Così facendo «si è fatto carico di una paternità che non era sua: veniva dal Padre». Affoghiamo in problemi, angosce, oscurità? Non c’è che da imitarlo sul «come camminare nel buio, come si ascolta la voce di Dio, come si va avanti in silenzio».

Un buon motivo per continuare a parlarne, scavando nei fatti e nei personaggi del Vangelo dove di lui si parla, per scoprire nuovi sensi e sfumature della Parola di Dio, la sola capace di cambiarci il cuore. Non si tratta di curiosità perché la sua storia “I care”, mi e ci riguarda, mi e ci sta a cuore. E se e ci interpella èperché ci appartiene, è cronaca attuale. Ma il cuore può intendere e venerare sino in fondo solo se proviamo a mettere al PRESENTE tutti i verbi che hanno attinenza con lui.

L’argomento appassiona talmente poco che un parroco di oggi, intervistato, ha dichiarato testualmente: “Maria sempre vergine è un po’ difficile da leggere nel nostro contesto culturale. La verginità è un valore disprezzato. Io conosco tante ragazzine anche della parrocchia che lo considerano un peso. Questo è normale in tutte le società pagane, come siamo noi.”. Solo le ragazzine? I ragazzi non sono da meno. E allora perché parlarne? Perché i Vangeli della Natività che abbiamo lascito alle spalle ce lo impongono. E Giuseppe, in questo mistero di luce incandescente vi è dentro fino al collo. Ma, se si vuol per capire qualcosa di lui bisogna sempre passare da lei, la sua amata sposa, che ci aiuta a guardarlo non come un “mazziato e cornuto”, ossia picchiato, bastonato e per giunta beffeggiato, per dirla nel gergo napoletano, ma al marito migliore e mondo. Per dare un dispiacere a Maria bastano anche solo parole ammiccanti, sospettose, burlone. Perché è come mettere in forse la sua sincerità di moglie fedele e devota, visceralmente amante e dallo sposo teneramente amata. Oh! Lui per amore di Maria e del Bambino, saprebbe sopportare qualsiasi infamia e tacere. Ma a noi è richiesto di contemplare e stupire. Perché quest’uomo ha saputo amare la “bellissima” (tota pulchra) e la “piena di grazia” (gratia plena) come nessuno. E lo ha fatto anche per noi, miopi e “lenti a credere quello che i profeti hanno scritto.”(Lc24,25).

Bene. In questa storia carica di enigmi, Giuseppe assomiglia un po’ al nostro Don Roberto che, se può appena, -fateci caso- scansa le fotografie. Uomo discreto, persona riservata, Giuseppe è sempre “fuori dalle foto”. Ma ugualmente vivo, in azione. Prendo a prestito un aneddoto: “Due sorelle. sfogliando il nuovo manuale di religione, vedono un’immagine della Vergine Maria con Gesù. Dice la maggiore: – Guarda, questo è Gesù e questa è la sua Mamma. E la piccola chiede: – E dov’è suo papà? La sorella ci pensa un attimo e risponde: – Ah! Lui sta facendo la foto!”

Sì, fuori dalle foto ma sempre davanti a Dio che per lui è PRESENZA. Dinanzi all’Ineffabile e all’Inesprimibile, sta in SILENZIO ADORANTE. Dunque, vale la pena continuar a parlare di questo ebreo misterioso, povero in canna, ma discendente dalla regale famiglia di Davide; muto, ma per scelta, non per imposizione, come è accaduto a Zaccaria.(Lc 1, 8-23). Così lo scrittore G. Santucci: Giuseppe “può custodire proprio perché è trasognato, può vigilare perché è assorto, può diffidare perché ingenuo, guidare perché inesperto“. Ognuno nell’imitarlo sappia regolarsi.

Angelo Nocent

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NATALE E’ FARE MEMORIA DEL SIGNOR “PAGO IO” – Angelo Nocent

Vengo dal nostro eremo delle “Assi”. Dovendo scrivere sul Natale, sono stato a prendere ispirazione per due buoni motivi:

-il primo perché Maria è il CALAMAIO dove intingere il pennino sia per parlare di lei, DONNA DELL’ASCOLTO, che del suo Bambino, PAROLA diventato un UOMO, vissuto in mezzo a noi uomini ed ora GESU’- IL CROCIFISSO RISORTO;

-il secondo, per rileggermi e contemplare nel silenzio il prologo-mozzafiato del Vangelo di Giovanni.

Invito a prendere in mano la Bibbia di casa. Il testo che stralcio non andrebbe letto ma bevuto a piccoli sorsi, perché molto denso e bollente:

1- “In principio, /prima che Dio creasse il mondo/ c’era colui che è “la Parola”. / Egli era con Dio, / Egli era Dio. 2 – Egli era al principio con Dio. 3 – Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. / Senza di lui non ha creato nulla.

14 – Colui che è “la Parola” è diventato un uomo / ed è vissuto in mezzo a noi uomini. / Noi abbiamo contemplato il suo splendore divino. È lo splendore / del Figlio unico del Dio Padre, pieno della vera grazia divina!”. (Gv1,1-15)

Si tratta della pagina più difficile di tutti i Vangeli, sulla quale anche i migliori esegeti provano le vertigini. Figuriamoci noi! Ma non è stata scritta per i marziani. Le comunità delle origini erano meno erudite delle nostre, ma le hanno raccolte, gelosamente custodite nel cuore e tramandate. Natale è questo: uno shock all’intelligenza e all’emozione. E per quanto io ci capisca, Dio si fa uomo nel Figlio Gesù per via di un conto salato in sospeso. Egli nasce, cresce e un bel giorno, ormai trentenne, invece di dire ai commensali “facciamo alla romana, ognuno paghi il suo”, spiazza tutti con un clamoroso: “PAGO IO. Perciò sento che mi riguarda, eccome! Poi vanno bene gli auguri, non guastano zampogne, luci, musiche, regali, cene, panettoni… Ma sempre salvando l’essenziale: l’interiorità. Diversamente, è solo fumo, luccicanti bolle di sapone.

10 – Egli era nel mondo, / il mondo è stato fatto per mezzo di lui, / ma il mondo non l’ha riconosciuto.11 – È venuto nel mondo che è suo / ma i suoi non l’hanno accolto.

Che tu sia giovane o avanti negli anni come me, entrambi dobbiamo non solo sapere ma anche ricordare che circa il nostro PASSATO non è bene vivere nel buio o alla giornata. Bisogna conoscere le proprie radici storiche perché è il solo modo per diventare un essere ‘umano’, ossia molto più di una scimmia evoluta. Soltanto così si può evitare di sentirci dei FLUTTUANTI nel vuoto. Se è vero che la storia del genere umano ci appartiene, tanti o pochi che siano gli anni che trascorriamo su questo pianeta, essa diventa anche “la mia storia”. In un certo senso noi contemporanei abbiamo sulle spalle migliaia di anni. Un fardello invisibile, ma che pesa, eccome…!

Bene: durante il “quindicesimo anno” dell’impero di Tiberio Giulio Cesare Augusto, e precisamente a Betlemme di Giuda, una notte, in una grotta buia e fredda adibita a stalla, vide la luce (eufemismo!) un bambino che chiamarono GESU’. Sulla base di indizi diversi, gran parte degli studiosi presumono l’anno della sua nascita il 6 ed il 4 d.C. Il nostro 25 Dicembre si spiega semplicemente col fatto che, durante l’impero romano, questo era il giorno della nascita del Sole Invitto, il Dio Sole, qualedivinità principale. Secoli dopo, nel 330 d.C., l’Imperatore Costantino decreta la celebrazione cristiana della nascita del Redentore, facendola coincidere con la festa pagana. Così, secondo la legge, il SOLE da adorare è diventato ufficialmente GESU’-LUCE. Ma i cristiani, memori delle divine parole, già da prima lo facevano: “Io sono la luce del mondo. Chi mi segue, non camminerà mai nelle tenebre, anzi avrà la luce che dà vita.” (Gv 8,12).

Epperò…Tanti di coloro che lo conobbero, avrebbero preferito che non fosse mai nato. Così, fattosi adulto, uomini importanti di allora che conoscevano a menadito le Sacre Scritture, si misero all’opera affinché venisse liquidato perché chiacchierone ingombrante. Senza andare lontano nel tempo, c’è di nuovo chi non vuol nemmeno sentir pronunciare il suo nome: un menagramo (dal milanese menagràm), portatore di iella. Oggi, più e meglio di allora, ci rendiamo conto del perché sia stato crocifisso. E non appare così strano, dal momento che ne ha dette e fatte di così grosse che alcuni ancora temono la sua influenza più del corona virus. Il che la dice lunga!

Questo trentenne giovanotto girovago, non era un rivoluzionario terrorista ma appariva come uno squallido e solitario radicale sognatore. La pretesa che aveva di voler mettere a nudo i tali e tanti interessi e giochi di potere, faceva pensare ad uno squilibrato, fuori dal mondo. Era un guastafeste e come tale, necessariamenteDOVEVAESSERE SOPPRESSO: eliminarne uno per il bene di tutti. Magari fosse finita lì! Pur morto e sepolto, lo spirito di Gesù mise e mette ancora paura, fa tremare i potenti. Per una ragione che già i migliori pensatori di Atene ritenevano assurda: che di Lui, ucciso da un pezzo, circolasse voce che è RISORTO, dunque vivente. Una stramberia tale che quando Paolo prende la parola nell’ Aeropago, ai piedi dei maestosi templi dell’acropoli, sono tanti a SCHERMIRLO per le sciocchezze che aveva trovato il coraggio di raccontare agli intellettuali, sia sulla risurrezione dei morti in genere che quella di Lui in particolare.

Ma questo povero bambino-prodigio, inerme, indifeso, con due genitori buoni come il pane, venuto a terrorizzare dotti e potenti, cosa diceva di così pericoloso e blasfemo? La gente da secoli aspettava un LIBERATORE, un nuovo re della stirpe di Davide, finalmente capace di ripristinare la potenza d’Israele e di costituire il “Regno di Dio”, mettendo fine alle sofferenze subite sotto il dominio romano. GESU’ l’ebreo, fece capire chiaramente di non essere in alcun modo un rivoluzionario militare o politico. Risultato? Per molti era un povero “illuso”, per altri un “deludente”. Ma nel suo dire e fare c’era qualcosa che metteva all’erta:

– predicava la salvezza e il perdono di Dio per tutti gli uomini;

– alle persone che incontrava divulgava “bestemmie”. Per esempio, era capace di

dire a qualcuno: Ti sono perdonati i tuoi peccati;

– peggio ancora: chiamava Dio abbà-padre, nel significato di babbo, papà,

espressione senza precedenti nell’ambiente ebraico.

In effetti, nella sua predicazione Gesù parlava spesso di “Regno di Dio” ma con un’accezione alquanto diversa: lo concepiva come amore per il prossimo, cura per i deboli ed i poveri, perdono per coloro che hanno sbagliato.

Questo barbuto, squattrinato, vestito di una semplice tunica e sandali ai piedi, dichiarava senza ritegno che il Regno di Dio o Nuovo Patto, consisteva:

– non solo nell’ “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ma nell’ «Amatevi gli uni gli altri”, con una piccola sottolineatura: “Amatevi come io vi ho amato.” E rimarcava: “Da questo sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli un gli altri (Gv13,34-35);

– ed è giunto a dire che si devono amare i propri nemici;

– e che, se ci colpiscono, non bisogna reagire con violenza bensì “porgere l’altra guancia”,

-e che bisogna perdonare non sette volte soltanto, ma settanta volte sette…Come dire che il perdono senza amore non ha né ali né radici e diviene un gesto vuoto di significati e di pacificazione solo apparente.

Insomma, uno così sembrava proprio scappato dal manicomio, pericoloso a sé e agli altri (Mc 3,31-35).

Ma non è finita:

-Durante la sua vita Gesù ha dimostrato di non sentirsi superiore a nessuno;

-Parlava con prostitute, pubblicani corrotti e nemici politici del popolo;

-Ma la sparata ancora più grossa è stata questa: i peccatori davanti a Dio sono più giusti, quindi più degni e bisognosi del suo perdono, di coloro che si vantano di essere senza macchia e senza peccato. Di esempi ce n’erano a iosa: “O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini: ladri, imbroglioni, adulteri. Io sono diverso anche da quell’esattore delle tasse. Io digiuno due volte alla settimana, e (non sono un evasore fiscale) offro al tempio la decima parte di quello che guadagno”. (Lc 18.9ss)

-Spingendosi oltre, è riuscito a dire che un figlio che ha sperperato tutta l’eredità del padre o un corrotto pubblicano che ha sottratto del denaro, erano giusti davanti a Dio se si rivolgevano a Lui e chiedevano perdono, perché è tale la Sua generosità da superare le nostre logiche.

Nella culla che sbalorditi contempliamo, c’è un candidato al patibolo, il più giusto dei giusti che verrà condannato a morte e crocifisso. Questo profetizzato “servo sofferente”(Is 53) è Colui è un giorno non si tirerà indietro, metterà una mano sul cuore e l’altra sul “portafoglio”, per compiere un gesto clamoroso che solo un Uomo-Dio poteva progettare ed attuare: “PAGO IO, PER TUTTI. Diciamocelo: un tipo così che fine poteva fare se non quella che ha fatto? Il Natale è l’entrata in scena di un uomo inconcepibile, mai visto né prima, né dopo di Lui. Ma lei, Maria, la “vergine madre, figlia del suo figlio” (Dante), ha preteso di contribuire e così il debito è stato estinto per i secoli dei secoli. E Giuseppe? Un grande che che non possiamo chiudere fuori dalla porta e perciò ne riparleremo.

L’augurio è che in ogni casa vi sia uno (maschio o femmina), disposto a dire: “PAGO IO!”. A mezzanotte o no, la Messa è il luogo più idoneo per la stesura del rògito quale assunzione d’impegno.

Angelo Nocent

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A KAGOSCIMA sui passi di S. FRANCESCO SAVERIO – Angelo Nocent

Ho avuto la fortuna (GRAZIA) di dimorare per qualche tempo a Kagoshima e dintorni dove un giorno sbarcò San Francesco Saverio. Con la liturgia odierna che ne fa memoria, provo a ripercorrere quel viaggio.

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San Francesco Saverio primo missionario in Giappone

A San Francesco Saverio sono bastati dieci anni di lavoro missionario, fatto con intelligenza e assoluta dedizione per il nome di Gesù, per guadagnarsi sul campo i titoli di Patrono dell’Opera di Propagazione della Fede (1904) di Patrono delle Missioni (nel 1927 insieme a Santa Teresa di Gesù Bambino, mai stata in una missione vera e propria).

Ma già nel lontano 1748 era stato dichiarato Patrono dell’Oriente. È una delle più grandi figure del 1500 e della storia della Chiesa moderna. 

Kagoshima – Reliquiario San Francesco Saverio – Cattedrale

Nacque nel castello di Xavier, nella Spagna del nord, nel 1506. Sesto figlio di Maria e di Juan de Jassu, che aveva studiato a Bologna e che allora ricopriva la carica di presidente del Consiglio reale di Navarra. Era di famiglia nobile. Ma già da bambino conobbe il dolore per la perdita del padre. Dopo essere entrato nel clero di Pamplona, nel 1525 si recò a Parigi per proseguire gli studi. Quella di Parigi era una delle famose università del tempo di respiro “europeo” (insieme a Bologna, Salamanca, Oxford, Padova, ed altre) che attirava studenti da tutta Europa.

Nel 1530 Francesco diventò “Magister Artium” oggi si direbbe si laureò in Lettere. Cominciò ad insegnare perché gli interessava la carriera accademica. Nel collegio Santa Barbara, dove risiedeva, conobbe Ignazio di Loyola, altro spagnolo in trasferta a Parigi per studi. L’incontro voluto dalla Provvidenza si rivelò decisivo per la sua vita. Egli stesso scriverà in una lettera: “Quale grazia Nostro Signore mi ha fatto nell’aver conosciuto il signor Maestro Ignazio”. Questi aveva 15 anni più di lui, quindi più maturo di anni, più esperto della vita e più avanti nel cammino spirituale: si era già “convertito” a Gesù Cristo. 

  Kagoshima – La Cattedrale

Dopo lunghe conversazioni con Ignazio nel 1533 avvenne la “conversione” definitiva di Francesco a Gesù Cristo. Continuò inoltre a far parte di quel gruppo di “ignazisti” che nel 1534 a Montmartre emisero i voti religiosi: era il primo nucleo della Compagnia di Gesù, chiamati poi Gesuiti. Diventato sacerdote a Venezia nel 1537, e dopo un po’ di apostolato nelle città di Vicenza e di Bologna, fu segretario di Ignazio di Loyola per il biennio ’39-’40. Poi la svolta radicale, che avrebbe segnato per sempre la sua vita. Nel 1540 Francesco accettò con entusiasmo di sostituire un missionario in partenza che si era ammalato. Il papa Paolo III lo nominò nunzio apostolico per le Indie.

Missionario tra i pescatori di perle

Il 1500 è stato un secolo di grandi navigatori. La scoperta dell’America da parte del genovese Cristoforo Colombo nel 1492 aveva risvegliato l’entusiasmo. Il mare non faceva più paura, non era il nemico dell’uomo di cui bisognava diffidare. Nel mare si tornavano a vedere grandi opportunità: nuove vie di comunicazione, certamente, ma anche di arricchimento veloce (molto spesso a spese degli indigeni) mediante il commercio.

Francesco Saverio partecipò di questo spirito di avventura proprio di tanti navigatori del secolo. “Per lui mari e oceani non furono mai barriere d’ignoto e di paura. Erano strade aperte. Vero uomo dell’Evo moderno, non tollerava limiti nell’andare. Ma la sua meta non erano l’oro e l’argento del Nuovo Mondo appena scoperto: affrontava onde e tempeste solo per incontrare altri uomini, ignorando confini e barriere di razza o lingua o cultura. Tutti erano destinatari della notizia cristiana e lui doveva farsene messaggero. Nulla e nessuno era troppo lontano o troppo diverso” (Domenico Agasso).

Erano molti quelli che sfidavano i mari per arricchire se stessi materialmente. Francesco e tanti altri missionari (prima e dopo di loro) affrontavano le stesse fatiche e gli stessi rischi per arricchire gli altri spiritualmente.

Nel maggio del 1542 era a Goa, allora capitale delle colonie portoghesi dell’Oriente. Furono questi per Francesco mesi di intensa attività pastorale, nel settore della formazione del clero indigeno. Era tornato un po’ professore. Ma sentiva nel profondo del cuore che questo non era il suo compito e il suo destino. Il suo primo lavoro missionario fu nelle coste meridionali del subcontinente indiano e nell’isola di Ceylon. Lavorò con dedizione e amore tra i pescatori di perle, convertiti da poco tempo, e privi di cure pastorali. Questi appartenevano ad una delle caste più basse dell’India: Francesco ne imparò la lingua, il tamil, li istruì scrivendo per loro un Catechismo, e li difese politicamente dagli invasori.

Nel biennio ’45-’47 lavorò nelle isole Molucche, appartenenti anch’esse alla diocesi di Goa. Oltre agli indigeni egli si occupa anche dei mercanti portoghesi, giunti nelle Indie per arricchirsi. Anch’essi avevano bisogno delle sue cure pastorali.

Francesco non si è stabilito in modo permanente in nessun luogo di missione. Un po’ come san Paolo, il suo grande modello, lui doveva iniziare il lavoro missionario più difficile, seminare i campi di seme evangelico, altri lo avrebbero coltivato e curato, altri ancora avrebbero raccolto. Voleva personalmente conoscere tutta l’Asia, per informare il Papa su questo nuovo mondo.
E per realizzare questa spinta missionaria ecco che Dio gli prepara un altro incontro provvidenziale. Anche questo darà una svolta decisiva alla sua opera di evangelizzatore.

“I Giapponesi amano ascoltare le cose di Dio”

Verso la metà del 1547 nell’isola di Malacca Francesco Saverio fece la conoscenza di un indomito lupo di mare, di nome Yajiro, un ex pirata dei mari della Cina. Particolare fondamentale: era giapponese. Questi gli fece una bellissima descrizione del Cipangu, cioè del Giappone. Yajiro parlava dei propri connazionali come di un popolo di buona cultura, animato dal desiderio di imparare e dell’interesse anche per le cose religiose. Francesco ascoltava tutte queste cose, sognando già il suo nuovo campo di apostolato. Voleva presto rispondere a questo desiderio dei Giapponesi di conoscere “cose nuove su Dio”.

Quest’anno cade proprio il 450° anniversario del suo arrivo in Giappone. Arrivò infatti il 15 agosto 1549, precisamente a Kagoshima insieme ad un suo compagno missionario e Yajiro che frattanto aveva ricevuto il battesimo prendendo il nome di Paolo della Santa Fede: sarebbe stato il suo interprete. Il primo approccio con i nuovi amici da portare a Cristo non fu semplice. Francesco trovò un paese in preda alle lotte fra i grandi feudatari e latifondisti, con un potere centrale imperiale che non si imponeva.

Il problema della lingua affiorò subito. Data la modesta cultura dell’ex pirata diventato interprete le difficoltà furono tante. Impiegò ben quaranta giorni ad imparare i comandamenti in giapponese. I frutti di conversione arrivarono e furono abbondanti e consolanti.

Lui stesso scriveva con entusiasmo ai Gesuiti di Goa questo bellissimo elogio dei Giapponesi di allora: “La gente con la quale abbiamo finora parlato è la migliore che abbia mai incontrato, e credo che tra gli infedeli non se ne troverà mai altra che superi i giapponesi. È gente sobria nel mangiare; molti sanno leggere e scrivere; hanno una sola moglie; pochi sono i ladri; amano ascoltare le cose di Dio”.

Cresceva intanto l’opposizione alla sua predicazione da parte dei bonzi buddisti. Cercò una strada diversa, per vincere questa resistenza. Puntò in alto, molto in alto, all’imperatore stesso. Voleva ottenere il permesso di predicare da lui stesso. Ma qui fece un errore: l’aspetto umile dei missionari, il loro modo di vestire suscitò invece che attenzione disprezzo tra la gente, con il risultato che non venne ricevuto dall’imperatore.

Cambiò subito strategia e metodologia evangelizzatrice. Oggi si parla molto di adattamento e di “inculturazione” per poter annunciare il Vangelo. Non è certo una novità nel campo della evangelizzazione. La storia della Chiesa porta molti esempi. Sulla scia del primo evangelizzatore, di Gesù Cristo stesso. Nel secondo incontro Francesco ed i suoi amici si presentarono vestiti secondo l’etichetta, portando all’imperatore dei doni europei. Ottenne così il permesso di predicare liberamente e fare conversioni.

Nel Giappone Francesco battezzò più di mille persone. Riuscì a formare delle buone comunità di cristiani, compatte e composte da tutte le classi sociali.

Ma sempre più sovente affiorava una obiezione. Francesco presentava il Cristianesimo come la verità in campo religioso, superiore alle altre religioni conosciute dai Giapponesi. Questi però gli dicevano: se nel cristianesimo c’è la verità come mai in Cina non ne sanno niente? Per i Giapponesi di allora la Cina era il paese guida, in tutto, dalle scoperte scientifiche alle ultime mode. Quindi doveva conoscere anche il Cristianesimo se questo era la verità. E Francesco che conosceva bene la logica decise subito di partire per la Cina. Cristianizzata la Cina, in Asia non ci sarebbero state altre difficoltà.

È proprio vero che l’uomo propone e Dio dispone. Francesco lasciò il Giappone per far ritorno a Goa e qui preparare il viaggio. Dopo varie difficoltà arrivò a Canton, porta verso la Cina. Accompagnato da un solo compagno, cinese e cristiano, colto da forti febbri, morì sull’isola di Sanchnan, proprio davanti alle coste cinesi. Era il 1552. Aveva solo 46 anni. Il suo sogno svaniva. Ma altri ben presto nel suo ricordo e seguendo l’esempio, avrebbero ripreso l’idea e realizzato il progetto.

Missionario catechista

San Francesco Saverio fu un grande missionario e un grande catechista. E fu grande missionario perché grande catechista. Questo lo dimostrò nella sua prima missione nell’India meridionale. Nel suo metodo missionario procurò subito di imparare la lingua dei suoi catechizzandi. Ebbe poi una opzione preferenziale per i bambini e i ragazzi. Proprio per essi preparò dei Catechismi. Per gli adulti invece creò un “metodo per pregare” e anche un catechismo adatto a loro.

Nel Giappone, cambiando i soggetti da evangelizzare, cambiò metodologia. Ne studiò prima la struttura sociale, quindi cominciò i primi approcci con i signori feudali e con i bonzi, attraverso numerose “discussioni o dialoghi”.

San Francesco Saverio dava grande importanza al ministero della Parola, e questa annunciata con stile popolare. Lo considerava come il centro di tutta la evangelizzazione. Lui stesso affermava: “Le vostre prediche saranno frequenti tanto quanto protranno esserlo, poiché questo è un bene universale da cui si ottiene molto frutto, servizio a Dio e vantaggio per le anime”.

Da http://www.lorenzoegiovannibattistaformia.com/oratorio/index.php?option=com_content&view=article&id=104&Itemid=201
 

San Francesco Saverio nel piazzale della Cattedrale di Kagoshima

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IL MIO PASTORE (1) – Angelo Nocent

Propongo una serie di riflessioni sul Salmo 23 (IL SIGNORE è IL MIO PASTORE che saranno pubblicate a puntate. Ma ora tecnicamente è diventato più complicato, gratuitamente quasi impossibile. Infatti non riesco a procedere: blocchi da tutte le parti. Comunque, sono raggiungibile su Facebook:
Angelo Nocent | Facebook

https://www.facebook.com/angelo.nocent

IL MIO PASTORE – Angelo Nocent

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LA CROCE COME PAROLA (1Cor 1,18) – – Angelo Nocent

 

LA CROCE COME PAROLA 1Cor 1,18)

 

 

 

 

SANTA CROCE: per noi di Monte Cremasco, Diocesi di Crema (il paese in cui vivo attualmente) è tradizionalmente festa religiosa, e sagra di paese. Quest’anno il mistero della passione-morte-risurrezione di Gesù è coincisa con la LIBERAZIONE DEL NOSTRO MISSIONARIO PADRE GIGI MACCALI, che era stato rapito più di due anni fa e da allora mai uscito dalla preghiera corale dell’intera comunità diocesana.

Il MISTERO DELLA CROCE lui lo ha toccato con mano e nella Veglia Diocesana Missionaria ha raccontato:

“Ho attraversato tempeste di sabbia. E nella scorsa stagione delle piogge un muro di sabbia e di acqua (alto più di 80 metri, imponente e maestoso al vedersi) avanzava lentamente su di noi, e poi vento e acqua ci hanno investito. Nostro riparo era un telo di plastica cerata e nailon. Nessun riparo o tenda ho avuto per due anni, ma solo l’ombra di alberi spinosi e arbusti, e una coperta sulla testa per ripararmi dal sole cocente. Ma la più grande tempesta era interiore. Il mio DIARIO DI SVENTURA comincia così:

Come foglia sbalzata dal vento / e poi risucchiata da un improvviso turbine, / mi ritrovo perduto chissà dove. /Attorno a me solo dune di sabbia / e un assordante silenzio, anche di Dio…/ Mi ritrovo prigioniero del Sahara, / il grande deserto tutto abbia, sole e stelle.

Sono stati due anni di grande SILENZIO e di grande TRISTEZZA. Nei sei mesi iniziali HO PREGATO TANTO, anche con le lacrime: SIGNORE DOVE SEI ? PERCHE’ NON RISPONDI?
Ho percepito il silenzio di Dio… ma caparbiamente ho tenuto fede alla preghiera quotidiana e al rosario. Alzavo lo sguardo verso le dune più alte e mi dicevo:
Da dove mi verrà l’aiuto? E mi rispondeva il salmo: Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.
E’ duro pregare e non percepire alcun contatto da lassù…Ma subito mi rimproveravo e mi dicevo: la preghiera non è un JUKEBOX a gettoni e tu non sei il primo a fare esperienza della NOTTE OSCURA e del SILENZIO DI DIO… Sì, sono stato travolto dalla tempesta interiore, e più volte ho gridato a Dio con Gesù sulla croce: PADRE, PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO?
E’ stato un passaggio pasquale, ma ora sono risorto! E posso cantare con il salmo 125: QUANDO IL SIGNORE LE NOSTRE CATENE STRAPPO’ ED INFRANSE FU COME UN SOGNO, TUTTE LE BOCCHE ESPLOSERO IN GRIDA, INNI FIORIRONO IN TUTTE LE GOLE.

Questa amara introduzione, pur a lieto fine, aiuta ad affrontare il tema della CROCE, che segue.

Ma cosa significa Esaltazione della Santa Croce?

Per comprendere qualcosa dobbiamo attingere alla 1Corinzi perché è Paolo l’autore neotestamentario che maggiormente ha elaborato e approfondito una vera e propria teologia della croce. In particolare, è nel discorso presente nella Prima lettera ai Corinzi 1,17-2,16 che l’Apostolo formula l’idea della croce come parola, “la parola della croce” (1Cor 1,18) che è potenza e sapienza di Dio.

Ne consegue che dobbiamo farla parlare e allo stesso tempo metterci in ascolto: “17Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare la salvezza. E questo io faccio senza parole sapienti, per non rendere inutile la morte di Cristo in croce.18La morte di Cristo in croce, che noi predichiamo, sembra una pazzia a quelli che vanno verso la perdizione; ma per noi, che veniamo salvati da Dio, è la potenza di Dio”.

Anzitutto quando lui parla della croce, parla sempre del Crocifisso, di Cristo, non della croce del cristiano (come, ad esempio, si legge in Marco 8,34). Inoltre, sempre egli sottolinea che Gesù non è semplicemente morto,ma che è morto crocifisso.

Nella Lettera ai Filippesi 2,7-8 si legge:

  1. Egli era come Dio, ma non pensò di dover conservare gelosamente il fatto di essere uguale a Dio.
  2. Rinunziò a tutto;
  3. scelse di essere come servo
  4. e diventò uomo fra gli uomini.
  5. Tanto che essi lo riconobbero uno di loro.
  6. Abbassò se stesso e fu ubbidiente a Dio sino alla morte, alla morte in croce.

– La specificazione “e alla morte in croce” non vuole sottolineare tanto l’inusuale misura di sofferenza e di umiliazione che la morte di croce comportava, ma soprattutto il suo aspetto di scandalo: è il Messia che è morto crocifisso.

Questo è scandalo, “lo scandalo della croce” (Gal 5,11). Dire che il Messia e Salvatore è morto crocifisso significa affermare che è morto nella vergogna, nell’infamia, come maledetto da Dio, scomunicato dal suo gruppo religioso, ritenuto pericoloso per la società civile.

TRIFONE – Andiamo indietro nel tempo. Sono significative le parole dell’ebreo Trifone nel Dialogo scritto da Giustino: “Che il Messia debba essere crocifisso e morire così vergognosamente e ignominiosamente della morte maledetta dalla Legge, noi non possiamo arrivare neppure a concepirlo”.

IL GIUDEO PALO – fariseo osservante, ha vissuto sulla sua pelle questo SCONVOLGIMENTO TEOLOGICO e personale al momento della sua conversione: l’incredibile, anzi l’abominevole, il Messia-crocifisso diventa il centro della rivelazione del volto di Dio.

Lo SCANDALO diviene RIVELAZIONE, la DISGRAZIA si fa GRAZIA.

Ora, la parola della croce è appunto il VANGELO, il MESSAGGIO che ha sul cuore LA CROCE, e tutto ciò che essa significa. SENZA LA CROCE NON C’E’ VANGELO, come non si dà EVANGELIZZAZIONE scissa dalla Croce di Cristo.

PLAUTO – Parla spesso della MALA CRUX, della croce come sommo male, “maxima mala crux”. La morte di croce poteva essere augurata come macabra e somma ingiuria per i nemici. Un graffito trovato sui muri di Pompei: “CHE TU SIA CROCIFISSO”.

“Dal terzo secolo a.C. Il termine crux diventa una volgare ingiuria negli strati bassi della popolazione; lo si incontra sulle labbra degli schiavi e delle prostitute…L’insulti “IN MALAM MAXIMAM CRUCEM” significava pressappoco VA AL DIAVOLO. Per la società romana del tempo la croce era dunque il simbolo più disgraziato, terribile e umiliante. Eppure Paolo ne fa l’elemento centrale SALVIFICO di Dio verso l’umanità. Di più. Per il giudeo, il crocifisso è un maledetto da Dio, come sta scritto nella lettera ai Galati (3,13) che cita Deuteronomio (2,23): “Cristo ce ne ha liberati quando sulla croce ha preso su di sé questa maledizione”.

CONCLUSIONE – Muccesi (gli abitanti di Monte Cremasco), la sagra (che non c’è stata per la pandemia) va benissimo, fa bene alla psiche, specie di questi tempi. Ma il significato del nostro sentire religioso da vivere e tramandare è colossale, di inaudita portata: nella debolezza e sconfitta estrema cui Dio espone la propria onnipotenza nel Cristo crocifisso, proprio lì va riconosciuto il gesto radicale della potenza di Dio nel suo agire di svuotamento, di abbassamento, di condiscendenza verso gli uomini. È la potenza dell’amore. E lo Spirito non esita a provocarci: Va’ e anche tu fa lo stesso”, vedi di fare la tu parte. (Da UN POPOLO IN CAMMINO N. 241 – Angelo Nocent)

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OGGI MI FACCIO LA PREDICA – Angelo Nocent


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SAN RICCARDO PAMPURI INTERCEDI… – Angelo Nocent

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SPIRITO SANTO UN FUOCO D’AMORE – Angelo Nocent

Omelia del Cardinale Arcivescovo Martini nella solennità di Pentecoste in Duomo, 19. 5. 2002

Un fuoco che non si spegnerà mai

Oggi celebriamo e riviviamo il mistero della Pentecoste, compimento del mistero della Pasqua. Celebriamo il fuoco d’amore che lo Spirito di Gesù ha fatto divampare nella Chiesa perché ardesse nel mondo intero; un fuoco che non si spegnerà mai.

In ogni assemblea eucaristica continua la Pentecoste: è infatti lo Spirito che trasforma il pane e il vino nel corpo donato e nel sangue versato di Gesù; è l’invocazione dello Spirito che realizza il grido della Chiesa: “mistero della fede” e ci consente di annunciare la morte del Signore e proclamare la sua risurrezione. È lo Spirito che fa della comunità cristiana non una semplice associazione di persone buone e religiose, bensì il Corpo mistico di Cristo, il popolo radunato nell’amore della Trinità. E’ lo Spirito che mi ha investito 50 anni fa del ministero presbiterale in virtù del quale celebro ancora oggi l’eucaristia, in comunione specialmente con S.E. Mons. Mascheroni, mio vescovo ausiliare, che pure ricorda il suo cinquantesimo di Messa.

Sono dunque contento di ringraziare con voi il Signore, in continuità con la Veglia orante di ieri sera, per il dono del sacerdozio. Ringrazio anche il Santo Padre per la bella lettera che abbiamo ascoltato all’inizio. Ringrazio il Vicario Generale S.E. Mons. Giudici, tutti gli altri vescovi e collaboratori, in particolare il cardinale Giovanni Saldarini, tutti i partecipanti a questa celebrazione, rappresentanti delle parrocchie e degli organismi diocesani.

Mi lascio guidare brevemente dalle tre letture proposte dalla liturgia nel desiderio di esprimere la triplice confessione: confessio laudis, confessio vitae e confessio fidei.

Aprirsi alla forza penetrante della Parola

La prima lettura, dagli Atti degli Apostoli mi aiuta per la confessio laudis. Racconta la discesa dello Spirito santo nel giorno della Pentecoste ebraica.

Il testo degli Atti mi fa pensare alla pagina di Ezechiele riportata nell’ufficiatura del Vespero di ieri, vigilia di Pentecoste, nella quale si descrive come una moltitudine di ossa aride riprende carne e vita per il soffio dello Spirito. Così il Signore ha fatto all’inizio della Chiesa, con le membra disperse della prima comunità cristiana. Così il Signore ha fatto della mia vita, soprattutto attraverso il dono dell’ordinazione presbiterale. La mia povertà, le mie ossa aride sono state vivificate e trasformate dallo Spirito e a Lui va reso onore e gloria per quanto di bene mi è stato dato di compiere.

E’ lo Spirito santo, con la sua potenza, che ha agito e agisce in me aiutandomi a capire e mettere in pratica le parole di Gesù, i suoi gesti, i suoi comportamenti. E’ lo Spirito che mi ha guidato nella lettura e spiegazione delle Scritture di cui parla il Santo Padre nella sua lettera, dicendo che in tutte le mie attività pastorali “il primo posto lo tengono le Sacre Scritture, come è conveniente che faccia un pastore d’anime”. E per questo do a tutte le parrocchie della diocesi il lezionario evangelico che riporta le parole di Gesù, perché tenga il primo posto nelle chiese.

Il testo degli Atti afferma che Spirito come vento impetuoso riempì tutta la casa dove si trovavano tutti insieme gli apostoli con Maria, e si pose come lingue di fuoco su ciascuno di loro e cominciarono a parlare in altre lingue. Il prodigio delle lingue sta a indicare la forza unificante dello Spirito che porta tutti, nella molteplicità dei doni, ad accettare l’unica fede. Rendiamo lode a Lui che ha operato nel nostro cuore e nelle nostre labbra per farci capaci di comunicare il vangelo della salvezza. Egli operi nel cuore e negli orecchi degli ascoltatori, perché si aprano alla forza penetrante della Parola.

Lo Spirito che perdona

La pagina evangelica di Giovanni mi permette di esprimere la confessio vitae, la richiesta di perdono per i peccati e le negligenze di 50 anni di sacerdozio. Quando Gesù venne tra i suoi nel cenacolo, a Gerusalemme, dopo averli salutati colmandoli di gioia con l’augurio di pace, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi”. È questo il dono straordinario della Pasqua che invochiamo con fede anche nell’odierna Pentecoste: o Padre, per il dono dello Spirito, perdona i nostri peccati, come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso!

E oggi, vogliamo invocare lo Spirito di pace e di riconciliazione in particolare per la Terra santa, per la città di Gerusalemme dove Gesù risorto offrì la pace e il perdono ai suoi discepoli.

L’unità sinfonica della Chiesa

Infine, dalla seconda lettura prendo lo spunto per la confessio fidei. San Paolo attesta che il raccordo tra la molteplicità dei carismi e l’unità nella Chiesa è lo Spirito santo che crea appunto l’unità sinfonica della Chiesa. Ma, possiamo aggiungere, lo Spirito di Dio non è circoscritto, soffia dove vuole, penetra dappertutto con sovrana libertà. Qualunque situazione umana, per quanto deteriorata, disperata, vive l’attrazione dello Spirito che continuamente muove il cuore o col rimorso o con la nostalgia o con la paura o con il coraggio e la speranza. Lo Spirito insomma soffia sulla nostra umanità peccatrice anzitutto come Spirito di amore perdonante per fare di noi persone che amano e perdonano i fratelli.

Siamo dunque invitati a rinnovare la nostra fiducia nel dono dello Spirito che è in noi sin dal momento del Battesimo, che è in me in modo tutto speciale dal momento dell’ordinazione presbiterale ed episcopale, che non finirò mai di accogliere come Colui che rinnova il mio cuore e la mia coscienza.

Egli infonde nella mia esistenza e nella vostra una dimensione sempre nuova di gioia, pace, verità, libertà, comunione. La sua presenza è la condizione senza la quale il disegno di salvezza di Dio non si realizza e l’azione di un presbitero rimane infruttuosa. Lo Spirito precede ogni nostro agire perché è in lui che tutte le azioni divine si compiono in noi, è in Lui che mi è stato dato di perseverare in questi cinquant’anni di presbiterato. È lo Spirito che viene a salvare, sanare, insegnare, esortare, rafforzare, consolare.

E vorrei, concludendo l’omelia, far mia la preghiera di Paolo VI:

Vieni, o Spirito santo, e dà a noi un cuore grande, aperto alla tua silenziosa e potente parola ispiratrice, chiuso a ogni meschina ambizione, un cuore grande per amare tutti, tutti servire, con tutti soffrire; un cuore grande, forte a sostenere ogni tentazione, ogni prova, ogni stanchezza, ogni delusione, ogni offesa; un cuore beato di palpitare col cuore di Cristo e di compiere umilmente, fedelmente, virilmente, la divina volontà” (17 maggio 1970).

O Maria, tu che sei la sposa dello Spirito santo, insegnaci il linguaggio della gratitudine che hai espresso col Magnificat e poni in me e in tutti noi quell’amore che non conosce riserve, non attende contraccambio perché gli basta amare!

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