ECCO L’UOMO, L’UOMO DELLA CROCE – Angelo Nocent

1-1-SAM_6086PADRE…

per cantare

    quello che non potremmo dire

         e non sappiamo tacere

I nostri occhi hanno visto
quello che noi non avremmo voluto
vedere mai!
I nostri orecchi hanno udito
quello che noi non avremmo voluto
sentire mai!

L’uomo che non ha mai giudicato:
eccolo condannato!
L’Uomo che noi non avremmo lasciato:
ora e’ rimasto solo!

L’Uomo che tanto abbiamo cercato:
noi non l’abbiamo amato!
L’Uomo che noi non abbiamo creato:
ora l’abbiamo ucciso!

Nacque tra noi, visse con noi.
Uno di noi lo consegno’
Fu crocifisso dall’uomo che amava.
E dopo aver perdonato mori’.

1. Nella memoria di questa Passione
noi ti chiediamo perdono, Signore
per ogni volta che abbiamo lasciato
il tuo fratello soffrire da solo.

R. Noi ti preghiamo
Uomo della Croce;
Figlio e Fratello,
noi speriamo in te! (2v)

2. Nella memoria di questa tua Morte
noi ti chiediamo coraggio, Signore
per ogni volta che il dono d’amore
ci chiedera’ di soffrire da soli.Rit.

3. Nella memoria dell’Ultima Cena
noi spezzeremo di nuovo il tuo Pane
ed ogni volta il tuo Corpo donato
sara’ la nostra speranza di vita.Rit.

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VERGINE DELL’ANNUNCIAZIONE – Angelo Nocent

Nazareth - Grota annunciazione

Vergine dell’Annunciazione – card. Carlo Maria Martini

  • Vergine dell’Annunciazione,
  • rendici, ti preghiamo, beati nella speranza,
  • insegnaci la vigilanza del cuore,
  • donaci l’amore premuroso della sposa,
  • la perseveranza dell’attesa,
  • la fortezza della croce.
  • Dilata il nostro spirito perché nella trepidazione dell’incontro definitivo troviamo il coraggio di rinunciare ai nostri piccoli orizzonti per anticipare, in noi e negli altri, la tenera e intima familiarità di Dio.
  • Ottienici, Madre, la gioia di gridare con tutta la nostra vita: “Vieni, Signore Gesù, vieni, Signore che sei risorto, vieni nel tuo giorno senza tramonto per mostrarci finalmente e per sempre il tuo volto”.

card. Carlo Maria Martini

  • Annunciazione 5

La Festa dell’Annunciazione: un’oasi nel deserto della quaresima. Le parole del Cardinale Martini sono acqua fresca e zampillante

MARIA CONTENTA
Ho accolto con gioia, sia pure con trepidazione, l’invito a presentare questo testo del cardinale Carlo Maria Martini, che raccoglie pagine già presenti in altre pubblicazioni, ma rivisitate secondo una prospettiva mariologica.

Rilette a distanza di tempo, rinnovano lo stupore, rinverdiscono il desiderio di essere presi per mano da Maria: per percorrere, con lei e come lei, il nostro pellegrinare, sempre segnato dal mistero dell’amore di Dio, nelle ore di gioia e nelle ore difficili,oscure, della notte. Le parole di Maria, il suo “non comprendere”, che le fa tuttavia pronunciare il suo “Eccomi, sono la serva del Signore” risuonano nel cuore con soavità forte, ridanno energia e vitalità dinanzi alle obiezioni e agli inevitabili turbamenti che il mistero può suscitare.

Il Cardinal Martini ci aiuta così a ripercorrere l’itinerario della Vergine Maria, facendocela sentire vicina, sorella e madre. Le sue riflessioni muovono sempre dalla Parola, assaporata in profondità e ci fanno guardare a Maria come a Colei in cui si è attuata la sintesi tra parola di Dio ed esperienza umana, quasi a sottolineare che la Parola, che si genera in Maria, nella sua concretezza umana, è la medesima Parola che indica anche a noi la direzione del cuore.

Il percorso di Maria segue quello del Figlio suo: dalla nascita alla croce alla risurrezione. Ci insegna a diventare discepoli, a farci progressivamente discepoli e “servi del Regno” come lei. Il Cardinal Martini, nel parlarci della Madre di Dio, non si stacca mai dal testo della Scrittura: ci aiuta, ci induce a penetrarne il senso, a verificarne la concretezza, a purificare lo sguardo e l’orecchio perché la Parola sia vista e udita nella pregnanza della sua verità.

A La Salette l’Arcivescovo diceva ai suoi preti: “Attraverso l’aiuto di Maria scopriamo che in noi c’è l’animus che progetta, esegue con tenacia ed efficacia, che pensa, che intuisce con l’intelletto, ma c’è pure l’anima, che invece intuisce con le ragioni del cuore, che è piena di tenerezza e di affettività nel rapporto con Dio e con i fratelli”. A questa sintesi, a questa irrinunciabile unità di vita conduce il “vangelo di Maria” che queste pagine dischiudono con la straordinaria suasività che il Cardinal Martini sa sempre donare e di cui gli ridiciamo grazie.

Dora Castenetto

Volendo riflettere sul quadro evangelico dell’Annunciazione, il primo sentimento che provo è il desiderio di stare in silenzio. Ho, infatti, paura di parlare,così come Mosè aveva paura di guardare il roveto ardente. In un primo momento si avvicinò con una qualche curiosità e poi si coprì la faccia con la veste per la paura di vedere Dio. E’ lo stesso sentimento che vivo io adesso perché l’Annunciazione è come un roveto ardente: c’è tutto in questo mistero.

La Visitazione è un mistero di incontro tra persone nell’obbedienza alla parola di Dio; meditare su di essa ci permette di approfondire un punto fondamentale della vita di fede: la ricerca della volontà di Dio nelle relazioni e negli incontri quotidiani.
Io credo che entrando un po’ di più nel cuore di Maria, oltre all’azione dello Spirito che le infonde scioltezza, libertà, creatività, possiamo cogliere anche il desiderio di vedere il segno che le avrebbe confermato il suo mistero.

L’annuncio dell’angelo costituiva un segreto pesantissimo da vivere, un segreto difficile da comunicare e si ha l’impressione che non l’avesse comunicato a nessuno. Da qui il suo bisogno di confrontarsi e di trovare conferma dell’indicazione datale, nel solco della volontà di Dio.

Maria spera di essere capita: in una relazione autentica, si comprende l’altro e i è compresi a fondo. E’ da questa reciprocità nella relazione che sgorgherà, a mio parere, il Magnificat. Nell’episodio dell’ Annunciazione, contempliamo il mistero di Maria da lei vissuto; nell’episodio della Visitazione, contempliamo un’altra donna che lo riconosce e lo loda. E’ la prima persona tra tutti coloro che, di generazione in generazione “la diranno beata”.

Elisabetta la mette addirittura in rapporto con Abramo, il padre della fede, che ha creduto nell’adempimento delle persone divine. Dunque, da un saluto, da un incontro, da una relazione di bontà, di deferenza, di rispetto, è nato un grande mistero. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore….”

Maria ha vissuto nel suo cuore, fino al momento della visita alla cugina, un segreto ineffabile, ma umanamente pesante e schiacciante. Ecco che, a un tratto, si sente compresa, avverte che un’altra persona,senza bisogno di spiegazioni, sa del suo segreto, glielo conferma,le assicura che ha fatto bene a fidarsi. Maria allora scoppia, a sua volta, nel canto ed esprime tutto quello che aveva trattenuto in sé perché nessuno poteva coglierne il significato.
“Maria con poche ma eccellenti parole, versava dalle sue sacre labbra il miele e il balsamo prezioso perché era piena di Gesù” (Francesco di Sales a Giovanna di Chantal).

Affidiamo la nostra preghiera alla protezione del Vescovo di Ginevra, Francesco di Sales, maestro esemplare di relazioni umane, perfetto gentiluomo e insieme modello di relazioni divine. Rileggendo le sue lettere e ripensando alla sua frenetica attività pastorale, è facile cogliere la delicatezza, la verità, la precisione, la nobiltà con cui viveva tutte le relazioni. Ciò appare in particolare dalle lettere che scrisse a ogni categoria di persone, dalle più aristocratiche alle più umili; in ciascuna risalta un atteggiamento squisito, gentile, riservato, affettuoso.

Penso che, nel mondo, non vi siano anime che amino più cordialmente, più teneramente e, per dir tutto molto alla buona, più amorosamente di me. Quello che non è Dio, non è nulla per noi. E’ veramente cosa meravigliosa che riesca a mettere insieme queste cose: ho l’impressione di non amare nulla fuori di Dio e tutte le anime in Dio” (A Giovanna di Chantal – da Annecy 1620 o 1621)

Maria, parlaci tu perché noi non sappiamo parlare di te: parla dunque tu a noi. Noi intuiamo che il mistero dell’Annunciazione è legato a quello della Croce: uno spiega l’altro, uno è radice dell’altro. Tu, che sotto la Croce vivi la morte del Figlio tuo e l’amore infinito del Padre per l’uomo, donaci di comprendere le radici misteriose di questo amore, di penetrare nel tuo “sì” al volere del Padre, da cui tutto è nato, in cui tutto ritorna, al quale tutto si riconduce.

Card. Carlo Maria Martini

Mina2Buon Compleanno, signora Mina !

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L’AFRICA NEL CUORE – sostegno all’UTA onlus – Angelo Nocent

1-Pictures191Da oggi su FACEBOOK:

L’AFRICA NEL CUORE/UTA-mission

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1.
La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.

CAPITOLO QUARTO
LA DIMENSIONE SOCIALE
DELL’EVANGELIZZAZIONE
176.
Evangelizzare è rendere presente nel mondo il Regno di Dio. Ma « nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell’evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino di mutilarla ».140 Ora vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell’evangelizzazione precisamente perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice.

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IL MIRACOLO DI TANGUIETA

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Fra Fiorenzo Priuli 2CINQUANTESIMO DI PROFESSIONE RELIGIOSA DI FRA FIORENZO – RADIO VATICANA

Ospedale San Giovanni di Dio – Tanguiéta nel nord del Benin, nella diocesi di Natitingou. Sabato 7 marzo 2015.

Fra Fiorenzo Priuli ha festeggiato il suo giubileo d’oro di consacrazione religiosa. Questa è la cappella dei Fratelli di San Giovanni di Dio che si trova nel cuore della ospedale che ha ospitato la grande assemblea di cristiani fedeli, genitori, colleghi e amici venuti a rendere grazie a Dio per questo giubileo, animato nel corso della Messa dalla corale dei giovani della casa ospedaliera.

La Messa è stata presieduta dall’Ordinario del luogo, Vescovo Antoine Sabi Bio circondato da trenta fratelli, quarantasei sacerdoti e vescovi provenienti da Burkina Faso, Togo e Benin, Tra cui il vescovo di Djougou, mons Paul Vieira, che ha tenuto l’omelia.

Al di là del saluto iniziale del Vescovo Sabi Bio e delle parole del rappresentante dei Fratelli di San Giovanni di Dio, fratelli che segna la gioia della loro comunità per i 50 anni di vita religiosa di Fratello Florent, di cui 30 anni in una fila di servizio ai malati in questo ospedale ormai di fama internazionale grazie a lui, la testimonianza del Vescovo Vieira per l’omelia sarà vantaggiosa in questo anno dedicato alla vita consacrata, per attirare l’attenzione.

Secondo il Prelato, “noi possiamo solo rendere grazie al Signore e glorificarlo per il grande amore che ha dimostrato in San Giovanni di Dio e per i frutti che quest’opera meravigliosa ha portato in Africa tra cui Benin e Togo. Con Fra Fiorenzo vogliamo abbracciare tutti i fratelli di questa famiglia religiosa e dire grazie al Signore, grazie a loro e per loro “.

CINQUE PER MILLE

C.F. 91011380242

Versamento c/c postale: N° 14280366

Bonifico bancario: U.T.A. Onlus Banca Popolare di Marostica Ag. Romano d’Ezzelino (VI) COORDINATE BANCARIE c/c: CC0870004248

IBAN: IT41G0557260900CC0870004248

ABI: 05572

CAB: 60900

CIN: G

1-Grazie - bimba e fiori

CINQUE PR MILLE: C.F. 91011380242  

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8 MARZO – SAN GIOVANNI DI DIO – Angelo Nocent

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IL DIGIUNO GRADITO AL SIGNORE

Isaia – Cap 58

 Isaia 2 1Dice il Signore: “Grida a squarciagola, senza timore. Fa sentir la tua voce forte come una tromba. Denunzia contro Israele la sua ribellione, al mio popolo i suoi peccati. 2“Mi cercano ogni giorno, desiderano conoscere le mie decisioni. Anzi reclamano da me leggi giuste e vogliono che sia vicino a loro. Sembrano una nazione che agisce con giustizia e osserva le leggi del proprio Dio. 3Ma poi mi dicono: “Perché digiunare se non ci guardi? Perché umiliarci se non lo noti?“”. E io rispondo: “Proprio mentre digiunate vi preoccupate dei vostri affari e maltrattate i vostri lavoratori. 4Litigate con violenza, urlate e fate anche a pugni. Proprio perché digiunate in questo modo, io non vi ascolto.

5Per voi digiunare vuol dire piegare la testa come una pianta appassita, vestirsi di sacco e stendersi nella cenere. Pensate che sia questo il digiuno che mi piace? Questo, secondo voi, si chiama digiunare, umiliarsi davanti al Signore? 6Per digiuno io intendo un’altra cosa: rompere le catene dell’ingiustizia, rimuovere ogni peso che opprime gli uomini, rendere la libertà agli oppressi e spezzare ogni legame che li schiaccia.

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7Digiunare significa dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile. 8“Allora sarà per te, popolo mio, l’alba di un nuovo giorno, i tuoi mali guariranno presto. Ti comporterai davvero in modo giusto e il Signore ti proteggerà con la sua presenza. Quando lo chiamerai egli ti risponderà; chiederai aiuto e lui dirà: “Eccomi”.

9“Se tu smetti di opprimere gli altri, di disprezzarli, di parlarne male, 10allora la luce scaccerà l’oscurità in cui vivi. Se dividi il tuo cibo con chi ha fame e sazi il povero, la luce del pieno giorno ti illuminerà. 11Il Signore ti guiderà sempre: ti sazierà anche in mezzo al deserto e ti restituirà le forze. Sarai rigoglioso come un giardino ben irrigato, come una sorgente che non si prosciuga. 12Allora rialzerai le vecchie rovine, le ricostruirai sulle fondamenta abbandonate da tanto tempo. Sarai conosciuto come “Il popolo che ripara le spaccature delle mura e ricostruisce la città per riabilitarla””.

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MEDICI- INFERMIERI – SANITA’ MONDIALE – Angelo Nocent

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CRISTO E’ FEDELE E A TUTTO PROVVEDE

Se guardassimo alla misericordia di Dio, non cesseremo mai di fare il bene tutte le volte che se ne offre la possibilità. Infatti quando, per amor di Dio, passiamo ai poveri ciò che egli stesso ha dato a noi, ci promette il centuplo nella beatitudine eterna. O felice guadagno, o beato acquisto! Chi non donerà a quest’ottimo mercante ciò che possiede, quando cura il nostro interesse e ci supplica a braccia aperte di convertirci a lui e di piangere i nostri peccati e di metterci al servizio della carità, prima verso di noi e poi verso il prossimo? Infatti come l’acqua estingue il fuoco, così la carità cancella il peccato (cfr. Sir 3, 29).

Vengono qui tanti poveri, che io molto spesso mi meraviglio in che modo possano esser mentenuti. Ma Gesù Cristo provvede a tutto e tutti sfama. Molti poveri vengono nella casa di Dio, perché la città di Granada é grande e freddissima, soprattutto ora che é inverno. Abitano ora in questa casa oltre centodieci persone: malati, sani, poveri, pellegrini. Dato che questa é la casa generale, accoglie malati di ogni genere e condizione: rattrappiti nelle membra, storpi lebbrosi, muti, dementi, paralitici, tignosi, stremati dalla vecchiaia, molti fanciulli e inoltre innumerevoli pellegrini e viandanti, che giungono qui e trovano fuoco, acqua, sale e recipienti in cui cuocere i cibi. Non esistono stanziamenti pecuniari per tutti costoro, ma Cristo provvede.

Perciò lavoro con denaro altrui e sono prigioniero per onore di Gesù Cristo. Sono così oppresso dai debiti, che spesso non oso uscire di casa a motivo dei creditori ai quali devo rispondere. D’altra parte vi sono tanti poveri fratelli, mio prossimo, provati oltre ogni possibilità umana, sia nell’anima che nel corpo, che io sento grandissima amarezza di non poter soccorrere. Confido tuttavia in Cristo che conosce il mio cuore. Perciò dico: Maledetto l’uomo che confida negli uomini e non confida in Cristo. Volente o nolente, gli uomini ti lascieranno. Cristo invece é fedele e immutabile. Cristo veramente provvede a tutto. A lui rendiamo sempre grazie. Amen.

Dalle «Lettere» di san Giovanni di Dio, religioso

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Elena Maya Akisada Nocent - Angelo musicante Mimosa1-Mimosa

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L’OSPITE CHE INVITA A CENA – Angelo Nocent

Carlo Maria Martini - Ritrovare se stessi

C’è un momento nell’anno per fermarsi e cercare…

Osservazioni importanti sulla “lectio divina”

Card. Carlo Maria MartiniNell’accostarsi alla Bibbia mediante il metodo della lectio divina bisogna evitare il rischio di uno straripamento della lectio al di fuori dell’ alveo della tradizione e della Chiesa. Capita infatti spesso che la Scrittura venga usata non semplicemente in funzione critica dei nostri idoli, ma pure in funzione di critica delle istituzioni, di una critica globale e priva di discernimento.

Un altro rischio è di asservire il testo sacro a ideologie preesistenti (politiche, sociali, filosofiche), usandolo come prova o appoggio. In questi casi la lettura della Bibbia tende a uscire dal contesto vitale in cui è nata e si è trasmessa. E, ancora, si rischia di intendere sotto il nome di lectio una qualunque lettura della Bibbia, che sia in qualche modo unita con la preghiera. Non di rado si tende inoltre a fare della “teologia biblica” trattando temi dell’uno e dell’ altro Testamento, o si cercano attualizzazioni a partire da un brano scelto a caso o presente nella liturgia.

Tutto ciò fa parte della lectio, ma non la definisce nella sua caratteristica più profonda. Mi sembra quindi utile richiamare alcune parole del padre gesuita Francesco Rossi de Gasperis, in uno stimolante studio (Bibbia ed esercizi spirituali, Torino 1982, 33): «Lectio divina è la lettura continua» – preferisco dire “tendenzialmente” continua – «di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sua sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata mediante il contesto di tutta la rivelazione biblica, Antico e Nuovo Testamento.

Per questa sua semplice adesione e umile rispetto dell’intero testo biblico, lalectio divina è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l’uomo diventa un attento uditore della Parola (…). La lectio divina non fa una scelta di testi adatti a temi e argomenti già scelti e decisi in precedenza, in vista di bisogni o gusti già sperimentati o avvertiti dal lettore o dalla comunità che legge. Essa non adotta nemmeno il procedimento dei “temi biblici” preferendo invece tenersi al di qua di ogni selezione teologica del messaggio biblico. Essa comincia dalla Parola di Dio e la segue passo passo dal principio alla fine. La lectio divina suppone e prende sul serio l’unità di tutte le Scritture».

Se dunque la lectio divina viene vissuta nel suo dinamismo che, partendo dalle prime tre tappe – lectio, meditatio, contemplatio – si amplia e si apre alla consolatio, discretio, deliberatio e actio, può costituire un formidabile aiuto di fronte all’ attuale sfida del mondo occidentale.
Un mondo in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita e della società, un mondo interiormente arido, che soffoca la coscienza e non fa avvertire nell’ esperienza quotidiana il gusto del Dio vero. Soltanto se alimentiamo la nostra fede in un contatto con la Parola, potremo passare indenni attraverso il deserto spirituale dell’Europa moderna.

Un esempio di “lectio divina”

Iniziamo a leggere il Salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo,
il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni».

È un salmo che abbiamo cantato tante volte nella liturgia delle Messe domenicali e feriali, eppure forse non lo conosciamo sul serio. Diceva di esso il grande filosofo francese Henri Bergson: «Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / …Anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, / non temerei alcun male, perché tu sei con me“».

Cena beduina1. Nel momento della lectio rileggiamo il testo per metterne in rilievo gli elementi cercando di rispondere alla domanda: che cosa dice il salmo?

- Il Salmo 23 è sovente chiamato “il salmo del pastore”, perché parla di un pastore, anzi del Signore sotto l’immagine del pastore, e ne sviluppa il simbolo.
A me pare tuttavia che quel titolo non sia adeguato e, in realtà, se notate bene le tre strofe, vi accorgerete che l’immagine del pastore è sviluppata soltanto fino al v. 4: «il tuo bastone e il tuo vincastro». Dal v. 5 in avanti, è delineata un’ altra immagine, quella dell’ospite che invita a cena: «Davanti a me tu prepari una mensa…». Due sono quindi i simboli: il pastore e colui che ci invita a cena trattandoci regalmente e facendoci stare con sé. Per questo ritengo più indovinato un altro titolo: “Perché tu sei con me“, che esprime molto bene la tensione spirituale, psicologica, umana e teologica del salmo. “Perché tu sei con me” è un’ affermazione che sta, quasi visivamente, a metà del canto, della preghiera del salmista, e riassume tutto in una espressione di grande fiducia: tu sei con me. E chiaramente un salmo di fiducia, e cercheremo di capire che cosa in pratica significa.

+ Dopo il titolo, vediamo di sottolineare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: il Signore e io, cioè colui che parla. – Le azioni attribuite al Signore sono nove:

  1. egli è mio pastore;
  2. mi fa riposare;
  3. mi conduce;
  4. mi rinfranca;
  5. mi guida;
  6. è con me;
  7. mi dà sicurezza;
  8. prepara una mensa;
  9. cosparge di olio.

Nove designazioni che indicano la cura, la premura, l’attenzione, espresse con metafore, con parabole, con simboli: esse definiscono il Signore come Colui che si prende cura di me. – Di fronte a questo soggetto principale, ci sto io che affermo

  • di non mancare di nulla,
  • di non temere alcun male,
  • affermo che il mio calice trabocca;
  • che sento la felicità e la grazia come compagne di vita,
  • che voglio abitare nella casa del Signore.

Si tratta di un dialogo affettuoso, fiducioso, familiare tra il Signore e me:

  • che cosa è lui,
  • che cosa fa per me,
  • che cosa io gli dico.

E una preghiera semplicissima, che non chiede nulla, non ringrazia, non loda, ma proprio per questo è ricchissima; se poi volessimo esaminare la portata dei simboli che presenta, troveremmo una vastità di applicazioni, come dimostra la storia dell’ esegesi del Salmo 23.

+ Possiamo ora rileggere le strofe dal punto di vista delle immagini. Abbiamo già parlato delle due fondamentali: il pastore e l’ospite, cioè l’immagine del pascolo e l’immagine della convivialità, dell’ospitalità a mensa. Ciascuna di esse è sviluppata con altre che completano, arricchiscono il quadro.
– L’immagine del pastore – molto usata nella Bibbia fino al discorso di Gesù sul buon pastore, in Giovanni 10- viene specificata: «su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E la sosta del gregge su pascoli verdi e presso acque tranquille.

Chi ha visto le steppe della Palestina, sa come è difficile trovare un pascolo verde; quando un pastore riesce a scoprirlo, egli è davvero la gioia del gregge; chi ha provato la sete del deserto, può comprendere che cosa significa incontrare qualcuno capace di indicare dove c’è una sorgente d’acqua, magari nascosta sotto le pietre. Quindi il pastore del salmo sa fare sostare il gregge nei luoghi giusti. Inoltre sa far viaggiare: c’è infatti l’immagine del gregge in sosta su pascoli erbosi e c’è quella del gregge in movimento, guidato per sentieri giusti, per piste che portano a buon fine. In questo viaggio si può anche «camminare in una valle oscura» – pensiamo al deserto di Giuda e alle sue valli pietrose, incassate, dirupate, molto pericolose se di notte ci si perde o se, inciampando, si cade in qualche dirupo!

Pascolo deserto

-. Il pastore del salmo sa guidare pure in una valle oscura, di notte. Le immagini si moltiplicano: quella del bastone e del vincastro. Probabilmente per bastone si intende una mazza corta e adatta a difendere il gregge dai lupi; il vincastro, invece, è quello che oggi è il pastorale del Vescovo, un bastone lungo ricurvo, su cui il pastore si appoggia, che serve per appendervi il sacco o per tastare il terreno, per tenere lontani i cani randagi. Una metafora molto pittoresca, che evoca tutto quanto il pastore fa per amore del gregge, per condurlo; ed è ciò cheil Signore fa per noi.

- Seguono leimmagini conviviali:«davanti a me tu prepari una mensa» (v. 5). Figuriamoci di essere sotto una tenda, su una stuoia stesa per terra, e sulla stuoia cibi succulenti, che si prendono con le mani, si mette un poco di focaccia in una salsa e vi si intingono bocconcini di carne; figuriamoci di godere ore e ore in questa cena comune. Prima che la mensa abbia inizio, colui che ha invitato cosparge di profumo, «cosparge di olio il capo», come ha fatto Maria di Betania quando Gesù entra nella sua casa. Sulla mensa c’è anche una coppa, un calice traboccante di vino spumeggiante, che dà gioia.

Le immagini conviviali sfociano, nel v. 6, nell’immagine della casa del Signore: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni»; la tenda ospitale diventa, a un certo punto, il tempio, la casa di Dio, dove si è veramente a casa.

+ Ho richiamato semplicemente qualche metafora, ma su ciascuna di esse ci si potrebbe fermare per chiarirne meglio il significato.

  • Che cosa vuol dire “acque tranquille“? Non soltanto pozze di acqua da cui si beve in pace e senza pericoli; in realtà, è evocato un cammino di pace, un cammino spirituale verso la pace interiore, dove ci si ristora alla fine di un viaggio pericoloso.
  • Che cosa vuol dire “valle oscura“, tenebrosa? Non è soltanto un dirupo dove non arriva la luce, dove la notte è fonda; nella psicologia della persona umana, è piuttosto la paura del buio della morte, quella paura che affiora nella coscienza e che non si placa, a meno che non venga una voce dall’ alto a portare la parola di conforto.

Invito ciascuno a ripensare e a gustare tutte queste immagini poetiche; pur se non possiamo cogliere la poesia e il ritmo propri del testo ebraico, tuttavia alcune assonanze risuonano un poco anche nella traduzione in lingua italiana.

2. Passando al gradino della meditatio, riformuliamo la domanda iniziale pensando a noi: qual è il messaggio del salmista per me, per noi? che cosa dice questa poesia religiosa oggi?

+ Incominciamo a cercare le parole chiave del messaggio, che a mio avviso sono quattro:

  • - non manco di nulla;
  • - tu sei con me;
  • - mi dai sicurezza col tuo bastone e il tuo vincastro;
  • - abiterò nella casa del Signore.

Ecco il messaggio: Signore, io non manco di nulla perché tu sei con me, mi dai sicurezza e abito nella tua casa.

+ Per poter dire sul serio queste parole, è necessario domandarci su chi cadono, e la risposta per me è ovvia: cadono oggi su cuori ansiosi, sulle nostre ansietà, sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze. Da alcuni anni seguo un gruppo di centinaia di giovani e di ragazzi – tra i 18 e i 25 anni – che partecipano al cammino cosiddetto del “Samuele” e cercano con grande disponibilità la volontà di Dio nella loro vita. E affinché compiano un cammino solido, io propongo ogni anno delle regole: per esempio, di astenersi dalla televisione o di fame un uso molto ridotto. Tra le altre c’è la IV regola che recita: bandire ogni forma di ansietà su di me e sul futuro. Ebbene, per tantissimi di questi giovani e ragazze, non è difficile astenersi dall’uso della televisione, mentre è particolarmente difficile bandire ogni forma di ansietà su di sé e sul proprio futuro. La ritengono la regola più dura. Ciò significa che il nostro cuore è insicuro, siamo continuamente bisognosi di rassicurazioni su di noi e sul domani che ci attende, sulle nostre relazioni, sulle nostre capacità, sul fatto che non commetteremo sbagli troppo gravi nello scegliere lo stato di vita.

Il Salmo 23, da questo punto di vista, è una medicina salutare, consolante, divina, efficace per tutte le ansietà del cuore umano. E una splendida preghiera da ripetere nella fede, davanti a Gesù: Signore, io non manco di nulla davanti a te; tu sei con me, mi rassicuri, mi fai abitare nella tua casa. Si tratta di uno straordinario esercizio di fede e di speranza.

+ Nel desiderio di approfondire il messaggio, di scavare di più nel nostro cuore, ci chiediamo: quando pronuncio le parole del salmo, quando lo recito in preghiera, sono davvero sincero? Credo che tutti dobbiamo confessare che le cantiamo, ma con un po’ di superficialità; talora ci muovono alla preghiera, se stiamo vivendo momenti buoni, se non ci sono all’orizzonte dei crucci e dei problemi. Tuttavia, allorché entriamo in una valle oscura, allorché avvertiamo davanti a noi l’ombra della morte (un insuccesso, la solitudine, un fiasco nella vita, il dolore fisico o morale…), diventa assai difficile dire: cammino in una valle oscura, ma sono in pace perché tu, Signore, sei con me. Pur se sono vere, pur se sono salutari, le parole del salmista sono difficili da pronunciare con il cuore.

+ Che cosa fare, dunque, quando ci si trova in una valle oscura, nella valle di morte, nell’ ombra, nell’ abisso? Dobbiamo fare quello che ha fatto Gesù. Egli è entrato nella oscura valle del Getsémani, è entrato nel buio dell’agonia sulla croce, si è sentito abbandonato e ha gridato: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Però in quel momento ha rivolto al Padre delle parole che risuonano affini a quelle del Salmo: So che tu, Padre, sei con me, nelle Tue mani affido il mio spirito. Gesù, contemplato nel Getsémani e sulla croce, è il modello da seguire, è colui che ci assicura dicendo: malgrado tutto, avrete la forza di pregare il Salmo 23, anzi l’avete già ora perché ve la dono io.

Mi viene in mente quanto scrive san Bonaventura a proposito di Francesco che, nell’estate del 1219, andò in Palestina e fu ricevuto dal sultano d’Egitto, attraversando così le linee militari musulmane. In quel momento di gravissimo pericolo, di paura, quasi di follia (avrebbe potuto rinunciare alla visita, evitando un percorso tanto rischioso), Francesco continuava il viaggio ripetendo: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore, sei con me».

3. Nella contemplatio, affidata a ciascuno personalmente, si cerca di andare al di là del Salmo per toccare il volto di Gesù presente dietro a ogni pagina e in ogni pagina della Scrittura. Magari si parte da un’invocazione, da una preghiera nella quale esprimo al Signore i sentimenti provati ascoltando le parole di uno o di un altro versetto, ma improvvisamente la preghiera non è più esercizio della mente, bensì lode, silenzio davanti a Colui che mi si è rivelato, che mi parla come amico, come medico, come salvatore. La contemplatio è una sorta di esperienza stupenda, misteriosa, nella quale intuiamo con il cuore che il Risorto è in mezzo a noi come Signore della nostra vita e Signore della storia.

 1-Fragile 2

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MADRE TERESA – LA DESERTIFICAZIONE DEL CUORE – Angelo Nocent

Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II

QUARESIMA TEMPO DI DESERTO E SPOGLIAZIONE

Quando fu proclamata beata, il 19 ottobre 2003, nella sua biografia ufficiale diffusa da Vaticano erano scritte queste testuali parole: 

Sinai - Oreb -deserto“Vi fu un aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: ‘l’oscurità’. La dolorosa notte della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri”.

Di quel suo buio interiore durato mezzo secolo – proprio mentre tutto il mondo ammirava la sua raggiante cristiana letizia – Madre Teresa diede conto soltanto ai suoi direttori spirituali, ingiungendo di distruggere poi le sue lettere: cosa che essi non fecero.

L’oscurità della fede contraddistingue tante altre vite di santi, anche grandissimi. Ma c’è sempre qualcosa di peculiare in ciascuno. Anche in Madre Teresa.

Nel commento che segue, un autore d’eccezione prova a tratteggiare la peculiarità di Madre Teresa, proprio in rapporto ai suoi dubbi di fede. È padre Raniero Cantalamessa, francescano, storico delle origini del cristianesimo e predicatore ufficiale della casa pontificia.

Il commento è uscito su “Avvenire” di domenica 26 agosto, nel pieno della discussione seguita all’annuncio del libro.

In esso, padre Cantalamessa sostiene una tesi ardita: identifica in Madre Teresa l’ideale compagna di viaggio e di mensa dei tanti “atei in buona fede” che popolano il mondo d’oggi. I più amati da Gesù che sulla croce sperimentò più di tutti l’abbandono di Dio.


RanieroCantalamessaMenuMadre Teresa, “la notte” accettata come un dono

di Raniero Cantalamessa

Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri?

Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei – l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative – ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.

Lo rivelano i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, ora pubblicati dal postulatore della causa per la canonizzazione. Non credo che i curatori, prima di decidersi a darli alle stampe, abbiano dovuto superare la paura che tali scritti possano suscitare sconcerto o addirittura scandalizzare i lettori. Lungi da diminuire la statura di Madre Teresa, essi infatti la ingigantiscono, ponendola a fianco dei più grandi mistici del cristianesimo.

“Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri – scrive il gesuita Joseph Neuner che le fu vicino – una opprimente oscurità venne su di lei”. Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare: “C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto”.

Non è difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dopo san Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito.

Taulero fa una descrizione impressionante di questo stato: “Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura”.

Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: “Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più, non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei. “Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra”.

Il silenzio di Madre Teresa

Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale Trevor Lawrence Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta di distruggerle, fatta anche a lui dalla Madre.

Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un perenne sorriso. “Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore… Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!”. Un detto dei Padri del deserto dice: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio”. Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

Non solo purificazione

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso san Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta via purgativa, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Madre Teresa era convinta che si trattasse proprio di questo nel caso suo; pensava che il suo “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerla così a lungo in quello stato.

Ma non era certo questo. La interminabile notte di alcuni santi moderni è il mezzo di protezione inventato da Dio per i santi di oggi che vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuii.

San Paolo diceva: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne” (2 Corinti 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. “Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente”. Quanto è lontano dal vero Christopher Hitchens quando nel suo saggio velenoso “Dio non è grande. La religione avvelena ogni cosa” fa di Madre Teresa un prodotto dell’era mediatica!

C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: l’imitazione di Cristo, la partecipazione all’oscura notte dello spirito che avvolse Gesù nel Getsemani e in cui morì sul Calvario, gridando: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Madre Teresa è giunta a vedere sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il grido “Ho sete” di Gesù sulla croce: “Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi… Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore… Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”.

Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e una gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. Santa Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa “è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’Inferno”, ma che c’è in esse una “grandissima contentezza” che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso. La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.

A fianco degli atei

Il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede, coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo “La peste” Albert Camus li chiamava “i santi senza Dio”. I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi “si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro” (cf. Luca 15,2).

Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.–K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno; T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal sole. Pochi sanno che l’autore di “Aspettando Godot”, Samuel Beckett, nel tempo libero leggeva san Giovanni della Croce.

La parola “ateo” può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che – almeno così gli sembra – è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tratta di un ateismo di colpa (quando non è in buona fede), nel secondo di un ateismo di pena, o di espiazione. In quest’ultimo senso possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli a-tei, dei senza Dio e che anche Gesú, sulla croce, era un a-teo, un senza Dio.

Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’Inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia”. Ma si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo a-teismo: “Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza”. Il rivelatore più chiaro che si tratta di un ateismo di ben altra natura è la sofferenza indicibile che esso provoca nei mistici. Gli atei comuni non si tormentano in questo modo per il loro ateismo!

I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio; hanno sperimentato la vertigine di buttarsi giù. È ancora Madre Teresa che scrive al suo padre spirituale: “Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me”. “Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo”.

Per questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo postmoderno, dove si vive “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Ricordano agli atei onesti che non sono “lontani dal regno di Dio”; che basterebbe loro spiccare un salto per ritrovarsi dalla sponda dei mistici, passando dal nulla al tutto.

Aveva ragione Karl Rahner di dire: “Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà”. Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi. Non dobbiamo sprecare i santi, riducendoli a distributori di grazie, o di buoni esempi.

Madre Teresa di Calcutta 02

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Il quotidiano della conferenza episcopale italiana su cui è uscito il commento di padre Cantalamessa:

> “Avvenire”

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