QUATTRO PASSI CON Madeleine Delbrêl – Angelo Nocent

Domenica scorsa, 17 /9/2017, nella mia parrocchia è venuto il Vescovo Daniele Gianotti ad amministrare le sante cresime, ossia il Sacramento della Confermazione. La chiesa è piccola e, per via del pienone, tanti hanno dovuto assistere la celebrazione dal video situato nell’adiacente stanzone  dell’oratorio. Io ho trovato posto in un angolo da dove non ho visto quasi nulla ma sentito tutto.

Abbiamo talmente invocato lo Spirito sui nuovi cresimandi e su tutto il popolo di Dio di questa nostra Chiesa locale, da avvertirne quasi la presenza fisica, per il surriscaldamento del cuore.

Quando il diacono ha pronunciato le parole di rito: “La Messa è finita, andate in pace. Portate nel mondo la gioia del Vangelo”, ho avuto la chiara impressione che l’azione dello Spirito non sarebbe finita lì. E la prova, per me, è stata l’avermi portato in questi giorni a rispolverare LA GIOIA DI CREDERE e di altri scritti di quella formidabile ed attualissima cristiana venuta dall’ateismo che è Madeleine Delbrêl.

Questa donna è capace di di far salire il morale anche a chi avverte un senso di inutilità del vivere e d’impotenza nelle situazioni contingenti del quotidiano. Ecco, ad esempio una pillola ricostitente: C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo … Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi sia per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manchi, perché, se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato”. (Noi delle strade p.45).

Qui ci siamo dentro tutti: i “messi da parte” che sono i consacrati e noi della “moltitudine”, lasciati nel mondo, in questo mondo, di questi tempi.

ANDATE…

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Madeleine Delbrêl (1904-1964), poeta, assistente sociale e mistica. Si tratta di una delle grandi figure spirituali del XX secolo. Nata e vissuta in Francia, dopo la sua morte la sua figura ha cominciato ad essere sempre più conosciuta anche all’estero, attraverso le traduzioni dei suoi scritti in moltissime lingue.

Teologi di grande valore – come Fessard, Congar, De Lubac, Bouyer, Journet, Balthasar, Cottier, Guerra, Neufeld, Moioli, il card. Martini, Sequeri – hanno attirato l’attenzione sulla ricchezza e originalità del suo pensiero. Tesi di laurea e studi scientifici le sono stati dedicati in Francia, in Germania, in Italia.

Dieci anni fa – nel gennaio 1995 – è stata introdotta a Roma la causa di beatificazione presso la Congregazione dei Santi. I Vescovi francesi, nel rapporto sulla fede di qualche anno fa, la citano insieme a S. Teresa di Lisieux, segnalando la straordinaria attualità della sua testimonianza nella prospettiva della nuova evangelizzazione. Nell’anno del centenario sono state avviate molte iniziative per farla conoscere, soprattutto in Francia e in Germania, che continuano anche in questi mesi.


Ma chi era questa donna che affermava: Credere in Gesù Cristo è stato tutto per me dal momento che ho creduto in Dio. A Lui ho donato la mia vita e non me ne sono mai pentita?
Alla fede Madeleine arriva a vent’anni (1924).
Nata a Mussidan (in Dordogna, nel sud-ovest della Francia) il 24 ottobre 1904, Madeleine riceve nell’infanzia una marcata educazione letteraria e artistica, e una formazione cristiana tradizionale. Attorno ai quindici anni, tutta dedita alla musica, alla pittura e alla poesia, si allontana dalla fede, fino a dichiararsi “strettamente atea”.

Ascoltiamo un testo che la Delbrêl scrisse all’età di 17 anni, dal titolo Dio è morto, viva la morte.

Si è detto: Dio è morto. Poiché è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se lui vivesse ancora. Si è regolata la questione con lui: resta da regolarla con noi. Finché Dio viveva, la morte non era realmente morte.

Ora siamo avvertiti. Anche se non conosciamo la misura esatta della nostra vita, sappiamo che essa sarà piccola, che sarà una vita piccolissima. (…)

Intanto non si è liquidata la successione di Dio. Si sono lasciate dappertutto ipotesi di eternità, di potenza, di anima… E chi è stato l’erede? La morte.” (Noi delle strade, p.57 sgg)

In una famiglia non credente, in balia degli spostamenti di un padre ferroviere, avevo trovato persone eccezionali che mi avevano dato, da sette a dodici anni, l’insegnamento della fede, e altre persone non meno eccezionali mi diedero in seguito una formazione contraria. A quindici anni ero strettamente atea e trovavo ogni giorno il mondo più assurdo. (La lezione di Ivry, in Noi delle strade, p. 308 sgg.).

Se dovevo essere sincera, Dio, non essendo più rigorosamente impossibile, non doveva essere trattato come sicuramente inesistente. Scelsi allora ciò che mi sembrava tradurre meglio il mio cambiamento di prospettiva. Decisi di pregare. Da allora, leggendo e riflettendo, ho trovato Dio, ma pregando, ho creduto che egli mi trovava, e che egli è la verità vivente e si può amarlo come si ama una persona”. (Ville marxiste, p.125).

Per esserci passata, e in modo terribile, nell’orribile notte della negazione so che il vuoto che grida in noi la sua angoscia, è già la voce del pastore(Abbagliata da Dio, p. 96).

La conversione è un fatto violento. Fin dale prime pagine, il Vangelo ci chiama alla “metanoia”: convertitevi! Vale a dire rigiratevi, non guardate più voi stessi ma mettetevi di fronte a me. Il battesimo ha effettuato questo rigiramento violento. Ma in noi questa conversione può essere appena o pienamente consapevole, appena o pienamente volontaria, appena o pienamente libera. La conversione è un momento decisivo, che ci storna da quel che sapevamo della nostra vita perché, faccia a faccia con Dio, Dio ci dice ciò che ne pensa e ciò che vuol farne.” (Noi delle strade, p. 313).

Quanti di noi furono radicalmente sconvolti da ciò che lui amava chiamare “metanoia”, da quel rovesciamento, da quella conversione dall’irrompere della Parola del Signore nella loro vita, una Parola che si rivolgeva proprio a loro, quel giorno stesso. Il Signore Gesù, talmente vivo che poteva parlare con loro e chiamare ciascuno di loro, domandava, esigeva, consigliava, trascinava…..

Ha fatto esplodere per me il vangelo. Grazie a lui, il Vangelo è divenuto per me il libro che, tenuto in mano dalla Chiesa,

  • dice come vivere per contemplare,
  • vivere per adorare e
  • vivere adorando.
  • Il Vangelo è divenuto non più solo il libro del Signore vivente,
  • ma anche il libro del Signore da vivere.

Non mi era più possibile vivere una vita in cui consigli e precetti evangelici non trovassero l’elasticità e la disponibilità necessarie richieste dall’amore per mettere a frutto i propri doni”. (La gioia di credere, p. 54 sgg.).

C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo … Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi sia per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manchi, perché, se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato”. (Noi delle strade p.45)

Il nostro gruppo ha per scopo di mettersi a disposizione di Dio e della Chiesa vivendo un Vangelo integrale. Per vivere il Vangelo, cerchiamo di praticare la povertà, l’obbedienza, la purezza e l’umiltà col massimo di rigore possibile”. (Abbagliata da Dio, p.189 sgg)

La lotta contro Dio, noi l’abbiamo imparata così, non si contenta dell’azione e del pensiero: tra i due le occorre la cerniera della parola. Di fronte a questo posto dato alla parola, abbiamo dovuto prendere coscienza del nostro silenzio e ricordarci che se siamo cristiani è per vivere, ma anche per gridare Gesù Cristo. Senza i nostri atti, tale grido non sarà inteso, grido che perlopiù non è formato altrimenti che dalle parole indirizzate a un collega, dalle risposte a un amico, da affermazioni che un rumore di macchina soffoca.

Ma attraverso i nostri atti questo piccolo grido di un uomo solo può andare, e bisogna che noi lo sappiamo perché è vero, a risuonare in una folla, a ripercuotersi nelle chiese dl silenzio, a giungere fino all’ultimo nodo della gerarchia marxista. Quando si è ben compreso questo, quando si sa che parlare ad un marxista è rischiare di parlare a molti, le condizioni della nostra parola non possono che coincidere con quelle della nostra preghiera e le due formano un tutt’uno. Solo colui che avrà domandato e ricevuto la forza di parlare a Dio da parte di tutti, avrà la forza, la stessa, di parlare a tutti da parte di Dio”.

Noi non cerchiamo l’apostolato; è l’apostolato che cerca noi. Dio, amandoci per primo, ci rende fratelli e ci fa apostoli. Come divideremmo pane tetto cuore con questo prossimo che è la nostra carne, senza essere traboccanti per lui dell’amore del nostro Dio, proprio da questo prossimo ignorato?

Senza Dio tutto è miseria. Per colui che amiamo, non tolleriamo la miseria, la più grande meno di ogni altra. Non essere apostoli? Non essere missionari? Ma cosa sarebbe allora l’appartenenza a questo Dio che ha inviato il suo Figlio perché il mondo fosse salvato da lui…e come?”

Il Vangelo è il libro della vita del Signore. È fatto per diventare il libro della nostra vita.

  • Non è fatto per essere compreso, ma per accostarvisi come alla soglia del mistero.
  • Non è fatto per essere letto, ma per essere accolto dentro di noi. Ciascuna delle sue parole è spirito e vita.
  • Agili e libere, esse non attendono altro che il desiderio profondo della nostra anima per fondersi con lei.
  • Vive, sono come il lievito iniziale che attaccherà la nostra pasta e la farà fermentare in uno stile di vita nuovo. (…) Se non ci trasformano, è perché non chiediamo loro di trasformarci”. (La gioia di credere, p. 29 – 30)

La parola di Dio non la si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in sé, la si porta su di sé. Non la si ripone in un angolo di se stessi, nella propria memoria, come ben sistemata sul ripiano di un armadio. La si lascia andare fino al fondo di sé, sino a quel cardine su cui fa perno tutto il nostro essere.(…)

Non si può essere missionari senza aver fatto in sé questa accoglienza franca, larga, cordiale alla Parola di Dio, al Vangelo. (…)

Ma non inganniamoci. Sappiamo che è gravosissimo ricevere in sé il messaggio intatto. È per questo che tanti di noi lo ritoccano, lo mutilano, lo attenuano. Si prova il bisogno di metterlo alla pari con la moda del giorno, come se Dio non fosse alla moda di tutti i giorni, come se si potesse ritoccare Dio.(…)

Questa parola, la sua tendenza vivente, è di farsi carne, di farsi carne in noi.(…)

Questa incarnazione della Parola di Dio in noi, questa docilità a lasciarci modellare da essa, è quel che chiamiamo la testimonianza. Se la nostra testimonianza è spesso così mediocre, è perché non comprendiamo che per essere testimone occorre lo stesso eroismo che per essere martire. Per prendere la Parola di Dio sul serio bisogna che ci sia in noi tutta la forza dello Spirito Santo”. (Noi delle strade, p. 71 sgg)

Una cosa è efficace nella misura in cui esprime gli effetti che le sono propri: una stufa è efficiente se riscalda. Ma anche se essa è vuota, si sa che è una stufa e non si pretende che conservi al fresco per due giorni le aringhe comperate al mercato. Quale efficacia si domanda al cristiano nell’ambiente in cui si trova?

Solo di rado viene domandata al cristiano l’efficacia che deve avere nella sua qualità di cristiano, ma invece questa o quella efficacia economica, politica, magari ideologica, nelle attività o nell’organizzazione della comunità umana.

Ora, se è pur vero che il suo dovere è quello di assumere in essa la sua parte di responsabilità – cosa che non fa sempre – di vivere secondo i principi morali che derivano dalla sua fede – e può capitargli di tradirli – non dipende interamente da lui di mostrarsi efficace, ancora meno il più efficace, perché la sua fede non gli infonde di per sé dei doni supplementari.

Per noi l’efficacia esiste dal momento in cui applichiamo la legge dell’amore… Se seguiamo questa legge, siamo sicuri di essere efficaci. La vita consiste nella ricerca continua dell’applicazione di questa legge, che ha la stessa precisione di una legge scientifica.

Non vi sono altri fondamenti all’efficacia cristiana all’infuori delle promesse di Cristo. E non esiste efficacia cristiana là dove non vi sono promesse di Cristo.

La chiesa è una efficacia vivente delle promesse di Cristo, delle promesse che le sono state fatte in quanto chiesa:

  • “Le porte dell’inferno non prevarranno…”,
  • “Fate questo in memoria di me…”,
  • “I peccati saranno rimessi….”,
  • “Andate, insegnate alle nazioni, predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Saremo sicuramente efficaci solo se inviati dalla chiesa e legati ad essa, perché queste promesse sono state fatte ad essa. L’efficacia promessa è di annunciare il vangelo ad ogni creatura, non di guadagnare alla causa.

  • L’efficacia di annunciarlo alle nazioni, anche se ciò avviene davanti ai loro tribunali che condannano, davanti alle loro persecuzioni che ritengono di rendere onore a Dio.
  • L’efficacia di salvare il mondo, anche quando le ultime calamità del mondo sembrano coincidere con la sconfitta dei credenti, con la fuga di coloro che perseverano, come se la chiesa degli ultimi tempi dovesse ripetere il panico dei Dodici, il giorno del Giovedì Santo.

Tutto ciò è promesso a noi come gli effetti certi della fede, come una efficacia sicura.

Le promesse di Cristo si rivolgono a coloro che credono in lui. L’efficacia cristiana è quella della fede vissuta nelle opere.

Il cristiano porta in tutta quanta la sua vita di uomo la vita stessa di Dio. Questa vita nuova, egli non può acquisirla con le sue forze. Questa vita è un dono di Dio, essa è regolata da Dio, lavora per Dio con dei mezzi donati da Dio, per un fine conosciuto da Dio. Quello che a noi è richiesto è che la viviamo.

Il cristiano può dire che egli ha una vita movimentata, una vita che è tutta intera la messa in atto e la realizzazione di un’opera. Dio ha affidato la storia agli uomini. Dio ha legato gli uomini gli uni con gli altri grazie ad una vocazione posta in essi come un germe e che è l’amore. Ogni uomo porta in sé, come in una gestazione, durante la sua vita, l’uomo eterno che egli diviene ogni giorno: nel suo ultimo giorno egli sarà ciò che i suoi atti avranno fatto di lui.

Per il credente, Dio non è la più bella fra le idee umane, né il più grande pensiero, né l’ideale più magnifico. Per il credente Dio non è qualche cosa: Dio è qualcuno.

Il battezzato non è un essere più immortale rispetto agli altri uomini. Il battezzato è un uomo il quale, accettando la fede che Dio gli offre, accetta di essere rinnovato, di entrare in una famiglia vivente che è quella di Gesù Cristo, di appartenere in tal modo alla razza di Gesù Cristo, di condividere l’amore di Gesù Cristo per Dio, l’amore di un figlio per il suo padre, di condividere l’amore di Gesù Cristo per ogni uomo, per tutti gli uomini.

Il cristiano è colui che, salvato da Cristo, è invitato da lui a salvare gli uomini insieme con Cristo. Per collaborare a questa unica opera di Cristo, riceve lo Spirito di Cristo, le forze viventi di Cristo: il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Parola.

Il cristiano è colui che fa sì che il mondo, le sue potenze e le sue ricchezze, l’umanità, le sue evoluzioni e i suoi progressi, servano per ciò che Dio vi ha nascosto, per ciò che l’uomo deve realizzare come sua propria vocazione: la sua somiglianza con Dio. (in Comunità secondo il vangelo, p.150 sgg.)

La nostra condizione normale è di essere noi stessi la cerniera tra il mondo e il Regno dei cieli. Questa situazione normale è per noi uno stato violento. Noi vi siamo per crescervi nella fede, lo dobbiamo e lo possiamo.

Se cerchiamo soltanto di salvare la fede, soltanto di restare cristiani, la nostra fede spesso si indebolisce e spesso non restiamo autenticamente cristiani. Lo status quo, quando lo guardiamo da vicino, sembra essere per noi l’attitudine più mortifera: forse perché, in relazione alla fede, è – si può dire – contro natura! In ogni caso ne ho acquisito la quasi certezza accanto ai comunisti”.

La mentalità atea è una mentalità senza Dio. Dio ha cessato di essere per essa oggetto di aggressività, di disprezzo o di curiosità. Egli sussiste soltanto a titolo di menzogna creduta.

Il nemico degli uomini contemporanei non è Dio, è il credente e nel credente la sua fede in Dio.

Un ambiente ateo ci è contraddittorio nella misura in cui crediamo in Dio. È una domanda vivente. Le sue imprese le sue ricerche le sue realizzazioni ci mettono continuamente in discussione. Mettono in discussione l’uomo credente contro il quale sembra andare ogni senso delle cose.

La fede è realismo: siamo noi che spesso ne facciamo un’astrazione. E abbiamo torto.

Ne facciamo un’arte… astratta di vivere, una teoria filosofica o un sistema di pensiero, ne facciamo delle idee o ce ne facciamo un’idea. Ma essa è una scienza pratica, il saper fare la vita, oggi, qui.

La fede è nel tempo e per il tempo, il tempo in cui si svolge questa vita d’uomo. Si potrebbe dire che la fede è l’amore di Dio impegnato nel tempo, l’impegno nel tempo dell’amore di Dio.

(“La gioia di credere”, p.192 sgg.).

La fede è sempre un dono di Dio. Non la troviamo in alcun mercato, in alcuna fabbrica umana. Non è mai una cosa del tutto naturale avere la fede. Essa ci rivela ciò che è naturalmente nascosto, ci permette ciò che è impossibile.

Cristo ce la offre. Non è un’imposizione, ma un’offerta, un dono che si può accettare o rifiutare. Essa non è mai una ricchezza a cui veniamo obbligati.

Perché sia ricevuta, occorre che la fede incontri la libertà di un cuore umano. Molti cristiani non hanno avuto l’occasione di esprimere il loro accordo o disaccordo. In ambiente comunista, un cristiano è invitato a dire o a ridire se è d’accordo.

Signore Gesù Cristo,
Tu che chiamasti Madeleine Delbrêl a preferirti
e la conducesti nel tuo slancio di carità
fino ai fratelli più lontani da te,

Tu che le donasti la viva consapevolezza
che la vita eterna è la fondamentale necessità dell’uomo,
che ogni cristiano è una cerniera di carne,
una cerniera di grazia,
una breccia per la Parola di Dio che si fa carne,

Tu che le donasti l’amore per la Chiesa, mistero del tuo corpo oggi,

Ispira ai cristiani il desiderio di santità,
vissuta nella strada stessa in cui abitano
e la fiducia che la grazia non verrà a mancare
se faranno della vita una testimonianza resa a te.

Ispira alla tua Chiesa di riconoscere la traccia luminosa
della tua santità nella vita e nell’opera di Madeleine Delbrêl.

Per sua intercessione concedi a tutti,
insieme al suo stesso desiderio di santità da gente comune,
la guarigione del cuore, dell’anima e del corpo.
Noi ti domandiamo la grazia…
Amen

Aggiornato di recente1343

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IL PRETE visto dal nuovo arcivescovo di Milano MARIO DELPINI – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1310

Da ieri, 8 Settembre 1917 Mons MARIO DELPINO è l’Arcivescovo di Milano. Ha 65 anni e dal 2012 è vicario generale della Diocesi. È nato a Gallarate il 29 luglio 1951, ma è originario della Parrocchia San Giorgio di Jerago con Orago, in provincia di Varese e viene ordinato prete il 7 giugno 1975.

Professore nei seminari di Seveso e Venegono Inferiore, consegue la Laurea in Lettere nel 1980 e la Licenza in Teologia nel 1982. Nel 1987 è studente a Roma. Nel 1989 è rettore del Seminario di Liceo a Venegono Inferiore, mentre dal 1993 è Rettore del Quadriennio Teologico sempre di Venegono Inferiore.

Nel 2000 viene nominato Rettore maggiore del seminario arcivescovile di Milano. Il 23 settembre 2007 viene ordinato vescovo nel Duomo di Milano, nominato da Papa Benedetto XVI. Vescovo ausiliare della Diocesi, dal 2006 al 2012 è vicario episcopale per la zona VI di Melegnano, fino alla nomina a vicario generale da parte del cardinale Angelo Scola.

È segretario della Conferenza episcopale lombarda. Come Arcivescovo di Milano succede al cardinale Angelo Scola, nominato nel 2011, e ai cardinali Dionigi Tettamanzi (2002-2011) e Carlo Maria Martini (1979-2002). Prima ancora furono Arcivescovi della Diocesi Ambrosiana Giovanni Colombo (1963-1979), Giovanni Battista Montini (1954-1963) poi diventato Papa Paolo VI e Alfredo Ildefonso Schuster (1929-1954).

Aggiornato di recente1311

Ai funerali del direttore della Cappella Musicale del Duomo di Milano Mos. Luciano Migliavacca, l’Arcivescovo, allora Vicario Generale, nell’omelia della Messa ha spiegato chi è il PRETE, anticipando in qualche modo ciò che vorrà essere lui da Pastore della Chiesa Ambrosiana:

Tre mottetti di mons. Luciano Migliavacca:

  1. “Cieli stillate rugiada”

  2. “Gioiscano i cieli”

  3. “Signore gli hai donato”
    Coro dei fanciulli cantori della Cappella musicale del Duomo di Milano in un concerto presso la chiesa di san Babila a Milano.

    https://youtu.be/R9V7D96GFv8

Nel 1998, monsignor Migliavacca ha lasciato il servizio in Duomo ma non ha mai smesso di partecipare attivamente alla vita della Chiesa, del Duomo e della scuola “Gaffurio”. 

In occasione del suo novantesimo compleanno, aveva affermato, a proposito della musica sacra: « Non c’è il vecchio e il nuovo… La mia unica attenzione, infatti, è stata quella di comporre musica bella: e se è bella, è sempre moderna, attuale ». 

 Il Maestro Mons. Migliavacca ha scritto più di 70 messe , un grande numero di  mottetti soprattutto su testi della liturgia ambrosiana, Magnificat, inni, salmi, cantate , canti ricreativi per ragazzi ecc ecc 

Ha inoltre composto brani per Organo e l’Oratorio “ Il vangelo di san Marco” per Soli, Coro e piccola Orchestra. 

LE PRIME PAROLE DEL NUOVO ARCIVESCOVO

«”Vorrei dire che io sono un prete e il messaggio che posso dare alla città è di ricordarsi di Dio» questo il primo messaggio a Milano. «La mia attenzione si concentra sulla mia inadeguatezza al compito che mi è stato assegnato»: ha esordito Delpini stamani in un incontro con la stampa in occasione della nomina da parte del Papa a nuovo arcivescovo di Milano. «Ringrazio il Santo Padre per lo stimolo e l’apprezzamento però – ha aggiunto – io sento soprattutto la mia inadeguatezza». Un’inadeguatezza, ha osservato scherzando, che «già si vede dal nome: i vescovi di Milano hanno tutti nomi solenni, Giovanni Battista, Angelo. Invece Mario che nome è? Già si capisce da questo».

«Milano con la sua tradizione ha la capacità di immaginare una popolazione composita ma capace di vivere insieme, in una comunità E ha aggiunto: «Voglio continuare sulla strada dei vescovi che hanno guidato questa Chiesa. Non ho progetti particolari, se non di parlare con tutti e ascoltare tutti per non essere precipitoso nelle decisioni e superficiale nelle idee».

Risultati della ricerca per delpini

 

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LE BEATITUDINI nell’ottica del Card. Martini – Angelo Nocent

1. Ascolto del testo

a) Preghiera iniziale:

O Signore, cercare la tua Parola, che ci è venuta incontro in Cristo, è tutto il senso della nostra vita. Rendici capace di accogliere la novità del vangelo delle Beatitudini, così la mia vita può cambiare. Di te, Signore, non potrei sapere nulla, se non ci fosse la luce delle parole del tuo Figlio Gesù, venuto per ‘raccontarci’ le tue meraviglie. Quando sono debole, appoggiandomi a Lui, verbo di Dio, divento forte. Quando mi comporto da stolto, la sapienza del suo vangelo mi restituisce il gusto di Dio, la soavità del suo amore. E mi guida per i sentieri della vita. Quando appare in me qualche deformità, riflettendomi nella sua Parola l’immagine della mia personalità diventa bella. Quando la solitudine tenta di inaridirmi, unendomi a lui nel matrimonio spirituale la mia vita diventa feconda. E quando mi scopro in qualche tristezza o infelicità, il pensiero di Lui, quale unico mio bene, mi schiude il sentiero della gioia. Un testo che riassume in modo forte il desiderio della santità, quale ricerca intensa di Dio e ascolto dei fratelli è quello di Teresa di Gesù Bambino: «Se tu sei niente, non dimenticare che Gesù è tutto. Devi dunque perdere il tuo piccolo nulla nel suo infinito tutto e non pensare più che a questo tutto unicamente amabile…» (Lettere, 87, a Maria Guèrin).

b) Lettura del vangelo:

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5, 1.12a)

c) Momenti di silenzio orante:

Per essere raggiunti dalla parola di Cristo e perché la Parola fatta carne, che è Cristo, possa abitare i nostri cuori e noi vi possiamo aderire, è necessario che ci sia ascolto e silenzio profondo. Solo in cuori silenziosi la Parola di Dio può nascere anche in questa solennità dei Santi e, anche oggi, prendere carne.

2. La Parola s’illumina (lectio)

a) Contesto:

La parola di Gesù sulle Beatitudini che Matteo ha attinto dalle sue fonti era condensata in brevi e isolate frasi e l’evangelista l’ha inserita in un discorso di più ampio respiro; è quello che gli studiosi della Bibbia chiamano “discorso della montagna” (capitoli 5-7). Tale discorso viene considerato come lo statuto o la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana.

I vari temi della parola di Gesù contenuti in questo lungo discorso non sono una somma o agglomerato di esortazioni, ma piuttosto indicano con chiarezza e radicalità quale deve essere il nuovo atteggiamento da tenere verso Dio, verso se stessi e verso il fratello. Alcune espressioni di tale insegnamento di Gesù possono apparire esagerate, ma sono utilizzate per dare un’immagine più viva della realtà e quindi realistiche nel contenuto, anche se non nella forma letteraria: per esempio ai vv.29-30: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna». Tale modo di esprimersi sta a indicare l’effetto che si vuole creare sul lettore, il quale deve intendere rettamente le parole di Gesù per non travisarne il senso.

La nostra attenzione per esigenze liturgiche si sofferma sulla prima parte del “discorso della montagna”, quella appunto che s’apre con la proclamazione delle beatitudini (Mt 5,1-12).

b) Alcuni particolari:

Matteo introduce il lettore ad ascoltare le beatitudini pronunciate da Gesù con una ricca concentrazione di particolari. Innanzitutto viene indicato il luogo nel quale Gesù pronuncia il suo discorso: “Gesù salì sulla montagna” (5,1). Per tale motivo gli esegeti lo definiscono “discorso della montagna” a differenza di Luca che lo inserisce nel contesto di un luogo pianeggiante (Lc 6,20-26). L’indicazione geografica della “montagna” potrebbe alludere velatamente ad un episodio dell’AT molto simile al nostro: è quando Mosé promulga il decalogo sulla montagna del Sinai. Non si esclude che Matteo intenda presentare al lettore la figura di Gesù, nuovo Mosé, che promulga la legge nuova.

Un altro particolare che ci colpisce è la posizione fisica con cui Gesù pronunzia le sue parole: “e, messosi a sedere”. Tale atteggiamento conferisce alla sua persona una nota di autorità nella mentre legifera. Lo circondano i discepoli e le “folle”: tale particolare intende mostrare che Gesù nel pronunziare tali parole le ha rivolte a tutti e che sono da considerarsi attuabili per ogni ascoltatore. Và notato che il discorso di Gesù non presenta degli atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali.

C’è qualcuno che ha cosi stigmatizzato il discorso di Gesù: «Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo» (Gilbert Cesbron).

Il termine “beati” (in greco makarioi) nel nostro contesto non esprime un linguaggio “piano”, ma un vero e proprio grido di felicità, diffusissimo nel mondo della bibbia. Nell’AT, per esempio, vengono definite persone “felici” coloro che vivono le indicazioni della Sapienza (Sir 25,7-10). L’orante dei Salmi definisce “felice” chi “teme”, più precisamente chi ama, il Signore, esprimendolo nell’osservanza delle indicazioni contenute nella parola di Dio (Sal 1,1; 128,1).

L’originalità di Matteo consiste nell’aggiunta di una frase secondaria che specifica ogni beatitudine: ad esempio, l’affermazione principale “beati i poveri in spirito” è illustrata da una frase aggiunta “perché di essi è il regno dei cieli”. Un’altra differenza rispetto all’AT: quella di Gesù annunciano una felicità che salva nel presente e senza limitazioni. Inoltre, per Gesù, tutti possono accedere alla felicità, a condizione che si stia uniti a Lui.

c) Le prime tre beatitudini:

i) Il primo grido riguarda i poveri: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Il lettore ne resta scioccato: come è possibile che i poveri possano essere felici? Il povero nella Bibbia è colui che si svuota di sé e soprattutto rinuncia alla presunzione di costruire il suo presente e futuro in modo autonomo per lasciare, invece, più spazio e attenzione al progetto di Dio e alla sua Parola. Il povero, sempre in senso biblico, non è un uomo chiuso in se stesso, miserabile, rinunciatario, ma nutre apertura a Dio e agli altri. Dio rappresenta tutta la sua ricchezza. Potremmo dire con S.Teresa d’Avila: felici sono coloro che fanno esperienza del “Dio solo basta!”, nel senso che sono ricchi di Dio.

Un grande autore spirituale del nostro tempo ha così descritto il senso vero di povertà: «Finché l’uomo non svuota il suo cuore, Dio non può riempirlo di sé. Non appena e nella misura che di tutto vuoti il tuo cuore, il Signore lo riempie. La povertà è il vuoto non solo per quanto riguarda il futuro, ma anche per quanto riguarda il passato. Nessun rimpianto o ricordo, nessuna ansia o desiderio. Dio non è nel passato, Dio non è nel futuro: Egli è la presenza! Lascia a Dio il tuo passato, lascia a Dio il tuo futuro. La tua povertà è vivere nell’atto che vivi, la Presenza pura di Dio che è l’Eternità» (Divo Barsotti).

È la prima beatitudine, non solo perché dà inizio alla serie, ma perché sembra condensarle nella varie specificità.

ii) “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. Si può essere afflitti per un grande dolore o sofferenza. Tale stato d’animo sottolinea che si tratta di una situazione grave anche se non vengono indicati i motivi per identificarne la causa. Volendo identificare nell’oggi l’identità di questi “afflitti” si potrebbe pensare a tutti quei cristiani che hanno a cuore le istanze del regno e soffrono per tante negatività presenti nella Chiesa; invece, di attendere alla santità, la chiesa presenta divisioni e lacerazioni. Ma possono essere anche coloro che sono afflitti per i loro peccati e inconsistenze e che, in qualche modo, rallentano il cammino della conversione. A queste persone solo Dio può portare la novità della “consolazione”.

iii) “Beati quelli che sono miti, perché erediteranno la terra”. La terza beatitudine riguarda la mitezza. Un atteggiamento, oggi, poco popolare. Anzi per molti ha una connotazione negativa e viene scambiata per debolezza o per quella imperturbabilità di chi sa controllare per calcolo la propria emotività. Qual è il significato del termine “miti” nella Bibbia? I miti vengono ricordati come persone che godono di una grande pace (Sal 37,10), ritenute felici, benedette, amate da Dio. E nello stesso tempo vengono contrapposte ai malvagi, agli empi, ai peccatori. Quindi l’AT presenta una ricchezza di significati che non ci permettono una definizione univoca.

Nel NT il primo testo che ci viene incontro è Mt 11,29: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Un secondo è in Mt 21,5, Matteo nel riportare l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, cita la profezia di Zaccaria 2,9: “Ecco il tuo servo viene a te mite”. Davvero, quello di Matteo, potrebbe essere definito il vangelo della mitezza.

Anche Paolo ricorda la mitezza come un atteggiamento specifico dell’essere cristiano. In 2 Corinti 10,1 esorta i credenti “per la benignità e la mitezza di Cristo”. In Galati 5,22 la mitezza è considerata un frutto dello Spirito Santo nel cuore dei credenti e consiste nell’essere mansueti, moderati, lenti nel punire, dolci, pazienti verso gli altri. E ancora in Efesini 4,32 e Colossesi 3,12 la mitezza è un comportamento che deriva dall’essere cristiani ed è un segno che caratterizza l’uomo nuovo in Cristo.

E infine, un’indicazione eloquente ci viene dalla 1 Pietro 3,3-4: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati in collane d’oro, sfoggio di vestiti -, cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace ecco ciò che è prezioso davanti a Dio”.

Nel discorso di Gesù che significato ha il termine “miti”? Davvero illuminante è la definizione dell’uomo mite offerta dal Cardinale Carlo Maria Martini: “L’uomo mite secondo le beatitudini è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, internamente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore in questo, di Dio che opera tutto nel sommo rispetto per l’uomo, e muove l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. La mitezza si oppone così a ogni forma di prepotenza materiale e morale, è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione”.

A questa sapiente interpretazione aggiungiamo quella di un altro illustre esegeta: “La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’affabilità messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua illustrazione e il suo perfetto modello nella persona di Gesù, mite ed umile di cuore. Infondo tale mitezza ci appare come una forma di carità, paziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui” (Jacques Dupont).

3. La parola m’illumina (per meditare)

  • a) So accettare quei piccoli segni di povertà che possono riguardarmi? Ad esempio la povertà della salute, piccole indisposizioni? Ho pretese esorbitanti?
  • b) So accettare qualche aspetto della mia povertà e fragilità?
  • c) So pregare come un povero, come uno che chiede con umiltà la grazia di Dio, il suo perdono, la sua misericordia?
  • d) Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza so rinunciare alla violenza, alla vedetta, allo spirito vendicativo?
  • e) So coltivare, in famigli e sul posto di lavoro, uno spirito di dolcezza di mitezza e di pace?
  • f) Rispondo con il male alle piccole malignità, alle insinuazioni, alle allusioni offensive?
  • g) So essere attento ai più deboli, che sono incapaci di difendersi? Sono paziente con gli anziani? Accogliente verso gli stranieri soli, i quali spesso sono sfruttati sul lavoro?

4. Per pregare

a) Salmo 23:

Il salmo pare ruotare attorno ad un titolo “Il Signore è il mio pastore”. I santi sono l’immagine del gregge in cammino: essi sono accompagnati dalla bontà e lealtà di Dio, finché giungono definitivamente alla casa del Padre (L.Alonso Sch-kel, I salmi della fiducia, Dehoniana libri, Bologna 2006, 54)
Il Signore è il mio pastore:
nulla manca.
In verdi pascoli mi fa riposare
mi conduce, a fonti tranquille
e ristora le mie forze;
mi guida per il sentiero giusto
facendo onore al suo nome.
Anche se vado per valli oscure,
non ho paura, perché tu vieni con me,
il tuo bastone e il tuo vincastro mi rasserenano.
Mi prepari una mensa di fronte ai nemici,
mi ungi il capo con profumi,
il mio calice trabocca.
La tua bontà e la tua fedeltà mi seguono
Per tutta la vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

b) Preghiera finale:

Signore Gesù, tu ci indichi il sentiero delle beatitudini per giungere a quella felicità che è pienezza di vita e quindi santità. Tutti siamo chiamati alla santità, ma il tesoro per i santi è solo Dio. La tua Parola, o Signore, chiama santi tutti coloro che nel battesimo sono stati scelti dal tuo amore di Padre, per essere conformati a Cristo. Fa’, o Signore, che per tua grazia sappiamo realizzare questa conformità a Cristo Gesù. Ti ringraziamo, Signore, per i tuoi santi che hai posto nel nostro cammino manifestazione del tuo amore. Ti chiediamo perdono se abbiamo sfigurato in noi il tuo volto e rinnegato la nostra chiamata ad essere santi.

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CINQUE ANNI FA MORIVA IL CARD. MARTINI – Angelo Nocent

Il racconto dell’ex cappellano del carcere di San Vittore: «La sua capacità di ascolto e i suoi gesti hanno conquistato e convertito tanti “Innominati”». Oggi la Messa con Scola in Duomo

L’incontro e l’ascolto dei detenuti è sempre stata una modalità delle visite del cardinale Carlo Maria Martini nelle carceri milanesi. «Così ha conquistato la fiducia di molti di loro diventando un punto di riferimento» racconta l’ex cappellano don Melesi

L’incontro e l’ascolto dei detenuti è sempre stata una modalità delle visite del cardinale Carlo Maria Martini nelle carceri milanesi. «Così ha conquistato la fiducia di molti di loro diventando un punto di riferimento» racconta l’ex cappellano don Melesi.

Angelo Scola 2Sarà l’amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Milano, il cardinale Angelo Scola, a presiedere oggi alle 17.30 nel Duomo di Milano la Messa per il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) nel quinto anniversario della morte. Sarà il momento culminante del ricordo che la Chiesa ambrosiana fa del suo defunto arcivescovo, a cui è dedicata una Fondazione che continua a raccogliere testimonianze e documenti sul cardinale creando un archivio accessibile a tutti. Sempre oggi siaVenezia nell’ambito della Mostra del cinema sia a Torchiana in provincia di Salermo sarà presentato il docufilm di Ermanno Olmi «Vedete, sono uno di voi» dedicato a Martini.

Si descrive e si considera come «un prete da galera» che ebbe il privilegio di essere amico e confidente in tante situazioni difficili del cardinale Carlo Maria Martini «che per stile, dirittura morale tanto assomigliava al suo predecessore, il cardinale arcivescovo di Milano Federigo Borromeo, di manzoniana memoria, per la sua capacità di ascoltare i lontani e di convertire peccatori irredimibili come l’Innominato ». Situazioni complesse che avevano come sfondo i raggi interdetti al pubblico e spesso «poco visitati» anche dalle autorità giudiziarie del carcere milanese di San Vittore «dove vivevano gli ergastolani, i terroristi, insomma tutte quelle persone chiamate spesso in gergo come “irriducibili”». Sono i primi ricordi che affiorano nella memoria del salesiano don Luigi Melesi, classe 1933, storico cappellano della casa circondariale dal 1978 al 2008. Impressioni che rievocano «la grandezza u- mile» del cardinale Martini di cui oggi ricorrono i cinque anni dalla scomparsa. «Fu io stesso a farmi “profeta” di quel gesto clamoroso che tanta eco ebbe – rivela oggi –. A conclusione di una Messa celebrata all’inizio del 1980 nel carcere milanese gli dissi: “Vedrà eccellenza, (allora non era ancora cardinale, ndr) che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi”. 

Questa mia premonizione si avverò quattro anni più tardi: il 13 giugno del 1984 con la consegna delle armi, un vero arsenale, da parte dei terroristi delle Brigate Rosse in arcivescovado a Martini». E proprio questo anziano sacerdote che oggi vive «per un periodo di convalescenza» con sua sorella in Valsassina, in provincia di Lecco, fu il principale tramite di quella scelta dirompente («trasportai io stesso a bordo di una macchina in compagnia di un “brigatista in libertà” quei quattro borsoni carichi di kalashnikov, bombe a mano e fucili…») e artefice indiretto della lettera che anticipò la famosa “resa delle armi” all’arcivescovo di Milano. «Ricordo che a convincere gli ex brigatisti come Ernesto Balducchi – è la confidenza del sacerdote salesiano di 84 anni – furono l’affabilità e la capacità di ascolto con cui Martini, molti anni prima di quel atto clamoroso, accettò di confrontarsi con loro, di recepire senza giudicare le loro storie. Si preoccupava addirittura dei loro bambini, spesso costretti a vivere lontani dai contesti familiari. Riuscì a “disarmarli” così. Io stesso annotavo e poi dattilografavo questi dialoghi che poi consegnavo a Martini. Loro rimasero colpiti dai gesti di attenzione del cardinale dentro il penitenziario e soprattutto dal fatto che rispose alla loro lettera.

Un altro dettaglio che li indusse a vedere in Martini l’interlocutore giusto per questa mediazione furono le parole ascoltate attraverso la radio del cardinale durante una delle sue famose “lectio” – che diedero il là alla famosa Scuola della Parola – dedicata al salmo penitenziale del Miserere ». Un percorso non nuovo quello di Martini dentro un penitenziario – da “semplice gesuita e biblista” prima del suo ingresso come arcivescovo a Milano declinò l’opera di misericordia della visita ai carcerati assistendo il confratello napoletano Virginio Spicacci nel penitenziario di Nisida – ma che ebbe da subito risvolti inaspettati a San Vittore. «Qui, nel carcere, poco tempo dopo il suo arrivo a Milano nel 1980 – racconta don Melesi – volle trascorrere ben quattro giorni e mi ricordo quanta resistenza ci volle per convincere l’allora direttore del carcere a permettere la visita di Martini negli angoli più remoti del luogo di detenzione. Rammento ancora il primo incontro con i terroristi e quel desiderio di alcuni di loro che, al momento del congedo, il cardinale recitasse con loro il Padre Nostro. Una richiesta che fu subito esaudita. O ancora il gesto singolare di Balducchi, da tutti chiamato l’Ernesto, che volle regalare a Martini una copia che teneva in tasca della Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni».

Il cardinale Martini (Ansa)

Il cardinale Martini (Ansa)

Istantanee, quelle di don Melesi, che riportano a un altro episodio «che fece scalpore in quegli anni» del lungo episcopato di Martini: l’aver voluto amministrare il Battesimo, il 13 aprile 1984, dentro la sezione femminile del carcere milanese ai due gemelli Nicola e Lorenza «concepiti addirittura durante il periodo di detenzione ». Erano i figli dei due terroristi e «irriducibili » di Prima Linea Giulia Borelli e Enrico Galmozzi. «Fu quest’ultimo, ero testimone di quell’incontro a San Vittore, soprannominato da tutti “Chicco”, a fare la proposta. Mi impressionò la serenità con cui Martini accettò la richiesta con la premessa che ai due bambini fosse garantita, grazie all’assenso dei nonni, un’educazione cristiana». Dall’album dei ricordi, a cinque anni dalla scomparsa del «mio cardinale», don Luigi fa emergere un altro tratto singolare. «Mi impressionò una richiesta che mi fece all’inizio del suo episcopato a Milano. Mi chiede di fargli da ammonitore. “Se vedi che parlo troppo, pecco di orgoglio o abuso del mio ruolo. Tu non esitare a farmi delle osservazioni”. E io molto umilmente ho adempiuto a questo impegno: una regola tipica dei gesuiti. Il cardinale non mi ha mai rimproverato per essere stato troppo severo con lui, per le mie “ammonizioni”. Tra i salesiani ho avuto tanti superiori santi, ma mai mi era capitato di avere un arcivescovo così».

Don Luigi torna con la mente agli ultimi incontri avvenuti con Martini – durante i quali «mi sono portato dietro un piccolo drappello di ex detenuti» –, prima della sua morte nel 2012, nella residenza dei gesuiti, l’Aloisianum di Gallarate; a quegli atti di carità nascosta del porporato («spesso lui che non portava mai soldi nelle sue tasche mi dava ingenti somme di denaro e mi diceva: “Questi sono per tuo fratello Pietro, missionario in Brasile” »). «È sempre venuto incontro ai miei suggerimenti e alle mie richieste spesso originali – è la confidenza finale –. Di fronte anche alle critiche, alle invidie che un personaggio del suo spessore poteva provocare dentro e fuori la Chiesa, l’ho sempre visto distaccato, lontano dalle piccole beghe umane. Era superiore a tutto. Da autentico gesuita viveva solo in “Compagnia” di Gesù».

DA AVVENIRE – Filippo Rizzi giovedì 31 agosto 2017

Carlo Maria Martini

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PAPA FRANCESCO, “che delusione!” – di Alberto Maggi

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Papa Francesco, che “delusione”!

di Alberto Maggi

All’inizio era solo una discreta mormorazione, poi è diventata mugugno sempre più crescente, e ora, senza più remore, aperto dissenso nei confronti del Papa venuto dalla fine del mondo (e sono tanti che ce lo vorrebbero ricacciare). Papa Francesco in poco tempo è riuscito a deludere tutti. E la delusione si trasforma in un risentimento dapprima covato e ora platealmente manifesto.

Sono delusi molti dei cardinali, che pure lo hanno eletto. Era l’uomo ideale, senza scheletri negli armadi, dottrinalmente sicuro, tradizionalista ma con accettabili aperture verso il nuovo. Avrebbe potuto garantire un periodo di tranquillità alla Chiesa terremotata da scandali e divisioni. Mai avrebbero pensato che Bergoglio avrebbe avuto intenzione di riformare nientemeno che la Curia romana, eliminare privilegi e fustigare le vanità del clero. La sua sola presenza, sobria e spontanea, è un costante atto d’accusa ai pomposi prelati, anacronistici faraoni pieni di sé.

Sono delusi i vescovi in carriera, quelli per i quali una nomina in una città era solo il piedistallo per un incarico di maggiore prestigio. Erano pronti a clonarsi con il pontefice di turno, a imitarlo in tutto e per tutto, dall’abbigliamento alla dottrina, pur di entrare nel suo gradimento e ottenerne i favori. Ora questo papa invita gli ambiziosi e vanesi vescovi ad avere l’odore delle pecore… che orrore!

È deluso gran parte del clero. Si sente spiazzato. Cresciuto nel rispetto rigido della dottrina, indifferente al bene delle persone, ora non sa come comportarsi. Deve recuperare un’umanità che l’osservanza delle norme ecclesiali ha come atrofizzato. Credevano di essere, in quanto sacerdoti, al di sopra delle persone, e ora questo papa li invita a scendere e mettersi a servizio degli ultimi.

Delusi anche i laici impegnati nel rinnovamento della Chiesa e i super tradizionalisti attaccati tenacemente al passato. Per questi ultimi il papa è un traditore che sta portando la Chiesa alla rovina. Per i primi, papa Bergoglio non fa abbastanza, non cambia norme e legislazioni non più in sintonia con i tempi, non legifera, non usa la sua autorità di comandante in campo.

vangelo

cedb1-1365937885-papafrancesco-981x540Sono entusiasti di lui i poveri, gli emarginati, gli invisibili, e anche tutti quelli, cardinali, vescovi e preti e laici, che da decenni sono stati emarginati a causa della loro fedeltà al vangelo, visti con sospetto e perseguitati per questa loro mania della Sacra Scrittura a discapito della tradizione. Quel che avevano soltanto sperato, immaginato o sognato, ora è divenuto realtà con Francesco, il papa che ha fatto riscoprire al mondo il profumo del vangelo.

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Mons. ANDREA GHETTI – BADEN – Profumo di santità – Angelo Nocet

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ALLA MEMORIA DEL PRETE CHE MI HA CAMBIATO LA VITA

Questa sera sento il bisogno di ritornare sui miei passi: il ’68 e dintorni. Di lui, il prete che è stato la mia guida spirituale, ho casualmente trovato una registrazione. Riudire la sua indimenticabile voce, la forza penetrante del suo dire, hanno risvegliato in me due sentimenti: la coscienza di essere stato un discepolo mediocre ma tanto tanto fortunato; il desiderio di partecipare questa ricchezza spirituale che non è facile trovare di questi tempi.

AUDIO

 

Aggiornato di recente1280
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Così scriveva della mamma quando non c’era più:
Mamma carissima,

sento il bisogno di fermare un po’ sulla carta il tuo ricordo: mi sembra di parlare con Te. Ti ricordi quando ti chiamavamo fiore e dicevi: “Sì fiore appassito”. Ho pensato a Te nell’udire la passione di Gesù. La sera dicevi a tua figlia: “Carla, sta vicino, ho paura!”. Anche Gesù ha avuto paura della morte.
Oh! le tue notti: quanto hai pensato a noi: a uno a uno: ci hai seguito col cuore e con tutta l’anima: “Che sarà di te, povero bambino mio che sarà di te?”. Mamma come vorrei poterti dire che sono contento.
L’ultima notte. Il silenzio della casa: la tua casa: dormivamo. “…così non avete potuto vegliare un’ora con me?” E tu ti sei andata preparando a morire: quella notte hai sentito la fine: i dolori non ti costernavano più: hai sentito l’ora della tua morte. Forse hai avuto paura: e noi dormivamo. Poi la tua messa: il tuo pontificale. Che Messa santa: tu offerta, tu vittima:l’accettazione della volontà divina, lo strumento del Sacrificio.
Quale vuoto! Dove non c’è più la mamma come è vuota la casa. Mamma, più conosco a che cosa consiste la santità, più io vedo che tu sei santa: il dovere: compiuto a fondo senza mia lamentarsi, senza mai scoraggiarsi. Il dovere delle piccole azioni quotidiane, dei piccoli sacrifici.
Piccole mani tagliate dal freddo, rugose: e a scuola tenevi i guanti perchè ti vergognavi farle vedere.
90 lire messe ogni mese alla Cassa di risparmio nel libretto di Vittorio: 90 lire risparmiate per la vocazione e a costo di quali sacrifici.
Alle tue scolare, mi han detto, io insegno di non far peccati, perchè Dio ci vede: tutto alla presenza di Dio.
Vestiti raccolti, piena miseria, aggiustati: Quale povertà: anche morta ti hanno messo un vestito regalato. I funerali fatti con denaro a prestito. Perchè questa tua luce deve restare nel buio?

  • Mamma insegnami il cammino
  • Mamma guardami
  • Mamma confortami
  • Mamma aspettami.
  • Vorrei scrivere “chiamami…”, ma ho paura che sia troppo dolore per gli altri, e forse troppo presto per me.
  • Questi esercizi mi hanno indicato una meta: la santità del dovere. E basta. Tu corrobora il mio carattere.
  • Mi benedica il Signore, come ci ha amato.
  • Amore: Signore te lo voglio restituire nei poveri, nei bambini, nei peccatori.
  • Addio mamma prega per me.
Fonte: RS SERVIRE; 54,1-2 (S) ultima di copertina
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Così aveva scritto un giorno dell’ ABBÈ PIERRE:

 

SAbbè Pierreotto i ponti della Senna, negli ambulacri dei metrò, tra i ruderi di case abbandonate, ogni notte, dormono migliaia di persone relitti sociali, “ribelli” ad ogni assistenza ufficiale. Il freddo dello scorso inverno ha messo a repentaglio la loro astuzia. Un prete ha lanciato l’allarme tra le brume della metropoli è passato un affetto di carità: Parigi si è mossa e commossa. Il suo gesto non è stato sporadico: questo prete ha proseguito ed ha vinto una nuova più dura battaglia ha rovesciato le lentezze burocratiche, ha scosso le incertezze governative, per merito suo sorgono villaggi per chi crea una nuova famiglia, per chi, nel XX secolo vive in tuguri indegni della dignità di uomo. Questo prete – partigiano – perseguitato – organizzatore, ex deputato al Parlamento – è conosciuto col nome di abbé Pierre. Si chiama Henri Grouès: è stato “Routier” degli Scouts de France. Dallo Scoutismo ha ricevuto il senso della concretezza e del Servizio: nello Scoutismo è nata la sua vocazione.
 Ad Assisi durante il pellegrinaggio della “Route” francese, desiderò di farsi Cappuccino. Ragioni di salute lo obbligano più tardi a lasciare l’Ordine: gli è rimasta una barba ispida. È un rivoluzionario della Carità che trascina e converte in nome di Cristo. È un sacerdote che attua il messaggio evangelico con sconcertante coerenza. Nelle tristi ore di tanti scandali morali, di “rivelazioni” di un mondo di miserie di egoismi, di marciume, nel quale sono compromesse categorie sociali e politiche, noi guardiamo oltre e sentiamo l’orgoglio di questo fratello Rover che testimonia, in umiltà ed amore, la feconda ricchezza di una Legge e di una Promessa.
Baden

Nasce l’11 marzo del 1912 ed è ordinato sacerdote, a Milano, nel 1939.
Intensissima la sua vita: dall’attività di docente di filosofia presso il Collegio Arcivescovile S.Carlo di Milano, alla sua opera di assistente spirituale della FUCI, al suo lavoro di Ispettore delle Scuole di Religione presso la segreteria dell’ufficio catechistico dove risultava aggiunto per la sezione Apologetica, al suo lavoro di giornalista per l’Italia prima ed in seguito per Avvenire.
Fu con il card. Montini tra i fondatori de “Il Segno”, che diresse per vent’anni e uno degli animatori più entusiasti di ogni iniziativa diocesana prima tra tutte la Missione di Milano.
Assistente regionale dell’ASCI contribuì a ricostituire, durante il periodo fascista, le “Aquile Randagie”, il movimento scout clandestino.  Fa il suo ingresso solenne come parroco al Suffragio il 4 ottobre 1959 e vi rimane fino al 5 agosto 1980 giorno della sua tragica morte a Tours.

Il 5 Agosto 1980 Baden tornava alla casa del Padre, “nel verde dei suoi pascoli lassù”. Oggi lo ricordiamo pubblicando il bellissimo filmato “LA LUNGA TRACCIA” uscito in VHS nel 1997 (giusto 20 anni fa). 40 minuti di fotografie e video originali e tante testimonianze di persone che hanno conosciuto e amato Baden (compresi alcuni che con lui hanno scritto la storia dello scautismo italiano). https://www.youtube.com/watch?v=kHNMoUjX1tg

Mons. Andrea Ghetti – Baden (per gli scout) è una pietra angolare dello scautismo italiano. Leader con Kelly delle Aquile Randagie, fondatore di OSCAR, protagonista della Rinascita dell’ASC I e dell’istituzione del Campo Scuola di Colico, ispiratore del Roverismo italiano, Assistente del Milano 1, “vescovo” della Val Codera, parroco a S.Maria del Suffragio, promotore dei foulard blancs lombardi, direttore del periodico della diocesi milanese “Il Segno”, assistente FUCI… una vita spesa senza risparmio nel Servizio e nell’Educazione.

Dai perseguitati aiutati da Oscar all’assistenza ai reduci dei campi di concentramento, dai profughi dell’Ungheria agli alluvionati del Polesine e del Vajont, dalla freccia Rossa per i mutilatini del don Gnocchi ai pellegrinaggi a Lourdes per i malati. Dai barboni di Fratel Ettore ai poveri della parrocchia. E naturalmente gli scout. Campi Estivi, Campi Scuola, Route, la rivista Servire… don Andrea Ghetti era un uomo infaticabile, creativo, innovatore… che viveva il sacerdozio come “la più grande delle avventure”.

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PERCHE’ HO SCELTO GESU’- fra Alberto Maggi OSM

ALERTO MAGGI

La buona notizia, annunciata e vissuta dal Cristo, che può ancora essere riproposta a uomini e donne che anelano alla  pienezza della loro esistenza, e trovano in Gesù, solo in Gesù, la risposta alle loro aspettative: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

L’offerta religiosa è oggi vasta più che mai: si va dalle  religioni tradizionali alle nuove mode orientaleggianti, dalla  proposta di sistemi filosofici alle sètte più stravaganti, tutte pronte  a rassicurare, gratificare ed esorcizzare le paure di sempre. Tutte  assicurano che l’accettazione dei loro insegnamenti, e la pratica dei relativi precetti, conducono alla salvezza (in un paradiso o in un nirvana), mentre la disobbedienza e la trasgressione sono  severamente punite in questa vita o in quella futura.

Qualunque religione ha come aspetto basilare i tre grandi  cardini della spiritualità: la preghiera, l’elemosina e il digiuno (Mt 6,1-18), e la certezza (o la pretesa) di essere l’unica via di salvezza. 

Ogni religione si presenta infatti come quella vera, escludendo tutte  le altre, denunciate come false o opera del demonio. Quando le circostanze storiche lo permettono, gli infedeli vengono obbligati ad abbracciare la vera fede. Se resistono vengono  eliminati in nome di Dio, e la storia insegna che mai si ammazza  con tanto gusto come quando si uccide in nome di Dio, che si chiami Yahvé, o Allah, o Signore, non fa alcuna differenza.

C’è da chiedersi: nel panorama religioso dell’epoca (e anche in quello attuale) che cosa ha portato Gesù di nuovo, che non sia già stato detto dai grandi saggi e santi dell’antichità? Gesù che cosa ha insegnato di nuovo che non sia già contenuto nella Legge data da Dio a Mosè, o formulato nei Libri Sacri  delle religioni?

Non il concetto di Dio-Padre: la concezione di Dio quale padre è una caratteristica primordiale della storia dell’umanità e patrimonio comune delle religioni, da Zeus, definito da Omero “padre degli uomini e degli dèi” (Odissea 1,28), a Yahvé “il Signore, il nostro Dio, il nostro Padre” (Tb 13,4). 

Neanche per la salvezza Gesù sembra proporre un cammino originale. Quando gli chiedono cosa si deve fare per ottenere la vita eterna, Gesù risponde che non è a lui che si devono rivolgere, perché già Mosè ha indicato nei  comandamenti la via per la salvezza . (“Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”, Mt 19,17).

La novità del messaggio di Gesù non consiste neanche nell’invito all’amore, presente in tutte le religioni, da quelle pagane a  quella giudaica (Lv 19,18). È vero che Gesù ha sganciato la pratica dell’amore dal ristretto ambito del clan familiare, estendendola pure ai nemici (Mt 5,43-48), ma non è questa l’originalità della “buona notizia”. E comunque nessun profeta è mai morto per aver invitato la gente ad amarsi.

L’invito a non opporsi al malvagio e a porgere “l’altra guancia” (Mt 5,39) non solo non allarma i potenti, ma li rassicura. Anzi i detentori del potere si rallegrano quando sentono un messaggio che invita la gente a “non  giudicare” (Mt 7,1), a “non condannare” (Lc 6,37) e a non resistere ai prepotenti (Mt 5,40-42). Allora, perché scegliere Gesù?

Questa domanda, perché scegliere Gesù e non altro, in passato non si poneva. Cristo non si sceglieva, ma veniva imposto, senza altra alternativa che non fosse la dannazione eterna. Per ben quindici secoli, infatti, l’indiscusso imperativo della Chiesa cattolica era formulato con l’efficace e sintetico slogan “Extra Ecclesiam nulla salus”, stabilendo autorevolmente che “fuori della chiesa non esiste salvezza”.

Non si sceglieva pertanto di essere cristiani, ma si era obbligati. L’alternativa era l’inferno.  

Questa teologia si basava su uno degli errori di traduzione  del Vangelo che più influì negativamente nella concezione della Chiesa, e riguarda il versetto 16 del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, conosciuto come il brano del “Buon Pastore” (Gv 10,11-16). 

Nella polemica con i farisei e i capi religiosi, Gesù annuncia loro: Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile. Anch’ esse io devo guidare, ascolteranno la mia voce e saranno un gregge, un pastore (Gv 10,16).  Il traduttore, forse lo stesso Girolamo, confuse il termine ovile (gr. aulês) della prima parte del versetto, con il termine gregge della seconda parte, e anziché tradurre il greco poimnê (gregge) con il latino grex, lo rese con ovile, sicché si ebbe: “Fiet unum ovile unus pastor” “E saranno un solo ovile, un solo pastore” .

Mentre il testo di Giovanni indicava che per Gesù era finita l’epoca dei recinti, per quanto sacri potessero essere, e per questo il Cristo liberava le pecore dall’ovile per formare un unico gregge, secondo la traduzione latina, Gesù liberava sì le pecore dall’ovile del giudaismo, ma per rinchiuderle poi nell’unico e definitivo ovile: quello della chiesa cattolica.

Forte di questo insegnamento del suo Signore, per quindici  secoli la chiesa cattolica credette e pretese, pertanto, di essere l’unico ovile voluto dal Cristo, e nel 1442, al Concilio di Firenze, decretò:  “La sacrosanta chiesa romana … fermamente crede … che nessuno al di fuori della chiesa cattolica, né pagani, né ebrei né eretici o scismatici, parteciperà alla vita eterna, ma andrà al fuoco  eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli”. 

E la chiesa cattolica, nei successivi cinque secoli, considerò  dannati per sempre tutti i cristiani delle chiese ortodosse e protestanti,  insieme agli ebrei, ai musulmani e ai credenti delle altre religioni: in pratica tre quarti dell’umanità.

Solo nel secolo scorso, con il ritorno al testo originale greco del Nuovo Testamento, si arrivò a una maggiore comprensione dell’insegnamento del Cristo, e il Concilio Vaticano II, nel 1964, cinquecentoventidue anni dopo quello di Firenze, dichiarò che Dio “come salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvi (cf. 1 Tm 2,4).

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il vangelo di Cristo e la sua chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e coll’aiuto  della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna” (Lumen Gentium, 16).

Con questa solenne dichiarazione, il Concilio ammise che la salvezza esisteva non solo anche nelle altre confessioni cristiane e  nelle altre religioni, ma persino tra i non credenti che ascoltano la loro coscienza.

alberto MaggiPerché Cristo

Non potendo più rivendicare l’esclusivo primato della salvezza, la chiesa si trova ora a dover rispondere all’interrogativo:  Perché Cristo?

Se fino al secolo scorso si era di fatto obbligati a essere battezzati cristiani e cattolici, al fine di salvarsi, senza alcuna alternativa che non fossero le fiamme dell’inferno per tutta l’eternità, ora le nuove generazioni sanno che anche nell’ebraismo e nell’islamismo, solo per citare le due religioni che sembrano essere le più affini  al cristianesimo, è possibile salvarsi.

Se è dunque vero che tutte le religioni conducono a Dio e quindi alla salvezza, perché mai si dovrebbe scegliere proprio Gesù  e il suo impegnativo messaggio? E se si può scegliere, quali sono i criteri che spingono a preferire  una religione piuttosto che un’altra, se in fondo sono tutte uguali?

Il problema oggi si pone in quanto, se fin della prima metà del secolo scorso era ancora raro imbattersi in appartenenti ad altre religioni, oggi, i mutamenti culturali e sociali fan sì che i bambini, già dall’asilo e dalle scuole elementari, si trovino a fianco a fianco  con bambini musulmani, buddisti, confuciani, oppure bambini che non sono stati battezzati.

Pertanto la domanda “perché Cristo”, e non Mosè o Maometto, o Budda, o nulla, attende una risposta urgente.

Per questo è necessario conoscere chi è Gesù, che cosa ha  rappresentato per i suoi contemporanei, e chiedersi se può essere  ancora significativo, lui e il suo messaggio, oggi, dopo duemila anni, per gli uomini del nostro secolo. “Il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i musulmani …” (LG 16).

Chi era Gesù

Un uomo pericoloso

Le uniche sicure informazioni che si hanno su Gesù, sono quelle trasmesse dagli evangelisti e dagli altri scritti del Nuovo  Testamento.  Ebbene, anche da una lettura superficiale dei vangeli, risalta immediatamente la pericolosità di Gesù per i suoi contemporanei. 

Leggendo i vangeli, non meraviglia che Gesù sia stato  assassinato, ma sorprende come sia riuscito a sopravvivere così a lungo. Il dato che infatti, emerge sin dalle prime pagine dei vangeli è che Gesù è riuscito a scatenare contro di sé un odio mortale tale  da riuscire a far coagulare forze tra loro rivali e ad alienarsi il sostegno e la simpatia della famiglia, dei discepoli, dell’intero  popolo, oltre a suscitare l’ostilità del mondo religioso. Situazione che viene magistralmente delineata e riassunta da Giovanni con la sua affermazione: “Venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11).

Matteo

Matteo, nel suo vangelo, anticipa i tentativi di eliminare il Messia collocandoli già al suo primo apparire, con l’ordine del re  Erode di sterminare “tutti i bambini di Betlemme e del suo  territorio dai due anni in giù” (Mt 2,16). 

Marco Già nel capitolo terzo del vangelo di Marco, compare la decisione di sbarazzarsi di Gesù.

Gesù, per il quale il bene dell’uomo viene sempre prima dell’onore da rendere a Dio, ha guarito l’uomo con la mano  inaridita pur essendo sabato, giorno del riposo assoluto. I presenti, anziché gioire, perché Gesù ha restituito salute e dignità  all’invalido, reagiscono con rabbia omicida: “E i farisei uscirono  subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire” (Mc 3,6).

Luca

Nel vangelo di Luca il tentativo di uccidere il Cristo appare già al capitolo quarto. Gesù per la prima volta predica nella  sinagoga della sua città, Nazaret, ma quel che dice non suscita entusiasmo, bensì furore.

L’apertura universale dell’amore di Dio,  manifestata da Gesù, non era stata infatti gradita dai nazionalisti nazaretani: “all’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno, si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo  condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4,28-29).

Giovanni

In questo vangelo la decisione di eliminare Gesù viene presa dopo la guarigione dell’infermo nella piscina di Betzaetà: “I Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale  a Dio” (Gv 5,18). Il progetto di Dio, che ogni uomo diventi figlio suo, è considerato dalle autorità religiose un crimine da estirpare con la morte.

Le colpe del Cristo

Secondo Giovanni, per catturare Gesù si scatena un’operazione di polizia senza pari. Vengono infatti impiegati “la  coorte con il comandante e le guardie dei Giudei” (Gv 18,3.12). 

Il termine coorte (gr. speira) indica un distaccamento tra 600 e 1000 soldati al comando del procuratore romano per il mantenimento dell’ordine nella città di Gerusalemme. Le guardie  in servizio al tempio di Gerusalemme, erano circa duecento, alle  dipendenze del sommo sacerdote per la sicurezza del Tempio. Tra i due corpi c’era profonda rivalità e inimicizia, ma ora le due forze di polizia sono unite, di fronte a un unico pericolo.

Impiegare un migliaio di uomini armati per catturare un solo individuo, che tra l’altro non solo non oppone resistenza, ma si consegna da solo, vuol significare che questa persona è  estremamente pericolosa.

Chi era e che cosa aveva fatto questo Galileo di tanto pericoloso?

Le sue credenziali sono pietose. Nel mondo giudaico il documento più antico che parla di Gesù lo definisce “un bastardo di un’adultera” (Yeb. M. 4,13), giustiziato “perché aveva praticato la stregoneria, sedotto e sviato Israele” (Sanh. B. 434a).

La situazione non migliora nei vangeli, dai quali risulta che gli stessi familiari di Gesù non hanno nessuna considerazione di  questo loro strano e ingombrante parente (“neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” Gv 7,5). Per essi è solo un matto da  togliere dalla circolazione in quanto è il disonore della famiglia: “I suoi, uscirono per andare a catturarlo, poiché dicevano: è fuori di testa” (Mc 3,21).

Il giudizio negativo del clan familiare di Gesù è abbondantemente confermato:

  •  – dalle autorità religiose, che alla pazzia aggiungono una connotazione religiosa, l’indemoniamento: “Ha un demonio ed è  fuori di sé; perché lo state ad ascoltare?” (Gv 10,20; cf 8,52; Mc 9,30);
  • – dagli scribi, teologi ufficiali dell’istituzione religiosa giudaica, per i quali Gesù è un “bestemmiatore” (Mt 9,3) e, come tale, meritevole della pena di morte. Per essi Gesù opera perché “è posseduto da Beelzebul e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni” (Mc 3,22);
  • – dai sommi sacerdoti e dai farisei, per i quali il Cristo “è un impostore” (Mt 27,63);
  • – dalla folla, per la quale Gesù è uno che “inganna la gente” (Gv  7,13) ;
  • – dai suoi stessi compatrioti, per i quali Gesù non era altro che “motivo di scandalo”, che guardano scettici e sospettosi questo  nazaretano fuori da ogni norma. Compaesani che faranno pronunciare a Gesù,  sconcertato per la loro incredulità, parole molto amare: “Un profeta non è disprezzato se non nella suapatria, tra i suoi parenti e in casa sua” (Mc 6,4).

Nessuno è riuscito a capire chi fosse Gesù.  La novità da lui portata era al di fuori della comprensione dei suoi contemporanei, che non riuscivano a vedere in lui se non la riedizione di figure del passato, come Elia, Geremia, uno dei  profeti, o Giovanni Battista redivivo (Mt 16,15; 14,2), proprio quel Battista che Gesù era riuscito a deludere.

Infatti, persino  Giovanni Battista, che pur aveva riconosciuto Gesù come il Messia atteso, constatato che il Cristo si comporta diversamente dal giustiziere che egli aveva annunciato alle folle (Mt 3,12; Lc 3,9), dal carcere gli invia un ultimatum che suona come una sconfessione: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt 11,3).

Uomo solo

Nei vangeli risalta la solitudine che ha accompagnato l’esistenza di Gesù, quel Cristo che “i suoi non hanno accolto (Gv 1,11). Persino gran parte dei suoi stessi discepoli, una volta conosciuto il programma di questo Messia, l’hanno abbandonato : “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66).

Gli rimangono solo i Dodici. Tra questi uno è un diavolo (Gv 6,70), e fra gli altri “ci sono alcuni che non credono” (Gv 6,64).

Di questa sua solitudine approfitteranno i dirigenti del popolo, per i quali Gesù era un pericolo pubblico che occorreva  eliminare al più presto, prima che il suo messaggio si divulgasse tra la gente. “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui” (Gv 11,48), è infatti l’impaurito commento di sommi sacerdoti, dei farisei e di tutto il sinedrio, allarmati dal fatto che “il mondo gli è andato dietro! (Gv 12,19).

Ma i capi esitavano, avevano “paura della folla” che considerava Gesù un profeta (Mt 21,46; Mc 12,12). Quando  finalmente le autorità riusciranno a catturarlo, Gesù sarà consegnato a Pilato, accusato dai capi religiosi di essere un  malfattore, e abbandonato dalla sua stessa gente (“La tua nazione e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me”, Gv 18,35).

È il fallimento totale per questo Galileo conosciuto dalla gente come “un ghiottone e un gran bevitore”, uno che non ha  frequentato le persone che si addicevano al preteso ruolo di Figlio di Dio, ma che è conosciuto per essere amico della feccia della società, “pubblicani e peccatori” (Mt 11,19), “gente maledetta che non conosce la Legge” (Gv 7,49).

Perché tanto astio attorno alla figura di Gesù? 

Cosa ha detto e fatto di tanto grave da attirarsi contemporaneamente diffidenza, ostilità, rabbia omicida, che lo condurranno a finire, nella più completa solitudine:
– rifiutato dalla famiglia,
– abbandonato dai suoi discepoli,
– deriso dalle autorità religiose,
– ridicolizzato dai romani,
– inchiodato al patibolo riservato ai maledetti da Dio (Dt 21,23;Gal 3,13) ?

Gesù non è come Dio…

Chi era, o meglio chi non era, questo carpentiere proveniente dalla malfamata Nazaret di Galilea? (Gv 1,46).

Due definizioni di Gesù, presenti costantemente nei vangeli, aiutano a comprendere chi fosse. Il Cristo viene definito quale Figlio  di Dio e Figlio dell’uomo.

Gesù è Figlio di Dio in quanto manifestazione di un Dio in forma umana (Ef 2,7). Gesù è Figlio dell’Uomo, in quanto espressione dell’uomo nella pienezza della condizione divina.

Entrambe le definizioni si completano e presentano Gesù quale l’Uomo-Dio, manifestazione visibile del Dio invisibile.  Gesù è pertanto figlio di Dio e Dio lui stesso. Ma quale Dio? 

Per comprenderlo occorre esaminare quel che Giovanni, nel Prologo al suo vangelo, afferma: Dio nessuno lo ha mai visto: l’unigenito Dio, che è in seno al Padre, è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18).

L’evangelista contraddice quanto la stessa Scrittura, parola  di Dio, affermava. Nessuno, scrive Giovanni, ha mai visto Dio.  Eppure nella Bibbia si trova chiaramente asserito che molti personaggi hanno visto il Signore, come Mosè con Aronne, Nabad,  Abiu, e settanta anziani al momento della conclusione dell’alleanza  al Sinai “videro il Dio d’Israele … e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es 24,10-11; 33,11; Nm 12,6-8; Dt 34,10).

Con la sua affermazione, l’evangelista relativizza l’importanza  di queste esperienze: nessuno ha mai visto Dio. Per cui tutte le  descrizioni di Dio che sono state fatte, sono tutte parziali, limitate e a volte false.

Solo Gesù, l’unico figlio, per la sua piena esperienza personale ed intima, può rivelare e far conoscere chi è Dio. Per  questo occorre dimenticare quel che si sapeva di Dio e imparare  invece da Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), che ne è l’unica spiegazione. 

Non si deve partire da un’idea preconcetta di Dio per poi  concludere che Gesù è esattamente uguale a lui. Il punto di partenza non è Dio, ma Gesù.

Per questo l’evangelista invita il lettore a  prestare attenzione alla persona di Gesù, poiché solo in lui si può conoscere il vero volto di Dio, come arriverà a riconoscere l’apostolo Tommaso con la più alta professione di fede contenuta  nei vangeli: “Mio Signore, mio Dio” (Gv 20,28).

Questo processo di crescita nella comprensione della figura di Gesù, e della pienezza della sua divinità, è stato lento e non facile. Nonostante che da tanto tempo Gesù stesse con i discepoli, questi non erano ancora arrivati a conoscerlo, e Filippo deve chiedere a Gesù “mostraci il Padre” (Gv 14,8). Gesù gli risponde: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Gesù invita il discepolo a partire dall’esperienza che ha di lui  e da lì giungere alla conoscenza del Padre: non Gesù è uguale a  Dio, ma Dio è uguale a Gesù.

Ogni idea di Dio che non possa verificarsi in Gesù va eliminata. Unico criterio di credibilità che Gesù offre per la sua categorica  affermazione, sono le opere: “Io sono nel Padre e il Padre è  in me; se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,11). E le opere di Gesù sono tutte azioni rivolte all’uomo per restituirgli la  vita, per arricchirlo, per liberarlo, donandogli dignità e libertà. 

Con la parola e le opere, Gesù propone un’immagine di Dio  che è completamente sconosciuta nel panorama religioso contemporaneo, e segna il passaggio dalla religione (intesa come ciò che l’uomo deve fare per Dio), alla fede (quel che Dio fa per l’uomo).

Gesù, quale figlio dell’uomo, pienezza dell’umanità, e quale figlio di Dio, manifestazione visibile di quel Dio che “nessuno ha  mai visto” (Gv 1,18), nell’insegnamento e nella pratica si è mostrato come un Dio inedito e insolito, sconcertante e  sorprendente. Un Dio che non poteva essere né compreso, né inserito nei parametri religiosi tradizionali, un Dio che si poneva  al di fuori di tutto quel che poteva essere racchiuso nel termine  “religione”, un Dio completamente nuovo che, per essere compreso, esigeva un cambio di rotta nella vita del credente, una conversione che sarà la condizione previa per poterlo accogliere (Mc 1,15), come il vino nuovo esige otri nuovi (Mt 9,17).

Dalla Legge di Dio all’Amore del Padre

Escludendo che qualunque persona abbia mai visto Dio (Gv 1,18), di fatto Giovanni ha escluso pure Mosè. Neanche Mosè ha  visto Dio, e pertanto la legge che egli ha trasmesso non può riflettere la pienezza della volontà divina.

È per questo che si era  reso necessario un cambiamento nel rapporto tra Dio e gli uomini,
come annunciato attraverso i profeti (“Ecco: verranno giorni, oracolo del Signore, in cui stipulerò con la casa di Israele e con  la casa di Giuda una nuova alleanza” (Ger 31,31; Ez 36,26). La nuova alleanza annunciata da Geremia non sarà l’obbedienza a una legge esteriore all’uomo, ma la comunicazione da parte di Dio di una forza interiore che permetterà all’uomo di essergli fedele: “Io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore”  (Ger 31,33).

E Gesù, l’uomo-Dio, era l’unico che poteva cambiare la relazione tra gli uomini e il Padre. E proprio rifacendosi al Padre,  anziché ai padri, Gesù ha potuto distaccarsi dal mondo religioso e culturale giudaico, nel quale era cresciuto ed era stato educato, e dare inizio a un cambio radicale e irreversibile non solo della storia  ma di ogni fenomeno religioso, proponendo una nuova alleanza con il Signore non più basata sull’ubbidienza alla Legge di Dio, ma  sull’accoglienza dell’amore del Padre.

Con Gesù, Dio non governa più gli uomini emanando leggi che essi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore. Mentre l’amore è una realtà interiore all’uomo, la Legge sarà sempre un codice di comportamento esterno. È l’amore  che crea e comunica vita, la Legge non può farlo (“la Legge infatti  non ha portato nulla alla perfezione”, Eb 7,19).

Per esprimere questo profondo, radicale mutamento  nel rapporto con Dio c’era bisogno di una nuova relazione (Alleanza)  che sostituisse l’antica: Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità  vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1,17).

Mentre Mosè, “servo di Dio” (Ap 15,3), ha imposto al  popolo d’Israele un rapporto con Yahvé, come quello tra dei servi e il loro Signore (“Voi servirete Yahvé”, Es 23,25), Gesù, “figlio di Dio” (Mc 1,1), inaugura la nuova relazione tra dei figli e il loro  Padre, basata su un’incessante comunicazione d’amore: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15,9; 14,21.23).

Se l’antica alleanza era basata sull’ubbidienza alla legge divina, la nuova sarà imperniata sull’accoglienza e sull’assomiglianza all’amore del Padre.

Per questo Gesù mai chiederà ai suoi obbedienza, e neanche di obbedire a Dio, alle sue leggi. All’obbedienza  a Dio Gesù contrapporrà l’assomiglianza al Padre, all’osservanza della Legge la pratica dell’amore. Mentre l’antica alleanza si concludeva con l’imperativo “Siate santi” (Lv 20,7), la nuova  si apre con l’invito “Siate misericordiosi” (Lc 6,36). La santità di Dio è una meta irraggiungibile, la misericordia del Padre è possibile.

Questa nuova alleanza tra il Padre e gli uomini, proposta da Gesù, era completamente sconosciuta nel panorama religioso  dell’epoca, poiché con essa cambiava radicalmente non solo il concetto di alleanza ma anche l’immagine di Dio.  La nuova immagine proposta da Gesù è infatti quella di un Dio a servizio degli uomini (Mt 20,28; Mc 10,45; Lc 2,27; Gv 13,1-16), un Dio che, anziché togliere, dona e che, anziché diminuire l’uomo, lo potenzia, un Dio che anziché essere geloso della felicità degli uomini, coopera perché questa sia piena e traboccante (Gv 15,11).

In Gesù, Dio si manifesta come colui che è a servizio degli uomini, e per questo
– non assorbe l’uomo, ma lo potenzia.
– non chiede, ma offre,
– non esclude, ma accoglie,
– non castiga, ma perdona .

Un Dio a servizio degli uomini 

In ogni religione veniva insegnato che l’uomo aveva come compito principale quello di servire il suo Dio (Dt 13,5): un Dio  presentato come sovrano esigentissimo, che continuamente chiedeva agli uomini, sottraendo loro cose (“il meglio delle primizie del suolo lo porterai alla casa di Yahvé, tuo Dio”, Es 23,19), tempo (Es 20,8-11) ed energie (Dt 6,5), in un servizio che veniva reso principalmente attraverso il culto.

Il Dio che Gesù ha fatto conoscere ai suoi discepoli non si comporta come un sovrano, ma come servo degli uomini. Con Gesù non è più l’uomo al servizio di Dio, ma Dio al servizio degli  uomini, un Dio che “non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45; Mt 20,28).

Il termine obbedienza  è presente nei vangeli solo 5 volte ma mai riferita alle persone: sempre ad elementi nocivi e contrari all’uomo: vento e mare (Mt 8,27; Mc 4,41; Lc 8,25), spiriti immondi (Mc 1,27), o cose: gelso (Lc 17,6).  L’immagine di un Dio a servizio degli uomini è per Gesù talmente importante che, nell’ultima cena, dopo aver fatto dono di sé  come alimento vitale per i suoi (pane e vino), dichiara: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27).

Il servizio è l’attività che svela l’identità di Gesù.

Ribaltando logica e consuetudine, Gesù paragonerà Dio a un padrone che, rientrato a notte fonda da un viaggio e, trovati i servi ancora svegli, anziché sedersi a mensa e farsi servire, “li farà mettere  a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Un Dio che mette tutta la sua forza d’amore a disposizione degli uomini per innalzarli  al suo stesso livello.

Per questo nell’ultima cena Gesù, “il Signore”, compie un lavoro da servo, affinché i servi si sentano signori  (Gv 13,1-17)7. Lavando i piedi ai discepoli, Gesù, l’Uomo- Dio, dimostra che la vera grandezza non consiste nel dominare, ma  nel servire gli altri. Gesù, ponendosi all’ultimo posto, non solo non  perde la dignità, ma manifesta quella vera, quella divina: “Io Yahvé, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi” (Is 41,4).

La condizione dell’uomo nei riguardi di Dio, pertanto, non è più quella del servo verso il suo Signore, ma quella del figlio nei  confronti di un Padre che lo invita a raggiungere la condizione divina. E come Gesù non è servo di Dio, ma “figlio del Padre” ( Gv 1,3), ugualmente coloro che gli danno adesione non saranno suoi servi (Gv 15,15) ma, in quanto figli dello stesso Padre, fratelli che con lui e come lui sono chiamati a collaborare al progetto di Dio sull’umanità (Mt 28,10).

 non assorbe, ma potenzia,

In Gesù, l’Uomo-Dio, si manifesta la pienezza dell’amore del Padre, un Dio-Amore che non è un rivale dell’uomo, ma suo alleato,  che non lo domina, ma lo potenzia, non lo assorbe, ma si offre  all’uomo per comunicargli la pienezza della sua vita divina  (“La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi uno”, Gv 17,22). 

È Dio che prende l’iniziativa di amare gli uomini (“Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi”,  Gv 4,10), e con Gesù, “Dio con noi” (Mt 1,23), Dio non va più
cercato, ma accolto, e con lui e come lui, di andare verso gli  uomini.  È lo stesso concetto espresso da Paolo nella seconda Lettera ai Corinti, dove dichiara che “Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (Cor 8,9). 

Con Gesù l’uomo non deve più innalzarsi per fondersi con il  suo Dio, ma accogliere un Dio che discende per comunicare all’uomo il suo amore e fondersi con lui (“Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Gv 14,23), un Dio che cerca l’uomo per trasmettergli la pienezza della sua divinità. Un Dio che, come  il vignaiolo con la vigna, coopera alla riuscita della vite, eliminando  tutto quel che impedisce la produzione di un frutto sempre più abbondante (Gv 15,2). Con Gesù, l’uomo, tempio dello Spirito, è l’unico vero santuario di Dio “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16; 2 Cor 6,19).

– non chiede, ma offre,

Il nuovo volto di Dio proposto da Gesù è quello di un Padre che, anziché togliere, dona, che non diminuisce l’uomo, ma lo  potenzia. Un Dio che “non abita in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse  bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa” (At 17,24-25). 

Nell’incontro con la donna samaritana, Gesù manifesta la  grande novità nel rapporto con Dio: l’uomo non deve offrire nulla  a Dio, ma accogliere un Dio che si offre all’uomo. Per questo alla samaritana, che desiderava sapere dove recarsi  per offrire culto a Dio (Gv 4,19-20), Gesù risponde che è Dio  che si offre a lei, donandole la sua stessa capacità d’amare. 

L’unico culto che Dio richiede non è rivolto a sé, ma è la  pratica di un amore fedele agli uomini. Dare culto al Padre è collaborare alla sua azione creatrice comunicando vita agli uomini. 

Per questo Dio non chiede sacrifici alle persone, ma è lui che s’è fatto sacrificio per donarsi alla gente: “Voglio l’amore non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6). Il  Dio di Gesù non toglie il pane agli uomini, ma è colui che si fa pane per comunicare vita all’umanità (“Questo è il mio corpo”, Mt 26,26). 

Il culto richiesto dalla Legge di Mosè esigeva dall’uomo la  rinuncia di determinati beni per offrirli a Dio (primogeniti del bestiame, decime, ecc.). Era una diminuzione dell’uomo, un culto di  servi davanti a un Dio sovrano.

Il nuovo culto proposto da Gesù non umilia l’uomo, ma lo potenzia, rendendolo ogni volta più somigliante  al Padre. L’antico culto sottolineava la distanza tra Dio e  gli uomini, il nuovo tende a sopprimerla. Il culto a Dio non è altro che la vita stessa vissuta a favore del bene degli altri (Rm 12,1).  Essendo l’amore la linea di sviluppo dell’uomo, questa crescita nell’amore realizzerà in lui il progetto creatore, portandolo a un’assomiglianza ogni volta maggiore con il Padre.

– non esclude, ma accoglie,

Mentre la religione presenta un Dio che discrimina tra meritevoli e no del suo amore, e che rifiuta la pioggia ai peccatori (Am 4,7; Ger 14,1-10), Gesù mostra un Padre “che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45).

La comunione con Dio non dipende dai meriti e dagli sforzi dell’uomo, ma dall’accoglienza di un amore che è dono gratuito, e come tale va trasmesso (Mt 10,8).  Nessuna persona, qualunque sia la sua condotta morale o religiosa può sentirsi esclusa dall’amore del Padre.  Il Padre di Gesù non esclude nessuno dal suo amore, perché Dio non guarda i meriti, o le virtù delle persone, ma i loro bisogni e  le loro necessità. Meriti non tutti possono vantarli, bisogni tutti li hanno.

Tra il fariseo che vantava le proprie virtù, e il pubblicano che non aveva altro da mostrare che la sua miseria, Dio sorvola sugli  inutili meriti del pio fariseo, e si sente irresistibilmente attratto dalle necessità del pubblicano peccatore (Lc 18,9-14).  E Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), va in cerca degli esclusi della società, per avvolgere anche loro dell’amore del Padre. Ecco perché invita a seguirlo gli esclusi d’Israele, quali erano i pubblicani  e i peccatori, individui per i quali non c’era alcuna speranza di salvezza. Ma il Signore, che non ha il mandato di giudicare il mondo,  bensì che questo si salvi per mezzo di lui(Gv 3,17), “è venuto a cercare e a salvare quel che si considerava perduto” (Lc 19,10),  come un medico inviato a curare e guarire gli ammalati (Mc 2,17). 

Dopo un’iniziale resistenza da parte dei discepoli di Gesù, di comprendere che l’amore del Padre non è limitato a un popolo, a una religione, ma è universale e si rivolge a tutti, la chiesa delle  origini, per bocca di Pietro, formulerà quella verità che è la pietra fondante della comunità cristiana: “Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (At 10,28).  Dio non tollera che in suo nome si possano discriminare persone,  a tutte è rivolto il suo amore.

È questo il motivo per il quale Gesù accoglie l’impuro lebbroso (Mt 8,1-4) e l’immonda emorroissa (Mt 5,25-29), la peccatrice perdonata (Lc 7,36-50) e il pubblicano (Mt 9,9), personaggi rappresentativi degli esclusi di Israele, quelli che non potevano neanche pensare di avvicinarsi al Signore, perché sapevano che sarebbe stato un sacrilegio. Quando hanno il  coraggio di farlo, non ricevono un rimprovero né un rifiuto, ma un incoraggiamento, e si accorgono che il vero sacrilegio era la loro separazione da Dio: “La tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34; Lc 7,50). 

Quel che agli occhi della religione era considerato sacrilegio, per Gesù è espressione di fede.
Sacrileghi non sono i peccatori, ma i capi religiosi che li separano da Dio. Scribi e farisei credevano che il Regno di Dio tardasse a realizzarsi per colpa dei pubblicani e peccatori. In realtà questi, con Gesù, sono già alla mensa del Regno, come avvertirà Matteo nel suo vangelo: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno  dei cieli” (Mt 21,31-32).  L’accoglienza dell’amore del Padre è preceduta dal suo perdono  incondizionato.

– non castiga, ma perdona,

Nel salmo 139, il pio salmista esclama: “Ah, se Dio sopprimesse tutti i peccatori!” (v. 19), e il Siracide rincara la dose: “L’Altissimo odia i peccatori” (Sir 12,6). L’atteggiamento di Gesù nei confronti di quelli che erano considerati peccatori è differente, non li allontana, ma li avvicina, non li minaccia, ma comunica loro amore.

Gesù non nega il peccato,  che definisce come una malattia che impedisce all’uomo di essere pienamente integro, ma rifiuta l’idea che vede nel peccatore un contaminato che occorre evitare: per il Signore è un ammalato che  occorre guarire. 

Per questo il Dio che si manifesta in Gesù non solo non toglie la vita ai peccatori, ma gli comunica la sua. 

Secondo la religione, l’uomo peccatore doveva pentirsi delle sue colpe, chiedere perdono, offrire un sacrificio riparatore e poi ricevere il perdono per essere degno di avvicinarsi al Signore.

Secondo il Concilio Vaticano II, “il peccato è una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza” (Gaudium et spes, ).  Ma con Gesù, il perdono di Dio viene concesso prima del  pentimento del peccatore, come ben compreso e formulato da Paolo nella Lettera ai Romani: “Dio dimostra il suo amore verso di  noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). 

Per Gesù non è necessario che l’impuro peccatore si purifichi per esser degno di accogliere il Signore, ma è l’accoglienza  del Signore che lo rende puro. Gesù, manifestazione visibile dell’amore di Dio, non si concede come un premio per la buona condotta dei “sani”, ma si offre come forza vitale per i “malati” (Mc 2,17). 

Il suo pane non è un premio, ma un dono. 

Il premio è una ricompensa che dipende dalle capacità (meriti) del ricevente, il dono dipende dalla generosità del donatore. Il Signore non compensa, regala (Mt 20,15). 

Questo fu, questo è, e questo sarà per sempre “Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che  stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10,38).

E questa è la buona notizia, annunciata e vissuta dal Cristo, che può ancora essere riproposta a uomini e donne che anelano alla  pienezza della loro esistenza, e trovano in Gesù, solo in Gesù, la risposta alle loro aspettative: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

Aggiornato di recente1273

 

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