NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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CORPO E SANGUE DEL SIGNORE – Angelo Nocent

La FESTA DEL CORPUS DOMINI vista con gli occhi di Wilma Kasseur.

Viva voce:

Abbiamo visto che essere Trinità è essere comunione. Se Dio fosse solo uno e non trino, diceva uno, avrebbe già “dato le dimissioni da Dio” perché se fosse solo, essendo eterno, sarebbe una solitudine eterna. Terribile. Ma Dio è trino, oltre che uno. Il Padre è essere sussistente, il Figlio è sapienza sussistente e lo Spirito è amore sussistente, ma non tengono nulla per loro e mettono tutto in comune. Il Padre è tutto versato nel Figlio e il Figlio è talmente fuori di sé da essere addirittura in un pezzo di pane. L’infinito si fa frammento, il tutto si fa particella per potersi donare a noi. Dio sconcertante: la potenza si fa debolezza, il Creatore si fa creatura e quella creatura unica al mondo, cioè l’Uomo-Dio, si fa pane. Più scendere di così, non si può! E così da deformi ci rende deiformi. 

– Tutti mendicanti 

Gesù nell’Eucaristia è presente non come una cosa, ma come una Persona, cioè come un “Io” che si dona a un “tu”, quindi c’è comunione di persone, incontriamo veramente Qualcuno.

Quando andiamo alla Comunione tendendo la mano per ricevere il Signore della vita, siamo come dei mendicanti che tendono la mano per chiedere la carità del Pane di vita eterna, siamo il povero che tutto riceve, anzi riceve il Tutto: una carica esplosiva straordinaria, un fuoco ardente e incendiante. Eppure non bruciamo e non sentiamo la scossa!

Non è normale non sentire che il fuoco brucia, e che la corrente dà la scossa. Siamo troppo protetti dall’irruzione di Dio.

“C’è troppo isolante in noi” (P. Cantalamessa), cioè troppa indifferenza, troppo poca consapevolezza di chi stiamo per ricevere, troppi affanni e preoccupazioni della vita che ci impediscono di essere raggiunti da questa forza ad altissima tensione che ci attraversa.

Nella Comunione Gesù viene in noi… 

Il Cristo si riversa in noi come una forza e un liquore inebriante che dovrebbe trasformaci totalmente, e noi non ce ne accorgiamo neanche, rimaniamo tali e quali con le nostre tristezze e pesantezze, invece di fare l’esperienza dell’ebbrezza dello Spirito.

Dobbiamo chiedere la grazia di ridiventare normali: di sentire il fuoco bruciare e la scossa scuotere!

Nella Consacrazione, il sacerdote consacra tante piccole ostie assieme a quella grande, fatte di pane azzimo, cioè non fermentato perché senza lievito. Le piccole ostie siamo noi e dobbiamo diventare pure noi pani azzimi, cioè senza lievito di malizia, di vanagloria e di tutto quello che fermenta e fa gonfiare smisuratamente il nostro io che accaparra tutto e ci impedisce di essere attenti al Tu che riceviamo nell’ostia consacrata.

E ci impedisce di sentire la scossa. Il culto eucaristico poi, non si esaurisce nella Comunione: c’è anche l’adorazione a Gesù presente nel Tabernacolo. E’ infatti un bellissimo gesto quello di andare a salutare Gesù presente nel tabernacolo, ogni volta che passiamo davanti ad una chiesa o fare l’adorazione ogni volta che ne abbiamo l’opportunità. E’ come esporsi ai raggi potentissimi del nostro Sole divino. 

– …ma poi vuole uscire 

– E dopo saremo anche noi come piccoli Soli, come dice Dionigi l’Areopagita, che prima si sono riempiti di splendore irradiato e poi lo trasmettono agli altri. E’ quello il momento di liberare il “divino prigioniero” e darlo a piene mani agli altri, con gesti di bontà e di carità, altrimenti lo teniamo agli arresti domiciliari, o perlomeno in “libertà vigilata” e gli facciamo anche fare brutta figura non comportandoci come Lui si comporterebbe. Per non oscurare la Sua presenza in noi, chiediamogli questa grazia, impegnativa certo, ma Lui può questo e altro: “Chi guarda me, veda Te”. Sempre! 

WILMA CHASSEUR

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UN SORPRENDENTE LUIGI GONZAGA – Angelo Nocent

A 450 anni dalla sua nascita, un documentario approfondisce quattro aspetti della vita umana e spirituale di questo religioso gesuita: la scelta, la purezza, la vita comunitaria, lo studio. Ognuno viene ricostruito attraverso interviste, inserti animati e parti interpretate da Giulio Forges Davanzati. La regia è di Alberto Di Giglio che firma anche la sceneggiatura insieme a Luigi Boneschi. L’opera trasmessa oggi e, in replica, sabato 23 giugno alle 23 e domenica 24 alle 00.15.

Un uomo determinato, appassionato, dotto.Il ritratto che emerge dal documentario Luigi Gonzaga. Volti di un santo, in onda su Tv2000 il 21 giugno alle ore 9 e in replica sabato alle ore 23 e domenica alle ore 00.15, riporta alla luce la figura di un uomo innamorato della vita, la cui storia non poteva non ispirare intere generazioni: San Luigi Gonzaga (1568-1591).

Mantovano, san Luigi è stato a lungo indicato come un modello da seguire per i giovani. A volte, purtroppo, con qualche semplificazione: c’è chi riduceva la sua vita alla scelta di castità o chi, addirittura, connotava in maniera troppo sentimentale tale figura. San Luigi era invece molto più di questo, come ha voluto ricordare la comunità gesuita di Sant’Ignazio a Roma, promotrice di questo documentario, realizzato in occasione dell’Anno Giubilare Aloisiano nei 450 anni dalla nascita del santo.

Nel ricostruire la storia di San Luigi Gonzaga, il documentario si concentra su quattro temi: la scelta, la purezza, la vita comunitaria, lo studio. Ognuno viene ricostruito attraverso interviste, inserti animati e parti docu, interpretate da Giulio Forges Davanzati. La regia è di Alberto Di Giglio che firma anche la sceneggiatura insieme a Luigi Boneschi .

«L’attualità di questo santo risiede nella sua capacità di ricordare ai giovani che il futuro è nelle loro mani e nelle loro scelte: san Luigi è un uomo che ha rovesciato i paradigmi del suo tempo», commentaPaolo Ruffini, direttore di Tv2000. «Ai grandi temi del discernimento e della vocazione, si accompagna la grande sfida della libertà personale».

Come si ricorderà, infatti, San Luigi nacque in una famiglia di nobili origini: apparteneva alla casata Gonzaga di Castiglione delle Stiviere e il suo destino era ereditare il titolo paterno, diventando un nobile cavaliere, a capo della sua corte. I genitori nutrivano grandi aspettative in lui, affascinati dalle innate doti da leader del proprio figlio. Il nostro, però, decise per tutt’altra strada: voleva entrare nei Gesuiti, la cui regola proibiva qualsiasi carica, sia nobiliare che ecclesiale. Con la famiglia fu scontro aperto ma san Luigi non scese mai a patti: rinunciò al marchesato per ricevere la formazione che il suo cuore desiderava.

«Credo che la determinazione e la capacità di scelta siano due aspetti decisivi di san Luigi, che mancano invece ai giovani occidentali», aggiunge Massimo Nevola, Superiore della comunità gesuita di Sant’Ignazio a Roma, che peraltro nel documentario interpreta il ruolo del superiore di san Luigi, «a 35 anni i ragazzi sono ancora attaccati al borsellino di mamma. C’è chi si atteggia a trasgressivo, o a hippy, ma dura poco: tutti, alla fine, tornano nei ranghi».

L’ambizione dei Gesuiti è proprio quella di promuovere la figura del santo tra i ragazzi: «Effettivamente l’impressione è che l’immagine di san Luigi come modello per i giovani si sia appannata nel tempo, nonostante la notorietà vantata in passato dal santo», ammette padre Federico Lombardi, presidente del Cda della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger- Benedetto XVI, «da un lato ha influito la lontananza temporale di questa storia, dall’altro l’approccio devozionale con il quale veniva proposta. Il documentario, invece, centra bene gli aspetti “parlanti” per la gioventù di oggi: la scelta, lo studio, la vita comunitaria e anche la purezza. Quest’ultima, in particolare, non va sottovalutata». San Luigi fece infatti precocemente voto di castità: non come forma di sacrificio, ma come espressione di una donazione totale di sé. Il che lo rende, agli occhi del mondo, ancora più trasgressivo…

21/06/2018                                                                                          Francesca D’Angelo

https://youtu.be/sPi_BZqpQ9s

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SANTISSIMA TINITA’: 1+1+1 o 1x1x1 ? – Angelo Nocent

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Carlo Maria Martini: l’umiltà di Gesù, chiave e segreto della Trinità

Per i quarant’anni di sacerdozio. Esce per le Edizioni Dehoniane Bologna (Edb) il libro “Esercizi spirituali” (pagine 120, euro 9,50). Il testo è frutto degli esercizi spirituali sulla Prima lettera di Pietro, predicati dal cardinale Carlo Maria Martini in occasione del quarantesimo Anniversario della consacrazione sacerdotale tenutosi a Kyriat-Jearim (distretto di Gerusalemme) il 27 giugno 2004. Titolo di quegli esercizi era, appunto: “Alle radici della consacrazione sacerdotale. La Prima lettera di Pietro”. In seguito, un capitolo tratto dalla terza meditazione.

Gesù - agnello mansuetoPerché il Salvatore si presenta così indifeso e quindi perdente per il mondo? Partendo da questa semplice domanda, il cardinale Martini ci conduce al cuore della grandezza di Dio

Carlo Maria Martini in preghieraC’è uno studio molto interessante di un autore tedesco, intitolato Croce e Trinità, in cui si cerca di mostrare come la Trinità si esprima nella croce e quasi non possa esprimersi che nella croce. Io dico più semplicemente così: umiltà, porta della Trinità.

C’è un motivo anche salvifico: Gesù offre se stesso con amore per la salvezza dell’uomo caduto a causa della superbia. Ma c’è pure un motivo teologico: in questo modo Gesù ci fa capire qualcosa della Trinità.

Per questo le religioni che alla fine esaltano il successo mondano non riescono ad ammettere l’idea del Dio trinitario. Mentre invece l’umiltà di Gesù ci apre qualche spiraglio per intuire qualcosa della Trinità, dove, come sappiamo, per quanto lo si possa esprimere con parole umane, ogni persona divina è tutta in relazione all’altra.

Nessuno si chiude in sé, ma tutto si dona all’altro. È quell’atteggiamento che noi umanamente chiamiamo amore: uscire da se stessi per donarsi tutto all’altro. È umiltà, svuotamento di se stessi, perché l’altro sia. Per questo, Dio-Amore è rappresentato al meglio dal Gesù umiliato, povero, sofferente, crocifisso. Il crocifisso è perfetta rivelazione del Padre e della Trinità. Ecco, questo certamente noi lo diciamo un po’ con parole retoriche. Ma la via cristiana è il penetrare nella preghiera e nell’esperienza concreta questa verità. Se questo è vero, l’umiltà di Gesù è dunque porta della Trinità.

Ne deriva allora anche un nuovo motivo antropologico dell’agire di Gesù, quello che il Vaticano II esprime con quelle parole che poi riprende Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor hominis: l’uomo si realizza nel dono di sé. Non nel vincere se stesso mettendosi al centro, ma nello spogliarsi per gli altri, nel dono di sé agli altri. E quindi umiltà e sacrificio sono la via alla vera umanità e alla vera pace. Ne consegue anche quella verità politica espressa così incisivamente da Giovanni Paolo II con le parole: «Non c’è pace senza giustizia » e «Non c’è giustizia senza perdono ».

Siamo rispettivamente nell’ambito della giustizia della creazione e nell’ambito della giustizia evangelica. Noi siamo chiamati certamente a tenere insieme le due giustizie. La giustizia evangelica non vanifica la giustizia della creazione, perché la situazione dello schiavo è ingiusta.

Oggi, dopo duemila anni, abbiamo maturato meglio questa percezione della dignità umana. Quindi siamo tenuti a onorarla. Ma non la potremo onorare fino in fondo senza congiungerla con la giustizia del Regno 

  • che è il perdono,
  • che è l’uscita da sé perché l’altro sia, che è la gratuità,
  • che è il dono di sé senza riserve e senza limiti.

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La difficoltà continua dell’agire cristiano è proprio quella di tenere sempre insieme giustizia della creazione e giustizia del Regno. Giustizia della creazione, perché a ognuno va dato il suo e non è accettabile né sfruttamento, né oppressione, nessuna di queste realtà che umiliano la dignità umana. Ma d’altra parte non è con i mezzi della violenza, della forza, della distruzione del nemico che viene superata questa situazione, ma attraverso il dono di sé, secondo lo spirito evangelico.

Questo ci introduce certamente nel cuore del Nuovo Testamento, nel cuore del segreto della parola di Dio, nel cuore del discorso della montagna, e quindi richiede grande grazia di Spirito Santo. E anche grande equilibrio, in quanto si accetta innanzitutto lo squilibrio della croce, la follia della croce.

Così si rilegge la storia del mondo come promozione vera e profonda dell’uomo e dei valori dell’uomo, non attraverso la via della forza e nemmeno della legittimità del diritto, ma attraverso la via del perdono e della misericordia.

Ricordo che negli ultimi tempi, soprattutto nell’ultima ‘Cattedra dei non credenti‘ a Milano, abbiamo proprio discusso con Gustavo Zagrebelsky il tema della giustizia e il suo libro molto bello sulla democrazia. Si mostrava come la giustizia che non tiene conto di questo valore evangelico diventi giustizia ingiusta e non realizzi la giustizia che si propone di realizzare. Queste tematiche sono certamente oggi molto vive. Del resto, anche ciò che si sta vivendo in questo Paese è del tutto legato a tale problematica. Riusciremo a sconfiggere il terrorismo semplicemente con la violenza, la forza, l’oppressione? Oppure creeremo così nuove forme di aggressione e di terrorismo?

Questo è il grande dilemma. Perciò è proprio qui che si gioca anche questo «nodo politico». Lo Spirito Santo deve illuminarci molto sul come noi cristiani possiamo esprimere, proprio a partire dalla nostra condizione di minoranza e di povertà, questi valori. Mentre anche la comunità cristiana è tentata, in situazioni di minoranza, di farsi valere con la forza del diritto e qualche volta con la forza fisica per difendere i suoi privilegi. Cosa che può anche essere importante, ma che deve tenere conto di come una comunità cristiana acquista il suo valore di messaggio evangelico e non semplicemente di protezione di un clan, di un gruppo sociale che si difende dando spallate a destra e sinistra e cercando di farsi valere.

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ECCOMI, SIGNORE, USAMI. – Angelo Nocent

UN PO’ DI STORIA

https://grcompany.wordpress.com/2010/03/27/la-domenica-delle-schiene-a-disposizione-di-dio/

 

 

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HA GUARDATO A ME CHE SONO NIENTE – Angelo Nocent

l’Annunciazione

Pubblicato il 26 marzo 2012

“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua Parola”.

 

Santa Maria, Vergine della notte

ripeti ancora oggi la canzone del Magnificat,

e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra.

Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure.

Anzi, se nei momenti dell’oscurità ti metterai vicino a noi

e ci sussurrerai che anche Tu, Vergine dell’Avvento,

stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto

si disseccheranno sul nostro volto.

E sveglieremo insieme l’aurora.

Così sia.

(Don Tonino Bello)

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DA LUI USCIVA UNA FORZA CHE GUARIVA TUTTI – Angelo Nocent

DA LUI USCIVA UNA FORZA CHE GUARIVA TUTTI

Già: “Esistono medici per curare il cuore, medici per curare i denti, medici per curare il fegato. Ma chi cura il malato?” (Sacha Guitry).

Sentirsi malati non è una malattia, indica solo una rottura rispetto a uno stato precedente. Ci si può pertanto sentire malati e non avere malattie o, al contrario, percepirsi in buona salute ed avere una malattia silente nella propria persona. Consapevoli o no, a seconda delle circostanze, prima o poi nella vita ci troviamo a essere pazienti, clienti, utenti, consumatori…Comunque, bisognosi di cure.

Ma paziente cosa significa? Difficile da spiegare: paziente è colui che tollera, che sopporta, che subisce. Ora in ambito terapeutico va facendosi strada il concetto di persona in difficoltà, con la memoria delle storie e delle emozioni particolari che l’hanno segnata. Meno male! Ma essere soggetti in tali condizioni, significa attesa, paura, speranza. A chi rivolgersi? Premesso che medici, psicologi, psichiatri, tribunali…sono prezioso dono di Dio, qui la proposta non è alternativa ma complementare.

Metto le mani avanti: se di questi tempi il noto volto televisivo Alessandro Meluzzi, medico psichiatra, psicologo e psicoterapeuta, con un curriculum di tutto rispetto, ha sentito il bisogno di dedicare duecento pagine alla “Cristoterapia“, significa che l’argomento che intendo abbozzare è serio. Riassumo il suo libro in due parole che condivido: “Cristoterapia è innanzitutto imitazione di Cristo, ma ancor più apertura al lasciarsi abitare dal Mistero della Trinità… Non è quindi né una filosofia, né una tecnica psicoterapeutica, né una semplice pedagogia etica o sociale”.

1970 – La prima volta che ho scritto di Cristo Medico è stato su un rudimentale ciclostilato studentesco che si chiamava “OPZIONI ’70”. Giovanotti del ’68, eravamo colpiti da questo peripatetico Gesù che “se ne andava per città e villaggi, predicando e annunziando il lieto messaggio del regno di Dio. Con lui c’erano i dodici discepoli e alcune donne che egli aveva guarito da malattie e liberato da spiriti maligni. (Lc 8, 1-3).

Riparlarne dopo cinquant’anni è fantastico! Segno che la Parola “non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti” (Francesco). Mi auguro che quanti conoscono la sofferenza fisica o morale, trovino un piccolo aiuto e incoraggiamento a mettersi in cura dal Terapeuta Divino.

Oggi a Messa mi sono concentrato su queste parole della professione di fede: “Credo lo Spirito Santo che è Signore e la vita”: è perché ha, , perché ama. E alla Comunione: “soltanto una parola e io sarò salvato”. Una Parola. Ma terapeutica, che colpisce nel segno come il laser. È questa l’esperienza del discepolo: sperimentare che conteniamo come in un vaso di creta una forza che non viene da noi ma che discende da Dio, che misteriosamente agisce attraverso la Parola interiorizzata che opera per la potenza dello Spirito che la abita.

2019 – Oggi in tutte le salse ci viene detto che la famiglia è malata. Da come gira il mondo parrebbe proprio di sì, ma lo era anche in passato. Non mancano le iniziative sociali e di Pastorale della Famiglia ma spesso sono inadeguate. Le situazioni critiche solitamente finiscono in mano a psicologi, psichiatri o tribunale. E c’è chi si chiude a chiave nel suo dolore. No! Qui vorrei timidamente suggerire la collaudata “ricetta della nonna”, leggermente rivisitata, che può far bene a molti e perfino risparmiare parcelle salate.

Vissuto per tanti anni a Milano, qualcosa di Sant’Ambrogio ho assimilato. Egli, in modo lapidario affermava: CRISTO PER NOI E’ TUTTO. E lo spiegava così alla gente:

Vissuto per tanti anni a Milano, qualcosa di Sant’Ambrogio ho assimilato. Egli, in modo lapidario affermava: CRISTO PER NOI E’ TUTTO. E lo spiegava così alla gente:

  1. Se vuoi curare le ferite, Egli è il medico.

  2. Se sei riarso dalla febbre, Egli è la fontana.

  3. Se sei oppresso dal peccato, Egli è la santità.

  4. Se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza.

  5. e temi la morte, Egli è la vita.

  6. Se desideri il cielo, Egli è la via.

  7. Se fuggi le tenebre, Egli è la luce.

  8. Se cerchi il cibo, Egli è l’alimento.

  9. ma tu chiamaci perché ti seguiamo.

  10. Noi ti seguiamo, Signore Gesù,

  11. Senza di Te nessuno potrà salire.

  12. Tu sei la via, la verità, la vita, il premio.

  13. Accogli i tuoi, sei la via.

  14. Confermali, sei la verità.

  15. Vivificali, sei la vita. (In De Virginitate 16,99)

Il “Gesù medico” richiama una metafora dell’Antico Testamento con la quale si proclama un Dio vicino ai suoi e che se ne prende cura. Gli esempi sono numerosi, perciò mi limito ad alcuni:

a)Io sono il Signore, colui che ti guarisce” (Es. 15,26 – Dt 32,39).

b) Il Signore risana i cuori di quanti sono affranti” ( Sal 147,3).

c)Il Signore curerà le piaghe del suo popolo” (Is 30,26).

In un dei detti di Gesù, lui stesso interpreta il suo compito come un “ministero di guarigione”:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”.

Con una puntualizzazione: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Mt 9, 9-13)

Ed in Matteo c’è anche un preciso mandato: “andate – annunziate – guarite – risuscitate – sanate – scacciate”.

Come si vede, tutti verbi di moto contro il male comune della sedentarietà. San Agostino ai dubbiosi cristiani di Ippona diceva: “il medico c’è ed è nascosto nel tuo cuore; Gesù Dio e uomo, è nel contempo Medico e Medicina” (10,5-15).

E c’è anche il verdetto popolare: Tutti cercavano di ascoltarlo, toccarlo, farsi risanareperché da lui usciva una forza che guariva ogni genere di mali.” (Luca 6,17-19). Poi l’Evangelista indica le “parole terapeutiche”: Beati, beati, beati…(ossi mi congratulo, sono felice per voi); Guai a voi, guai, guai …(non una minaccia ma una pena: ahimè, hai hai hai, come mi dispiace…Vedi LC 6,24-26)).

Luca era medico. Fateci caso: la prima parte del suo Vangelo è una sorta di logoterapia, la “medicina della parola” capace di curare il vero male che è la menzogna, ossia i falsi valori che, storditi come siamo, assimiliamo dai social network e da e tante altre distrazioni.

Investire in Cristoterapia – Questa lunga premessa è per invitare a scoprire il Gesù Terapeuta che può rappresentare una ricchezza spirituale per tutti, a cominciare da coniugi e figli. Perché in ultima analisi, Cristoterapia significa: GUARIRE L’AMORE CON L’AMORE. Le nostre nonne lo facevano pregando in dialetto e magari sproloquiando in latino, ma ci credevano e ottenevano.

Noi, con diplomi, lauree e tanto orgoglio, preferiamo andare sul sicuro: oroscopi, veggenti e cartomanti. L’ho fatto anch’io, lo ammetto, attimi di illusione per sopravvivere in momenti disperati. E c’è chi si chiude in se stesso. No! Soluzione deleteria. Ma c’è anche chi mettere Dio sul banco degli imputati: perché?

Da quando mi hanno aperto gli occhi sento il dovere di parlarne. Ho solo accennato. Serva almeno a suscitare il desiderio di saperne di più. Nel numero precedente s’è parlato di Rosario-terapia. Il Rosario, con i suoi misteri di gaudio, dolore, gioia e luce, non è che Vangelo vivo, lo Spirito del Risorto respirato a pieni polmoni. Vogliamo chiamarlo Ossigenoterapia? Ci sta benissimo. Perché quando manca l’ossigeno si muore. Allora moltiplichiamo gli appuntamenti terapeutici domiciliari dove lo Spirito Santo può cadere improvviso come un fulmine.

Il nostro prontuario terapeutico si chiama Vangelo, ossia Gesù medico in famiglia. Tutti l’abbiamo in casa come Libro. Nel cuore, Lui in persona. Dunque, a portata di mano. Pur essendo così ben attrezzati, sarebbe un vero peccato non farne tesoro. Come in medicina, anche qui saggio è procedere con Terapia d’urto e terapia di mantenimento.

Quando? Avvento e Quaresima stagioni ideali. Risultato? Se da Gesù esce la dinamis, ossia una potenza che guariva tutti, basta allungare una mano e toccarlo. E c’è lei, Maria, la donna attenta ai dettagli che fanno la differenza. Quando viene a mancare la gioia come a Cana, interviene: “Non hanno più vino” (Gv 2,1-12 ). Angelo Nocent

Giornata Mondiale del Malato 2019 – Da UN POPOLO IN CAMMINO N. 233 – Parrocchia dei Santi Nazario e Celso – MONTE CREMASCO – 2019

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MI ALZERO’ E ANDRO’ DA MIO PADRE – Angelo Nocent

   

CARLO MARIA MARTINI
Lettera di presentazione del Sinodo

Ritorno al Padre di tutti

Mi alzerò e andrò da mio padre(Lc 15,18)

Proemio: Breve dialogo in preghiera con Paolo VI

Paolo VI: Che argomento pensi di scegliere per la Lettera pastorale di quest’anno 1998-99? Che cosa intendi proporre per quella che fu per oltre otto anni (1954-1963) la mia carissima Diocesi?

Io: Naturalmente il tema di “Dio Padre”, suggerito dal tuo successore Giovanni Paolo II per il terzo anno preparatorio al Grande Giubileo.

Paolo VI: Ma è proprio quello che io volli per la grande Missione di Milano del 1957, quando ero Arcivescovo! Ci tenevo molto a questo tema. Intendevo così, come ebbi a dire ai preti di Milano il 22 ottobre dello stesso anno, richiamare l’attenzione “sopra i rapporti essenziali e le verità costitutive della nostra religione”, ricercare “le basi delle nostre relazioni con Dio”.

Io: E’ infatti il discorso sui fondamenti che mi sta facendo penare. Temo che ne venga fuori una lettera troppo astratta, troppo concettuale. La trattazione poi si sta allargando a dismisura: Dio come “Padre” è all’origine di tutto, da lui “ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Ef 3,15). Che cosa dunque privilegiare?

Paolo VI: Anch’io mi sentivo preso dall’angoscia nell’affrontare questi temi immensamente più grandi di me. Ma non temere: affidati alla provvidenza del Padre che nutre gli uccelli del cielo e i gigli del campo e che conta i capelli del tuo capo. Ti do un consiglio: lasciati ispirare dalla parabola del “figliol prodigo e del padre misericordioso” che si trova nel vangelo di san Luca. E’ un po’ la parabola dell’umanità moderna che ha smarrito il senso di chi è veramente il padre.

Io: Ah, l’uomo moderno! Tu avevi sempre davanti questo esigente e sfuggente interlocutore. Eppure proprio qui trovo un’altra difficoltà: si dice che la nostra è una “società senza padre” (A. Mitscherlik). Come allora ascolterà un discorso sulla paternità di Dio? Sento già salire un torrente di obiezioni e di critiche…

Paolo VI: “Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose” (Lc 10,41). Abbi fiducia nello Spirito Santo e nell’intelligenza e nel cuore dei tuoi lettori. “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). Tu esprimi ciò che hai dentro, senza turbarti. E non pretendere di dire tutto. Lo Spirito, il Maestro interiore, farà la sua parte, che è la principale.

Ho inoltre fiducia nelle nostre parrocchie ambrosiane. Sono certo che si ritaglieranno, all’inizio dell’anno pastorale, un momento di calma contemplativa per cogliere l’anima della tua lettera.

Io: Ti ringrazio per gli incoraggiamenti. Ne avevo bisogno. Ma intercedi anche tu presso il Padre, in questo centenario della tua nascita e del tuo battesimo (1897) e a vent’anni dalla tua morte (1978), perché mi sia concesso di fare quel poco che posso e che Dio attende da me. E prega per quanti incontreranno queste pagine. Chiedi che sappiano rileggere con me la parabola di Luca per entrare un po’ di più nel cuore del Padre.

La parabola del padre misericordioso

Gesù disse ancora:

“Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.

Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.

Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare.

Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. (Lc 15,11-32)

Introduzione

Quest’anno vi parlo dunque di Dio Padre, Padre di Gesù Cristo e di tutti noi. Il tema ci viene suggerito da Giovanni Paolo II che, dopo averci chiesto nei due anni precedenti di parlare di Gesù (cfr. Parlo al tuo cuore, Lettera pastorale 1997) e dello Spirito santo (cfr. Tre racconti dello Spirito, Lettera pastorale 1998), ci dice ora di dedicare quest’ultimo anno prima del duemila al Padre. E’ anche il tema, come avrete notato sopra nel colloquio con Paolo VI, che questo grande Papa, quando era nostro Arcivescovo, aveva scelto per la grande Missione di Milano.

Può sembrare un discorso scontato per un cristiano, battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, abituato fin da bambino a iniziare il segno della Croce “nel nome del Padre”. Eppure dai sondaggi fatti ho colto una certa resistenza a evocare il nome “padre” per parlare di Dio. C’è nell’aria ancora un senso di rifiuto della figura paterna. Parecchi hanno richiamato esperienze deludenti della paternità umana, che non permetterebbero di applicare con scioltezza tale nome a Colui da cui non vorremmo essere delusi. Altri si sono domandati: perché non parlare di Dio usando il termine “madre”, almeno nella stessa misura rispetto a quello di “padre”?

Questo affollarsi di sentimenti diversi e contraddittori attorno alla figura paterna mi ha convinto che non si tratta di un discorso facile. Sento che occorre scavare nel nostro vissuto e nel nostro contesto culturale per fare un po’ di chiarezza e trovare il modo giusto di dire a Dio: “Padre! Padre mio!“. Chi avrà il coraggio di seguirmi? Chi avrà la forza di non rassegnarsi pigramente alla duplicità e contraddittorietà delle sue reazioni verso Dio, che lo portano, a seconda delle circostanze, ora a voler essere cullato come un bimbo da braccia paterne (o materne), ora a svincolarsi come un adolescente inquieto in cerca di autonomia e di indipendenza?

Riflettendo su queste cose mi rendo conto che non è mai stato ovvio, neanche nel passato, accettare senza problemi una figura paterna. Ce lo diceva già Gesù nella parabola dei due figli, che ho richiamato all’inizio della lettera (Lc 15,11-32): nessuno dei due è stato capace di vivere in verità il suo rapporto con il padre. Tutti e due lo hanno in qualche modo rifiutato. C’è voluto un lungo cammino per incontrare davvero il padre da parte del figlio più giovane, mentre il primo figlio non sappiamo ancora oggi se questo cammino l’abbia percorso. Ma ciò che è chiaro dalla parabola è che Dio è davvero padre (e madre) di tutti; che per tutti è difficile riconoscerlo tale; e che tuttavia nessuno scopre la propria identità senza ritornare al Padre.

La mia lettera tratta quindi anzitutto della fatica a riconoscere il padre, del gusto amaro del rifiuto del padre da parte di ciascuno di noi e della mentalità del nostro tempo, della certezza che la vita ha senso solo quando viene vista come grande ritorno al Padre: “Andiamo verso il Padre!“. E’ la prima parte.

Nella seconda (“Ascoltiamo la rivelazione del Padre!“) vedremo come Dio stesso ci ha indicato le vie del pellegrinaggio verso di Lui e come ci ha aperto la strada.

Nella terza parte (“Incontriamoci nel Padre di tutti!“) diremo che cosa significa questo cammino per tutti noi, compagni di viaggio, preoccupati spesso delle nostre diversità (confessionali, religiose, razziali, sociali) però in realtà tutti pellegrini verso un’unica meta.

Che cosa mi aspetto dalla lettera? Anzitutto che sia letta come aiuto per un pellegrinaggio; che non ci si spaventi di un esordio austero; che alla fine si giunga a dire “Padre” un po’ come lo diceva Gesù, con le parole e i gesti di una riscoperta fraternità davanti all’unico Padre.

Intravedo due possibili categorie di pellegrini svogliati in questo cammino verso il Padre: alcuni credenti che dicono: “Io so già bene chi è il Padre mio che è nei cieli e questa lettera non mi dirà niente di nuovo”; e alcuni non credenti che pensano: “Sono le solite cose e non mi interessano”. In realtà queste resistenze sono entrambe in chiunque ora sta leggendo e anche un po’ in me che scrivo. C’è in noi un po’ del primo e un po’ del secondo figlio della parabola: crediamo di conoscere il Padre ma in realtà non lo conosciamo se non molto alla lontana. C’è dunque una scoperta da fare. Mi piacerebbe che ciascuno potesse farla, cominciando da me: naturalmente grazie soprattutto al “Maestro interiore”, come mi ha ricordato sopra Papa Montini. Lo so che è un cammino un po’ difficile. Tuttavia senza di esso temo che “l’anno del Padre” si risolverà in un cumulo di pie affermazioni senza vero cambiamento del cuore. E che senso avrebbe celebrare così un Giubileo? ricordare i duemila anni dalla nascita di Gesù senza compiere lo sforzo di penetrare nel mistero della sua figliolanza divina e della nostra partecipazione alla sua vita?.

Andiamo verso il Padre!

1. I cammini dell’inquietudine personaleMi alzerò e andrò da mio Padre” (Lc 15,18)

Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte. Eppure tutti, senza distinzione, siamo incamminati in un viaggio, breve o lungo, che inesorabilmente ci porta verso di essa. Vivere è anche convivere con l’idea che tutto prima o poi finirà. V’è chi si consola pensando che quando ci sarà la morte noi non ci saremo più e che finché ci siamo essa non c’è. Ma si tratta di una consolazione fragile. In realtà la morte incombe su ogni istante della nostra vita, incombe nella forma della domanda: che sarà di me dopo la morte? che senso ha per me la vita? dove vado con tutto il bagaglio dei miei sforzi, delle mie pene, delle mie magre consolazioni?

In tali domande la morte appare come una sfida radicale al pensare umano, una sfida da cui nasce una riflessione seria. E’ come una sentinella che fa la guardia al mistero. E’ come la roccia dura che ci impedisce di affondare nella superficialità. E’ un segnale a cui non si sfugge e che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena di vivere. E’ il “vallo estremo” (E. Montale) da cui ci viene, come un contraccolpo, il bisogno di lottare contro l’apparente trionfo della morte e un’esigenza profonda di cercare il senso della vita, di giustificare la fatica dei giorni.

Sento che alcuni leggendo queste parole saranno tentati di rifiutarle: perché cominciare con un argomento così serio e troppo poco pervaso dalla speranza delle Scritture? Eppure non ho fatto altro che richiamare la vicenda narrata da Gesù nella parabola dei due figli. E’ quando il minore, che ha voluto andarsene da casa e ha sperperato i suoi beni, si trova a toccare il fondo (“avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”, Lc 15,16) che, quasi per contraccolpo, si ricorda che c’è una casa del padre, dove anche i servi hanno vita, dignità e “pane in abbondanza” (Lc 15,17). L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una perdita grave ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto.

Il Padre è in questo senso – se si vuole un senso ancora laico e mondano – l’immagine di qualcuno a cui affidarci senza riserve, il porto dove far riposare le nostre stanchezze, sicuri di non essere respinti. La sua figura ha al tempo stesso tratti paterni e materni: se ne può parlare come del Padre nelle cui braccia si è sicuri e come della Madre a cui ancorare la vita che da essa riconosciamo. E’ pertanto evocazione dell’origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore. Il bisogno del Padre è quindi equiparabile al bisogno di un riferimento e di un rifugio paterno e materno e può essere espresso indifferentemente con metafore maschili e femminili.

In questa luce la parola del figlio prodigo “Mi alzerò e andrò da mio padre” esprime l’esigenza di un’origine in cui riconoscersi, di una compagnia da cui sentirsi amati e perdonati, di una meta verso cui tendere. L’angoscia radicale dell’essere destinati alla morte, quasi “gettati” verso di essa e la nostalgia del Padre-Madre a cui gridare perché ci salvi, sono due aspetti di uno stesso processo che si compie nel nostro cuore, anche quando non assume toni drammatici ma si consuma nelle piccole speranze e ansietà di ogni giorno. In quanto siamo tutti segnati più o meno dall’angoscia, siamo tutti pellegrini verso il Padre, abitati dalla nostalgia della casa materna e paterna, in cui ritrovarci con la certezza di essere comunque capiti e accolti.

Se le cose stanno così, perché allora in tanti è presente un rifiuto perfino viscerale della figura paterna? Perché il Padre-Madre delle nostre origini è al tempo stesso per molti l’avversario da combattere, la controparte da cui emanciparsi e fuggire? Perché il figlio più giovane della parabola vuole “andarsene lontano” dalla casa paterna e dal padre?

Le ragioni del prodigo per andare via di casa sono le stesse per le quali è stata coniata l’espressione “uccisione del padre”. Essa denota l’impulso che c’è in noi di chiedere conto e ragione, a chi pensiamo che in qualche modo stia sopra di noi, di ciò che ci spetta, per essere finalmente padroni di noi stessi e del nostro destino, per fare di noi “ciò che ci piace”. Ma per questo occorre cancellare in qualche modo la figura del padre, fare come se non ci fosse mai stato, in qualche modo sopprimerlo. Una voce fra tante testimonia tale rifiuto: “La sensazione di nullità che spesso mi domina – scrive Franz Kafka nella sua Lettera al Padre nel novembre 1919 – ha origine in gran parte dalla tua influenza… Io potevo gustare quanto tu ci davi solo a prezzo di vergogna, fatica, debolezza e senso di colpa. Insomma potevo esserti riconoscente come lo è un mendicante, non con i fatti. Il primo risultato visibile di questa educazione fu quello di farmi rifuggire tutto quanto, sia pur alla lontana, mi ricordasse di te” (Milano 1996, pp. 14 e 32-33).

Il rifiuto del padre di non pochi nostri contemporanei ci deve rendere guardinghi riguardo a un uso troppo facile dell’immagine paterna (e in certa misura anche di quella materna) per parlare di Dio. Quando parliamo di un “ritorno al Padre” non vogliamo intendere una sorta di regressione alla dipendenza infantile, né tanto meno rievocare conflittualità profonde che hanno segnato alcune personalità. Il Padre-Madre di cui parliamo qui è metafora dell’Altro misterioso e ultimo, a cui affidarci senza paura, nella certezza di essere accolti, purificati e perdonati. Questo riflesso del volto di un Padre-Madre capace di amarci senza riserve è stato vissuto da molti di noi in esperienze felici di relazioni paterne e materne. E pure chi ha avuto solo in parte queste esperienze, chi ha avuto addirittura esperienze negative, ha nel cuore, forse ancora più forte, la nostalgia del totalmente Altro a cui abbandonarsi.

Questo Altro che si offre a tutti come Padre-Madre nell’amore, come “Tu” di misericordia e di fedeltà, è quello che ci è stato rivelato in Gesù Cristo. Non è una pura aspirazione, un auspicio, un vano sospiro interiore: è una realtà che ci è stata manifestata, a cui possiamo appoggiarci come a roccia che non crolla, come a braccia che tengono stretti, come a cuore che palpita per noi. Ne parleremo nella seconda parte della lettera.

Rimane certamente legittimo (e di qui siamo partiti) portare all’incontro con la Parola rivelante di Dio le nostre angosce, debolezze e paure, con il carico di speranza umana e di attesa di un Altro che comportano. La rivelazione di Dio Padre incrocia le nostre ansie e le nostre attese; però non deriva da esse, è prima di esse, ha una sua verità storica incontrovertibile. Provvidenzialmente ci viene incontro e dà senso a quel ritorno, a quella riscoperta del Padre che è il cammino di ogni uomo e donna sulla terra.

2. I cammini inquieti di un’epoca: il secolarismo e la società senza padri

Il processo di emancipazione dei singoli dalla figura del padre, a cui abbiamo finora soltanto accennato, si è realizzato anche a livello collettivo, di mentalità corrente, negli ultimi secoli della nostra storia, e ha dato origine all’attuale secolarismo. La vicenda è nota: l’Illuminismo del secolo decimottavo ha voluto introdurre un’età della ragione adulta, padrona di sé e del destino del mondo, dove ognuno potesse gestirsi da se stesso e ordinare la vita secondo il proprio calcolo e progetto.

Quest’ambizione dell’epoca moderna – che ha ispirato le grandi rivoluzioni – ha mostrato sempre più la sua profonda ambiguità. Da una parte la pretesa della ragione adulta di spiegare tutto ha prodotto le grandi ideologie massificatrici; con la conseguenza di eliminare con la forza tutto ciò che apparisse diverso (nel credo, nella condizione sociale, nella razza, nella nazione: di qui i regimi polizieschi, i campi di sterminio, le pulizie etniche ecc.). Dall’altra, quasi per rivalsa, dalla negazione programmatica della dipendenza da Qualcuno più alto si è passati alla ricerca di idoli, cioè di meschini “sostituti del padre”, che hanno assunto il volto del capo carismatico, del partito-guida, dell’idea di progresso ecc.

E’ un processo che ha avuto un drammatico risvolto nella negazione esplicita di Dio, inteso come Padre e Signore ; così si è sviluppato un ateismo programmatico, l’altra faccia di uno sforzo di emancipazione totale. Di conseguenza la “morte di Dio” è sembrata condizione necessaria per la vita e la gloria dell’uomo. Ci si è voluti liberare da un Dio inteso come arbitro dispotico o controparte indifferente o inerte.

E’ emerso presto il prezzo tragico di queste pretese della ragione moderna. Due interpreti della nostra epoca iniziano un loro saggio con le seguenti parole: “L’Illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura” (Max Horkheimer – Th. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Torino 1966, p. 11). L’ideologia ha travolto se stessa nel fumo dei forni crematori e nei genocidi del nostro Novecento. La società senza padri, prodotta dalle ambizioni totalitarie della ragione, si è risolta in una folla di solitudini. La cosiddetta “crisi delle ideologie” e il sorgere del “pensiero debole”, che caratterizzano la fine del millennio, nascono dall’ esperienza del fallimento delle pretese della ragione adulta.

Che cosa significa ciò in concreto? Che cadono gli orizzonti forti di senso, si diffonde una reazione di rifiuto delle certezze ideologiche, si profila un senso di disagio e di spaesamento. Una condizione di “naufragio con spettatore” (H. Blumenberg) sembra caratterizzare il tempo della fine dei blocchi ideologici contrapposti. L’indifferenza, la mancanza di passione per la verità, l’incapacità a sperare in grande, spinge molti a chiudersi nel corto orizzonte dei propri interessi o degli interessi di gruppo. La frammentazione prende il posto dei sistemi totali. L’arcipelago subentra alla massificazione forzata delle ideologie. Emerge il “pensiero debole”, timoroso di qualunque verità.

Che ne è della figura del padre in questa condizione post-moderna? Se l’ideologia aveva voluto liberare gli uomini dalla dipendenza dal padre per renderli adulti ed emancipati, il “pensiero debole” che le succede non ricupera la figura dell’Altro cui affidarsi. La fine della “società senza padri” non equivale a un ritorno alla figura del padre: anzi, il relativismo, che si diffonde come conseguenza dell’abbandono delle certezze ideologiche, sembra rendere gli uomini ancora più chiusi in se stessi e più soli. L’indifferenza ai valori, mascherata spesso sotto l’arrivismo e la frenesia di una esistenza spesa per l’effimero, compie un passo ancora più radicale dell’”uccisione del padre” operata dalla ragione illuminista: il padre non è più figura di un avversario da combattere o di un despota da cui liberarsi, ma è figura priva di ogni interesse o attrattiva. Ignorare il padre è in fondo più tragico che combatterlo per emanciparsi da lui.

Il relativismo e l’indifferenza si riflettono così anche sull’esperienza di Dio come Padre: il “pensiero debole” non nega Dio, non sente il bisogno di farlo, ma svuota di ogni significato e di ogni attrattiva il trascendente. Al massimo, Dio diventa un “ornamento” (G. Vattimo), una figura che si concilia con la debolezza etica e con la condizione di continua caduta nel non senso: è un Dio senza forza, specchio di un uomo decadente e rinunciatario. Si convive con Lui come con uno dei tanti feticci dell’esistenza, senza lasciarsi in nulla segnare o trasformare da Lui: è la condizione che la parabola della misericordia del Padre (Lc 15,11-32) esprime attraverso la figura del figlio maggiore, quello restato a casa che, dopo tanti anni di convivenza col padre, è incapace di comprenderne la logica di amore e di perdono. Prigioniero della sua solitudine e schiavo dei suoi interessi (“non mi hai dato mai un capretto!“, Lc 15,29), il figlio maggiore non è meno lontano dal padre del figlio andato via di casa: la vicinanza fisica non è vicinanza del cuore. Si può abitare nella casa del padre e ignorarlo coi fatti. Si può ritornare a parlare di Dio, ma non incontrarLo e non farne alcuna esperienza profonda e vivificante.

Ho tentato fin qui di dare una caratterizzazione conseguente di quel “rifiuto del padre” che è effetto del secolarismo e del pensiero debole. Ma che cosa vediamo noi di tutto ciò nella gente in cui ci imbattiamo ogni giorno? Certo non incontriamo spesso questo quadro vissuto in maniera logica e organizzata. La gente comune vive, senza accorgersene, in diversi mondi culturali. In parte percepisce nel profondo il senso di una paternità dall’alto e recita con fiducia, almeno in certi momenti, il Padre nostro. In parte condivide nell’inconscio le diffidenze della cultura moderna verso il padre e vorrebbe emanciparsi da un Dio che sente come Padre-padrone. E recepisce pure gli influssi dello smarrimento della postmodernità, che si esprimono non tanto a livello di sistema logico, bensì in un senso di indifferenza generale, di apatia, di sfiducia verso una verità più alta, di arrembaggio a ciò che è effimero. E’ questo ultimo aspetto che spiega la lontananza dalla Chiesa di molte persone di mezza età e tanta indifferenza e smarrimento tra i giovani.

Ma vorrei che chi legge facesse un passo oltre. Entrasse cioè in se stesso e rileggesse le coordinate che abbiamo richiamato come parte del suo vissuto e non solo come parte della storia e della cultura degli ultimi tre secoli. Ce lo chiede la parabola dei due figli di Lc 15: entrare nei personaggi dicendo a noi stessi “Tu sei quell’uomo!” (cfr. 2 Sam 12,7). E’ solo sperimentando in noi stessi i rigurgiti del nostro tempo, prendendone coscienza nel bene e nel male, che noi non guarderemo più soltanto dal di fuori tutti coloro che fanno fatica nella fede e nella pratica cristiana, non li sentiremo più lontani da noi, magari con un senso di disagio e di dispetto, ma li riterremo compagni di cammino, parte della nostra storia, specchio del nostro intimo, e diremo a noi e a loro le parole vere che lo Spirito ci dice dentro. Lo Spirito di Gesù grida infatti “Abbà, Padre” anche in noi uomini e donne del postmoderno indifferente e distratto. Chi sa discernere la voce dello Spirito è chiamato ad aiutare altri a percepire questa stessa voce, perché grida ancora oggi nel cuore di ciascuno.

3. La vita come pellegrinaggio verso il Padre

Come facilitare la percezione del dello Spirito? Come riscoprire il volto del Padre quale volto vero, attraente? come restituire alla nostra epoca il gusto del riferimento ultimo, misterioso e amoroso, grembo originario in cui muoversi e agire, capace di dare senso alla vita?

La duplice analisi che ho abbozzato – quella che dall’angoscia dell’esistenza singola muove verso il Padre-Madre nell’amore e quella che legge l’avvento del secolarismo come rifiuto della figura del padre e caduta nell’indifferenza – mostra l’inevitabilità della scelta. Lì dove l’uomo si chiude in se stesso o pretende di abbracciare l’intero universo nel corto orizzonte dei suoi progetti, trionfano l’angoscia, il non senso, la solitudine. Lì dove la persona accetta di mettersi in ricerca e di aprirsi a un orizzonte più grande, la figura di un Padre ci viene incontro e ci chiama.

Siamo dunque invitati a guardare alla vita e alla storia come a un pellegrinaggio verso il Padre: non si vive per la morte, ma per la vita, e questo approdo finale è legato a Qualcuno che ci viene incontro e garantisce il nostro avvenire come patto d’alleanza con Lui. Dove ci si apre all’Altro, che ci visita e ci fa uscire dalle nostre paure e dai nostri egoismi per vivere per gli altri e con loro, nascono patti di pace, incontri nuovi, dialoghi altrimenti ritenuti impossibili. L’esistenza è cammino verso una patria promessa, che ci viene incontro come il Mistero santo a cui affidarci e dal quale lasciarci raggiungere e salvare.

La figura del Padre-Madre nell’amore appare qui in tutta la sua novità rispetto alle immagini false che tante volte abbiamo potuto farcene: essa non fa concorrenza all’uomo, alla sua libertà, al suo progetto emancipatorio. Il padre despota da cui liberarsi è un’immagine che spesso è stata trasferita su Dio: essa va giustamente rifiutata, non in nome tuttavia di una pretesa emancipazione assoluta che – come è avvenuto nei sistemi ideologici – reintroduca dalla finestra quello che è stato cacciato dalla porta, riempiendo la vita e la storia di nuove dipendenze, peggiori delle precedenti. Occorre ritornare al Padre che ci fa liberi e ci chiama a libertà, a quella figura che ci provoca a essere noi stessi, a costruire con responsabilità il nostro avvenire e che lo edifica con noi. Si tratta insomma di pensare al Padre secondo l’immagine che ne dà la parabola della misericordia: rispettoso della libertà del figlio minore fino a soffrire d’amore e d’attesa; speranzoso nel ritorno dello stesso figlio e felice di questo ritorno sospirato e desiderato, senza tuttavia mai averne intralciato le decisioni; pronto al perdono e alla vita nuova senza recriminazioni o rimpianti.

A questo punto, al termine della prima parte della lettera che ha voluto mettere a fuoco la fatica della nostra epoca a parlare di Dio come “padre”, si potrebbe aprire una riflessione sul tema della paternità e maternità umana, in particolare sui modi sbagliati di essere padre e madre.

Se infatti la conoscenza di Dio come Padre non è una proiezione dell’esperienza che abbiamo di chiamare qualcuno sulla terra “padre” e “madre”, bensì una rivelazione dall’alto, come vedremo più ampiamente nella seconda parte, nondimeno ogni cattiva prova fatta in questo campo nel seno della famiglia rischia di oscurare l’immagine paterna di Dio caricandola delle amarezze ed esperienze mancate che segnano l’infanzia e l’adolescenza di molti. Lo stesso si potrebbe dire per ogni altra forma di rapporto che risponda in qualche modo al nome di “paternità”: quella pastorale, ad esempio, nella relazione pastore-fedeli, o quella spirituale nell’accompagnamento dei cammini di fede e di discernimento.

Sarebbe quindi possibile, a partire da quanto detto, delineare una tipologia di paternità e maternità distorte, come pure rilevare, nel mistero della paternità di Dio, le linee guida per il loro superamento.Si tratta insomma di ripensare il rapporto genitoriale nella famiglia (e tutti i rapporti analoghi) alla luce del misterioso rapporto di paternità e di figliolanza tra Dio e l’uomo. Si pensi ad esempio a quanto nella società di oggi il “padre misericordioso” venga confuso con il padre dalle concessioni facili, che non sa insegnare ai figli a portare i pesi della vita. O al contrario come il richiamo all’autorità paterna venga bistrattato nella formula del padre-padrone.

Mi basti aver accennato a questo tema, che potremo riprendere in seguito durante l’anno. E’ importante ora ritornare alla sostanza della parabola evangelica del “padre misericordioso”, che ci insegna il giusto atteggiamento di ritorno al Padre di tutti.

Mi alzerò e andrò da mio padre”: è su tale decisione di farci pellegrini e di andare incontro all’abbraccio dell’Altro accogliente che si gioca il cammino di liberazione della nostra vita e il superamento della crisi del secolarismo.

Alzarsi, andare vuol dire non lasciarsi prendere dalla nostalgia di un passato esistente solo nella nostra mente, né dalla seduzione di un presente in cui restar fermi nelle nostre piccole sicurezze o nel lamento sui nostri fallimenti.

Alzarsi, andare vuol dire accettare di essere sempre in ricerca, in ascolto dell’Altro, protesi verso l’incontro che ci sorprende e ci cambia, desiderosi finalmente di “obbedire” in maniera adulta (cfr. Mt 21,28-31 – la parabola dei due figli).

Alzarsi, andare vuol dire ricominciare a vivere di speranze, nella speranza. “Siamo dei poveri mendicanti, questa è la verità”: la frase – attribuita a Lutero morente – è non solo la confessione onesta del limite sperimentato, ma anche la dichiarazione di un progetto di vita che cerca fuori di sé, nell’Altro, nel Padre-Madre nell’amore il senso della vita e della storia. Andiamo insieme allora verso il Padre ad ascoltare la Parola in cui Lui stesso si è raccontato a noi.

II.

Ascoltiamo la rivelazione del Padre

4. Il Padre d’Israele

La parabola del ritorno del figlio di Lc 15 ci presenta un volto di Dio che è in profonda continuità con il Dio della fede d’Israele.

Il motivo del “ritorno” è quello che soggiace alla parola ebraica shuv, che esprime appunto la “conversione”, il cambiamento del cuore e della vita, con l’immagine del “tornare”, rifare a ritroso un cammino sbagliato.

Il padre della parabola, poi, raccoglie in sé i caratteri più originali del Dio della fede ebraica: è umile, perché rispetta le decisioni del figlio anche a costo del proprio dolore. Il Dio d’Israele ama così il suo popolo e ne rispetta le scelte fino a “contrarsi” per far spazio alla libertà della Sua creatura amata.

L’umiltà divina si congiunge alla sofferenza d’amore di questo padre: anche il Dio della promessa non resta mai indifferente di fronte ai comportamenti del suo popolo e soffre per la sua infedeltà. Il suo amore non è solo espresso dalla parola hesed, che dice l’amore forte, tenace, fedele nelle prove, ma pure dal termine rachamim, che dice l’amore materno, viscerale verso i propri figli. “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,14-16).

Rileggendo la parabola sembra quasi di cogliere tra le righe che il ritorno del figlio è in qualche modo “necessario” al padre perché egli sia tale. Come potrebbe vivere senza il figlio, lui che passa tutto il giorno a scrutare l’orizzonte per essere pronto a balzare incontro a colui che ritorna (cfr. Lc 15,20)? In ogni caso l’amore di Dio per noi è così grande che egli ha scelto di non essere più se stesso se non con noi: il nome che Dio si è attribuito è per sempre “Dio-con-noi” (cfr. Mt 1,23; Apoc 21,3).

Il Padre d’Israele è anche Madre: è l’Altro a cui perdutamente affidarsi, il Dio fedele alla promessa d’amore, la roccia su cui edificare la vita sapendo di non restare delusi. Scrive Giovanni Paolo II nella Enciclica Dives in misericordia: “L’Antico Testamento proclama la misericordia del Signore mediante molti termini di significato affine; essi sono differenziati nel loro contenuto particolare, ma tendono, si potrebbe dire, da vari lati a un unico contenuto fondamentale, per esprimere la sua ricchezza trascendentale e, al tempo stesso, per avvicinarla all’uomo sotto aspetti diversi” (n. 4). E nella nota aggiunge: “In tal modo ereditiamo dall’Antico Testamento – quasi in una sintesi speciale – non soltanto la ricchezza delle espressioni usate da quei Libri per definire la misericordia divina, ma anche una specifica, ovviamente antropomorfica ‘psicologia’ di Dio: la trepidante immagine del suo amore, che a contatto con il male e, in particolare, con il peccato dell’uomo e del popolo, si manifesta come misericordia” (nota 52).

Questo Padre umile, compassionevole, capace di sofferenza d’amore, è anche ricco di speranza e largo nel perdono: egli attende alla finestra il ritorno del figlio e non esita ad andare incontro a tutti e due i figli, per accoglierli nella festa del suo amore. Un Padre che esce da sé, si proietta verso la sua creatura, si fa pellegrino e mendicante di amore. Quando il figlio maggiore, arrabbiato, si rifiuta di prender parte al banchetto, “il padre allora uscì a pregarlo” (Lc 15,28). Un uomo che partecipa alla storia dei suoi figli con una passione che è tanto rispettosa, quanto autentica e profonda, è un Padre che rende liberi e vuole far partecipare tutti della festa. La Sua gioia è dovuta al fatto che questo figlio “era morto ed è tornato alla vita”, ossia ha ritrovato se stesso e la verità della sua esistenza, “era perduto ed è stato ritrovato”, è tornato cioè alla casa paterna.

Così il Dio d’Israele ama il popolo eletto: lo ama di un amore appassionato, che lo rende partecipe delle sue gioie e dei suoi dolori, e gli fa desiderare anzitutto il bene dell’amato, che è pure, subordinatamente, la festa del suo cuore paterno. “Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo. Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele?… Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,7-8).

Che cosa ci dice tutto ciò? Anzitutto che anche per noi cristiani il primo specchio in cui imparare a leggere il vero volto del Padre è la Bibbia degli ebrei, quella che la nostra Chiesa ha ricevuto con umiltà e gratitudine come suo primo libro sacro. Pregando e meditando con la Bibbia cammineremo verso il Padre di tutti.

In secondo luogo ci dice che dobbiamo sentire un immenso dolore per le tragedie storiche che si sono abbattute sul popolo ebraico, tanto amato dal Padre, fino al tentativo di distruzione totale (la Shoah) nell’ultima guerra mondiale e confessare umilmente le nostre complicità ripudiando ogni forma di antisemitismo (cfr. il documento della Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo dal titolo Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, 1998).

In terzo luogo, che dobbiamo leggere nella storia del popolo ebraico la continua presenza misteriosa del volto di Dio e ciò fino a oggi e in futuro: perché Dio ama ancora oggi come al principio questi suoi figli nella fedeltà all’Alleanza con essi mai revocata, per mezzo di loro fa lodare il suo Nome in ogni parte della terra, a loro ancora oggi rivolge la sua chiamata. Anche se non tutti hanno già risposto così come a noi è stato dato, c’è in tale attesa un mistero che il tempo futuro rivelerà. Con loro anche noi attendiamo i momenti dello svelamento dei cuori.

In quarto luogo, che siamo chiamati da Gesù a contemplare in questo Padre di Israele il Padre suo, il Padre dell’umanità, colui che ci vuole figli nel Figlio.

5. Abbà: il Padre di Gesù

C’è tra la fede d’Israele e ciò che Gesù ci rivela del Padre una differenza decisiva: che lui, il Nazareno, è il Figlio eterno, che ci fa una cosa sola con sé e ci insegna a essere figli. Nessuno può essere davvero “figlio” se non in lui. Ogni “rifiuto del Padre” non sarà superato pienamente che entrando in lui. Gesù infatti ci fa partecipi della sua stessa condizione filiale: perciò ci mette sulla bocca il Padre nostro, la preghiera dei figli, e ci dà il suo Spirito che in noi grida la parola che più di ogni altra esprime l’amore filiale: “Abbà, Padre!” (cfr. Rom 8,15 e Gal 4,6). La percezione che il cristiano ha del mistero del Padre non è esprimibile a parole, ma affonda nella percezione che ne ha Gesù Cristo Figlio, ed è affidata alla grazia dello Spirito santo. Questo mistero del Padre va dunque al di là di ogni pensiero e concetto, non è contenibile in parole, è sempre “oltre”. Quanto ci è dato di coglierne parte però sempre dalla parola di Gesù: Abbà!

Gesù pronuncia tale parola anche durante la sua agonia, mentre è prossima la consegna suprema che farà di sé nell’ora della Croce: “Giunsero intanto a un podere chiamato Gethsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”” (Mc 14,32-36).

Nella sua dolorosissima agonia Gesù ci insegna a essere figli: lo fa anzitutto assumendo su di sé l’angoscia che il cuore umano prova davanti alla morte. Gesù non ritorce questa angoscia contro il Padre, quasi facendogli colpa di avergli dato quella vita che ora precipita verso il baratro. Il Padre non è la controparte verso cui lanciare il rancore del rifiuto ; è, invece, il confidente a cui rivolgere l’invocazione estrema, fidandosi senza riserve del suo disegno, per quanto oscuro e misterioso. La parola della confidenza e della tenerezza, l’appellativo “Abbà” che l’ebreo usava nella quotidianità di un rapporto di affidamento al proprio padre terreno, diventa l’espressione dell’esperienza filiale che Gesù vive e di cui ci rende partecipi al di là di ogni nostra possibilità.

Egli si fida di Dio anche nell’ora dell’apparente abbandono da parte di Dio: rimette la sua anima nelle mani del Padre anche nel momento in cui il buio copre tutta la terra e il velo del tempio si squarcia nel mezzo: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). Il fatto che tali parole siano una citazione del Salmo 31,6 evidenzia ancora una volta la continuità fra la figura del Padre cui Gesù si rivolge e il Padre della fede d’Israele, ma al tempo stesso il fatto che a pronunciarle sia lui, il Figlio unico fatto uomo, dà loro un sapore e una potenza nuovi.

Grazie al Figlio noi pure possiamo far nostre quelle parole e trasformare l’angoscia in abbandono, la rivolta in affidamento liberatore. Gesù ha abitato il buio dell’angoscia e l’oscurità della morte perché noi potessimo vivere la vita e la morte nell’abbandono al Dio fedele. Il Padre che sembra abbandonarci come ha fatto col Figlio – “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34) – accoglie in realtà il nostro abbandono, come ha accolto quello del Crocifisso morente, consegnato per noi.

La buona novella che la Croce annuncia è che il Figlio ha condiviso fino in fondo il nostro essere mortali, deboli, angosciati e che ora noi siamo figli nel Figlio, abbiamo un Padre che è nei cieli e che non lascia mai di amare con tenerezza fedele i suoi figli pellegrini verso di Lui.

La scoperta pratica di Dio come Padre avviene quindi per noi in Gesù Cristo: solo lui lo rivela in pienezza. Tale scoperta ci porta a pensare e sentire Dio non solo come altissimo dominatore e Signore ma insieme come accogliente, benevolo, attento a ogni più piccolo mio passo, accessibile, provvidente, perdonante. La menzione Padre non toglie infatti il senso degli altri nomi come Dio e Signore con tutto ciò che essi significano di potenza creatrice, di fondamento primo e fine ultimo di tutto ; piuttosto dà a tali attributi la connotazione di benevolenza, premura, perdono, perseveranza nell’amore ecc.

6. Il Padre dei discepoli, il “Padre nostro”

Siamo dunque “figli nel Figlio” e così possiamo pregare Dio come Padre: “Quando pregate dite: Padre (Lc 11,2).

A questo punto sarebbe bello spiegare la preghiera del Padre nostro, anche come preparazione alla consegna che ne sarà fatta a tutte le famiglie durante le visite natalizie (cfr. Lavorare insieme 1998/99, p. 8). E’ però in programma un sussidio apposito (ivi p. 9) e ne riparlerò io stesso nelle catechesi quaresimali (ivi, p. 11). Mi limito qui a tre accenni: a. alle parole della preghiera; b. in particolare alla richiesta di perdono; c. al riflesso di questa preghiera sull’esperienza della paternità umana.

a. Insegnando ai suoi discepoli a pregare, Gesù ha rivelato quanto profondamente li abbia fatti partecipi della sua condizione filiale. Anche se distingue fra sé e i suoi – “Voi dunque pregate così” (Mt 6,9) -, Gesù ha dato loro come Padre il suo stesso Padre e li ha colmati dello Spirito che in loro grida la parola del Figlio, Abbà. Con questo spirito di figli noi diciamo tutte le parole del Padre nostro e questa preghiera a sua volta ci rivela la nostra condizione di figli nel Figlio.

Questo Padre è “nei cieli“: diverso da ogni altro padre sulla terra (cfr. Mt 23,9), è origine prima e amorosa di tutto e ci attende per un abbraccio senza fine nella pienezza della vita.

Sullo sfondo del linguaggio semitico (“passivo divino“), le prime tre invocazioni del Padre nostro chiedono che sia Dio stesso ad agire (così “sia santificato il tuo Nome” vuol dire “santifica tu il tuo Nome in mezzo a noi”!). I discepoli sono quindi tali non per loro merito e loro forza, bensì perché raggiunti da questo dono gratuito, per il quale in essi viene santificato il Nome di Dio, si compie l’avvento del Suo Regno, è realizzata la Sua volontà sulla terra. In tal senso, come ci fa capire san Giovanni, ciascuno dei discepoli, prima di essere colui che ama, è “l’amato”: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10).

Sentendoci così amati, possiamo pregare: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, nutrici cioè e sostienici nella quotidianità dei nostri bisogni vitali, spirituali e corporei, accogliendoci come siamo, con tutte le nostre fragilità. “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”: perdonaci per le nostre colpe e rendici capaci di perdonare chi ci ha offeso, stabilendo con tutti relazioni fraterne fondate nella gioia della relazione filiale con Te. “E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”: fa’ che non vinca mai su di noi il Satana, l’avversario che cerca di separarci da Te, ma sostienici nell’ora della prova perché con il Figlio eterno possiamo invocarTi quale “Abbà” di tenerezza e di fedeltà ed essere pronti a fare non la nostra volontà, ma la Tua.

b. La domanda “rimetti a noi i nostri debiti” dovrà essere particolarmente approfondita nel corso del 1999. Il Papa ha voluto infatti, per il terzo anno preparatorio al Giubileo, un particolare impegno di conversione e di riconciliazione e in questo contesto ha auspicato una riscoperta del sacramento della penitenza. Le Diocesi lombarde hanno perciò pubblicato un sussidio Cammino di conversione e sacramento della riconciliazione: Indicazioni pastorali e mappa delle chiese penitenziali (1998). Lasciamo alla meditazione del testo il compito di approfondire ulteriormente questo aspetto dell’anno pregiubilare. Al tema “Padre, perdona i nostri peccati” sarà dedicata in particolare la nostra Quaresima 1999: cfr. Lavorare insieme 1998/99, pp. 9-13.

Ma la domanda per la remissione dei peccati è legata al perdono fraterno: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Gesù parla di perdonare “fino a settanta volte sette” (Mt 18,22). A chi perdonare? A tutti coloro da cui pensiamo di aver ricevuto qualche torto, un trattamento ingiusto. A tutti coloro che ci hanno deluso, che non ci hanno dato quell’amore, quell’attenzione, quell’ascolto che ci saremmo attesi. Ci sono dentro di noi tante piccole ferite e amarezze: è necessario medicarle con l’olio e il balsamo di un continuo sincero perdono. Tutto ciò ci farà stare meglio, pure in salute, e ci farà gustare profondamente il perdono del Padre non solo per tutte le nostre colpe, ma anche per le nostre inadeguatezze, per tutto ciò che abbiamo negato a Dio e che egli poteva aspettarsi da noi in fiducia e amore, per tutti i nostri incalcolabili peccati di omissione.

Nella luce della rivelazione del Padre espressa dalla preghiera del Padre nostro, la vita del discepolo è dunque – come qualunque altra esistenza umana – un pellegrinaggio, ma si caratterizza come pellegrinaggio del ritorno a casa, della conversione all’amore che perdona e sana le ferite dell’anima e le lacerazioni della storia. Il discepolo vive in costante conversione, rapito verso una sempre più profonda esperienza dell’essere amato da Dio Padre nel Figlio Gesù. Docile all’azione dello Spirito, entra sempre più profondamente in Dio, nascosto con Cristo nel cuore paterno (cfr. Col 3,3): qui sta la sua gioia, la sua libertà, la sua pace, qui attinge la forza di essere creatura nuova e di irradiare la novità di vita in tutto il suo essere.

Chiediamoci: quando preghiamo il Padre nostro sperimentiamo qualcosa di questa pace, di questa gioia, di questa pienezza? Perché non provare qualche volta a dire il Padre nostro non nello spazio di un minuto, bensì impiegandoci un quarto d’ora, mezz’ora, gustando e assaporando le singole parole? Perché non provare, come faceva santa Teresa d’Avila, a restare anche più a lungo sulla sola parola Padre? I silenzi ci diranno assai più di tante parole.

Ci insegneranno qualcosa di tale preghiera silenziosa e prolungata anche i numerosissimi giovani europei che vivranno a Milano, nel tempo dopo Natale, la “preghiera di Taizé” (cfr. Lavorare insieme 1998/99, p. 9, n. 3). Li ringraziamo fin da ora dell’aiuto che ci daranno per entrare in noi stessi e adorare il Padre nel silenzio (cfr. Mt 6,6).

c. Chiediamoci ancora: che cosa ci dice tutto quello che abbiamo richiamato sulla rivelazione di Dio come Padre riguardo all’essere padri e madri sulla terra? Se al termine della prima parte ricordavamo che da relazioni familiari distorte possono derivare idee errate sulla paternità di Dio, è vero pure il contrario: che esperienze felici di famiglia (e anche di paternità spirituale e pastorale) ci predispongono a cogliere nelle parole della fede il mistero del nostro rapporto amoroso con Colui a cui dobbiamo tutto. Grande è perciò la responsabilità e il compito dei genitori cristiani: dal loro modo di vivere e di pregare, i figli apprendono a guardare al Padre che è nei cieli. I genitori (e analogamente tutti coloro che hanno responsabilità nella Chiesa), recitando il Padre nostro e meditando sul modo con cui Dio si mostra Padre, ricaveranno luce e conforto per il loro insostituibile compito.

Da questa preghiera, ripetuta in ogni Eucaristia, la Chiesa viene dunque continuamente rigenerata come comunità di amore e di perdono: ci sentiamo tutti perdonati dal Padre che è nei cieli e ci accogliamo gli uni gli altri con le nostre diversità e le nostre debolezze. La comunità che recita il Padre nostro è una comunità in perenne cammino di riconciliazione, che si ispira al cuore del Padre.

Nel suo cuore è la nostra dimora ed esso sarà la nostra patria eterna: in questo cuore scopriamo la nostra condizione filiale e ci riconosciamo legati dalla fraternità della misericordia ricevuta e donata con tutti gli altri che con noi fanno la Chiesa. Davanti al Padre e nel suo cuore accogliente la Chiesa, pur tanto lacerata dai peccati dei suoi figli, è chiamata senza sosta e sempre di nuovo a essere la famiglia dei discepoli dell’amore, dove regola prima e assoluta per tutti è la carità, l’agape con cui il Padre ci ha amati e continuamente ci rinnova nell’amore.

Il Padre che ci accoglie è anche il Padre che ci manda agli altri, come ha inviato e consegnato suo Figlio. Nel cuore del Padre la vita del discepolo si apre al dialogo e all’incontro fraterno con tutti, compresi coloro che sembrano i più lontani dall’esperienza dell’amore del Padre di Gesù.

Passiamo così alla terza parte della lettera.

III.

Incontriamoci nel Padre di tutti!

7. Con i credenti in Dio

Il ritorno al Padre di Gesù consente ai discepoli di scoprire una fraternità più universale, che li unisce a ogni creatura umana in quanto amata dall’unico Padre. In particolare, questa fraternità si può riconoscere e sperimentare con quelli che credono in qualche modo in un mistero divino. Essi possono vivere un’apertura del cuore al Mistero ultimo simile all’apertura dei discepoli di Gesù, possono affidarsi con timore e tremore, e anche spesso con grande confidenza, al Trascendente, confessato e adorato sotto nomi e in forme diverse.

L’invocazione del Padre nostro “sia santificato il Tuo nome” abbraccia pure, naturalmente, anche tutti coloro in cui Dio è glorificato, al di là di ogni appartenenza visibile alla comunità dei discepoli di Gesù. C’è infatti almeno potenzialmente in ogni persona umana una capacità di “autotrascendenza“, cioè un istinto profondo messo nel cuore dallo Spirito che spinge a uscire da sé e ad aprirsi all’accoglienza di un Altro a cui perdutamente affidarsi. Le vie della grazia possono quindi raggiungere tutti i cuori ben disposti, anche i cuori che senza loro responsabilità non riconoscono il Cristo quale unico Salvatore.

Ciò ha persino suggerito di definire tutti coloro che in qualche modo cercano seriamente Dio o comunque una “realtà ultima”, benché fuori del cristianesimo, con la categoria di “cristiani anonimi”. Per quanto attraente, la denominazione rischia di forzare la realtà, attribuendo ai credenti in Dio che non credono in Gesù un orientamento che essi stessi si rifiuterebbero di considerare proprio. Bisogna evitare che una lettura teorica dei processi del cuore umano semplifichi la varietà e la complessità delle situazioni in cui viene a trovarsi nella storia ogni singola persona.

Senza perciò voler etichettare nessuno col nome cristiano, occorre domandarsi: come, a partire dalla tensione comune verso il Mistero, è possibile un dialogo autentico dei discepoli di Gesù con i credenti in Dio che pure non riconoscono Gesù quale unico Salvatore del mondo? La domanda risponde anche a una precisa urgenza pastorale della nostra Chiesa, tenendo conto del fatto che i movimenti migratori dagli ultimi anni portano sempre più in mezzo a noi, a vivere gomito a gomito con noi, persone che confessano altre fedi, spesso radicate in secoli e secoli di storia, di cultura e di esperienza spirituale diverse dalle nostre.

Ci chiediamo:

  • a) come entrare in dialogo con queste persone senza perdere il senso del primato di Cristo e dell’urgenza di dare testimonianza di Lui?
  • b) quali beni spirituali possiamo scambiarci pur se sussiste una diversità in alcune opzioni religiose di fondo?

a) E’ la conoscenza dell’unico Padre di tutti, rivelato in Gesù, che può aiutarci nel cercare una risposta corretta alla domanda sul dialogo e l’incontro interreligioso : se unico è il Padre, l’intera comunità umana può essere concepita come un’unica famiglia, dove ciascuno è chiamato a compiere un cammino di conversione dalla sua lontananza dal Padre, per riconoscersi figlio in una pari dignità e con pari diritti di fronte al Padre comune e a tutti i fratelli. L’affidamento fiducioso al Mistero divino, l’atteggiamento di rispetto verso ognuno e la disponibilità a mettersi in cammino verso il Padre comune mi sembrano tre punti di incontro di grande importanza, a partire dai quali è possibile stabilire rapporti sinceri di collaborazione e di amicizia.

Tale stile di fraternità e di dialogo non vuol dire in alcun modo rinuncia a testimoniare Colui che ci ha rivelato il volto del Padre e ci ha insegnato e donato l’esperienza filiale: nessun dialogo interreligioso sarebbe autentico se dovesse implicare l’abbandono dell’identità cristiana e soprattutto della confessione del Nome di Gesù. Vivere da discepoli di lui, però, significa imparare sempre più a essere figli e aiutare gli altri a esserlo con lui ed in lui: ecco perché la confessione del Figlio Salvatore non si oppone al riconoscimento di una fraternità più ampia, aiuta anzi a proporre a tutti una via che possa sostenere e arricchire il cammino che ciascuno già fa verso l’Altro cui affidarsi senza riserve.

Vivere da discepoli di Gesù significa in particolare vivere il discorso della montagna (Mt 5-7), a partire dalle beatitudini (Mt 5,3-12). Questo viene chiesto al cristiano di praticare e di insegnare a vivere (cfr. Mt 28,20). E’ uno stile di vita che non esclude nessuno, che non respinge nessuno, ma al contrario attrae per la sua inconfutabile bellezza morale. Essere poveri in spirito, puri di cuore, misericordiosi, pronti a perdonare, pregare per i nemici ecc., significa un proporre a tutti la via di Cristo valorizzando ciò che c’è di più profondo e più vero in ogni anima umana e in ogni religione.

Questo atteggiamento esclude sia un proselitismo che neghi ogni valore alla fede degli altri, sia il relativismo ovvero quel malinteso pluralismo per cui ogni verità soggettivamente raggiunta sarebbe uguale a ogni altra. Il discepolo di Gesù non può rinunciare a esercitare una vigilanza critica verso se stesso, verso la propria comunità, e inoltre verso qualunque altra esperienza del divino, perché sa bene come nel rapporto col Padre tanti elementi spuri possono insinuarsi: e ciò tanto in forma di rifiuto e di conflittualità, quanto in forma di proiezioni indebite di desideri o calcoli umani sul volto divino. Il dialogo sereno, intessuto di ascolto reciproco, di reciproca offerta dei doni e di vigilante discernimento può aiutare il discepolo a vivere, nell’incontro con gli altri credenti, un’autentica esperienza dello Spirito santo: lo Spirito è infatti il vincolo di unità tra i diversi e aiuta ciascuno a gridare l’”Abbà” del cuore e della vita verso l’unico Padre di tutti.

Questo richiede che il dialogo interreligioso sia condotto nella fedeltà alla propria fede, nell’onestà del cuore per ascoltare l’altro senza pregiudizi e chiusure, pronti a cogliere tutto il bene che in lui ci viene offerto, nella libertà di proporre la novità del Vangelo che schiude il volto e il cuore di Dio Padre universale proprio attraverso la via regale rappresentata da Gesù. Alcune proposte pratiche in tal senso sono espresse in Lavorare insieme 1998/99, pp. 15-16, sotto il titolo “Esempi qualificati di dialogo e di discernimento”.

b) Ci chiediamo anche come scambiarci reciprocamente dei doni spirituali con gli altri credenti in Dio e seguaci di altre religioni.

Il ritorno al Padre di Gesù consente ai discepoli di scoprire una fraternità più universale, che li unisce a ogni creatura umana in quanto amata dall’unico Padre e a Lui destinata. L’unico Dio creatore di tutto ciò che esiste, delle cose visibili e invisibili, è anche il Padre amorevole di tutte le sue creature, che chiama a rispettare l’intero creato con quel sentimento di “riverenza” – come si esprimeva s. Ignazio di Loyola – che si deve avere dinanzi al Creatore stesso.

Dal comune riconoscimento di una responsabilità per ogni creatura di fronte al Creatore, Signore e Padre nasce un impegno comune per la dignità della persona, la fraternità umana, la giustizia e la pace. E’ possibile recepire dalle grandi religioni i loro aneliti di compassione, di ansia per la giustizia e di rifiuto di ogni violenza e cercare insieme come servire questi grandi cause dell’umanità.

Inoltre la paternità universale di Dio, quale espressione del legame posto tra tutto ciò che esiste e il Mistero santo che ha chiamato tutto all’esistenza e in essa lo conserva, fonda un’esigenza di attenzione amorevole verso la grande casa del mondo che porta impressa in ogni creatura l’orma dell’amore del Creatore. Il senso della paternità divina si congiunge così a una sensibilità cosiddetta “ecologica” ; essa unisce di fatto nel loro messaggio originario tutte le grandi religioni dell’umanità, che hanno in comune il senso del rispetto per il creato.

Il nostro tempo è chiamato riscoprire tale sensibilità di fronte alle enormi potenzialità di violenza esercitata o esercitabile sui ritmi della natura. Dio Creatore e Padre invita chiunque lo riconosce come tale a impedire la crescente sperequazione tra tempi biologici e tempi storici (cioè l’aumentare del divario tra i tempi lenti della crescita naturale e i ritmi frenetici delle azioni e delle pretese umane): in questo divario sta la sostanza della “crisi ecologica” che si rende evidente in forma planetaria, a esempio, negli effetti devastanti che può avere il nucleare e nel crescente inquinamento atmosferico. A livello della persona umana, poi, la crisi si evidenzia nei delicatissimi campi aperti dalla sperimentazione bioetica.

8. Con i non credenti (quelli in ricerca e gli indifferenti)

Se la relazione col Padre di tutti consente un incontro profondo con quanti credono in Dio e si aprono perciò al Mistero santo, di cui il Padre-Madre nell’amore è rivelazione, essa può non di meno aiutare il dialogo del discepolo col non credente che sia aperto alla ricerca del Volto nascosto.

Il rapporto col Padre è vissuto dal discepolo come un incessante pellegrinaggio verso di Lui, una sorta di ritorno a casa che non è mai pienamente compiuto. In questo senso, chi crede in Dio Padre sa di doversi continuamente orientare a Lui, superando le resistenze di paura, di angoscia e di conflittualità, che sempre di nuovo si affacciano nel suo cuore e spesso gli provengono dal contesto culturale in cui vive.

Il credente è, insomma, in qualche modo un non credente che si sforza ogni giorno di cominciare a credere, un figlio che deve continuamente conquistare e lasciarsi donare l’atteggiamento dell’obbedienza filiale, della remissione incondizionata della propria vita nelle mani di Dio. Se così non fosse, la fede sarebbe un’ideologia, una presunzione di aver tutto compreso, e non il continuo ritorno e il sempre nuovo affidamento all’Altro accogliente e fedele nell’amore.

Il discepolo può allora riconoscere nel non credente pensante, che soffre dell’assenza di Dio nel suo cuore e vive l’inquietudine della ricerca, una parte di sé: forse proprio la parte che più lo stimola a cercare nel Padre il porto di salvezza e di pace a cui tendere. Un incontro profondo, non estrinseco, diventa allora possibile tra credenti e non credenti, accomunati nella fatica della ricerca, pronti a sostenere il peso delle vere domande: l’uno si pone in ascolto dell’altro, e può ritrovarvi l’altra parte di sé, può purificare se stesso alla scuola delle inquietudini che l’altro vive e delle luci che brillano nel suo cuore inquieto.

Questo incontro richiede una grande onestà intellettuale, un coraggio e un amore della verità a tutta prova, e deve volutamente evitare tanto il comodo ricorso a slogans ed etichette precostituite, a steccati difensivi spesso duri a morire, quanto l’irenismo superficiale che vuole a tutti i costi trovare punti di concordia, anche dove uno sguardo attento e sincero non li vede.

In realtà, il Padre attira tutti a sé, ma lo fa secondo tempi e modalità diverse che bisogna imparare a discernere e a rispettare. La fede è un incontro misterioso nei suoi appuntamenti e nelle sue modalità. La domanda di Gesù Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc 18,8) dovrebbe inoltre liberare i credenti da ogni presunzione di sentirsi arrivati o più bravi: la fede è sempre a rischio ed esige un continuo alimento d’amore, una ricchezza di ascolto e di preghiera che nutra il cuore e sempre di nuovo lo rivolga al Padre.

Proprio così, però, il dialogo con i non credenti può stimolare nei discepoli la vigilanza della fede, e renderli più umili e attivi nella ricerca e nella domanda davanti a Colui cui si affidano. “Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24) è veramente la preghiera di chiunque sia alla ricerca di un senso nella vita.

E l’indifferente? E il non credente, che sfugge alla domanda sul Mistero ultimo, magari trastullandosi in quelle paludi di buoni sentimenti che sono offerte da alcuni nuovi culti esoterici privi di forti domande esistenziali? Come può il discepolo del Figlio incontrarsi con colui che non è credente a causa della sua indifferenza dinanzi all’unico Padre?

Va subito detto che l’ateo superficiale e non pensante non è molto diverso dal credente che si rifiuta di pensare e di mettersi continuamente in discussione davanti a Dio: in realtà, per entrambi la certezza che guida il cuore e la vita è troppo a buon mercato, volutamente scontata e indiscussa. Credere in Dio o non credere per comodità oppure per non lasciarsi disturbare si corrispondono come atteggiamenti del cuore dinanzi al Padre. Siamo ancora una volta di fronte ai “due figli” della parabola di Lc 15.

Il discepolo di Gesù deve dunque anzitutto esaminare se stesso per evitare di correre o aver corso invano, liberandosi dalla pigrizia spirituale che lo porta a fuggire le domande vere e a rifugiarsi nell’evasione consolatoria. Quando ha fatto questo e vive il suo rapporto col Padre come “fuoco divorante“, che si alimenta ogni giorno di Parola e di preghiera, può avvicinarsi all’ateo superficiale con l’umile forza della sua provocazione. Più che dargli risposte, cercherà di suscitare nell’altro le domande nascoste o sepolte, in modo che sia il cuore stesso dell’altro a incamminarsi verso il Mistero.

La testimonianza autentica del credente si pone come scandalo, pietra di inciampo che fa pensare: non dispensazione di certezze facili, o di domande che non scalfiscono in profondo, bensì vicinanza rispettosa e al tempo stesso inquietante, “amico importuno”, sfida a disturbarsi e ad ascoltare gli interrogativi del cuore inquieto che è nell’intimo di ogni figlio dell’unico Padre.

In tale azione di testimonianza, ognuno dei discepoli dovrà essere se stesso, senza pretendere risultati eclatanti e senza sentirsi inviato a imprese che superano le sue forze: con umiltà e amore, ciascuno seminerà come potrà e dove potrà, nella certezza che il primo ad agire nel cuore di tutti è il Padre stesso che tutti attira a Sé nel suo Spirito, e che a ciascuno dà dolcezza nel consentire e nel credere alla verità se crollano gli alibi e le difese che la libertà umana può opporre davanti alla Sua azione.

Anche così viene a realizzarsi nella vita dei credenti e nella loro relazione con i non credenti l’invocazione al Padre riguardo alla venuta del Suo Regno, ovvero – come si legge in una tradizione manoscritta minoritaria del testo di Lc 11,3 – riguardo al dono dello Spirito, che rende presente nei cuori la signoria di Dio: “venga su di noi il tuo Spirito santo e ci purifichi“.

Per alcune realizzazioni pratiche nel dialogo con i non credenti si vedano i suggerimenti di Lavorare insieme 1998/99 alle pp. 7-8, “L’annuncio kerigmatico ai lontani” e 14-16, “Annuncio e dialogo nel ministero ecclesiale”.

Non dobbiamo infine dimenticare quella collaborazione su grandi temi etici condivisi che va attuata per il bene dell’umanità con chiunque professi certi grandi valori, pure se non sa ricondurli al loro fondamento ultimo. Alcuni temi sono quelli già evocati a proposito della collaborazione con le grandi religioni: giustizia, pace, salvaguardia del creato. Potremmo ricordare altri temi generali su cui convergere per una riflessione e un’azione comune, come a esempio: la vita umana quale mistero non disponibile; la dignità di ogni uomo e donna e la cura degli ultimi (cfr. numero seguente); la famiglia come struttura fondante della società, comunità di amore, via alla vita e all’educazione delle nuove generazioni, via alla speranza e alla solidarietà.

9. Con i poveri

Il Padre di Gesù è il Padre dei poveri: lo è non solo perché Gesù ha voluto essere povero e ha dichiarato “beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3), ma anche perché solo chi è povero nel cuore può aprirsi all’affidamento incondizionato di sé. Certo, la povertà non è di per sé condizione sufficiente per incontrare Dio come Padre: soprattutto quando è carenza di beni necessari, materiali o spirituali, la povertà può indurre alla disperazione e alla ribellione contro il Padre. Questo tipo di povertà – che sarebbe più giusto chiamare “miseria” – è contro la volontà del Padre che nutre gli uccelli del cielo e riveste i gigli del campo e non vuole che alcuna delle sue creature manchi del necessario (cfr. Mt 6,25ss).

Il rapporto del discepolo col Padre esige allora un duplice atteggiamento nei confronti della povertà. Da una parte, la povertà del cuore come apertura e abbandono alla provvidenza del Padre è necessaria per un’autentica esperienza dell’amore misericordioso del Dio di Gesù. Dall’altra, il discepolo dovrà fare di tutto perché la povertà come miseria non offenda l’immagine del Padre in nessuno dei suoi figli.

Il ritorno al Padre implica pertanto – con la conversione del cuore – un impegno serio e perseverante dei credenti in Lui per creare condizioni di dignità per tutti, in modo che non manchi a nessuno l’insieme delle condizioni minime per riconoscere e adorare il Padre in spirito e verità.

L’opzione preferenziale per gli ultimi, che più volte la Chiesa del nostro tempo ha professato in contesti diversi, non è una distrazione rispetto all’unico necessario, che è la gloria del Padre ; è piuttosto una forma della realizzazione storica dell’incondizionata obbedienza a Dio come Padre di tutti. In questo senso si comprende l’urgenza per i cristiani di denunciare situazioni in cui la dignità della persona umana viene calpestata e offesa a causa di ingiustizia e di miseria o di pretese che appaiono irrealizzabili nel concreto della vita dei poveri. E’ l’invito, fatto dal Papa nella Tertio Millennio Adveniente, di riflettere su una “consistente riduzione”, se non proprio sul “totale condono”, del debito internazionale per i paesi più poveri, “che pesa sul destino di molte nazioni” (Giovanni Paolo II, TMA, n. 51). Si veda in proposito Lavorare insieme 1998/99 , p. 13, n.4.

Non è solo però nelle relazioni internazionali che il ritorno al Padre impegna i credenti a farsi promotori di giustizia e promozione umana: c’è una quotidianità di rapporti che viene toccata dal guardare agli altri come a figli dello stesso Padre, fratelli nell’umanità e nella grazia.

Vorrei riferirmi in particolare all’esigenza di superare logiche di chiusura egoistica, per le quali si considera necessario difendere i propri diritti contro le pretese di altri, più bisognosi. La grandezza di una civiltà si misura anche dalla sua capacità di accoglienza e di condivisione delle proprie risorse con chi ne avesse bisogno. L’accoglienza degli immigrati, pur nella dovuta vigilanza e nel rispetto delle leggi, è una delle forme di riconoscimento della pari dignità di tutti davanti all’unico Padre, come lo è la solidarietà verso i più deboli e i più dimenticati nella nostra società complessa. Il rifiuto di chiusure particolaristiche e di mentalità discriminatorie è parimenti frutto del riconoscimento del Padre di tutti: non si deve esitare a riconoscere il rischio di un peccato profondo di egoismo e di bestemmia contro Dio come Padre comune in questi atteggiamenti, che vanno avvelenando qua e là la nostra cultura.

Il richiamo all’impegno di carità e di giustizia, l’appello a superare ogni settarismo e ogni razzismo di qualunque segno, corrispondono all’invocazione del Padre nostro che ci fa chiedere che la volontà del Padre si compia sulla terra, come in cielo: Dio ci vuole tutti uguali in dignità davanti a Lui, fratelli nella varietà delle possibilità e delle risorse, ma anche nella partecipazione comune a ciò che è destinato a tutti. Il Padre dei poveri ci fa guardare con larghezza di cuore ai bisogni altrui e identificare in essi – soprattutto nei bisogni dei più deboli – i diritti fondamentali della persona umana che a nessuno è lecito trascurare o calpestare.

La fraternità cristiana è ben più che un sentimento vago o una dimensione spirituale senza conseguenze nei rapporti storici: come attesta la scena della prima comunità cristiana negli Atti degli Apostoli, l’annuncio della buona novella di Dio Padre fonda una nuova prassi che supera le solitudini e si sforza di appianare i conflitti, per creare condizioni di dignità e di sviluppo per tutti secondo il disegno di Dio.

A lode del Padre:

l’icona di Maria

La pluralità di risvolti e di esigenze personali e comunitarie che presenta il ritorno al Padre mostra come “il giubileo, centrato sulla figura di Cristo” possa e debba diventare anche un “grande atto di lode al Padre” (Giovanni Paolo II, TMA, n. 49), una “benedizione” – proclamata con la parola e attuata con la vita – a Colui che è il Padre di tutti. L’impegno a cui siamo chiamati è quello di celebrare il primato di Dio come ci ha insegnato e ci ha donato di farlo il Figlio eterno venuto nella carne. Ce lo ricorda l’inno con cui si apre la lettera agli Efesini (cfr. Ef 1,3-14):

“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”.

La ragione profonda di questa stupenda benedizione, che è atto di gratitudine e di lode, è la scelta misteriosa per la quale siamo stati chiamati a partecipare alla vita del Figlio secondo un progetto eterno, che ci supera e ci avvolge:

“in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,
predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo,
secondo il beneplacito della sua volontà”.

Tale progetto è il “mistero” che come grembo e custodia abbraccia l’intero svolgersi dell’esistenza del mondo e della storia, e ci fa sentire solidali e partecipi col destino dell’universo:

“Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà,
secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito
per realizzarlo nella pienezza dei tempi:
il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,
quelle del cielo come quelle della terra”.

In particolare, l’essere eredi del Regno quali figli resi tali nel Figlio, se da una parte ci riempie di stupore e di lode, dall’altra ci impegna a partecipare ad altri il dono che ci è stato dato:

“In lui siamo stati fatti anche eredi,
essendo stati predestinati secondo il piano di colui
che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà,
perché noi fossimo a lode della sua gloria,
noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.
In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità,
il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto,
avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato,
a lode della sua gloria”.

Aver avuto il dono di accogliere la rivelazione del Padre e di diventare figli nel Figlio Gesù non è privilegio, ma compito, che ci spinge a riconoscerci uniti a tutti i figli dell’unico Padre, a dialogare con tutti nella verità, a cominciare dai credenti in Dio per andare ai non credenti e a tutti i poveri la cui dignità di figli è calpestata.

Il compito è talmente vasto che ci sentiamo schiacciati: ci conforta l’icona dell’affidamento al Padre e della vita spesa nella sua lode, che è la Vergine Madre Maria (cfr. Giovanni Paolo II, TMA, n. 54).

Come lei magnifica le meraviglie di Dio Padre e canta le imprese che il Signore susciterà nella storia dei suoi figli, così anche noi, con l’aiuto della sua intercessione materna, possiamo sperare di essere i collaboratori di Dio e della Sua gioia nel cuore dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Lo Spirito che ha operato in Maria – figlia del Padre – e ne ha fatto la madre del Figlio per la salvezza di tutti, operi anche in noi perché viviamo in pienezza la nostra vocazione di figli nel Figlio davanti all’unico Padre, insieme a tutti coloro che lo invocano – sia pur sotto nomi diversi – o sono chiamati a invocarlo come l’unico Signore, il Dio e Padre di tutti.

Appendice:

alcune domande per la revisione di vita personale e comunitaria

1. Verifica sull’immagine di Dio

  • – Quale immagine ho di Dio Padre? è il Dio di Gesù? mi affido perdutamente a Lui, rimettendo nelle Sue mani le mie angosce e paure?
  • – Quale volto di Dio è veicolato nella nostra catechesi e nella predicazione? E’ il Dio Padre di Gesù?
  • – La prova se senti o no Dio come Padre, Padre tuo e di tutti, può essere data da alcune verifiche. Per esempio: ti senti di ringraziare per tutto quanto ti accade? senti di poter dominare l’angoscia o l’affanno per le cose che incombono senza con ciò stesso perdere il contatto con le situazioni reali? sei capace di sopportare un’ingiustizia senza recriminare continuamente in cuor tuo, giustificandoti e difendendoti? sei capace di dire “mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre” (Sal 52,10)…?

2. Verifica sul rapporto con il secolarismo

  • – Sono un credente negligente o pensoso?
  • – come ascolto il non credente che è in me e che è intorno a me?
  • – rispetto la ricerca di chi non crede? la stimolo con la mia testimonianza?

3. Verifica sul rapporto con i credenti in Dio

  • – Come vivo il mio rapporto con la fede d’Israele, santa radice della mio essere cristiano?
  • – come mi rapporto al popolo dell’alleanza mai revocata, gli Ebrei?
  • – come celebriamo la giornata dell’ebraismo il 17 Gennaio?
  • – Come vivo il mio impegno ecumenico di dialogo e di servizio alla costruzione dell’unità per la quale Gesù ha pregato? come questo impegno è vissuto a livello comunitario nella Parrocchia, nel Decanato, nei movimenti e nelle associazioni?
  • – Che accoglienza riservo/riserviamo ai credenti di altre religioni? c’è dialogo? c’è cooperazione in particolare sui temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato?

4. Verifica sul rapporto con i poveri

  • – Come vivo/viviamo la fraternità che scaturisce dal riconoscerci figli dell’unico Padre?
  • – in particolare come accogliamo i più poveri e che cosa facciamo per esprimere la solidarietà con loro? quale attenzione c’è in me e nella comunità per i poveri della terra, specialmente per le situazioni di dipendenza, di violenza e di fame?

5. Verifica sulla missione

  • – Come irradio con la parola e la vita la mia fede in Dio Padre? come questo avviene nella nostra comunità?
  • -posso dire a chi non conosce il Dio di Gesù: Vieni e vedi?
  • – Come viviamo il sostegno alla missione rivolta ai popoli che non conoscono ancora?

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