PAPA FRANCESCO A MILANO – ALLA FINE RIMANE DIO – Angelo Nocent

PASSATA LA FESTA “RIMANE DIO”

Ti hanno visto ilare, il volto spianato, perfettamente a tuo agio fra i giovanissimi, nel campo sportivo incorniciato da un Cristo floreale, quasi indù. La tua solarità dietro i contenuti seri, densi e meditati. Ma io ti preferisco pensoso, sfibrato dal caldo, dolente, immerso nel cosmo e a tratti invisibile.

Ti preferisco quando la tua figura emerge incerta fra il verde squillante delle robinie. Quando, sull’altare, letteralmente scompari nell’oro iconico degli arredi, e sei tutt’uno e non ti appartieni più. “Milanesi sì, ambrosiani certo, ma parte del grande popolo di Dio“, riassumi, e dici tutto. Forse hai scelto il rito ambrosiano perché meticcio: spurio, un ponte. In parte romano, in parte bizantino, in parte greco. Come spurio era il nostro patrono. E non è questa, Milano? Non è questa la sua cittadinanza, la sua identità in mille anime?


Milano non è monolitica, ma affastellata e lucente. Come la sua cattedrale. Ha il cuore in mano, Milano. Bene hai fatto a ricordarlo. Bene hai fatto a sottolineare – e qui la gravità s’imponeva – la “speculazione” su sentimenti, famiglia, lavoro (o mancanza di esso)… e tempo; un tempo strapazzato come una fisarmonica rotta, che la cultura attuale, dell’efficientismo e dello scarto, elimina; e dall’altra parte invece, dagli spalti dello stadio, l’hai evocato, rallentato, respirato e amato. I giovani hanno bisogno del tempo come dell’aria. Vogliono dilatazione. Spazi aperti, poiché solo lì si gioca davvero. Educazione e non nozionismo. Spessore.

Ammazzare il tempo, sciupare tempo: due modi per massacrarlo, per sovvertire “i valori, se vogliamo chiamarli così”. Il tuo lessico è lineare, non sciatto. “Valori” non significa nulla. “Valori” implica calcolo. Meglio princìpi, certo. Ma non tutti avrebbero colto. Ti sei quindi rassegnato alla stanchezza verbale, non senza amaritudine.


A ognuno il suo Francesco ed era bello stare lì. Magari per costruire due o tre capanne e ascoltarti ancora. Ma il nostro posto è nelle città della pianura, è nel tempo, che però a sua volta appartiene a Dio; e “ce ne ha promesso tanto”. E mentre il cielo si richiudeva, tornando ingombro di nubi nere, ho ringraziato quel tuo nascondimento, il tralucere nelle fronde, l’aureo annegare.

Andandotene, rimane Dio; quello che la tua presenza ha reso visibile, rinnovando tutte le cose, il nostro quotidiano, il diuturno viaggio. Rimane Dio e rimane tutto, e dopo una notte di gelo e pioggia, come a Emmaus, l’orizzonte si fa più chiaro, timido come l’anima, fragile dopo il periglio. Il cardinale Martini, da lassù, ha sorriso.

Daniela Tuscano

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Carlo Maria Martini

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I BULLI MI DICEVANO: UCCIDITI – Angelo Nocent

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UNA FESSURA DI LUCE: la rivincita di Erika, 16enne vittima dei bulli.

L’inferno inizia in prima elementare. Erika Orrù è solo una bimba, ma i compagni la emarginano, non giocano con lei, la lasciano sola, le tirano i capelli. Le cose peggiorano alle medie e dopo la prima superiore la ragazza si arrende e decide di abbandonare la scuola.

“Mi prendevano in giro, mi dicevano: sei un mostro, ucciditi. Io chiedevo a mia mamma: ‘Cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Sono sempre stata gentile'”.

La storia di Erika, che adesso ha 16 anni, passa per cadute nell’abisso della disperazione prima del riscatto. Un’infanzia e un’adolescenza sull’orlo del precipizio, poi il sogno che si realizza.

Costretta a lasciare la scuola che tanto amava, Erika riversa tutta la rabbia e la frustrazione nei personaggi di un libro. Ha il coraggio di inviare il suo romanzo a una casa editrice che non esita a pubblicarlo. Da ieri E vissero tutti dannatamente infelici è nei cataloghi online e presto arriverà in libreria. Sullo sfondo due ragazze vittime di bullismo: una ce la fa e realizza il suo sogno, l’altra si suicida.

ANNI DIFFICILI – Erika Orrù è una ragazza esile e carina, messa all’angolo da chi non l’ha mai accettata. “Non sono mai riuscita a spiegarmi perché sia successo tutto questo”, prosegue, “forse per via del mio carattere chiuso. Durante tutto il corso di studi sono stata screditata, mi dicevano che ero una fallita. Nessuno per me ha mai fatto niente. Ho raccontato tutto prima ai maestri, poi ai professori, ma dicevano che non era niente e non muovevano un dito. In prima superiore le cose sono precipitate”.

La ragazzina soffre tantissimo, si sente esclusa, ha continui attacchi di panico e non mangia quasi più. “Ero considerata asociale e mi prendevano in giro anche per come mi vestivo. Alla fine non ce l’ho fatta e per non sprofondare nel baratro sono stata costretta a lasciare la scuola. Per me è stata una sofferenza enorme. Amavo studiare, amavo seguire le lezioni. Ma a casa non parlavo nemmeno più, ero dimagrita tantissimo, dovevo fare qualcosa. Non potevo nemmeno azzardarmi a iscrivermi ai social perché non avrei fatto altro che incentivare minacce e soprusi”.

Erika si chiude in casa e inizia a leggere e scrivere. Ha solo un’amica che le resta vicina. Per il resto nessuno ha mai voluto socializzare con lei.

IL RISCATTO – “Quando per esempio vado al supermercato con i miei nonni e vedo gruppi di ragazzi che ridono e scherzano, li invidio. Vorrei essere come loro. Anche io vorrei avere degli amici, vorrei andare al cinema, a mangiare una pizza. Perché io sono una ragazza come tutte le altre”.

Il riscatto di Erika bullizzata e messa all’angolo è arrivato con la scrittura. Adesso il suo volto sorride nella copertina del suo romanzo.

“Nelle mie giornate trascorse in casa sono capitata in una community dove è possibile scrivere e leggere dei testi”, racconta, “così è venuto tutto di getto. Prima ho pensato a un titolo che desse bene l’idea di quello che volevo raccontare, poi ho fatto parlare i miei personaggi”.

Giada e Marika, nel libro, sono prese in giro e sbeffeggiate a scuola. Una si salva, l’altra non regge e si uccide. “Ecco io sono diventata Giada”, aggiunge la ragazza, “è stato difficile ma alla fine ce l’ho fatta e come Giada ho realizzato il mio sogno, anche se sono solo all’inizio”.

IL LIBRO – La telefonata che le cambia la vita arriva in un pomeriggio qualunque, di un giorno qualunque. “Nella community i miei lettori mi avevano incoraggiato a mandare il testo a una casa editrice. Così ho fatto e dopo pochi giorni mi hanno telefonato, dicendomi che l’avrebbero pubblicato.

Non posso descrivere cosa ho provato in quel momento. È stata una gioia immensa. Dopo tanti giorni tristi, dopo tante batoste, potevo dire che ce l’avevo fatta”.

Nel salotto della casa della nonna, nel litorale quartese, Erika adesso sorride: «Il mio sogno è diventare una scrittrice, sto già lavorando a un altro libro. E poi spero di non sentirmi più sola e di poter condividere le miei gioie e anche le mie cadute con quegli amici che mi sono sempre mancati”.

Di Giorgia Daga – Da L’UNIONE SARDA.

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ERA CIRCA MEZZOGIORNO…DAMMI DA BERE – Angelo Nocent

QUANDO SUBENTRA IL CALO DEL DESIDERIO

Angelo Nocent

Al Centro Parrocchiale è ripreso l’incontro settimanale delle ore 21 di ogni mercoledì, aperto a tutti, per una riflessione dialogata in preparazione al Vangelo della Domenica. Il presbitero, Don Roberto e la comunità parrocchiale si mettono in ascolto di ciò che lo Spirito di Gesù vuol dire alla Chiesa che è in Monte Cremasco. La pagina evangelica viene per così dire vivisezionata, si analizza il testo che provoca inevitabilmente domande esistenziali, la comunità si confronta, il singolo si misura.

In questi giorni ho scoperto il significato etimologico di un verbo sul quale non mi ero mai soffermato: si tratta del fedelissimo “desiderare”, vocabolo che non ci abbandona mai nella vita. Viene da molto lontano, infatti de-sidera-re contiene “sidera” che in latino significa stelle, astri. Il “de” è la preposizione che indica un moto dall’alto in basso. Il suo significato, quindi, è quello di “trarre auspici dal cielo“.

A noi, per il momento, è stata risparmiata la fatica di dover tirare tanto il collo per osservare la volta celeste, perché il Cielo si è abbassato di molto e l’Astro, che si chiama VANGELO, non solo è a portata di mano ma perfino in grado di soddisfare i nostri desideri più veri e segreti.

Dolto Francoise psicanalista

Epperò, più che lasciarsi interrogare, come s’è fatto nei secoli con le stelle, il Vangelo provoca il contrario. E ce lo spiega Françoise Dolto, la celebre psicanalista cattolica francese: “Mai i vangeli smettono di interrogarci, quali che siano le risposte già trovate”. E lei, in libri di successo come , “PSICANALISI DEL VANGELO” e LIBERTA’ DI AMARE” , ci ha offerto la sua straordinaria “risposta” a “questi testi, queste successioni di parole”, che “colpiscono la nostra conoscenza e inviano onde d’urto fin nell’inconscio, facendone scaturire gioia e desiderio di conoscere”.

Emoroissa - Il lembo del mantelloMi sovviene la pagina dell’incontro dell’emorroissa con Gesù che è spinto e urtato da tutte le parti. Molti volevano toccarlo, ma una sola persona proiettava su di lui il suo “desiderio”. Soltanto da essa è stato toccato. Il seguito è noto.

Tutti sappiamo che il calo del desiderio in una coppia, se non deriva da disfunzioni organiche ma da interessi alternativi, la espone a seri problemi. Il calo del desiderio per il Vangelo ha conseguenze comportamentali analoghe, sempre più appariscenti nel tempo. Il passaggio dalla idealizzazione della dimensione religiosa (fase adolescenziale) ad una dimensione più realistica (maturità) è delicato e spesso conflittuale, doloroso. Preoccupazioni e problemi possono rendere più tiepido il “desiderio di Dio”. Ma il permanere in questo stato d’animo senza comunicare con la famiglia, la comunità, gli amici, il pastore, a lungo andare, può determinare distanze incolmabili e congelare gli slanci. E’ quel fenomeno così marcato che tutti siamo in grado di constatare.

Numeri mobiliBisogna che lo diciamo a noi stessi e ai nostri ragazzi: il Gesù dei Vangeli trascina al desiderio e non a una morale. Se facciamo ben attenzione, dentro di noi c’è un desiderio sempre presente, sempre altrove…mai raggiunto. E’ come il gioco dei quadrattini mobili. Nell’insieme vi è un quadrato vuoto, senza numero ma che, una volta colmato, è altrove, sempre altrove, un buco, un’assenza, una mancanza di quadrato. Grazie a quel vuoto, a quella lacuna, è possibile muovere gli altri numeri, uno per volta e metterli in progressione. Grazie a quel vuoto il meccanismo funziona. Tutto il gioco funziona intorno a quella lacuna che chiama. Una lacuna che dobbiamo colmare ma che una volta colmata è altrove.

Ora chiamato bisogno, ora chiamato desiderio, noi cerchiamo di riempire questo vuoto. Ma che cos’è un bisogno? Il più fondamentale è quello di respirare e si presenta subito, al momento dell nascita. Abbiamo bisogno d’aria. Ogni secondo, questo bisogno si fa sentire. Se viene appagato, siamo soddisfatti, se non può essere appagato, compare l’angoscia perché si profila la morte. Un altro bisogno è quello di mangiare che si manifesta con quel “vuoto” dello stomaco. E segue un nuovo desiderio, quello di convivialità, di comunicare con altri intorno alla tavola…E potremmo continuare.

1-Angelo56Paradigmatica è la pagina del Vangelo riguardante Gesù e la Samaritana al pozzo. Lì ci sono una fame, una sete, dei bisogni affettivi da appagare. A guardar bene, quella donna, coinvolta in complicate storie sentimentali ma anche religiose, avrebbe avuto bisogno dello psicanalista. Ha ragione il giornalista che ha scritto il libro dal titolo IL MIO PSICOLOGO E’ GESU‘. La Dolto psicanalista, è venuta a dirci che Gesù ci insegna a comprendere tutto su due piani diversi:

  • il piano dello spazio-tempo, come lo conosciamo mediante i nostri sensi e attraverso la biologia e le scienze,

  • e il piano di un “altro spazio” e di un “altro tempo”.

Per concludere che “Sì, esiste una vita del desiderio sconosciuta alla vita dei bisogni”.

Sulla Samaritana che ci rappresenta in tutte le nostre deformazioni spirituali, cito solo una delle tante considerazioni che fa la menzionata psicanalista: “Quella samaritana fa un “transfert” su Gesù…Essa è sedotta da quell’uomo. Gesù le risponde: “No, non con me. Vai a chiamare tuo marito…” Poiché Gesù non vuole iniziare quella donna a una vita spirituale se essa confonde vita sessuale con vita spirituale”. In altre parole Gesù le dice: “ Per il corpo, per l’affettività della tua vita quotidiana, hai bisogno di un uomo che non sarò io. Anche se in modo fulmineo, tu sei innamorata di me, ma io non posso soddisfarti su questo piano. Potrà farlo tuo marito. Io ti porto la vita spirituale”.
E, proprio per la vita spirituale, torniamo ai mercoledì per il Vangelo. La mia personale impressione su questa iniziativa non può essere che lodevole, lodevolissima. Ma… Sento mancare una cosa importante che mi rattrista. Avete in mente lo sguardo di un bambino davanti alla vaschetta di gelato sul tavolo? La sua salivazione aumenta, lo fissa, lo mangia con gli occhi prima ancora di averlo nella sua tazza, sul cucchiaino. E’ l’effetto del
desiderio di cui sopra.

image1Ho notato che anche adesso come nei mercoledì sera passati, davanti alla “BELLA NOTIZIA” che è il Vangelo di Gesù, lui Parola eterna, adesso carne della nostra carne, mancano gli occhi stupiti, innamorati, pieni di desiderio, di ragazze e ragazzi intelligenti, istruiti, pieni di energia, curiosi, critici, potenzialmente capaci di grandi cose. Non so perché, ma non ci sono. Li vorrei lì, di fronte a me, incantati, affascinati dalle parole del Maestro. Vorrei che la loro presenza mi fosse d’incoraggiamento sull’imbrunire della vita, occasione come per un passaggio del testimone. Perché “leggere i Vangeli- scrive la Doltovuol dire ascoltare, tramite quelli che lo hanno visto, udito, e ne sono stati testimoni, la voce di Gesù, essere di carne e ossa mentre viveva sulla terra nella sua individualità scomparsa ormai ai nostri occhi. Egli parla al mio cuore e incita la mia intelligenza ad ascoltarlo e a desiderare l’incontro con lui”.


E’ da duemila anni che vengono letti i Vangeli. Faccio mia la conclusione cui giunge l’acuta intelligenza di una donna di scienza, priva di pregiudizi:
“La lettura dei vangeli, ripeto, provoca innanzitutto uno shock nella mia soggettività; poi, a contatto con questi testi, scopro che Gesù insegna il desiderio e trascina a esso. Scopro che questi testi di duemila anni orsono non sono in contraddizione con l’inconscio degli uomini d’oggi. Scopro che illustrano e chiariscono le leggi dell’inconscio scoperte il secolo scorso” .
Dunque, leggere i VENGELI fa bene, perché “sono un fantastico torrente di sublimazione delle pulsioni
”. Parola di psicanalista, in perfetta sintonia con il papa Francesco della EVANGELII GAUDIUM – “La gioia del Vangelo”.

Che non svanisca nel nulla la voce stimolante del successore di quel Pietro che è stato per anni al fianco di Gesù, che con lui ha mangiato, bevuto, pianto, sofferto e che, per il Suo Vangelo, è stato in catene ed è finito sulla croce con la testa in giù:

  •  “non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario” (n. 80);
  • “non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione”(n.83)
  • “non lasciamoci rubare la comunità” (n. 92);
  • non lasciamoci rubare il Vangelo” (n. 97).

Repetita iuvant.

IL FATTO

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TI CONDURRO’ NEL DESERTO… – Angelo Nocent


Un giorno, io, il Signore, la riconquisterò. La porterò nel deserto e le dirò parole d’amore. Le restituirò le vigne che aveva e trasformerò la valle di Acor in una porta di speranza. Lì, mi risponderà come al tempo della sua giovinezza quando uscì dall’Egitto.

Israele, ti farò mia sposa,
e io sarò giusto e fedele.
Ti dimostrerò il mio amore
e la mia tenerezza.
Sarai mia per sempre.
22Manterrò la mia promessa
e ti farò mia sposa.
Così tu saprai che io sono il Signore ( Osea 2, 16 – 22).


Se la cenere purifica… quanto più il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza dalle opere morte (Eb 9,13-14).

Prima di presentarsi in pubblico per parlare ed agire, Gesù è sottoposto ad una prova o tentazione. Nel deserto egli ripete l’esperienza che fu già del suo popolo. I quaranta giorni di permanenza sono un chiaro richiamo al tempo dell’Esodo, allorché il popolo peregrinò per quarant’anni nel deserto, sottoposto a continue prove. Il numero quaranta è una cifra tonda che ritorna più volte nella Scrittura (diluvio, Mosè, Elia, Giona).

Al di là del suo valore aritmetico, esso designa un periodo che è altresì un’opportunità. Nella sottile precisione della lingua greca, questo tempo, più che un kronos (successione di attimi tutti uguali), è un kairos (occasione preziosa, tempo di rivelazione e di grazia). Gesù anche in questo si allinea al suo popolo, ripetendo l’esperienza del deserto.

Accanto all’analogia, c’è da registrare la sostanziale differenza tra le due esperienze, tragicamente negativa quella del popolo, trionfalmente positiva quella di Gesù. La parola tentazione evoca in noi l’immagine di fragilità, fallimento, cedimento, perché tale è, in tanti casi, la nostra esperienza. Davanti ad una sollecitazione negativa, la volontà non sempre reagisce secondo la luce dell’intelligenza e il dettato della coscienza. Così la tentazione diventa sinonimo di pigrizia mentale e di povertà interiore.

Ognuno di noi ricorda anche casi in cui abbiamo reagito positivamente, incanalando istinti e passioni nell’alveo della ragionevolezza e del lecito.La tentazione è diventata un test positivo che ha favorito uno scatto di maturità e ci ha fatto salire un gradino sulla scala della crescita. Non è quindi del tutto vero che tentazione e fallimento si richiamino automaticamente. Vogliamo sostenere il valore positivo della tentazione, anzi, la necessità che sia presente nella nostra vita, perché può aiutarci a diventare sempre più uomini, sempre più cristiani.

Ci fa da guida e da Maestro il Signore Gesù. Attraverso un racconto che può venire solo da Gesù (non diamo credito agli autori che parlano di «drammatizzazione» a opera dell’evangelista), possediamo un prezioso documento che rivela l’identità del Protagonista.

Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 11 e 15.

 

* * *

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo… A lui solo renderai culto (cf Mt 4,1-11).

Le prove o tentazioni sono tre. Non è qui il caso di invocare il principio latino Omne trinum est perfectum (Tutto ciò che è trino è perfetto), quanto piuttosto di notare che sono toccati tre grandi ambiti nei quali l’uomo è sollecitato a sganciarsi da Dio e a costruire in proprio la sua esistenza. Nella sostanza la tentazione è unica: cercare se stessi e il proprio tornaconto indipendentemente da Dio o, peggio ancora, utilizzandolo in modo strumentale, come sarà nel caso delle citazioni bibliche di Satana. È la fotocopia della proto-tentazione, la madre di tutte le tentazioni, quella che abbaglia la prima coppia nel giardino di Eden con la lusinga: «Sarete come dèi» (Gn 3,5).

È l’uomo che pensa di gareggiare con Dio e di sostituirsi a lui, vedendolo un rivale anziché un Padre buono. Gesù è sollecitato a percorrere l’itinerario di ogni uomo. La tentazione parte sempre dal positivo, ammantata di bene, sciorinando un luccichio invitante che la rende carica di fascino. Il tentatore dice quello che solo per soprannaturale conoscenza può sapere e che non appare all’esterno. 15 Lo dice in modo provocatorio e sottilmente dubitativo: «Fai vedere che sei veramente il Figlio di Dio compiendo un miracolo».

La risposta giunge prontamente, adducendo la Parola divina. Il passo citato da Gesù, tratto da Dt 8,3, mostra che l’attenzione primaria deve essere riservata a Dio, a quello che lui dice e a quello che lui vuole. L’uomo non deve agire per semplice istintività o solo per rispondere a bisogni primari, come quello della fame. L’uomo vive sempre all’ombra di Dio, anche quando svolge azioni puramente naturali. Il richiamo di Gesù trova applicazione in tante persone che vivono sempre alla presenza di Dio, qualunque cosa facciano e dovunque si trovino.

Con la seconda tentazione cambia lo scenario. All’aridità del deserto subentra lo splendore della città santa. A Gesù è richiesta nuovamente una documentazione della sua vera identità. Il tentatore, considerato che Gesù aveva risposto con una citazione biblica, fa uso pure lui di tale Parola, e rammenta un passo del Salmo 90 in cui Dio promette assistenza ai suoi eletti, inviando loro degli angeli in caso di bisogno.

La risposta non si fa attendere. Sempre sulla linea delle citazioni bibliche, Gesù ricorda il testo di Dt 6,16 in cui si chiede di non mettere alla prova Dio. Il rapporto con lui si fonda sull’amore, sul sincero affidamento alla sua bontà, e non su prove che, se forse tranquillizzano l’intelligenza, sicuramente destabilizzano il rapporto. Nella terza tentazione il testo parla di «un monte altissimo» senza precisazioni geografiche. L’individuazione risponde al bisogno di concretezza, ma non coglie il cuore del messaggio e rimane, tutto sommato, abbastanza superflua. Nell’ultimo tentativo, satana rivela tutto il suo antagonismo con Dio, di cui si proclama il rivale. Ora è gettata la maschera ed è chiaro che la sua richiesta mira a possedere il cuore dell’uomo. Satana dà per avere. Il suo non è un dono gratuito, né disinteressato; egli intende far da padrone nella vita delle persone. L’abnormità della richiesta è sottolineata dalla risposta di Gesù, con un imperioso: «Vattene, satana!». È ancora la parola di Dio, «A lui solo renderai culto» (Dt 6,13), ad essere citata, richiamando la professione di fede del pio ebreo che ha Dio come unico e incontrastato Signore. Gesù ribadisce non solo il primato di Dio, ma anche la sua unicità.

Il versetto conclusivo celebra il trionfo di Gesù, l’allontanamento di satana e la presenza degli angeli; il loro servizio è un segno di riconoscimento della divinità di Gesù. Egli ha dimostrato di essere effettivamente il Figlio di Dio non con i segni portentosi che avrebbero colpito l’immaginazione e suscitato uno stupore momentaneo, ma con la totale obbedienza al Padre, dichiarandolo l’unica ragione della sua vita e il punto incondizionato di riferimento.

Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 16 ss.17 4

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Sant'Agostino -“Il nostro progresso si compie attraverso la tentazione” (sant’Agostino).

All’interno del mondo creato, solo l’uomo può essere tentato. Possiamo quindi dire che la tentazione gli va riconosciuta come privilegio: un privilegio ben poco invidiabile, se la tentazione porta ad un’opposizione a Dio, ad una costruzione in proprio dell’esistenza. Tale, purtroppo, è spesso la nostra esperienza umana, cosicché finiamo facilmente per sovrapporre tentazione e tradimento, tentazione e peccato.

Il brano evangelico delle tentazioni di Gesù ha mostrato la faccia positiva della tentazione, quella che offre l’opportunità di dichiarare e manifestare il proprio amore, quella che diventa un atto di coraggio, di fiera proclamazione della scelta unica e incondizionata per Dio. La tentazione ha rivelato l’identità di Gesù, mostrandolo come l’Uomo Nuovo che inverte la tendenza della prima coppia, come l’Ebreo che inaugura il nuovo popolo di Dio, quello dei vittoriosi.

Grazie a Gesù, il deserto torna ad essere il luogo dell’intimità tra Dio e il suo popolo, espressione di un amore incandescente, come suggerito dal profeta Osea: «La 18 attirerò a me [è la donna, “sedotta”, personificazione del popolo], la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). La tentazione è utile, anzi, necessaria. Essa è parte di quella lotta che l’uomo ingaggia ogni giorno con se stesso e con il mondo che lo circonda. Lo ricorda la Sapienza antica: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione» (Sir 2,1-2).

Adamo non ha superato la prova. Il popolo di Dio, nel deserto, non ha fatto meglio. Con Gesù, il popolo, tutta l’umanità, ritorna sotto la signoria della parola di Dio. Non possiamo illuderci di sottrarci alla prova, ma dobbiamo sperare di riuscire vincitori. Lo saremo sicuramente se uniti con Cristo, come afferma sant’Agostino: «La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere… Cristo ci ha trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da satana… Se siamo tentati in Cristo, sarà proprio in Cristo che vinceremo».

Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 19 ss.

[Tratto da “40 passi verso la Pasqua”, Editrice Ancora]

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QUARESIMA: SILENZIO – PREGHIERA – CONVERSIONE – AZIONE – Angelo Nocent

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Quaresima…

tempo che sarà quanto ciascuno di noi deciderà di farne

Un commento al messaggio del nostro Vescovo per la Quaresima, a proposito di preghiera cristiana

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Gianpaolo Crepaldi vescovo di Trieste

L‘amico carissimo della prima ora, Mons. Pier Emilio Salvadè è procuratore generale dell’ente Diocesi, dell’Ente Chiesa Cattedrale di San Giusto e Presidente dell’Ente di culto San Giusto. Prelato d’Onore di Sua Santità. Canonico del Capitolo Cattedrale di San Giusto.

Presidente della Fondazione Caritas Trieste Onlus. Commendatore dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme. Commendatore del Sovrano Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Membro del Collegio dei Consultori, Canonico del Capitolo Cattedrale di S. Giusto.

Suo il commento al messaggio del Vescovo GIANPAOLO per la Quaresima, a proposito di preghiera cristiana, che si trasforma spesso e volentieri in PREGHIERA PAROLAIA. 

Don Pieremilio

Don Pier Emilio

Iniziamo un tempo forte: quello della Quaresima… e non manca giornale cristiano, messaggio, omelia che in questi giorni ci richiamano come questo tempo sia “favorevole”, tempo di grazia… tempo importante. Carichiamo moltissimo il tempo della Quaresima di grandi aspettative, forse anche di grandi propositi… di grandi annunci e di grandi auspici. 

Ma… proviamo a domandarci sinceramente: quando è stata l’ultima quaresima che ha cambiato anche solo per un poco la nostra vita? Viviamo esistenze talmente piene di cose, di corse… che neppure ci accorgiamo della vita che scorre mentre noi stiamo pensando alle nostre cose, ai nostri piccoli o grandi progetti.

In realtà credo sempre di più che la Quaresima acquista significato solo se avviene una cosa sola: una decisione personale, per farla diventare qualcosa di significativo.E’ come quando una persona deve fare un cammino psicoterapeutico… Possono dirle tante cose gli altri, possono fornirle tanti consigli e tanti bei numeri di telefono di un terapeuta o di un consultorio o di un medico , ma l’unico passo che salva quella persona è quando decide lei di prendere in mano il telefono e di chiedere aiuto. Lì è l’inizio della conversione.

Prima sono solo parole, auspici, desideri… Infatti qualsiasi terapeuta sa che l’inizio della guarigione è fare il passo a iniziare il cammino. Prima di quel passo ci sono solo belle parole e niente più. Solo quando “io” mi decido di farmi aiutare, allora è iniziato il tempo del cambiamento per me. Così è per la Quaresima… possono dirmi tante cose gli altri, si possono fare anche dei bellissimi riti collettivi come via crucis e digiuni, ma se non ho deciso io di mettermi in discussione, di dare valore per me a questi quaranta giorni, saranno bellissimi auspici che si infrangeranno come tanti nostri progetti di uomini.

Ho letto in questi giorni il messaggio che il Vescovo Giampaolo ha scritto alla nostra Diocesi per la Quaresima 2017, messaggio che viene distribuito con il prossimo numero di Vita Nuova. Di questo ricco e bel messaggio mi basta questa frase, che è quasi all’inizio: “Per il tempo santo della Quaresima, la Chiesa, oltre alla pratica del digiuno e delle opere di carità, ci invita a intensificare la preghiera. Essa consiste nello stare in ascolto davanti a Dio. Capita invece spesso che riduciamo la preghiera ad un’abnorme produzione di parole, convinti che la loro quantità sia utile a convincere Dio a fare ciò che noi desideriamo.Dietro a queste prassi poco pertinenti c’è spesso una cattiva educazione alla preghiera. Molti di noi siamo stati educati a dire preghiere e non a stare davanti a Dio per ascoltarlo”.

Il nostro Vescovo Giampaolo fa una mirabile sintesi di ciò che non è preghiera e che purtroppo noi pensiamo che sia: “stancare Dio con le nostre parole”. Pensiamo che la preghiera sia una prestazione d’opera, magari un modo per raccontarci come siamo bravi e belli davanti a Dio. Purtroppo ci hanno insegnato così, purtroppo ci hanno educato male, anche nei nostri ambienti parrocchiali.

Il Vescovo ce lo dice esplicitamente. Occorre che impariamo la preghiera di ascolto. Dobbiamo finirla di dire a Dio le nostre chiacchiere e dobbiamo imparare a disporci ad ascoltarlo. Pensiamo a quante volte diciamo: “Ascoltaci, Signore”, oppure “Signore, sia fatta la mia volontà”, quasi che noi dobbiamo insegnare il mestiere a Dio. Noi che non riusciamo a vedere chiaro neppure in una serata di nebbia, chiediamo a Dio, che è Luce, di fare quello che vogliamo noi… non è una cosa un po’ assurda?” “L’uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla terra “: ci insegna S. Benedetto nella sua Regola!

La preghiera invece è innanzitutto renderci conto di essere alla presenza di Dio. E’ questo che ci manca di più. Pensiamo che la preghiera sia un momento da vivere accanto ad altri momenti “atei” della nostra vita. La preghiera invece è essere alla presenza di Dio sempre, ovunque e con chiunque. Non esiste un tempo di preghiera e un tempo non di preghiera. Come una persona sposata… non è sposata solo quando parla con il suo partner o ci sta assieme… una persona è sposata sempre con l’altra, anche quando ci sono chilometri a dividerli. Così è con Dio. Dal Battesimo siamo diventati Suoi, e la preghiera è il momento in cui prendiamo coscienza di questa nostra essenza che è cambiata e quindi facciamo crescere la nostra relazione con il Dio a cui apparteniamo.

E’ questo il senso più profondo della preghiera del cuore o “esicasmo” che i padri Orientali del deserto ci hanno fatto conoscere. Una preghiera che non è esercizio intellettuale, ma è un atteggiamento costante che si incolla a noi come il nostro respiro. Allora capiamo perché abbiamo bisogno di ascoltare. Perché senza di Lui non possiamo fare nulla. Ma come possiamo ascoltare Dio se non troviamo mai il tempo di fare silenzio?

Abbiamo paura del silenzio… lo fuggiamo… Anche quando non sappiamo che fare ci stordiamo con le protesi che sono i nostri tablet e cellulari… siamo iperconnessi… perché abbiamo forse paura di stare soli con noi stessi, di abitare la nostra coscienza… di entrare in noi e fare vuoto in noi stessi, perché possa parlare Qualcuno.

Cosa sarà la Quaresima 2017?

Sarà qualcosa di positivo se vinceremo la tentazione di “riempire” ulteriormente la nostra vita cristiana di altre chiacchiere… di altre attività e di altri bei propositi irrealizzabili.La quaresima ci dirà qualcosa se avremo il coraggio di fermarci e di scegliere personalmente di fare spazio alla presenza di Dio, per esempio spegnendo tutto quanto e tornando a rigustare spazi di silenzio e di intimità con noi stessi. E ricominciare da capo la nostra relazione con Lui. Come se fosse la prima Quaresima della nostra vita o l’ultima, quella decisiva, che ci prepara all’incontro con l’Amato.

Ancora una volta: possiamo leggere bellissimi trattati sulla preghiera e non metterci mai a pregare. Come se si potesse sperimentare l’amore soltanto leggendo delle ottime opere letterarie su di esso e mai vivendolo in prima persona.Siamo all’inizio di una quaresima. Il vescovo ha scritto un bellissimo messaggio sulla preghiera. Ora sta a me, a te, decidermi se è giunto il tempo di mettermi in discussione e lasciarmi giocare da Dio. Tutto ciò che viene prima sono solo belle parole. Che rischiano di restare sulla carta dei bei propositi. A me, a te, la scelta. Che solo io o te possiamo fare.

Buona quaresima!

Sac. Pier Emilio Salvadè

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Grazie, Signore,
che ancora ci doni la possibilità di ravvederci e salvarci:
almeno in questo tempo si faccia più intensa la preghiera:
tacciano le passioni, si convertano i cuori,
si aprano le menti alla tua Parola
che di giorno in giorno ci accompagna
nel grande cammino verso la tua e nostra Pasqua.

Grazie allo Spirito che ti ha condotto nel deserto
per essere tentato anche tu, Signore,
così ci puoi ancor più capire, noi siamo le tue tentazioni:
sensi che urlano e magie e superstizioni
e fame di prodigi e di grandezze, orgogli che impazzano,
e la mente sempre più turbata e smarrita:

Signore, benché non capiamo, noi ti crediamo per questo:
perché sei tentato come uno di noi
e tu per noi hai vinto, da solo:
se ci vuoi salvare, Signore,
non lasciarci soli nella tentazione.

Amen. (David Maria Turoldo)

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SE CRISTO E’ CON NOI… – Angelo Nocent

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DIO E’ FEDELE

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Paladino ha conseguito con lode due lauree presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

E’ Dottore di Ricerca in Storia Antica presso l’Università degli Studi di Bologna ed è Docente di Storia dell’Ebraismo Antico e di Storiografia Biblica e Giudaico-Ellenistica.

I suoi interessi di studio, in relazione ai quali ha svolto numerose attività di approfondimento in Italia e all’estero, vertono sull’analisi testuale in chiave comparativa delle versioni antiche della Bibbia, con particolare riferimento a quella ebraica masoretica e a quelle greche, sulla storia del Giudaismo Antico e Medio, sui caratteri del Giudaismo Ellenistico e del Giudaismo Palestinese all’epoca delle origini cristiane.Membro di prestigiose istituzioni italiane e internazionali, è autrice di numerosi articoli e contributi scientifici.

Ha pubblicato le monografie:

  • Dire bene di Dio, dire bene dell’uomo: Le preghiere di benedizione nel Pentateuco e nei Libri Storici dell’Antico Testamento (Napoli 2012);
  • Tutelare l’identità: Studi storico- filologici sulle versioni antiche della Bibbia (Lecce- Brescia 2012) e il saggio.
  • La Sapienza nei testi Biblici (Roma, Carocci, 2013).

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SERVO DI DIO DON GIUSSANI – Angelo Nocent

LA TOMBA – VIDEO
https://www.facebook.com/angelo.nocent/videos/10209308700894353/

22 Febbraio 2005 – 22 Febbraio 2017

“Don Luigi Giussano, ottantadue anni, è morto ieri dopo giorni di agonia. In un momento di tregua ha chiesto gli si avvicinassero, uno alla volta, i volti degli amici. Io ho conosciuto quello sguardo. Era il suo modo unico di vedere Cristo. Ci ha giocato la vita su questo: Gesù non è un fantasma sopra le nuvole, non è un fatto del passato, ma è una presenza adesso.

Adesso però dove sei tu, don Gius? Manchi già così tanto. Ce l’hai detto e spiegato tutta la vita, che la morte e il male sono impotenti. Ma li vorremmo ancora meno potenti, vorremmo che le loro grinfie sparissero. Invece ti hanno portato via. Non si sa più che cos’è la vita, senza i tuoi occhi di padre.

C’era il rombo delle auto che correvano e cento metri dal suo appartamento in una zona senza grazia, ma lui si commuoveva per quegli uomini che correvano in auto e camion, e desideravano la felicità. Guardava quelle scatole a volte veloci, più spesso ingorgate, dalla finestre del quarto piano. Qualche metro sopra la sua testa c’era e c’è un immenso cartellone luminoso con la réclame di una banca, i cui riflessi al neon ipnotizzavano i gabbiani raminghi. Quello era il suo monastero nel cuore del mondo, senza fuga, neanche nelle ore estreme.


Quegli uomini inscatolati e un po’ impagliati siamo noi: percorriamo la tangenziale, e la massima speranza è che non ci sia la coda. Vuoti e impagliati, ci ha definiti il Poeta. Eppure egli vedeva oltre la paglia, sapeva che la desideriamo la felicità. La desideriamo ancora, ma adesso che non ci sei tu, don Gius, chi ce lo farà sapere ora? Chi ci dirà che la risposta all’angoscia non è dispersa nel vento, ma c’è, ed è la misericordia? Non è una filosofia, una morale, ma una compagnia di uomini che bevono il caffè, e hanno il cuore travolto dall’Infinito.

Sulla sua porta, anche adesso che è morto, non c’è scritto: chiuso per lutto. Adesso questo tocca imparare da lui: il lavoro ci fa somigliare a Dio, l’Eterno lavoratore: su, all’opera, ciascuno “testimoni Cristo adoperando gli attrezzi della propria professione. Fosse quella di essere ammalati, incurabili, in un letto“.

Me lo disse, nel 1993, dopo una difficile operazione chirurgica. Gli occhi verde azzurri allora, ma anche prima, e poi fino all’ultimo, quando era immobile e scricchiolavano le sue povere ossa, circondavano e amavano la nostra segreta essenza.
Dio guarda così.”
(Renato Farina, da “Maestri”, 2007)

Così rileggo queste parole, rivedo quello sguardo che si è posato anche su di me, e mi ha travolto la vita.
Me la travolge ancora.
Tanto gli devo.
Il prezzo della vita.

Perché “Dio non toglie se non per restituire”.
E anche questo l’ho imparato da lui.

(Franca Negri)

http://globulirossimonte.altervista.org/2180-2/

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