L’ANIMA E LA SUA OMBRA – Angelo Nocent

Gesù42-001Dedicato all’ANIMA, questa sconociuta, di cui pochi osano parlare.

“L’ANIMA NON GUARISCE MAI DEL TUTTO, 

LE RESTA SEMPRE ACCANTO UN’OMBRA”

Dagli studi universitari all’interesse per quei malati un tempo tenuti ai margini, lo psichiatra racconta come è cambiata la disciplina

di ANTONIO GNOLI

Antonio GnoliLA PRIMA cosa che viene in mente osservando Eugenio Borgna, mentre è ad attendermi alla stazione di Novara, è il suo spiccato senso di gentilezza. Nelle movenze dinoccolate di quest’uomo alto e asciutto, che flette lieve verso l’altro come un giunco, si coglie la disponibilità rara dell’ascolto. Ci fermiamo, vista l’ora di pranzo, a un ristorante gradevole e semivuoto: “Qui veniva Scalfaro”, ricorda Borgna.


E ho l’impressione di un altro tempo. Che è la medesima sensazione che provo nella casa di questo grande psichiatra: vasta, spoglia, ma anche sovraccarica di libri. Come congelata in un altro tempo. Forse più prezioso. Più intimo. Certamente meno duro e perfino più fragile. Proprio al tema della fragilità Borgna ha dedicato un libretto ( La fragilità che è in noi, edito da Einaudi) ricco di considerazioni tenui. Intonate al pastello più che all’acido; alle sfumature più che ai tratti decisi. Ho l’impressione che il pensiero di quest’uomo si svuoti dell’aggressività necessaria in una società votata all’urlo e alla chiacchiera.


Cosa rappresentano le parole per un medico come lei?
“Le parole hanno un immenso potere. Ci sono parole troppo dure e violente. Troppo inumane. Che i medici, non tutti per fortuna, rivolgono al malato. E ci sono parole in grado di aiutare l’altro. Le mie parole sono state anche domande a me stesso e agli altri. Sono i dubbi e le incertezze che ho seminato lungo la mia lunga vita”.

Che ha avuto inizio dove?
“A Borgomanero, a una trentina di chilometri da qui. Vi ho trascorso la mia infanzia e poi l’adolescenza. Interrotta bruscamente quando i tedeschi nel 1943 occuparono la nostra casa. Mio padre, avvocato, faceva parte della Resistenza. E noi, sei figli, con mia madre che teneva in braccio l’ultimo nato, ci avviammo a piedi verso la collina dove protetti da un parroco ci nascondemmo”.

Quanto durò?
“Sei mesi. Tornammo per constatare che la casa era stata distrutta. A poco a poco la vita riprese. La scuola, poi il liceo, infine l’Università a Torino e la specializzazione a Milano nella prima clinica per le malattie nervose “.

Perché quel tipo di scelta?
“Sulle orme paterne avrei potuto fare l’avvocato. O magari il letterato avendo divorato i libri della biblioteca di mio padre. Ma compresi, grazie anche alla letteratura e alla poesia, che occuparsi delle persone che stavano male poteva dare un senso più autentico alla mia esistenza”.

Essere autentici è un dovere?
“Diciamo che avvertivo il desiderio di una verità più grande di quella che di solito osserviamo”.

Mi faccia capire.
“Dopo un po’ che frequentavo la Prima clinica mi accorsi che esistevano due tipi di pazienti, ben distinti: neurologici e psichiatrici. Questi ultimi erano ignorati”.

Perché?
“Si pensava che solo le malattie del cervello meritassero attenzione. Mentre a me interessava relativamente quel tipo di indagine. E fu attraverso quei pochi pazienti psichiatrici, tenuti ai margini, che scoprii un mondo di dolore e di sofferenza che mi parve più autentico di quello biologico e organicistico”.

Non le bastava la verità clinica?

“No, desideravo toccare una verità più esistenziale. Non volevo l’oggettività del neurologo. Ero portato ad ascoltare la sofferenza e l’angoscia come aspetti di una soggettività più complessa. Avevo 32 anni e una libera docenza che mi dischiudeva le porte per una grande carriera milanese”.

E invece?

“Decisi  –  tra lo sconcerto dei colleghi, dei superiori e degli amici  –  di accettare il posto di direttore del reparto femminile dell’ospedale psichiatrico di Novara. Quando entrai vidi all’esterno degli enormi giardini. Mi accompagnava un silenzio assoluto. E malgrado fosse inverno le finestre dell’ospedale erano spalancate. Con i pazienti che guardavano fuori”.

Una scena irreale?

“Sembravano le marionette di un teatro dell’assurdo. Ma era niente rispetto alla situazione che trovai all’interno. Quello che vidi fu raccapricciante: i pazienti legati o rinchiusi in spazi asfissianti. Le urla e i lamenti. Era agghiacciante. Sembrava di essere in un carcere crudele e senza senso. So bene che oggi la situazione è cambiata, ma allora, nei primi anni Sessanta, fu sconvolgente constatare che c’erano esseri umani cui era stata tolta la dignità del vivere”.


Come reagì?

“Provai una profonda vergogna. E al tempo stesso capii che avevo fatto la scelta giusta. Provai a cambiare la situazione. Aprii le porte e vietai l’uso dei letti di contenzione. Nessun paziente poteva più essere legato. Chiamai da Milano alcuni assistenti con i quali avevo lavorato e che avevano, come me, combattuto contro certi metodi”.


Metodi comunque fondati su una lunga tradizione clinica.

“Certo. In quelle decisioni non c’era malvagità, ma tanto pregiudizio. Meglio: l’incapacità di capire veramente cosa si nasconde nella follia”.


Non è facile trovare un varco per la comprensione.

“Non lo è finché ci si rifiuta di pensare alla schizofrenia come a una forma di esistenza. Certo diversa dalla nostra normalità, ammesso che esista, ma pur sempre esistenza vitale”.


Lei dice: la schizofrenia è un mondo vitale. Cosa ha trovato in quel mondo?

“La schizofrenia è una delle forme di sofferenza più enigmatiche e strazianti che si conoscano. Si radica, per lo più, nella crisi esistenziale segnata dal passaggio dall’adolescenza alla giovinezza”.


Si insinua nel mutamento degli orizzonti di vita?

“Esattamente. E può essere vista come un’anarchica e totale perdita di senso, oppure essere riconosciuta, compresa e utilizzata solo se si riesce a guardarla con un forte atteggiamento interiore”.

Intende dire che ci si deve porre alla stessa altezza della malattia?

“Intendo dire che le radici della malattia sono esistenziali e non cliniche. E questa convinzione fa venir meno il rapporto asimmetrico tra medico e paziente”.

Ma è pur sempre il medico che decide per l’eguaglianza.

“È vero. Ma con quella decisione è il medico a mettersi in discussione. Negli anni della mia professione ho capito che o si tenta di rivivere le cause del dolore e dell’angoscia degli altri, con tutte le risonanze e i rischi personali, oppure si è destinati al fallimento”.

C’è un modo certo per registrare questo fallimento?

“La nostra maschera portata davanti a chi vive immerso in una condizione schizofrenica è immediatamente percepita nella sua insopportabile finzione e lontananza “.

Cos’è per lei la guarigione?

“Parlando di guarigione in psichiatria c’è il rischio di sconfinare in una segreta violenza”.

Cioè?
“Intesa in senso dogmatico la guarigione vorrebbe sanare tutto; risolvere ogni problema legato alla malattia “.


E invece?

“La guarigione assoluta, in psichiatria, è solo un gesto totalitario. L’altra faccia, se vuole, del modo in cui la scienza dell’anima si è lungamente accanita sul corpo del malato. Senza pudore né dignità. Personalmente sono convinto che la guarigione avvenga anche quando i sintomi della malattia continuano a manifestarsi. Si può guarire continuando ad avere accanto quest’ombra “.


Non ha mai temuto di essere lei stesso avvolto o sfiorato da quell’ombra?
“Mi sta chiedendo se il peso di ciò che ho sostenuto in questi lunghi anni mi abbia in qualche modo coinvolto più del dovuto?”.


Sì. Nel senso che se si fa propria la sofferenza del paziente cade ogni distinzione.
“Viene meno la distanza e con essa ci si apre alla sofferenza dell’altro. Penso anche che la sofferenza sia una condizione necessaria alla via della conoscenza” .

Ma è una domanda più diretta che vorrei farle e che spieghi la sua “posizione scomoda”: ha mai sofferto di depressione?
“Sì, è un universo che in alcune fasi della mia vita mi ha inghiottito”.

E cosa si prova?

“Nella depressione si vive come sprofondati nel passato. Non si vede più il futuro né la speranza. Si blocca la percezione del cambiamento; si sprofonda nelle cose avvenute che non mutano mai. E poi affiora l’esperienza fiammeggiante della colpa: una delle ragioni del nostro strazio. Ma nei miei quarant’anni di manicomio ho imparato che ci sono tante forme di depressione a seconda dei nostri caratteri e delle nostre emozioni. Teresa di Lisieux vedeva nella malinconia il sentiero per conoscere Dio”.


C’è un nesso tra psichiatria e misticismo?

“Ovviamente no se si considera la psichiatria solo una scienza positiva. Ma le esperienze mistiche ci inducono a riflettere sugli abissi dell’anima, sulle sue lacerazioni. E non può immaginare quante volte mi sia trovato davanti alle oscure notti dell’anima”.


Si nota quasi un desiderio di ricorrere alla religione.

“Non alla religione in quanto tale. Ma a certe sue pratiche: voler camminare con l’altro, immedesimarsi nell’altro. Si parla tanto di etica. Dove pensa debba stare tra il cuore di ghiaccio e il cuore segnato dal dolore? Dalla sofferenza occorre uscire. Ma guai non averla mai provata in vita”.


Crede in Dio?

“Credo in senso pascaliano all’idea del mistero. Non credo a un Dio razionale che ordina il mondo. Oltretutto, visti i risultati, sarebbe stato un pessimo architetto. Ciascuno deve fare bene il proprio lavoro”.


E il suo, ora che non ha più l’ospedale?

“Continuo a dedicare parte del mio tempo ai pazienti. Senza di loro mi sarei trasformato in un piccolo funzionario. Decida lei se del bene o del male”.

E il resto della giornata che fa?

“Leggo e scrivo i miei libri. È un’altra maniera di raccontare il dolore e le fragilità umane. A volte per mesi non riesco a scrivere. È come se il buio calasse in me. Durò a lungo dopo la scomparsa di mia moglie”.

Cosa accadde?

“Soffriva di una malattia autoimmune. Se la trascinò per buona parte della vita. E provai spesso dolore e disperazione. Morì 14 anni fa. Era una psichiatra infantile. Con un carattere molto dolce. Ancora oggi ne avverto il vuoto”.

Cos’è la mancanza?

“Qualcosa che ci accompagna per sempre e che cerchiamo disperatamente di mettere tra parentesi. Ma si può ingabbiare ciò che non avremo mai più?”.


Le cose passano. Destinate come sono a finire. Soprattutto nell’orizzonte della vecchiaia.

“Muta la luce, non necessariamente la materia”.


E la vecchiaia di uno psichiatra?

“Perché dovrebbe essere diversa da quella di un fabbro o di un insegnante di matematica? Conta molto il destino di come è stata la propria vita”.

Destino è una parola impalpabile.

“Sono le migliori. Le meno usurate. Il destino non lo intendo come la macchina inesorabile del fato. È sapere ancora una volta leggere dentro di sé. Riconoscersi. Freud lo fece da giovane e da vecchio. Fino a quando le forze lo sorressero continuò a lavorare. L’importante è non farsi divorare dall’homo faber. Solo così si ha più tempo per ascoltare”.


Non teme il tempo della clessidra?

“Lo temo oggi come lo temevo da giovane. Ho sempre avuto la percezione acutissima dell’imprevedibile. Il morire era per me una possibilità immanente a trent’anni e adesso”.


Citava Freud. Che rapporto ha con la psicoanalisi?

“Nessuno in particolare. È una grande esperienza culturale. Abbastanza inservibile per la schizofrenia”.

Perché?
“Gli schizofrenici non possono raccontare i loro sogni perché non sognano. Servono altre strade. Altre parole. Starei per dire altri dolori. Sa una cosa che vorrei?”.

Dica.
“Vorrei che non ci fossero più giorni muti e senza parole. Vorrei che anche quando il silenzio avvolgesse le nostre vite esso avesse la forma della dignità e non dell’indifferenza “.

Da REPUBBLICA 26 Maggio 2014

Ex Ospedale psichiatrico di NovaraEx ospedale psichiatrico di Novara

Gesù41

Downloads834-001

VISITA IL SITO: ANIMA DOLENTE : https://animadolente.wordpress.com

Pubblicato in GLOBULI ROSSI COMPANY | Lascia un commento

RnS: “PIU’ AUDACI NEL SERVIZIO DELL’UOMO” – Angelo nocent

Documents65-001

Martinez, la sfida dell’autenticità. «Più audaci nel servizio all’uomo» 

Il presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo: da gente ad agenti di misericordia. La vita sociale è da riumanizzare.

Rinnovamento 2«Un’umanità intera ci sta chiedendo Gesù. Portiamola a Lui!». Sono parole di Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, che ieri mattina a Rimini ha concluso la 39ª Convocazione nazionale. A proposito di misericordia, Martinez ha ricordato: «Il compito che papa Francesco ci ha affidato è di una portata tale da non potersi esaurire tra le pareti di un movimento o un’associazione. Lasciamoci dunque condurre, nell’esercizio delle opere di misericordia corporale e spirituale, dalla sovrana fantasia di Dio». Ieri l’ultimo atto della Convocazione è stata la Messa presieduta dall’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe.

Salvatore Martinez, quale stagione sta vivendo il RnS? È un bambino, un adolescente, un giovane o un adulto?

Un bambino nello stupore. Un adolescente nella voglia di imparare Gesù. Un giovane nel coraggio della fede. Un adulto nella maturità ecclesiale e nella consapevolezza di una grande responsabilità.

Che cosa ha chiesto ieri ai 15.000 convocati, salutandoli?

Di essere ancora più audaci nel servizio agli uomini. Lo Spirito Santo è un grande lavoratore e chiede sempre di più. Il programma non è cambiato: dare alla fede profondità ed entusiasmo, perché non si spenga nell’insignificanza e la gente lasci la Chiesa; dare ai tanti uomini delusi, feriti, lontani che incontriamo nelle periferie o che bussano alle porte delle nostre comunità, la prova che non è possibile trovare salvezza migliore se non in Gesù.

La Chiesa italiana dopo Firenze: dove sta facendo fatica, e dove invece sta facendo bene?

Il passo di papa Francesco è sfidante ed esigente. Qualcuno tende a resistere; altri si aprono con timidezza; tutti capiscono che non possiamo essere una Chiesa arretrata. Il kairos della misericordia esige più discontinuità, sul piano comunitario innanzitutto. Ripartire dalla fraternità e dal discernimento dei carismi di cui disponiamo in quanto “credenti e cittadini”, più che da programmi fatti e per pochi. Molti affermano che il laicato sia in crisi, preoccupandosene soltanto in termini di rappresentanze. In realtà mai come in questo tempo la voglia d’impegno sta ritornando tra la gente, ma la condizione è ripartire davvero dal basso, in primis dai giovani per una nuova leadership di servizio.

Ma che cosa chiedono veramente gli italiani alla Chiesa e ai cattolici, se chiedono qualcosa? Qual è la vera frontiera dell’evangelizzazione?

Francesco suscita il fascino dell’autenticità evangelica e dunque della credibilità. Il Paese è nelle morse di una crisi d’identità che tende a impoverirlo e a marginalizzare il bene comune. Le istituzioni civili e politiche stanno colpevolmente perdendo la memoria e la forza di quel passato valoriale e morale che hanno fatto dell’Italia una delle dimostrazioni più alte di “umanesimo umanizzante”. Le frontiere non esistono più, in realtà sono le barriere elevate che vanno abbattute. La principale è riumanizzare la vita sociale, dandole nuova ispirazione e coerenza spirituale.

Papa Francesco, a sua volta, chiede alla Chiesa italiana un cambio di passo, a partire dal Giubileo. La vuole in uscita, nel segno della misericordia. C’è un contributo specifico del RnS?

Gesù ci ha insegnato che la nostra fede è sempre un entrare e un uscire. Ma non sarà mai in “uscita” una Chiesa che non sia in “entrata”, cioè immersa nell’esperienza del Vangelo. Perché è l’esperienza a renderci testimoni e missionari. Altrimenti di quale originalità saremmo portatori? Per il Giubileo “pianteremo Tende della misericordia” nel cuore di molte città d’Italia, perché nessuno sia escluso da questo dono. E, in Sicilia, stiamo lavorando alla costruzione di una “Cittadella giubilare-Ospedale da campo” che raccolga l’eredità di questo Anno santo.

La Amoris laetitia affronta tanti temi. Quali sono più in sintonia con la sensibilità carismatica? 

L’esortazione è davvero assai ricca e coinvolgente, ben fondata sul piano spirituale e di ampie prospettive sul piano pastorale. Il tema dei temi è già nel titolo: la gioia è una conseguenza dell’amore in famiglia. Se non c’è dinamismo d’amore, nel duplice registro della misericordia e della carità, la famiglia muore dentro casa e dentro la storia. La nostra missione è rinnovarla ricentrandola su questa esperienza spirituale, con tutte le possibili declinazioni personali, comunitarie, ecclesiali e sociali.

Siete un movimento che prega, molto e bene. Ora è chiamato anche a fare. Che cosa, e come?

La preghiera non è mai stata la limitazione “del fare”, piuttosto è l’autentica del nostro “essere”. Il cristianesimo è sempre un dare se stessi e non si può certo offrire agli altri l’amore che non si ha e che solo nella preghiera si riceve dallo Spirito. Da “gente” ad “agenti” di misericordia: varrà ancor più per tutti i membri del RnS, i giovani, le famiglie, i sacerdoti. E verso tre grandi aree d’impegno: ammalati, carcerati, immigrati.

Lei è a capo del RnS da 19 anni. Voliamo con la fantasia. Come le piacerebbe che fosse il RnS tra 19 anni?

A capo, come ci ricorda sempre papa Francesco, è Gesù. E noi al suo servizio. Certo non avrei mai pensato di attraversare due millenni e di stare vicino a tre pontefici. E davvero ho ricevuto molto più di ogni volo di fantasia. Ma certo un sogno nel cuore è sempre vivo: che tutti i cristiani si diano conto di essere carismatici, perché è tutta la Chiesa ad esserlo!

AVVENIRE – Umberto Folena – Inviato a Rimini

Aggiornato di recente234

Pubblicato in GLOBULI ROSSI COMPANY | Lascia un commento

MADRE DEL BUON CONSIGLIO – Angelo Nocent

Pictures656

Immagine | Pubblicato il di | Lascia un commento

COME NASCE UN CENTRO PSICHIATRICO IN MADAGASCAR – Angelo Nocent

Pictures644

 

Questo Sabato 23 aprile 2016 l’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio inaugurerà il primo centro di salute mentale del Madagascar, a 30 km dalla capitale. Un grande evento per i Fratelli Ospedalieri ma anche per gli abitanti del Madagascari, come ha spiegato Fra Jean-Guillaume, fratello di San Giovanni di Dio e infermiere psichiatrico.

Pictures643

Downloads830

In quale contesto è stato creato questo nuovo centro?

Il Centro di Salute Mentale di San Benedetto Menni è il primo del suo genere in Madagascar. Non vi è, attualmente che un solo ospedale psichiatrico per l’intera Grand Big île, chiamata “PK18”, con sede ad Antananarivo e dove, purtroppo, i pazienti spesso escono senza monitoraggio.

Frequentando regolarmente questo ospedale pubblico abbiamo scoperto come la salute mentale è la Cenerentola della sanità del Madagascar. È per questo che abbiamo aperto, grazie alla Provincia di Francia, il Centro San Benedetto Menni che ha lo scopo di aiutare i pazienti psichiatrici essere non solo curati, ma anche sostenuti nel loro reinserimento sociale alla dimissione.

Downloads831

Si tratta di un evento molto importante per i fratelli, il cui carisma è quello di dare la priorità a coloro che sono trascurati. Ma anche per i Malaghesi, il cui numero di pazienti psichiatrici aumenta a causa della crescente povertà, della droga, dell’insicurezza …

Come sarà il Centro di San Benedetto Menni?

Abbiamo 23 posti letto di degenza, 10 sale per la cura diurna e un centro ambulatoriale. È quest’ultimo che giocherà un ruolo importante nel processo di accoglienza dei pazientii. Tutti coloro che lo desiderano possono, dal 14 luglio, venire e consultare il medico. E ‘stato lui, in connessione con le unità di pronto soccorso, che valuteranno se ricoverare o meno. Tutti saranno i benvenuti, senza distinzioni, con, seguendo l’esempio del nostro fondatore, con la priorità data ai più poveri.

Abbiamo preso la decisione di coinvolgere tutti, a partecipare nella struttura secondo i loro mezzi. Ma dovremo trovare ulteriori fondi per sostenere un centro la cui previsione di spesa è stimata più di 150.000 euro l’anno! Una ventina di dipendenti, con i religiosi, offrirà sostegno e cura completa, con un piano personalizzato per ogni paziente.

Quale sarà il tuo ruolo in questo nuovo Centro?

Per ora, i miei superiori mi hanno chiesto di formarmi per la gestione del centro in relazione con Giuseppe Coltat, un volontario venuto dalla Francia per un anno con la moglie, Odile, per impostare il progetto dell’istituto. In parallelo, a Dio piacendo, mi preparo alla mia professione solenne nel mese di febbraio 2017 In ogni caso, qualunque sia la mia missione, farò quello che posso,con l’apporto della mia fede, della mia professionalità e della mia cultura per lo sviluppo della struttura.

Già pensate di sviluppare il centro?

Sì, abbiamo presentato una richiesta di apertura di 25 posti letto aggiuntivi, perché sappiamo che ci sono molte esigenze e saremo rapidamente sopraffatti dalle richieste. Per adesso, abbiamo limitato l’accoglienza dei pazienti provenienti da un’area geografica con un raggio di fino a 200 chilometri, ma che potrebbe evolversi. Gli abitanti della città di Imerintsiatosika già parlano tra loro, e in ultima analisi, pensiamo che il passaparola correrà veloce! Infine, abbiamo anche iniziato ad essere coinvolti nell’assistenza domiciliare oltre che come ospedale della città, con i candidati (postulanti) che possono iniziare subito a vivere la loro vocazione del prendersi cura.

BANCA MONDIALE DELLA SANITA’

http://live.banquemondiale.org/sante-mentale-et-objectifs-du-developpement-mondial

Downloads832

https://youtu.be/iA6qstzpjI0

Gesù27

Pubblicato in GLOBULI ROSSI COMPANY | 1 commento

CHIARA SCARDICCHIO LA SECCHIONA – Angelo Nocent


spirito santo-001

SAM_5943Ieri sera (14 Aprile 2016), Veglia di Preghiera per le VOCAZIONI in Santa Maria della Passione con il Vescovo di Crema Oscar Cantoni che ha molto insistito di imparare a RINGRAZIARE, ancor prima di chiedere.

Ha usato questa immagine: “LA MEMORIA DEL CUORE“. Significa riconoscere i doni: la vita, la salute, gli affetti, l’amicizia, l’educazione…

Il perché dell’insistenza è per il fatto che ringraziare non ci viene naturale. Senza andare lontano, dire grazie alla mamma non è di tutti i giorni…Ma se “dire grazie” ci costa fatica, figuriamoci se si tratta di ringraziare nella fatica, nella sofferenza, o, addirittura, benedire e ringraziare la morte! Può apparire una cosa da “fuori di testa”. Eppure, secondo il vescovo Oscar, non è così: ci sono persone che si sono allenate al ringraziamento a partire da queste situazioni, hanno imparato a dire grazie anche in contesti di vita che , a prima vista, sembrano insensati, inumani, fallimentari.

Tra queste persone, c’è CHIARA SCARDICCHIO, mamma e docente e ricercatrice in Pedagogia, che ha fatto questa esperienza e ne è uscita TRASFORMATA, grazie al dono della fede.

Sulla fede ho memorizzato questa espressione: “Ritrovare la fede è più che ritrovare la vista” (si riferiva a una donna arrabbiata con Dio, andata a Lourdes a metterlo alla prova: vediamo se mi ridà la vista. In quel clima, ha ritrovato la fede, non la vista. E sul luogo, ora c’è un monumento a ricordo dei passanti.

E ancora: “La fede è guardare le persone con amore, ossia con lo stesso sguardo con cui le guarda Dio”.

“Io credo in te, Signore, ma aumenta la mia fede”.

Chiara Scardicchio 1Antonia Chiara Scardicchio è nata a Bari nel 1974, ma racconta di essere rinata una seconda volta undici anni fa quanto ha dovuto ripensare totalmente la sua esistenza nel vivere l’avventura della maternità con una bimba speciale, Serena. Chiara Scardicchio è anche docente e ricercatrice in Pedagogia all’Università degli Studi di Foggia e si occupa dal 1997 di progettazione e formazione nei contesti dell’educazione e della cura.

È autrice di alcune pubblicazioni: Logica e Fantastica. “Altre” parole nella formazione (Ets, 2012); Il sapere claudicante. Appunti per un’estetica della ricerca e della formazione (Mondadori, 2012); Adulti in gioco. Progettazioni formative tra caos, narrazione e movimento (Stilo, 2011). Di recente ha pubblicato il volumetto Madri… Voglio vederti danzare, un libro che racconta del suo amore per Serena ma in generale dell’essere madri e genitori in un percorso fatto di dolore, redenzione, bellezza (presentato a Rimini lo scorso 7 marzo). Un “breviario di felicità” nato su iniziativa di un’amica di Chiara: Antonella Chiadini, medico e giornalista riminese, per contribuire a sostenere la spesa per il sostegno scolastico di Serena, quest’anno negato a causa di un ennesimo taglio alla spesa pubblica.

Che cosa ha significato per lei scoprirsi madre di una bimba come Serena?

Ho sempre basato la mia vita e la mia professione sulla parola. Le parole (tante) che uso per relazionarmi agli altri, le parole che leggo e che scrivo nel mio lavoro di insegnante e ricercatrice e per passione. Provate a pensare che paradosso per me trovarmi ad essere madre di una bimba che non parla. All’inizio anch’io mi sono trovata senza parole, chiusa nel mio dolore e nel mio silenzio, ho smesso di scrivere e avevo sempre meno voglia di parlare. Poi nel silenzio ho trovato parole nuove e questa è stata per me una seconda nascita. Scrivere per me è diventato anche un modo di prendermi cura di me stessa, di conoscermi, di resistere e di sbrogliare i miei pensieri, dando un nome alle mie paure. Ma soprattutto scrivo per raccontare ad altre madri la possibilità di vivere in maniera nuova e diversa la propria maternità.

CONOSCIAMO LA PROFESSIONISTA

CONOSCIAMO LA DONNA DI FEDE

Maria1

Nel Santuario mariano, non poteva mancare il riferimento a Maria, qui venerata come Signora della Croce ed è stato invocato il suo aiuto per diventare uomini e donne, adolescenti e giovani, fuoriclasse in riconoscenza; esperti di ringraziamento e maestri di lode:

Dio ha fatto in me cose grandi,
lui che guarda l’umile servo
e disperde i superbi nell’orgoglio del cuore.

L’ANIMA MIA ESULTA IN DIO MIO SALVATORE
L’ANIMA MIA ESULTA IN DIO MIO SALVATORE
LA SUA SALVEZZA CANTERÒ.

Lui, Onnipotente e Santo,
Lui abbatte i grandi dai troni
e solleva dal fango il suo umile servo.
Rit.
Lui, misericordia infinita,
Lui che rende povero il ricco
e ricolma di beni chi si affida al suo amore.
Rit.
Lui, amore sempre fedele,
Lui guida il suo servo Israele
e ricorda il suo patto stabilito per sempre.
Rit.

FORSE LE VOCAZIONI PASSANO

ANCHE ATTRAVERSO LA MIA VOCAZIONE, 

DONO E MISTERO

Gesù23

Downloads818

Pubblicato in GLOBULI ROSSI COMPANY | 2 commenti

FRATEL BIAGIO CONTE E’ IL GRIDO DEI POVERI DI PALERMO – Angelo Nocent


Downloads780
Sette giorni di digiuno. Sette giorni di battaglia per riconquistare l’ex Fonderia Basile. Biagio Conte è allo stremo. E i suoi amici temono per la sua salute.

Fratel Biagio non si alza più”
La grande paura dei volontari

IL VIDEO:

http://livesicilia.it/2016/01/31/biagio-conte-posso-morire-per-palermo_709291/

PALERMO- “Da ieri non ha più praticamente la forza per alzarsi. Siamo a una settimana di digiuno. Fratel Biagio rimane seduto o coricato per terra, col suo cartone e con la sua coperta. Ancora non siamo al punto di rottura, ma la preoccupazione è grande. E tutti i palermitani che gli vogliono bene dovrebbero cominciare ad avere paura”.

Sono le parole gravi di Francesco Russo, medico e volontario della ‘Missione Speranza e Carità‘, amico di Biagio Conte: il missionario che non mangia e prega per l’ex Fonderia Basile che fu promessa ai poveri dalle precedenti amministrazioni e che è stata acquistata da un privato. “Non mi fermerò mai, sono pronto a morire per Salvare Palermo. La mia non è una protesta, ma una battaglia contro la disumanizzazione crescente e per i diseredati”,così il fraticello laico a LiveSicilia.

L’ex Fonderia, a due passi dalla Missione di via Archirafi, è l’ultima trincea di un’esistenza spesa per il prossimo. Dimenticata per anni, dedicata, secondo le parole della politica, a progetti di solidarietà: oggi nelle mani di un imprenditore che ha fatto semplicemente il suo mestiere. Ma forse altri dovrebbero recitare qualche mea culpa.

Non a caso, all’inizio della storia, lo stesso fraticello laico aveva scritto una lettera di fuoco: “Vent’anni di attesa per l’utilizzo dell’ex Fonderia Basile per ridare dignità e reinserimento ai fratelli emarginati ed esclusi da questa indifferente umanità (…) Palermo perde un’altra speranza e ripiomba nel buio, nell’inerzia e di non potersi rialzare“.

Le testimonianze di sostegno non sono mancate, pure al massimo livello. Il sindaco Orlando è andato a trovare Biagio Conte, seguito dal vescovo, don Corrado Lorefice. Ma la verità è che l’uomo che vuole salvare una citta e il mondo non si fermerà mai. Le sue case dell’accoglienza ospitano circa mille e duecento persone che hanno ricevuto speranza e carità, altrimenti negate. Qualcuno riesce a immaginare cosa sarebbe Palermo se Fratel Biagio non fosse mai nato?

Centro di accoglienza BEATO OLALLO
Arrivo del Sindaco della Città di Palermo, Prof. Leoluca Orlando

Orlando Sindaco di Palermo 3

Orlando Sindaco di Palermo 2

COrlando Sindaco di Palermo

Downloads783

A piedi e con la croce di legno sulle spalle, Biagio Conte andrà da papa Francesco

PALERMO. Più sereno, forte della preghiera di tantissimi palermitani e del sostegno di sempre più numerosi siciliani coinvolti dalla sua missione, Biagio Conte è pronto a partire. Il lungo pellegrinaggio a piedi che lo porterà fino a Roma, da Papa Francesco, comincerà la prossima settimana.

Il laico col saio verde, fondatore della missione Speranza e Carità, lascerà per un po’ Palermo e i tanti ostacoli che si sono frapposti nella sua opera al servizio dei più poveri e porterà la sua croce di legno in giro per l’Italia. Passerà anche da Sant’Agata di Militello, il paese del Messinese da cui, per iniziativa del presidente del consiglio comunale Antonio Scurria, è partita l’ idea di destinare un gettone di presenza (20 euro) di ogni consigliere alla «Missione Comune per Biagio Conte».

Downloads781

lourdes grottaVenerdì 17 Gennaio 2014

Il frate laico non usa più la sedia a rotelle sulla quale era relegato da anni dopo un bagno nella piscina di Lourdes. La Curia ufficializza la guarigione sul suo bollettino

Il missionario laico Biagio Conte, “l’angelo dei poveri” di Palermo, “torna a camminare grazie all’intercessione della Madonna di Lourdes”. Lo afferma la diocesi di Palermo attraverso la sua newsletter. “A guardarlo ieri mattina in cattedrale, in occasione della celebrazione interculturale ‘Epifania dei popoli’ presieduta dal cardinale Paolo Romeo – si legge nel bollettino diffuso dall’ufficio stampa – sembra proprio di sì, perchè ha abbandonato la sedia a rotelle dove era relegato ormai da diversi anni ed era ben dritto sulla schiena insieme ai suoi poveri”.La conferma della inspiegabile guarigione, arriva dallo stesso missionario laico fondatore della missione “Speranza e carità” di via Archirafi e delle altre due comunità di via Garibaldi per l’accoglienza femminile e di via Decollati, denominata “La Cittadella del Povero e della Speranza” dove sono ospitati bel 900 tra immigrati, poveri, senza casa ed ex tossicodipendenti. “Per me è stata una grazia inaspettata – racconta con la sua consueta enfasi fratel Biagio – che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria. Io ho sempre avuto a cuore la Vergine, ma non mi ero mai recato nel santuario di Lourdes, un viaggio che è stato possibile grazie all’Unitalsi che mi ha invitato insieme ai malati”. Biagio Conte, inizialmente non voleva andare in Francia anche per motivi di salute ed arrivato a Lourdes non voleva nemmeno fare il bagno nella vasca. “Io non pretendevo nulla ed anzi ho dato la precedenza agli altri malati – aggiunge il missionario laico – poi mi sono deciso e subito dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro che mi ha permesso di tornare non a camminare, ma a correre verso le tante persone che me lo chiedono”.

Downloads782

Pubblicato in GLOBULI ROSSI COMPANY | Lascia un commento

“CHIAMATEMI MADRE” IL GIORNO DOPO – Angelo Nocent

Pictures634

URGENTE – SILVIA E’ MEDICO MA NON BASTA

CHIEDE PREGHIERE PER UNA SITUAZIONE COMPLESSA CHE ILLUSTRA SINTETICAMENTE.

Il precedente articolo del blog parlava della Madonna della Rivelazione. Ad un certo punto si legge che la Madre di Dio dice: “Chiamatemi madre”. Silvia, quasi fosse stato scritto apposta per lei, la prende subito in parola.

In coincidenza, infatti, per complesse situazioni familiari, si trova a non saper dove sbattere la testa, a chi rivolgersi. Questo stato d’animo è noto a Gesù. E, in quel “Chiamatemi Madre” c’è il grido dell’impotente che supplica: “Monstra te esse matremMostrati di essere madre

Collage279

  • GESU’ SA,
  • GESU’ CONOSCE,
  • GESU’ ISPIRA.
  • GESU’ ARRIVA PRIMA DI NOI MA VUOLE IL NOSTRO COINVOLGIMENTO SOLIDALE.
  • NOI: SOSS: Silenziosi Oranti Solidali Sorridenti – come dire che mettono serenamente la loro fiducia in Dio). E’ il Signore che passa e lo Spirito di Gesù vuol dirci qualcosa.  Sono in tanti a piangere.

Downloads770

  • SILVIA; “Scrivo qui perché non so adesso dove altro pregare.
    “Chiamatemi Madre”.
  • SUA FIGLIA: “Io non so, non ho mai saputo pregare.
    Vi chiedo preghiere.
    Urgenti.
    Oggi per Susanna. 16 anni. Domani.
  • Ti prego mamma, almeno domani, riesca. Non abbia altre umiliazioni.
    Ne sarebbe distrutta. Potrebbe suicidarsi.
    Oggi, l’hanno uccisa.
  • Lei studia. Si fa un mazzo così, e la prof: tu non studi.
    E’ la mia bambina…Tu mamma, preghi: domani almeno, ha la verifica di scienze. Ti prego”.

Questa la telefonata di mia figlia: Susanna è la figlia della figlia. Mia nipote. Ha una storia breve, ma dolorosa.

Pregate.
Mia figlia, Luisa, ha 7,8 di hb: anemia da trasfusione immediata.
Stasera il medico di base: subito in PS.
Ovviamente, è a casa, con tutto il resto…
Preghiamo.

San Riccardo Pampuri - Trivolziio

1-2015-08-151

SU FACEBOOK:
https://www.facebook.com/SanRiccardoPampuriGlobuliRossiCompany/?pnref=story 

Pubblicato in GLOBULI ROSSI COMPANY | 5 commenti