NOSTALGIA: E’ L’AMORE CHE RIMANE – Angelo Nocent

DON CARLO GNOCCHI SUL DOLORE INNOCENTE: “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è comunque permesso perché siano  manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà”.

DON TONINO BELLO Vescovo: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno».

E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».

CARLO MARIA MARTINI – Tutti soffriamo a causa di errori anche nostri, e tuttavia c’è una gran parte degli uomini che soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: è la gente misera, oppressa, che costituisce i tre quarti dell’umanità. Questa folla immensa fa nascere il problema: perché? che senso ha? è possibile parlare di un senso?
Il cardinal Martini riflette sul mistero della fragilità e del dolore innocente a partire dall’icona di Giobbe, figura grandiosa dell’Antico Testamento, simbolo di ogni uomo che soffre.
Il messaggio biblico è di straordinaria consolazione: l’uomo percepisce la propria fragilità e la provvisorietà di ogni cosa, ma solo quando accetta di fidarsi di Dio compie un percorso di crescita verso la verità, accettando il proprio limite e trovando le risorse necessarie per affrontare il tempo della prova. 

1-Rogério Brandão oncologo.jpgDr. Rogério Brandão, oncologo – Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia.
Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo.
L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma.

Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

«A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!».

«Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?», le chiesi.

«Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero?».

(Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)

«È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!».

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

«E la mia mamma avrà nostalgia», aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: «E cos’è la nostalgia per te, tesoro?».

«La nostalgia è l’amore che rimane!».

Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!

Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori.
Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.

Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante. Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato.Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

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DIES NATALIS CARLO MARIA MARTINI – Angelo Nocent

CARLO MARIA MARTINI – RIFLESSIONI SULLA MORTE

«Io, vedete, mi trovo a riflettere nel contesto di una morte imminente. Ormai sono già arrivato nell’ultima sala d’aspetto, o la penultima…». Il cardinale Carlo Maria Martini parla con un filo di voce ma sorride, «è stato un atto di audacia e anche di temerarietà chiamare a parlare una persona anziana che non sa se potrà esprimere bene le cose o tenersi in piedi», nell’auditorium dei gesuiti di San Fedele non vola una mosca, la gente ha gli occhi lucidi e l’arcivescovo emerito di Milano prosegue sereno, è arrivato appoggiandosi a un bastone ma lo sguardo e il pensiero non vacillano.

La sala è piena, si presenta il libro Paolo VI «uomo spirituale» (ed. Istituto Paolo VI-Studium), una raccolta di scritti martiniani su Montini curata dal teologo Marco Vergottini. E tanti sono rimasti fuori, l’attesa è grande quanto la commozione per il «ritorno» del cardinale biblista a Milano, anche se da qualche mese «padre Carlo» è tornato da Gerusalemme e risiede nella casa dei gesuiti a Gallarate. «Con i vostri tanti gesti di bontà, di amore, di ascolto, mi avete costruito come persona e quindi, arrivando alla fine della mia vita, sento che a voi devo moltissimo», sorride ancora ai fedeli, quasi fosse un congedo. Gli ottantun anni, il Parkinson. E il tema della morte, quello che nel libro Martini chiama con espressione dantesca «il duro calle».

Quando l’attore Ugo Pagliai legge il «pensiero alla morte » di Paolo VI, « ...mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce… », il cardinale ascolta col volto affondato nelle mani aperte. «Se dovessi non lo scriverei così. È troppo bello, è meraviglioso, lirico», spiega Martini. «Come ho osservato nel libro, ritengo che il testo di Montini sia stato scritto anni prima, quando sentiva la morte incombente ma non imminente».

«Dire» la morte. È una riflessione che nel cardinale si è fatta via via più urgente negli ultimi anni. L’anno scorso, nella basilica dei Getsemani a Gerusalemme, aveva salutato i pellegrini ambrosiani con una lectio vertiginosa sulla Passone e l’«angoscia » di Gesù, «in greco il termine è agonia e significa lotta, conflitto, tensione profonda».

Della sua morte, invece, il cardinale parla come «imminente». Ed è qui che ha accenti wittgensteiniani, il pensiero sul limite della vita diventa un’interrogazione sui limiti del linguaggio, «chi si trova in questa situazione, dovrebbe piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole, e questo è per me un problema irrisolto: come descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che tuttavia, in quanto razionali, devono esprimere una esperienza positiva».

Martini non ama i discorsi facilmente consolatori, come sempre trova il modo di parlare «al credente e al non credente che è in ciascuno di noi» e guarda in faccia «il duro calle». Davanti all’«affidamento totale a Dio» di Montini, scrive nel libro, «mi sento assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito».

E invece «Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell’oscurità che fa sempre un po’ paura». Ma qui sta l’essenziale: «Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle “uscite di sicurezza”. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio». È l’insegnamento di Montini, «per me fu un po’ come un padre». Perché ciò che ci attende dopo la morte «è un mistero » che richiede «un affidamento totale»:

«Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani».

Gian Guido Vecchi.

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L’OSCAR AL CARD. MARTINI – Angelo Nocent

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L’ALTRO GESU’ E LA CHIESA DEL GREMBIULE – Di Angelo Nocent

Questo libro, appena edito, che ho tra le mani, risponde a una sollecitazione dell’apostolo Pietro: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Ma questo sia fatto con dolcezza, rispetto e retta coscienza“. (1 Pietro 3,15-17) .

L’ultimo suo successore, Papa Francesco, dice che le ragioni della speranza si fondano su questo:
– la fiducia in Dio che “ci permette di alzare la testa e ricominciare,
– con una tenerezza che mai ci delude”,
– e la fiducia nei tanti uomini dal cuore acceso che seminano luce nel mondo.

Dunque, è rivolto a chi, CREDENTE O NON, ritenga dimensione inalienabile della propria esperienza umana quell’interiorità che non cessa di interrogarsi e di riflettere.

I CREDENTI – “Questo libro è rivolto ad un vasto pubblico di persone che intendono essere cristiani veri, mira alla sostanza delle cose, non difende tesi preconcette ed evita questioni inutili. Tanti di noi, cristiani ed anche religiosi, per l’educazione che abbiamo ricevuto, siamo portati talvolta a dare più importanza alla forma che alla sostanza delle cose. Un richiamo alla fonte del cristianesimo è fondamentale per chi vuole rimettere le cose a posto” (pag. 10)

Studenti, operatori sanitari religiosi e laici, parrocchie attente al “farsi prossimo”, il volontariato, donne e uomini in ricerca, malati, disabili e loro familiari… troveranno nutrimento solido per una meditazione sul proprio itinerario spirituale, professionale, esistenziale, perché la fede possa essere una fede matura, adulta, che si pone domande e insieme sa rendere ragione di se stessa.

CHI NON CREDE, è invitato a confrontarsi con l’approccio cristiano a tematiche che sono per tutti di bruciante attualità: Dio, Gesù, il dolore, la malattia, ogni tipo di degrado che umilia la dignità dell’uomo… L’autore ha diviso il libro in SEZIONI:

1. SEZIONE GESU’ CRISTO
2. SEZIONE VITA CRISTIANA
3. SEZIONE CULTURA CATTOLICA
4. SEZIONE PASTORALE DELLA SALUTE
5. SEZIONE SANTI DELL’ORDINE

Come è nato questo libro?

Lo spiega l’autore stesso che ci tiene a precisare: “Non si tratta di un libro di teologia scritto di getto, non ho inteso fare degli acuti teologici” (pag 10).

E ancora: “Ho compiuto i miei studi di teologia dogmatica dal 1959 al 1965 conseguendo il Bacellierato nella Facoltà Teologica milanese di Venegono Inferiore (Varese) e poi all’Università Gregoriana di Roma la Licenza in Teologia dogmatica nel 1963 e La Laurea nel 1965.

Con la pubblicazione dei documenti del Concilio Vaticano II, mi sono reso conto subito che la mia Teologia era vecchia per cui non bastava qualche aggiustamento ma occorreva una nuova impostazione radicale. Lo stimolo è è venuto anche dal fatto che dovevo insegnare Teologia agli Scolastici dei Fatebenefratelli a Milano. Mi sono giovati molto due esperti del Concilio Vaticano II: Hans Küng per la teologia dogmatica e Bernar Haering per la Teologia morale”.

Oggi l’ultranovantenne teologo Kung, nel suo ultimo libro TORNARE A GESU’, ribadisce che “L’essenza del cristianesimo non è nulla di astrattamente dogmatico […] bensì è da sempre una figura storica viva”: Gesù Cristo.
È lui il fondamento dell’autentica spiritualità cristiana.
A lui dobbiamo ispirarci per il nostro rapporto col prossimo e con Dio stesso.
Ed è a lui che la Chiesa deve riferirsi; è il suo vissuto – ciò che ha predicato, combattuto e patito – che deve diventare il criterio di orientamento e di vita; è alla verità storica delle origini che occorre tornare per combattere le amnesie, le dissimulazioni e gli occultamenti correnti.

In questo libro Hans Küng affronta il tema a cui ha dedicato la sua vita di studioso e di cristiano, già portato alla luce nella sua opera capitale “Essere cristiani”: il Gesù storico così come lo incontriamo nel Nuovo Testamento, nei tratti essenziali del suo annuncio, del suo comportamento e del suo destino unico. Lo annuncia agli uomini e alle donne di oggi come una figura viva del nostro presente.”

Il merito di Fra Luca è di aver scorto in quell’invito al “grembiule” risuonato nella Chiesa per la voce profetica del vescovo Don Tonino Bello, un segno dei tempi. Ecco la motivazione: «(…) Brocca, catino e asciugatoio devono divenire arredi da risistemare al centro di ogni esperienza comunitaria. Con la speranza che non rimangano suppellettili semplicemente ornamentali.
Che cosa significa tutto questo per noi? Che, ad esempio, un sacerdote difficilmente potrà essere portatore di annunci credibili se, nell’ambito del presbiterio, non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri, e a lasciarsi lavare i suoi da ognuno dei confratelli…
Non si tratta di essere mondi, cioè puri. Anche gli apostoli dell’ultima cena lo erano: “voi siete mondi” aveva detto Gesù. Il problema è essere SERVI. Perché gli uomini accettano il messaggio di Cristo, non tanto da chi ha sperimentato l’ascetica della purezza, quanto da chi ha vissuto le tribolazioni del servizio ….»).

Di qui la chiave di volta per la rinascita di una storia iniziata nel suo Ordine per le vie di Granada. Quel Giovanni di Dio che aveva sempre sulle labbra, con il “Fate del bene a voi stessi, fratelli per amore di Dio”, anche un’ altra benedizione: “Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”.

Dedicato sia a giovani che a professionisti disposti ad impegnarsi fino all’eroismo, l’autore propone come testimoni e modelli un medico condotto trentenne, San Riccardo Pampuri ed un avventuriero illuminato, San Giovanni di Dio che, dopo infinite peripezie, ha finalmente trovato la sua strada a quarantacinque anni.

Dedicato sia a giovani che a professionisti disposti ad impegnarsi fino all’eroismo, l’autore propone come testimoni e modelli un medico condotto trentenne, San Riccardo Pampuri ed un avventuriero illuminato, San Giovanni di Dio che, dopo infinite peripezie, ha finalmente trovato la sua strada a quarantacinque anni.

Dunque, libro da leggere, rileggere e da prendere in seria considerazione per una revisione di vita che non è mai una volta per tutte.

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”.Lc 4,18-19

Papa Francesco:”Lo Spirito Santo ci trasforma veramente e vuole trasformare, anche attraverso di noi, il mondo in cui viviamo“. Messa per i cresimandi.(28.04.2013)


Il ricavato (minimo 35 Euro, è destinato dall’autore alle Missioni UTA – ONLUS di Afagnan e Tanguità.

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I DONI DI DIO PASSANO PER L’ASCOLTO – Angelo nocent


UN PREGIUDIZIO DA SFATARE:

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CORPO E SANGUE DEL SIGNORE – Angelo Nocent

La FESTA DEL CORPUS DOMINI vista con gli occhi di Wilma Kasseur.

Viva voce:

Abbiamo visto che essere Trinità è essere comunione. Se Dio fosse solo uno e non trino, diceva uno, avrebbe già “dato le dimissioni da Dio” perché se fosse solo, essendo eterno, sarebbe una solitudine eterna. Terribile. Ma Dio è trino, oltre che uno. Il Padre è essere sussistente, il Figlio è sapienza sussistente e lo Spirito è amore sussistente, ma non tengono nulla per loro e mettono tutto in comune. Il Padre è tutto versato nel Figlio e il Figlio è talmente fuori di sé da essere addirittura in un pezzo di pane. L’infinito si fa frammento, il tutto si fa particella per potersi donare a noi. Dio sconcertante: la potenza si fa debolezza, il Creatore si fa creatura e quella creatura unica al mondo, cioè l’Uomo-Dio, si fa pane. Più scendere di così, non si può! E così da deformi ci rende deiformi. 

– Tutti mendicanti 

Gesù nell’Eucaristia è presente non come una cosa, ma come una Persona, cioè come un “Io” che si dona a un “tu”, quindi c’è comunione di persone, incontriamo veramente Qualcuno.

Quando andiamo alla Comunione tendendo la mano per ricevere il Signore della vita, siamo come dei mendicanti che tendono la mano per chiedere la carità del Pane di vita eterna, siamo il povero che tutto riceve, anzi riceve il Tutto: una carica esplosiva straordinaria, un fuoco ardente e incendiante. Eppure non bruciamo e non sentiamo la scossa!

Non è normale non sentire che il fuoco brucia, e che la corrente dà la scossa. Siamo troppo protetti dall’irruzione di Dio.

“C’è troppo isolante in noi” (P. Cantalamessa), cioè troppa indifferenza, troppo poca consapevolezza di chi stiamo per ricevere, troppi affanni e preoccupazioni della vita che ci impediscono di essere raggiunti da questa forza ad altissima tensione che ci attraversa.

Nella Comunione Gesù viene in noi… 

Il Cristo si riversa in noi come una forza e un liquore inebriante che dovrebbe trasformaci totalmente, e noi non ce ne accorgiamo neanche, rimaniamo tali e quali con le nostre tristezze e pesantezze, invece di fare l’esperienza dell’ebbrezza dello Spirito.

Dobbiamo chiedere la grazia di ridiventare normali: di sentire il fuoco bruciare e la scossa scuotere!

Nella Consacrazione, il sacerdote consacra tante piccole ostie assieme a quella grande, fatte di pane azzimo, cioè non fermentato perché senza lievito. Le piccole ostie siamo noi e dobbiamo diventare pure noi pani azzimi, cioè senza lievito di malizia, di vanagloria e di tutto quello che fermenta e fa gonfiare smisuratamente il nostro io che accaparra tutto e ci impedisce di essere attenti al Tu che riceviamo nell’ostia consacrata.

E ci impedisce di sentire la scossa. Il culto eucaristico poi, non si esaurisce nella Comunione: c’è anche l’adorazione a Gesù presente nel Tabernacolo. E’ infatti un bellissimo gesto quello di andare a salutare Gesù presente nel tabernacolo, ogni volta che passiamo davanti ad una chiesa o fare l’adorazione ogni volta che ne abbiamo l’opportunità. E’ come esporsi ai raggi potentissimi del nostro Sole divino. 

– …ma poi vuole uscire 

– E dopo saremo anche noi come piccoli Soli, come dice Dionigi l’Areopagita, che prima si sono riempiti di splendore irradiato e poi lo trasmettono agli altri. E’ quello il momento di liberare il “divino prigioniero” e darlo a piene mani agli altri, con gesti di bontà e di carità, altrimenti lo teniamo agli arresti domiciliari, o perlomeno in “libertà vigilata” e gli facciamo anche fare brutta figura non comportandoci come Lui si comporterebbe. Per non oscurare la Sua presenza in noi, chiediamogli questa grazia, impegnativa certo, ma Lui può questo e altro: “Chi guarda me, veda Te”. Sempre! 

WILMA CHASSEUR

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UN SORPRENDENTE LUIGI GONZAGA – Angelo Nocent

A 450 anni dalla sua nascita, un documentario approfondisce quattro aspetti della vita umana e spirituale di questo religioso gesuita: la scelta, la purezza, la vita comunitaria, lo studio. Ognuno viene ricostruito attraverso interviste, inserti animati e parti interpretate da Giulio Forges Davanzati. La regia è di Alberto Di Giglio che firma anche la sceneggiatura insieme a Luigi Boneschi. L’opera trasmessa oggi e, in replica, sabato 23 giugno alle 23 e domenica 24 alle 00.15.

Un uomo determinato, appassionato, dotto.Il ritratto che emerge dal documentario Luigi Gonzaga. Volti di un santo, in onda su Tv2000 il 21 giugno alle ore 9 e in replica sabato alle ore 23 e domenica alle ore 00.15, riporta alla luce la figura di un uomo innamorato della vita, la cui storia non poteva non ispirare intere generazioni: San Luigi Gonzaga (1568-1591).

Mantovano, san Luigi è stato a lungo indicato come un modello da seguire per i giovani. A volte, purtroppo, con qualche semplificazione: c’è chi riduceva la sua vita alla scelta di castità o chi, addirittura, connotava in maniera troppo sentimentale tale figura. San Luigi era invece molto più di questo, come ha voluto ricordare la comunità gesuita di Sant’Ignazio a Roma, promotrice di questo documentario, realizzato in occasione dell’Anno Giubilare Aloisiano nei 450 anni dalla nascita del santo.

Nel ricostruire la storia di San Luigi Gonzaga, il documentario si concentra su quattro temi: la scelta, la purezza, la vita comunitaria, lo studio. Ognuno viene ricostruito attraverso interviste, inserti animati e parti docu, interpretate da Giulio Forges Davanzati. La regia è di Alberto Di Giglio che firma anche la sceneggiatura insieme a Luigi Boneschi .

«L’attualità di questo santo risiede nella sua capacità di ricordare ai giovani che il futuro è nelle loro mani e nelle loro scelte: san Luigi è un uomo che ha rovesciato i paradigmi del suo tempo», commentaPaolo Ruffini, direttore di Tv2000. «Ai grandi temi del discernimento e della vocazione, si accompagna la grande sfida della libertà personale».

Come si ricorderà, infatti, San Luigi nacque in una famiglia di nobili origini: apparteneva alla casata Gonzaga di Castiglione delle Stiviere e il suo destino era ereditare il titolo paterno, diventando un nobile cavaliere, a capo della sua corte. I genitori nutrivano grandi aspettative in lui, affascinati dalle innate doti da leader del proprio figlio. Il nostro, però, decise per tutt’altra strada: voleva entrare nei Gesuiti, la cui regola proibiva qualsiasi carica, sia nobiliare che ecclesiale. Con la famiglia fu scontro aperto ma san Luigi non scese mai a patti: rinunciò al marchesato per ricevere la formazione che il suo cuore desiderava.

«Credo che la determinazione e la capacità di scelta siano due aspetti decisivi di san Luigi, che mancano invece ai giovani occidentali», aggiunge Massimo Nevola, Superiore della comunità gesuita di Sant’Ignazio a Roma, che peraltro nel documentario interpreta il ruolo del superiore di san Luigi, «a 35 anni i ragazzi sono ancora attaccati al borsellino di mamma. C’è chi si atteggia a trasgressivo, o a hippy, ma dura poco: tutti, alla fine, tornano nei ranghi».

L’ambizione dei Gesuiti è proprio quella di promuovere la figura del santo tra i ragazzi: «Effettivamente l’impressione è che l’immagine di san Luigi come modello per i giovani si sia appannata nel tempo, nonostante la notorietà vantata in passato dal santo», ammette padre Federico Lombardi, presidente del Cda della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger- Benedetto XVI, «da un lato ha influito la lontananza temporale di questa storia, dall’altro l’approccio devozionale con il quale veniva proposta. Il documentario, invece, centra bene gli aspetti “parlanti” per la gioventù di oggi: la scelta, lo studio, la vita comunitaria e anche la purezza. Quest’ultima, in particolare, non va sottovalutata». San Luigi fece infatti precocemente voto di castità: non come forma di sacrificio, ma come espressione di una donazione totale di sé. Il che lo rende, agli occhi del mondo, ancora più trasgressivo…

21/06/2018                                                                                          Francesca D’Angelo

https://youtu.be/sPi_BZqpQ9s

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SANTISSIMA TINITA’: 1+1+1 o 1x1x1 ? – Angelo Nocent

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Carlo Maria Martini: l’umiltà di Gesù, chiave e segreto della Trinità

Per i quarant’anni di sacerdozio. Esce per le Edizioni Dehoniane Bologna (Edb) il libro “Esercizi spirituali” (pagine 120, euro 9,50). Il testo è frutto degli esercizi spirituali sulla Prima lettera di Pietro, predicati dal cardinale Carlo Maria Martini in occasione del quarantesimo Anniversario della consacrazione sacerdotale tenutosi a Kyriat-Jearim (distretto di Gerusalemme) il 27 giugno 2004. Titolo di quegli esercizi era, appunto: “Alle radici della consacrazione sacerdotale. La Prima lettera di Pietro”. In seguito, un capitolo tratto dalla terza meditazione.

Gesù - agnello mansuetoPerché il Salvatore si presenta così indifeso e quindi perdente per il mondo? Partendo da questa semplice domanda, il cardinale Martini ci conduce al cuore della grandezza di Dio

Carlo Maria Martini in preghieraC’è uno studio molto interessante di un autore tedesco, intitolato Croce e Trinità, in cui si cerca di mostrare come la Trinità si esprima nella croce e quasi non possa esprimersi che nella croce. Io dico più semplicemente così: umiltà, porta della Trinità.

C’è un motivo anche salvifico: Gesù offre se stesso con amore per la salvezza dell’uomo caduto a causa della superbia. Ma c’è pure un motivo teologico: in questo modo Gesù ci fa capire qualcosa della Trinità.

Per questo le religioni che alla fine esaltano il successo mondano non riescono ad ammettere l’idea del Dio trinitario. Mentre invece l’umiltà di Gesù ci apre qualche spiraglio per intuire qualcosa della Trinità, dove, come sappiamo, per quanto lo si possa esprimere con parole umane, ogni persona divina è tutta in relazione all’altra.

Nessuno si chiude in sé, ma tutto si dona all’altro. È quell’atteggiamento che noi umanamente chiamiamo amore: uscire da se stessi per donarsi tutto all’altro. È umiltà, svuotamento di se stessi, perché l’altro sia. Per questo, Dio-Amore è rappresentato al meglio dal Gesù umiliato, povero, sofferente, crocifisso. Il crocifisso è perfetta rivelazione del Padre e della Trinità. Ecco, questo certamente noi lo diciamo un po’ con parole retoriche. Ma la via cristiana è il penetrare nella preghiera e nell’esperienza concreta questa verità. Se questo è vero, l’umiltà di Gesù è dunque porta della Trinità.

Ne deriva allora anche un nuovo motivo antropologico dell’agire di Gesù, quello che il Vaticano II esprime con quelle parole che poi riprende Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor hominis: l’uomo si realizza nel dono di sé. Non nel vincere se stesso mettendosi al centro, ma nello spogliarsi per gli altri, nel dono di sé agli altri. E quindi umiltà e sacrificio sono la via alla vera umanità e alla vera pace. Ne consegue anche quella verità politica espressa così incisivamente da Giovanni Paolo II con le parole: «Non c’è pace senza giustizia » e «Non c’è giustizia senza perdono ».

Siamo rispettivamente nell’ambito della giustizia della creazione e nell’ambito della giustizia evangelica. Noi siamo chiamati certamente a tenere insieme le due giustizie. La giustizia evangelica non vanifica la giustizia della creazione, perché la situazione dello schiavo è ingiusta.

Oggi, dopo duemila anni, abbiamo maturato meglio questa percezione della dignità umana. Quindi siamo tenuti a onorarla. Ma non la potremo onorare fino in fondo senza congiungerla con la giustizia del Regno 

  • che è il perdono,
  • che è l’uscita da sé perché l’altro sia, che è la gratuità,
  • che è il dono di sé senza riserve e senza limiti.

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La difficoltà continua dell’agire cristiano è proprio quella di tenere sempre insieme giustizia della creazione e giustizia del Regno. Giustizia della creazione, perché a ognuno va dato il suo e non è accettabile né sfruttamento, né oppressione, nessuna di queste realtà che umiliano la dignità umana. Ma d’altra parte non è con i mezzi della violenza, della forza, della distruzione del nemico che viene superata questa situazione, ma attraverso il dono di sé, secondo lo spirito evangelico.

Questo ci introduce certamente nel cuore del Nuovo Testamento, nel cuore del segreto della parola di Dio, nel cuore del discorso della montagna, e quindi richiede grande grazia di Spirito Santo. E anche grande equilibrio, in quanto si accetta innanzitutto lo squilibrio della croce, la follia della croce.

Così si rilegge la storia del mondo come promozione vera e profonda dell’uomo e dei valori dell’uomo, non attraverso la via della forza e nemmeno della legittimità del diritto, ma attraverso la via del perdono e della misericordia.

Ricordo che negli ultimi tempi, soprattutto nell’ultima ‘Cattedra dei non credenti‘ a Milano, abbiamo proprio discusso con Gustavo Zagrebelsky il tema della giustizia e il suo libro molto bello sulla democrazia. Si mostrava come la giustizia che non tiene conto di questo valore evangelico diventi giustizia ingiusta e non realizzi la giustizia che si propone di realizzare. Queste tematiche sono certamente oggi molto vive. Del resto, anche ciò che si sta vivendo in questo Paese è del tutto legato a tale problematica. Riusciremo a sconfiggere il terrorismo semplicemente con la violenza, la forza, l’oppressione? Oppure creeremo così nuove forme di aggressione e di terrorismo?

Questo è il grande dilemma. Perciò è proprio qui che si gioca anche questo «nodo politico». Lo Spirito Santo deve illuminarci molto sul come noi cristiani possiamo esprimere, proprio a partire dalla nostra condizione di minoranza e di povertà, questi valori. Mentre anche la comunità cristiana è tentata, in situazioni di minoranza, di farsi valere con la forza del diritto e qualche volta con la forza fisica per difendere i suoi privilegi. Cosa che può anche essere importante, ma che deve tenere conto di come una comunità cristiana acquista il suo valore di messaggio evangelico e non semplicemente di protezione di un clan, di un gruppo sociale che si difende dando spallate a destra e sinistra e cercando di farsi valere.

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