VERSO IL TRAGUARDO ma da RICOMINCIANTI – Angelo Nocent

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VERSO IL TRAGUARDO da RICOMINCIANTI

Trovo in un libro un pezzo di carta. Non è un segnalibro ma un pensiero improvviso scritto da me e che recita così:

67mo compleanno. Da domani sarò in pensione per raggiunti limiti di età. Mi rendo conto che è giunto il momento di uscire allo scoperto. Sono chiamato a rispondere senza indugio a questa domanda: “E tu chi dici che io sia?” (Mc 8, 27-30).

Epperò, dopo anni di studio, ricerca, formazione, dopo aver ascoltato consigli e pareri da parte di tanti, pur avendo quasi il doppio dei suoi anni, mi sento di dire con Dante: “nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura” (“Inferno” canto I).

E’ un’esperienza che va avanti da sempre quella di sentirmi solo davanti al mondo, solo di fronte a Dio. Del resto, è la condizione dell’essere umano e come me, chissà quanti!

La vita spirituale? Non sembra che sia una monorotaia ma uno dei due binari su cui scorre il treno della vita che sfreccia in un contesto di turbolenze e di caos esistenziale. Dico questo perché le cose da affrontare non sono di poco conto:

  • l’isolamento

  • l’irrequietezza interiore

  • i sentimenti verso il prossimo,

  • il sospetto, insediato nel profondo, sull’esistenza di Dio: quel non credente che c’è in me,

  • la preghiera come senso

Di parole ne ho usate tante, verbali e scritte. Non so bene a cosa siano servite. Forse a guadagnarmi il severo ammonimento di Giovanni Climaco, solitario del Mote Sinai: “Se alcuni sono ancora dominati dalle cattive abitudini precedenti, eppure possono insegnare puramente a parole, lasciate che insegnino…Perché forse, svergognati dai propri detti, cominceranno infine a mettere in pratica ciò che insegnano”.

Oggi, 20 Gennaio 2018, torno con la mente all’ Eremo di San Sebastiano, luogo e anniversario della conversione (cambiamento di rotta) di San Giovanni Dio. Sarebbe bello poter lasciare questa terra in ginocchio, come lui, aggrappati al crocifisso, dopo aver ricevuto il Santo Viatico. Ma sarà come sarà…

Pochi ci fanno caso, ma in questi giorni, vado scrivendo proprio di lui quarantacinquenne, ripercorrendo il suo peregrinare alla ricerca di… E mi viene spontaneo chiedermi: che sarà mai di me, di noi! Di noi, poveri vecchi combattenti, dilettanti allo sbaraglio, figli di questa vecchia Chiesa che amiamo più di una madre, che abbiamo visto improvvisamente ringiovanire sotto i nostri occhi quasi per miracolo, in quei formidabili anni del Concilio Vaticano II, quando ci ha fatto sognare, desiderare, rischiare, sperare…e perfino inciampare, per poi risollevarci con le sue stesse mani.

E’ passata molta acqua sotto il ponte. Dopo tanta strada in salita, sbandate, cadute, risurrezioni, io sono ormai al capolinea. Tanti compagni di cordata sono già saliti in “vetta”, nel cielo di Dio. A chi non piacerebbe chiudere i suoi giorni e poter affermare con l’apostolo Paolo: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2Tim 4, 6-8).

Trovarsi prossimamente alla Divina Presenza con un fagotto di stracci in mano, la camicia battesimale ridotta a un cencio, mette a disagio, fa tremare i polsi. Il Turoldo conosciuto in gioventù, ha lasciato scritto che “tempi malvagi ci sono toccati in sorte, stagioni che non accennano a mutare. Non già questo vivere, ma neppure il morire è ancora umano: la stessa Morte non è più sincera

Forse hai ragione, caro Padre Turoldo, ma io ho l’impressione che ci sìano toccati in sorte i tempi più belli della storia, che è sacra per il Verbo Incarnato che vi ha preso parte e l’ha rimessa sul binario giusto. Il treno in salita fatica, sbuffa, perché è carico di zavorra. Ma ce la farà, ce la farà…Il conduttore della locomotiva è lo Spirito di Gesù che ha promesso di non lasciarci orfani.

Al vegliardo camaldolese Benedetto Calati, uomo di Dio carico di tensione spirituale escatologica, per anni punto di riferimento non solo di monaci ma anche di laici, per i suoi settant’anni, tu gli hai dedicato versi sublimi, quasi apocalittici, fatti di malinconica luce crepuscolare che non viene dai ceri dell’altare ma da una speranza sofferta che ti porti dentro, nonostante tutto. E’ anche la nostra, assomiglia alla mia. Per questo voglio condividerla con i vecchi amici dal volto pallido e dai capelli argentati come i miei, quei pochi rimasti:

Perché la terra torni a sperare

Benedetto, monaco dal volto d’argento,
fratello mio, tempi malvagi
ci sono toccati in sorte: stagioni
che non accennano a mutare.

Non già solo questo
vivere, ma neppure il morire
è ancora umano: la stessa
Morte non è più sincera.

Da lungo sono spenti i candelabri,
il baluginìo delle lampade all’altare
ancora più agita le ombre per tutto
il tempio: è notte, fratello! Una
grande notte incombe sulla Chiesa.

Il Concilio, uno scialo di speranze.
Sempre più rara, dovunque, la Parola;
mentre di inutili parole, a ondate,
rimbomba il mondo.

Non un profeta che alzi il vessillo
della salvezza; gli uomini della pace
sono subito tutti uccisi:
tutta la terra è un arsenale di morte.

Nel denso smarrimento, che almeno
sopravviva la nostra amicizia:
questo evento salvatore di essere
amici in tanto deserto. E tu,

almeno tu, l’Anziano dei secoli,
quale tuo pastorale più vero,
brandisci il cero della pasqua
e innalzalo sul tuo monastero
a rompere la notte:

che anche da lontano guidi
i molti amici che risalgono
le antiche vie dei monaci
nel cuore della foresta
che pur tramanda ancora la eco
di salmodie mai interrotte.

E lassù, insieme, da cella a cella
componiamo nuovi cantici:
perché la terra torni a sperare.

Ma la nostra – diceva il monaco – è vita liturgica, è celebrazione pasquale in atto”.  E’ bellissimo!

Aggiornato di recente1600

Epperò tu, Padre Turoldo, non hai avuto la fortuna di vivere il ministero di Papa Francesco, ascoltare sue parole, cogliere i suoi gesti. In ogni atteggiamento riecheggia la voce del Concilio.

Quale dono di grazia! Ogni giorno ci fa ripassare la lezione di quell’evento pentecostale, lo ri-anima, lo ri-suscita e ci fa ben sperare. Lo spirito conciliare emerge nitido e chiaro nel suo progetto di Chiesa giovane, aperta al mondo. Dio sia benedetto!

Oggi, nella Messa, Paolo ai Corinzi è stato micidiale:

Questo vi dico, fratelli:

  • il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi,

  • quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero;

  • quelli che piangono, come se non piangessero;

  • quelli che gioiscono, come se non gioissero;

  • quelli che comprano, come se non possedessero;

  • quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente:

passa infatti la figura di questo mondo! (1Cor 7,29-31)

Il celebrante, nell’omelia, parla dei “RICOMINCIANTI”, verbo inusuale, un’esperienza francese di cristiani smarriti che decidono di ritornare sui loro passi. Il fatto non è nuovo ma io me ne accorgo solo ora. Mi viene ricordato che per riprendersi non è mai troppo tardi. Anche perché, mentre noi per strada ci s’addormenta, lo Spirito veglia al nostro fianco.
Già! Proprio oggi mi è arrivata bella improvvisa gomitata nel fianco:
sveglia! E’ successo che mi capita di legge un inciso del nuovo arcivescovo Zuppi di Bologna che descrive la situazione della Chiesa locale e dei suoi preti:

  • «Un terzo dei nostri presbiteri hanno più di settantacinque anni»;

  • «alcuni preti hanno sette parrocchie»;

  • «qualche comunità si sente abbandonata»;

  • «La struttura ecclesiale attuale appare non sufficiente a rispondere alle nuove domande».

A questo punto, mi passano tutti i mali, i ripiegamenti su me stesso. Mi faccio coraggio da solo: “Vai tranquillo! – mi dico – Fin che c’è fiato, rema, fai quel poco che puoi! Evviva i RICOMINCIANTI !”.

Grazie, Signore Gesù, So in chi ho posto la mia fiducia (2 Tim. 1, 12).

Mi par di capire che non è tempo di perdersi in chiacchiere. E che il sonno eterno non esiste: nella tua vigna si lavora di qua e si lavorerà anche di là. Sul tuo esempio.

Marana tha Vieni, Signore Gesù!

in Dio

 

 

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IL VESCOVO CHE INSEGNA A BERE E A GUARDARE- angelo Nocent

Aggiornato di recente1580

Il vescovo Derio Olivero introduce alcune opere del Merisi, in occasione dell’evento: “Caravaggio. La mostra impossibile”, realizzata in collaborazione tra il Comune di Fossano, la Diocesi di Fossano e ProgettoMondo Mlal.

DERIO OLIVERO E I GIOVANI

Per me vescovo la fede è ricerca continua

Dare valore alla bellezza, vivere il rito con creatività e significato, ascoltare le nuove generazioni: sono le vie indicate dal vescovo di Pinerolo, che ha lanciato una Messa per i giovani e dice: «Compito della Chiesa è tornare a suscitare desideri alti»

Continua a rigirare intorno al dito l’anello episcopale, come un giovane sposo che non si sia ancora abituato alla fede nuziale. Jeans, maglione a collo alto e una piccola croce di legno di olivo che pende sul petto, il nuovo vescovo di Pinerolo Derio Olivero non ha confidenza con gli abiti ecclesiastici di alta sartoria né con lo stile azzimato di certi uomini di Curia. Il suo sorriso aperto e i modi informali rivelano ciò che ha scelto di essere: un prete semplice, vissuto sempre a contatto con la comunità cristiana che gli era stata affidata. O, come direbbe papa Francesco, un pastore con l’odore delle pecore addosso.

L’aspetto “normale” e lo stile fraterno non devono trarre in inganno, però: don Derio ha un curriculum di tutto rispetto. Classe 1961, ha frequentato il prestigioso Collegio Lombardo a Roma e ha una licenza in Teologia pastorale alla Lateranense.

Originario di Roata Chiusani, un paesino del Cuneese, è cresciuto nella diocesi di Fossano, dove ha ricoperto quasi ogni incarico ecclesiastico a disposizione: curato, rettore del Seminario, parroco, direttore dell’ufficio catechistico, incaricato diocesano per la pastorale giovanile e infine vicario generale. Finché il Pontefice non ha deciso di nominarlo vescovo di Pinerolo, diocesi piemontese molto particolare per via della presenza della più antica e consistente comunità protestante italiana, insediata sin dal Seicento nelle cosiddette “Valli valdesi”.

«Non lo nascondo, lasciare Fossano è stato doloroso», dice monsignor Olivero. «Ma mi ritengo fortunato per essere stato inviato qui a Pinerolo: ho sempre pensato che la diversità sia una fortuna. Ora dovrò mettere in pratica questa intuizione anche sul piano ecumenico. Per la Chiesa cattolica avere accanto altri credenti che vivono la fede in modo diverso è stimolante, perché obbliga a non addormentarsi sull’ovvio, stimola a cercare sempre».

La fede, secondo il vescovo di Pinerolo, è ricerca continua. Non è un caso che il suo motto episcopale sia Quid queritis («Che cercate?»). «In questo senso, il mio augurio è che, cattolici e valdesi insieme, ci aiutiamo a essere sempre più veramente cristiani».

Se la fede è ricerca, nella vita di Derio Olivero quando è iniziato questo cammino?

«Sono cresciuto in una famiglia cattolica, in un piccolo paese di provincia. Frequentare la parrocchia è stato naturale sin da bambino. Ho fatto tutto l’iter classico e poi, alle superiori, sono entrato in seminario».

PERDERE E RITROVARE DIO
«All’età di 20 anni», racconta il vescovo, «ho vissuto una forte crisi, più ci riflettevo e più mi dicevo: “No, non voglio fare il prete”. I miei superiori in seminario mi consigliarono di prendermi del tempo per riflettere e mi suggerirono di passare qualche giorno tranquillo nel monastero di Lérins, un’abbazia cistercense su una piccola isola di fronte alla città francese di Cannes.

Ci andai di malavoglia, con l’idea di tornarmene a casa dopo un paio di giorni, ma per il maltempo e il mare grosso fui costretto a rimanerci una settimana. E lì rimasi folgorato: su quell’isola minuscola non c’era niente di niente, tranne il monastero. Eppure io vedevo i monaci sereni, felici… per niente!

Quell’essere sereni per niente mi sconvolse: si vede che qualcosa c’è davvero – mi dissi – e quel qualcosa è il buon Dio. A Lérins, in quel momento, ho percepito per la prima volta la presenza “fisica” del buon Dio. E ho imparato a guardare la vita come uno stare alla sua presenza».

Da allora, don Derio è rimasto sempre legato all’abbazia francese: «Nel 1990, tre anni dopo la mia ordinazione sacerdotale, ho iniziato una tradizione che continua ancora oggi: quella di portare per tre giorni a Lérins i ventenni della parrocchia di Fossano in cui all’epoca ero curato.

Il monastero in generale è un luogo fondamentale per alimentare la mia fede, ci devo andare almeno una volta l’anno, che sia Lérins o il monastero cistercense piemontese di Pra’d Mill o la comunità di Bose, cui pure sono legato».

LA MESSA DEI GIOVANI

Passeggiando per i vicoli gelidi di Pinerolo, parliamo con don Derio di un altro tema che gli sta particolarmente a cuore: la distanza delle nuove generazioni dalla Chiesa. Ci racconta di un’altra iniziativa che ha lanciato a Fossano e che dura ormai da 24 anni, la Messa dei giovani: musica pop prima della celebrazione, riflessioni a tema, animazione liturgica anche con la danza. Risultato? 500-600 ragazzi riuniti in chiesa ogni martedì sera.

«Quando si parla di crisi del rito», dice, «bisogna chiedersi non soltanto perché i giovani non vengono a Messa, ma cos’è che non funziona. Il rito è nato per il corpo: si fanno gesti, movimenti, si mangia… Altrimenti, sarebbe sufficiente pensare Dio e basta. La liturgia, insomma, ha una forte dimensione sensoriale e corporea.

Certo, bisogna evitare le carnevalate, ma noi abbiamo finito per ingessarla troppo. Come Chiesa, ci siamo concentrati sull’iniziazione al buon pensare cristiano e al ben comportarsi, cioè sulla dottrina e sull’etica, ma abbiamo dimenticato l’iniziazione al rito, in senso ampio: al silenzio, alla meraviglia, allo stupore, alla gratitudine, alla lode. Motivo per cui il rito non ci dice più nulla. E quelli che facciamo finiscono per essere gesti un po’ penosi: formali, freddi, inespressivi».

In strada, una signora in bicicletta si ferma e interrompe la nostra chiacchierata per ringraziare il vescovo: era tra i fedeli al funerale di un giovane che monsignor Olivero ha celebrato qualche settimana fa ed è rimasta molto colpita dalle sue parole, così spirituali e umane al tempo stesso. «Domenica prossima», dice, «vengo a Messa in duomo e ci porto anche mia figlia: lei non frequenta molto la chiesa, ma sono sicura che una predica come la sua la entusiasmerebbe!».

Il nodo delle nuove generazioni continua a tornare nella nostra conversazione. E finiamo sul tema del prossimo Sinodo dei vescovi dell’autunno 2018, dedicato proprio ai giovani: «Mi piacerebbe», dice don Derio, «che da quell’assemblea i vescovi uscissero con una certezza: che una Chiesa che non parla ai giovani è una Chiesa che non parla a nessuno».

In concreto, cosa vuol dire “parlare ai giovani”? «Innanzitutto, passare tante ore ad ascoltarli veramente e, così, imparare a vedere il futuro attraverso di loro. I giovani, infatti, non saranno il futuro, lo sono già oggi. Dopo averli ascoltati, dobbiamo essere capaci di misurarci sull’essenziale, sulle grandi domande. Alla fin fine, non conta tanto se usi parole alla moda o spiritualeggianti, ma che cosa dici, se tocchi l’essenza della vita. Infine, dobbiamo incarnare noi per primi, nel nostro quotidiano, ciò che predichiamo, altrimenti non siamo credibili».

PUNTARE ALLA BELLEZZA

Ma come tornare a incantare le nuove generazioni, che talvolta sembrano così spente, sazie, poco appassionate? «Ha ragione lo psicanalista Recalcati: la nostra società ha soddisfatto tutti i bisogni e, al tempo stesso, ha spento i desideri. La sazietà è lo spegnimento della vita, non il suo riempimento.

Compito della Chiesa, allora, è tornare a suscitare desideri alti, aprire orizzonti, dare respiro… Personalmente, penso che un buon modo per fare ciò sia puntare sulla bellezza: oggi la verità dice poco, il senso del dovere non funziona più, ma se una cosa è bella, se mostra una sua forza attrattiva, allora viene ascoltata».

Sul nodo della bellezza, monsignor Olivero è un fiume di riflessioni. «C’è una definizione», spiega, «che amo particolarmente: la bellezza è qualcosa che attrae gli occhi e rimanda oltre». La passione per l’arte e quella per la montagna («sono stato in cima al Monviso 27 volte e poi sul Bianco, sul Rosa…») sono due tra le «contromisure» che don Derio coltiva per mantenere la sua autenticità di uomo, al di là del ruolo ecclesiale: «Non voglio che Derio sparisca per diventare “il vescovo”.

Voglio restare una persona, con le sue fragilità e le sue passioni, non trasformarmi in un funzionario vuoto. Il ruolo non deve fagocitare, ma dev’essere una parte integrante del mio essere uomo su questa terra e cittadino di questa società».

E nella vita di tutti i giorni, quali gli antidoti per evitare di smarrire la propria autenticità? «Avere un piccolo gruppo di amici veri e sani, che ti diano il sapore buono della vita, che ti facciano da specchio e che, nel caso, ti aiutino a non perderti».

Testo di Giovanni Ferrò

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UN SOGNO PER CAMMINARE – Angelo Nocent

Giovedì 14 dicembre ’17 presso Palazzo Righini è stata presentata la pubblicazione che raccovooglie i testi che mons. Derio Olivero ha scritto per il settimanale diocesano “La fedeltà”, nel periodo in cui è stato Vicario generale. Alla serata condotta da Walter Lamberti (direttore “La fedeltà”), sono stati invitati Mirella Vatasso (docente di lettere), Alberto Costamagna (Pastorale Giovanile) e Eliana Brizio (docente di religione).

Oggi DERIO OLIVERO è vescovo.
Ma non finisce qui…

A presto..

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Holly Butcher  sta commuovendo il mondo . Angelo Nocent

Un po’ di consigli sulla vita da Holly: s’intitola così il post di Holly Butcher che sta commuovendo il mondo. A scrivere è una ragazza di Grafton (Australia), 27 anni, colpita da un raro tumore alle ossa, il sarcoma di Ewing. La famiglia ha postato la sua lettera-testamento su Facebook il 3 gennaio, dopo la morte della ragazza, in un post diventato virale che ha totalizzato finora oltre 71mila ‘like’ ed è stato ripreso dai siti dei quotidiani di mezzo mondo.

E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato“, scrive Holly prima di perdere la sua battaglia contro il tumore.

“E’ una cosa strana realizzare e accettare la tua mortalità a 26 anni. E’ solo una di quelle cose che tu ignori. I giorni passano e ti aspetti che continueranno a venire, fino a quando succede l’imprevisto.

Mi sono sempre immaginata di invecchiare, con le rughe e i capelli grigi, molto probabilmente causati dalla bella famiglia (un sacco di bambini) che avevo in programma di costruire con l’amore della mia vita. Lo voglio così tanto che fa male”, si legge nel post. “Ho 27 anni. Non voglio andare. Amo la mia vita. Sono felice. Lo devo ai miei cari. Ma il controllo non è nelle mie mani”.

 “Non ho iniziato questa ‘nota prima di morire‘ in modo che la morte sia temuta. Mi piace il fatto che siamo per lo più ignoranti sulla sua inevitabilità. Tranne quando voglio parlarne e questo viene trattato come un argomento ‘tabù'”, precisa la giovane. “Voglio solo – continua – che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande”.

Quando ti stai lamentando “di cose ridicole (qualcosa che ho notato così tanto negli ultimi mesi), pensa solo a qualcuno che sta davvero affrontando un problema. Sii grato per il tuo piccolo problema – scrive Holly – e superalo”. Non rimuginare continuamente su qualcosa di fastidioso e non “influenzare negativamente le giornate degli altri”. Un bel respiro, è il consiglio della ragazza. “Pensa a quanto sei fortunato a essere in grado di fare proprio questo: respira”.

E’ tutto così insignificante quando si guarda alla vita nel suo insieme – riflette Holly – Sto osservando il mio corpo andare proprio davanti ai miei occhi senza poter far nulla, e tutto quello che desidero ora è poter avere solo un altro compleanno o un Natale con la mia famiglia, o solo un altro giorno con il mio compagno e il cane. Solo un altro.

Sento le persone lamentarsi di quanto sia terribile il lavoro o di quanto sia difficile allenarsi. Sii grato di essere fisicamente in grado di farlo. Il lavoro e l’esercizio fisico possono sembrare cose così banali… finché il tuo corpo non ti permette più di fare nessuno dei due. Ho provato a vivere una vita sana, infatti quella era probabilmente la mia passione principale. Apprezza il tuo corpo sano e funzionante, anche se non è della tua taglia ideale. Prenditene cura”.

E poi “non ossessionarti”, raccomanda la ragazza. Lavora “altrettanto duramente nel trovare la tua felicità mentale, emotiva e spirituale. In questo modo ti renderai conto di quanto sia insignificante e privo di importanza avere questo stupendo corpo da social media perfetto”.

E ancora: cancella chi ti fa sentire inadeguato, “sii grato per ogni giorno senza dolore e anche nei giorni in cui stai male, magari anche per l’influenza”. “Lagnatevi di meno, e aiutatevi di più. Date, date, date”, suggerisce Holly. E soprattutto, “date valore al tempo delle persone”.

Usate il denaro “per fare delle esperienze, e non perdete delle esperienze perché avete speso i soldi per stupidaggini materiali”. Godetevi ogni momento e soprattutto la natura, gli uccelli e la musica. Ma godetevi anche gli amici e la famiglia.

“Mettete giù il telefono. Lavorate per vivere, non vivete per lavorare”; “dite alle persone che amate che le amate ogni volta che ne avete occasione”, consiglia la giovane che conclude la sua lettera-testamento con un appello a donare il sangue regolarmente. Un dono che salva la vita, e “che mi ha aiutato a vivere un anno in più per il quale – assicura – sarò per sempre grata”.

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TE DEUM dei bersaglieri DELLA CARITA’ -Angelo Nocent

Dalla Francia alla Siria, dalla Mongolia alla Nigeria, dal Brasile al Benin alle Isole Salomone: il Te Deum della Chiesa per l’anno appena trascorso

A Vatican Insider raccontano di cosa – quest’anno – vogliono rendere grazie al Signore sette persone che vivono nei cinque continenti:

  1. Ibrahim Alsabagh, vicario episcopale di Aleppo (Siria),
  2. Luciano Capelli, vescovo della diocesi di Gizo (Isole Salomone),
  3. Francesca Federigi, clarissa a Ijebu-Ode (Nigeria),
  4. Alois Loeser, priore della comunità di Taizé (Francia),
  5. Giorgio Marengo missionario a Arvaiheer (Mongolia),
  6. Fiorenzo Priuli, missionario a Tanguità (Benin),
  7. Nello Ruffaldi, missionario a Oiapoque (Brasile).

Il loro personale Te Deum rivela il grembo ospitale della Chiesa nel quale possono trovare riparo e riprendere vita quanti aspettano il tocco della tenerezza e della misericordia di Dio e gesti di liberazione dal male. Questi racconti di ringraziamento mostrano ciò che tiene in vita tutti gli esseri umani: sono le infinite forme della custodia, dell’accudimento e della dedizione affidabile che si compiono ogni giorno da un capo all’altro del mondo, anche a costo di grandi sacrifici; affetti e legami buoni che sono incanti quotidiani: mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi. Il Signore è di lì che passa. Le cose dell’amore rammendano il mondo, lo migliorano, lo abbelliscono rendendolo una casa in cui è più bello per tutti abitare. Sono loro – le cose dell’amore – che impediscono al mondo di sprofondare, disegnando la trama segreta e indistruttibile della storia. La generazione di questi quotidiani miracoli dell’agape è nel grembo stesso di Dio.

Francia: frère Alois Loeser, 63 anni, priore della comunità ecumenica internazionale di Taizé

«Alla fine di quest’anno, con i miei fratelli, ringrazio Dio per le migliaia di giovani venuti a partecipare, settimana dopo settimana, agli incontri internazionali sulla nostra collina di Taizé. Quando ogni sera, dopo la preghiera, rimango nella chiesa per ascoltare coloro che vogliono condividere un interrogativo, una sofferenza, una gioia, misuro la profondità della loro ricerca: ricerca di Dio, di una preghiera interiore più intensa, di un impegno al servizio dei più vulnerabili. Questi giovani vengono da tutti i paesi d’Europa e vogliono partecipare alla costruzione di un continente più unito. A loro piace vivere un’esperienza di condivisione con coetanei di altri Paesi. I giovani giungono a Taizé anche da altri continenti: fra coloro che abbiamo accolto menziono, tra gli altri, i cristiani arabi, i copti ortodossi d’Egitto, i cattolici e gli ortodossi provenienti dal Libano, dalla Giordania, dalla Palestina. La loro presenza ci stimola a pregare per la pace in quella regione.

Ringrazio Dio per i giovani che ho incontrato quest’anno in occasione delle celebrazioni a Riga, Bruxelles, Tallin, Parigi e Birmingham, e per quelli che ho conosciuto sia durante l’incontro ospitato dalla chiesa copta ortodossa d’Egitto sia durante gli appuntamenti organizzati nel quadro del cinquecentesimo anniversario della Riforma a Wittenberg, Ginevra e Losanna. Riferendoci all’esempio di papa Francesco che in Svezia, a Lund, ha chiesto allo Spirito Santo: “Dacci di riconoscere con gioia i doni che sono venuti alla Chiesa dalla Riforma”, abbiamo cercato come – tra cristiani separati – rallegrarci dei doni degli altri.

Ringrazio Dio per i giovani rifugiati dell’Afghanistan, del Sudan, dell’Eritrea, della Siria e dell’Iraq che accogliamo a Taizé da due anni. È come se Cristo ci avesse invitato a superare i nostri timori e i nostri pregiudizi; come se, attraverso la loro presenza, ci dicesse: “Io sono morto anche per loro, siano cristiani o no. Tu puoi diventare loro amico”. Sono andato recentemente in Sudan e in Sud Sudan: là ho incontrato alcune delle loro famiglie. L’incontro personale – quando sentiamo da vicino il grido di un essere umano ferito, quando guardiamo negli occhi e tocchiamo coloro che soffrono – fa scoprire la dignità dell’altro e permette di ricevere ciò che trasmettono i più poveri. Essi ci svelano la nostra personale vulnerabilità: e così ci rendono più umani. E paradossalmente una gioia è data: è forse solo una piccola scintilla, ma è una gioia vera che condividono con noi i più poveri».

Benin: fra Fiorenzo Priuli, 71 anni, medico dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio nell’ospedale Saint Jean de Dieu di Tanguità

«Mentre il mio quarantottesimo anno di missione in questo angolo d’Africa volge al termine, come non rendere grazie al Signore per avermi protetto da tanti pericoli e per avermi donato la gioia di collaborare con Lui nella meravigliosa opera di dare la vita e risollevare esistenze prostrate dal male e dalla sofferenza? Se avessi la possibilità di tornare indietro e chiedere al Signore una grazia per la mia vita non riuscirei a chiedergli tanto quanto Lui mi ha donato. Durante l’anno appena trascorso siamo riusciti a salvare centinaia di vite: vorrei menzionare, in particolare, le decine e decine di donne molto giovani afflitte dalle fistole ostetriche che abbiamo operato. Questa è una malattia orribile che riserva un calvario umiliante: insorge dopo un parto difficile durante il quale la ragazza (che, assecondando la tradizione, partorisce in una capannetta aiutata da un’anziana) ha spinto anche per 6-7 giorni: alla fine, nel dare alla luce il bambino, ormai privo di vita, si verifica il distacco di una parte della vescica. Da quel momento la ragazza vivrà perdendo in continuazione l’urina. Sono migliaia le giovani colpite da questa malattia non solo in Benin ma anche in altri Paesi africani. Conducono una vita di doloroso isolamento: spesso sono ripudiate dai mariti, allontanate dalle famiglie e costrette a vivere ai margini dei villaggi. Quando, dopo l’intervento, guariscono la loro gioia è incontenibile. E molto commovente. Rendo grazie al Signore perché mi ha aiutato a trovare tutto ciò che occorre per compiere queste operazioni rendendo il nostro ospedale un punto di riferimento anche per la cura di questa patologia. Nel corso degli anni molti amici (italiani ma non solo) ci hanno sostenuto permettendo di offrire assistenza qualificata a un numero sempre maggiore di pazienti: nel 1970, quando l’ospedale fu fondato, i posti letto erano 82, oggi sono 415. Ogni anno abbiamo 18.000/20.000 nuovi pazienti (di cui 5.000 bambini, molti dei quali colpiti dalla malnutrizione). Vi sono poi specialisti che, utilizzando giorni di ferie, vengono periodicamente qui dall’Europa e si trattengono diversi giorni per effettuare interventi particolarmente impegnativi e formare lo staff medico locale. Sono profondamente grato al Signore per tutti questi amici che in diversi modi ci hanno aiutato: sono una benedizione. Quando i primi fatebenefratelli giunsero in Benin, erano in tre; divennero poi sette, tutti bianchi. Anno dopo anno, il seme di questo carisma ha portato frutto e oggi abbiamo 59 confratelli africani: è un altro dono grande del Signore, che mi consola e di cui ringrazio».

Fra Fiorenzo Priuli

Isole Salomone: padre Luciano Capelli, 70 anni, salesiano, vescovo della diocesi di Gizo

«Mentre si avvicina la fine dell’anno, desidero ringraziare Dio per il dono della chiamata a servirlo e anche per essere riuscito a superare un intervento cui mi sono sottoposto di recente a causa di un tumore diagnosticato appena in tempo. Nel territorio della mia diocesi risiedono circa 120.000 persone, in maggioranza metodiste: i cattolici sono il 15% e vivono in un centinaio di piccoli villaggi sparsi su una quarantina di isole che in molti casi non sono raggiunte da alcun mezzo di trasporto tanto che ho dovuto imparare a pilotare un idrovolante ultraleggero per potermi recare velocemente e di frequente nelle diverse parrocchie. Mi chiamano “il vescovo volante”. Un dono grande, di cui non mi stancherò mai di rendere grazie al Signore, è il gruppo Amis (Amici Missione Isole Salomone), generosi volontari italiani che mi aiutano e che, da anni, vengono in buon numero su queste isole per alcune settimane all’anno prodigandosi con ogni mezzo per la popolazione. La loro amicizia è preziosa, la loro laboriosità ammirevole. Quando giunsi in questa diocesi, nel 2007, le Isole Salomone erano appena state colpite dal terremoto e dallo tsunami: con l’aiuto degli amici dell’Amis è stato possibile non solo ricostruire gli edifici andati distrutti (fra i quali la cattedrale), ma anche edificare sette scuole, sei chiese e due ospedali. Siamo inoltre riusciti ad acquistare due piccole navi che consentono il trasporto degli ammalati negli ospedali e la consegna regolare di tutto ciò che occorre alle persone per vivere dignitosamente. I sacerdoti sono solo quattordici (due diocesani, dodici provenienti da diocesi asiatiche), ma vi sono molti laici che collaborano con noi e che, animati da fede profonda, si impegnano con lodevole dedizione coinvolgendo i fedeli nelle diverse attività organizzate: sono un dono del Cielo.

Desidero infine esprimere il mio grazie al Signore per il Giubileo della Misericordia: durante quell’anno, poiché moltissime persone non avevano modo di raggiungere la cattedrale, ho portato sulle diverse isole – a bordo di una barca – la Porta Santa: è stata un’indimenticabile esperienza di conversione di cui si cominciano a scorgere i primi frutti».

Mongolia: padre Giorgio Marengo, 43 anni, missionario della Consolata, parroco ad Arvaiheer

«Quella della lode è la dimensione più presente nelle preghiere della nostra gente. Le intercessioni nella messa iniziano per lo più con parole come “Ti ringrazio Signore di questo splendido giorno che ci hai dato anche oggi” o “Grazie, Signore, perché anche oggi mi hai fatto alzare in tempo per venire ad ascoltare la Tua Parola e a ricevere il pane eucaristico”. E magari quello “splendido giorno” è uno di quelli con la temperatura a 30 gradi sotto zero e con il vento che soffia contrario mentre si cammina verso la nostra cappella (che è una tenda mongola, la ger). Questa lode è una provocazione continua alla nostra (poca) fede. Ciò di cui vorrei ringraziare il Signore è proprio il dono della fede genuina e rocciosa della gente che ci ha accolto qui ad Arvaiheer, località a 430 km dalla capitale Ulaanbaatar. La piccola comunità è formata da 28 adulti battezzati, venuti alla fede in questi dieci anni di presenza missionaria sul territorio. Adesso, un poco alla volta, cominciano a chiedere il battesimo anche per i loro figli e nipoti: così è iniziata la catechesi per i giovani. Quattro signore si sono messe a disposizione per contribuire alla formazione dei catecumeni: sono le nostre prime catechiste. Abbiamo un programma di massima, elaborato dalla prefettura apostolica locale, ma cerchiamo di essere elastici per venire incontro alle diverse situazioni, che spesso richiedono cammini personalizzati.

Desidero lodare il Signore per questo miracolo della fede che sboccia e cresce nonostante i tanti limiti di noi missionari e missionarie (siamo in tre, due sorelle e un sacerdote), sempre inadeguati eppure continuamente usati dalla Grazia affinché persone vissute senza avere alcun contatto con la Chiesa conoscano Cristo e lo possano seguire. È questo che mi riempie di stupore e gratitudine. È, in fondo, il dono della missione, che esige da parte nostra una continua conversione, un ricentrarsi quotidiano sul Signore che manda e che tocca i cuori, mentre ci immergiamo in questo mondo culturale così unico, che va amato e conosciuto a fondo. Il mistero del Natale ce lo ricorda: se Dio ha scelto di assumere la nostra povera umanità significa che ha voluto sottomettersi alle leggi del tempo e dello spazio, dell’umano divenire, per ricondurre tutto e tutti al Padre. Per noi missionari ad gentes questo è il principio teologico del nostro penetrare sempre più in profondità nel luogo ove siamo mandati, cadere in terra e morire come il seme perché in questo affondare nel terreno avvenga ancora il miracolo dell’incontro con Cristo. E il miracolo avviene sotto i nostri occhi guardando il volto di chi prega nella nostra ger-cappella: per questo cantiamo il nostro Te Deum».

Padre Giorgio Marengo

Brasile: padre Nello Ruffaldi, 75 anni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) a Oiapoque

«Come accade ogni anno, anche alla fine di questo 2017 ho molti motivi per ringraziare il Signore. Sono sacerdote da 50 anni e da 46 anni vivo in Brasile tra gli indios, in particolare tra i popoli Karipuna, Palikur, Galibi Marworno e Galibi Kalina. Il 2017 è stato un anno difficile per tutti gli indigeni poiché il governo ha adottato una politica contraria ai loro interessi. La Costituzione, entrata in vigore nel 1988, assicura agli indios sia il diritto di vivere secondo la loro cultura sia i diritti sulle terre tradizionalmente occupate. Si tratta indubbiamente di un fatto inedito nella storia del Brasile. Da tempo i grandi proprietari terrieri, le industrie minerarie, i produttori delle monoculture sono insoddisfatti e di recente, purtroppo, hanno deciso di organizzare un’imponente campagna per modificare la Costituzione in modo da permettere alle grandi imprese di appropriarsi delle ricchezze degli indigeni.

Per quale ragione allora ringrazio il Signore? Lo faccio perché gli indios non si sono scoraggiati: si sono organizzati a livello nazionale e rivendicano i loro diritti; credono nella forza della preghiera, sanno di avere Dio al loro fianco e vanno avanti senza paura. E sino ad oggi gli sforzi di quanti avidamente bramano le loro terre sono stati vani. Come missionari noi crediamo che Dio resti sempre a fianco dei piccoli e che nostro compito sia seminare la speranza, annunciando e proclamando la Buona Notizia, come si legge nel Libro del profeta Isaia: «Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare libertà agli schiavi…» (61,1).

 

Sono grato al Signore perché vivere la missione tra gli indios permette di essere da loro evangelizzati. Le culture indigene sono molto più in sintonia con il Vangelo di quanto lo sia la nostra società che si dice cristiana. Esse infatti invitano alla fraternità e alla condivisione dei beni tanto che in queste piccole comunità non esistono ricchi e poveri. La terra – da rispettare e amare – è considerata madre e non merce; l’esercizio dell’autorità è ritenuto un servizio. Attualmente gli indios hanno contatti sempre più frequenti con la società brasiliana e ciò produce cambiamenti che mettono in pericolo la conservazione del loro patrimonio culturale. Voglio dunque ringraziare il Signore per i molti tra loro che – sostenuti dalla forza del Vangelo – restano saldi nei valori ricevuti dagli antenati».

Siria: fra Ibrahim Alsabagh, francescano, 46 anni, parroco della chiesa di San Francesco di Aleppo e vicario episcopale

«Anzitutto voglio rendere grazie al Signore per l’accordo di pace che è stato raggiunto il 22 dicembre 2016 tra l’esercito regolare e i gruppi armati: da allora abbiamo potuto vivere in pace, non sono più caduti missili su case, scuole, ospedali, luoghi di culto. Dopo anni di guerra ci è parso un miracolo.

Ringrazio Dio sia per le preghiere e gli interventi di papa Francesco a favore della Siria sia per i vescovi e sacerdoti che si sono prodigati per noi in molti modi: nei loro gesti abbiamo colto la tenerezza di Dio nei nostri confronti. La mia gratitudine va anche ai bambini che nel mondo, dal 5 dicembre 2016, hanno accolto l’invito a pregare per la pace, ogni prima domenica del mese, insieme ai bambini di Aleppo. Un altro dono grande che abbiamo ricevuto e del quale sono grato a Dio è l’aiuto che abbiamo ricevuto dai cristiani di tutto il mondo e da persone non credenti: hanno avuto compassione di noi e ci hanno dimostrato affetto e vicinanza inviandoci consistenti aiuti grazie ai quali è stato possibile prestare soccorso alla popolazione durante la guerra e in questo tempo di pace. Da quando le armi tacciono – con i molti, generosi volontari che ci affiancano nell’opera di assistenza – abbiamo riparato oltre 800 case, aiutato più di 380 giovani ad avviare una piccola attività e decine di famiglie a far fronte alle necessità legate alla ricostruzione. Abbiamo avviato quaranta progetti: ad esempio garantiamo sostegno economico a 1.116 giovani coppie sposate dal 2010 e a ottanta coppie di fidanzati che desiderano sposarsi e metter su famiglia.

Rendo grazie al Signore per tutti coloro che hanno continuato a vivere ad Aleppo durante la guerra. Penso a molti sacerdoti, religiose e religiosi che – condividendo con i fedeli la fame, la sete, la paura, il rischio quotidiano di morire – non si sono risparmiati: si sono presi cura delle necessità di tutti e hanno seminato speranza, ascoltando e consolando i cuori feriti. Insieme a loro sono rimasti medici, infermieri, professionisti e artigiani che hanno messo generosamente a disposizione le loro competenze a quanti avevano bisogno. Anche molti fedeli cristiani hanno deciso di non lasciare la città, animati dalla convinzione che il Signore li volesse proprio qui, come ponti di pace fra le fazioni in conflitto.

Infine, ringrazio il Signore che mi ha dato il coraggio di venire qui ad Aleppo tre anni fa: mi ha guidato, indicandomi giorno dopo giorno la strada da percorrere, senza permettere che mi sentissi confuso. Ho potuto essere strumento del Suo amore, della Sua tenerezza, della Sua consolazione: di questo lo ringrazio con tutto il cuore».

 

Fra Ibrahim Alsabagh con una famiglia di Aleppo

Nigeria: suor Francesca Federici, 71 anni, clarissa del monastero di santa Chiara di Ijebu-Ode

«Alla fine di questo anno rendo grazie al Signore per le cose grandi che ha compiuto nella mia vita, nella nostra vita. Troppo spesso osserviamo e ricordiamo soltanto i problemi e le fatiche e non scorgiamo la bellezza che si cela nella realtà quotidiana. Se c’è una cosa che si impara in Africa è la capacità di ringraziare perché le precarie condizioni di vita non permettono di dare alcunché per scontato.

Ringrazio Dio per la generosità della mia comunità di Ijebu-Ode che, pur povera di mezzi e senza la garanzia di alcun aiuto materiale, con un atto di fede e di abbandono, ha accolto l’invito del vescovo di Bomadi e si è resa disponibile a edificare un monastero in una diocesi poverissima sul delta del fiume Niger. Nel mese di febbraio, insieme a tre consorelle, sono partita per Ogriagbene, minuscolo villaggio di pescatori sulle rive del Niger, dove manca tutto. La miseria è grande: ci sono solo la bellezza della natura creata dal Signore, la bontà degli abitanti e la gioia dei bambini che nuotano nel fiume, giocano nella sabbia, mangiano un pezzetto di pane o di polenta e sono felici. È un villaggio circondato da una terra fertile e da un fiume pescoso. Purtroppo, anche dal petrolio. Dico purtroppo perché causa pesante inquinamento e non ha portato alcun beneficio alla popolazione locale che vive in uno stato di totale abbandono. Chi ha tentato di reclamare i propri diritti sulla terra è stato ucciso e nel villaggio si respirano rassegnazione e passività. Eppure, nonostante questo clima di mestizia, siamo state accolte con generosità e benevolenza: molti hanno voluto condividere con noi i loro problemi e quel poco che posseggono. Dopo qualche tempo dal nostro arrivo, alcune donne, avendoci osservato lavorare nel piccolo orto che avevamo realizzato, ci hanno chiesto di imparare e ora hanno un loro orto. Mi è parso un segno piccolo ma importante di intraprendenza e di ritrovata vitalità. Rendo grazie a Dio per questi nuovi amici, semplici e umili, che ci hanno dato fiducia, e per tutti coloro che, nel mondo, si stanno generosamente spendendo per sostenere l’edificazione di questo nuovo monastero. Prego il Signore di continuare a donare la gioia della comunione e della testimonianza alla mia comunità, consentendole di superare le molte difficoltà che sempre si accompagnano a un nuovo progetto». 

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SENZA PIUME COME I PIPISTRELLI – Angelo Nocent

SENZA PIUME COME I PIPISTRELLI

Il 2 Gennaio 2006 sul Corriere della sera compariva questo interrogativo: “In principio fu il Verbo o il Dna?” Il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia James D. Watson, scopritore della molecola del DNA, ha dichiarato di saperlo. Infatti, se l’universo fosse opera di un Creatore, il pipistrello avrebbe le piume. Lo studioso che rivoluzionò la biologia, nel suo articolo spiega come Darwin abbia liberato l’uomo dalla superstizione, offrendogli un mondo naturale che non era mai stato così meraviglioso.

Più che le sue teorie scientifiche, mi ha colpito la folgorante (?!) conclusione cui è giunto il signor James con le sue mirabili scoperte, cui peraltro dobbiamo essere grati: “Possiamo vivere la nostra vita senza il costante timore di aver offeso questa o quella divinità che va placata con incantesimi o sacrifici, o di essere alla mercé dei demoni o delle Parche. Se aumenta la conoscenza, l’oscurità intellettuale che ci circonda viene illuminata e impariamo di più della bellezza e della meraviglia del mondo naturale. Non giriamoci attorno: l’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente com’è una teoria quella delle stringhe, è sbagliata. L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro.

L’evoluzione è un dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla saggezza immutabili si arrivi soltanto con la Rivelazione.”


Caro lettore, stai pure dalla parte di chi vuoi. Sappi però che, se mi vieni dietro, un tratto di oscurità, un tunnel lo dobbiamo attraversare. Ma devi anche sapere che la tenebra più che da ottusità intellettuale deriva da un fattore genetico: il mio telescopio non va oltre le stelle. Perché la luce è talmente accecante che risulta impossibile sfondare quello sbarramento. A meno che… A meno che non venga qualcuno a “familiarizzare” con noi, poveri pipistrelli senza piume.

Quando la Parola mette su famiglia – Giovanni, che era solo Apostolo ed Evangelista e difficilmente avrebbe preso il Nobel per via delle sue ri-velazioni, ha indagato anche lui ed è riuscito proprio dove il geniale James D. Watson, con tutta la carica del suo sapere, non ha potuto introdurre la sonda. Ed ecco i risultati della perlustrazione:

In principio, / prima che Dio creasse il mondo / c’era colui che è “la Parola”. / Egli era con Dio, / Egli era Dio. / Egli era al principio con Dio. / Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. / Senza di lui non ha creato nulla. / Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. / Quella luce risplende nelle tenebre / e le tenebre non l’hanno vinta”…/ Egli era nel mondo,/ il mondo è stato fatto per mezzo di lui, / ma il mondo non l’ha riconosciuto. / È venuto nel mondo che è suo / ma i suoi non l’hanno accolto. Alcuni però hanno creduto in lui. / A questi Dio ha fatto il dono / di diventare figli di Dio. / Non sono diventati figli di Dio per nascita naturale, / per volontà di un uomo: / è Dio che ha dato loro la nuova vita. / Colui che è “la Parola” è diventato un uomo ed è vissuto in mezzo a noi uomini. / Noi abbiamo contemplato / il suo splendore divino. È lo splendore del Figlio unico del Dio Padre pieno della vera grazia di verita! “ (Gv 1,ss). Qui è condensato tutto il Natale. Da leggere e rileggere, parola per parola, in chiesa e in casa, in atteggiamento adorante.

Lasciando agli scienziati di proseguire per la loro strada, con l’augurio sincero che non finiscano intrappolati nella rete dei pregiudizi, proseguo per la via indicata dalle Scritture. Noi siamo nella Parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere. Questa è la nostra fede. E’ stata la Parola per prima a rompere il silenzio, a dire il nostro nome, a dare un progetto alla nostra vita. Non sarà mai ripetuto abbastanza che:

  • È in questa Parola che il nascere e il morire, l’amare e il donarsi, il lavoro e la società hanno un senso ultimo e una speranza.

  • E’ grazie a questa Parola che io sono qui e tento di esprimermi e tu sei lì e cerchi d’intendermi: “Nella tua luce vediamo la luce” (Sal 35,10)

Di fronte al mistero del Dio Vivente, auspico che ogni lettore possa provare con me quell’impressione di Isaia che sentiva il disagio delle labbra impure (Is 6,5): “Allora gridai: / “È finita! Sono morto. È finita perché sono un peccatore / e ho visto con i miei occhi il Re, il Signore dell’universo! / Ogni parola che esce dalla mia bocca / e da quella del mio popolo / è solo peccato”.

Dire famiglia è parlare del Dio vivente, sentirsi alla Sua presenza. Viene spontanea l’implorazione di Pietro: “Signore, allontanati da me che sono un uomo peccatore” (Lc 5,8). Ai credenti certamente, ma anche a coloro che non si sentono di condividere la fede cattolica, la Parola di Dio, che è per tutti, può parlare, aprire la via del cuore. Ogni uomo dalla Parola può essere messo al servizio dell’uomo.

Angelo Nocent

(da UN POPOLO IN CAMMINO – Parrocchia di Monte Cremasco – N. 227 – Dic. 2017)

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MENTRE UN GRANDE SILENZIO…Angelo Nocent

Aggiornato di recente1550
SAPIENZA 18

14Quando un ilenzio profondo  avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo ammino, 15la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, si lanciò in mezzo a quella terra maledetta. Era come un guerriero implacabile; 16suoi piedi toccavano terra, ma la sua mano arrivava fino al cielo; come spada affilata portava il tuo decreto irrevocabile e là dove si fermò riempì tutto di morte…

19 6Dio modellava di nuovo tutta la creazione nei suoi vari elementi e ogni cosa obbediva  ai tuoi comandi, per custodire i tuoi figli sani e salvi.
7Si poteva vedere la nube coprire d’ombra tutto l’accampamento, la terra asciuta apparire là dove prima cìera acqua, una strada libera aprirsi in mezzo al mar Rosso  e una pianura verdeggiante sorgere al posto dei suoi flutti violenti. 8Di là potè passare il popolo tutto intero. Protetti della tua mano, erano spettatori di prodigi stupendi.
9Correvano qua e là come cavalli al pascolo e saltavano come agnelli e cantavano inni a te, Signore, perchè li avevi liberati.

Aggiornato di recente1551

“Era come un guerriero implacabile”. Così lo aspettava Israele, come al mar Rosso. E invece…

MENTRE UN GRANDE SILENZIO…

Meditare sul silenzio per incontrare “l’onnipotente tua Parola” significa esplorare l’intimo, le pieghe dell’animo pù misteriose e recondite. Non tutti accettano di affrontare  questa esperienza. Ma il motivo è che c’è silenzio e silenzio, come c’è parola e parola:

  1. c’è il silenzio vuoto che fa paura,che genera ansia, angoscia;
  2. c’è il silezio gremito di voci, di volti, di vicende, di richiami, laboratorio continuo di spiritualità, di riflessioni, di relazioni già vissute, di altre da vivere;
  3. cìè il silenzio dell’ascolto, disposizione dell’animo ad accogliere l’altro, senza pregiudizi, che può essere ilare, gioioso ma anche complesso, misterioso, sofferente;
  4. c’è il silenzio imbarazzante, mortificante, del non saper cosa dire, delle situazioni imprevedibili, dolorose;
  5. c’è il silenzio  di chi non osa per il timore delle conseguenze prevedibili e non, di chi ha paura di non essere capito e giudicato;
  6. c’è il silenzio ce sustodisce segreti personali o depositati nel profondo di reazioni rivelatrici;
  7. c’è il silenzio della verifica, del pentimento;
  8. c’è il silenzio del sogno e del progetto;
  9. c’è il silenzio che deriva da veti ed inibizioni, svalutazioni, mancate conferme, da pregiudizi nei confronti dell’interlocutore considerato vuoto di valori e significari;
  10. c’è il silenzio della preghiera che prima di diventare parola espressa, canto comuntario è mettersi alla “Presenza”, lo stare davanti a Dio, al suo cospetto, in sua compgnia; è solo così che sgorga la preghiera del dialogo con Dio,  della gratitudine, della lode, dell’invocazione, de dell’affidamento… Se la preghiera diventa “formule”, vuota ripetizione, perde il contatto con il reale.

Il nostro NATALE corre il rischio di essere risucciato nella mastodontica e implacabile macchia dei rumori che stordiscono, dei messaggi  senza fine, delle proposte commeriali, del cono, del consumo ossessivo di cose, degli affolamenti snervanti, riducendo lo spazio per le relazioni e ridcendo al minimo l’eperienza del sacro, scontata e superficiale.

E ci sono prole e parole… un elenco interminabile.

Aggiornato di recente1552

 

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