LA CANDELORA – CHI ERA COSTEI ?

 

  

File:The Candlemas day 1731.jpg

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«
Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele
».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse:
«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lu
 

 

Paolo Curtaz
  

In attesa della luce

La Presentazione al Tempio è una festa del Signore poco cnosciuta. In questo giorno, nei tempi antichi, si benedicevano le candele per tutto l’anno, a significare quella luce delle nazioni che profetizza il vecchio Simeone: la presenza del Signore Gesù; un forte richiamo Pasquale, quello di oggi, a ricordarci della luce del Signore Risorto simboleggiata dal cero pasquale.

Quaranta giorni dopo la nascita di Gesù avviene la circoncisione: un gesto semplice e antico che indicava un’appartenenza a un popolo, ad una storia. Fa una certa impressione vedere questa coppia di Nazareth compiere questo gesto, questo Dio che non si sottrae al gesto dell’alleanza, che asseconda le tradizioni, che si riconosce nella scelta di compromettersi con l’esperienza del popolo di Israele.

Famiglia povera – offrono due colombi, la tariffa prevista per le famiglie povere – Giuseppe e Maria, ancora tutti stupiti degli eventi accaduti durante la nascita di Gesú, restano di nuovo sconcertati dalla presenza del vecchio Simeone, un habitué del Tempio che riconosce in questo neonato la presenza stessa di Dio.

Simeone è il simbolo della fedeltà del popolo di Israele che aspetta con fiducia la venuta del Messia; la costanza e la perseveranza di molte persone anziane che nella loro semplice fede ancora frequentano le nostre comunità investite dai radicali cambiamenti della nostra contemporaneità; ma – nello stesso tempo – Simeone è il simbolo dell’uomo che aspetta perché sì la vita è desiderio, la vita è cammino, la vita è attesa. Attesa di luce, di salvezza, di un qualche senso che sbrogli la matassa delle nostre inquietudini e dei nostri “perché”.

Quante volte incontro persone che si lamentano del fatto di non aver potuto tenere in mano il loro destino, di aver dovuto rincorrere una vita non scelta, di avere fatto dei progetti che gli si sono sbriciolati in mano. A loro, a me, Simeone insegna a perseverare, ad affidarsi, a capire che la vita vera è oltre, è altrove, è diversa dai risultati che riusciamo a conseguire, dai sogni che riusciamo a realizzare.

Bellissima la preghiera intensa di Simeone che finalmente vede l’atteso: ora è sazio, soddisfatto, ora ha capito, ora può andare, ora tutto torna. La vita è così, amici, bastano tre minuti per dare senso e luce a tutta una vita di sofferenze, tre minuti per dare luce ad una vita di attesa. L’importante è avere un cuore spalancato, capace, non rinchiuso dal dolore e dalla sofferenza, non asfaltato, non superficiale… Incontrare il Signore o intuirne la presenza, avere insomma fede, credere e sperare significa proprio mettersi in ascolto e attendere, anche tutta la vita se necessario.

Certo: duro è perseverare nell’attesa, eppure è una scommessa ardita che tutti siamo invitati a compiere perché la nostra intera vita diventi attesa di una risposta esaustiva e soddisfacente che – infine – colmi i cuori. Simeone ha visto la luce: la luce già c’era, già esisteva, già era manifesta, e lui la vede, lui se ne accorge. La fede è un evento di apertura, è un accorgersi perché – lo so è un paradosso, che ci posso fare? – davanti al sole possiamo ostinatamente tenere gli occhi chiusi e dire: il sole non esiste.

Chiediamo al Signore di alleggerire il nostro cuore, di non permettere che la sofferenza o la superbia ci chiudano gli occhi al vero e al bene che risplende nelle pieghe del nostro martoriato e fragile tempo. A Maria Simeone profetizza sofferenza. Questa acerba adolescente che ha creduto nella follia di Dio si trova ora, per la prima volta, davanti alla misura della sua scelta: la misura dell’amore. Maria sa che accogliere Dio le costerà fatica, e tanta. Sa che ormai la sua vita è e resterà diversa. Eppure crede, vi aderisce, vi acconsente. Perché amare può voler dire, in certe occasioni, patire. Sia lei, oggi, a insegnarci a vivere l’amore fino alla fine, a imparare a donare tutto di noi, per tramutare il dono il concretezza, il sentimento il gesto, l’amore in dono.

Giovanni Vianini ci interpreta: Lumen ad revelationen gentium

 

  

 

zeno festeggia la candelora

  

 

 

La Candelora, per la sua collocazione all’inizio del mese di febbraio, e quindi proprio nel bel mezzo dell’inverno, quando le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari di carattere meteorologico, quale, ad esempio, il detto veneziano:

Quando vien la Candelora
da l’inverno sémo fóra,
ma se piove o tira vénto,
ne l’inverno semo drénto.

In Lombardia il detto equivalente:

Madona de la sceriôla
de l’inverno sém fôra.
Se’l piôf o tira vent,
n’del’inverno sem dént.

Traduzione

Madonna della Candelora
dall’inverno siamo fuori
Se piove o tira vento
nell’inverno siamo dentro

A Trieste per la Candelora c’e questo detto:

Se a Candelora xe sol e bora
de l’inverno semo fora,
se piovi o tira vento
de l’inverno semo dentro.

In Istria talvolta si aggiunge:

La Madona Candelora
se la vien con sol e bora
de l’inverno semo fora;
se la vien con piova e vento,
de l’inverno semo drento,
se la ven co’l serenà
l’inverno xe passà.

A Forlì e in tutta la Romagna, invece, il proverbio suona all’opposto:

Per la candlora, o ch’u piov o ch’u neva da l’inveren a sem fora;
ma s’un piov, quaranta dé dl’inveren avem ancora.

Traduzione:

Per la Candelora, se piove o nevica, dall’inverno siamo fuori;
ma se non piove, abbiamo ancora quaranta giorni di inverno.

In Toscana, similmente, il detto recita:

Se nevica o gragnola
dell’inverno siamo fora.
Se c’è sole o solicello
siamo ancora a mezzo inverno.
Se c’è sole o sole tutto
dell’inverno resta il brutto.

Ecco uno dei proverbi Calabresi riguardo la Candelora:

Da Candalora, cu on avi carni
s’impigna a figghjiola.

In Sicilia si suol dire:

Pa Cannilora a jaddina fà l’ova
Pa cannilora du ‘nvirn sim fora
Pa Cannilora u brascirr fora.

A Rotello in Molise si suol dire:

A Cannelora, a vernate jè sciute fore!
Responne Sante Biase: “A vernate ‘ncore trasce”;
Responne a vecchierelle: “Quanne scekoppe a Vecachelle”;
Responne u viecchie Semmejone: “Se vuo’sta cchiu’ secure, quanne calene i meteture”.

Traduzione:

Alla Candelora l’inverno è uscito fuori (passato)!
Risponde San Biagio (3 febbraio): “L’inverno non è ancora arrivato”;
Risponde la vecchietta: “Quando sono sbocciate le gemme”;
Risponde il vecchio Simeone: “Per essere più sicuri, quando arrivano i mietitori.

Nel Napoletano si dice:

A Cannelora
Vierno è fora!
Risponne San Biase:
Vierno mo’ trase!
dice a vecchia dint’ a tana:
nce vo’ ‘nata quarantana!
cant’ o monaco dint’ o refettorio:
tann’ è estate quann’ è Sant’Antonio!

Nel Tarantino si dice:

A Cannlor u’nvirn è for,
ma c’proprij n vuè cuntà,
notr e tant c’ n’ stà!

Nella Lunigiana si dice:

Se la piova per la Candelora
de l’inverno semo fora,
ma se la piova e tira vento
de l’inverno semo dentro.

 

la St. Richard Pampuri University

http://www.compagniadeiglobulirossi.com/blog

l’università dell’hospitalitas

 per tutti

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