03 GESU’ – NAZARETH E DINTORNI

NAZARETH
 

 

Sui passi del Maestro

 

 

Di Angelo Nocent 

 

I diabetici controllano più volte al giorno l’andamento della glicemia. Per vedere come stiamo con le batterie spirituali, il Vangelo propone ai cristiani un TEST affidabile ed economico: “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!” (Matteo 6,22).

 

 

Specchiarsi più volte al giorno? Pericoloso: lo specchio sa dire bugie e potrebbe trarci in inganno con le sue magiche deformazioni. Ci siamo lasciati dicendoci l’importanza di conoscere sempre più e meglio gli occhi di Gesù per curare i nostri. Nella Sua iride possiamo scoprire le nostre patologie. Così hanno fatto miriadi di santi.  Ma forse noi non abbiamo una grande confidenza congl’occhi del Maestro e questo è un limite. In tal caso, necessitano i preliminari: bisogna imparare ad  essere buoni osservatori esterni prima di cimentarsi sulla retina divina.

 

Il crocifisso di San Damiano: gli occhi aperti del Cristo triumphans

 

 

Abbiamo visto come guarda Gesù la sua terra, la sua gente, il suo cielo, il suo mare…E’ da questo osservatorio che ha parlato con l’Abbà – il Babbo –  lungo i suoi trentatre anni di vita terrena. Abbiamo anche esaminato il contesto in cui è vissuto Gesù. Molto oggi è cambiato ma quell’aria di misterioso contatto con l’Eterno, luogo dove Cielo e Terra sembrano toccarsi, prendersi per mano, pare permanere.

Io nella Nazareth di oggi non ci sono mai stato. Quella che conosco l’ho appresa dalle fotografie e quella che maggiormente mi prende, la trovo descritta nei racconti evangelici. Tanti sono coloro che si recano da pellegrini nei Luoghi Santi. Io non so se avrò questa opportunità. Poiché non sono l’unico, noi esclusi da questa fortuna, per respirare un po’ di quell’aria abbiamo bisogno di attingere dai testimoni oculari.

Navigando, ho incontrato una giornalista, Maria Corradi, inviata sul luogo in veste di corrispondente da “Avvenire”. Da mamma sensibile, non ha perso l’occasione ed ha portare con sè il figlioletto di dieci anni per fargli vivere un’esperienza indimenticabile. In quei luoghi che buona parte dell’umanità ritiene SACRI, si è recata la vigilia di Natale, 2005 anni dopo il Fatto. Così ha potuto immaginare più realisticamente la nascita del Verbo Incarnato, in quel silenzio che avvolgeva tutta la terra in una gelida notte di Betlemme. La cittadella che significa "casa del pane" e che il Messia ha reso famosa nel mondo, non ha saputo ospitare il Re dei Re, con una infelice drammatica motivazione annotata dall’evangelista: “non c’era posto per loro nell’albergo” (Luca 2, 1-7). A una stella. Così è bastato ripiegare sulla stalla.

Non essendosi recata in quei luoghi semplicemente da fotoreporter ma con l’anima della credente, la Corradi, acuta osservatrice della Nazareth contemporanea, rafforza la nostra ultima riflessione sullo sguardo di Cristo perché contribuisce ad affinare il nostro spirito di osservazione, necessario per chi si decide di muoversi sulle orme di Gesù di Nazareth e non di un personaggio immaginario, prodotto alchemico di fantasticherie e di chiemere concepito nel laboratorio della mente e poi credute e vendute come ispirate. Perché anche di questo siamo capaci. Eccovi dunque le sue impressioni:

 

Sulla collina Nazareth di Galilea nel buio della notte è una distesa di luci. Luci di case e di botteghe, e della mole della Basilica dell’Annunciazione, e dai minareti alle sei l’eco della preghiera dei muezzin, mentre le madri spingono a casa i bambini. Una città in pace, dove convivono cristiani e islamici e ebrei. Dove nel mercato respiri quell’odore di caffè turco e spezie, che è il profumo di questa terra, e delle sue antiche annodate radici. Che strano, dice tuo figlio di dieci anni, per la prima volta qui nella sua vita, «mi immaginavo Nazareth come la figura di un libro, e invece è un posto di terra, ci sono le case, le strade, i bar». Un posto di terra e di pietra, disordinato e qua e là trasandato come le cittadine arabe, le case affastellate, odore di carne arrostita dai carretti degli ambulanti.


Ma avvenne proprio qui, in questo «posto di terra» tra le colline della Galilea. In un villaggio che duemila anni fa contava forse 500 abitanti. In nessuna delle capanne di quell’epoca gli archeologi hanno trovato tracce di ori o argento. Nulla che scintillasse. Non c’era un solo ricco, a Nazareth. Le truppe dell’imperatore Tito, che nel 70 dopo Cristo devastarono Gerusalemme per punire la rivolta dei giudei di qui non passarono. Per quei quattro straccioni, non ne valeva la pena.


Avvenne qui, il primo inizio. L’annuncio. Qui abitava la prescelta. La prediletta, fin dall’inizio dei tempi. Al cui confronto, questi duemila anni passati sono pochi. Ma così tanti per noi: così che, schiacciati sotto il peso di due millenni, e nell’opaca modestia di queste strade, la sproporzione di ciò che è accaduto ti ammutolisce.

Camminando nel buio dell’Avvento di Nazareth, senza le luci e le vetrine del Natale d’Occidente, nel silenzio il bambino ti rimanda come l’eco dei tuoi pensieri: «Ma come mai, è stato proprio qui?». La prediletta, la amata da sempre aveva quattordici anni ormai. Era giunto il momento. Da quanti mesi Dio la stava osservando? «Verbum caro hic factum est», sta inciso sulla pietra nella grotta dell’Annunciazione.

Quella grotta larga due metri per due, in cui a stento si sta in piedi, era la casa di Maria. Già nel terzo secolo i pellegrini incidevano sulle pareti «Khaire Maria», Ave Maria, quando la tradizione orale dei luoghi era ancora viva. E poi, nei secoli, una dopo l’altra, l’avvicendarsi di chiese sempre distrutte e sempre ostinatamente ricostruite. Nella quiete dei giorni prima del Natale, prima che arrivino i pellegrini, quel «Verbum caro factum est» in una spelonca di tufo risuona con tutta la potenza di un Dio che ha amato un’adolescente, in un paese dimenticato dagli uomini.


Certo, si fa fatica. Tra le automobili, e i clacson, e la modernità in ritardo ma comunque arrivata, si fatica a pensare a come dovevano essere questi posti allora. Quando ci visse per trent’anni quell’uomo. Eppure è una necessità, e quasi un istinto per chi venga da lontano, cercando di quell’uomo le tracce. In realtà, ti inoltri per le vie oltre la strada principale continuando a fare questa marcia a ritroso: come poteva essere allora Nazareth, e cosa è rimasto uguale?


Getti l’occhio, nei vicoli del mercato, dentro a certe vecchie botteghe di fabbro, di panettiere, di falegname. Buie, anguste, con l’artigiano intento al lavoro in un angolo. Guardi quelle assi, senti l’odore di legno, l’uomo è assorto, non s’accorge dei passanti. Era tanto diversa quella lontana bottega? C’è almeno qualcosa che è intatto, o tutto è stato macinato dal tempo? Se lo chiedono, probabilmente, i pellegrini che camminano su queste pietre.


Cana. Le nozze del primo miracolo, furono davvero nel luogo dove si alza la piccola chiesa costruita nel 1880? L’identificazione dei luoghi non è certa. Nei sotterranei una grande giara di pietra è uguale a quelle che Gesù, piene d’acqua, indicò ai servi, e che arrivarono in tavola colme di vino buono.


Salim, la guida dell’Opera Romana Pellegrinaggi, dice che ogni gruppo di pellegrini chiede, qui, come altrove: ma è stato proprio qui? Quasi aggrappandosi, nell’immensità del tempo trascorso, alla certezza almeno delle pietre. Anche mio figlio lo chiede. (I bambini sono come la sezione aurea del pensiero degli adulti: colgono l’essenziale. Dove il "qui" non allude solo al luogo fisico, ma, più ampiamente: è successo davvero?) Su Cana, l’identificazione esatta del luogo del banchetto non c’è. Fu in una casa, di questo villaggio.


Possiamo immaginare quella festa nuziale, come è d’uso, nella bella stagione, con un gran numero di invitati lietamente a tavola sotto a un pergolato. Canti, danze, bambini che correvano in cortile. E Cristo fra i commensali, e più in là sua madre, che s’accorge del vino che manca, e dell’ansia sul viso della sposa. Sa già bene chi è suo figlio, per rivolgergli quella preghiera sottovoce? Lui risponde bruscamente. Un momento dopo, un vino di un aroma straordinario colma i bicchieri. Cana. (È stato proprio qui? Qui, davvero?).


Ma ci sono in Galilea luoghi assolutamente certi. Come Tabgha. Dove Gesù moltiplicò i pani e i pesci. Nel 380 dopo Cristo, giunse in Terra Santa Egeria, pellegrina romana, che ha lasciato un dettagliato diario del suo viaggio. Tabgha, scriveva, era sul lago di Tiberiade, vicino a Cafarnao, lungo la romana via Maris. Egeria descrive un prato sul lago, sette fontane, dei palmizi, un altare di pietra da cui i pellegrini staccano schegge come reliquie. La pietra di Egeria è ancora visibile sotto l’altare della nuova chiesa. È scura, e tutta frammentata, come spezzata da migliaia di dita ansiose di portarsene a casa un pezzo. Le pietre, ecco cosa più tenacemente, tra le cose, ha retto al tempo.


Come intuisce il figlio sulla riva del lago di Tiberiade, mentre la guida spiega che Pietro e gli altri apostoli qui andavano a pescare, e qui, dopo la resurrezione, a Pietro Cristo affidò la Chiesa. Bernardo: «Ma le pietre sono le stesse di allora?». E quindi se ne mette in tasca mezza dozzina: magari, dice, Gesù le ha calpestate.


Abbiamo poi tutti, in fondo, dieci anni. Abbiamo tutti bisogno di toccare con le mani. Come a Cafarnao, poco oltre sul lago, il paralitico aveva bisogno di toccare Cristo, e perciò si fece calare dal tetto di una casa. Dalla chiesa costruita sopra la casa della suocera di Pietro si vedono i resti del villaggio di allora, un villaggio miserabile, stanze di quattro metri quadrati in cui dormivano famiglie di dieci persone, chissà che calca sovrumana con quell’uomo che guariva i ciechi e i lebbrosi in una di quelle casupole, e altri sul tetto, addirittura, a calar giù il più disperato di tutti, in una bolgia di braccia, gambe, pianti, implorazioni. Cafarnao dei miracoli: numerose guarigioni avvennero qui. Ma la gente non si convertì e, come ad avverare la profezia di Cristo sulla sorte delle città incredule, Cafarnao che era allora fiorente di mercati, e frantoi, Cafarnao è oggi solo rovine.


Visto dall’alto del Monte delle Beatitudini, il lago è luminoso e quieto, enigmatico. Lo seguivano, è vero, quell’uomo, le folle, a piedi e per chilometri. Ma per i suoi prodigi, perché guariva dai mali, o per le sue parole? Beati i semplici, i miti, gli umili di cuore… Un andare contro il naturale egoismo, contro la legge del più forte, gli istinti antichi degli uomini. Quelle povere rovine di Cafarnao, impietrite per sempre davanti al grande lago chiaro. E tuo figlio, uomo come gli altri, che abbandonato nel sonno è del tutto simile ai figli degli uomini di duemila anni fa. Gli uomini, la loro attesa, ecco ciò che rimane sempre uguale”.


Dal nostro inviato a Nazareth, Marina Corradi ("Avvenire", 18/12/’05)

 

 

Grazie ai tuoi appunti di viaggio, Maria Corradi, abbiamo aggiunto un tassello a quella conoscenza frettolosa e pressapochista che abbiamo del Nazareno. Ora riprenderemo ad analizzare il Vangelo, soffermandoci sugli sguardi di Gesù:

  • lo sguardo rivolto al cielo,
  • il suo primo sguardo,
  • lo sguardo che giunge al cuore
  • lo sguardo rivolto verso Pietro
  • l’incrocio di sguardi con Zaccheo
  • lo sguardo che scruta e interpella…

 

Insomma, un bel itinerario che, naturalmente, non faremo da soli ma invocando Lo Spirito Santo e facendoci accompagnare da Maria. Allora non tutto era chiaro nemmeno per Maria. Ma lei, pur non capendo sempre ciò che il suo Gesù diceva o faceva, rimuginava tutto nel cuore, fidandosi delle promesse.

 

 

RIPRENDO L’INTERVENTO DI  LORY

CHE VIENE A COMPLETARE IL QUADRO

 

Loredana Brancato ha scritto:
 
"Se Dio è Amore, niente è troppo lontano per Dio…
Se Dio è Amore, nessuno è troppo lontano per Dio.
L’amore di Dio è una parola celeste che si esperimenta sulla terra.
Anche a noi, infatti, è chiesto di ripetere, con Giovanni, l’apostolo dell’amore:
" Il Verbo di Dio, il Figlio eterno del Padre, noi l’abbiamo visto con i nostri occhi,
l’abbiamo toccato con le nostre mani
" (1 Gv 1, 1-2).
Prendiamo la Bibbia, la Parola rivelata, stringiamola al petto come si stringe
una persona che si ama. Non è carta, è carne.
Non vi scorre inchiostro, ma sangue.
E’ carne e sangue!
Nella Parola di Dio vive Gesù, un corpo mistico da amare,
da baciare, da toccare, da condividere, da difendere.
Ora capisco perchè Gesù ripete: " Oh se gli uomini vivessero d’amore".
Gli uomini vivranno d’amore quando io mi deciderò ed inizierò ad amare.
Se oggi deciderò di far bastare alla mia vita l’amore di Dio,
il sogno di Gesù non tarderà a realizzarsi.
E non solo in me!
  • L’amore di Dio è lo sguardo dell’ "a priori" non dell’ "a posteriori".
    A priori siamo stati amati, a priori dobbiamo amare. perchè:
    A priori vediamo l’amore di Dio;
    a posteriori l’indifferenza degli uomini.
    A priori vediamo l’amore che si può compiere;
    a posteriori il male che ci respinge.
    A priori amò Maria.
    A priori amò Giuseppe.
    A priori amarono gli apostoli.
    A priori amarono Maria Maddalena, Nicodemo,
    la samaritana,l’emorroissa,
    la cananea, Zaccheo, il centurione.
    A priori amarono i martiri, i confessori della fede, i santi.
    E furono travolti da”amore " di ritorno" di Gesù.

Oggi dopo duemila anni, sono annoverati tra gli amici di Gesù.
Uomini e donne, come noi, che vollero dirigere la loro vita verso l’amore di Gesù.
Storie diverse, pedagogie d’amore diverse.
Ma un solo, irripetibile incontro; una sola Persona, un solo amore: Gesù.

Questo amore, lo stesso amore non si è esaurito. E’ uno l’amore di Gesù,
ma si moltiplica per divisione, così da raggiungere ogni uomo che lo invoca.
Perchè l’amore di Gesù

  • è divino e divinizza;
    è umano e umanizza;
    è vivo e vivifica;
    è santo e santifica.
    Faccio mie le parole di S. paolo ai Tessalonicesi,
    così da augurare a tutti
    "che il Signore diriga i nostri cuori nell’amore di Dio"
    ( cf 2 Ts 3,5)
    Tratto dal libro di Salvatore Martinez…. "Ho visto il Signore".
    Queste riflessioni ardenti di Salvatore sono nate nel contesto di un Pellegrinaggio in Terra Santa.

       La testimonianza di Silvia
 

 

 

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Una risposta a 03 GESU’ – NAZARETH E DINTORNI

  1. silvia ha detto:

    Ho ricevuto il dono di andare in Terra Santa.Un dono indicibile.Non posso qui scrivere, se non poche parole. Confermo e sottoscrivo le cose scritte da Angelo.Le considerazioni di Lory.Vorrei – ci proverò- lasciare una testimonianza – scritta allora- altrove, nel blog.Non ho mai potuto condividerla con nessuno – se non in minima parte…Ora, Angelo mi da la possibilità-forse- di ringraziare finalmente Lui, il Signore, e farne dono ad altri…

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