02 I TANTI PERCHE’ DI UNA COMPAGNIA

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO 

 

  

  DOMENICA DELLE PALME

 FESTA DELLE SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO… 

Gesù è al centro ed è seduto su un asino, mentre è seguito dai discepoli: sta entrando o Gerusalemme, la città santa. Con la mano destra benedice chi lo accoglie: con questo gesto esprime la bontà che Dio desidera per tutti i suoi figli. Il suo incedere è tranquillo e regale: lentamente si avvicina alla porta nelle mura. La folla che lo sta aspettando è invece attraversata da una frenesia confusa: non sono pronti. Così c’è chi si sta cavando il mantello dalla testa, chi si sfila l’abito da un braccio e chi corre sugli alberi per staccarne i rami e agitarli per fare festa. Chi sta sugli alberi prende il posto degli angeli in cielo e guarda dall’alto quanto accade: è un evento che non si può dimenticare. La porta nelle mura di Gerusalemme è aperta, segno di accoglienza dell’intera città che permette alla benedizione di Gesù scendere su tutti. L’abito di Gesù è rosso come la carne viva avvolto da un mantello blu (in parte rovinato dal tempo): è il segno dell’umanità che è avvolta dal cielo, il mistero dell’incarnazione si esprime anche attraverso i colori delle vesti,  

CHI SIAMO ? 

 

 Con i carismi comuni della tenerezza : 

  • servitium, charitas,hospitalitas

ed i carismi particolari di ognuno,  

  • donne e uomini,
  • laici e consacrati
  • sani e malati,
  • giovani e adulti…   

  domenica-delle-palme-2

 SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO  

nel cuore del Vangelo  a farGli strada:

 “Andate…guarite…annunciate…”

(Mt 10,5ss) .   

 

 Le “terre di nessuno” sono sconfinate. Ogni talento è prezioso.  “Fate bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio!”  

 ”L’indefesso camminatore di Granada,  colui che faceva appello alla  carità dei fratelli, era GIOVANNI DI DIO, UNA SCHIENA A SUA DISPOSIZIONE 24 ORE AL GIORNO.  Facendosi   carico  di   ogni   bisogno, ha  fatto  ri-palpitare nella Chiesa il cuore del vangelo, ossia la “Charitas-Hospitalitas”, la cura paupeum senza frontiere: ”Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv. 20,21).    

Pane è ogni bisogno umano. Epperò: ”Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.“ (Deut 8,3)    

http://digilander.libero.it/carromano/osanna.mid

asino_africa 

Indigeni Masai con una mandria di asini domestici,assai probabilmente discendenti da quelli selvatici della Nubia.

UNA CERTA SOMIGLIANZA…

Biologicamente, l’asino è un animale che vive in regioni quasi ‘impossibili’: quelli selvatici, di cui restano pochissime razze in Asia e forse solo una o due nell’Africa Orientale, sopravvivono nelle caldissime e inospitali regioni della Duncalia, dell’ Abissinia e della Somalia.

Dagli asini africani deriverebbero le razze domestiche, i ciuchi armati di pazienza destinati a trasportare merci e individui, in mancanza del più ‘nobile’ cavallo, in tempi antichi e, oggi, quando manca un mezzo a motore (in vari paesi è ancora sfruttato parecchio).

Gioie e dolori per l’asino: è stato considerato con poca dignità, utile quando c’è da lavorare; ignorante, testardo, umile queste le sue caratteristiche ‘popolari’.

Eppure non tutti i popoli lo hanno considerato tale,ad esempio per gli Ebrei ha rappresentato per lungo tempo l’unica cavalcatura; rimane ancora oggi una cavalcatura economica e sicura per i paesi del Medio Oriente, mentre i piccoli asinelli sardi sono in grado tutt’oggi di inerpicarsi per gli erti monti dell’Isola.

Si accontenta di un magro pasto e rimane accanto all’uomo, incurante del fatto che quest’ultimo ne ha fatto il simbolo del non sapere.

Nonostante l’era dei voli planetari, sembra che Gesu’, per i suoi spostamenti nei luoghi piu’ impensati, prediliga ancora questa cavalcatura…  

 asino - Fuga in Egitto

LA FUGA IN EGITTO CON IL PREZIOSO ASINO 

  

PERCHE’ Shalôm! 

shalom-logo

Shalôm! 

Il saluto della COMPAGNIA

Il termine biblico descrive una dimensione originaria della vita umana caratterizzata dall’abbondanza e dalla pienezza di senso.

  1. Il significato letterale sembra comprendere l’idea di PACE-BENEVOLENZA in opposizione a guerra e inimicizia, e quella di BENESSERE-COMPLETEZZA, con forte accento sui beni materiali, ma anche sull’armonia e la forza del corpo e dell’animo umano.
  2. Nella sua forma verbale può assumere il significato di PAGARE-RIPAGARE, come nell’espressione lebab shalem , che significa “cuore che paga”, nel senso di cuore riconoscente (al Signore);
  3. oppure il significato di ESSERE COMPLETO, come in 1Re 9,25: “Egli (Salomone) completò (Shalam) il tempio”.

Volendo ulteriormente esemplificare:

  1. Shalôm è benedizione: presenza di Dio;
  2. Shalôm è frutto di giustizia sociale, di rispetto del diritto; di educazione sapiente dell’uomo;
  3. Con la sua fecondità e abbondanza, anche la natura è manifestazione di Shalôm ;
  4. Shalôm è un termine che esprime anche una promessa:
  5. Shalôm  ha un forte senso religioso; è’ il dono di Dio perché gli ideali che sembrano impossibili possano concretizzarsi;
  6. Shalôm  è la pienezza che ricolma ogni carenza, che risana ogni ferita.
  7. Come sostantivo è usato per descrivere la situazione di CHI HA A SUFFICIENZA, CON MISURA TRABOCCANTE, SENZA AVERE NULLA DI MENO DEL MASSIMO. 
  8. L’espressione “fare shalom” è talvolta sinonimo di “stipulare un accordo, un patto”. 
  9. Nel Salmo 85,11 Shalôm fa coppia con giustizia, per descrivere la pienezza dei beni messianici: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno…”.
  10. Il Salmo 22 ne illustra bene il significato, anche se non compare il termine specifico Shalôm: ” Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…il mio calice trabocca…“.
  11. Sono molti i nomi propri che portano la radice Shalôm: Gerusalemme (città della pace), Salomone (la sua ricompensa), Assalonne (mio padre è pace) e molti altri.

 Abbondanza e pienezza di senso rientrano nel progetto di Dio. Le patologie delle persone, della famiglia, dei gruppi si possono curare se ci si apre alla condivisione delle problematiche. Segregarsi con le  proprie incognite equivale a chiudersi nel cucinino senza sfiatatoio: la pentola bolle, l’acqua fuoriesce, la fiamma si spegne e il gas si disperde incontrollato…

Il saluto Shalôm di fronte a tante persone, famiglie, gruppi delusi e scoraggiati, è una di quelle iniziative pratiche che si possono mettere in atto schioccando le dita  e sentirne gli immediati benefici, perché è parola miracolosa, coniata e testata dai nostri fratelli maggiori, gli Ebrei.

Propongo, pertanto, che la COMPAGNIA… si faccia carico di immettere nel suo linguaggio ed anche in circolazione questo termine e che si abitui a scambiarsi scambiarsi questa benedizione che è anche promessa e speranza. 

Ciao di qua…, ciao di là…E perché no Shalôm ?  Così, se verremo interrogati sul significato del saluto, si aprirà uno spiraglio che permetterà l’aggancio per parlare delle “Mirabilia Dei”. “Ricordare” è  “riportare al cuore” nella memoria e nell’affetto le gesta di Dio, ma è anche celebrare una Presenza: ” “Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti” (2 Tm 2,8).   

PERCHE’ 

 “Richard Pampuri University” ? 

 

 

La risposta è nelle parole del Papa.

 

Discorso pronunciato da Benedetto XVI nell’incontrarsi con il mondo della cultura all’interno del Cortile “Teresiano” dell’Università di Pavia. (Pavia, lunedì, 23 aprile 2007). 

Magnifico Rettore, 

illustri Professori, cari studenti! 

La mia visita pastorale a Pavia, seppur breve, non poteva non prevedere una sosta in questa Università, che costituisce da secoli un elemento caratterizzante della vostra città. Sono pertanto lieto di trovarmi in mezzo a voi per questo incontro a cui attribuisco particolare valore, venendo anch’io dal mondo accademico. Saluto con cordiale deferenza i professori e, in primo luogo, il Rettore, Prof. Angiolino Stella, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi. Saluto gli studenti, in special modo il giovane che si è fatto portavoce dei sentimenti degli altri universitari.

Mi ha rassicurato sul coraggio nella dedizione alla verità, sul coraggio di cercare oltre i limiti del conosciuto, di non arrendersi alla debolezza della ragione. E sono molto grato per queste parole. Estendo il mio pensiero beneaugurante anche a quanti fanno parte della vostra comunità accademica e non hanno potuto essere qui presenti quest’oggi.

 

La vostra è una delle più antiche ed illustri Università italiane, ed annovera – ripeto quanto ha già detto il Magnifico Rettore – tra i docenti che l’hanno onorata personalità quali Alessandro Volta, Camillo Golgi e Carlo Forlanini.

 

Mi è caro pure ricordare che nel vostro Ateneo sono passati docenti e studenti segnalatisi per un’eminente statura spirituale. Tali furono Michele Ghislieri, diventato poi Papa san Pio V, san Carlo Borromeo, sant’Alessandro Sauli, san Riccardo Pampuri, santa Gianna Beretta Molla, il beato Contardo Ferrini e il servo di Dio Teresio Olivelli. 

 

Cari amici, ogni Università ha una nativa vocazione comunitaria: essa infatti è appunto una universitas, una comunità di docenti e studenti impegnati nella ricerca della verità e nell’acquisizione di superiori competenze culturali e professionali. La centralità della persona e la dimensione comunitaria sono due poli co-essenziali per una valida impostazione della universitas studiorum. 

Ogni Università dovrebbe sempre custodire la fisionomia di un Centro di studi “a misura d’uomo”, in cui la persona dello studente sia preservata dall’anonimato e possa coltivare un fecondo dialogo con i docenti, traendone incentivo per la sua crescita culturale ed umana. 

Da questa impostazione discendono alcune applicazioni tra loro connesse. Anzitutto, è certo che solo ponendo al centro la persona e valorizzando il dialogo e le relazioni interpersonali può essere superata la frammentazione specialistica delle discipline e recuperata la prospettiva unitaria del sapere. Le discipline tendono naturalmente, e anche giustamente, alla specializzazione, mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi. 

In secondo luogo, è di fondamentale importanza che l’impegno della ricerca scientifica possa aprirsi alla domanda esistenziale di senso per la vita stessa della persona. La ricerca tende alla conoscenza, mentre la persona abbisogna anche della sapienza, di quella scienza cioè che si esprime nel “saper-vivere”. In terzo luogo, solo valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il rapporto didattico può diventare relazione educativa, un cammino di maturazione umana. La struttura infatti privilegia la comunicazione, mentre le persone aspirano alla condivisione. 

So che quest’attenzione alla persona, alla sua esperienza integrale di vita e alla sua tensione comunionale è ben presente nell’azione pastorale della Chiesa pavese in ambito culturale. Lo testimonia l’opera dei Collegi universitari di ispirazione cristiana. Tra questi, vorrei anch’io ricordare il Collegio Borromeo, voluto da san Carlo Borromeo con Bolla di fondazione del Papa Pio IV e il Collegio Santa Caterina, fondato dalla Diocesi di Pavia per volontà del Servo di Dio Paolo VI con contributo determinante della Santa Sede. 

Importante, in questo senso, è anche l’opera delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali, in particolare del Centro Universitario Diocesano e della F.U.C.I.:  la loro attività è volta ad accogliere la persona nella sua globalità, a proporre cammini armonici di formazione umana, culturale e cristiana,  ad offrire spazi di condivisione, di confronto e di comunione. 

Vorrei cogliere questa occasione per invitare gli studenti e i docenti a non sentirsi soltanto oggetto di attenzione pastorale, ma a partecipare attivamente e ad offrire il loro contributo al progetto culturale di ispirazione cristiana che la Chiesa promuove in Italia e in Europa. 

Incontrandovi, cari amici, viene spontaneo pensare a sant’Agostino, co-patrono di questa Università insieme a santa Caterina d’Alessandria. Il percorso esistenziale e intellettuale di Agostino sta a testimoniare la feconda interazione tra fede e cultura. Sant’Agostino era un uomo animato da un instancabile desiderio di trovare la verità, di trovare che cosa è la vita, di sapere come vivere, di conoscere l’uomo. E proprio a causa della sua passione per l’uomo ha necessariamente cercato Dio, perché solo nella luce di Dio anche la grandezza dell’uomo, la bellezza dell’avventura di essere uomo può apparire pienamente. 

Questo Dio inizialmente gli appariva molto lontano. Poi lo ha trovato: questo Dio grande, inaccessibile, si è fatto vicino, uno di noi. Il grande Dio è il nostro Dio, è un Dio con un volto umano. Così la fede in Cristo non ha posto fine alla sua filosofia, alla sua audacia intellettuale, ma, al contrario, lo ha ulteriormente spinto a cercare le profondità dell’essere uomo e ad aiutare gli altri a vivere bene, a trovare la vita, l’arte di vivere. Questo era per lui la filosofia: saper vivere, con tutta la ragione, con tutta la profondità del nostro pensiero, della nostra volontà, e lasciarsi guidare sul cammino della verità, che è un cammino di coraggio, di umiltà, di purificazione permanente. La fede in Cristo ha dato compimento a tutta la ricerca di Agostino. 

Compimento, tuttavia, nel senso che egli è rimasto sempre in cammino. Anzi, si dice: anche nell’eternità la nostra ricerca non sarà finita, sarà un’avventura eterna scoprire nuove grandezze, nuove bellezze. Egli ha interpretato la parola del Salmo “Cercate sempre il suo volto” ed ha detto: questo vale per l’eternità; e la bellezza dell’eternità è che essa non è una realtà statica, ma un progresso immenso nella immensa bellezza di Dio. Così poteva trovare Dio come la ragione fondante, ma anche come l’amore che ci abbraccia, ci guida e dà senso alla storia e alla nostra vita personale. 

Stamattina ho avuto occasione di dire che questo amore per Cristo ha dato forma al suo impegno personale. Da una vita impostata sulla ricerca egli è passato ad una vita totalmente donata a Cristo e così ad una vita per gli altri. Ha scoperto – questa è stata la sua seconda conversione – che convertirsi a Cristo vuol dire non vivere per sé ma essere realmente al servizio di tutti. Sant’Agostino sia per noi, proprio anche per il mondo accademico, modello di dialogo tra la ragione e la fede, modello di un dialogo ampio, che solo può cercare la verità e così anche la pace. 

Come annotava il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio, “il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico, nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo” (n. 40). 

Invoco, pertanto, l’intercessione di sant’Agostino affinché l’Università di Pavia si distingua sempre per una speciale attenzione alla persona, per un’accentuata dimensione comunitaria nella ricerca scientifica e per un fecondo dialogo tra la fede e la cultura. Vi ringrazio per la vostra presenza e, augurando ogni bene per i vostri studi, imparto a voi tutti la mia Benedizione, estendendola ai vostri familiari e alle persone a voi care.

 

Benedetto XVI in rosso709

 

 

ORIGINI DELLA

Compagnia dei GLOBULI ROSSI

  

Movimento di Laici e Consacrati, donne e uomini, che si ispirano a San Giovanni di Dio ed a San Riccardo Pampuri. Testimoni del Vangelo e Chiesa sanante al servizio del mondo.

  • MOVIMENTO, nella misura in cui è lo Spirito ad animarlo, ad agitarne le acque, a guidarne i passi, a portare all’azione,

  • MOVIEMENTO come cammino battesimale per un rapporto autentico, personale con Dio,

  • MOVIMENTO inteso come un fare con amore il quotidiano, dove mi trovo, una generosità messa in atto  senza risparmio di tempo e di energie, nel ritmo che impongono gli altri, senza orari nè previsioni.

  • MOVIMENTO come atteggiamento costante del cuore. Ad ogni pulsazione una rinnovata povertà interiore: “Signore, non mi possiedo; fai di me ciò che ti piace“.

  • Un MAGNIFICAT cantato con la vita…

 

“Gesù manda i discepoli  

  •  a guarire gli infermi,

  • a risuscitare i morti,

  • a sanare i lebbrosi,

  • a cacciare i demoni.

Oggi v’è un enorme bisogno di uomini e donne fortemente cristiani, dal cuore grande, capaci di impegnarsi nel risanamento del cuore umano e delle strutture ingiuste. Gesù indica il “cuore” come causa di ogni malvagità (cf Mc 7,20-23). Lo dice con chiarezza anche Pietro al mago Simone: «Il tuo cuore non è retto davanti a Dio» (At 8,21).

Il risanamento del cuore e il conseguente cambio delle strutture di peccato in cui si sono accumulati e come solidificati gli errori e i peccati dell’umanità è un atto che manifesta la forza di quel Vangelo che ci insegna a rendere bene per male, a trarre il bene dal male, a vincere il male col bene. Il nostro Sinodo ci incoraggia in questa azione rinnovatrice dei cuori e della società (cf in particolare i capitoli 24-26: costt. 521-611).

Di qui appare evidente che per «dare ragione della speranza che è in noi» (1 Pt 3,15) occorre che questa speranza davvero ci sia nel nostro cuore, che il Vangelo ci illumini interiormente, che la visuale del regno ci sia familiare e che tutto ciò appaia nel nostro modo di parlare e di agire, semplice e onesto, concreto e fattivo, non pettegolo né saccente, modesto e fiducioso, aperto a ogni realtà umana e rispettoso di tutti.

E’ così che l’evangelizzazione supera il rischio del “proselitismo”. Mentre esso è l’espressione di un gruppo chiuso che cerca semplicemente di allargare il numero degli adepti, l’evangelizzazione è l’espansione spontanea e lieta di quel senso della vita che ci è stato dato di trovare come dono dall’alto.” (Carlo Maria Martini al 47° Sinodo Ambrosiano)

 

L’INIZIO

 

Nel 2006 ricorreranno i 450 anni della prima compagnia che ha seguìto san Giovanni di Dio e preso in mano le sue opere. Giovanni di Dio è l’ ignaro fondatore della prima “Compagnia delle Opere” che si registri in sanità.

  

La petizione al Pontefice di dare formale costituzione del Gruppo Ospedaliero, risale al 1570, ossia vent’anni dopo la morte del Santo. Poiché il riconoscimento della Congregazione avviene solo nel 1571, è giusto evidenziare che per Giovanni di Dio i discepoli furono dei necessari collaboratori da subito.

 

José Cruset, lo scrittore e poeta spagnolo che ha occupato uno dei primi posti nella letteratura spagnola degli anni ’50 e che, dopo ricerche e profonda meditazione, ha inteso scrivere la vita di san Giovanni di Dio, riuscendovi egregiamente, in “Un avventuriero illuminato” pag.352, così riassume l’attività di fondazione dei Fatebenefratelli che, per praticità di lettura e messa  fuoco di concetti essenziali, esprimo sotto forma di elenco:

“ Giovanni di Dio non aveva pensato, in nessun momento, di fondare un Ordine. Il desiderio di Giovanni di Dio, manifestato fino all’ora della morte, fu semplicemente che l’ospedale di Gomeles non interrompesse la sua assistenza.

 

I discepoli, per Giovanni di Dio, furono dei necessari collaboratori. Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò, Ma niente di più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplici, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno le possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava.

 

  1. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività.

  2. Anton Martin, il successore voluto, designato da Giovanni di Dio, assume la direzione di questo gruppo. Ha l’esempio di Giovanni di Dio scolpito nell’anima; e va innanzi. Quella primitiva audacia, quella inerzia di ciò che  apparentemente è sconsiderato in Giovanni di Dio, spiega ogni cosa.

  3. La morte di Giovanni di Dio rimane scolpita nei cuori. Ma nulla s’interrompe.

  4. Incomincia l’attività. La popolazione d’infermi e poveri cresce. La necessità obbliga ad andare innanzi. L’opera lo merita.

  5. A Granata, con l’aiuto dell’arcivescovo, due anni dopo la morte di Giovanni di Dio (1552) si acquistò un’area  fabbricabile nella via san Girolamo. Di fronte all’idea, con l’attività incessante di tutti i discepoli, sotto la direzione di Antòn Martìn, con l’appoggio dell’arcivescovo, e con la divulgazione del progetto, effettuata dal Maestro Giovanni d’Avila [ora santo n.d.r], la popolazione di Granata risponde senza distinzione. Ognuno con quel che può. E si fonda il nuovo ospedale.(Attualmente Ospedale Provinciale di Granata).

  6. Ma l’espansione varca subito i confini di Granata: Anton Martin, un anno prima di morire, fonda a Madrid un altro ospedale, sotto gli auspici di Filippo II (1553), che dopo la sua morte giunge a piena realizzazione: Questa casa di Madrid si convertirà in residenza generalizia.

  7. Morto Anton Martin, gli succede nella direzione Juan Garcìa, l’ultimo dei cinque amici e compagni, testimoni della vita di Giovanni di Dio.

  8. Figurano altri nomi accanto ai primi, nomi illustri dei nuovi propagatori dell’Ordine: Rodrigo de Siguenza, Pedro Soriano, e Sebastiano Arias.

  9. Prosegue il lavoro creativo. Nel 1564: Montilla. La casa si chiama “Nostra Signora de los Remedios”. Nel 1565, Lucena. L’ospedale prende il nome di “San Giovanni Battista”.

  10. 1568. L’insurrezione dei mori a Granata registra giorni di sangue. L’attività assistenziale degli ospedalieri acquista risonanza. L’efficachia delle loro attività viene commentata. Questa data è, come dice Pazzini, il battesimo  del fuoco dell’istituzione.

  11. Anche in quell’anno, un nuovo ospedale: Jerez de la Frontiera. E, subito un altro a Utrera”…

  12. 12. L’insurrezione dei mori a Granata registra giorni di sangue. L’attività assistenziale degli ospedalieri acquista risonanza. L’efficachia delle loro attività viene commentata. Questa data è, come dice Pazzini, il battesimo  del fuoco dell’istituzione.

  13. 13. Anche in quell’anno, un nuovo ospedale: Jerez de la Frontiera. E, subito un altro a Utrera”.

  14. 14. Ma chi furono i primi partecipanti alla Compagnia delle opere di Dio?

  15. 15. Bisogna partire da una data precisa: Gennaio 1538. E’ l’anno in cui Giovanni ha una netta visione di Dio, come conseguenza della predica del P. Giovanni d’Avila. E’ l’anno della permanenza  nell’Ospedale Reale, dove fa l’esperienza di pazzo con i pazzi, rognosi, infermi d’ogni specie. Dopo tale esperienza, di lui così racconta il Cruset:

  16. “Uscitone appena, destinato a provare e orientare la sua chiara vocazione, [si ritrova] di nuovo la povertà e la miseria, ambiente ormai definitivo in quanto è oggetto della sua attività.

  17. In esso si muoverà fino alla morte. La persistenza dell’ambiente d’or’innanzi è stabile. Potremmo dire professionale.

  18. E poiché tutto sempre nella sua vita è stato semplice, povero, lacero, un fatto di somma importanza come quello della fioritura, vale a dire della prima risonanza del suo esempio – inconscia nascita della sua opera – con l’apparizione di un discepolo, il primo, ha da collocarsi in circostanze di assoluta semplicità e in un ambiente piccolo, oscuro e negativo.

  19. Dinanzi al nuovo personaggio si rende ancora una volta attuale l’affermazione che le origini della virtù, del bene o della santità hanno un interesse relativo. Quel che conta è l’efficacia. Quanto più grande la sproporzione, tanto maggiore l’ascesa e più visibile il potere della grazia . Non mi stancherò di ripeterlo”.(p.210)

  

La grazia dello Spirito a questo punto mette in scena il primo discepolo della compagnia, il primo anello di aggancio della catena che si aggancia al Profeta di Granada. Lo Spirito alita e  nasce il Movimento, prende corpo l’idea (la carità-hospitàlitas) che si trasforma in compagnia di testimoni, in aggregazione di intenti e di mani operose all’insegna di “Un criterio ideale, un’amicizia operativa”, intesa come mutua collaborazione e assistenza tra soci, sotto forma di Impresa Missionaria. E’ affascinante andare a rileggere quella pagina di storia che può ispirare le opzioni di ADESSO e la rifondazione dei primi collaboratori non religiosi in  Compagnia dei GLOBULI ROSSI.

Sempre secondo il Cruset, la tesi della visibilità del potere della grazia

  1. “trova una dimostrazione nell’apparizione in scena di Antòn Martìn, ruffiano di un postribolo.

  2. Sordido il luogo di origine, di basso livello morale la persona.

  3. Naturalmente Giovanni di Dio lo ha conosciuto nel suo ambiente. Lo conosce nelle sue visite ai postriboli o a motivo di esse.

  4. Nonostante la sua spregevole occupazione, Giovanni di Dio gli si avvicina. Tutti possono aver bisogno del suo aiuto. Egli la pensa così.

  5. E’ evidente che, dietro ogni cosa, v’è una zona sconosciuta, forse di bene, che a volte non affiora, non giunge a scoprirsi perché nessuno s’è trattenuto a contemplarla o a presentirla o a desiderarla con una ferma speranza.

  6. Anton Martin è un uomo alto che porta sempre in capo un berretto rosso. E’ un uomo forte, giovane, lussurioso e freddo, di buon aspetto e di vita cattiva.

  7. Il motivo della sua presenza a Granada è una strana vendetta familiare, mezzo umana e mezzo primitiva. Il suo vero nome è Anton de Argon. Nativo del borgo di mira, provincia di Cuoenca, figlio di Petro de Argon e Maria Martinez de la Cuesta.

  8. E’ venuto a Granada un po’ alla ventura, condotto dall’idea fissa di vendicare suo fratello Pedro, assassinato da un certo Pedro Velasco (sarà il secondo discepolo del Santo).

  9. Lo ha inseguito fino a Granada ed è riuscito a farlo mettere in carcere. Il processo procede lentamente. Il Velasco è di famiglia ricca e non gli mancano buoni patrocinatori per rinviare la sentenza. La vita di Anton Martin si svolge nei bassifondi della città. Il suo modo di vivere è amorale.

  10. Questi sono i dati fondamentali, i lineamenti essenziali di quest’uomo, tipo da postribolo, accecato dall’idea fissa di vendicare un assassino. Quest’uomo che giungerà ad essere il discepolo prediletto di Giovanni di Dio, modello di virtù.

  11. Per ora ci interessa solo quel che egli è in questo momento e come inizia il suo contatto con Giovanni di Dio, le circostanze della sua prodigiosa conversione e la sua conseguenza immediata. Il resto verrà dopo.” (p.212)

Sappiamo quel tanto che basta dalle fonti stesse dove ha attinto il Cruset.

 

Disponiamo di elementi sufficienti a giustificare la presenza della Compagnia dei GLOBULI ROSSI o.h., Movimento che si ispira agli inizi della Fondazione e si muove nel segno della continuità. E’ il testimone che passa di mano in mano, di generazione in generazione, fiamma che non si spegne perché alimentata dalla carità di Dio riversata per lo Spirito nei cuori dei discepoli ed espressa secondo il mutare dei tempi.

Il miracolo della Grazia è provocato da Giovanni di Dio che introduce il discorso sul perdono:

  1. “E quando Anton Martin parla del sangue del fratello, Giovanni di Dio parla del sangue del Cristo nelle cui labbra del color di viola morta è il perdono per tutti”.

  2. Anton Martin si induce a perdonare. Giovanni di Dio che dispone di amici influenti a Granada,  ottiene l’incontro di lui con Pedro Velasco nel carcere, e si riconciliano. Poi viene il perdono ufficiale, legale, di Anton Martin, del quale dovrà rimanere il documento negli atti, per l’ottenimento della libertà di Pedro Velasco che, finalmente – certo per mediazione di Giovanni di Dio -, è ottenuto”.

  3. E’ il primo passo. Dopo, si susseguono gli avvenimenti, come se una mano invisibile aprisse la cortina per far penetrare la luce. E comincia l’azione.

  4. Anton Martin si converte. L’ascesa è gloriosa, se si pensa alla sua vita. Inoltre si arrende senza condizioni, si offre come collaboratore di Giovanni di Dio.

  5. Rinunzia a tutto, e lo seguirà fino alla morte. Sarà – col tempo – suo successore eminente e discepolo preferito.

  6. Ma c’è di più. Pedro Velasco, colpito dall’avvenimento, si converte anche lui e decide di mettersi a fianco di Giovanni di Dio. E’ quasi in coincidenza con Anton Martin il secondo discepolo.

  7. L’Andaluso Pedro Velasco “seguirà Giovanni di Dio, commosso dalla sua opera. La sua vita si dividerà tra la carità e la più dura penitenza.

  8. …La conoscenza di Anton Martin avviene quando Giovanni di Dio, disponendo di personale che lo aiuta nel suo lavoro ospedaliero, può estendere l’area della sua attività a zone bisognose propriamente aliene all’ospedale, come la sua campagna nei postriboli.

  9. L’affermazione è incerta, ma l’importanza è il fatto esemplare. La condotta di Giovanni di Dio colpisce e l’opera inizia”.

  10. Altri tre discepoli vengono a collaborare con Giovanni di Dio dopo Anton Martin e Pedro Velasco.Imprecisa la data ma, ma sicuri i nomi e l’ordine della loro comparsa.

  11. Simon de Avila: “ Di Granata. Se non nemico di Giovanni di Dio, è considerato come uno dei fabbricatori della maldicenza che lo avvolge. E’ sicuramente di umile condizione. Spia e commenta le visite che Giovanni di Dio effettua, occupazione poco dignitosa. Inquisisce, va curiosando. Temperamento frivolo, dedito alla sterile attività di spiare i passi di Giovanni di Dio e poi commentarli. Prende contatto con lui, alfine si converte, e ripara il male che aveva fatto con importanti servizi, austero e fattivo, in favore dei poveri.

  12. Domenico Piola: “Sposato, genovese, noto mercante di Granada. Danaroso. Giovanni di Dio lo conosce perché va da lui a chiedere elemosina. Nei primi tentativi il rifiuto del mercante è categorico e il suo atteggiamento è cipiglioso. Una volta l’elemosina viene strappata sotto forma di prestito. Un prestito di trenta ducati. Il genovese gli chiede garanzia. Giovanni di Dio non gli rappresenta alcuna garanzia. Nella discussione attorno all’avvallo che il mercante pretende, Giovanni di Dio prende a parlare delle garanzie divine, le uniche di cui dispone. Domenico Piola, colpito dalle parole di Giovanni di Dio, gli dà il denaro. Dopo, si converte in un protettore abituale, e più tardi, “a tempo opportuno, quando fu libero dal matrimonio” [si suppone vedovo], liquida i suoi beni e rimane in compagnia di Giovanni di Dio. Si esercita nel chiedere elemosina gridando il solito richiamo per la città e, giacché tutti conoscono la sua provenienza, riesce commovente ed efficace”.

  13. Juan Garcia: “Anche lui di Guardafortuna, come Pedro Velasco. Povero in canna. Uomo virtuoso e austero che si avvicina a Giovanni di Dio e, passando da una vita solitaria e contemplativa alla massima attività, giunge ad essere infermiere maggiore. Muore a sett’antanni, in opinione di grandissima virtù.

  14. La conclusione cui giunge l’Autore, sempre attento ad evidenziare “la grande sproporzione” tra l’insignificanza della risorsa umana che è in gioco e i potere della grazia, è questa: “Anton Martin, Pedro Velasco, Simon de Avila, Domenico Piola e Juan Garcìa, attorno a Giovanni di Dio, rappresentano la continuità. Sono i cinque primi compagni di Giovanni di Dio.

  15. Compatto manipolo votato al sacrificio, con una croce in mano, senz’altra risorsa che la speranza, travolti dall’esempio prodigioso del pastore di  Oropesa, già circonfuso dai primi inspiegabili raggi della santità, si arruolano nella sua grande avventura.

  16. Sono i depositari del suo esempio, testimoni delle sue virtù e mandatari verbali della sua idea. Sono l’opera.

  17. Tengasi presente che son tutti, nonostante la buona posizione economica di Domenico Piola, uomini senz’alcuna formazione e senza interessi intellettuali. Questo spiega l’assenza di una versione diretta della vita di Giovanni di Dio, quanto meno del Giovanni di Dio di quel periodo.

  18. Questo spiega che siano, come lui stesso, uomini d’azione. Come lui stesso, che non pensò ad una continuità organizzata. Se così fosse, sarebbe stato logico pensare che si sarebbero preoccupati di annotare tutta la sua dottrina e le caratteristiche della sua personalità, E, anche senza esplorare la sua vita interiore, ne avrebbero descritto il colorito del volto, la forma delle labbra o lo strano potere illuminato delle parole.

  19. Ma non è così. Ben poco sappiamo. Ben poco.” (p.217)

 

La domanda che nasce spontanea è come abbia potuto questa forte-debolezza resistere a tutte le intemperie, a varcare i secoli. La risposta è racchiusa nella 2 Lettera di Paolo ai Corinti: “Quando sono debole, è allora che sono forte“.

Il testo Scritturale va letto per intero perché è la sintesi  della  biografia spirituale di san Giovanni di Dio, del suo rapporto con il Mistero della Grazia che ha vissuto segretamente nella sua anima e riassumibile nell’espressione ricorrente all’inizio di ogni sua lettera: “Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre integra, Dio avanti e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”. Questo è il suo Cielo in cui si trova rapito.

 

(2 Corinti 12, 1-11)

1

“Non è bello vantarsi, eppure devo farlo. Perciò vi parlerò delle visioni e delle rivelazioni che il Signore mi ha concesse.

 2

Conosco un credente che quattordici anni or sono fu portato fino al terzo cielo. (Io non so se vi fu portato anima e corpo, o se lo fu soltanto in spirito: lo sa Dio).

3- 4

So che quell’uomo fu portato sino al paradiso. (Se lo fu fisicamente o solamente in spirito – lo ripeto – io non lo so: Dio solo lo sa). Lassù udì parole sublimi che per un uomo è impossibile ripetere.

5

Di quel tale sono disposto a vantarmi, ma per quanto riguarda me, mi vanterò soltanto delle mie debolezze.

6

Se avessi voglia di vantarmi non sarei un pazzo perché direi la pura verità. Tuttavia non lo faccio: voglio che la gente mi giudichi in base a ciò che faccio e dico, e che non abbia di me un’opinione più alta.

7

Io ho avuto grandi rivelazioni. Ma proprio per questo, perché non diventassi orgoglioso, mi è stata inflitta una sofferenza che mi tormenta come una scheggia nel corpo, come un messaggero di Satana che mi colpisce per impedirmi di diventare orgoglioso.

8-9

Tre volte ho supplicato il Signore di liberarmi da questa sofferenza.

Ma egli mi ha risposto: “Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole“. È per questo che io mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me.

10

Perciò io mi rallegro della debolezza, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo, perché quando sono debole, allora sono veramente forte.

11

Ho parlato come se fossi pazzo! Siete voi che mi avete costretto” (2 Cor 12, 1-11).

 

L’Apostolo prima, Giovanni di Dio poi, hanno colto dove sta la potenza del Vangelo: non nella “forza” dell’imposizione ma nella “debolezza” della proposta.

·  ”Debolezza” non è assumere una posizione rinunciataria nei confronti dell’annuncio di Cristo che è e rimane “Via, Verità e Vita”.

·  Vuol dire invece accettare la logica divina di un amore convincente      perché   è donato e senza pretese.

·  Non c’è nulla di più “debole” al mondo di un Dio che muore e la cui opera si presenta agli occhi della insipienza umana come una sconfitta.

E’ il segreto della riuscita di San Giovanni di Dio, il brevetto che la Compagnia si tramanda: ”Quando sarete afflitta [scrive alla duchessa di Sessa] ricorrete alla Passione di Gesù Cristo nostro Signore e alle sue preziose piaghe e proverete gran consolazione”.

Ricorrere per provare. Ma a chi, a un Crocifisso? Che coraggio! Che follia!

Ha scritto il teologo Bruno Forte che “I più grandi movimenti della filosofia occidentale hanno riconosciuto proprio nella parola della croce, nel fatto che Dio faccia sua la morte per amore del mondo, quanto di più alto la mente umana abbia potuto raggiungere” (Avvenire 21 giugno 2000, p. 23).

L’attrattiva che scaturisce dal messaggio evangelico consiste allora in questo: nel rinunciare ad ogni genere di potenza umana (armi, denaro, potere politico) per contare unicamente sulla forza dello Spirito, l’unica che alla fine può riuscire vittoriosa. Poiché conta su di un amore che è un “amore onnipotente” (F. Varillon).

Chi si lascia catturare da questo fascino, impara che Dio sta dalla parte di chi non cerca l’arroganza, di chi resiste alla tentazione della violenza per affidarsi unicamente a quegli strumenti “deboli” quali l’annuncio, il dialogo, la testimonianza, la carità, il perdono.

Senza andare lontano, sono esattamente i martiri della giustizia e della carità del XX secolo a mettere in evidenza come una parte del patrimonio cristiano può essere terreno di condivisione con gli stessi non credenti.

Proprio perché ciò che Gesù insegna sui rapporti tra gli uomini, se non è per essi oggetto di fede, rappresenta tuttavia un grande valore umano, prende il via il Movimento dei GLOBULI ROSSI che trova ispirazione nella debolezza divina.

Chiamato ad immischiarsi nelle contraddizioni umane, si rifà a San Giovanni di Dio ed ai cinque della prima ora, nell’ordine di comparsa sulla scena dell’hospitalitas: Anton, Pedro, Simon, Domenico, Juan.

Le armi della Compagnia sono quelle di sempre: “Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta nella debolezza”.

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