Discussione su Maschio e femmina li creò…

CANTICO dei CANTICI – da Bibbia Giorno e Notte –

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Citazione dal blog di DEBORATH GRECO

Maschio e femmina

li creò…

IL PUNTO DI VISTA DI
VICTOR HUGO

Victor Hugo.jpg

L’UOMO E LA DONNA

  • L’uomo è la più elevata delle creature.
  • La donna è il più sublime degli ideali. Dio fece per l’uomo un trono, per la donna un altare.
  • Il trono esalta, l’altare santifica.
  • L’uomo è il cervello. La donna il cuore.
    Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
    La luce feconda, l’amore resuscita.

  • L’uomo è forte per la ragione.
    La donna è invincibile per le lacrime.
    La ragione convince, le lacrime commuovono.
  • L’uomo è capace di tutti gli eroismi.
    La donna di tutti i martìri.
    L’eroismo nobilita, il martirio sublima.
  • L’uomo ha la supremazia.
    La donna la preferenza.
    La supremazia significa forza;
    la preferenza rappresenta il diritto.
  • L’uomo è un genio. La donna un angelo.
    Il genio è incommensurabile;
    l’angelo indefinibile.
  • L’aspirazione dell’uomo è la gloria suprema.
    L’aspirazione della donna è la virtù estrema.
    La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino.
  • L’uomo è un codice. La donna un vangelo.
    Il codice corregge, il vangelo perfeziona.
  • L’uomo pensa. La donna sogna.
    Pensare è avere il cranio di una larva;
    sognare è avere sulla fronte un’aureola.
  • L’uomo è un oceano. La donna un lago.
    L’oceano ha la perla che adorna;
    il lago la poesia che abbaglia.
  • L’uomo è l’aquila che vola.
    La donna è l’usignolo che canta.
    Volare è dominare lo spazio;
    cantare è conquistare l’Anima.
  • L’uomo è un tempio. La donna il sacrario.
    Dinanzi al tempio ci scopriamo;
    davanti al sacrario ci inginocchiamo.
  • Infine:
    l’uomo si trova dove termina la terra,
    la donna dove comincia il cielo.

Victor Hugo

 

IL PUNTO DI VISTA

DEL PATRIARCA DI VENEZIA

Angelo Scola

 

ZENIT di venerdì 12 giugno 2009

La lectio magistralis del Cardinale Angelo Scola al Festival biblico di Vicenza

Il testo della lectio magistralis pronunciata il 1° giugno scorso dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, in occasione della chiusura del Festival Biblico di Vicenza sul tema:

Il volto dell’uomo/donna”.

«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto:

  • la via dell’aquila nel cielo,
  • la via del serpente sulla roccia,
  • la via della nave in alto mare,
  • la via dell’uomo in una giovane donna» (Prov 30, 18-19).

Con potenti immagini l’autore del Libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza.

  • L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini.
  • La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita.
  • La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita.
  • Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.

L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema di questa sera. L’ uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la “strada dell’uomo attraverso la donna” (Prov. 30, 18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia, Brescia 1985, 144).

Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere: nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di nuovo.

Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi “sposta” (dif-ferenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare.

Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile identità. Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un tempo identità ed alterità. Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un affermazione potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.

E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedissi e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1, 26-28).

A proposito di questo passo un detto del Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».

Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Allora l’uomo disse: “Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2, 18-25).

Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può, tanto meno, dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria).

Si capisce perché per il Libro della Genesi ad un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne. Proviamo a raffigurarci – molti artisti lo hanno fatto – lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé.

L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella:

  • il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile,
  • come quello della donna è femminile.
  • La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna alla persona stessa,
  • che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al “fuori di sé”.
  • E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi resta sempre altro) quanto necessario.

L’uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (Cant 4, 9).

Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem, 1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta di imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.

Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a Sua immagine. E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci chiama a .

La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» (Sap 13, 3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di Colui che l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio.

Scrive ancora Beauchamp: «Ecco perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema. Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio…?

Per tale ragione, l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della  Sapienza» .(Beauchamp, op. cit., 144-145).

Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella dell’idolatria.

L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto – «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es 20, 3-4) – è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a Colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino.

Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta – addirittura si pretende – dall’altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine.

Con potente lucidità lo descrive il Libro del Siracide: «Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (Sir 34, 1-3).

Negata la natura di segno del volto dell’amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda.

  • Il desiderio si spegne nella malinconia
  • o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto.
  • Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare,
  • ad imparare la strada dell’altro/altra quale cammino concreto e possibile verso l’Altro
  • alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati.

Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato Suo Figlio tra noi come Via alla verità e alla vita.

Numerose sono le occasioni in cui i Vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E sempre lo sguardo che Egli – in netta antitesi con i costumi del suo tempo – porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma la assoluta dignità e la singolare vocazione.

Il più delle volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello scandalo. E non solo tra i farisei (cfr Lc 7, 37-47), ma anche tra i suoi discepoli: «si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4, 27).

Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cfr Gv 4, 5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche dei più profondi misteri di Dio, compresi quelle questioni circa il culto cui la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.

Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti decisivi incontri di Gesù con le figure femminili,

  • da quello con la peccatrice, che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sua lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7, 38) e per questo Gesù dice «Le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc 7, 47);
  • a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11)»;
  • a quello con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc 7, 13);
  • a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande apprezzamento (Mt 15 21-28).

«[L’uomo e la donna] – scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem – «furono reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte ad immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore» (MD, 14).

Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del Vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”» (Gv 19, 26-27).

Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel “luogo” deputato all’esperienza compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa:

  • «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
  • Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito» (Ef 5, 32).

IL PUNTO DI VISTA DI UN PARROCO

SANTA MARIA DEL SUFRAGIO – MILANO

Essere “con” – Essere “per



Omelia nella festa degli anniversari di matrimonio e solennità della SS. Trinità, maggio 2008



Bellissima la coincidenza odierna, qui al Suffragio, che celebra insieme la festa della SS. Trinità e la festa degli anniversari di matrimonio. Felice coincidenza perché è facile trovare scritto in molti libri di teologia che ogni cristiano è chiamato a diventare uomo trinitario perché è stato creato a immagine di Dio.


Ma cosa vuol dire uomo trinitario? Ce lo ha insegnato Gesù:

  • vuol dire un “uomo con”
  • e un “uomo per”.


E qual è il luogo / l’esperienza dove più e meglio si sperimentano queste due preziosissime preposizioni – con e per – se non nel matrimonio e nella famiglia?


Essere “uomo con”: è l’identità di ogni uomo e di ogni donna. È stato anche l’intuizione di una bambina. Una catechista doveva spiegare ai bambini i primi capitoli della Bibbia, in cui si parla della creazione dell’essere umano. Ver farlo chiese loro innanzitutto di disegnare una figura umana su un foglio di carta.


Tutti i bambini ne furono entusiasti, felici di farle vedere quanto erano bravi nel disegno. Una bambina, però, era rimasta immobile a fissare il foglio. Quando la catechista le domandò perché non stesse disegnando, scoppiò a piangere e tra i singhiozzi disse: «Non so se devo disegnare il mio papà o la mia mamma!».


La catechista capì che era stata lei la causa della confusione della bambina e che aveva commesso un grave errore. Non è l’uomo il prototipo dell’essere umano, né lo è la donna. Secondo la Bibbia, il prototipo è la coppia. Secondo la Bibbia il prototipo dell’essere umano è la coppia perché sta scritto: Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dìo lo creò, maschio e femmina li creò. (Genesi 1, 27)


L’uomo è essere con perché non ha solo relazioni, l’uomo è relazione. L’uomo nella sua identità è relazione. L’uomo si realizza quando vive la comunione – amore, amicizia, solidarietà – quando è capace di creare legami buoni e duraturi. Uno è felice quando ama e quando è amato: perché senza gli altri, senza gli amici si vive molto tristemente, perché la stoffa dell’uomo è la comunione.


Ognuno di noi è chiamato a essere uomo trinitario, cioè un uomo aperto a Dio e al prossimo, un “uomo con”. Riferendoci a Cartesio e al suo “cogito ergo sum”, potremmo dire: comunico quindi sono, quindi vivo. Ma non è facile “essere con” . Il viaggio verso essere “uomo con” e nella vita e anche nel matrimonio non è facile: ci possono essere esiti positivi e negativi.


– Adamo quando dopo un sonno-sogno vide Eva disse: «Questa volta essa è carne della mia carne» (Gen 2,23) .

  • Come a dire: Eva è il paradiso per me.
  • L’altro è l’inferno per me” scriveva invece con amarezza Jean Paul Sartre.

E forse anche in qualcuno di noi si trovano più sentimenti di ostilità che di ospitalità verso il prossimo. Non è facile “essere con” perché l’amore non rimane mai quello che è, se non cresce diminuisce. E c’è un segno evidente che non si ama più: quando i sacrifici cominciano a costare, quando ci si accorge di farne.


Qualcuno ha scritto:

  • L’amore è come il pane: bisogna che sia sempre fresco per essere buono.

  • L’ amore è come la luna: se non cresce, cala.

  • L’ amore è come il fuoco: se non aggiungi legna, muore.


Non è facile “essere con” perché anche nella coppia più unita del mondo, pur essendo bello fondersi, amarsi, essere una cosa sola, si resta sempre in due e in certi giorni si sente pesantemente questo rimanere in due.


Ecco la confessione di una brava moglie:


Come cambiano gli uomini! Prima quando mio marito arrivava a casa mi diceva: «Buongiorno amore!». Adesso mi dice: «Cosa si mangia oggi?».


Non è facile “essere con” perché la maturazione di un amore, di una amicizia esige tempi lunghi; ma il dramma è che oggi si ha sempre e solo fretta. La maturazione di un amore, di una amicizia assomiglia alla vicenda di un diamante. Un diamante grezzo è prezioso, ma per raggiungere la sua forma ideale deve passare per molti tagli. Le persone sposate conoscono bene i problemi, le difficoltà che hanno dovuto affrontare di anno in anno. Difficoltà ambientali, sociali, economiche, malattie…


Ma se si rimane insieme, se si superano gli ostacoli, il diamante che è l’amore, di taglio in taglio, arriva alla sua forma più bella. Se si sa aspettare a lungo, se si resiste, tutto diventa bellissimo e i “grazie” con gli anni, invece di

diminuire, aumentano e l’altro prende veramente casa dentro di noi, non solo con noi.


Dall’essere “con” all’essere “per”: il volto pasquale dell’amore cristiano.


L’uomo trinitario è l’uomo che vive il suo essere “uomo con” imitando Gesù che in tutta la sua vita, in particolare nella sua Pasqua, si è rivelato come “uomo per”. Ho trovato questo contenuto espresso in maniera magistrale in un dialogo tra mons Tonino Bello e don Vincenzo, un suo prete amico che lavorava con gli zingari.


Don Tonino aveva letto a questo sacerdote la sua omelia sulla Trinità. Quando terminai – scrive – don Vincenzo mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: «Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.


E sai come concludo?


Dicendo che questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di “carattere ereditario” così dominante in “casa Trinità” che, anche quando è

sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri».


  • Un “uomo per” è un uomo che si dona come ha fatto Gesù.
  • In questo mondo nel quale nessuno fa niente gratis, un “uomo per” è un uomo capace, in famiglia e nella società, di gesti di gratuità, generosità.


La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul principio del “io ti do, tu mi dai” (Henrik Ibsen, Casa di bambola 1879)


Ma per arrivare ad essere veramente “uomini per”, cioè capaci di gratuità e generosità in famiglia e nella società, occorre una forza, una forza dall’alto. Occorre pregare, pregare molto, occorre cibarsi dell’Eucarestia.

  • Pregare è respirare il cielo,

  • celebrare l’Eucarestia è ricevere il respiro di Dio, l’amore di Dio che è Trinità,

  • è ricevere lo stesso amore di Gesù.

Torniamo tutti a credere nell’amore, nell’amore di Dio, nell’amore pasquale di Gesù, coscienti che l’egoismo – cioè una libertà avara – porta tristezza, malinconia, paura, mentre l’amore – una libertà donata – regala felicità e speranza.


Perché quando ci si dona e si serve per amore si è felici.

 

INNAMORATI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

Con Benigni e Claudia Kool, dissetatevi a questa freschissima e limpidisima acqua di soregente:

http://compagniadeiglobulirossi.org/blog/2009/10/cantico-dei-cantici/

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4 risposte a Discussione su Maschio e femmina li creò…

  1. Deborath ha detto:

    Mamma mia, Angelo, al solito, troppo lunghi questi interventi: ci si perde e non si riesce a seguire bene il filo del discorso…. mmmm… Avresti potuto scrivere le stesse cose in 3 post più brevi…Perdonami se te lo dico, ma io mi perdo e questo mi dispiace, perchè sono molto interessanti le cose che scrivi, ma, poi, ci sono troppe divagazioni e mi perdo spesso il senso…Volevo anche dirti che il brano che hai preso dal mio blog è di Victor Hugo, mi piacerebbe tanto averlo scrittto io, ma non è così: l’ho trovato nel web, mi ha colpito e mi ha fatto riflettere, in un’epoca come questa in cui, facilmente, si pretende che sia considerata normale una coppia formata da due uomini o da due donne e che sia considerato normale cambiare sesso, come se Dio, creandoli uomini o donne, avesse sbagliato il progetto…Non ho niente contro queste persone, sia ben chiaro, mi dispiace il disagio che vivono, ma credo che non si debbano inculcare queste cose alle nuove generazioni: pena una totale confusione che non avrà mai fine….Perdonami queste divagazioni, caro Angelo…Ti auguro una buona giornata…E grazie di spulciare nel mio blog…

  2. silvia ha detto:

    Un argomento importante.Vorrei permettermi di condividere qualche sensazione…Perfettamente d’ccordo con Deborath sul senso e il fine del tutto condiviso, di cercare di fare chiarezza sul tema uomo-donna, specie oggi, tempo in cui si inculca -spesso come messaggi subliminali – una terribile confusione sulla sessualità, la coppia…Vorrei peraltro aggiungere che le riflessioni di Victor Hugo lasciano passare una palpabile supremazia di origine e di fatto, dell’uomo rispetto alla donna. La donna, creata dopo dell’uomo, per dare all’uomo qualcosa, o qualcuno che gli mancava, non rende giustizia al progetto di Dio.Io non ho tanto tempo e tanta informazione e disponibilità di testi, discorsi e…tutto ciò che Angelo invece ha in abbondanza.A me manca anche il tempo – e il luogo- per celebrare le ore…Devo ugualmente riaffermare che Dio ha creato l’uomo, maschio e femmina. A Sua immagine.Che l’uomo sia mente e la donna cuore, non mi sta bene. E non mi sta bene tutto ciò che ne consegue….Dio ha creato l’uomo, complementare alla donna e la donna, complementare all’uomo.E nella mia esperienza – familiare, lavorativa, sociale…- di Vita , ho trovato solo conferme a quanto detto. Spesso, la mente femminile supera quella del partner maschile, mentre altrettanto, talvolta l’uomo ha più cuore della donna con cui si rapporta…A presto…

  3. angelo ha detto:

    Deborath, saggi consigli i tuoi che terrò presenti. Sai bene di aver messo il dito nella piaga! Intanto ho già cominciaro a far pulizia, eliminando le mie chiacchere. Adesso, pur mantenendo tutto su un post, è come se ce ne fossero tre ma senza dover sfogliare.Lo schema è questo:- punto di vista di Victor Hugo, (1802-1885) padre del romanticismo francese;- punto di vista di un teologo contemporaneo- punto di vista di un parroco di cittàLo scrittore-poeta-drammaturgo Hugo, figlio del suo tempo, ha indubbiamente influenzato la cultura occidentale, tanto è vero che si resta suggestionati ancor oggi dal suo dire. Devo essere sincero: a me non è venuto di confutarlo. Bene ha fatto Sivia a lanciare l’allarme, perché fatichiamo a liberarci da questa visione che, con un colpo alla botte ed uno al cerchio, sembra mettere pace tra uomini e donne. Un cambiare gattopardesco che lascia le cose come son sempre state: “una palpabile supremazia di origine e di fatto, dell’uomo rispetto alla donna”, come dice Silvia.Ma qui ci viene in aiuto il Cardinale che ci fornisce una diversa e insolita lettura del passo biblico, sicuramente ignota ad Hugo ma anche ai teologi suoi contemporanei.Certamente il discorso del Patriarca è ostico perché non sta parlando ai fedeli veneziani ma tenendo una lectio magistralis a un Festival Biblico, cioè di addetti ai lavori. Sforbiciare, vorrebbe dire mutilare la riflessione e renderla ancor meno comprensibile. Meglio tornarci sopra più volte, fin che la lampadina si accende. Ottimo strumento penitenziale per il tempo di quaresima.

  4. Deborath ha detto:

    Ciao Angelo, ciao Silvia, forse è vero quello che dite riguardo alla supremazia maschile che potrebbe venir fuori in questo scritto di Hugo, ma io, quando l’ho proposto, avevo pensato ad altro: innanzittutto credo che solo relativamente la testa sia superiore al cuore, nel senso che se al ragionamento togliamo via la sensibilità umana e l’amore, risulta assolutamente vuoto ed infruttuoso, comunque, a parte questo, io ho visto in questo elenco una stretta compenetrazione di uomo e donna, un cercare di raggiungere la completezza all’interno della coppia. Non so come spiegare; ci provo: visto che la coppia deve essere ad immagine di Dio (la coppia e non l’uomo e la donna da soli), mi pare chiaro che i due esseri si completino a vicenda…Io, almeno l’ho inteso in questo modo…Un abbraccio e buona giornata

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