1° Maggio – SAN RICCARDO PAMPURI

1° Maggio 

SAN RICCARDO PAMPURI

Ardore Eucaristico

“Erminio, giovane tra i giovani, non aveva un lessico cattedratico e impersonale. Era chiaro e semplice, aveva la passione e l’entusiasmo tipico di chi parla con il cuore. Luigi Repossi, membro di Azione Cattolica a Mori­mondo, conserva questo ricordo di Pampuri: «Era capa­ce di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando in noi un interesse sconosciuto per queste cose… Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore; trova­va parole diverse…». In una testimonianza il fratello Ferdinando conferma che quando mancava il parroco, Erminio si sostituiva a lui in ciò che poteva”.

Mons. GIUSEPPE GORNATI, Canonico del Duomo di Milano e primo biografo del Santo, dopo aver raccolto le numerose testimonianze dei suoi contemporanei ancora viventi, così ha descrive l’ARDORE EUCARISTICO del Dott. Erminio-Fra Riccardo Pampuri in un capitolo del libro:

“Si è notato come, specialmente negli uomini, la SS. Eucaristia sia la conservatrice più efficace della fede e dell’umiltà. Nel brindisi fattogli in occasione della laurea in medicina e chirurgia, il Pampuri venne definito “l’anima eucaristica”. Ed era comunemente riconosciuto come “lo studente assiduo alla Mensa eucaristica” (p. Paolo Sevesi)

La cosa non costituiva una novità e non terminò col chiudersi del periodo degli studi. La sua pietà eucaristica rimase immutabile anche in mezzo alle molteplici occupazioni della condotta medica.

Fu un privilegiato per l’esempio di casa, dove crebbe alla scuola della pietà eucaristica.

Carolina, la vecchia domestia, fu sino all’ultimo devotissima all’Eucaristia e fedele alla S. Comunione. Quelli di casa avevano notato come, ormai più che ottantenne e piena di acciacchi e disturbi al cuore, le mancasse  alla mattina il respiro e dovesse aiutarsi con qualche medicinale. Ma quando sapeva che alla frazione di Torrino sarebbe giunto dalla parrocchia il sacerdote, rimaneva digiuna, diventando per il desiderio di potersi accostare alla S. Comunione, anche ad ora tarda, padrona del suo respiro affannoso e del cuore debole.

Tutte le mattine il Nostro, da piccolo, trotterellava a fianco dello zio che si recava a Trovo durante la settimana ed a Trivolzio nelle domeniche.

Giunse poi anche per il nipote il giorno felice della Prima S. Comunione, ricevuta nella domenica di Passione.

Fattosi grandicello, s’accostavano insieme alla medesima Mensa: il piccolo portando l’innocenza nel cuore, lo zio la pietà dell’uomo provato dalla vita. Perfino il marmo della tomba Campari ricorda ai visitatori la prerogativa del dottor Carlo: “Fede – Carità – Eucaristia – lo fecero servo fedele del Signore”

Se l’esempio dello zio poté facilitare al giovanetto la frequenza alla SS. Eucaristia, fu però la piena comprensione  di questo dono inestimabile che lo decise a rimanere fedele.

La sua pietà eucaristica non fu mera abitudine, bensì tesoro consapevolmente conquistatao e divenuto in lui un’ineluttabile esigenza dell’anima.

Che fosse talmente fedele accanto allo zio medico, da giovane, e nell’ambiente del Collegio, non può stupire eccessivamente. Era, in fondo, un temperamento calmo, niente affatto emotivo. E’ sommamente ammirevole e degno di grande lode che abbia saputo farne un “Pane quotidiano” quando umanamente poteva essere una devozione difficilissima per la sua professione ed uno specchio di coerenza in un mondo tanto pericoloso. E’ soprattutto come medico che va studiato ed ammirato nella sua fame eucaristica.

Nelle giornate ordinarie era puntualissimo tutte le mattine a recarsi in chiesa molto per tempo come i buoni dovevano fare in un paese agricolo, cioè prima che si iniziasse il lavoro dei campi. Si metteva al primo posto che entrando trovava libero sulle panche; non badava a rispetto umano e si affiancava agli uomini (non molti nel corso della settimana) i quali lasciavano riguardosamente libero un posto per lui nell’ampia basilica.

Essi sapevano che durante la notte aveva dovuto interrompere il riposo perché chiamato d’urgenza presso infermi; con tutto ciò, riusciva ad essere sempre il primo a varcare la soglia del tempio, quando il dovere professionale non l’aveva chiamato altrove.

Lo stesso parroco, il quale amava quel giovane medico e molto volentieri lo vedeva in chiesa al mattino – spesso l’unico uomo presente alla Santa Messa – doveva raccomandargli prudenza per la salute delicata, in considerazione del riposo notturno frequentemente interrotto o addiritura mancato.

Aveva imparato dallo zio fermarsi nei giorni feriali agli ultimi posti della chiesa di Trovo. Il dottor Carlo s’inginocchiava ai fianchi della piccola balaustra d’un altare laterale posto all’entrata a destra dela porticina. Il nipote, invece, sul nudo terreno accanto allo zio o nel primo banco, grossolano e tarlato appoggiato alla prima lesena a destra. Conservò dovunque questa abitudine, specialmente nella chiesa di Morimondo. Il costume di rimanere agli ultimi posti o nei cantucci oscuri era da lui praticato per potersi conservare maggiormente raccolto.

Alla domenica e nelle grandi occasioni per i giovani della parrocchia e della zona circostante, metteva da parte tale preferenza e sapeva essere uno dei primi per guidarli. Era lui che a voce alta recitava la preparazione ed il ringraziamento per l’assistenza al S. Sacrifico. Stava in mezzo ai giovani  e di solito, senza leggere, quanto diceva era improvvisato riuscendo al momento così facile nel pensiero e caldo negli affetti verso Gesù Sacramentato. Tanto, variato nelle sue preghiere eucaristiche che veniva seguito anche dagli altri fedeli presenti, i quali erano ammirati della spontaneità, fecondità ed unzione del “dottorino”.


Se a quelle sante Comunioni generali fosse stato presente non soltanto un nucleo di giovani contadini ed operai, ma qualche elemento ben versato in cultura religiosa, avrebbe potuto raccogliere e tramandarci una raccolta preziosa di pensieri eucaristici per la gioventù.


La pia pratica era seguita devotamente in chiesa da tutti, diventata ormai una cara abitudine. Lo sttesso Pampuri non alveva alcuna idea ambiziosa al riguardo, poiché trovva giustissimo l’aiutare e render più solenni e fruttuose le sante comunioni, essendo il parroco l’unico sacerdote in parrocchia e trovandosi all’altare per la celebrazione della Messa.


Seguiva il metodo praticato dai Gesuiti con gli esercitandi operai; assistendo i suoi giovani e partecipando ai convegni di Triuggio, li accompagnava per incarico di qualche padre durante la santa Comunione di chiusura del corso. Intonava e sosteneva, per quanto la sua pocca voce glielo permetteva, quella invocazione che s’è poi diffusa nelle manifestazioni eucaristiche parrocchiale ed è tutt’ora rimasta tanto cara a i fedeli: “In quell’Ostia conacrata”.

[Ho voluto di proposito riportare per intero questo Inno Eucaristico della fede e pietà popolare. I nostri nonni e genitori sono cresciuti in un simile contesto ed utilizando il medesimo linguaggio, solo apparentemente dei semplici ma di vasta profondità teologica. Vorrei evidenziare che vi è stata una foritura di santi, giunti perfino alla gloria degli altari, che si faticherebbe non poco a volerne stilare l’eleco. Un ammonimento per il nostro tempo, dove fortunatamente non mancano donne e uomini che vivono di Eucaristia, pur nel frastuono  dei nostri giorni e lontano dall’occhio indiscreto delle telecamere].

In quell’Ostia consacrata
sei presente, o Gesù mio,
vero uomo e vero Dio,
nostro amabil Salvator.

O mio sommo, unico bene,
dono a te tutto il mio cuore:
tu l’accetta, e, per tuo amore,
il mio prossimo amerò.

Delle tante, e tante colpe,
il mio cuore, o Dio, si pente,
e propone fermamente
di mai più, mai più peccar.
E propone fermamente
di mai più, mai più peccar.

O Gesù, Figliuol di Dio,
umilmente io qui ti adoro:
sei mia vita, mio tesoro,
e sarai mio premio in ciel.

Sovra me, sovra i miei cari,
sovra i miei benefattori,
Gesù, spargi i tuoi favori,
e ci unisci in ciel con te.

Da te spero, o Gesù caro,
perché sei bontà infinita,
il tuo aiuto in questa vita,
e l’eterna gloria in ciel.

O Signore, dell’alma mia,
che in quest’oggi – o me beato! –
tutto a me ti sei donato,
io mi dono tutto a te.

Era in grado estremo ordinato. Il medico di una condotta, che comprende diversi comuni, deve avere un determinato turno. Non mancano le sorprese di tempo, di chiamate a distanze non lievi, e soprattutto l’incompatibilità d’orario fra i doveri professionali e quello delle pratiche giornaliere di pietà eucaristica, dipendenti dal ministero sacerdotale, cioè della S. Messa e Comunione. Le visite mattutine agli ammalati si estendevano nel territorio di tre parrocchie. Ma egli seppe distribuiere gli impegni della professione in modo da non essere mai privo della gioia eucaristica del mattino. Per non mancare a tale dovere, s’era fatto un prontuario di orari in modo che se fosse stato chiamato dagli ammalati verso il mattinoin paese lontano, sapeva a quale ora poteva ascoltare la Messa e trovare il sacerdote per la Comunione.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

La sua pietà eucaristica era totale o completa com’è voluta dalla Chiesa. Non come nelle grandi città, dove riveste forma soggettiva di gusti personali o anche di comodi spirituali, separando la Comunione dalla Mesa per il sacrificio di levarsi presto al mattino.

La Messa al centro della sua partecpazione giornaliera; la S.Comunione per quanto posibile non disgiunta dal suo vero posto, cioè dal S:Sacrificio; la visita al SS.Sacramento come continuazione e convegno fra amici. Le due forme di partecipazione non dipendevano sempre dalle sue possibilità nell’orario e nella durata, ma la visita, o meglio le visite dipendevano dal suo buon volere, non richiedendo questa devotissima pratica né sacerdoti né tempo fisso, ma solo amore al S. Tabernacolo e chiesa aperta. Per l’indipendenza e facilità, essa esercitava su di lui una speciale attrativa e costituiva un momento straordinario nella sua giornata.

Né si può dire che la “visita” fosse qualche cosa di separato, terminata la quale si era compiuto uno, se non l’ultimo dovere esterno verso l’Eucaristia. Pel Pampuri invece, oltre ad essere un prolungamento della mattinata eucaristica, voleva dire riallacciarsi, ritrarsi, dopo una parentesi imposta dal dovere della professione, in una delle tre chiese parrocchiali che incontrava di passaggio o di ritorno dal lavoro.

Abbazia di Morimondo- Sul lato destro la casa dove il Dott. Erminio Pampuri aveva anche l’ambulatorio.

Naturalmente la chiesa preferita, perché a due passi dall’abitazione, era quella di Morimondo, vi s’appoggiava un lato della sua casa. La preferenza era spiegabile in lui, così perfetto nelle cose di Dio e generoso nella pietà. Se aveva un breve respiro di tempo dalle occupazioni o fra l’una e l’altra visita agli infermi, si recava in chiesa, tanto che non si poteva dire quale orario avessero le sue devozioni eucaristiche. Veniva quasi invitato ad entrarvi perché uscendo o rientrando dall’abitazione doveva passarvi davanti.

Tale attrattiva particolare per la chiesa era così nota che serviva alle persone come punto di riferimento per trovarlo nei casi urgenti pomeridiani. Tornando dal giro degl’infermi nei cascinali vicini, lasciava, appoggiata al gradino inferiore, la bicicletta, ponendo sul manubrio cappello e guanti. Il custode del vicino palazzo comunale e suo uomo di casa, passava a ritirare la bicicletta non per il pericolo di furto – chi avrebbe osato commettere tale atto verso il dottore? – ma per evitare che i ragazzi la facessero cadere o la guastassero.

Più spesso doveva servirsi del cavallo perché gli zii di Torrino vigilavano a che non si stancasse. Il cavallo, ormai pratico delle soste obbligate, aveva preso l’abitudine di fermarsi per conto suo davanti alla chiesa. Il guidatore scendeva e si ritirava nel tempio. La pazienza del quadrupede però non durava molto; passo passo s’allontanava dalla gradinata, rientrando da solo nel cortile della casa, dove gli uomini gli toglievano i “finimenti” e lo conducevano nella stalla.

Quell’operazione quotidiana, per la sorella era il segnale che poteva preparare la modesta mensa. L’approntava aspettando ancora a lungo, ma il fratello non compariva mai; finché, stanca di attendere, alle volte lo richiamava fuori della chiesa.

Godeva d’una calma imperturbabile. La devozione eucaristica non conosceva in lui esplosioni sentimentali, cosa opposta al suo temperamento. Fedelisimo in questa bella pratica, mai aveva fretta davanti al Tabernacolo.

L’Eucaristia costituiva il centro della sua attività interiore, cui tutto indirizzava. Quante lunghe ore trascorreva quotidianamente in chiesa? Di quante preghiere non le riempiva? E dove aveva attinto quella resistenza fisica che lo faceva stare in ginocchio, senza appoggiarsi in alcun modo, pur essendo di salute tanto delicata?

Potremo godere, come in uno specchio limpido, il suo sorriso angelico, e indovinare quanto gli passava nell’animo attraverso lo zelo della vita e la franchezza della parola. Mai tuttavia potremo conoscere quali misteriosi colloqui con Dio abbiano reso sempre più pura la sua esistenza ed incantevole la sua fisionomia. Il segreto eucaristico gli rimase sepolto nel cuore.

Nella pratica eucaristica mai volle apparire un devoto d’eccezione, di genere aristocratico. In ginocchio, e proprio in tale devoto contegno, fu colpito in pieno dalla grazia. Ma nelle condizioni ordinarie della giornata, per quanto dipendesse da lui, la sua passione eucaristica era comune nel luogo e nell’ambiene. Trattandosi del culto verso l’Eucaristia, diventava il “servo”. S’additava a qualsiasi ufficio: preparare, per esempio, i giovani alla Comunione generale, far loro premura per la terza domenica del mese, sorreggere il baldacchino, preparare torce, distribuire candele, chiamare i giovani incaricati o addiritura sostituirli, portare in chiesa i distintivi e consegnarli ai presenti.

“Il parroco non voleva che il dottore del paese si prestasse a tutte quelle umili parti e l’invitava a desistere. Docile al superiore, lasciava poi fare a qualche giovanotto chiamato dal parroco steso fra i presenti, ma da parte sua era sempre attento e pronto a tutto perché il servizio fosse completo, seguendo il baldacchino con la torcia in mano” (Sig. Mario Bologna).

Il sistema da lui prescelto era di tenersi nascosto quando compiva le sue devozioni di ringraziamento dopo la Comunione o le visite al SS. Sacramento. A Trovo, ai lati dell’altare si trovava una specie di coretto, chiamato “la scuola dei piccoli” e separato dal presbiterio mediante una grata di legno. Il quel cantuccio, sia da giovinetto in vacanza che da universitario, si poneva per le sue adorazioni.

Quando il giovane medico si recava in qualche pomeriggio a visitare gli zii, compiuti appena i doverosi convenevoli, si ritirava dietro l’altare della chiesa, in un piccolo coro da dove non era visto dai fedeli. Si soffermava a lungo, fintanto che gli zii mandassero a chiamarlo, essendo ormai l’ora del ritorno al lontano Morimondo.

“Dopo giornate faticose, veniva da noi giovani osservato in ginocchio, calmo, che pregava sottovoce. In chiesa lo si vedeva su di una panca con raccolto contegno e col capo fra le mani di tanto in tanto. I fedeli, ed anche noi giovani che lo abbiamo seguito per tanti anni, non l’abbiamo mai visto seduto, ad eccezione del tempo durante la predica” (sig. Mario Bologna”.


Il “dottorino” tra la sua gente dopo la Consacrazione Religiosa

Era d’una somma coerenza. Sempre ed ovunque rese onore alla S. Comnione, ricevuta quotidianamente. Nobile nell’animo, cercò d’armonizzare la vita esterna con l ‘Eucaristia, della quale tutti lo riconoscevano devotissimo.


Gli stessi studenti universitari, attenti osservatori di quei compagni che si distinguono per sentimento e pratica di pietà, nulla mai trovarono a dire sul suo conto, scorgendolo completo nella vita religiosa.


Le buone popolazioni campagnole, così facili ad entusiasmarsi, ma altrettanto pronte a rinfacciare la frequenza alla Mensa Eucaristica, se non siano accontentate, non ebbero mai a pronunciare un apprezzamento men che ammirativo circa il loro medico condotto.

Se non avesse avuto mente e cuore perennemente tesi verso il santo Tabernacolo, non avrebbe potuto passare in mezzo a tante categorie di persone diverse per qualità e levatura d’ingegno ed attirarle al bene, come fece senza alcuna eccezione. Né costoro avrebbero compreso, ed anche seguito, l’esempio autorevole del “dottorino”, se questi fosse stato meno trasformato dalla S. Eucaristia, e i giovani avessero notato solo il biglietto unilaterale e non il cristiano perfetto, trasformato dal Sacramento dell’amore.

Partecipò al Congresso Eucaristico internazionale tenuto a Genova nel settembre 1923. Aveva portato seco una circolare a stampa per i medici di condotta sul rovescio della quale, con calligrafia ben chiara, scrisse:

“O mio Gesù! Mi hai chiamato a Genova credente, fammi ritornare apostolo: amarti e farti amare!”.

Ecco svelata la sorgente della sua attività nel bene: l’Eucaristia.


Veramente fine e indovinata l’iscrizione fatta sull’immagine-ricordo distribuita a Brescia dopo la morte di lui, in cui si dice che “fu breve ma operosa la sua giornata” e che “ebbe spirito magnanimo in corpo delicato”. Non poteva, in tanto elogio, mancare il punto più bello e meglio scolpito: “Dovunque passò diede prova di quanto possa il cuore umano quando è trabboccante di amor divino, attinto ed alimentato nelle lunghe veglie eucaristiche”.

Basterebbe questa conclusone per illuminare tutta la grandezza di un’esistenza così ammirevole.

( Da “CAMICE E TONACA”  di Giuseppe Gornati – FBF-Milano)


Nella sua chiesa di Trivolzio (PV) dove è venerato il corpo rimasto intatto.
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2 risposte a 1° Maggio – SAN RICCARDO PAMPURI

  1. lucetta ha detto:

    Veramente una vita edificante!!!!! Non la conoscevo. Questo amore per l’Eucarestia mi incoraggia e mi conferma l’importanza della Messa quotidiana e dell’incontro con Gesù. Grazie Angelo per questo dono.

  2. innamorata ha detto:

    leggo,rifletto,ringrazio…

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