ALLE TERME DELL’ANIMA

 

Ricevo dall’amica MELENA.

 "…le mando uno stralcio di un romanzo di Massimo Gramellini un giornalista che io leggo giornalmente su La Stampa di Torino e che mi piace molto sia come scrive sia come parla.
 
Queste poche righe …volevo condividerle con lei.

Saluti cari. 
                            Melena"

L’illustrazione di Paolo d’Altan per il libro di Massimo Gramellini

Alle Terme dell’Anima


"L’ultima riga delle favole»,  è il romanzo d’esordio di Massimo Gramellini.
 

MASSIMO GRAMELLINI

Il romanzo d’esordio di Massimo Gramellini è la storia di una salvezza. Tomàs è un giovane adulto ferito dalla vita, che non crede più a nulla ed è spaventato da tutto, eppure conserva intatto il suo sogno più ardito: l’anima gemella. Dopo l’ennesima fuga si risveglia alle Terme dell’Anima, un luogo di cura che secondo l’autore de «L’ultima riga delle favole» (Longanesi, euro 16,60) esiste davvero: dentro di noi.  
 

Il tepore della piscina avvolse Tomàs in un sudario rassicurante. Si adagiò a pancia all’aria e guardò la luna piena negli occhi.

Udì  una voce sospesa e suadente, che sembrava uscire direttamente dalle profondità dell’acqua. Tomàs si immerse per ascoltarla meglio e percepì il battito del proprio cuore.

«… fai la nanna… piccolino…» La nenia si depositò come olio sulle sue emozioni. Sentì un’arpa vibrargli nello stomaco e quando chiuse gli occhi si rivide bambino, in compagnia di un uomo che teneva un pacchetto rosso fra le mani.

Il bambino sono io. E l’uomo con il pacchetto rosso è il dottor Bo. Un medico generico. Una di quelle persone normali che, per il semplice fatto di compiere in modo umano il loro dovere, sembrano eccezionali.

Portava la sua normalità scolpita nel fisico: piccolo ed esile. Non sapeva parlare in pubblico e nemmeno in privato.

Aveva un eloquio lento, appesantito dalle pause. Fu uno dei tanti medici che girarono intorno al letto di mia madre negli ultimi mesi della sua vita. L’unico a portarle sempre dei fiori. A lei piacevano le rose rosse.

Nessun dottore mi voleva fra i piedi durante le visite. Nessuno tranne lui. Si sedeva accanto al letto e diceva: «Resta pure, Tomàs». Ogni volta ci metteva i millenni per dirlo, ma tanto io lo sapevo già. Parlavano un mucchio, quei due.

Veramente parlava solo la mamma. Il dottor Bo ascoltava. Con certi occhi umidi, attenti. Non ho più conosciuto un ascoltatore così. Dava veramente l’impressione di starti a sentire. Quando andava via, lei sembrava più leggera e telefonava in ufficio a mio padre: «Il dottor Bo ha detto…» Non le aveva detto niente. Però era come se lo avesse fatto.

La mattina in cui arrivarono i pinguini era Natale. Dopo aver nevicato tutta la notte, sopra la città brillava persino uno scherzo di sole. Io, che di solito dovevo essere tirato giù dal letto con la forza, quel giorno saltai fuori come una molla rotta e mi affacciai al davanzale per spiare il bianco che imponeva il silenzio a tutte le cose.

Agitato da un presentimento confuso, corsi nella stanza dei miei genitori. Scomparsi, tutti e due. Non riuscivo a credere che fossero usciti la mattina di Natale, senza lasciarmi sotto l’albero neanche un regalo». «… buon Natale … piccolino…»

Poi i pinguini suonarono alla porta e mi portarono nel loro negozio che vendeva le bare. Mio padre era lì. Gli feci notare che una bara era davvero di pessimo gusto, come regalo. La mamma mi aveva promesso le scarpe da pallacanestro.

Non rispose. Aveva gli occhi gialli. Due pinguini super lo reggevano per le ascelle. Mi passò davanti senza guardarmi e scomparve oltre un cancello. In quel preciso istante mi sentii perduto. Ma una mano si posò sulla mia spalla e all’estremità della mano c’era il dottor Bo. Con l’altra mano reggeva un pacchetto rosso che aveva degli elefantini gialli stampati sopra».

«… il tuo regalo…»

«Da parte della mamma, disse il dottore.

Ma quando finì la frase, io il pacchetto lo avevo già scartato, strappandolo a un’estremità e poi infilandoci l’indice come una vanga. Avrei giurato fosse la scatola delle scarpe da pallacanestro. Invece saltò fuori un quadro, lungo e stretto.

Il ritratto di un ragazzo biondo con le ali, sopra una nuvola.

Sotto la nuvola un bambino a mani giunte.

E sotto il bambino le parole di una preghiera: Angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste, così sia».

«… illumina… custodisci… reggi… governa…»

Chiesi al dottor Bo se il ragazzo con le ali e il bambino a mani giunte fossero parenti. Lui mi spinse in strada, lontano dai pinguini, e alzò al cielo i suoi occhi umidi, attenti.

"Da oggi lassù c’è un angelo speciale che veglia su di te", disse con sveltezza insolita. "Ora non puoi capire, ma tutto è giusto e perfetto…”» «… tutto è giusto e… perfetto… sì…»

«Io gridai "noooo" e gli tirai un pugno in mezzo allo stomaco. Povero dottor Bo, a momenti cadeva. Invece non cadde. Fece un passo avanti e mi abbracciò. 
 
Io non lo abbracciai affatto. Scappai via via via

Per anni negai che mia madre fosse morta. Nascosi le sue foto in un cassetto. Non ne parlavo volentieri con nessuno, nemmeno con me stesso. Ai compagni di classe raccontavo che lei era sempre in viaggio per lavoro, ma che presto sarebbe ricomparsa all’uscita da scuola, come la signora bionda che aspettava il suo odiosissimo figlio appoggiata alla portiera di una jeep: ma ogni volta era una sconfitta che finivo di scontare all’alba, quando finalmente mi addormentavo sul cuscino zuppo di lacrime.

Non l’ho mai perdonata… non l’ho più abbracciata… l’amore è un abbraccio che comprende tutto… il bene… il male… mi è mancato il suo calore…

Il suo calore!

Mia mamma veniva da una famiglia numerosa, ma non povera. Poi mio nonno morì in guerra e persero tutto. All’età in cui le adolescenti si buscano i primi raffreddori sentimentali, lei già lavorava in fabbrica per aiutare la nonna a crescere i fratellini.

Era sbadata, emotiva e coi capelli arruffati come me. Ma altruista e disponibile con chiunque, un termosifone sempre acceso a temperatura costante, come io vorrei essere e non sono.

«Perché me l’avete tolta così in fretta? È un’ingiustizia inconcepibile. Se non per lei, almeno per me. Ma perché?»

«La notte in cui morì venne nella mia stanza per leggermi una favola. Ma io, stupido, mi addormentai prima della fine. La morte precoce di una madre è la madre di ogni abbandono… non ti corazza da quelli che arriveranno in seguito… ma ti insegna a dare la giusta importanza all’amore… a non scappare quando lo incontri… e a batterti fino allo stremo per mantenerlo in vita…»

Tomàs chiuse gli occhi e rivide il dottor Bo curvarsi sotto il suo pugno.. …

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3 risposte a ALLE TERME DELL’ANIMA

  1. lucetta ha detto:

    Grazie Melena di questa condivisione. Comprerò il libro perchè quello che ho letto mi ha colpito e commosso!!! Mi ha fatto pensare ad un mio alunno che da bambino ha perso la madre e questa perdita lo ha segnato molto. Gli ha tolto la fede nell’Amore di Dio….ma io continuo a pregare ogni giorno per lui perchè Dio sa quello che fa. Mi fido.

  2. angelo ha detto:

    Se è vero che ogni essere umano è portatore di un talento, unico e inimitabile, è anche vero che per scoprirlo si deve percorrere un sentiero stretto che dai livelli più bassi del corpo (quelli delle emozioni superficiali e dei desideri materiali) conduce alla camera del cuore. Tomàs questo tragitto irto di ostacoli lo ha percorso. Non tutti vi riusciamo perché incapaci a fare pace con il passato. Se non mi ricongiungo con la mia anima, SE NON MI AMO, condizione per amare gli altri ed essere amato, non riuscirò a scoprire una grande verità: che la vita e il dolore hanno un senso e che l’amore non è un’emozione ma un sentimento: qualcosa di profondo e stabile.E’ la constatazione che Melena fa ogni giorno con i suoi pazienti che non riescono a vivere e a dare un lieto fine alla loro avventura esistenziale.L’ultima riga delle favole solitamente recita: «E vissero per sempre felici e contenti». Per molti – purtroppo – suona proprio al contrario.Grazie, cara psicologa, per averci messo in guardia sul rischio che corriamo ogni giorno: di intristirci e intristire coloro che ci stanno attorno .

  3. Deborath ha detto:

    E’ splendida questa testimonianza, quante volte anche noi ci siamo comportanti come il piccolo Tomàs con il "dottore" che in quel momento ci stava accanto… Io sono arrivata a dire a mia madre: "Tanto non sei morta tu, è morto papà!"… Dio mio, se ci ripenso ora, quanto male le ho fatto e quanto ne ho fatto a me stessa con quella stupida frase… E’ vero, non ero in me, ma oggi quanto fa male….Un abbraccio a tutti e perdonate questo mio commento triste…

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