QUEL 29 SETTEMBRE 1950…

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il 29 Settembre 1950 

Prima Comunione e Cresima   

Il mio Arcivescovo di Gorizia

Sua Altezza Mons. Principe 

CARLO MARGOTTI  

    (Foto Ilaria Tassini – Archivio Storico Cattedrale di Gorizia.)

 (Proprieta’ IssrGO Istituto di Storia Sociale Gorizia- Copyright: IssrGO) 

  

SESSANT’ANNI FA, verso mezzogiorno, così mi ha detto l’Arcivescovo, ungendomi la fronte con il Sacro Crisma:  

Angelo, ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono“. 

A queste formidabili parole, somme per la mia piccola capacità ricettiva (8 anni), ho risposto: “AMEN“.   

In  seguito ho capito il senso di quelle parole. A pensarci, mi tremano le vene dei polsi.  

  

Alle 7.30 la Prima Comunione.  

GRAZIE, SIGNORE, GRAZIE!  

  

youtube=http://www.youtube.com/watch?v=BvfYWiCQhKc&fs=1&hl=it_IT]   

Oh, bel sogno mio!

  

UN PO’ DI TEOLOGIA 

Per capire questa formula dobbiamo tenere presente che la redenzione dell’umanità voluta dal Padre, effettuata dal Verbo incarnato e partecipata ai singoli dallo Spirito Santo attraverso i Sacramenti della Chiesa, consiste in una rigenerazione spirituale con cui si viene conformati – trasformati nel Figlio: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18) 

Lo Spirito Santo nel s. Battesimo opera un sacro lavacro che ci purifica dai peccati e ci fa nuove creature: Timote0 3[3]Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. [4]Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, [5]egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, [6]effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, [7]perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna. 

Ora, lo Spirito Santo nella s. Cresima ci viene infuso per portare a pienezza quanto ha operato nel s. Battesimo. 

 Nel s. Battesimo l’essere umano viene fatto figlio di Dio, riceve un gran dono! Dono dei doni: chiamare Dio “Abbà” – “Babbo mio” – “Papà” (Gal 4,6). Si tratta di una nuova nascita: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5), nasce una “nuova creatura” (Gal 6,15), “figlia adottiva” (Rm 8,15) di Dio.  

 Ma questa nascita è in germe, è una potenzialità reale che viene immessa nella nostra natura umana che viene elevata nella figliolanza divina. Questo germe non cresce magicamente, ma nel dialogo delle due libertà, quella di Dio e quella nostra. Così come nell’embrione fecondato c’è tutto l’uomo adulto o la donna di domani, c’è già tutto, per cui quell’embrione ha tutta la dignità dell’essere umano, così nel s. Battesimo noi siamo figli di Dio, veri figli di Dio, ma in embrione che deve crescere e fino “allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).  

 Così come la dignità fondamentale dell’essere umano non cambia dallo stato embrionale allo stato della anzianità, e un anziano non ha né meno né più dignità e valore di fanciullo o di un embrione fecondato, anche la dignità fondamentale del cristiano è uguale e deriva dal s. Battesimo: tutti abbiamo una uguale dignità di figli di Dio: dal bimbo appena battezzato al prete che consacra e assolve, al Santo Padre che conferma (cf Lc 22,32) e guida (cf Gv 21,15-17). 

 La nostra santificazione si realizza in un dialogo d’amore in cui Dio ci chiede se l’amiamo e aspetta la nostra risposta (cf Gv 21, 15-17) attendendo da noi di essere dissetato dall’arsura d’Amore che lo consuma eternamente (cf Gv 4,7; 19,28). Ora perché noi potessimo rispondere a questa sete divina, il Padre e il Figlio hanno riversato nei nostri cuori il loro Amore (cf Rm 5,5), il Solo che permette a noi di riempire la nostra brocca per dissetare la sete di Dio. 

 Ora, appunto perché tutti noi potessimo avere la capacità di portare a maturazione il germe divino del s. Battesimo che abbiamo ricevuto e quindi fossimo resi capaci di rispondere da figli di Dio a tutte le istanze che incontriamo nella nostra esistenza terrena, ci viene donato lo Spirito Santo, che è l’Amore stesso del Padre e del Figlio, Amore Onnipotente, Amore Creatore e Rinnovatore di tutto. Potenza d’Amore Infinita che sempre accompagnò e condusse il Figlio di Dio nel suo peregrinare terreno: nel nascondimento iniziale dell’Incarnazione (cf Lc 1,35), nella proclamazione pubblica della sua messianicità (cf Lc 3,22), nel suo cammino verso la morte (cf Lc 4,1). 

Il Sacramento della s. Cresima è quindi in ordine al dinamismo di crescita della vita battesimale: ricreato nel s. Battesimo a immagine di “Dio Amore” (1Gv 4,8.16) il cristiano per giungere alla “piena maturità di Cristo” (Ef 4,13) deve amare come Gesù, vivendo l’eredità del Maestro: “Vi do un comandamento nuovo che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34). 

 Ora, carissimi fratelli e sorelle, questo ci hanno regalano il Padre e il Figlio nella s. Cresima: il loro Amore perché noi potessimo amare. Ma il Dono viene consegnato in un dialogo d’amore e quindi libero. Ebbene, la nostra libertà in cosa la esercitiamo, qual è l’oggetto precipuo della nostra libertà? Qual’è cioè la scelta libera che rappresenta la nostra parte in questo dialogo d’amore? 

 La nostra parte la indica il Vescovo nella formula di conferimento del Sacramento: “Ricevi”, cioè accogli, cosa? Lo Spirito Santo, cioè l’Amore del Padre e del Figlio, Amore sussistente e onnipotente. 

 Perché dobbiamo accogliere l’Amore? La risposta è ovvia, semplice e facile, eppure allo stesso tempo troppo sconosciuta, travisata e ardua. Cosa può volere mai l’Amore consegnando se stesso? Cosa può desiderare mai l’Amore quando entra in un uomo, in una donna? 

 La risposta è ovvia, semplicissima e facilissima: l’Amore desidera e può desiderare solo di amare e di essere amato. L’Amore si consegna a noi perché solo lasciandoci amare dall’Amore possiamo avere la forza di amare. 

 Ecco dunque la nostra parte nel dialogo d’amore con Dio: LASCIARSI AMARE, ACCOGLIENDO L’AMORE DI DIO NEL NOSTRO CUORE. PERMETTENDO A DIO DI AMARCI COSÌ COME SIAMO, CON I NOSTRI DIFETTI, MANCANZE, IMPERFEZIONI, PECCATI E VIZI, CREDENDO ALLA POTENZA DI UN AMORE PIÙ FORTE DI OGNI PECCATO E MISERIA.  

 Un Amore che ci fa nuovi non una volta, ma sempre e mai si stanca di accoglierci e rifarci nuovi. 

 Vedete, lo sbaglio che facilmente facciamo un po’ tutti è quello di pensare che la nostra risposta a Dio debba primariamente vertere nell’ordine del fare, dell’impegno, dello sforzo, dell’ascesi, non capendo che l’ascesi sarà realmente possibile solo come “frutto” della presenza dell’Amore di Dio nei nostri cuori, ma l’Amore di Dio è frustrato nella sua presenza se noi non gli permettiamo di amarci così come siamo, totalmente, lasciandoci immergerci d’Amore, annegandoci d’Amore. Finché noi vorremmo nuotare e non annegare nell’Oceano dell’Amore di Dio non possiamo trasformarci in Amore. 

Ricevi”, cioè “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35): Lui scende, tu devi accoglierLo. Maria ci insegna il come: “Si faccia di me secondo la tua parola” (Lc 1,37). Maria si pone passivamente nei confronti dello Spirito: Faccia Lui, faccia pure, faccia quello che vuole! E Lui fece l’Incarnazione!  

 La bellezza e lo splendore della Verginità di Maria consiste essenzialmente in questa sua capacità di ricevere lo Spirito Santo. Si tratta di una passività che è attiva recettività: capacità di disporre se stessi ad accogliere l’Amore Potente e Infuocato di Dio e lasciarsi lavorare dall’Amore, cioè lasciarsi amare. Attiva recettività: tutta l’attività, lo sforzo, l’impegno di Maria non fu nel fare qualcosa per Dio, ma nel lasciarsi fare da Dio, lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo, poiché Egli è Amore sussistente, tutto questo significa lasciarsi amare dall’Eterno Amore. 

 Il Dono di Dio ricevuto nella s. Cresima è l’Amore sussistente del Padre e del Figlio che è sceso con potenza su di noi rendendoci capaci di rispondere al dono ricevuto nel s. Battesimo di essere figli di Dio. Il s. Battesimo è una configurazione a Gesù Cristo operata dallo Spirito in un “lavacro di rigenerazione” che realizza in noi la nascita di una nuova creatura, il s. Battesimo è il Sacramento della nascita, dell’inizio della vita di figlio di Dio.  

 Questa vita però non cresce magicamente, ma nel dialogo delle due libertà: quella di Dio e quella nostra, perché potessimo rispondere adeguatamente alle istanze del Padre su di noi, lo Spirito Santo opera una ulteriore nostra conformazione a Gesù Cristo nel sacramento della s. Cresima, comunicandoci l’attitudine di Gesù Cristo a lasciarsi condurre in tutto dallo Spirito Santo, cioè dall’Amore sussistente, a lasciarsi quindi condurre dall’Amore per vivere d’Amore e morire d’Amore.  

 Catechismo Chiesa Cattolica 1304   

  • Come il Battesimo, di cui costituisce il compimento, la Confermazione è conferita una sola volta. Essa infatti imprime nell’anima un marchio spirituale indelebile, il “carattere”;  
  • è il segno che Gesù Cristo ha impresso sul cristiano il sigillo del suo Spirito rivestendolo di potenza dall’alto perché sia suo testimone [Cf Lc 24,48-49].

Non si può dir nulla della s. Cresima che non sia riferimento a quanto già ricevuto nel s. Battesimo di cui è “compimento”, la s. Cresima conferma il s. Battesimo e lo conferma non in riferimento all’essere figli di Dio, perché con il Battesimo siamo pienamente e perfettamente figli di Dio, non ci manca nulla di dignità e gloria, lo conferma in riferimento alla sua vitalità, alla sua crescita e sviluppo che non si attua senza la nostra partecipazione, senza il nostro “SÌ” rinnovato in ogni situazione o circostanza della nostra esistenza. La s. Cresima è conferita al battezzato “perché sia suo testimone”, è dunque il Sacramento della testimonianza, il cresimato è un testimone, ma testimone di che cosa?   

  • Testimone del s. Battesimo che ha ricevuto.
  • Testimone, cioè si presenta al mondo come figlio di Dio.
  • Testimone, cioè persona che vive il Vangelo di Gesù Cristo e quindi che testimonia al mondo, cioè fa vedere al mondo, rende presente nel mondo l’Amore di Gesù con una vita simile alla sua, che ne ricalca le orme (cf 1Pt 2,21).
  • Testimone, dunque persona che ama come ha amato Gesù Cristo, vivendo quanto Lui ha comandato di vivere a chi volesse essere suo discepolo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).

La s. Cresima è dunque il Sacramento dell’Amore che si rende presente nel battezzato come forza e potenza di vita, di testimonianza, rendendo possibile amare come Gesù. 

Per amare come Gesù bisogna essere come Gesù, per questo riceviamo i Sacramenti del s. Battesimo e della s. Cresima che ci conformano a Gesù nel suo essere figlio di Dio (s. Battesimo) e nella sua capacità di amare come Lui (s. Cresima). Per questo il s. Battesimo ha bisogno di essere confermato dalla Santa Cresima.  

 
 
Figura 2
Era proprio così l’interno della mia Chiesa Parrocchiale San Michele Arcangelo
Figura 3
Dopo i restauri
Figura 4
Sotto lo Sguardo dell’Assunta

  

Il sito archeologico di S. Michele: all’origine della storia di Cervignano

I secolo d.C.: gli anni d’oro dell’impero romano. Aquileia, crocevia di commerci, razze, culture, religioni, gode di un entroterra fertile: fra i territori che i proprietari terrieri si spartiscono c’è anche Cervignano, all’epoca zona di campagne e ville rustiche. Una, ormai lo sappiamo, si trova nell’area Rossatto; altre, da rilevamenti più o meno recenti, sembrerebbero sparse anche altrove nel territorio comunale; un edificio del I sec. d.C., infine, si trova sicuramente sotto la chiesa di San Michele, ma ci arriveremo dopo.
Caduto l’impero romano, la storia di Cervignano non trova più testimonianze fino ai Longobardi. A loro si deve la costruzione dell’abbazia cervignanese di San Michele Arcangelo, ricordata già in un documento del 912, epoca che ci parla, però, di un’altra dominazione: quella dei Franchi. Il documento del 912 è una conferma dei beni dell’abbazia da parte di re Berengario: un atto resosi necessario dopo l’incendio subito in una Paganorum incursione, letteralmente ʻincursione di paganiʼ (si tratta degli Ungari, famosi per le loro scorrerie). Negli anni 1031-1036, il patriarca di Aquileia Poppone decise di assegnare il territorio di Cervignano alle monache benedettine del Monastero Maggiore di Santa Maria di Aquileia. Il Medioevo si chiuse per la nostra città nel 1418, con l’arrivo dei Veneziani. Nei primi del Cinquecento, infine, fu la volta degli Austriaci, che rimasero qui fino al termine della Prima Guerra Mondiale. Da ricordare, ai fini della nostra esposizione, che nel 1788 il cimitero, prima inglobato nell’area della chiesa, fu trasferito in via Aquileia.
Il 14 dicembre 1915 alcuni operai erano al lavoro: si stava realizzando un baraccamento militare davanti all’attuale stazione delle corriere. Fu dunque il caso a far riportare alla luce, durante questi lavori, il frammento di mosaico visibile in piazza Marconi [fig. 5]: un mosaico di età longobarda il cui valore artistico è indubbio e che certo deve continuare altrove. Vedremo cosa emergerà dai nuovi scavi che dovrebbero partire nel 2011: l’attesa è davvero grande.  

Figura 5

 

  

I ritrovamenti all’esterno

Prima di scendere nella cripta, è doveroso ricordare che, negli anni 1992-1993, gli scavi archeologici hanno interessato anche tutta la parte esterna attorno a San Michele (piazza Marconi e l’odierno sagrato di via Mercato), con rinvenimenti di grandi pietre ben squadrate, muri, una pavimentazione in cocciopesto rosso, un basamento di colonna, una canaletta romana. Sul lato Ovest della chiesa, possiamo oggi vedere alcune pietre di ragguardevoli dimensioni ritrovate all’interno dell’edificio [fig. 6], addossate al muro Sud: due, purtroppo, mancano all’appello, e una era un elemento architettonico con evidenti segni d’incendio.
Furono poi rinvenuti, «procedendo da Sud a Nord – cito direttamente dalla relazione di Giuseppe Malacrea, uno dei molti autori dello scavo -, tracce di due ordini di basamenti paralleli di colonne o pilastri; inoltre, sono stati ritrovati ovunque ossa e scheletri per lo più di individui deceduti in giovane età. […] Vicino al portale d’ingresso della Chiesa» fu scoperto «uno scheletro enorme mancante della testa, che misurava due metri dalla spalla al calcagno», con accanto altri tre, sempre di dimensioni ragguardevoli. E ancora, «nello spazio delimitato dall’abside […], c’erano quattro pavimentazioni sovrapposte: due in mattoni, una in pianelle e l’ultima, sottostante a queste, in marmo». Nel presbiterio, infine, «comparvero quelle che presumibilmente erano strutture murarie dell’abbazia longobarda: un muro, da Nord a Sud, con un’apertura centrale, non lontano dal transetto ad Est». Questo muro era perpendicolare ad un altro che correva in direzione Est-Ovest, parallelo alla rampa di scale d’accesso al presbiterio stesso.  

Figura 6

 

  

La cripta

Scendiamo nella cripta, restaurata pazientemente nel 2002. Ad accoglierci, prima di scendere le scale, sono due anfore che incorniciano una bellissima epigrafe romana [fig. 7], la cui scritta è purtroppo frammentaria: […]CVLAM / […]THERA. Il nesso –th– della seconda parola indica chiaramente un nome greco o grecizzante. Subito accanto, la rampa porta giù, in profondità, nella cripta tanto attesa.
Lo spettacolo che accoglie il visitatore è quello di un grande ambiente molto ʻvissutoʼ nell’antichità [in fig. 8 si vede solo una piccola parte]. A destra rispetto all’ingresso gli archeologi hanno sistemato un’altra splendida lapide romana ritrovata durante gli scavi [fig. 9]: del testo rimane pochissimo, solo le abbreviazioni L.M. Q.P., ovvero Locus Monumenti Quadratorum Pedum (ʻluogo del monumento di piedi quadrati…ʼ e poi doveva esserci la misura), ad indicare, come solevano i Romani, la grandezza del sepolcro. Ciò che colpisce maggiormente, però, è sicuramente il rilievo nella parte inferiore: a sinistra si nota il vertice di una squadra, mentre a destra è perfettamente riconoscibile un compasso; evidentemente erano gli strumenti del mestiere.
Lo spazio in cui si erge la lapide è delimitato, a destra e a sinistra, da due canalette romane il cui stato di conservazione è sorprendente: la più vicina all’ingresso, che quasi sicuramente scaricava i liquidi nel fiume Ausa, è scoperta [fig. 10]. L’altra canaletta, intatta [fig. 11], va ad inabissarsi nel pavimento in cemento creato dopo i lavori: forse finiva nella grande fornace romana [fig. 12] posta al centro di questo ambiente sotterraneo, rinforzata con un muro di mattoni a vista durante il restauro. L’identità di questa struttura è provata dai numerosi resti di bruciature e invetriature ritrovati in gran quantità all’interno e ancora visibili. Inoltre, nella parte inferiore, si distingue appena una porta, murata in un secondo tempo, segnalata dalla freccia rossa: forse era il praefurnium, ossia la bocca da cui veniva inserito il materiale destinato alla fornace (nella fig. 12 è indicata dalla freccia rossa). Vicino a questa costruzione gli archeologi hanno scavato ancora più in profondità: tenacia premiata, se è vero che si è raggiunto addirittura l’antico livello della bonifica romana, con tanto di pali di legno infissi nel terreno, legati da tavole poste a contenimento, e anfore usate per il drenaggio delle acque dell’Ausa.
La storia di questa cripta, però, non termina qui. Basta un’occhiata distratta alla foto n. 12 per rendersi conto che la struttura circolare è a due anelli, appartenenti ad epoche diverse: il più basso, costruito in pietre disposte ordinatamente, è quello della vera e propria fornace romana; il secondo, più rozzo nella sistemazione delle pietre, se non risale proprio ai Longobardi, è comunque altomedievale.
L’Alto Medioevo, dunque. Esso è rappresentato dallo strato più elevato degli scavi, sopra la parte romana, e in questa cripta ci restituisce dei reperti interessantissimi: le tombe. Ce ne sono tante, molte ancora con gli scheletri all’interno: nelle foto 13 si può avere un’idea di una delle sepolture, testimoni della presenza di un cimitero medievale a ridosso dell’abbazia.
L’elenco dei reperti minori stilato da Giuseppe Malacrea occupa ben 16 pagine, in cui si legge di tutto. Nel capitolo ʻoggetti in metalloʼ sono presenti monete romane (fra cui una dell’imperatore Augusto), medievali, venete, della contea di Gorizia, ma anche più recenti (una è del 1908); oggetti in bronzo di epoche, forme e tipologie più disparate; anelli, medaglie, lamine e monili antichi; fibule romane; vari altri oggetti metallici di uso quotidiano. Innumerevoli, inoltre, i frammenti di intonaci e di anfore, nonché le ceramiche, lucerne romane comprese, e i vetri. Ci sono anche resti di animali: alcuni denti, un frammento di corno in osso e una zanna di cinghiale. Il pezzo forte, però, è la sezione ʻmosaicoʼ, dove sono inventariate tutte le tessere rinvenute, dalle bianche alle nere fino alla pasta vitrea, del I sec. d.C. e oltre, a testimoniare la presenza di un edificio di età Giulio-Claudia e di costruzioni successive. Tutto ciò, ora, è in attesa di una sede d’esposizione.  

Figura 7
Figura 8
Figura 9
Figura 10
Figura 11
Figura 12
Figura 13

 

  

Ultimo sguardo all’esterno

Una volta ritornati in superficie, diamo uno sguardo a due elementi che vengono sempre trascurati. Il primo, in fig. 14, è una grande pietra con fregio ritrovata all’interno e oggi posta accanto al mosaico di piazza Marconi. Il secondo, in fig. 15, è una lapide romana del I sec. d.C. murata nella facciata durante i lavori di rifacimento nel 1780. Si tratta di una dedica «al patrono Tito Canio Adrasto, liberto di Tito, sexvir (magistrato cittadino, ndr)». Impossibile da trascurare, invece, il secolare campanile, erede – secondo la tradizione – di una torre e prima ancora di lanterna posta sul fiume Ausa prima del Mille [fig. 16].  

Vanni Veronesi  

Figura 14
Figura 15
Figura 16

UN PRELATO ROMAGNOLO NELLA BUFERA

L’ARCIVESCOVO CARLO MARGOTTI

 (1891-1951)

VITTIMA DEL CONCORDATO

di Enrico Docci

Alla fine degli anni ’30, nel nuovo clima concordatario creatosi tra lo Stato Italiano e la Santa Sede, parve giunto il momento di normalizzare la Diocesi di Gorizia, annessa all’Italia dopo la grande guerra, l’unica a maggioranza non italiana, più che mai legata a tradizioni di tipo slavo-asburgico. Questa Diocesi di confine doveva diventare per la Chiesa e lo Stato come tutte le altre italiane. E così finalmente, dopo molte ipotesi e tergiversazioni si addivenne alla nomina del suo pastore che fu individuato in mons. Carlo Margotti di Alfonsine (Diocesi di Faenza), Arcivescovo titolare di Mesembria, già segretario della Commissione Pontificia per la Russia e Delegato Apostolico in Turchia e Grecia prima di mons. Roncalli di cui era grande amico avendo lavorato insieme a lui alla Congregazione delle Chiese Orientali.  

Mons. Margotti dava infatti garanzia di essere un buon diplomatico mentre la conoscenza delle lingue l’avrebbe messo certamente a suo agio nell’unica diocesi mitteleuropea d’Italia come la sua bonomia romagnola non avrebbe mancato di renderlo ben accetto alla gente. Convinto assertore del regime che allora governava l’Italia questo prelato romagnolo era dotato di una grande carità cristiana ed animato dalla più profonda dedizione alla Chiesa e all’Italia. E così quando nel 1934 Pio XI lo elesse a soli 43 anni primo Arcivescovo italiano di Gorizia, mons. Margotti era ben conscio del difficile compito che l’attendeva anche perché a Gorizia era sempre vivo il ricordo del grande arcivescovo “slavo” mons. Borgia Sedej. Ma mons. Margotti imperterrito andò avanti per la sua strada e, fervente propugnatore di ciò in cui sinceramente credeva, mise subito in pratica il suo programma, certamente concordato in precedenza coi superiori, che era quello di romanizzare la chiesa goriziana e italianizzarne i fedeli. Un compito che se suscitò il più sincero compiacimento delle autorità religiose e civili, trovò diversi ostacoli nel clero autoctono non solo di lingua slovena ma anche in alcuni strati di quello di lingua italiana (Friulani). A Gorizia mons. Margotti si premurò innanzi tutto di conferire maggior prestigio e dignità anche sul piano formale alla figura dell’Arcivescovo che, non bisogna dimenticare, era pure Principe del Sacro Romano Impero e quindi chiamato non col titolo di Sua Eccellenza ma di Sua Altezza. Per quanto possibile ripristinò poi il latino nelle varie preghiere e liturgie imponendo la pronuncia romana invece di quella tedesca. Inoltre impose al clero la veste talare al posto del clargyman, in auge nel nordest europeo. Proibì lo Sloveno e il Friulano nelle prediche e persino nelle confessioni, privilegiando sempre e dovunque l’italiano. Fu prodigo e generoso nel conferire onorificenze e riconoscimenti allo scopo di premiare i più meritevoli ma anche di rendersi più ben accetto. In piena sinergia con le istituzioni statali, appoggiò in ogni circostanza, le varie associazioni cattoliche italiane a scapito di quelle slovene e aprì le porte al clero proveniente da altre diocesi suscitando quindi un malcelato malcontento in quello locale. Era un arcivescovo che in ogni suo atto appariva intransigente e deciso, sempre preoccupato di esaltare l’importanza della sua carica ma in privato si dice fosse affabile, cordiale e quanto mai generoso e ognora disposto al perdono. In molti casi le sue dure decisioni di carattere pastorale e disciplinare vennero per così dire addolcite per venire incontro al suo clero col quale raggiunse quasi sempre un compromesso. Appena arrivato a Gorizia (1934) rimase entusiasta dell’erigenda grande chiesa del Sacro Cuore la cui prima pietra, posta nel 1911, recava il nome dell’imperatore Francesco Giuseppe. In oltre vent’anni erano state costruiti solo alcuni muri perimetrali. Mons. Margotti, in poco più di tre anni, anche perché poté avvalersi dei consistenti contributi del governo nazionale, completò l’imponente tempio che venne inaugurato nel 1938 dall’Arcivescovo di Bologna Card. Nasalli Rocca con un solenne pontificale. Sull’altar maggiore campeggia la grande pala, di oltre 6 metri d’altezza, raffigurante Gesù a braccia aperte. In basso è raffigurato il Pontefice Pio XI che, in ricco pluviale, offre a Cristo la corona della regalità mentre al suo fianco Mons. Margotti presenta al Signore il modello della nuova chiesa.  

E in questo tempio da lui voluto, l’Arcivescovo Margotti volle essere sepolto in un regale sarcofago sul quale a mo’ dei principi, è posta supina la sua marmorea immagine con a lato mitria, pastorale e gran piviale e nel muro ai due lati in mosaico lo stemma episcopale e quello di Gorizia con al centro in alto racchiusi in un mosaico di forma rotonda i simboli della fede.  

In questa tomba, come nella maestosità del tempio, si possono ben scorgere i caratteri evidenti ancorché esteriori di una chiesa trionfante che ebbe in Margotti un convinto interprete e un grande assertore. Poi man mano che i suoi ideali terreni dovettero fare i conti con la cruda realtà dei tempi, la dimensione pastorale e spirituale di questo Arcivescovo prese il sopravvento liberandosi sempre più dalla pastoie burocratiche e dalle incombenze istituzionali per cui era stato inviato a Gorizia e così Mons. Margotti rimase libero di esprimere nel migliore dei modo la parte più vera e genuina di sé. E quindi senza badare tanto alle forme ed ai rischi a cui andava incontro non esitò un momento a denunciare le angherie e le violenze da qualunque parte provenissero, a difendere in ogni circostanza gli oppressi, ad aiutare i deboli e i perseguitati. Per Tito Mons. Margotti era un fascista nemico del movimento partigiano, un prete da eliminare, per mons. Margotti, Tito passerà ma la Chiesa no.  

E proprio durante la guerra Mons. Margotti evidenzia tutto l’innato candore evangelico e la grande carità cristiana di cui é pervaso mentre in silenzio opera per il bene di tutti. E così lo troviamo a difendere in ogni circostanza quei preti sloveni che spesso aveva richiamato, a pregare, forse un po’ ingenuamente, i partigiani di Tito di cessare dalle violenze e interviene direttamente presso i Tedeschi a perorare, anche a nome di altri vescovi, la causa di tanti perseguitati. Porta aiuto e conforto ai detenuti dei campi di concentramento italiani del Friuli e del Veneto dove sono rinchiusi, come in quello di Gonars, anche donne, vecchi e bambini, italiani, sloveni, croati e innalza potente il suo grido di condanna contro questi lager e promuove una dura protesta assieme ai vescovi di Zagabria (Stepinac), Lubiana e Capodistria. Inoltre si rivolge al Papa per denunciare l’esistenza di questi luoghi di detenzione che rappresentano una vera vergogna per una nazione civile come l’Italia. Lui considerato dagli avversari un fascista aiuta numerosissimi antifascisti a salvarsi. Non importa di quale credo fossero, di quale etnia, di quale condizione, sono tutte creature di Dio, bisognose di aiuto e lui in nome di Dio le aiuta. Quella di mons. Margotti è una nobile trafila di carità cristiana che merita senz’altro uno studio più approfondito. Ma ormai l’Armata di Tito è alle porte col suo bagaglio di violenza e di morte. Nell’ambito della Diocesi Goriziana diversi preti e fedeli sloveni erano già stati eliminati dal potere partigiano titino; ora parte del clero e della popolazione se ne va impaurita. In molti consigliano l’Arcivescovo ad abbandonare la città. Ma lui rimane impavido al suo posto, nella più drammatica solitudine. Si affida al Signore e attende la sua ora. In questa sua scelta l’Arcivescovo ha forse pensato ad una fine eroica degna del suo rango ma soprattutto degna di un principe che affronta imperterrito il martirio. Ai primi di maggio del 1945 i partigiani di Tito fanno il loro ingresso a Gorizia, dove resteranno quaranta giorni col fermo proposito di annettere Gorizia alla Jugoslavia. Il 2 maggio 1945 arrestano mons. Margotti e lo tengono prigioniero per una settimana,quindi lo espellono e lo consegnano ai partigiani italiani a Udine dove, in Questura, Mons. Margotti, si dice, sia stato duramente picchiato. Intanto a Gorizia incomincia la polizia etnica da parte dei Titini e 650 cittadini, colpevoli solo di essere italiani scompaiono nel nulla. Successivamente Mons. Margotti viene ricevuto in udienza speciale da Pio XII. Al Papa il presule romagnolo rassegna le sue dimissioni pregandolo caldamente di accettarle essendo cadute tutte le premesse per cui era stato mandato a Gorizia da Pio XI. Ma Papa Pacelli fu irremovibile e Mons. Margotti dovette rientrare al più presto a Gorizia (13 luglio 1945 ) a fare il liquidatore fallimentare della sua Diocesi, tre quinti della quale sarebbero passati alla Jugoslavia e destinati ad essere scristianizzati.  

Italiani e Sloveni di Gorizia lo pregano di lasciare la diocesi. Ma Mons. Margotti, come sempre ligio alle superiori disposizioni rimane al suo posto a sopportare con indicibile dolore e profonda sofferenza questa situazione di guerra fredda, di terrorismo politico di cui é la vittima sacrificale.  

Ognora ligio alle direttive di Pio XI come di Pio XII, in un’obbedienza totale e illuminata mai recriminò o protestò assumendosi in proprio le responsabilità anche di altri. In questo clima di guerra civile fu contestato e insultato ma lui, nonostante le minacce, rimase coraggiosamente al suo posto a difendere con la Romanità della Fede, l’italianità di Gorizia e la sacralità del tricolore su cui rifiutò di mettere la stella rossa. Secondo la gente morì di crepacuore, secondo altri fu un martire che impotente dovette assistere allo scempio della sua diocesi nel ricordo straziante dei suoi preti sloveni uccisi dai partigiani, dei suoi fedeli infoibati, dei tanti esuli,dei tanti martiri. Morì, a Gorizia, in solitudine, sopraffatto dal dolore. Non aveva ancora sessant’anni.  

Ora Gorizia lo ricorda come un grande Arcivescovo, degno di memoria e riconoscenza per aver aiutato i perseguitati, per aver levato la sua protesta contro tutte le violenze, per aver pronunciato il suo invito costante al perdono, alla fratellanza e alla pace. Per essere stato un umile servitore di quella chiesa romana che servì in piena dedizione d’intenti fino alla morte. Per avere perdonato in silenzio tutti i suoi persecutori. Ora Gorizia memore e riconoscente gli ha intitolato una strada del centro: “Via Arcivescovo Carlo Margotti”. Un onore, prima di lui, mai riservato ad alcun Arcivescovo..

© Copyright CDM News – Pagine on-line del Centro Diocesano Multimediale “San Giuseppe Moscati” Vibo Valentia (Numero 3)  

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9 risposte a QUEL 29 SETTEMBRE 1950…

  1. donatella ha detto:

    Caro Angelo, ho letto con molto piacere questo post, innanzitutto perchè hai voluto condividere con noi un ricordo prezioso,sacramenti il cui impegno deve costantemente rinnovarsi nel nostro cuore; e poi perchè per me, appassionata di chiese e di testimonianze del passato, non poteva che essere una meravigliosa scoperta la chiesa e il sito che tu descrivi in modo così accurato.Grazie e buona giornata, con affetto

  2. angelo ha detto:

    0ggi, alla Messa, ti ho portata nel cuore. Una lista di nomi senza fine.

  3. donatella ha detto:

    Grazie, Angeloanche tu sei nel mio cuore e nelle mie preghiere.Ti auguro una dolce serata

  4. lucetta ha detto:

    Auguri santi Angelo carissimo. Mi vergogno a dirlo ma io non ricordo il giorno della mia prima comunione(8 anni) e quello della Cresima (14 anni)…MA il giorno in cui sono stata cresimata ricordo benissimo che lo Spirito ha iniziato a farmi capire tante cose ed ha seminato in me consapevolezza e amore per Gesù

  5. silvia ha detto:

    Caro Angelo, anche se è quasi finito il giorno, ti abbraccio con affetto e ti ringrazio per tutto ciò che sei e fai.La tua Prima Comunione e la tua Cresima, che tu rivivi con tanto calore e gioia, trasmette anche a me la stassa gioia e riconoscenza.La mia, è stata il 9 Maggio 1948. Avevo 8 anni. ed è stato un "incontro " come un inizio, anche se già da sempre, eravamo amici…

  6. silvia ha detto:

    Una cosa quasi normale…allora, ero bambina e parlavo a Lui come solo un bambino può fare.Poi…Un abbraccio con tutto ilcuore!

  7. silvia ha detto:

    Per me, era la Chiesa di Palmanova, in provincia di Udine. La Comunione, da allora, è ancora sempre la Prima Comunione.

    • silvia ha detto:

      Caro Angelo, grazie per il duomo di Palmanova.
      Come è impostato ora questo blogh, mi risulta ancora meno chiaro.
      Tenterò di lasciare qualcosa sull’altro …
      A presto.
      Silvia.

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