GLOBULI ROSSI: UNA EUCARISTIA VIVENTE – Card. Agostino Vallini

 

GLOBULI ROSSI:

UNA EUCARESTIA VIVENTE

Gesù Eucaristia è la nostra gioia e la nostra forza. Se riscopriamo l’Eucaristia, nei suoi molteplici aspetti, tutto in noi si colora di una nuova luce.  

IL PANE PER IL VIGORE DEL NOSTRO PELLEGRINAGGIO (N.105)

San Bernardo nella sua Salve Regina usa l’espressione “Vita, Dolcezza, Speranza nostra”. Sono tre parole che si adatterebbero perfettamente alla definizione del pane eucaristico, ma san Bernardo le dedicò a Maria. Ebbene, anche Maria è stata una eucaristia vivente, con il suo rendere grazie a Dio, con il suo sacrificio di salvezza per la sua azione corredentrice al Calvario, con il suo velare il corpo di Cristo usando se stessa per 9 mesi.

Gesù Eucaristia è la nostra gioia e la nostra forza. Se riscopriamo l’Eucaristia, nei suoi molteplici aspetti, tutto in noi si colora di una nuova luce.  Alla Eucaristia competerebbero pienamente le parole di Gesù risorto che dice “Toccatemi, sono proprio io !”. Tutto si rende totalmente presente nel Frammento: disarmante povertà di Dio. Quale patrimonio spirituale può eguagliare quello che la Chiesa nel corso dei secoli, ha tesaurizzato intorno al mistero dell’Eucaristia? In tutte le possibili forme espressive di cui i credenti sono stati capaci, hanno manifestato la ricchezza della fede nel segno sacramentale dell’Eucaristia.

  • In principio era il Verbo”.
  • E il Verbo si fece carne”.
  • E la carne del Verbo di Dio si fa pane eucaristico.
  • Il corpo glorioso del Risorto rimane presente “sino alla fine del mondo”
  • nel segno della Chiesa (corpo ecclesiale)
  • e nel segno del Pane eucaristico (corpo eucaristico),
  • entrambi segni poveri, esposti all’incomprensione e persino al rifiuto. Entrambi i segni sono legati al Corpo glorioso del Risorto dalla Parola che li rende possibili e operanti, per quanto segni poveri destinati a noi poveri.

Dio rende presente e operante il sacramento della sua salvezza lì dove l’uomo decide, nei luoghi e nelle ore in cui l’uomo è disponibile. Dio acconsente a tutto questo: anche questo fa del suo dono un atto libero di consegna, nel segno dell’amore e dell’abbandono alla volontà degli uomini. Assumendo il pane come sacramento del suo Corpo, e il vino come sacramento del suo Sangue, Gesù si consegna ai ritmi, alle fatiche, alla quotidianità dell’uomo, perché l’uomo conformi la sua intera esistenza al significato sconvolgente del pane eucaristico.

Il deserto della vita è attraversato dalla frescura del Cibo spirituale che

  • consola i Profeti,
  • conferisce coraggio ai Martiri,
  • nutre l’amore dei Vergini,
  • dilata il cuore dei Missionari,
  • alimenta l’alleanza dei Coniugi.
  • E questo grande Popolo in cammino impara dall’Eucarestia a vivere il pellegrinaggio del grande ritorno alle sorgenti della Vita.

Se per fede entriamo nella certezza della presenza divina in quel pane

  • ogni timore è vinto,
  • ogni pessimismo è debellato,
  • ogni tristezza si dissolve nella gioia, nella gratitudine, nella fierezza di essere ciò che, per la misericordia del Salvatore, noi effettivamente siamo.

E che cosa siamo? Siamo ciò che di più grande, di più prestigioso, di più solido si possa pensare! Sotto le fragili sembianze proprie di ogni essere umano, scopriamo in noi realtà impensabili ed esaltanti:

  • scopriamo che siamo figli di Dio,
  • siamo il popolo di Dio,
  • siamo il corpo di Cristo,
  • siamo la sua Sposa, la Chiesa, da sempre e per sempre amata di un amore tenero e fedele.

È la consapevolezza di questa nostra eccelsa dignità che ci dà la forza per vivere in modo coerente, secondo la nobiltà che ci contraddistingue.  

L’Eucaristia è l’alimento che ci dà l’aiuto per realizzare in pieno ciò che già siamo, e ci infonde il coraggio per affrontare tutte le difficoltà che ogni giorno dobbiamo incontrare.  

 Alimentati e rinvigoriti dall’Eucaristia nessuna potenza della terra potrà intimidirci, perché ci sentiamo la “nazione santa” e sappiamo di avere con noi “il Signore degli eserciti”.

Ahimè sappiamo di essere poco fedeli, ma

  • nessuna nostra infedeltà potrà deprimerci fino alla disperazione, dal momento che possediamo la fonte inesauribile del perdono;
  • nessuna nostra debolezza ci potrà abbattere, perché sappiamo che con noi vive colui che “sa assumere le cose deboli per confondere quelle che sembrano forti”;
  • nessun avvilimento ci potrà scoraggiare davanti all’apparente fallimento delle nostre attività, perché sappiamo che il Risorto è presente nella sua Chiesa e continua ad effondere in essa il suo Spirito;
  • nessun insuccesso personale e familiare ci potrà rattristare fino in fondo, perché il pane della vita continua a comunicarci quella divina energia che ci sostiene e ci ringiovanisce.

 La divina Eucaristia è veramente il Bene sommo. E’ il dono che ci fa comprendere che nella vita tutto è dono, e così la vita diviene un continuo rendimento di grazie ….. cioè ….una perenne Eucaristia !!!!

La Chiesa vive dell’Eucarestia. Questa verità … racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi della promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” e la Chiesa gioisce di questa presenza con un’intensità unica.

Da quando, con la Pentecoste, la Chiesa ha cominciato il suo cammino pellegrinante verso la patria celeste, il Divino Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza.

 

GLOBULI ROSSI vuol dire 

  • avere le giornate scandite dal Divino Sacramento,
  • essere veicolo di comunione nei luoghi e nelle circostanze in cui ci veniamo a trovare ogni giorno,
  • condividere il DONO con gli affamati di Dio,
  • snidare il dolore segreto, nascosto, che abita le nostre contrade,
  • portare la consolazione tra gli sfiduciati ed arrabiati con Dio.
  •  

Il 6 luglio del 1921 Erminio Pampuri conseguì la laurea in medicina e chirurgia, «con un buon esito», diceva lui, e cioè a pieni voti: 110 su 110. L’Università per lui era così finita.

Il Pampuri si trasferì con la sorella Margherita a Morimondo, posto a circa ventisette chilometri da Milano e a sei da Abbiategrasso, dal 1921 al 1927.

All’inizio della professione medica aveva adottato un programma molto severo. Scriveva infatti alla sorella suora: «Prega affinché la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei ammalati, Lui curare, Lui confortare… Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio della mia professione!».

E in altra lettera chiedeva ancora preghiere per sé: «…perché nessun istante passi inutile, ma sia speso a gloria del Signore ed alla salvezza delle anime».
Vanno rilevati in particolare alcuni aspetti che distinsero la vita cristiana, ascetica e professionale del Santo durante i sei anni trascorsi da lui nella condotta medica di Morimondo.

Eccoli:

  • vita interiore di pietà,
  • vita professionale a base di sacrificio e d’amore al prossimo,
  • vita di illuminata e creatrice Azione Cattolica, specie tra i giovani della parrocchia.
  • La sua vita interiore era, soprattutto, fatta d’intimità col suo Signore Eucaristico, ch’egli desiderava sentire nella tenerezza di amico confidente, nella suggestiva solennità della fede.

Alla scrupolosa cura ed alla cronometrica puntualità verso gli ammalati, il dottor Pampuri aggiungeva quella sensibilità di cuore che lo rendeva accorto delle necessità dei suoi malati e gli faceva trovare mezzi geniali onde alleviarle. Valga a ciò un sempio per tutti. Un bravo contadino di Morimondo, Repossi Enrico, narra, in tutta gratitudine, che il «medico santo» nel 1925, lungo la sua persistente malattia di tifo, gli faceva fino a quattro visite al giorno ed almeno due la notte, e, nell’ora più difficile della crisi, passò la notte intera al suo capezzale, senza voler accettare nulla, neppure una tazza di caffè.

I funerali di SAN RICCARDO PAMPURI ebbero luogo il giorno 4 maggio 1930.

Il « dottorino » era circondato da amici, parenti, religiosi. La sua salma fu accompagnata a Torrino. Da qui, tra la commozione dei suoi conoscenti sia di Torrino che di Morimondo, sorretta sulle spalle dai giovani dell’Azione Cattolica, fu portata a Trivolzio nella Chiesa Parrocchiale, prima di essere portata e sepolta nel piccolo cimitero locale.

All’ingresso della chiesa si leggeva questa iscrizione: «Passò, quasi visione angelica, lasciandosi dietro, luce e fragranza di Paradiso».

L’iscrizione sulla tomba diceva: «Nel secolo e nel chiostro,

  • angelicamente puro,
  • eucaristicamente pio,
  • apostolicamente operoso».

Un modello per la GLOBULI ROSSI COMPANY  che a lui si ispira e da lui è protetta e benedetta.

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5 risposte a GLOBULI ROSSI: UNA EUCARISTIA VIVENTE – Card. Agostino Vallini

  1. Pingback: BENVENUTA PALMA! | GLOBULI ROSSI COMPANY

  2. lucetta ha detto:

    Tutto il post è una miniera d’oro, un tesoro prezioso. Ogni parola suscita in me assenso pieno e condivisione e poi alla fine mi chiedo : “MA PERCHé non esulto di gioia, perchè questa fatica a gioire internamente? a sentire nella vita di ogni giorno questa presenza, questa forza vitale? Tutti i giorni partecipo alla Santa Messa, ricevo Gesù, il mio pane di vita…mentre sono lì non verrei mai via, vorrei non finisse mai l’incontro. Lo so che LUI mi aspetta fuori…..per vedere se il MIO AMORE è vero…ma quanta fatica vederLo nel mio prossimo, riconoscerLo….!!!! Ringrazio Silvia per le parole di P.Leo che ha riportato nell’ultimo post di Angelo qui sui globuli rossi
    “Grazie all’Eucaristia, non ci sono più vite, azioni “inutili”. Tutto serve per lo scopo più sublime che ci sia: per essere un sacrificio vivente, un’Eucaristia insieme con Gesù.”
    Ecco sono bastate queste frasi per farmi capire che Lui mi accompagna nella mia fatica, nella mia cecità ,nel mio sforzo che a volte mi sembra vano MA non lo è.
    Grazie globuli, di tutto.

  3. angelonocent ha detto:

    Riporto il commento che Silvia ha pubblicato in altra parte del blog e che fa riflettere;

    “silvia scrive:
    24 ottobre 2010 alle 09:44

    Vorrei rispondere a “Una Eucaristia vivente” : non so se sia il posto giusto, perchè non mi è chiaro come funziona il sito della CDGR, dopo i recenti cambiamenti.

    La mia Vita, da anni, da quando è avvenuta la “conversione”, un SI’ nella Fede di cui prima, pur avvertendolo interiormente, non ero consapevole, è sempre e solo una continuata Eucaristia.
    Tutto ciò che mi illumina su questo punto, è un aiuto ed una conferma preziosa.
    Una Eucaristia vivente, è una personale risposta radicale al Mistero dell’Annunciazione-Incarnazione, accolto e per Suo Dono , vissuto in un percorso a spirale, sempre più profondo, e aperto a ciò che Lui vuole o permette. Malgrado le personali resistenze, cadute, infedeltà, paure, sofferenze…
    Una continuata mistica Messa , la “gigantesca Messa del creato” (P.Leo Haberstroh) cui io posso solo dire Si a Lui che la celebra come vuole nel SI continuamente ripetuto.

    Posso condividere qui, avendolo già fatto nel precedente blogh CDGR, una lettera di P. Leo Haberstroh, lettera che essendo stata affidata al curatore della biografia di questo Religioso, non viene meno alla riservatezza necessaria.
    Le sue parole mi e ci illuminano semplicemente e concretamente, sul senso di vivere la ns vita in una continuata Eucaristia, in unione con Lui.

    Propongo qui, una sua “testimonianza ” a me molto cara e preziosa.E’ parte di una sua lettera a me indirizzata a suo tempo: ne ha copia don Brazzale, perciò credo di non mancare di discrezione ma solo di rendere onore a Dio e a P. Leo. Questa lettera rispecchia senza esaurirlo, il suo pensiero eucaristico.

    Carissima sorella,……………………..ora provi la tua totale impotenza. E fa bene sperimentarla così profondamente.

    Accetta questa prova.

    Ma poi ti ricordi che accanto a te sta Uno, pronto ad aiutarti: il divin Liberatore. Tutti i giorni noi diciamo assieme a Gesù: ” Prendete, mangiate, questo è il mio corpo,…questo è il mio sangue.”

    E noi, cosa offriamo noi, insieme con Gesù, nella Messa? E appena usciti dalla Messa, ci diamo da fare per realizzare ciò che abbiamo detto, che realmente ci sforziamo, con tutti i nostri limiti, di offrire al nostro ambiente, il nostro “corpo”cioè il tempo, le energie,l’attenzione, in una parola la vita?
    Gesù, dopo aver pronunciato quelle parole, poche ore dopo, diede veramente il suo corpo e il suo sangue sulla croce.

    Diversamente, tutto resta parola vuota, anzi menzogna. Bisogna dunque che, dopo aver detto ai fratelli: ” Prendete, mangiate” , noi ci lasciamo veramente “mangiare” e ci lasciamo mangiare soprattutto da chi non lo fa con tutta la delicatezza ed il garbo che ci aspetteremmo.

    Ognuno di noi ha attorno a sè dei denti acuminati che lo macinano: sono critiche, contrasti, opposizioni nascoste e palesi, divergenze di vedute con chi ci sta attorno, diversità di carattere. Dovremmo essere perfino grati a quei fratelli o familiari che ci aiutano in questo modo; essi ci sono infinitamente più utili che non coloro che ci approvano e ci lusingano.

    Proviamo a immaginare che cosa succederebbe se celebrassimo con questa partecipazione personale la Messa. Prendete…mangiate…Una madre di famiglia celebra così la Messa e poi va a casa e comincia la sua giornata fatta di mille piccole cose, apparentemente è cosa da niente quello che fa , ma è una Eucaristia insieme con Gesù.

    Grazie all’Eucaristia, non ci sono più vite, azioni “inutili”. Tutto serve per lo scopo più sublime che ci sia: per essere un sacrificio vivente, un’Eucaristia insieme con Gesù.

    Se vedi la tua penosa situazione in questo senso, tutto diventa sopportabile.
    Non cesso di pregare per te in questo senso. Augurandoti ogni bene e grazia, benedico te e i tuoi cari e ti saluto con fraterno affetto.

    di P.Leone Habestroh Padova,16 Agosto 80, lettera a M. Silvia

  4. msilvia2 ha detto:

    Pensando a Papa Karol, avendolo anche incontrato più volte e “conosciuto” partecipando ad una S.Messa con Lui celebrante, “una Eucaristia vivente” è ciò che subito mi viene alla mente.

    Il medico di Papa Wojtyla:
    “Vi racconto gli ultimi istanti della sua vita”

    Libero – 3 aprile 2014

    Il 2 aprile 2005 moriva Giovanni Paolo II. Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervista di Wlodzimierz Redzioch con Renato Buzzonetti, il medico personale del Pontefice che lo ha assistito nelle ultime ore. La conversazione fa parte del libro “Accanto a Giovanni Paolo II”, appena pubblicato dalle Edizioni Ares (pp. 256, euro 15,90), che contiene 22 contributi esclusivi dei più stretti collaboratori del Papa polacco, tra cui il card. Dziwisz, il card. Ruini, il card. Sodano e il «portavoce» Navarro Valls.
    Il volume svela molti particolari inediti su Giovanni Paolo II: dalle gite in incognito ai divertenti aneddoti su come celebrava il Natale con la famiglia pontificia. La parte conclusiva è riservata a suor Marie Simon Pierre Normand e a Florybeth Mora Díaz, le due miracolate risultate decisive per il riconoscimento della santità del Pontefice.

    Lei è stato uno dei pochissimi ad avere assistito il Santo Padre nel periodo terminale della malattia. Che cosa ricorda di quei drammatici giorni?
    «Furono giorni che hanno segnato profondamente la mia vita, ecco gli appunti essenziali di quei critici momenti, ancora vivissimi nella memoria e nel cuore:
    – Giovedì 31 marzo 2005, verso le 11, mentre sta celebrando la Santa Messa nella cappella privata, il Santo Padre viene colto da un brivido squassante, cui segue una grave elevazione termica e un gravissimo shock settico. Grazie alla bravura dei rianimatori in servizio, la situazione critica viene dominata e controllata ancora una volta.
    – Verso le 17 circa, la Santa Messa ai piedi del letto del Papa, che sta emergendo dallo shock. Celebra il cardinale Marian Jaworski con don Stanislao, don Mietek e mons. Rylko. Il Santo Padre ha gli occhi socchiusi. Il Cardinale di Leopoli gli somministra l’Unzione degli infermi. Alla consacrazione, il Papa solleva debolmente il braccio destro due volte, per il pane e per il vino. Accenna a battersi il petto con la mano destra al momento dell’Agnus Dei.
    – Dopo la Messa, su invito di don Stanislao, gli astanti baciano la mano del Santo Padre. Questi chiama le suore per nome e poi soggiunge: «Per l’ultima volta». Il suo medico, prima di baciare la venerata mano, dice ad alta voce: «Padre Santo, Le vogliamo bene e tutti Le siamo vicini con tutto il cuore»…
    – Successivamente il Santo Padre, essendo giovedì, vuole celebrare l’ora di adorazione eucaristica: lettura, recita di Salmi, canti a cura di suor Tobiana.
    – Venerdì 1° aprile 2005, dopo la Santa Messa da lui concelebrata, il Santo Padre alle ore 8 chiede di fare la Via Crucis (segue le 14 stazioni facendosi il segno della Croce), si associa alla recita dell’Ora terza dell’Ufficio divino e alle ore 8,30 circa chiede di ascoltare la lettura di brani della Sacra Scrittura, letti dal Padre Tadeusz Styczen. L’assistenza medica continua senza sosta.
    – Sabato 2 aprile, viene celebrata la Santa Messa ai piedi del letto del Santo Padre, a cui egli partecipa attentamente. Al termine Giovanni Paolo II, con parole biascicate e quasi non intellegibili, chiede la lettura del Vangelo di San Giovanni, che padre Styczen compie devotamente per nove capitoli. Uomo contemplativo, con l’aiuto dei presenti, recita le preghiere del giorno sino all’Ufficio delle letture dell’imminente domenica.
    – Verso le 15,30, il Santo Padre sussurra a suor Tobiana: «Lasciatemi andare dal Signore…» in lingua polacca. Don Stanislao mi riferisce queste parole solo pochi minuti dopo».
    Ha detto proprio così?
    «Queste parole furono il suo «consummatum est». Non costituivano una resa passiva alla malattia né una fuga dalla sofferenza, ma dicevano la consapevolezza profonda di una Via Crucis che ormai si avvicinava al traguardo finale: l’incontro con Dio. Giovanni Paolo II non voleva ritardare questo appuntamento atteso fin dagli anni della prima giovinezza. Per questo lui aveva vissuto. Furono, dunque, parole di attesa e di speranza, di rinnovato e definitivo abbandono nelle mani del Padre.
    Nelle stesse ore io e gli altri colleghi presenti dovemmo costatare che la malattia si avviava inesorabilmente verso l’ultima fase del suo corso. La nostra era stata una battaglia condotta con pazienza, umiltà e prudenza, ma estremamente difficile, perché eravamo tutti ormai intimamente convinti che si sarebbe conclusa con la sconfitta. La razionalità tecnica, la coscienza e la saggezza dei medici, l’illuminato affetto dei famigliari furono costantemente orientati dal totale e misericordioso rispetto per l’uomo sofferente. Non ci fu il cosiddetto accanimento terapeutico».
    Potrebbe continuare con la cronaca di quanto avvenne la sera del 2 aprile?
    «- Dopo le 16 il Santo Padre si assopisce e perde progressivamente coscienza.
    – Verso le 19 entra in coma profondo e poi in agonia. Il monitor registra il progressivo esaurimento dei parametri vitali.
    – Alle ore 20 inizia la Messa celebrata ai piedi del letto del morente Pontefice. Celebra mons. Dziwisz insieme con il cardinal Jaworski, don Mietek e mons. Rylko. Canti polacchi s’intrecciano a quelli che giungono dalla piazza San Pietro gremita. Un piccolo cero brilla sul comodino accanto al letto.
    – Alle 21,37 il Santo Padre muore. Dopo pochi minuti di stupito dolore, viene intonato il Te Deum in lingua polacca e dalla piazza, d’improvviso, si vede illuminata la finestra della stanza da letto del Papa».
    Lei fu testimone dell’agonia e della morte del Vicario di Cristo.
    «È stata la morte di un uomo spogliato ormai di tutto, che aveva sperimentato le ore della battaglia e della gloria e che si presentava nella sua nudità interiore, povero e solo, all’incontro con il suo Signore. In quell’ora di dolore e di stupore, ebbi la sensazione di trovarmi sulle sponde del lago di Tiberiade.
    Tutta la storia sembrava azzerata, mentre Cristo si accingeva a chiamare il nuovo Pietro. La linea isoelettrica dell’elettrocardiotanatogramma registrava la fine della grande avventura terrena di un uomo già invocato Grande e Santo dal popolo di Dio, ma sembrava delineare un nuovo orizzonte, aperto verso un futuro ch’era già cominciato».
    A cura di Wlodzimierz Redzioch

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