COS’E’ LO ZEN

 

Cos’e’ lo Zen



Lo Zen è conosciuto in Occidente da inizio secolo tramite pratiche quali le arti marziali, la cerimonia del tè, l’addobbo floreale o la sistemazione dei celebri giardini zen giapponesi. La profondità della sua filosofia e la purezza della sua estetica, hanno pure suscitato un forte impatto negli ambienti artistici e intellettuali. Ma questo coinvolgimento, mancando lo sbocco su una pratica autentica, non ha potuto superare la soglia di una curiosità speculativa.

   

Trasmesso da maestro a discepolo senza interruzione da più di 2.500 anni, la pratica dello Zen divenne accessibile agli Occidentali nel 1967 con l’arrivo del Maestro Taisen Deshimaru in Europa. Nato a Saga nel 1914, morto a Tokyo nel 1982, il Maestro Deshimaru ha praticato zazen per cinquant’anni ed è stato il primo a presentare una visione globale dello Zen in Occidente.

Il Maestro Kodo Sawaki (1880-1965), di cui fu discepolo, resta nella storia dello Zen come il grande riformatore moderno che seppe ritornare alle origini del più puro insegnamento del Maestro Dogen, fondatore dello Zen Soto in Giappone nel XIII° secolo.

Benché lo Zen si sia sviluppato nell’ambito di una delle più antiche tradizioni dell’umanità, il buddhismo, l’essenza del suo messaggio ha un significato universale. Esso è il principio unificatore che forma la radice della conoscenza di se stessi al di là delle differenze dei sistemi, dei valori, delle nazioni o delle razze.

Se è talvolta considerato una religione o una filosofia, lo Zen non verte in effetti su alcun dogma, né su alcuna ideologia. Si indirizza direttamente al cuore dell’uomo, è esperienza vivente e slancio creativo prima di ogni formalismo.

Lo Zen consiste essenzialmente nella pratica di zazen. Realizzare questo e metterlo in opera nella propria esistenza personale è in effetti una vera rivoluzione interiore. E’ ritrovare le proprie radici e penetrare la realtà della propria vita. Attraverso questa pratica, i valori che danno un senso alla vita umana sono basati sull’esperienza del corpo e della mente.

Zazen è l’esperienza dell’unità prima di ogni dualità. E’ per questo che è quasi impossibile parlarne perché il linguaggio separa, esercita una frattura nella realtà di ciò che è.    Tutte le scienze umane o fisiche osservano l’uomo sotto un angolo particolare. Ma la somma di tutte queste visioni non rigenererà mai un uomo vivo, perché la vita di un essere umano è, alla fine, al di là di tutte le analisi possibili, questo al di là è la vita, ed è lo Zen.

Questa pratica autentica è zazen: seduti nella postura corretta, concentrati sulla postura, la respirazione leggera e lo spirito libero, zazen non è altro che il ritorno alla condizione normale del corpo e dello spirito. Zazen è in origine la postura del Buddha tramite la quale egli ottenne la completa liberazione, la suprema saggezza e la vera libertà.

Da http://www.zenhome.it

VANGELO E ZEN 

Raimon Panikkar  

 

Quanto segue è la prefazione che Raimon Panikkar ha scritto al testo Il Vangelo secondo Giovanni e lo Zen, in uscita presso le edizioni Dehoniane di Bologna. Il libro è stato scritto da p. Luciano Mazzocchi in collaborazione con Jiso Forzani e comprende commenti e meditazioni ai brani evangelici. Si tratta del secondo volume dedicato al Vangelo di Giovanni (il primo era uscito nel 1999 con il sottotitolo ‘Meditazioni sull’esistere’).

 Chi ha orecchi, intenda” (Mt. 13,43)

  聴

 L’ideogramma giapponese di kiku 聴(ascoltare) è composito, essendo formato dall’accostamento di tre ideogrammi semplici, precisamente quelli di orecchio, occhio e cuore. Ciò evidenzia come ascoltare non sia soltanto capire, né soltanto leggere. Il libro che ho il piacere di presentare, é, come tutti i libri, un testo scritto; ma andrebbe piuttosto ascoltato e non semplicemente letto. Essere un vero lettore di un libro autentico è esserne coautore.

All’espressione sanscrita itivuttaka (così fu detto), che apre una intera raccolta di testi attribuiti a Buddha, la tradizione buddista giapponese aggiunge, in giapponese antico, nyoze gamon (così udii), come Jisô Forzani, coautore discreto del libro, con amore e precisione annota altrove.

Il Vangelo esige l’ascolto, lo Zen richiede l’esperienza. Ascoltare è sperimentare. La comprensione dei messaggi religiosi del Vangelo e dello Zen consegue dall’ascoltarli e dal metterli in pratica; quindi avviene solo in un secondo o terzo tempo. Con questo secondo volume sul Vangelo di Giovanni, come con gli altri volumi di commento ai Vangeli sinottici, l’autore (gli autori) porta a compimento un’impresa straordinaria: quella di dilatare e approfondire il messaggio evangelico, senza tradirlo. Per dei lettori occidentali, ma anche per quelli non occidentali, una simile lettura è una vera boccata d’aria fresca. Infatti il più delle volte il nostro entrare in contatto con le Sacre Scritture cristiane è condizionato da strati di storia non sempre cristiana, che finiscono per seppellirne il senso originario sotto parole fin troppo abitudinarie, se non addirittura riduttive. I dati forniti dalla sociologia evidenziano come le vecchie cristianità oggi registrino una certa fiacchezza. Leggendo queste pagine, non sempre facili da capire, vi si coglie il soffio dello Spirito rinnovatore. È vero: non sono facili da capire! Ma nemmeno il Vangelo è facile da capire, a meno che lo si metta in pratica.

Sono consapevole della differenza che passa tra una prefazione e un’introduzione. Questa mia non vuole essere un’introduzione del lettore ai contenuti profondi del libro; ma si limita piuttosto a una riflessione teologica, a mo’ di prefazione. 

* * * 

Ravviso una sfida teologica profonda dietro queste pagine belle e apparentemente semplici. Con poche eccezioni che sempre ci furono in tempi e luoghi diversi, la maggior parte dei cristiani ha pensato di possedere i diritti d’autore dei Vangeli e, quand’anche li usò in ambiente non-cristiano, lo fece per evangelizzare; la qual cosa, se non viene confusa con l’indottrinamento, è di per sé un intento del tutto legittimo. L’autore è un cristiano dichiarato, tuttavia egli ha imparato come ascoltare il messaggio con altri orecchi, occhi e cuore, diversi da quelli ereditati dalla cultura nella quale è cresciuto, senza per questo rigettarla. Ci troviamo qui di fronte ad un esempio vivente di interculturalità, che è un imperativo religioso dei nostri tempi.

La normale esegesi cristiana dei Vangeli per lo più è consistita in una interpretazione degli stessi all’interno del contesto storico della cultura giudeo-ellenico-romana dei tempi in cui essi furono scritti. Per una corretta ermeneutica di un testo si richiede la conoscenza del suo contesto e, aggiungo io, quella dell’intento dello scrittore. Sui Vangeli sono stati scritti migliaia di libri, al punto che è proprio dall’interpretazione della Bibbia che la moderna scienza ermeneutica trae le sue origini. Si è venuto formando perfino un corpus di interpretazioni della Scrittura, che ha avuto l’approvazione ecclesiastica e costituisce quella che è chiamata la tradizione cristiana, una cornice obbligata per ogni interpretazione cristiana che voglia essere ortodossa. Mi sta bene! Le Sacre Scritture cristiane non possono ignorare il corpus della tradizione che le accompagna. Il Sola Scriptura, piuttosto che un’eresia tipica di un periodo storico di individualismo moderno, è un’impossibilità, perché una Scrittura scritta pressoché venti secoli fa non è sola; strati di polvere l’hanno ricoperta e fasci di luce l’hanno illuminata. Di più, le nostre stesse lenti hanno uno spessore di due mila anni.

Parimenti la tradizione buddista Zen ha prodotto migliaia di libri, e annovera un gran numero di scuole e interpretazioni diverse, caratterizzati da un tocco esistenziale ed esperienziale tutto suo. Così fu detto! Ma quando ciò che fu detto viene udito, allora è questo e quello. Il nostro autore ama dire: Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur (ognuno riceve secondo la capacità che ha di ricevere).

Per la maggior parte del tempo queste due branche della sapienza sono vissute indisturbate, in splendido e placido isolamento vicendevole. Oggi questo non è più possibile. Nessuna religione può ignorare chi le vive accanto. Noi veniamo come rimbalzati l’uno contro l’altro; e ogni coesistenza comporta i suoi problemi!

Quando, quasi mezzo secolo fa, stavo per accingermi a tradurre una parte notevole di Sacre Scritture Hindu, alcuni amici cristiani mi misero sull’avviso che queste non avrebbero dovuto essere usate per la preghiera cristiana. Evidentemente si possono usare i salmi e gli inni anche di origine non-cristiana o pagana; ma mai e poi mai i Veda! Alcuni amici hindu, sull’altro versante, mi fecero osservare che un prete cattolico romano non poteva pretendere di capire i mantra hindu e, strettamente parlando, neppure leggerli, a scapito di profanarli. Conoscere una cosa è entrare dentro quella cosa; per capire una cosa bisogna esserne parte in qualche maniera. Solo così si può sperimentare la sua vera essenza. È certamente corretto affermare che senza fede uno non può capire adeguatamente un testo sacro. Ma la fede non va confusa con credenza. Io ho introdotto anche la nozione di pisteuma nella fenomenologia religiosa, in contrapposizione con il noêma della fenomenologia tradizionale. Pisteuma (da pistis, fede) è ciò che il credente crede; noêma (da nous, mente) è ciò che un osservatore capisce. La fenomenologia religiosa si incarica di descrivere ciò che il credente crede e non quello che l’osservatore osserva. Se l’osservatore, un outsider, si limita a descrive quello che osserva, è certo che non descrive quello che il credente crede.

La risposta che io davo ai miei critici era che i Veda appartengono all’umanità e che la mia ermeneutica (come qualsiasi traduzione) era legittima, a patto che io partecipassi di quello spirito umano che aveva ispirato la sruti, la rivelazione vedica. Sorprendentemente, a lavoro finito, fui riconosciuto da molti pandit come un rsi reincarnato, uno dei saggi che per primi cantarono i Veda. Come avrei potuto altrimenti, dissero, scrivere ciò che avevo scritto? Dico questo, per sottolineare insieme sia la diversa reazione dell’altra cultura, come la sfida teologica del libro di p. Luciano e di Jiso.

Sono perfettamente d’accordo che un testo sacro debba essere maneggiato con rispetto, che una certa disciplina dell’arcano sia giustificata e che un certo tipo di iniziazione sia richiesto per accostare con frutto qualsiasi testo sacro, il che assurge a un atto liturgico. La democrazia è un buon antidoto alla teocrazia, ma ha un effetto collaterale rovinoso se distrugge ogni senso di gerarchia. Non è il mio ruolo qui quello di prescrivere degli antidoti. Dobbiamo rispettare la tradizione; eppure le tradizioni viventi non sono mummie ibernate. Abbiamo bisogno del soffio vitale dello Spirito; e non di stare attaccati a tradizioni senza vita, solo perché esse erano considerate vive in un certo passato (cfr. Mt. 15, 2 ss.; 23, 25 ss. ecc.).

Proprio qui sta la sfida teologica di questo libro. L’autore, un uomo di fede, legge e spiega i Vangeli al di fuori del loro contesto proprio. È ciò appropriato? La proprietà intellettuale dei Vangeli non appartiene forse alla specifica tradizione cristiana? Il contesto storico proprio del periodo temporale in cui essi furono scritti non è essenziale e normativo? Qui sorgono due domande. Una filosofica: i Vangeli sono solo racconti intellettuali e storici? L’altra strettamente teologica: il messaggio evangelico è essenzialmente legato ai figli naturali o a quelli adottivi di Israele o di Abramo, come dir si voglia?

Senza alcun dubbio i Vangeli intendono trasmettere ben più che la semplice informazione storica e intellettuale. Le prime parole pubbliche di Gesù invitavano alla metanoia (conversione), al trascendimento del nous, al superamento dell’intelletto, anche della struttura mentale del ceppo di Abramo. Se a Paolo fu ordinato di andare ai gentili, fu solo per addottrinarli nelle maniere culturali ebraiche o non piuttosto per rendere possibile anche altrove l’Incarnazione della Parola? L’interpretazione spirituale è più che legittima. E dicendo spirituale mi riferisco a quello Spirito che soffia dove, quando e come vuole.

La sfida cui ho fatto cenno all’inizio, deve essere collocata nella situazione nuova del nostro terzo millennio. Dobbiamo conoscere i segni dei tempi. E qui trovo l’importanza di questo libro, insieme con altri studi che cominciano discretamente ad apparire. Mi sia permesso formulare questa precisa domanda: i Vangeli fanno riferimento soltanto alla figura storica di un Uomo chiamato Gesù, oppure parlano fin dall’inizio del Cristo Gesù, che l’arcangelo Gabriele descrisse come Figlio dell’Altissimo e ai pastori fu annunciato come Salvatore, Unto e Signore? Certo, il Cristo risorto era il Gesù storico, ma l’argomento-materia dei Vangeli non è la storia di colui che veniva creduto figlio di Giuseppe, bensì la preistoria e il racconto del Figlio di Dio che cammina come vero Uomo, in una particolare terra e in un determinato tempo. La tendenza moderna per il Gesù storico ha portato in superficie interessanti caratteristiche di quell’ebreo di paese e taumaturgo mediterraneo; ma ha anche distolto specialmente esegeti e studiosi da quello che è il cuore dei Vangeli, senza per questo dover cadere nella superstizione. Alessandro il Grande, Gengis Khan e Napoleone hanno cambiato anche il corso della storia e, come ebbero a dire gli storici contemporanei, la faccia della terra. Di quale terra? Sono i Vangeli solo libri storici?

In altre parole, per ragioni storiche e altri motivazioni che la sociologia della conoscenza ci aiuta a scoprire, la visione del mondo dei primi secoli cristiani era ferma a una nozione geografica e storica assai ridotta dell’oikumene: nessuno oggi oserebbe sostenere che i sei giorni di Mosé erano di ventiquattro ore o che la terra dei Vangeli includesse anche la Patagonia. Eppure, questa sindrome di un solo mondo, che equivaleva al nostro mondo, ha persistito fino ai nostri giorni. Durante i primi secoli cristiani si pensava che l’Impero romano fosse l’intero mondo civilizzato; la formula urbi et orbi, che più tardi divenne la formula usata dal Romano Pontefice, era una abituale espressione latina, che rifletteva la mentalità imperiale: orbis in urbe iacet (il mondo intero giace nella città di Roma), e potrei moltiplicare gli esempi, su su fino a Copernico e alla moderna ideologia globale. Quello che accade per lo spazio, similmente accade col tempo, anche se non è ora il caso di fare disquisizioni sul tempo delle aspettative escatologiche o della risurrezione. Che la rivelazione termini con l’ultimo degli Apostoli è stata una credenza teologica cristiana senz’altro utile, naturalmente, per considerare l’Islam un’eresia e i Bahâ’i in errore. Ma disquisendo così noi restiamo rinchiusi nella cultura del ceppo di Abramo. Come possiamo giustificare queste nostre estrapolazioni? È il tempo escatologico la fine di una temporalità lineare?

Non c’è alcun dubbio che le Sacre Scritture cristiane appartengano al ceppo culturale abramico, innestato sulla cultura ellenica. C’è da dire qui che questa inculturazione o mutua fecondazione tra le culture ebraica ed ellenistica, è un fenomeno precristiano, come testimonia la straordinaria attività interculturale degli autori dei Settanta nell’Alessandria del III secolo prima di Cristo, che ha avuto il suo culmine in Filone, pressappoco contemporaneo di Cristo. Ciò che Filone fece con il giudaismo, divenne modello per i Padri della Chiesa dei primi secoli. Tuttavia sembra che quel movimento creativo si sia fermato lì, a parte alcuni cambiamenti accidentali introdotti dalla cultura europea posteriore. Richiamo questi fatti perché da ben più di mezzo millennio sembra proprio che l’ascolto dei Vangeli debba ridursi ad ascoltare gli echi di periodi passati.

È un fatto che al di fuori dell’area ellenico-semitica, la Bibbia ebraica suoni esotica, estranea e qualche volta incomprensibile, per non dire scandalosa. I Vangeli greci nella loro semplicità sono più congeniali alle altre culture, ma la teologia susseguente, costruita su di loro, è incomprensibile al di fuori degli schemi mediterranei di intelligibilità. Devono forse, gli altri popoli del mondo subire una circoncisione della mente dopo che la circoncisione del corpo fu abolita dal I Concilio di Gerusalemme? Credo in quel sacramento primordiale di Jahve con il suo popolo; ma anche qui non possiamo fare estrapolazioni. Il Giudaismo sta in piedi da solo e non ha bisogno della protezione, meno ancora dell’assorbimento da parte di una religione nuova che la Sinagoga ha rigettato. Ma questo non è il luogo per parlare di pluralismo.

La mia questione non è se i cristiani debbano impiantare dappertutto i semi del Vangelo, benché mi sorga il sospetto che per taluni inculturazione non significhi piantare dei semi (simboli), ma far crescere piante (sistemi concettuali). Nessuna meraviglia che quei semi (semina Verbi) producano pochi frutti, non perché la terra non è buona, ma perché il sottosuolo è diverso. Non tutte le piante possono crescere nello stesso suolo e sotto lo stesso clima. Parlo, invece, di interculturazione, cioè di fecondazione mutua. La mia questione è se le Sacre Scritture cristiane hanno qualcosa da dire, in quanto Scrittura religiosa, a popoli che non sono né figli di Abramo, né nipoti delle culture europee. Dovremmo noi leggere i Vangeli come documenti culturali interessanti o come messaggi religiosi (spirituali)?

La mia questione riguarda l’identità cristiana. Vogliono i cristiani mantenere la propria identità, salvaguardando le differenze (principio di non-contraddizione)? Oppure sottolineando la auto-comprensione (principio di identità)?

Entrambe le risposte, sì o no, sono sensate e del tutto legittime. Per dare una risposta dal versante cristiano, per decenni ho invocato un II Concilio di Gerusalemme, dal momento che io non ho alcuna autorità per decidere del destino della Chiesa cristiana. Questa si trova di fronte a un bivio: deve decidere se la comunità cristiana è il resto di Israele, il piccolo gregge; ovvero se ha il coraggio di seguire l’esempio del I Concilio che ruppe con il giudaismo ed abolì il patto fondazionale di Jahve con il suo popolo (la circoncisione), liberando il Cristo kenotico, simbolo universale di risurrezione, liberazione, realizzazione, salvezza, pienezza, destino della realtà intera. Uso un simbolismo cristiano molto tradizionale: come Maria, la Madre di Dio (theotokos), diede la nascita a Gesù e Gesù fece poi il suo percorso di adulto, allo stesso modo la Chiesa del terzo millennio, quale icona di Maria, partorisce il Cristo che si incarna nei figli dell’Uomo in modi che non spetta a noi determinare o persino prevedere. Potrei insinuare di passaggio che se una Chiesa adulta avesse tagliato il cordone ombelicale con il giudaismo e avesse riconosciuto il valore indipendente della Bibbia, senza pretendere di averne un’interpretazione più autorevole di quella giudaica, l’ondata antisemita non sarebbe mai sorta. L’eredità giudaica del cristianesimo è un dato di fatto innegabile. Per quanto concise e poco elaborate possano essere queste mie note, non sono marginali: mirano a mettere in risalto l’importanza di questo libro e il suo rischio, se mal compreso. 

* * * 

Non so se l’autore abbia inteso avventurarsi fin qui; certo è che io trovo in ciò che scrive una profonda empatia con le questioni che ho sollevato. È evidente che del contenuto di una prefazione è responsabile chi la scrive. Tuttavia mi preme sottolineare che la decisiva sfida teologica che fa capolino nell’opera dell’autore è la stessa che qui io ho appena abbozzato. Soltanto di un abbozzo si tratta e niente più, come si addice in questo contesto.

In realtà, l’autore che cosa sta facendo? È una domanda legittima! Non sta forse presentando una figura di Gesù alla luce di una cultura e religione straniera, in modo che sia significativa tanto per il buddista come per il cristiano? Così facendo, i Vangeli, come illuminati da una nuova luce, rivelano aspetti nuovi dell’Uomo Gesù: quindi nuovi significati per i cristiani e contemporaneamente messaggi che parlano anche a quelli che si trovano fuori dei confini della Chiesa visibile.

Ma altri, al contrario, si domandano se l’autore non stia forse travisando l’immagine di Gesù, che dopo tutto non era un guru orientale. Cerca forse, si chiedono, di smussare gli aspetti acuminati della spiritualità Zen, per adattarli a un pubblico occidentale? E se togliendo la polvere dei secoli finisse per buttare via autentici tesori della tradizione cristiana? Serve mai a qualcosa l’eclettismo? Anche queste sono voci da ascoltare!

Uno dei miei critici mi scrisse una volta che al posto di cristianizzare l’induismo, che era quello che avrei dovuto fare, stavo induizzando il cristianesimo, il che era una eresia. Ho gentilmente risposto che il cristianesimo era vivo grazie alle simbiosi operate con la Grecia, Roma, l’Europa, la Modernità e simili. Perché dovremmo fermare il vento, meglio, la brezza dello Spirito? Uno Spirito che fa muovere tutte le cose e che millenni fa ha spazzato via il sogno umano di una sola lingua universale, come riferisce l’episodio della torre di Babele narrato nella Genesi.

I problemi ingigantiscono. Non traviserei forse l’immagine di Napoleone, se ignorassi la storia europea che lo precede e lo assimilassi a Tipu, il Sultano dell’India Meridionale, suo contemporaneo? Entrambi erano grandi guerrieri e personalità straordinarie, entrambi hanno pronunciato frasi memorabili. Ma se li isolassi dai rispettivi mondi storici favorirei la comprensione di questi due capi politici? Il Gesù storico è davvero il giudeo della Palestina occupata di due mila anni fa, così come Hui-neng, il sesto Patriarca, è un’altra figura storica del VII secolo. Detto ciò, ancora ci domandiamo: ma lo Zen e i Vangeli sono solo documenti storici?

L’etnocentrismo ebraico è perfettamente comprensibile. Jahve è il Dio di un popolo, il suo popolo che Egli ha difeso contro i suoi nemici. Ancor più è comprensibile la tragica grandezza di tale popolo che visse nella diaspora, senza armi e spesso senza potere, circondato da gentili non sempre troppo gentili. La sua unica speranza era stata la protezione del suo Dio. L’inizio della Lettera agli Ebrei esemplifica quanto fosse drammatico il dilemma dei primi cristiani ebrei. Non c’è dubbio che secondo la Lettera, i Profeti che Jahve aveva inviato al suo popolo fossero solo ebrei. Immaginare che l’autore della Lettera avesse potuto sognare altri profeti, di altre tradizioni, come ho fatto io, non è storicamente corretto. Ma la Lettera va avanti e parla del Figlio (di Dio) che frantuma i particolarismi degli Ebrei. Questo Figlio è creatore dei mondi, splendore di Dio e substrato di tutte le cose per il potere della sua Parola. Da una parte è scritto che questo Figlio è più grande degli angeli, per cui la sua gloria e potere, non vi è dubbio, non sono limitati ai figli di Israele. Dall’altra si può capire anche l’orgoglio presente in tutta la Lettera, per il fatto che l’apparire storico di quel Figlio – apparizione storica che a sua volta era stata iniziata dalla figura di un non-ebreo, di Melchisedech – sia strettamente connesso al popolo ebreo, nonostante le dure requisitorie dei profeti circa l’infedeltà di quel suo popolo. Jahve avrebbe potuto fare come un padre che castiga i suoi figli. Ma non è corretto utilizzare le dure parole dei profeti ebrei contro il popolo di Israele, per denigrarlo dal di fuori o per difendere l’interpretazione cristiana; così come non è corretto invocare lo scandalo della Croce per difendere gli insegnamenti cristiani, come se lo scandalo non fosse tale anche per i cristiani stessi. È chiaro che non sto parlando della teocrazia secolarizzata del moderno Stato di Israele.

Insomma, la tensione si avverte fin dall’inizio. La Bibbia, come libro religioso appartiene indubbiamente alle tribù di Israele; ma le Sacre Scritture cristiane, fosse anche come semplice libro religioso, non appartengono a nessuno in particolare. Il Cristianesimo non è una religione etnica, e questo è il mio punto. Non era ovvio all’inizio. Che diritto abbiamo di pensare che il messaggio di quell’ebreo trascenda i confini della Giudea e della Galilea? Non si fece forse discepolo di Giovanni il Battista per percorrere il sentiero della conversione del cuore? Ricalco: del cuore. Non fu forse anche lui un giovane rabbino che pensava di essere stato mandato solamente per il popolo di Israele, per cui ci fu bisogno dell’amore di una madre per il suo bambino per frantumare quella sua rigida ortodossia (Mt. 15, 22 ss.)? Non crebbe anche lui in sapienza (Lc. 2, 51)? Non fu forse rigettato dal proprio popolo e crocifisso fuori della Santa Città, come non a caso i cristiani della prima generazione sottolineano? E soprattutto, non dovette risuscitare il terzo giorno? Eppure in Cristo non ci sono né giudei, né greci, né schiavi o liberi, e neppure uomini o donne (Gal. 3, 28). I Vangeli non sono la storia di Gesù, l’ebreo; sono invece i racconti di Gesù, il Cristo, cioè il Risorto.

Il Cristianesimo non è una religione del Libro, bensì della Parola. La parola ha bisogno di essere ascoltata. C’è una certa ironia nel fatto che la divina Provvidenza abbia disposto che noi di fatto non conosciamo una sola frase di Gesù. Tommaso d’Aquino sostiene magnificamente che Gesù non avrebbe dovuto scrivere alcunché, altrimenti il suo messaggio vivente si sarebbe convertito in mera dottrina (Summa teol. III, q., 42, un. 4).

Sto riportando il discorso a quanto ho detto all’inizio. C’è un profondo e, oserei dire, per molti un disturbante problema, già nell’intento stesso di questo libro. È comprensibile che coloro che si sentono investiti della responsabilità di custodire la purezza della dottrina, non si lascino convincere facilmente dalle buone intenzioni di quei teologi che vanno oltre le frontiere stabilite. È una situazione analoga a quella della donna siro-fenicia: le disquisizioni in cui manca l’amore creano confusione, se non danno. Voglio dire che non dobbiamo accostarci al problema dialetticamente, cioè dottrinalmente. Le parole di vita eterna sono concesse gratuitamente a quelli che ne hanno sete vera. Per i dotti e i ricchi è più difficile. Noi non possiamo, naturalmente, né ridurre il cristianesimo a una dottrina, né eliminare dalle Sacre Scritture il loro contenuto mistico, senza con ciò trascurare la stessa dottrina. L’unico messaggio che il Cristo risorto instilla in noi è quello della pace e del non avere paura.

Lo dico in maniera più accademica. Stiamo assistendo alla crisi del mito che ha prevalso in occidente: il mito che una sola cultura sia sufficiente per abbracciare l’intera gamma dell’esperienza umana. In base a tale mito re, imperatori, papi, presidenti, governi ed eserciti, in buona fede, hanno fomentato il progetto di unificazione politica, religiosa o economica del mondo. Un nome passato del progetto è stato colonialismo; ora ha preso altri nomi: globalizzazione, etiche globali, scienza universale e simili. Ora, il mito è in crisi, se non in procinto di crollare. 

* * * 

Non pretendo che l’autore insegua queste tematiche, una a una, per risolverle. Tuttavia deve sapere che il suo lavoro è senz’altro importante. Esso rappresenta un passo nuovo nella auto-comprensione cristiana e apre scenari nuovi per un ecumenismo veramente ecumenico per il terzo millennio cristiano. Nonostante le provocazioni di questa mia prefazione, l’autore non si lascia frastornare dalle problematiche, ma continua sereno il suo lavoro. Gli dovremmo essere grati.

 * * * 

Una prefazione non è una introduzione. Di fatto, con queste considerazioni non ho introdotto il lettore al libro; non ho sottolineato le inaspettate ricchezze che l’esegesi ivi contenuta può portare in superficie; né ho sottolineato che senza esperienza personale la lettera uccide. Il lettore scoprirà tutto questo da solo.

Questa mia prefazione in tono teologico voleva solo mettere in rilievo l’importanza teologica della ricerca che ha accompagnato questo libro e gli altri dell’autore. L’idea che vi soggiace è che il messaggio religioso di Cristo non appartiene ad alcun particolare gruppo umano. Quindi lo stesso significato del nostro essere cristiani è sempre aperto a nuovi raggi di luce.

Da “La Stella del Mattino”, laboratorio per il dialogo religioso, n. 1 gennaio/marzo 2001

 PER RAIMON PANIKKAR (1918-2010), IN MEMORIAM

Gianni Vacchelli


La figura di Raimon Panikkar, la sua vita e la sua opera (scritta e orale) sono di importanza incalcolabile. Uomo poliedrico, pluri-versale, un arcobaleno di culture, lingue tradizioni riunite in uno: catalano e indiano per nascita, filosofo, teologo e sacerdote (ma laureato in chimica) ha insegnato nelle più prestigiose università d’Europa, America e India. Al crocevia di più tradizioni religiose d’Oriente e d’Occidente si è così descritto, con frase folgorante e sorridente: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano».

  

Maestro instancabile del dialogo interculturale e interreligioso, uomo di pace, Panikkar ha sempre creduto nella possibilità di incontrarsi nella differenza. «L’altro è per me esperienza di rivelazione», ha detto spesso. Allo “scontro tra le civiltà”, così facile, così corrivo, Panikkar ha sempre risposto costruendo relazioni, “ponti”, amicizie, dialoghi non dialettici, ma dialogali, aperti all’ascolto e al rispetto, anche nella diversità. Rigoroso e leggero, realista e pieno di speranza, Panikkar non ha cessato di ricordarci che «l’uomo è dio all’uomo», pur sapendo che però spesso homo homini lupus. Ma l’armonia è possibile!

 

Le sue intuizioni profetiche e liberanti, la sua saggezza mai disgiunta da umorismo e umanità, il suo coraggio intenso, concentrato hanno già toccato molti cuori e molte menti. Ma ancora di più ci accompagneranno nei prossimi anni: il futuro rende giustizia ai grandi.

L’opera sterminata e profonda del geniale filosofo non è riassumibile. La questione è seria: non si tratta di belle frasi o di un qualche sfoggio di cultura. Ne va della nostra sopravvivenza. Per questo l’importanza di Raimon Panikkar è incalcolabile.

 

Vorrei indicare solo alcuni spunti, alcune gemme dell’eredità panikkariana. Adesso tocca a noi farle fiorire, “prolungarle”:

1) Dobbiamo raccogliere i frammenti, i nostri, della nostra cultura, delle nostre tradizioni. Nessuna civiltà, religione, pensiero può pensare di avere la soluzione ai problemi dell’oggi. Certo neppure la tecnoscienza. È necessario un incontro profondo, non facile, ma fecondo tra le varie tradizioni, per un mutuo e vicendevole arricchimento. Tutti abbiamo bisogno di tutti.

2) La relazione è “in principio”: non si dà un “io” senza un “tu”; e così un “padre” senza un “figlio”, un “maestro” senza un “allievo” e viceversa. L’uomo non può vivere senza l’altro, ma neppure sconnesso dalla terra, dal cosmo, dalla materia e da quel mistero indicibile che alcune tradizioni chiamano “Dio”, ma che altre nominano con altri nomi: Infinito, nirvana, Pace, Giustizia, Silenzio, Nulla…, senza mai poterlo esaurire. Dio-Uomo-Mondo!

3) Siamo sempre tentati di ridurre tutto ad uno (un pensiero unico, un solo partito, un solo sesso, una sola religione, una sola cultura…la nostra, per lo più) o rischiamo di essere lacerati dai dualismi: Dio vs uomo, carne vs spirito, ragione vs passione, vita attiva vs vita contemplativa, maschile vs femminile etc. Ma esiste una terza possibilità, una terza forza: misteriosamente divento capace di tenere insieme queste polarità, senza confusione e senza separazione…

 

Panikkar, col suo sorriso, maestro di armonia.

 

 

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5 risposte a COS’E’ LO ZEN

  1. Deborath ha detto:

    Al solito, mi sono un pò persa, per quanto era lungo questo post, e, forse, anche un pò dispersivo…
    Solo una cosa vorrei chiederti: pali di Zen, di Buddhismo… Io vorrei sapere quanto queste cose e le cose che insegnano ed in cui credono si possono sposare con il cristianesimo ed i suoi insegnamenti…
    Non trovi che alcune cose siano nettamente in contrasto????
    Boh… Forse sono io che non ci ho capito nulla, ma ti prego di chiarirmi questi dubbi… Grazie mille, Papi, ti voglio bene…🙂

    • angelonocent ha detto:

      Cara Deborath,
      probabilmente ti è sfuggio il post precedente, non esauriente ma con stimolanti tracce di risposta alle tue obiezioni:
      https://grcompany.wordpress.com/2011/01/17/la-stella-del-mattino-unesperienza-vangelo-zen/
      Se non sei di fretta, (una controindicazione allo Zen ma anche al Vangelo) puoi far scorrerer le REPLICHE dove ci sono altri spunti e un bell’intervento di Silvia.

      Sono contento di aver provocato in più di un navigante una certa curiosità. Epperò devo precisare che in materia sono anch’io semianalfabeta. In verità nella mia libreria in Italia c’è un libro che ho letto già trent’anni fa: VANGELO E ZEN. Ma non vedo l’ora di poter leggere i libri di Padre Luciano Mazzocchi che è stato per vent’anni missionario in Giappone e che ora è animatore in Italia di comunità evangeliche che dialogano con il buddismo ed assimilano i valori di quella cultura, un interscambio di ricchezze che a noi può fare solo bene e che certamente fa gioire il CUORE DI DIO.

      Qualcuno si chiederà se noi cristiani abbiamo proprio bisogno dello Zen, quasi non ci bastasse il Vangelo.

      Dice bene il Panikkar: “Per la maggior parte del tempo queste due branche della sapienza sono vissute indisturbate, in splendido e placido isolamento vicendevole. Oggi questo non è più possibile. Nessuna religione può ignorare chi le vive accanto. Noi veniamo come rimbalzati l’uno contro l’altro; e ogni coesistenza comporta i suoi problemi!”

      Una buona risposta l’ha data anche Silvia.

      Siamo ad una svolta epocale e noi possiamo stare inerti, sulle difensive o attive SENTINELLE DEL MATTINO.

      La gente si sposta sempre più, si accoppiano persone di culture e religioni diverse. Non è solo la rabbiosa fame che spinge in tante direzioni del pianeta ad oltrepassare o perfino a violare i confini degli Stati. E’ Dio che lo vuole. I Suo Regno si dilata e noi con la nostra ottusità e miopia possiamo solo ostacolare ma non fermare le avanzate di popoli, spesso affamati di pane ma sempre assetati dell’ACQUA VIVA ed attirati dall’INNALZATO DA TERRA, il CROCIFISSO-RISORTO: “…E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me.” (Gv 24.32).

      Un difetto di noi italiani, per disegno di Dio baciati dalla storia, è la presunzione. Spesso ci porta a vivere di rendita e ci marchia di illusionistico provincialismo:
      – NOI abbiamo la Ferrari…
      – NOI abbiamo il Papa… (qualcuno ne farebbe volentieri a meno!)
      – SPAGHETTI E PIZZA sono imbattibili…
      – NOI abbiamo il 70% dell’arte nel mondo…
      – Il campione VALENTINO ROSSI è nostro…
      – La CUCINA MIGLIORE DEL MONDO è quella italiana e nessuno può competere con noi…
      – Il MADE IN ITALY è il numero uno…

      C’è del vero. Ma non esageriamo! Provate, ad esempio, la cucina giapponese e poi (non subito!) mi saprete dire…

      Purtroppo non osiamo ammettere – fatte le debite eccezioni – che siamo tra i più ignoranti ed incompetenti proprio nelle cose di cui ci facciamo scudo e maggior vanto. A cominciare dalla Religione, dalla musica e dall’arte in genere.

      Dunque, ben venga lo ZEN – ma non solo – a liberarci dalle presunzioni ed a farci donne e uomini in umile ascolto delle culture e del creato. Ma con tutti gli organi : ORECCHIO, OCCHIO E CUORE, strumenti che finiscono per dilatare anche le potenzialità cerebrali.

      In quanto alle richieste sullo Zen, farò del mio meglio. Ma ribadisco: sono un allievo di prima elementare, non un docente.

      • PIETRO ha detto:

        TUTTE LE PAROLE CHE DESCRIVONO LO ZEN NON SPIEGANO NIENTE, IL SILENZIO SOLO IL SILENZIO TI DARA’ UNA NON RISPOSTA.

  2. lucetta ha detto:

    Mi associo a Deborath nel farti la stessa richiesta. Grazie Angelo.

  3. silvia ha detto:

    Forse ho letto il tutto saltando qualcosa: come sapete il “mio” tempo è sempre troppo poco.
    Credo che nello Zen ci sia un buon cammino per accogliere il Vangelo.
    Senza la presunzione di parlare di cose che non conosco, mi conforta la frase di Panikkar:
    «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano».
    La leggo come una constatazione che la ricerca sincera e autentica di Dio, si percorre in strade diverse ma che infine si incontrano.
    Il Bene ovunque e comunque cercato, si fa trovare.
    Lui, il Signore, si fa trovare da chi Lo cerca con cuore sincero: in mille lingue diverse, in tutte le strade del mondo.
    Una volta incontrato il Cristo, peraltro, Lui vuole essere accolto TOTALMENTE. ..
    Il CRISTO RISORTO E’ L’ARMONIA cui tutti tendiamo e in cui tutti possiamo e vogliamo e dobbiamo incontrarci.
    Aspetto anch’io una parola di conferma di Angelo .

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