“LA RICERCA INTERIORE” – di Hillman James – Psicologia e religione

NOTTE AMORE 66.jpeg

 

James Hillman è nato ad Atlantic City, USA, nel 1926. Nel 1949 ha conseguito il PH. D all’Università di Zurigo, facendo il training psicoanalitico al C. G. Jung Institute. Dal 1952 al 1953 ha vissuto in India. Poi a Zurigo, divenendo allievo di Jung.

La sua attività pubblica abbraccia un periodo di trentacinque anni, dal 1960 al 1995. Subito dopo la laurea al Trinity College di Dublino, aveva iniziato a portare avanti terapie di impronta junghiana già nel 1959, quando è stato nominato Director of Studies del C. G. Jung Institute, dove è rimasto sino al 1969, quando abbandona per una profonda crisi che gli fa rivedere interamente il modo di fare terapia.

Nel frattempo nel 1960 aveva pubblicato a Londra il suo primo best-seller scientifico Emotion: a comprehensive phenomenology of Theories and Their Meanings for Therapy. Nel 1970, diventato direttore delle Spring Pubblications ha lanciato una nuova scuola di indirizzo junghiano sulla cultura e l’immaginazione, applicando le conclusioni tratte dalle analisi individuali a processi di senso collettivo.

Il movimento fondato da Hillman, la psicologia archetipa, sta ottenendo un successo enorme e sembra destinato a innovare profondamente la tradizione junghiana. Nel 1978 torna in America trasportando la sua Mitteleuropa, il suo culto degli dei e della tradizione greca nella texana Dallas, avanguardia della più sintomatica modernità.

Da Dallas, dopo la pubblicazione di Il codice dell’anima è partito il suo successo di massa. Quel libro è diventato un best-seller negli Stati Uniti e in Italia, a due anni dall’uscita, ha venduto 40 mila copie e tirato otto edizioni.

La ricerca interiore. Psicologia e religione

43 ANNI PER POTER LEGGERE QUESTO LIBRO IN ITALIANO

Meglio tardi che mai!

Recensione a cura di Carmela Mainiero

“La ricerca interiore” di Hillman pubblicato nel 1967, solo ora disponibile in lingua italiana, nasce da alcune conferenze, tenute su invito di sacerdoti interessati alla psicologia analitica e counseling pastorale. Nel suo sviluppo il testo ha preso un più ampio respiro, affrontando temi che sconfinano nella ricerca dell’anima, nella fede, nella sua realtà e nelle conseguenze di una connessione con la propria realtà psichica.

Il libro si struttura in quattro capitoli che ripercorrono gli stadi fondamentali per la ricerca di se stessi:

1 entrare in terapia e in un rapporto di cura, come inizio di ricerca interiore.

2 riconoscere l’inconscio e la terapia Jounghiana, evoca temi religiosi.

3 lottare contro le ombre di ciò che è condannabile e del rimorso.

4 ampliare la recettività interiore, l’immaginazione e il sentimento, quello che la terapia Jounghiana chiama il femminile o anima.

Nelle linee parallele tra le caratteristiche del rapporto terapeuta/paziente e quelle tra sacerdote /parrocchiano, Hillman getta dei ponti, vere e proprie assonanze, che avvicinano le due visioni tanto da poter mutuare l’una dall’altra, concetti e metodi di azione.

In entrambe le categorie di approccio il tema che sin dall’inizio va analizzato è il bisogno, non solo del paziente/parrocchiano di essere aiutato ma anche quello del terapeuta / sacerdote di aiutare e con esso anche l’eventuale accanimento e le varie possibilità di azione che questi bisogni comportano. E’ necessaria una retrazione per lasciare spazio all’altro e in questo Dio e il suo agire è un modello di azione al quale, credenti e non, possono ispirarsi. In questi rapporti che si vengono a stabilire, fondamentale è il ruolo dell’amore che investe tutti i partecipanti, un sentimento simile a quello descritto nelle sacre scritture.

Il punto di incontro tra psicologia e religione che in assoluto non può essere negato è l’anima, pur non essendo per entrambe il principale interesse. Per Hillman la prima cosa che il paziente, così come il parrocchiano, vuole dall’analista/sacerdote è di renderlo consapevole delle sue sofferenze, attirandolo nel suo mondo di esperienza. In questa lotta per la scoperta dell’anima, l’offensiva arriva dai teologi, visto che più diventa importante la persona interiore, tanto più il sacerdote si trova costretto ad entrare nella profondità della psiche, obbligandosi a rivolgere attenzione alla psicologia.

In questo passaggio le strade si dividono: il terapeuta fa della sua personale conoscenza dell’inconscio la base su cui poggiare la moralità della sua professionalità, abituata tutti i giorni a questo confronto.

Il counselor spirituale non forte di una certa professionalità in merito, deve fare affidamento alla sua moralità spingendosi ad un incontro personale con il proprio inconscio. Solo attraverso l’inconscio possiamo trovare l’anima, la luce di noi stessi. Non si può arrivare all’anima senza passare per l’ombra, la parte di noi che più ci ferisce e ci spaventa, capace di azioni deprecabili alla quale è difficile dare perdono. In questo ci viene in aiuto la terapia, un paradosso che richiede due assiomi:

1 il riconoscimento morale che queste parti sono gravose e devono cambiare.

2 L’amorevole accettazione che le prende così come sono.

Superata ed accettata l’ombra si è nella condizione di predisposizione per accogliere l’anima e il profondo di noi stessi. Anche in questo passaggio il nostro si affida a Joung, si può scoprire l’anima solo venendo in contatto con il femminile interiore di noi stessi. “La via per una più grande, forte e solida virilità passa attraverso l’intima associazione con la propria femminilità interiore…”, non possiamo evitare l’anima perché così non farà che diventare più ribelle, seduttiva ed esigente, l’anima accoglie e conosce Dio solo come donna, solo attraverso le donne, con l’intimità e il rapporto con esse si impara ad accettare il lato femminile di noi stessi.

Nel trattare l’anima e la spiritualità Hillman procede sulle orme di Joung pur non coincidendo totalmente: “L’anima è andata perduta e la si può ritrovare con la psicoterapia, la quale ha affinità con l’attività religiosa”. Il percorso di ricerca interiore, per la scoperta dell’anima è difficile in quanto, dalle parole dell’autore sembra agisca un meccanismo, la negazione, per cui probabilmente l’anima è a portata di mano, non è perduta, semplicemente noi non l’abbiamo notata.

In tal senso la “Ricerca interiore” è un saggio sul guardare nel posto sbagliato, cercare dentro noi stessi un movimento verso l’interno, presentato attraverso quattro regioni dell’interiorità.

Il problema principale è che resta tutto dentro, non c’è nessuna apertura al mondo, di conseguenza la domanda che sorge spontanea è: Una volta conosciuta e scoperta la mia anima come inserisco questa consapevolezza nel mondo e nelle relazioni? Quali implicazioni tutto ciò avrà in me e sulle mie azioni?

Nell’affrontare il discorso Hillman riprende la massima di Eraclito, “La via verso l’alto e la via verso il basso sono la stessa cosa”. Ciò stabilisce la via per l’anima e la sua ricerca interiore, ogni coscienza proietta luce e contemporaneamente crea un’ombra. In questo troviamo il più prezioso degli insegnamenti del nostro, si può discendere verso il basso e verso l’interno senza diventare cristiani. La ricerca interiore è ancor più una necessità oggi che siamo consapevoli di quanto sia sovra-determinata dai segni cristiani che indicano la direzione verso l’alto anche mentre discendiamo. Questo ultimo lavoro dell’autore segue sentimento e fantasia sostenendo che c’è tanto da scoprire nella riflessione, nell’intuizione, nell’immaginazione e nel sogno, da essere paragonabile a qualsiasi sperimentazione scientifica. Hillman ci lascia una lettura della ricerca in noi stessi a cavallo tra scientificità, spiritualità religiosa e una nuova immaginazione della psicologia e dei suoi obiettivi. E’ dalla ricerca interiore che inizia quel processo di sviluppo umano creativo che per tutta la vita viene inseguito, cercando di conoscerlo e comunicarlo. Un libro di pregevole fattura e pensiero che spiega la grande e complicata personalità e professionalità dedita alla ricerca dell’uomo nella sua essenza.

La ricerca interiore. Psicologia e religione

Un saggio del grande analista junghiano su psicoanalisi e religione.
La ricerca del rapporto col divino non è solo «appannaggio» dei credenti

La fantasia è il potere dell’anima
Costruisce il mondo in cui siamo

Esce per le edizioni Moretti&Vitali (da oggi in libreria) il saggio di James Hillman «La ricerca interiore», un «libro d’anima», in cui lo psicoanalista e filosofo fa dialogare la psicoanalisi e la religione.

di James Hillman (l’Unità, 06.10.2010)

L’interesse per la fantasia è una caratteristica della maggior parte delle discipline spirituali, sia come metodo psicologico nell’«immaginazione attiva» di Jung, sia nelle tecniche descritte nella mistica alchemica, o nei testi cristiani, indù, persiani e altri. Ma la fantasia passiva non è mai sufficiente, perché la fantasia è un continuo tessere un velo, un confondere immagine e azione.

La fase successiva alla fantasia è l’immaginazione, che è il lavoro di trasformare i sogni a occhi aperti e le fantasie in visioni sceniche interiori dove si può entrare, e che sono popolate di figure vivide con le quali si può conversare, provare sentimenti, toccare la loro presenza. Questa sarebbe, allora, ricerca interiore psicologica.

Una simile immaginazione costa una grande fatica. Il lavoro di convertire la fantasia in immaginazione è la base delle arti. È anche alla base dei nuovi passi che facciamo nella vita, perché la visione del nostro futuro personale viene prima come fantasie. Di nuovo, quindi, c’è una buona ragione per trattenerle dentro, all’inizio, per immaginarle come progetti molto dettagliati e su vasta scala, prima di decidere se è il caso di provarle nel mondo oppure seguirle ancora all’interno, se viverle all’esterno o viverle dentro.

L’immaginazione e il suo sviluppo sono probabilmente un problema religioso, perché l’immaginazione diventa reale soltanto credendo a essa. La teologia, il credere, è un atto di fede, oppure è la fede stessa, come primario investimento di energia in qualcosa, a rendere «reale» quel qualcosa. La vita interiore è pallida ed effimera (proprio com’è il mondo esteriore negli stati depressi) quando l’Io non vi ritorna, non ci crede, non la fornisce di realtà.

Questo investimento, questa dedizione alla vita interiore accresce la sua importanza e le dà sostanza. L’interesse che si presta ripaga rapidamente con l’interesse. Le forze che spaventano diventano più pacate e più gestibili, la donna interiore più umana e affidabile. Non seduce e pretende soltanto, ma comincia a rivelare il mondo in cui ci attira, e dà anche conto di sé, della sua funzione e del suo scopo.

Via via che questa «lei» diventa più umana, gli umori a cui si è soggetti diventano meno difficili e personali e sono sostituiti da un sottofondo emozionale più stabile, un tono di sentimento, un accordo. Non essendo più in conflitto con lei, adesso è disponibile più energia per la coscienza, il che dimostra che l’energia spesa in questa disciplina è restituita in una forma nuova. Tuttavia, come in un sistema fisico, non può uscire niente di più di quanto sia entrato. Solo un’attenzione devota e fedele può trasformare la fantasia in immaginazione.

Questa attenzione fedele al mondo immaginale, questo amore che trasforma le pure immagini in presenze, fa di esse degli esseri viventi o, per meglio dire, rivela che l’essere vivente che naturalmente contengono non è nient’altro che la «ri-mitologizzazione». I contenuti psichici diventano «poteri», «spiriti», «dèi». Sentiamo la loro presenza, come la sentivano in passato tutte le persone che avevano ancora anima. Queste presenze, questi poteri, sono i nostri equivalenti moderni degli antichi pantheon di esseri viventi, di parti dell’anima animate, di dèi protettori della famiglia e di sinistri demoni. Questi dèi erano «mitici» in quanto erano parte di un «racconto» o di un dramma psichico.

Gli stessi drammi archetipici sono messi in scena in noi e da noi,e attraverso di noi e per noi, una volta che sia data attenzione all’aspetto immaginale delle nostre vite e della vita stessa. L’attenzione è la virtù psicologica cardinale. Da essa dipendono probabilmente le altre virtù cardinali, perché non può esserci né fede, né speranza né amore per nessuna cosa, se prima non le viene data attenzione.

Ma c’è un’altra conseguenza del credito che diamo alle immagini dell’anima: comincia a diffondersi e a circolare un senso di auto-indulgenza e di accettazione di sé. È come se il cuore e la parte sinistra stessero estendendo il loro dominio. Gli aspetti ombra della personalità continuano a giocare i loro pesanti ruoli, ma adesso all’interno di un «racconto» più vasto, il mito di sé stessi, semplicemente quello che uno è, e che cominciamo a sentire come se fosse proprio così che si è destinati a essere. Il mio mito diventa la mia verità, la mia vita simbolica e allegorica.

Auto-indulgenza, accettazione di sé, amore di sé; ma ancora di più: ci si scopre peccatori ma non colpevoli, grati per avere i nostri peccati e non quelli degli altri, pieni di amore per il nostro destino, fino al punto di desiderare di avere e mantenere sempre questa intensa connessione interiore con la propria parte individuale.

Simili forti esperienze di emozione religiosa sembrano di nuovo essere il dono dell’Anima. Questa volta l’Anima ha una qualità particolare, che potremmo meglio definire cristiana, e che comincia a rivelarsi dopo che è stata dedicata una lunga e attenta cura a gran parte della psiche che potrebbe anche non essere cristiana.

Il terzo passo è gratuito. Riguarda la libera e creativa comparsa dell’immaginazione, come se ora il risveglio del mondo interiore cominciasse ad agire spontaneamente, da solo, non diretto, senza che la coscienza dell’Io se ne occupi. Il mondo interiore non solo comincia a prendersi sempre più cura di sé, producendo delle crisi e risolvendole all’interno delle sue trasformazioni, ma si prende anche cura di te, delle preoccupazioni dell’Io e delle pretese dell’Io. Questo è la femminile Shakti dell’India, a uno stato superiore; è anche le nove Muse responsabili della cultura e della creatività. Ci si sente come vissuti dall’immaginazione.

©James Hillman published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara

Cent’anni di psicanalisi. E il mondo va sempre peggio

 

Cent'anni di psicanalisi. E il mondo va sempre peggio

James Hillman e Michael Ventura si interrogano sugli obiettivi raggiunti dalla terapia psicanalitica a oltre un secolo dalla sua nascita e tracciano un bilancio di grande interesse.

Sempre più persone vi si rivolgono per contrastare un crescente malessere, eppure nella società occidentale continuano a dilagare nevrosi, infelicità e paure.

  • La psicoterapia ha dunque fallito?

  • Come si può intervenire oggi perché possa tornare a essere efficace?

A queste e altre domande risponde questo saggio irriverente e appassionato, che gli autori hanno voluto “informale, selvaggio, perfino divertente; un libro che rischi, che trasgredisca le regole, che passi col rosso”.

Il Prof. Albisetti, psicanalista di fama, nei suoi libri da tempo ha dato una risposta ma per psicologi e psichiatri delle Istituzioni, lui parla arabo:

 http://animamea.splinder.com/post/16901335/quale-psichiatria?

 Il mito dell'analisiIL MITO DELL’ANALISI

Si può dire che questo libro segni il più importante sviluppo della psicologia analitica dopo la morte di Jung. James Hillman ha qui messo in questione l’analisi stessa con una radicalità e una consequenzialità che sconvolgono e scalzano ogni possibile routine delle varie scolastiche (junghiane non meno che freudiane). Dopo che per decenni l’analisi ha preteso di sezionare il mito, qui per la prima volta ci si chiede: qual è il mito che sta dietro all’analisi e la determina nel profondo?  

La risposta sarà asciutta e dura: quel mito è un mito di dominio (e implicitamente di persecuzione), che risale ad Apollo e alla sua terribile ambiguità di guaritore/distruttore. Su quest’ultimo tema, sul quale valanghe di scritti si sono ammassate in questi ultimi anni, si direbbe non esista nulla di altrettanto acuto e sostanzioso del saggio di Hillman che forma la Terza parte di questo libro.Ma, una volta individuati i crudeli segreti che presuppone la pratica dell’analisi, quali vie si aprono (se si aprono)?

Per sfuggire alla vendetta di Apollo, dice Hillman, non rimane che affrontare il problema freudiano del «termine dell’analisi» nella prospettiva addirittura di una fine dell’analisi stessa. Riprendendo una splendida immagine di Keats, che parla del mondo come della «valle del Fare Anima», Hillman riconduce tutto ciò che possiamo salvare dell’analisi a questa oscura attività di autoelaborazione dell’anima, di trasformazione alchemica del vissuto.

Cadranno ovviamente, a questo punto, tutte le inconsistenti pretese ‘scientifiche’, che già Jung usava soprattutto per non spaventare troppo i benpensanti.

Rimarrà, invece, in tutta la sua potenza, il contatto con le grandi immagini, quell’itinerario fra gli archetipi che Jung aveva delineato e Corbin aveva indicato come via dell’immaginale e all’immaginale. Ma questa volta non ci farà da guida l’accecante luce apollinea, anzi qui sarà essenziale, come in una prova delle favole, «spodestare l”analista interno’, che ha una poltrona nella nostra mente», per avviare quella «trasformazione della psiche in vita» che sfugga finalmente alla «maledizione dello spirito analitico». 

Quel mito, non a caso, è l’unico che l’analisi ha sempre ‘dimenticato’ di analizzare. E da esso non discende soltanto tutta la pratica clinica positivistica (da cui è germogliata, fra l’altro, la psicoanalisi), ma anche tutta una strategia offensiva che la nostra civiltà ha usato in vari àmbiti.    IBS

Da esso discende quel processo che ha spinto tutto l’Occidente a degradare, in fasi successive, l’immaginazione, l’anima e il femminile, a farne le tre potenze oscure che bisogna innanzitutto ingabbiare. E qui Hillman ci ha dato una magistrale dimostrazione storica, ripercorrendo la formazione del linguaggio della patologia, che ha voracemente inghiottito nella ‘malattia’ aree immense della vita, e le vicende del mito della inferiorità femminile.

 

 

Questa voce è stata pubblicata in GLOBULI ROSSI COMPANY. Contrassegna il permalink.

3 risposte a “LA RICERCA INTERIORE” – di Hillman James – Psicologia e religione

  1. lucetta ha detto:

    Grazie Angelo ma ho bisogno di tempo per leggere con calma. Lo farò un poco alla volta. Sempre uniti nella preghiera. Lucetta

  2. silvia ha detto:

    Caro Angelo,
    certo interessante.
    Non ho potuto leggere tutto, spero farlo quando possibile.Sono giorni di prova- qualcuno ha detto che il tempo della prova è il tempo di Dio…sarà cosi’?- e il “mio” tempo è meno del solito.
    Grazie intanto e a presto.
    Silvia.

  3. angelonocent ha detto:

    So bene cosa vuol dire non avere tempo e, da quando sono qui, ne ho sempre poco anch’io.
    In un mondo che va avanti a pillole, da quelle del farmacista a quelle pubblicitarie della televisione, dai bigini a scuola ai quattro salti in padella…se la pagina è più lunga del solito, scoraggia subito, blocca e indispone.

    I sei giorni biblici che son serviti a Dio per fare il mondo, in realtà sono “ere”. Poteva farlo anche in meno. Ma ha preferito prenderla alla lunga.

    Qui in Giappone non lo noto, ma in Italia, anche a Messa cercano di tagliar corto.
    A proposito: un classico è la carta igienica: per non alzare i prezzi te la riducono di due millimetri alla volta. Solo che, dai oggi, dai domani, s’accorgono anche i ciechi della bischerata.

    Dei miei eccessi sono pienamente cosciente. Ma gli articoli lunghi sono una provocazione. O, se si preferisce, un mettere la pulce nell’orecchio perché il lettore perda ogni tanto quelle “sicurezze” cui talvolta acriticamente si aggrappa e si sforzi di sentire anche altre campane, piuttosto insolite, per non vivere di luoghi comuni.

    Nel nostro caso, l’Autore, che ha scritto diversi altri volumi, ci sta dando una mano proprio su quel punto che vede tante persone critice nei rapporti con la Chiesa e con i Pastori: “Per Hillman la prima cosa che il paziente, così come il parrocchiano, vuole dall’analista/sacerdote è di renderlo consapevole delle sue sofferenze, attirandolo nel suo mondo di esperienza.”

    In un punto di una recensione si legge:

    “L’attenzione è la virtù psicologica cardinale. Da essa dipendono probabilmente le altre virtù cardinali, perché non può esserci né fede, né speranza né amore per nessuna cosa, se prima non le viene data attenzione”.

    Se delle tante considerazioni a qualcuno riuscisse di afferrare anche solo quest’ultimo concetto, avrebbe sprecato il tempo? Non credo proprio.

    Buona e paziente lettura a tutti.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...