A LAMPEDUSA il 4 aprile 2011 alle 19.00

 Ascolta la mia preghiera, Signore… non essere sordo alle mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero (paroikos kai parepidemos) come tutti i miei padri (Sal 39,13; cf. anche Sal 119,9).

  

  

  • Nella gente che soffre io percepisco un continuo richiamo a Cristo, servo nonviolento;
  • là dove i nemici si stringono la mano c’è un qualcosa di divino: significa che i tempi nuovi sono già iniziati;
  • se il popolo non si odia la guerra è già finita, indipendentemente da quello che decidono i capi di stato” .(Padre Bernard Haring – 1912 – 1998)

COMUNICATO STAMPA

 A Lampedusa il 4 aprile alle 19.00 

Veglia nazionale di preghiera e di solidarietà promossa dal Rinnovamento nello Spirito Lunedì, decine di migliaia di fedeli di tutta Italia uniti in preghiera con Lampedusa, perché si apra alla solidarietà e all’impegno il cuore di tutti i cittadini, i migranti, gli operatori, i politici. Lunedì 4 aprile, alle 19, il Movimento Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) promuove a Lampedusa una Veglia nazionale di preghiera e di solidarietà. 200 mila persone aderenti al RnS sono invitate ad unirsi in preghiera. Al contempo, tutti i credenti e tutti gli uomini di buona volontà che sono in Italia sono invitati a vivere questo semplice e popolare gesto, replicandolo in quanti più luoghi possibili. Una sarà la parola chiave di questa grande e potente preghiera comune: umanizzare la solidarietà.

Presiederanno il Presidente nazionale del RnS, Salvatore Martinez, e il Vicario generale della Diocesi di Agrigento, Mons. Melchiorre Vutera . Dichiara Salvatore Martinez, Presidente del RnS “Una grande apprensione attraversa la coscienza di tutti i credenti e degli uomini di buona volontà dinanzi al dramma di popoli assoggettati a funesti venti di guerra e ad un esilio forzato dalle proprie terre in nome della ricerca della libertà e della pace.

Occorre ristabilire il primato di una cultura della pace e della convivenza pacifica tra i popoli che insistono nel Mar Mediterraneo da sempre culla di civiltà, d’integrazione etnica e di scambi culturali ed economici. È penoso assistere allo sfaldamento della debole coscienza europea dinanzi alla crisi umanitaria in atto e al proliferare di slogan vuoti e pericolosi, che incitano all’indifferenza. Siamo ammirati dallo spirito di solidarietà, dall’operosa accoglienza, dalla testimonianza di carità che i lampedusani, i siciliani, tanti italiani stanno usando all’indirizzo di poveri, perseguitati, clandestini approdati nelle nostre coste.

Abbiamo deciso di convocare a Lampedusa una Veglia nazionale di preghiera e di riflessione per esprimere la nostra solidarietà e il nostro affetto a quanti in queste ore sono nella prova, nella sofferenza, si sentono abbandonati, mancano di forze e difettano di sapienza. Guai a dimenticarlo: lo straniero, il povero, l’abbandonato sono sacri dinanzi a Dio e vanno protetti nella preghiera. Questa nostra «cooperazione nella preghiera» sarà tanto più efficace quanto più sarà vissuta dal maggior numero di persone e diretta a tutti coloro che sappiamo hanno bisogno di sentirne gli effetti (abitanti di Lampedusa, migranti, i loro familiari rimasti nelle terre d’origine, operatori umanitari, politici, forze di polizia)”. Prosegue Martinez: “Gesù è stato, nella storia, il più grande globalizzatore dell’amore che accoglie tutti, senza distinzioni, e nessuno esclude, finanche i nemici.

A tutti gli uomini di buona volontà Gesù chiede ancora oggi di seguire il suo esempio. Nessun vero credente può sottrarsi a questo nuovo supplemento d’amore e di passione civile, rappresentato oggi dall’ondata di profughi affamati di libertà e assetati di giustizia che bussano al cuore delle nostre comunità. Nei giorni in cui festeggiamo l’unità d’Italia, il nostro Paese deve mostrarsi degno della propria storia di solidarietà umana allargando i propri confini con un’univoca volontà di bene comune”. Il RnS è un Movimento ecclesiale che in Italia conta più di 200 mila aderenti, raggruppati in oltre 1.900 gruppi e comunità.

Roma, 31 marzo 2011 Ufficio Stampa RnS: Via degli Olmi, 62 – 00172 Roma – cell. 3349974314 E-mail: ufficiostampa@rns-italia.it – Sito: www.rns-italia.it

SONO UN GAIJIN

giappone-hiroshima

In Giapponese <<straniero>> si dice Gaijin…che vuol dire  “Persona dal naso grosso”.

In questo momento appartengo a questa specie. Naturalmente con tanto di permesso di soggiorno, perché altrimenti non so che fine farebbe il mio naso, giacché qui ai regolamentri ci si deve attenere scrupolosamente.

Si dice che tutto il mondo è paese. Riporto le impressioni di un italiano, attento osservatore, perché, avendoci ormai fatto l’abitudine, a me talvolta  certi atteggiamenti sfuggono:

Il galateo del bravo gaijin

Come comportarsi da bravi stranieri in Giappone senza fare brutte figure

I giapponesi sono incuriositi dagli stranieri

Una delle cose che sconcerta la maggior parte di noi occidentali la prima volta che ci si reca in Giappone è probabilmente essere fissati in modo insistente dai giapponesi. Nelle grandi città questo non succede, ma se appena si esce dai percorsi più battuti da turisti e residenti stranieri, si noterà una grande curiosità. Soltanto l’uno per cento della popolazione, circa 1 milione e trecentomila persone, non è giapponese. Di questi circa seicentomila sono coreani o cinesi, residenti con le loro famiglie fin da prima della Seconda Guerra Mondiale ed ora praticamente indistinguibili dalla popolazione locale.

Per questo motivo gli occidentali si distinguono e vi capiterà di tanto in tanto di sentire qualche bambino gridare “Gaijin!”, straniero, circondarvi e osservarvi con curiosità. Nonostante ciò, difficilmente i giapponesi tenteranno un approccio con voi, è come quando un bambino si avvicina, con interesse e magari timore, ad un animale raro e sconosciuto. Gli stranieri devono essere consapevoli che in Giappone si sentiranno un po’ sotto esame.”

I giapponesi non parlano inglese

Se un giapponese si rivolge a voi, probabilmente lo farà perché parla un po’ di inglese e desidera mettere a frutto i propri studi. Ai giapponesi manca una certa abilità nel far propria la lingua inglese, ma soprattutto hanno poche opportunità di comunicare con persone di altri paesi. Inoltre le lezioni di inglese, che seguono dalle scuole medie in avanti, vertono quasi esclusivamente sul leggere e lo scrivere; raramente si parla inglese in classe. Le scuole di conversazione inglese sono molto popolari, ma anche con questo aiuto sarà difficile avere un’opportunità di parlare e relazionarsi con uno straniero nella vita reale. E qui entrate in gioco voi.

I giapponesi non parlano mai per primi

Agli incontri internazionali, i giapponesi non parlano spesso e vengono per questo criticati dagli occidentali che non capiscono cosa essi pensino veramente. Se una delle ragioni può essere quella già illustrata al punto precedente, cioè la mancanza di esperienza nella comunicazione con gli stranieri, una ragione più profonda sta nell’influenza della cultura giapponese, che ha fatto del parlare poco e dello stare in silenzio una virtù. I giapponesi sono fondamentalmente gente timida e riservata, non sono molto bravi nel rapportarsi con gli altri. In genere si attribuisce la causa di ciò al fatto che il popolo giapponese è composto da una sola razza che parla una sola lingua e sono cresciuti in un ambiente dove la gente si capisce reciprocamente senza doversi dare troppe spiegazioni, senza dover mostrare troppo del proprio animo. Poche sono state anche le occasioni di confrontarsi con popoli che hanno una diversa scala di valori e sono cresciuti in un differente ambiente. Questo non significa che i giapponesi non vogliano comunicare con gli stranieri, essi lo vogliono dal profondo del cuore, è solo che non sono bravi a fare la prima mossa. Sono sempre preoccupati di non sapere cosa fare nel caso non fossero capiti o la gente ridesse di loro per via del goffo inglese. I giapponesi sono molto orgogliosi nel loro animo e quindi finiscono per diventare introversi. Se desiderate veramente avere un amico giapponese, fate voi la prima mossa.

I giapponesi usano espressioni facilmente equivocabili

Mentre siete in Giappone, può capitarvi di incontrare per strada una persona conosciuta che abita nel vostro quartiere e che questa vi domandi “Dove state andando?”. Potrebbe sembrare un affronto alla vostra privacy, ma è soltanto una frase di rito a cui non siete obbligati a rispondere in modo circostanziato, potete semplicemente dire “Chotto soko made” (In giro, fuori) senza offendere il vostro interlocutore, che se ne andrà soddisfatto. Nella regione del Kansai la gente spesso si saluta con le parole “Moukarimakka?” (State guadagnando bene?) e l’interlocutore risponde “Bochi bochi” (Così così). Se conoscete un giapponese, può darsi che questo un giorno vi dica “Venga a trovarmi qualche volta” senza che questo possa considerarsi un invito formale. E non è educato presentarsi a casa di qualcuno senza un invito. Dovete essere consapevoli che queste espressioni sono solo dei saluti. Quando una persona vuole veramente invitarvi a casa sua, vi chiederà sicuramente quale giorno è meglio per voi.

I giapponesi fanno dell’umiltà una virtù

Quando i giapponesi vi invitano a casa loro, fanno di tutto per offrirvi il massimo dell’ospitalità, fino a scadere nel ridicolo per la nostra mentalità occidentale. Proprio per questa profusione di impegno, i giapponesi non invitano spesso la gente a casa propria. Se lo fanno, significa che vi reputano importanti o pensano bene di voi.
Quando siete invitati a casa di un giapponese, dovete portare un regalo per mostrare la vostra gratitudine, preferibilmente qualcosa del vostro paese d’origine. Anche i dolci sono molto graditi. Tutti se lo aspettano, è un costume sociale, quindi non arrivate mai a mani vuote. Quando consegnate il regalo, è usanza pronunciare la frase Tsumaranai mono desu ga” (Non è niente veramente, ma prego) anche se il regalo è in realtà bellissimo o molto costoso. Non dovete usare frasi di rito in Occidente come “E’ molto bello, sono sicuro che ti piacerà” fino a che non sarete in confidenza. E’ normale che il padrone di casa non apra il regalo appena ricevuto davanti a voi, deriva anche questo dalla cultura giapponese che non vuole provocare vergogna nell’ospite nel caso il regalo non sia gradito. Recentemente le cose stanno cambiando tra i giovani, che ormai conoscono le usanze occidentali.

E’ buona educazione rifiutare cortesemente dicendo “No, grazie!”

Quando un giapponese invita degli ospiti, la tradizione prescrive di essere gentili e calorosi nell’accoglierli. Molti vi serviranno da bere e da mangiare, preparando a volte così tanto cibo che non sarete in grado di finirlo. A volte l’ospite può sentirsi sopraffatto dalla gentilezza del padrone di casa. Dopo aver bevuto qualcosa, sarà servito il cibo. E’ usanza dire “Itadakimasu” (Umilmente ricevo) prima di mangiare, in segno di ringraziamento. Se non sapete usare molto bene i bastoncini, “hashi”, non esitate a chiedere consiglio. Quando il vostro bicchiere o il vostro piatto sarà vuoto, certamente vi verrà chiesto “Mou ippai ikaga desu ka” (Ne volete ancora?). A questo punto, indipendentemente dalla vostra soddisfazione, la tradizione prevede che voi rispondiate “Ie, kekko desu” (No, va bene così).

In questo modo, libererete il padrone di casa da un peso eccessivo. Se però è quest’ultimo ad incoraggiarvi, accettate dicendo “Sumimasen” (Scusate, sono spiacente). Le usanze occidentali sono penetrate profondamente nella società giapponese e così oggi capita sempre più spesso che, invece di rifiutare, un giapponese accetti dicendo “Arigatou” (Grazie)  e credo che anche voi possiate fare lo stesso. Quando il pasto è concluso, si usa dire “Gochisousama deshita” (Era delizioso). Nei  ristoranti questa etichetta è un po’ più flessibile.

Restituisci il favore

Quando i giapponesi ricevono ospitalità o regali, è usanza che restituiscano in cambio un regalo, “okaeshi”. Ciò non avviene in ogni occasione, ma per mostrare riconoscenza dopo aver ricevuto regali costosi o una calorosa ospitalità. Anche in questo caso però, il regalo restituito non deve essere esagerato, meglio qualcosa che rispecchia la propria cultura di origine. Se il regalo fosse troppo costoso, chi lo riceve si sentirebbe ancora più obbligato verso di voi. Un ottimo “okaeshi” è invitare formalmente i vostri amici a venirvi a trovare. In alcune occasioni speciali, quali i matrimoni, è usanza dare agli ospiti un “okaeshi” poiché sono questi ultimi a portare un regalo, in genere denaro. In questo caso non si esprime gratitudine per qualcosa che si è ricevuto, ma perché l’ospite ha rinunciato al suo tempo per partecipare.

Gli “okaeshi” per i matrimoni vengono preparati in anticipo e si chiamano “hikidemono”. Si dice che  il loro valore deve essere almeno la metà di quanto ricevuto. I giovani e coloro che vivono nelle grandi città sono sempre più indifferenti a queste usanze. Nonostante ciò, ai giapponesi piace mantenere un certo equilibrio nelle relazioni: se vi trattano bene, restituite il favore.

La persona che guadagna di più paga il conto

Nelle relazioni sociali con i giapponesi, vi capiterà spesso di mangiare e bere insieme. In queste occasioni si pone il problema di decidere chi deve pagare il conto. In Giappone esiste una regola non scritta secondo cui paga chi ha il reddito maggiore. Se sono presenti  un giovane e un anziano, paga l’anziano. Se sono presenti un subordinato e il suo superiore, paga il superiore. Se sono presenti un uomo e una donna, paga generalmente l’uomo. Se uscite più volte con la stessa persona, è abitudine che paghiate almeno una volta su tre o una volta su cinque. Se uscite con i colleghi di lavoro, gli amici o persone che hanno più o meno il vostro stesso reddito, è normale che il conto venga diviso in parti uguali. Nel caso i colleghi o gli amici presentino disparità di reddito notevoli, si divide in parti proporzionali al reddito. Se il gruppo con cui uscite è veramente numeroso, si divide in parti uguali, per non pesare troppo su una sola persona. Noi occidentali possiamo trovare difficile capire queste sottili ragionamenti. Se pranzate con un giapponese per la prima volta, è molto probabile che pagherà lui il conto. In questo caso non conta il vostro reddito, perché sarete trattato come un ospite. Ma, attenzione, non come un amico. Se continuerete a frequentarvi, dovrete cominciare a pagare di tanto in tanto. Se il rapporto si approfondisce e diventerete amici, allora dividerete il conto. Non è una mancanza di educazione o di rispetto accettare la gentilezza dei giapponesi, trarre vantaggio dalla nostra posizione di stranieri, ma se un uomo occidentale vuole uscire con una donna giapponese, farà una migliore impressione se si offrirà di dividere il conto o pagarlo interamente.

Massimiliano Crippa
max.cri@iol.it

  

  

 

PER CHI VUOLE APPROFONDIRE

 Israele ha vissuto l’esperienza della emigrazione e dell’esilio per circa 20 generazioni (400 anni) è per questa ragione che il popolo d’Israele riesce a maturare una concezione profonda dell’esperienza dell’estraneità che si manifesta nell’uso di vocaboli molto precisi.

“IL SIGNORE PROTEGGE LO STRANIERO» (SAL 146,9).

 Riflessioni di teologia biblica di Gabriele F. Bentoglio 

 1. Bibbia e migrzioni

La rivelazione biblica dedica numerosi riferimenti alle relazioni interpersonali, e non solo a quelle che spiegano l’interazione tra i membri del popolo dell’alleanza, ma anche a quelle che coinvolgono gruppi di diversa estrazione etnica. Il fatto non stupisce, dal momento che la Bibbia, benché si presenti oggi nella veste di un’opera letteraria, non proviene dall’astrazione né da pura immaginazione, ma soprattutto dalla sperimentazione, prima, e poi da una caratteristica comprensione e interpretazione della realtà, specialmente di eventi, persone e fatti, alla luce della personale rivelazione divina. Anche il forestiero, perciò, è costantemente presente, spesso in chiave positiva, sebbene non manchino occorrenze adombrate da sospetto e diffidenza, soprattutto nella letteratura veterotestamentaria più recente (cf. Sir 11,29.34; 29,22-28).

2. Lo straniero nell’Antico Testamento

Nell’Antico Testamento, il forestiero trova posto in particolare nei testi legislativi e negli oracoli profetici. Qui, si focalizzano diversi modi per qualificare lo straniero: 

  

  •  
    • c’è l’estraneo che viene da fuori e, dunque, non appartiene al popolo eletto, ma intrattiene con esso rapporti di stretta continuità: è l’immigrato che fissa la sua dimora tra la gente di Israele, definito dal vocabolo gēr.

    • Poi c’è il forestiero di passaggio, che non intende stabilirsi nel nuovo territorio sul quale si trova a transitare: in questo caso, il termine che lo indica è nēkār (nokrî nella forma aggettivale), al quale la Bibbia riserva meno attenzione che all’immigrato residente, proprio per il diverso statuto, che non esige una precisa regolamentazione di rapporti occasionali.

a) Prospettiva spirituale

Il libro del Levitico, dal canto suo, assimila al gēr il tôšāb, quasi a renderli sinonimi: «Voi siete presso di me come forestieri (gērîm) e inquilini (tôšābîm)» (Lv 25,23.35.47), in corrispondenza alla raccomandazione di non alienare in perpetuo la terra, perché Dio assicura che «la terra è mia» (Lv 25,23).

Il ricordo di essere stati stranieri in Egitto ha segnato duramente la storia degli israeliti, al punto che gli scrittori biblici richiamano alla memoria più volte quel fatto del passato, sia per tracciare i lineamenti dell’identità nuova, acquisita con l’esperienza dell’itineranza dell’esodo, sia per orientare il positivo comportamento verso il forestiero. In effetti, il riferimento allo straniero rimanda in primo luogo all’esistenza terrena, con le sue caratteristiche di provvisorietà e di transitorietà, oltre a includere la dimensione geografica della lontananza dalla patria. Del resto, questa è la prospettiva di valore tipica della rivelazione biblica, ben riassunta nella preghiera che Davide rivolge a Dio: «Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri» (1Cr 29,15). A questo passo corrispondono, nella traduzione greca (LXX), i moduli linguistici paroikoi kai… paroikountes, che contengono l’idea di paroikia come «condizione di vita nell’estraneità», designando plasticamente la situazione che si trova ad affrontare il migrante lontano da casa sua, dalla sua patria, dal suo ambiente d’origine. Vi confluiscono i temi dello sradicamento, del disagio e dello smarrimento, così come la speranza di un avvenire più prospero e il sogno di migliori prospettive. L’argomento ritorna, ad esempio, nella fiduciosa invocazione del salmista, che confessa davanti al Signore la precarietà tipica del migrante, con queste parole:

 Ascolta la mia preghiera, Signore… non essere sordo alle mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero (paroikos kai parepidemos) come tutti i miei padri (Sal 39,13; cf. anche Sal 119,9).

b) Dimensione storica

Accanto a questo orientamento spirituale, tuttavia, non si deve trascurare il desiderio, motivato dalla contingenza storica, di regolamentare il comportamento verso il forestiero, come nel caso di Es 23,9: «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto». Il popolo biblico, mentre confessa che Dio lo ha liberato dall’oppressione e lo ha guidato verso una terra nuova, avverte fortemente lo stimolo a creare una società diversa, nella quale possano rispecchiarsi le qualità di yhwh, che si è dimostrato amante del povero e del bisognoso, difensore dell’orfano, della vedova e dell’immigrato (Dt 14,28-29; 24,17; 26,12-13; 27,19, ecc.). Così, nella terra, che appartiene a Dio e che Dio regala al popolo, l’atto di benedizione al momento dell’offerta delle primizie del suolo, che è allo stesso tempo anche atto di fede e proclamazione della memoria storica, si conclude con la condivisione della festa, alla quale partecipano anche i meno fortunati, come gli immigrati (Dt 26,1-11). Ancora, al tempo della mietitura e della bacchiatura, la spigolatura è riservata al povero e al forestiero (Lv 23,22; Dt 24,20), il quale deve essere trattato «come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Lv 19,34). Infine, nella distribuzione delle decime si fa preciso riferimento al forestiero, insieme al levita, all’orfano e alla vedova (Dt 26,12). Insomma, appare chiaro che, nel dimostrare una benevola attenzione verso l’immigrato, gli israeliti assomigliano di più a quel Dio giusto e buono, che «ha pietà del debole e del povero, e salva la vita dei suoi miseri» (Sal 72,13), amante di tutte le sue creature, anche di quelle che necessitano maggiore tutela, per cui «protegge lo straniero» (Sal 146,9), «ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10,18).

c) Lo spirito umanitario della legge

In quest’ottica umanitaria, è considerato un atto di giustizia il permettere agli immigrati di partecipare alla vita della comunità, in mezzo alla quale essi hanno preso dimora, e l’essere giudicati dalla stessa legge che si applica agli israeliti (Nm 15,15). Come per i membri del popolo eletto, anche ai gērîm e ai nokrîm viene riconosciuto il diritto di asilo in caso di omicidio involontario, presso determinate città di rifugio (Nm 35,15). Il riposo festivo nel giorno di sabato spetta di diritto anche agli immigrati (Dt 5,14-15), così come compete loro il dovere di osservare i riti di espiazione (Lv 16,29) e di astenersi dal commettere immoralità (Lv 18,26). Sebbene non siano obbligati a osservare la Pasqua, essi possono tuttavia parteciparvi, ma soltanto dopo che gli uomini della famiglia siano stati circoncisi (Es 12,48-49). Per il resto, non vi può essere discriminazione di fronte a un’azione compiuta con intenzione malvagia: «La persona che agisce con deliberazione, nativo del paese o straniero insulta il Signore: essa sarà eliminata dal suo popolo» (Nm 15,30); viene perciò sancito, oltre al principio di reciprocità, anche quello dell’uguaglianza di fronte alla legge: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato in mezzo a voi» (Es 12,49). Dunque, dalle prescrizioni bibliche pare che gli immigrati possano godere di un certo grado di libertà e di parità con i nativi di Israele, ma solamente nel quadro di una progressiva assimilazione al sistema di vita degli ospitanti. Di fatto, soltanto in forza della circoncisione un gēr maschio viene equiparato a un israelita e i suoi figli possono essere integrati nella comunità di Israele. Una norma, questa, che ostacolerà anche la comunità cristiana delle origini, la quale, però, saprà oltrepassarla e aprire le porte a tutti coloro che non rifiutano di accogliere la pluralità delle diversità, nella tensione escatologica verso l’unità in Cristo, «erede di tutte le cose» (Eb 1,2), nella misura della pienezza che caratterizza «l’uomo perfetto» (Ef 4,13), con la consapevolezza che «coloro che seguono la via» (At 9,2) «vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è terra straniera» (Lettera a Diogneto V, 5). È proprio questo orientamento cristologico-escatologico, nel novum del dinamismo ecclesiale, che costituisce il fondamento dell’esigenza cristiana di non lasciare nulla di intentato per diventare accoglienti e ospitali nei confronti del diverso, dello straniero, dell’immigrato.

3. Il dovere sacro dell’ospitalità e la novità dell’accoglienza

In effetti, l’Israele antico troverà sempre difficile il percorso della tolleranza, dell’apertura, dell’accoglienza, nonostante gli stimoli, i suggerimenti, le ingiunzioni e i rimproveri. Soprattutto la letteratura sapienziale offre dinamiche di apertura allo straniero, ma conservando l’esigenza di fargli accettare i propri schemi religiosi e rivelando, in questo modo, un tipico conflitto tra universalismo ideale e particolarismo di fatto. La conquista dell’importante tappa della filantropia, anche teologicamente motivata, in pratica, costituisce un traguardo, che non apre nuovi orizzonti all’Israele biblico. Questi condivide con il mondo del vicino Oriente antico l’apprezzamento per il valore sacro dell’ospitalità, il quale forma, così, un argomento di notevole spessore. Esso, tuttavia, non incorpora tutta la magnanima bontà dell’accoglienza, come realtà fondata cristologicamente ed ecclesiologicamente, che va intesa non già come comportamento pratico-concreto, ma anzitutto come atteggiamento di apertura positiva verso Dio, verso il prossimo e verso l’annuncio del kerygma, come ben attestano soprattutto i Vangeli e l’epistolario paolino. In realtà, il definitivo giro di boa, con la predicazione di Gesù e la vita della Chiesa, è garantito da un importante cambiamento di prospettiva, dove appunto avviene il passaggio dall’ospitalità come impegno-dovere pratico di primo soccorso verso l’altro, anche straniero-immigrato, alla diakonia dell’accoglienza, che precede, motiva e ingloba le dinamiche operative della carità.

4. Accoglienza e ospitalità nel Nuovo Testamento

Sotto questo profilo, Gesù raccomanda l’ospitalità, ma punta soprattutto sull’accoglienza: del resto, egli non ha la possibilità di offrire un rifugio o un ricovero materiale, visto che non ha neppure dove poggiare il capo (Mt 8,20). Però, per primo egli dimostra verso tutti un atteggiamento di amorevole sollecitudine: verso la gente che accorre, da diverse parti della regione, per sentire la sua parola (cf. Mt 4,25), nei confronti dei malati che chiedono di essere guariti, benché forestieri (cf. Mt 15,21-28), con i bambini che le mamme gli conducono perché li benedica (Mt 19,13-15; Mc 10,13-16; Lc 18,15-17). Nell’esperienza storica di Gesù, gli evangelisti notano che anch’egli sperimenta l’intimità dell’amicizia, come nella casa di Betania, dove «una donna, che si chiamava Marta, lo accolse in casa sua» (Lc 10,38), ma condivide anche la gioia dei lontani, che si lasciano convertire dalla sua accogliente presenza, come nel caso di Zaccheo a Gerico (Lc 19,6), o di Matteo a Cafarnao (Mc 2,14-15).

a) Il prossimo

L’accoglienza, il farsi prossimo, è caratteristica fondamentale di Gesù, riassunta nella parabola del Samaritano, che manifesta la misericordiosa bontà dell’uomo nell’incontro con il suo prossimo, sebbene questi appartenga ad altra etnia, professi un diverso credo religioso o si identifichi in differenti tradizioni socio-culturali (Lc 10,25-37). In effetti, l’occasione di questo racconto parabolico è fornita da una questione posta a Gesù da un nomikos, cioè un esperto della Tôrah, preoccupato non tanto che si ribadisca il comandamento mosaico dell’amore, quanto che si determini l’ambito in cui si deve applicare la legge, dal momento che nella concezione giudaica il prossimo si configura all’interno del contesto dell’alleanza, dove appunto si colloca la legge. Gesù, invece, con una contro-domanda, rinvia il suo interlocutore alla vita, sollecitandolo a confrontarsi con i fatti, con la realtà, con la durezza del quotidiano, dove si incontrano donne e uomini nel bisogno. Ecco perché agli esponenti dell’ortodossia – il «dottore della legge» – Gesù contrappone un rappresentante degli esclusi – l’eretico Samaritano –: d’ora in poi solo l’amore compassionevole sarà la chiave per definire il prossimo, al di là delle distinzioni e delle separazioni di carattere religioso, culturale o etnico. La tensione presente nel testo lucano tra il prossimo come oggetto e il prossimo come soggetto di amore si scioglie proprio nel riferimento al dinamismo vitale di quella compassionevole bontà, che Luca applica con insistenza a Gesù, ad esempio davanti alle lacrime della vedova di Nain (Lc 7,13) e nell’incontro tra il figlio perduto e la sconfinata speranza del padre (Lc 15,20), così come nello sconvolgimento interiore che il Samaritano avverte alla vista del malcapitato sulla strada da Gerusalemme a Gerico (Lc 10,33). Dunque, chi vuole ereditare la vita, attuando l’unico amore che abbraccia Dio e il prossimo, deve collocarsi in questa nuova angolazione, che rende le persone vicine e solidali.

b) La reciprocità

In seguito, attorno alla presenza eucaristica del Maestro, viva e reale, si formano le comunità cristiane, che tuttavia non sono esenti da conflitti e tensioni.

Un esempio interessante, per approfondire la riflessione sull’interazione tra gruppi di diversa estrazione etnico-religiosa, si legge nella lettera ai Romani. Le esortazioni di Rm 14,1-2 e 15,7, in particolare, s’inquadrano al centro delle considerazioni di Paolo sull’importanza dell’accoglienza reciproca, appunto imitando l’atteggiamento accogliente di Cristo:

  • Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza mettervi a discutere le sue convinzioni;

  • Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio.

Il pensiero paolino prende il via dai dissensi sorti a motivo di diverse tradizioni alimentari e cultuali, ma subito decolla a delineare una realtà di comunione ben più profonda, suggerita anche dal ricorso al verbo greco proslambanein, in sostituzione della tipica designazione dell’offerta ospitale descritta da xenizein. Nelle relazioni interpersonali, dunque, Paolo raccomanda una sintonia decisamente più vasta e impegnativa, quella stessa che suggerirà ai credenti di realizzare nell’occasione dell’arrivo di Epafrodito (Fil 2,29), di Febe (Rm 16,1-2), di Tito (2Cor 8,22-24); quella che esigerà da Filemone nei confronti del nuovo fratello Onesimo (Fm 17); quella che ricorderà di aver sperimentato di persona al suo primo contatto con i pagani della Galazia (Gal 4,12-15).

c) L’agapē

Paolo, del resto, è convinto che non vi può essere vera agapē che non comprenda in se stessa anche l’accoglienza; come pure non si può trovare accoglienza, nel senso cristiano, che non proceda da vera carità. Altrimenti si avrebbe semplice filantropia o cordiale umanitarismo. Ora, tra i significati originari del verbo agapan vi è appunto quello di accogliere. Per questo, nel suo celebre elogio dell’agapē, Paolo dice esplicitamente che «la carità è benigna» (1Cor 13,4) ossia, secondo la forza del termine greco qui impiegato (chresteuetai), è bontà, delicatezza e sensibilità (cf. Mt 11,30; Lc 5,39), tutte virtù di chi ha un animo comprensivo e un cuore aperto e ricettivo verso l’altro. È in questa linea che, nella lettera ai Romani, volendo mettere in luce l’agapē, Paolo ricorda che Cristo, che è la fonte e il modello della carità, ha dimostrato il suo amore «accogliendo» i credenti, benché fossero peccatori, nella comunione trinitaria (Rm 14,3; 15,7). Ecco perché, nella stessa lettera, si dilunga scrivendo:

  • La carità sia senza ipocrisie.

  • Nell’amore fraterno siate affettuosi gli uni verso gli altri;

  • nell’onore prevenitevi scambievolmente;

  • nella sollecitudine non siate pigri.

  • Siate ferventi nello spirito;

  • servite il Signore;

  • siate allegri nella speranza, pazienti nell’afflizione,

  • perseveranti nella preghiera;

  • pronti a condividere le necessità dei santi,

  • premurosi verso i forestieri (Rm 12,9-13).

La vera agapē, pertanto, si manifesta nel nutrire vicendevolmente gli stessi sentimenti, nel praticare le stesse virtù, nel prendere a cuore la sorte gli uni degli altri e nell’andare incontro alle necessità del prossimo.

Così intesa, essa non può esaurirsi nei confini della comunità.

  • È vero che la fraternità impegna anzitutto quelli che sono «dentro» di fronte ad altri che sono «fuori» (1Cor 5,11-13),

  • ma nella logica del lievito a beneficio di tutta la pasta (Mt 13,33; Lc 13,21; 1Cor 5,6; Gal 5,9),

  • del sale che insaporisce i cibi (Mt 5,13; Mc 9,50)

  •  e della fiaccola che illumina l’intera casa (Mt 5,15-16; Lc 11,33-36).

  • All’interno della comunità si pratica la correzione fraterna (Mt 18,15) in vista della reciproca sollecitudine (1Cor 8,12; 2Cor 9,1; Gal 6,10), facendo attenzione all’intromissione di «falsi fratelli» (2Cor 11,26; Gal 2,4-5).

  • Tuttavia, anche se forse in seconda battuta, l’agapē deve comunque indirizzarsi pure all’esterno, abbracciando tutti in vista di formare, nella varietà dei carismi, il medesimo corpo di Cristo (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-27). Un motivo, questo, che dà contenuto all’idea originaria di paroikia, che oggi abbiamo perduto. Nell’etimologia del vocabolo, infatti, par-oikos/oikia punta a configurare coloro che vivono lontano dall’oikos per essere vicini alla patria autentica, quella celeste, verso la quale tutta l’umanità è in cammino, evidenziando il riferimento alla consapevolezza di condurre l’esistenza nella dinamica del pellegrinaggio.

  • Ecco allora che l’itinerario comune e la partecipazione alla medesima condizione di itineranza motivano la sollecitudine dell’agapē, dove la comunità ecclesiale è chiamata a essere «l’anima del mondo» (Lettera a Diogneto VI, 1).

5. Il fondamento cristologico dell’autentica accoglienza

Queste ragioni, di ordine cristologico ed ecclesiologico, stanno alla base della preoccupazione di Paolo per i poveri delle comunità più bisognose, ma anche della sua insistenza nel raccomandare una particolare attenzione verso tutti i forestieri, gli ospiti e i pellegrini.

In definitiva, il «missionario dei pagani» si dimostra in sostanziale accordo con la lezione matteana del giudizio finale, dove si attesta che chi accoglie l’altro come un fratello entra in contatto con Gesù stesso. Infatti, Gesù si identifica nel volto bisognoso del prossimo: «Chi accoglie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5) e «ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40.45).

Poi si precisa nei dettagli: «Poiché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

Nell’ultimo riferimento, l’evangelista ricorre al verbo synagein per spiegare che non s’intende il mero esercizio di un’opera di misericordia. Si suggerisce, in verità, un’accoglienza fatta di

  • partecipazione,

  • condivisione,

  • integrazione,

  • e interazione: l’altro, soprattutto nel caso dello straniero, non ha bisogno soltanto di essere accudito, ma necessita altresì di essere riconosciuto e tutelato nella sua dignità di persona umana. Il verbo synagein, infatti, designa tipicamente l’adunanza dell’assemblea (da cui deriva, tra l’altro, la synagogē), dove la comunione si fortifica mediante la convocazione, il raduno e la compartecipazione.

  • La comunità cristiana, dunque, sarà veramente tale se saprà rendere partecipe anche l’immigrato dei suoi beni e dei suoi valori, come la Parola e l’eucaristia, senza dimenticare, ovviamente, la pratica del soccorso caritativo. Qui, in ogni caso, si apre l’arduo itinerario dell’inculturazione del kerygma, dov’è importante evitare la tentazione dell’esaltazione o del primato delle singole culture, per orientare il cammino alla responsabilità reciproca di giungere alla vita in abbondanza e quindi a Gesù Cristo, che è pienezza di vita. Infatti, l’inculturazione ha il suo significato nella promozione della vita in Cristo, che è contrassegnata dall’accoglienza, dalla relazione e dalla comunione.

6. Filantropia e agapē

In conclusione, l’esperienza di fede e la riflessione teologica della comunità cristiana, non meno che il confronto con la realtà del quotidiano, hanno stimolato la maturazione di una convinzione di fondo: il solo disbrigo della concretezza filantropica non è sufficiente. Certo, l’assistenza umanitaria è già un’importante conquista, che merita lode e incoraggiamento.

  • Corrisponde, ad esempio, alla prontezza servizievole di Abramo alle querce di Mamre (Gn 18,1-8),

  • all’attenta sensibilità di Lot verso gli stranieri giunti a Sodoma sul far della sera (Gn 19,1-3),

  •  all’insistente premura del suocero del levita di Efraim (Gdc 19,1-10),

  • alla sollecitudine di Rahab a Gerico (Gs 2,1-21),

  • alla filantropia di Giobbe (31,32)

  • o alla generosità ospitale, attestata da numerosi passi biblici. Ma non è sufficiente.

  • Per essere completa, l’agapē deve farsi ascolto, interazione, dialogo e interscambio: insomma, l’altro, anche l’immigrato, non è più soltanto «oggetto» di attenzione, ma diventa protagonista di nuove relazioni interpersonali.

  • Il migrante è al centro della dimensione pastorale della Chiesa, ma nel ruolo di attivo interlocutore, non solo come destinatario di un servizio[1].

In definitiva, si ribadisce l’importanza di favorire, promuovere e difendere la centralità e la dignità della persona, di ogni persona, tutta la persona, di tutte le persone senza eccezione alcuna, con la ferma convinzione che «la principale risorsa dell’uomo… è l’uomo stesso»[2] e che, nella complessità dei movimenti migratori, «il migrante è assetato di “gesti” che lo facciano sentire accolto, riconosciuto e valorizzato come persona» (EMCC 96).

Puntare sull’accoglienza, quindi, significa non fermarsi alle molteplici attività assistenziali e caritative, di appoggio e di conforto della persona umana, ma qualificare anzitutto, con la prospettiva escatologica dell’unità di tutto il genere umano, la forza della motivazione cristiana della missione, che precede la vasta articolazione del fare e si attesta nella vitale dinamicità dell’essere.

Nota bibliografica

G. Bentoglio, Apertura e disponibilità. L’accoglienza nell’epistolario paolino, PUG, Roma 1995.

Id., Il ministero di Paolo in catene (Fm 9), in «Rivista Biblica» 53 (2005) 173-189.

B. Byrne, The Hospitality of God. A Reading of Luke’s Gospel, St Paul’s Publ., Strathfield 2000.

I. Cardellini (ed.), Lo «straniero» nella Bibbia, EDB, Bologna 1996.

C. Di Sante, Lo straniero nella Bibbia. Saggio sull’ospitalità, Città Aperta, Troina 2002.

J. Schreiner – R. Kampling, Il prossimo, lo straniero, il nemico, EDB, Bologna 2001.

 

 

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2 risposte a A LAMPEDUSA il 4 aprile 2011 alle 19.00

  1. silvia ha detto:

    ’Nella gente che soffre io percepisco un continuo richiamo a Cristo, servo nonviolento; là dove i nemici si stringono la mano c’è un qualcosa di divino: significa che i tempi nuovi sono già iniziati; se il popolo non si odia la guerra è già finita, indipendentemente da quello che decidono i capi di stato’.(Padre Bernard Haring – 1912 – 1998)

  2. angelonocent ha detto:

    Silvia, è talmente bella e vera questa espressione del Padre Haring che la porto in prima pagina.

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