ALLA MEMORIA DEL MIO VECCHIO PROFESSORE GIUSEPPE BARBAGLIO – Angelo Nocent

Il mondo di cui Dio non si è pentito. Temi laici della Bibbia

Una sera alla fine di una conferenza, ci disse: «Vi faccio una confidenza  personale: ogni tanto mio figlio Francesco, vedendomi sempre sulle lettere di Paolo, mi dice “ma papà, non sei ancora stufo di leggere sempre gli stessi testi?!”.

 Io gli rispondo:è vero, i testi sono sempre gli stessi, ma i miei occhi con cui leggo questi testi non sono mai gli stessi!”»

Durante questa mia permanenza in Giappone, non disponendo di libri in italiano, il nutrimento dello spirito avviene con internet che assomiglia all’Arca di Noè ed  è una grande benedizione. Così in questi giorni del periodo pasquale ho avuto modo di attingere a scritti più o meno recenti di un mio vecchio professore di gioventù, GIUSEPPE BARBAGLIO, colto da morte prematura il 28 marzo 2007 al Policlinico Gemelli di Roma e rimpianto da molti che l’hanno conosciuto.

E’ stata una delle figure più vivaci e feconde dell’esegesi biblica italiana degli ultimi quarant’anni con contributi di grande rilievo su Paolo e Gesù. Nato nel 1934 a Crema, si era laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Dal 1959 al 1961 ha frequentato il Pontificio istituto biblico di Roma, dove ha conseguito la Licenza in Scienze Bibliche. Successivamente presso l’Università di Urbino ha conseguito la laurea in Filosofia. Per alcuni anni ha insegnato sacra Scrittura nel Seminario di Lodi e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano.  

Non è il caso di citare qui i titoli dei suoi scritti. Basti dire che negli ultimi trent’anni per le Edizioni Dehoniane di Bologna ha diretto, fra l’altro, due collane di argomento biblico: «La Bibbia nella storia» e «Scritti delle origini cristiane”.

Dopo aver lasciato il ministero sacerdotale per un’ordinaria vita coniugale che è stata allietata da figli, ha svolto un intenso ed esclusivo lavoro di ricerca biblica sull’ambiente storico del Nuovo Testamento, sulle origini della Chiesa, sul tema del “Gesù storico” e sull’opera paolina, pubblicando numerosi volumi e articoli in Italia e all’estero e dirigendo collane specializzate. A ciò, ha unito una brillante attività di conferenziere su tematiche bibliche e teologiche, non trascurando un importante impegno nelle realtà ecclesiali di base. 

Non so quanto io sia stato bravo ad assimilare i concetti inculcatimi dal mio allora giovene professore di esegesi biblica al PIME di Milano e i criteri che avrebbero dovuto guidarmi nella vita. Sta di fatto che più lo leggo e più lo apprezzo e di lui non ho solo qualche vecchia dispensa o alcune delle sue numerose pubblicazioni ma anche un caro vivo ricordo. E mi fa grande piacere sentirlo ricordato e amato da tante persone del Popolo di Dio. Come, del resto, lo amavamo e stimavamo noi allievi che, dopo la lezione, prima del pranzo, ci radunavamo intorno all’altare per celebrare con lui la Divina Eucaristia.

Scrive il suo collega Rinaldo Fabris: “A partire dalla fine degli anni sessanta fino alla vigilia della morte Barbaglio ha continuato a studiare e scrivere sui temi e/i libri biblici che gli erano congeniali, in un continuo confronto con il mondo e la cultura contemporanei, coniugando rigore scientifico e libertà di ricerca.

Socio dell’Associazione Biblica Italiana (ABI), Giuseppe Barbaglio ha preso parte con passione e impegno nel corso degli anni agli incontri del gruppo dei neotestamentaristi e alle Settimane Bibliche Nazionali promosse dall’ABI. Con i suoi articoli e recensioni dei volumi del suo ambito di ricerca — scritti paolini, storia e sociologia delle origini cristiane — ha dato un contributo notevole a Rivista Biblica. Anche negli ultimi anni, nonostante i problemi di salute, ha continuato a partecipare agli incontri e a lavorare con grande diligenza e competenza.

Di Giuseppe Barbaglio, oltre al frutto del suo lavoro di studioso della Bibbia, resta il ricordo di una persona cordiale e generosa, che ha fatto rivivere la libertà di Paolo e la passione religiosa di Gesù“.

LE TOCCANTI PAROLE DELLA SIGNORA CARLA AL FUNERALE DEL CONSORTE: 

“Vorrei ringraziare e farmi stringere ad una ad una da tutte le persone che sono venute a salutare Giuseppe:

tutti gli amici, gli amici delle comunità di Porto Torres, Voghera, Bergamo della comunità valdese, della comunità di san Paolo, di Palermo, Venezia, Thiene, Montegiove…,

i miei colleghi, quelli che in questo ultimo mese quotidianamente hanno telefonato e quelli che giorno dopo giorno sono saliti al Gemelli a stringersi a noi:  Rosella, Maura,Massimo Paola, Mimmo, Raniero, Antonio… i medici che con enorme affetto lo hanno seguito… Martelli, Bruno, Gaetano, Lucio Rinaldi che mi ha sopportato e aiutato nelle mie disperazioni e aiutato in tutti i modi, Sabatelli e la sua equipe, Giovanna che mi ha persino cercata a casa per dirmi che la Pet era negativa,quelli dell’oncologico, un mondo di affetti e di professionalità che magicamente si è creato ,

 i miei familiari tutti in modo particolare Grazia mia sorella e Lolli mia cognata che nei pochi tempi che tentavo di riposarmi hanno continuato con amore ad accarezzare Giuseppe. Anche mio fratello è corso a lenire la mia angoscia. Rossana Rossanda accorsa ieri da Parigi non ha mai smesso di stare con noi.

Non molto tempo fa Giuseppe mi spiegava che ci sono molti modi di vivere la fede, anzi come lui diceva l’adesione a Cristo: 

  • Il primo,  accettare l’insegnamento etico di Gesù,
  • il secondo,  accettare la fede di Gesù in Dio,
  • il terzo,  accettare la morte salvifica di Gesù e la sua resurrezione.

Diceva che la mia fede – e qui mi accomunava a Rossana – era gesuana

Lui credeva nella resurrezione. A me sembrava avesse composto insieme i
tre modi.

Continuo a sentirmi gesuana e, anche se le testimonianze arrivate da tutto il mondo, Hong kong, Brasile, Bangladesh e da tutta Italia mi ripetono che Giuseppe, il suo ottimismo, la sua intelligenza,  la sua determinazione,  la sua dolcezza, la sua passione di studioso rigoroso ha animato chiunque l’ha incontrato…Tutti mi ripetono come un magico tam-tam:CONTINUERA’ A VIVERE CON NOI”.

Tra le tantissime testimonianze:

  • tra i tanti fili che il Signore mi ha offerto è stato un filo rosso costante a rinsaldare la fede nell’amore di Dio”, 
  •  oppure un padre di Hong kong conclude la sua bella lettera dicendo: “Giuseppe preghi per noi che continuiamo a essere fedeli nella ricerca e annunciatori al fronte…”
  •  Un’altra ancora recita: “tra i molti ricordi che mi passano per la mente, menziono solo la sua grande disponibilità ad annunciare gratuitamente la Parola, anche in terre lontane, tra noi missionari. Nella nostra voce c’è sempre qualcosa che lui ci ha detto. E’ stato un maestro e un compagno di viaggio, fisicamente distante, ma vicino nel cuore“.
  • Dalla penultima conferenza da lui fatta solo un mese e mezzo fa da Pesaro mi arriva: “Sono addolorata e piango con te la scomparsa di un caro amico, di un maestro per tanti suoi discepoli e studiosi, di una persona sempre dolce e squisita di cui ci restano solo buoni ricordi, oltre ai tanti arguti e coraggiosi pensieri e/o scritti. A Pesaro specialmente ci ha fatto una profonda tenerezza,accompagnatcon tanta delicatezza suo figlio, già fragile, ma senza farlo pesare a nessuno, fedele e forte nel suo impegno di relatore nonostante tutto”.

 E’ certamente un grande esempio di dedizione piena e fedele alla sua vocazione di uomo, studioso e maestro. Co anch’io posso testimoniare fra tanti, di marito, padre affettuoso: così lo ha la sua famiglia.

Potrei continuare … Tante lettere e telefonatepiene di dolore e di affetto come un balsamo mi hanno permesso di continuare a incontrare Giuseppe che non ha toccato solo le menti con la sua ricerca libera rigorosa e appassionata, ma anche i cuori.

Giuseppe ancora vivo che cammina e vive in chi lo ha amato e ne condivide la fede e la ricerca coraggiosa e pulita senza compromessi della costruzione di un mondo diversoMi sono chiesto se tutto questo ha un po’ a che fare con ciò che chiamiamo risurrezione. Che la vita di chi ha amato fortemente ed è stato fedele, rimane un seme nella storia che continua per strade misteriose, ma continua con i cuori e le gambe di altri oltre la morte. 

Anche noi due ci siamo amati intensamente per 36 anni. Un amore forte, grande, anche se nelle differenze 

Anna, Francesco, Francisco, vorrei che questo papà e nonno che già vi portate dentro lo possiate incontrare ancora nel patrimonio di movimento di affetti e di idee da lui creato nelle persone e attraverso i suoi scritti. Questa che oggi è qui con Giuseppe è la comunità cristiana che io amo, che si muove nell’amore e nella libertà e che prego che con Giuseppe ci aiuti ad andare avanti. Grazie

 Riporto la rivelatrice testimonianza di una comunità parrocchiale sarda che può essere stimolante anche per ogni cammino di ricerca :

RICORDO DI GIUSEPPE BARBAGLIO

Comunità parrocchiale di Cristo Risorto – Largo David Maria Turoldo -Porto Torres – SS

Nel 2004 e nel 2005 è venuto tra noi Giuseppe Barbaglio, e la sua visita  ha lasciato in tutti noi un ricordo indelebile e pieno di riconoscenza per il dono di grazia che è stata la sua presenza tra oi. Nel 2004 il tema scelto era “La laicità del credente”, sulla scorta di un suo libro pubblicato da Cittadella Editrice, e Giuseppe lo svolse dando i seguenti titoli agli interventi dei tre giorni:

  1. Desacralizzazione  del mondo;
  2. Gesù e il (suo) mondo;

  3. Paolo e il mondo.

Quell’esperienza fu per noi così proficua e appassionante che lo invitammo  nuovamente l’anno successivo. Questa seconda volta fu, se possibile, ancora  più piacevole: Giuseppe era innanzitutto più felice per suo conto, perché questa volta aveva portato con sé anche l’amata Carla; poi perché il ghiaccio era ormai rotto e abbiamo avuto l’impressione che i due tra noi si sentissero come in famiglia.

Per questa seconda volta Giuseppe aveva scelto il tema di una vita, quello di San Paolo, dando alla serie di incontri il titolo intrigante e provocatorio di “Paolo, questo conosciuto!”; aveva appena pubblicato “Il pensare   dell’apostolo Paolo” ed ebbe anche modo di confidarci che stava lavorando al suo libro  successivo (“Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso”, la sua ultima opera), di cui ci anticipò alcuni temi. Questa sua seconda visita si concluse durante la messa vespertina con il commento al brano paolino che la liturgia proponeva per quella domenica.

Il nostro parroco ci aveva preparato a questo ciclo su Paolo soffermandosi sulle sue lettere in tutte le omelie delle messe di un anno intero, e quando Giuseppe lo seppe rimase sorpreso e ammirato. Di Giuseppe ci sono rimasti nel cuore la competenza e la passione per lo studio biblico, e soprattutto la sua capacità divulgativa, la volontà di non serbare come tesoro geloso le sue riflessioni, ma di mettere il frutto dei suoi studi a disposizione di tutti, rendendoli accessibili ma non per questo meno rigorosi.

Una sera alla fine di una conferenza, ci disse: «Vi faccio una confidenza  personale: ogni tanto mio figlio Francesco, vedendomi sempre sulle lettere di Paolo, mi dice “ma papà, non sei ancora stufo di leggere sempre gli stessi testi?!”. Io gli rispondo: “è vero, i testi sono sempre gli stessi, ma i miei occhi con cui leggo questi testi non sono mai gli stessi!”»

Negli incontri con la nostra comunità, nel rispondere alle domande dell’uditorio alla fine delle riflessioni ha difeso sempre con un sorriso, ma senza tentennamenti, le sue posizioni; e per questo lo abbiamo ritrovato in tutto e per tutto nell’ultimo intervento a Radio3, a “Uomini e Profeti”, quando, seppur quasi alla fine della sua vita, ribadiva con cortese fermezza le sue affermazioni, che avevano un po’ sorpreso la conduttrice Gabriella Caramore. Ma Giuseppe aveva anche la dote non comune di riconsiderare criticamente anche le proprie posizioni, modificandole se le riteneva superate da studi più aggiornati; come fece ad esempio nel commento alle lettere di San Paolo della BUR del 1999 (1° volume, p. 393), dove scriveva: “Per questo riteniamo più probabile che la lettera Ai Filippesi sia una letera unitaria; ho dunque cambiato parere rispetto al commento del 1980 in cui sostenevo il carattere compilatorio di Fil”.

Nella prima serie di incontri ci ha lasciato, indelebile, l’idea del “cristiano schiena-dritta”; ecco infatti cosa ci disse in quell’occasione: «[Paolo in 1 Corinzi 8,4-6] afferma che su un piano oggettivo non vi sono dèi al di fuori del Signore Dio, ma che molte sono le divinità idolatriche che gli uomini adorano. Paolo rivendica un ateismo cristiano nei confronti delle divinità (astrali o terrestri come l’imperatore) che gli uomini adorano in questo mondo. A conferma di ciò, Giustino riferisce che i cristiani a Roma erano chiamati atei, perché non riconoscevano le divinità adorate a Roma. Nella loro vita c’era il Dio di Gesù Cristo, e nessun altro. E’ una confessione di fede molto critica nei confronti dei vari “signori” di questa terra.

Anche nella chiesa c’è un padronato (gerarchia = sacro padronato [e lui si rifaceva al significato etimologico, letterale, del termine, con  un sorriso malizioso!]) che viene sacralizzato. Questo può andare persino in contrapposizione al Signore. Il processo virtuoso della desacralizzazione del mondo deve dunque coinvolgere anche il “sacro padronato” della chiesa.

Il cristiano è colui che nel mondo ha la testa alta, la schiena dritta, e si inchina solo davanti all’unico Signore. In questo senso il credente è nel mondo da ateo: rifiuta l’adorazione del mondo, delle cose di questo mondo, delle persone di questo mondo.

Quello che devono fare i laici nella chiesa è non sottostare al “sacro padronato”; non devono essere dei sudditi. Ciò naturalmente non esclude il rispetto, ma bisogna ricordare che nessuno nella Chiesa ha tutti i doni, né nessuno non ne ha nessuno; nessuno deve essere confinato nella passività. Nessuno nella chiesa ha il monopolio dei carismi; lo Spirito li spartisce.

Nel vangelo di Paolo è presente una valenza socio-politica non eclatante, ma abbastanza evidente. E’ molto liberante accettare la signoria di Cristo, ci libera dalla sudditanza da ogni signore di questo mondo, qualsiasi nome abbia. Vi è dunque una chiara indicazione anti-autoritaria. In Paolo è possibile individuare queste valenze socio-poliche concrete. Anche la teologia della liberazione ha avuto il merito di far scendere la teologia dai “cieli” e portarla sulla terra.»

Ma l’idea più forte che Giuseppe ci ha lasciato è quella della dignità e  dell’importanza delle comunità locali, anche piccole come la nostra; un tema che evidentemente gli stava molto a cuore, perché lo riprese anche nell’ultimo suo libro (p. 215).

Rispondendo ad una nostra domanda ci disse: «La chiesa oggi è una grande organizzazione; ma pensiamo che è nata da piccole comunità domestiche di poche decine di persone, come erano ad esempio le comunità fondate da Paolo! Certamente la crescita dei laici può arrivare ad influire sulla “chiesa gerarchica”! Ma il vero problema è dare a questa “grande organizzazione” il peso reale, e non è molto!

Ricordiamoci che la “chiesa” non è (solo) il papa e i cardinali, come sembra spesso nei giornali “laici”; la chiesa è l’assemblea, siamo noi! Quando Paolo scrive ai cristiani di Corinto, non dice “a voi che siete una parte della chiesa”, ma “alla Chiesa che è a Corinto”, “alla chiesa che si riunisce a casa tua”. La Chiesa non è un’idea astratta, è l’assemblea locale, qui e ora.

Da giovane io mi accaloravo molto sul tema della chiesa-organizzazione, col tempo e l’esperienza concreta ho capito l’importanza della chiesa come  Comunità locale, i gruppi locali; voi stessi che mi ascoltate oggi …»

La missione e la responsabilità che Giuseppe ci ha lasciato è quella di essere evangelizzatori, nel senso paolino: portatori di una buona notizia per il mondo d’oggi. Ecco cosa ci disse:«Il fatto importante è che il vangelo è un lieto annuncio, un annuncio di gioia per chi lo ascolta; ed è una notizia lieta che viene da Dio. Paolo non ripete la stessa buona notizia a tutti i suoi interlocutori; egli interpreta il vangelo; annuncia una parola di gioia per chi lo ascolta in quel momento, nella situazione in cui si trovano.

Paolo declina il vangelo in modo diverso. Il pensare dell’apostolo Paolo è dunque interpretativo, perché fa cogliere dei significati nuovi dentro il  angelo di Cristo morto e risorto.

Allora noi oggi dobbiamo chiederci cosa significa annunciare la lieta notizia del vangelo nella nostra situazione concreta. Davanti a un mondo diviso Paolo porta un annuncio che non elimina le diversità ma le depotenzia, le relativizza, perché vi sia una identità nuova comune a tutti i credenti dall’essere nella sfera di influenza di Cristo.

Ad esempio, io mi chiedo: cosa vuol dire oggi portare una notizia di gioia ai dannati di questo mondo, ai crocifissi di questa terra, agli sfruttati di questo mondo, alle donne di questo mondo, agli omosessuali di questo mondo?

Di fronte a questi grandi temi, il discorso della chiesa è sempre “dovete fare così, non dovete fare cosà, è peccato fare questo”; mai una parola di gioia; ma noi dobbiamo portare una parola di gioia! 

Io sono stato invitato a parlare presso un gruppo di omosessuali credenti, e mi sono posto il problema di quale parola di gioia potevo portare loro. La buona notizia per loro è questa: Dio mette tutti su un piano di parità, annulla il privilegio degli uni e l’handicap degli altri.

La povertà della Chiesa di oggi è che spesso si riduce ad un’agenzia di servizi religiosi, oppure ritiene di dover difendere i cosiddetti “valori umani”,  parola magica oggi. Ma se è per i valori umani, allora io leggo Seneca o Epitteto, che sono da questo punto di vista molto più elevati.

Certo, sono importanti i valori umani, ma la comunità cristiana deve innanzitutto essere evangelizzatrice; Gesù è stato l’evangelista del regno, e la comunità è chiamata ad essere l’evangelista di Gesù, che porta una lieta notizia con la sua parola e la sua vita. Per questo il capitolo conclusivo del mio libro “Il pensare dell’Apostolo Paolo” si intitola “Il vangelo di ieri e di oggi”.

Anche noi, come Paolo, dobbiamo fare lo sforzo di declinare il vangelo, per farne emergere significati nuovi che siano parola di gioia per l’uomo di oggi

La povertà della Chiesa di oggi è che spesso si riduce ad un’agenzia di servizi religiosi, oppure ritiene di dover difendere i cosiddetti “valori umani”, parola magica oggi. Ma se è per i valori umani, allora io leggo Seneca o Epitteto, che sono da questo punto di vista molto più elevati.

Certo, sono importanti i valori umani, ma la comunità cristiana deve innanzitutto essere evangelizzatrice; Gesù è stato l’evangelista del regno, e la comunità è chiamata ad essere l’evangelista di Gesù, che porta una lieta notizia con la sua parola e la sua vita. Per questo il capitolo conclusivo del mio libro “Il pensare dell’Apostolo Paolo” si intitola “Il vangelo di ieri e di oggi”. Anche noi, come Paolo, dobbiamo fare lo sforzo di declinare il vangelo, per farne emergere significati nuovi che siano parola di gioia per l’uomo di oggi

Io sono stato invitato a parlare presso un gruppo di omosessuali credenti, e mi sono posto il problema di quale parola di gioia potevo portare loro. La buona notizia per loro è questa: Dio mette tutti su un piano di parità, annulla il privilegio degli uni e l’handicap degli altri.

La povertà della Chiesa di oggi è che spesso si riduce ad un’agenzia di servizi religiosi, oppure ritiene di dover difendere i cosiddetti “valori umani”, parola magica oggi. Ma se è per i valori umani, allora io leggo Seneca o Epitteto, che sono da questo punto di vista molto più elevati.

Certo, sono importanti i valori umani, ma la comunità cristiana deve innanzitutto essere evangelizzatrice; Gesù è stato l’evangelista del regno, e la comunità è chiamata ad essere l’evangelista di Gesù, che porta una lieta notizia con la sua parola e la sua vita. Per questo il capitolo conclusivo del mio libro “Il pensare dell’Apostolo Paolo” si intitola “Il vangelo di ieri e di oggi”.

Ricapitolando:

Anche noi, come Paolo, dobbiamo fare lo sforzo di declinare il vangelo, per farne emergere significati nuovi che siano parola di gioia per l’uomo di oggi

Ha fatto rivivere la libertà di Paolo e la passione religiosa di Gesù“.

Ci sono molti modi di vivere la fede, anzi –  come lui diceva – l’adesione a Cristo

  • Il primo,  accettare l’insegnamento etico di Gesù,
  • il secondo,  accettare la fede di Gesù in Dio,
  • il terzo,  accettare la morte salvifica di Gesù e la sua resurrezione

“Lui credeva nella resurrezione. A me sembrava avesse composto insieme i  tre modi”.

Chiamati a

  • Declinare il Vangelo,
  • farne emergere i significati nuovi,
  • creare parole di gioia per l’uomo d’oggi,
  • rivivendo la libertà di Paolo
  • e la passione religiosa di Gesù
  • accettare l’insegnamento etico di Gesù
  • accettare la fede di Gesù in Dio
  • accettare la morte salvifica di Gesù e la Sua risurrezone…

non risulteranno mai cose facili se anche per noiPaolo resterà questo sconosciuto!“.

Dunque, arrivederci al prossimo appuntamento con Giuseppe Barbaglio sulla strada di Damasco.

GLOBULI ROSSI non si nasce. Si diventa. Per Grazia.

DIO E’ UN BACIO:

DIO E’ UN BACIO – Eucaristia per il mio professore Giuseppe Barbaglio

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5 risposte a ALLA MEMORIA DEL MIO VECCHIO PROFESSORE GIUSEPPE BARBAGLIO – Angelo Nocent

  1. lucetta ha detto:

    Non conoscevo Giuseppe Barbaglio. Ci sono persone grandi nella fede e nelle opere che sono sconosciute ai più MA vivono perennemente nel ricordo di chi li ha avvicinati. Grazie a te, Angelo, per questo post che mi è piaciuto molto.
    Sono tornata per rileggere alcuni punti, o meglio alcune frasi che avevano attratto la mia attenzione.

    “Anche noi, come Paolo, dobbiamo fare lo sforzo di declinare il vangelo, per farne emergere significati nuovi che siano parola di gioia per l’uomo di oggi.»

    Visto che sono stata chiamata a fare parte dei globuli rossi PER GRAZIA….mi sono chiesta cosa posso fare di più nel mio quotidiano per testimoniare la mia adesione a Cristo. Ho accettato ” l’insegnamento etico di Gesù” “la fede di Gesù in Dio,” “la morte salvifica di Gesù e la sua resurrezione” e durante l’anno Paolino, leggendo le lettere di san Paolo ho ricevuto un grande aiuto nella comprensione di tante cose che a volte non mi andavano giù….e che ancora faccio fatica ad accettare. Ma, nonostante gli sforzi, l’impegno, la fedeltà all’Eucarestia sono manchevole nella “gioia”. So che dovrei esultare interiormente e mi capita di esultare…..ma non spesso come vorrei e testimoniare così all’esterno.
    Ciao Angelo, un piccolo sfogo il mio.

  2. angelonocent ha detto:

    A me sembra che tu sia in linea con il pensiero del Barbaglio.
    Leggendo i tuoi interventi sui diversi blog ho la duplice percezione:
    – che fai girare la Lieta Notizia
    – che la declini in modi diversi, adatta alle situazioni concrete
    .

    Lui diceva: “:«Il fatto importante è che il vangelo è un lieto annuncio, un annuncio di gioia per chi lo ascolta; ed è una notizia lieta che viene da Dio. Paolo non ripete la stessa buona notizia a tutti i suoi interlocutori; egli interpreta il vangelo; annuncia una parola di gioia per chi lo ascolta in quel momento, nella situazione in cui si trovano.

    Paolo declina il vangelo in modo diverso. Il pensare dell’apostolo Paolo è dunque interpretativo, perché fa cogliere dei significati nuovi dentro il Vangelo di Cristo morto e risorto.

    Allora noi oggi dobbiamo chiederci cosa significa annunciare la lieta notizia del vangelo nella nostra situazione concreta. Davanti a un mondo diviso Paolo porta un annuncio che non elimina le diversità ma le depotenzia, le relativizza, perché vi sia una identità nuova comune a tutti i credenti dall’essere nella sfera di influenza di Cristo…”

    “…sono manchevole nella “gioia”.

    Tempo di miracoli, Lucetta.
    Se c’è un miracolo che chiedo al Signore è proprio questo: che compia in me quello che non sono capace di fare. Non pensi che questo sia realmente il miracolo assoluto?

    Paolo VI era un uomo “gioioso”. Ha scritto perfino la bella Esortazione Apostolica “GAUDETE IN DOMINO“: http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19750509_gaudete-in-domino_it.html

    Ma i commentatori lo definivano “uomo angosciato”.
    Un giorno gli è stato fatto notare: “Santità, perché non ride mai?”
    La risposta gli è venuta semplice: “Che motivo avrei di ridere?”

    • lucetta ha detto:

      Sei riuscito in qualche modo a dirmi le parole giuste e a…….farmi sorridere e commuovere contemporaneamente. Aveva ragione papa Paolo a dire che non aveva motivi per ridere, visti i tempi suoi( anni di piombo)…..MA motivi per sorridere dentro di gioia vera, che dipende dal fatto di sapere che siamo nelle SUE MANI,quella sicuramente l’avrà avuta. Grazie Angelo.

  3. Deborath ha detto:

    Mio caro Angelo, è bellissimo quest’omaggio che hai reso al tuo prof.
    Lo avevo letto appena lo hai pubblicato, ma non avevo commentato subito: in questo periodo mi lascio andare facilmente, mi sento stanca, annoiata e demotivata e così tendo a scrivere poco…
    Comunque è stato bello incontrare il suo pensiero, leggere quello che la moglie ha detto nel giorno del suo funerale…
    Credo che certa gente non morirà mai, in realtà: rimarrà sempre viva nella mente e nel cuore di chi l’ha conosciuta e negli scritti che ha lasciato per una nostra maggiore maturazione nella fede…
    Ti abbraccio forte e ti ringrazio di averci presentato una persona così speciale… ♥

  4. Tonino Cau ha detto:

    Neanche io conoscevo Giuseppe Barbaglio, l’ho incontrato casualmente (o provvidenzialmente) navigando su internet. Solo oggi ho letto qualche suo testo e mi ha confermato nella prima favorevole impressione. Leggendo le testimonianze di chi l’ha conosciuto sono rimasto molto colpito dalle sue qualità e dai doni che ha seminato nella sua vita. continuate a spargere la sua testimonianza e a divulgare la sua testimonianza.
    Mi ero appuntato, tempo fa’, il titolo di un suo libro; devo correre a comprarlo. Grazie a lui e a voi.

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