QUEL DIAVOLO D’UN HANS KüNG – Angelo Nocent

HO VISSUTO SETTE VITE. NON HO PAURA DI MORIRE

Quando si parla di lui,  (Hans Küng  – Sursee, 19 marzo 1928), solitamente, si dice sbrigativamente: “Teologo  svizzero.  E’ noto internazionalmente, soprattutto per le sue posizioni in campo teologico  e morale, spesso critiche verso la dottrina della Chiesa cattolica”.

Effettivamente Küng  è un uomo che ti costringe a pensare e a non dare tutto per  scontato per evitare la fatica della ricerca. E’ lui stesso a scriverlo: Verso la fede cieca, e verso l’amore cieco, ho nutrito e nutro sospetti fin dai tempi in cui studiavo  a Roma.”

Lascio  ai grandi teologi e al Magistero la valutazione dell’immensa sua produzione  teologica. Ma devo ammetterlo: questo studioso mi ha affascinato  fin dagli anni giovanili, a cominciare da quando ho acquistato il  suo primo libro LA CHIESA, uscito dopo il Concilio, con l’altro,  INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO del collega Joseph Ratzinger,  collana teologica della Queriniana.

Secondo me il miglior elogio che si potesse fare al teologo svizzero lo ha scritto l’Abbè Alain Lorans della Comunità Lefreviana “San Pio X”: “L’ex arcivescovo di Milano [Carlo Maria Martini ndr], di posizioni chiaramente progressiste, “è un Kung che ha avuto successo all’interno della gerarchia ecclesiastica. In realtà sono due ottuagenari contrari alla Chiesa che ha le promesse dell’eternità”.

Hans  mi ha aiutato a crescere perché mi “ha dato ragione della  speranza che è in lui” 1Pt 3, 15 . E lo fa anche in questa  intervista.

Gli  credo quando dice che Ratzinger non è il mio antagonista e la mia  professione non è critico del papa: “Sono un riformatore,  non un sovversivo”.

E’ sott’inteso che questi autori, apparentemente spregiudicati, talvolta controversi, andrebbero letti  con una preparazione religiosa che spesso è assente nel Popolo di Dio.

Teologi a parte, basta vedere la sorte che tocca all’Apostolo  Paolo: con la scusa che è complesso, concettuale, rimane largamente inutilizzato. Le sue Lettere sono sfruttate solo parzialmente. Anche nella Messa, una rapida scorsa, e via a parlare d’altro. Basterebbe invece soffermarsi su una  sola frase per irrobustire la nostra fede. Corinto, Tessalonica, Filippi, Roma, Efeso…, sono le nostre comunità.

Sto leggendo in questi giorni i commenti del mio insegnante biblista Giuseppe Barbaglio di cui ho parlato recentemente. Emerge che i contenuti di quelle missive risultano di scottante attualità e non sono per nulla datati. Anzi! Quelle sì che sono rivoluzionarie e contestatrici del nostro cristianesimo stanco e sfiduciato.

Personalmente, mi muovo così: lascio agli studiosi di accanirsi per stabilire la data esatta delle singole composizioni (elemento indubbiamente importante per loro)  e considero quella Lettera particolare come scritta oggi per me; la data precisa è quella in cui io la prendo in mano.

Dunque, un invito a ricevere queste suggestioni come stimolo alla ricerca personale. Bambini sì, ma non fede bambina, ossia dai dentini da latte che non cadono mai.

Cenni biografici: http://it.wikipedia.org/wiki/Hans_K%C3%BCng

Intervista  ad Hans Küng

a  cura di Arno Luik

in  “Stern” n° 43 del 15 ottobre 2009

Signor  Küng, ho una zia novantottenne che ha un grosso problema: lei  è certa di andare in paradiso e di trovarvi là marito, figli e  conoscenti, ma si chiede in che stato siano: giovani, vecchi,  malati, sani?

Capisco  che sua zia abbia tale preoccupazione. Non si sa che cosa ci si  può aspettare al di là della porta della morte, personalmente  non posso e non voglio immaginare come sia il paradiso. Ogni  persona ama immaginare, ma deve sapere che sono solo sue  immagini. Viviamo in un’epoca successiva a Copernico e a Darwin  – e quindi non possiamo più immaginarci il paradiso come  hanno fatto ad esempio Michelangelo o i pittori del Medio Evo o  del Barocco. Io non credo a queste semplicistiche  rappresentazioni del paradiso, secondo le quali staremmo seduti  su una seggiolina d’oro a cantare “alleluia”.

Papa  Benedetto crede sicuramente che in qualche modo nell’aldilà si  sta seduti tutt’intorno. Non molto tempo fa diceva che il suo  predecessore, Giovanni Paolo II, era affacciato al balcone della  casa del Signore a guardarci: allora c’è un morto che guarda  giù.

Questa  è una rappresentazione sorprendentemente ingenua. Il Papa si  esprime a volte in maniera premoderna e popolare – un’eredità  della sua fede bavarese contadina. Naturalmente anche lui sa che  il paradiso non è una dimora al di sopra delle nuvole con  finestre dal cielo. I cristiani illuminati capiscono che  nell’aldilà non viene risvegliata alcuna salma, ma che – come  diciamo nella liturgia – avviene una totale trasformazione del  modo di essere. Sono curioso di scoprire come sarà nell’aldilà.

Signor  Küng, della sua vita nell’aldiqua lei è sicuramente deluso.

Perché  mai?

Ha  scritto più di 60 libri, più di 30 000 pagine e

Lavoro  molto volentieri. In tutta modestia, credo di aver prodotto  qualcosa che rende il cristianesimo, la religione, l’etica  nuovamente comprensibili all’uomo moderno.

Nonostante  il suo ardore…

Non  sono stato e non sono un fanatico, né un santo, scrivo per le  persone che sono in ricerca.

Malgrado  il suo impegno, dal 1989 le due maggiori Chiese [in Germania]  hanno perso più di sette milioni di fedeli, e alla preghiera del  mercoledì a Roma partecipano annualmente due milioni e mezzo di  persone in meno rispetto ad alcuni anni fa con Giovanni Paolo II.  Lei si è consumato le dita a scrivere, però inutilmente.

No,  ho avuto successo! Un numero incalcolabile di persone mi scrive  – quotidianamente -, che io sono stato per loro un aiuto. Io  sono diventato, involontariamente, un portavoce della leale  opposizione a sua santità. Un portavoce che viene preso sul  serio – anche dallo stesso papa. Sono presente dentro e fuori  la Chiesa. Senza di me molti avrebbero abbandonato la Chiesa,  molti mi dicono: “Finché resiste lei dentro la Chiesa,  resisto anch’io”.

Cionondimeno,  la sua battaglia l’ha persa. Il suo antagonista Ratzinger…

Non  è il mio antagonista, e la mia professione non è critico del  papa. Sono un riformatore, non un sovversivo. E non sopporto di  essere sempre chiamato ribelle della Chiesa o…

Il  suo antagonista è diventato papa, entra nella storia. Lei sarà  solo una nota a piè di pagina.

È  piuttosto sfacciato quello che sta dicendo, lei non può vedere  nel futuro, lei…

Ma  sarà così!

Crede?  Come una persona entri nella storia, lo decide solo la storia  stessa. Non è importante la funzione, e neanche il potere.
Un esempio: Tommaso d’Aquino – non voglio mettermi alla sua  altezza – aveva volontariamente rinunciato a qualsiasi  incarico importante nella Chiesa. Papa Innocenzo III, suo  coltissimo contemporaneo, fu il più potente di tutti i papi  – lei conosce Innocenzo III? No. Questo papa, un tempo  potentissimo, oggi è una nota a piè di pagina, comunque
ancora  importante per gli storici. Però Tommaso d’Aquino  viene costantemente citato ancor oggi come un’autorità. No,  non mi sento un perdente.

E’ chiaro che lei deve dire e la deve vedere così.

Certo  che la vedo così! Ma c’è un’altra cosa che mi rattrista nella  vita: che Joseph Ratzinger, che nel 1966 ho chiamato all’università di Tubinga, non abbia proseguito sulla stessa  via della riforma come ho fatto io. Allora non avremmo  probabilmente oggi questa spaccatura della Chiesa cattolica in  Chiesa alta e Chiesa bassa. Io rappresento la Chiesa bassa, lui  tiene alla Chiesa alta. Tutto il mio lavoro era indirizzato a  che la Chiesa alta cambiasse. E in questo, e qui ha ragione  lei, io ho avuto solo un successo limitato. Ma: chi ha vinto una battaglia è ancora lontano dall’aver vinto la guerra. Io  credo che l’attuale politica del Vaticano sarà un fiasco. Il  tentativo di risospingerla indietro nel Medio Evo la svuota.  Non si possono riportare in vita i vecchi tempi!

Ma  mi dica un po’, perché 200 anni dopo l’Illuminismo si dovrebbe  ancora credere in Dio?

Sì,  proprio come persona illuminata le dico: ci sono mille motivi  per non credere. In  questo ha ragione. Di  fronte alla miseria nel mondo e nella propria vita si può o  dubitare di Dio o avere fiducia in Dio. Non c’è nessuna prova  strettamente scientifica a favore di Dio, la sua esistenza non  può essere fondata su argomenti logicamente convincenti.
Proprio secondo Immanuel Kant: la pura ragione teoretica al di  fuori di tempo e spazio non è competente. Quindi l’esistenza  di Dio non può basarsi su argomenti logicamente convincenti.

Ma  davvero!

Non  scherzi! Lei ha certamente, da un lato, ancora in mente la sua  fede di bambino, però, d’altro canto, anche la sua ragione non  ha competenza nella questione della fede. L’esistenza di Dio è  una questione di fiducia ragionevole.

Fiducia  ragionevole? A me pare che sia piuttosto irragionevole, e penso  che Mark Twain abbia ragione: “La fede consiste nel credere in  qualcosa che si sa non essere vero.”

Proprio  una brutta battuta di spirito. Io però le rispondo molto  seriamente con una frase della lettera agli Ebrei. “La fede è  fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non  si vedono.” Quindi: nonostante i suoi dubbi ci sono mille  motivi per cui una persona – nonostante tutte le contrarietà  della vita – può credere in Dio.

Me  ne dica uno.

Su  questo ho proprio appena scritto un intero libro: “Quello in  cui credo”. La fede è innanzitutto un problema di fiducia  di fondo. Fiducia nella vita. Vorrei invitarla ad ammettere Dio  almeno come ipotesi. Prenda la questione filosofica  fondamentale: perché una cosa esiste al posto di non essere,  oppure l’inspiegabile origine delle fondamentali costanti della  natura o della velocità della luce. Ma anche il problema  dell’infinito in matematica, le tracce della trascendenza nella  musica – tutto questo può essere un invito a credere in Dio.

Lo  scienziato Richard Dawkins le risponderebbe, a queste parole che
risuonano così belle…

…io  direi piuttosto: parole che risuonano vere!

Lui  direbbe: tutte le religioni insegnano cose senza senso e sono  pericolose per l’umanità.

Non  mi parli qui di questi nuovi atei! Dawkins è un ideologo che  reagisce ad un’immagine di Dio superata e argomenta in modi  estremamente polemici, senza tuttavia portare nuove conoscenze.  È uno studioso di scienze naturali, senza apertura a problemi  filosofici.

Io mi sono occupato dei grandi atei classici, ho  analizzato Feuerbach, Marx, Nietzsche, Freud. Loro  costituiscono per me una sfida, non questo…

La  religione, dice Marx, è il sollievo della creatura oppressa,  l’anima di un mondo senza cuore, lo spirito di situazioni senza  spirito. È l’oppio del popolo. L’abolizione della religione in  quanto illusoria felicità del popolo è la condizione  necessaria per la sua vera felicità: la condizione necessaria  per rinunciare alle illusioni della sua situazione, la  condizione necessaria per rinunciare ad una situazione che ha  bisogno di illusioni.”

Marx  ha ragione: la religione può essere l’oppio del popolo. La  religione può essere un mezzo di acquietamento e consolazione  sociale. Ma non deve esserlo. Le analisi di Marx esprimono,  forse contro la sua volontà, anche qualcosa di positivo, e  cioè che la religione può essere molto di più una protesta  contro le condizioni che abbiamo, protesta contro le  circostanze a causa delle quali soffriamo.

Questa  è un’interpretazione arrischiata. “La critica della  religione”, dice ancora Marx, è in nuce la critica della  valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola

Religione  solo riverbero? In questo Marx – come già Feuerbach – fa un  cortocircuito. La religione è più di una proiezione. Come la  fede, la speranza e l’amore, essa non si esaurisce solo nel  fatto di far sopportare la miseria agli uomini in maniera  cosciente o in maniera rassegnata! No, la religione può essere  un motivo eccezionalmente forte, come disse Marx, non solo per  interpretare il mondo in modo diverso, ma per cambiarlo.

Mio  Dio, ma che mondo è mai quello che ha creato il suo Dio. Mentre  noi stiamo qui a parlare crescono senza sosta le montagne di  cadaveri. Ogni cinque secondi muore un bambino al di sotto dei  dieci anni di fame o di sete. Stiamo parlando da trenta minuti  scarsi – 360 bambini morti! Perché  Dio non ha impedito il male?

Già il filosofo greco Epicuro  rivolge nel 300 avanti Cristo questa domanda contro la  religione. Ma forse dovremmo prima chiederci: perché gli uomini  non hanno impedito il male?
Rispetto al male, ogni persona  che crede in un Dio buono e vivo è confrontato in questo  mondo ad un mistero che…

Lei lo chiama  mistero il far morire di fame dei bambini?

No.  Il mistero è perché Dio non ha impedito il male. Il dolore  immeritato di bambini non può essere giustificato con nessuna  argomentazione.
“Perché soffro? Questa è la roccia  dell’ateismo” viene detto nella tragedia di Büchner “La  morte di Danton”.

Sì, perché soffriamo? Questa è la domanda  originale dell’uomo. Lei, Signor Luik, sa dare una risposta?


Lei Signor Küng, lei è il cristiano credente. Io aspetto con ansia  la sua risposta.

Che  non è facile. Appartiene al mistero anche il perché gli uomini  non facciano di più contro il dolore. Ad ogni modo non possiamo  attribuire tutta la colpa a Dio. L’umanità proprio nel  “progredito” XX secolo ha sperimentato il male in una misura  fino ad allora sconosciuta: stragi di stato, Auschwitz,  l’industrializzazione del massacro. Come ha potuto Dio permettere  questo? Il mistero della sofferenza non può essere spiegato con  i mezzi della ragione.

Troppo  facile.

Né  attraverso la psicologia, né attraverso la filosofia né  attraverso la morale il buio della sofferenza si lascia  trasformare in luce. Dio rimane l’incomprensibile.

Signor  Küng, al di là delle parole difficili: il suo Dioera ad  Auschwitz ?

Parole  difficili?  Dell’orrore dell’olocausto, Dio non è  responsabile. Certamente, se Dio esiste –  e io ci credo -,  allora Dio era anche ad Auschwitz.

Ma  che Dio è, che sta ad Auschwitz e non impedisce Auschwitz!

Questo  è un grido di protesta che io capisco. Ed è mia convinzione che  anche con ardite speculazioni su un Dio che soffre, la mostruosa  realtà di Auschwitz non può essere liquidata. Qui si addice una  teologia del silenzio. Ma perfino ad Auschwitz era possibile la  fede: credenti di religioni diverse hanno rivolto a Dio la loro  preghiera perfino nella fabbrica della morte, perché erano  convinti che, nonostante tutto, Dio esistesse. E lei, da parte  sua, deve chiedersi: il suo ateismo spiega l’olocausto? La sua  mancanza di fede spiega il mondo, riesce a consolare chi è nella  sofferenza senza senso? No! Nessuno dei grandi spiriti  dell’umanità che io ho letto ha risolto il problema originale  della sofferenza e del male.

Ma neanche il cristianesimo, che – è quasi assurdo – parla del  Dio buono, benevolo, indulgente. Un Dio che tutto sa, che tutto  guida.

Questa  è una rappresentazione medioevale del Dio onnipotente, che  guida tutti gli eventi cosmici.

Allora ho studiato male la religione!

No,  Dio è spirito, che agisce dentro, con e in mezzo agli uomini, ma  che rispetta la loro libertà. E questa libertà comprende  inevitabilmente anche il male. L’uomo che soffre non può  giungere al segreto dei progetti del creatore sul mondo. La  sofferenza, enorme, insensata – tanto individuale che  collettiva – non può essere capita in teoria, ma nel migliore  dei casi superata praticamente. Gli ebrei – anche i cristiani –  come estrema sofferenza hanno la figura di Giobbe davanti agli  occhi. Quest’uomo  perde, senza alcuna colpa, tutto: il patrimonio, la famiglia, la  salute, diventa mendicante, viene colpito dalla lebbra. Si  lamenta con Dio e rifiuta tutti gli argomenti a favore di Dio.  Con questo mostra che l’uomo non necessariamente deve accogliere  la sofferenza. Ha il diritto di insorgere, di protestare, di  ribellarsi contro un Dio che gli appare crudele, perfido e  scaltro – e attraverso queste prove Giobbe ritrova Dio!

La  prego, questa è una favola.

Questa  è letteratura mondiale altamente drammatica. Ma più ancora di  Giobbe, per me come cristiano è Gesù, quel Gesù che viene  abbandonato, flagellato, che viene schernito, che muore  lentamente sulla croce, colui che ha anticipato la terribile  esperienza dell’olocausto.

Per lei come cristiano la morte è certamente unamorte  salvifica, che…

…  che rinvia oltre la miseria, il dolore, la morte!
Perfino per  degli scettici come il marxista Horkheimer era insopportabile  credere che la miseria avesse l’ultima parola. Deve esserci una  ultima giustizia proprio per i poveri, i miseri di questo mondo!  E i bambini che soffrono senza colpa, possono avere il conforto  che questa vita non è tutto, ma che hanno davanti a sé una vita  senza dolore.

Lo  dice lei stesso: la fede è oppio.

No,  non è oppio, è conforto.

Lei ha ora pdi 80 anni e

…  sono cosciente del fatto che la mia fine terrena è vicina. Prima  pensavo – la mia è stata una vita faticosa – che non sarei  arrivato ai 50 anni. Ora faccio i conti con la morte, ogni ora  può essere l’ultima. Chi ogni giorno ha la morte davanti agli  occhi, ne ha meno paura. Sono pronto. Ho vissuto sette vite. Non  mi permetto alcuna nostalgia di vecchiaia, non mi attacco  spasmodicamente al voler essere giovane. A volte mi chiedono:  “Come vorrebbe morire?” Sorridendo rispondo: “Durante un  viaggio di lavoro!” Ed ora aggiungo: “Ad ogni modo non in una  casa di cura.”

Il  suo amico, il professore di retorica Walter Jens, è sprofondato in un mondo al di là del pensiero, al di là delle parole, è  demente. E’ stato un difensore dell’aiuto attivo a morire, sua  moglie Inge dice: Non ha colto il momento giusto in cui  avrebbe potuto passare dalla vita alla morte.

Per  me la vita è un dono di Dio, di cui sono responsabile. E questo  fino all’ultimo respiro. È rimessa alla mia responsabilità e  non a quella della Chiesa o del papa o di un prete, di un  medico, di un giudice. È mia responsabilità e in definitiva  sono responsabile della più alta istanza: Dio. Dico solo che non vorrei mancare il momento giusto.

Che cosa si aspetta alla fine della vita?

Come  ho detto, sono curioso. La morte è per tutti una prima. Ho la  fondata fiducia di non sprofondare nel nulla.

Questo  è tutto?”, Kurt Tucholsky, che si è tolto la vita nel 1935,   ha scritto: “Se dovessi morire adesso, direi: Questo è tutto?‘ – e: ‘Non avevo capito proprio bene.’ E: “E’ stato un po’ rumoroso“. 

 Ma  no, non la penso così! Non è tutto. Io credo alla vita eterna. Walter  Jens mi diceva una volta che avrebbe incontrato  volentieri Heinrich Böll e Willy Brandt lassù. Naturalmente  anch’io incontrerei molto volentieri determinate persone.  Preferirei ad ogni modo Mozart a Brandt, e mi piacerebbe  conoscere Tommaso Moro. Ma che ne so? Le fantasie non hanno  nulla a che fare con la serietà del morire.

E che cosa dirà a Dio, nel caso ci fosse, quando le chiederà:  “Che cosa hai fatto per rendere il mondo migliore?”

So  che non mi farà questa domanda, perché lo sa anche senza  chiederlo.

(traduzione:  www.finesettimana.org)   

      

Verso la fede cieca, e verso l’amore cieco, ho nutrito e nutro sospetti fin dai tempi in cui studiavo  a Roma.” Questa diffidenza nei confronti di ogni assolutismo ha sempre  guidato Hans Küng, il più critico tra i teologi cattolici, il  rivoluzionario che ha detto sì alla pillola e no all’infallibilità  papale. 

Per illustrare le sue risposte a queste domande universali, Hans Küng ripercorre i momenti fondamentali della propria esistenza. Dai dubbi del periodo universitario ai dissidi con le gerarchie ecclesiastiche negli anni Settanta, dall’impegno volto a favorire il dialogo interconfessionale al  conferimento nel 2008 della medaglia d’oro Otto Hahn per la pace, le tappe di questo itinerario esemplare toccano alcuni tra i temi caldi della nostra epoca: il multiculturalismo, la natura contraddittoria della libertà, la delicata relazione tra morale e ricerca scientifica, la necessità di superare i limiti angusti dell’intolleranza religiosa.

Questo libro racconta l’avventura affascinante di una ricerca personale instancabile e coraggiosa. Scagliandosi contro il nichilismo di troppi pensatori moderni, Küng accompagna il lettore in una straordinaria ascesa spirituale, alla ricerca di una nuova prospettiva fondata sull’amore, la consapevolezza di sé e il rispetto del diverso.

 

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4 risposte a QUEL DIAVOLO D’UN HANS KüNG – Angelo Nocent

  1. Donatella ha detto:

    Concordo con lui nella ricerca di una fede consapevole, è indispensabile per il credente possedere piena convinzione e ricchezza interiore. Un forte abbraccio caro Angelo

  2. lucetta ha detto:

    Sono passata a leggere ma evidentemente non ho la preparazione adatta per capire perchè,stranamente, questa intervista non mi ha fatto sentire meglio…..anzi.
    Concordo invece con te quando dici che le lettere di Paolo sono poco lette e per me, dopo il Vangelo, sono gli scritti che più mi hanno aiutato a perseverare nella fede.
    Ciao Angelo.

  3. angelonocent ha detto:

    Posso comprendere, Lucetta, il tuo stato d’animo. Hai capito benissimo perché gli argomenti cui si fa cenno sono tanti e mai sviluppati. Comunque, NOI SIAMO CHIESA e in questa intervista c’è uno spaccato della dolorosa realtà contemporanea:
    – la fatica di credere,
    – la difficoltà dell’annuncio,
    – tante certezze dei cristiani che vanno in fumo al primo urto,
    – i pregiudizi che resistono e si fanno impermeabili ad ogni argomentazione,
    – la realtà della Chiesa dove i “separati” in casa, con le più diverse motivate ragioni, ormai non si contano,
    – i teologi che contestano più o meno apertamente il Magistero sono incredibilmente tanti,
    – i laici “nè carne nè pesce”, a quarant’anni dal Concilio, una dolorosa realtà senza soluzione,
    – è in atto una duplice diabolica insinuazione:
    1) il Concilio Vaticano II è eretico;
    2) i Papi stanno neutralizzando e sterilizzando il Concilio Vaticano II;
    – le sfide della scienza e la spregiudicatezza dei mercati internazionali,
    – i popoli della fame che interpellano i popoli dell’opulenza…
    – …
    Questa è in sintesi la realtà odierna di cui dobbiamo farci carico.
    Si può fingere di non vedere o alzare gli occhi al Cielo e stendere le braccia in segno d’impotenza.
    A me capita di fare l’una e l’altra cosa, per l’incapacità di gestire il mutamento culturale che è planetario, coinvolgente ma che provoca e disturba la pace dell’anima, l’intimità con Gesù.

    Epperò ricordo bene anche le parole di Paolo VI: “il fumo di Sàtana è penetrato sino al vertice della Chiesa”. Profezia?
    Forse è la radicalità evangelica che fa paura a me e a troppi come me nelle nostre Chiese.
    “Scrivi: “questa intervista non mi ha fatto sentire meglio…..anzi“.
    Potrebbe essere una grazia: ti ha portato in casa il disagio che è di molti, più terribile e temibile dello tsunami.

    Talvolta mi consola il pensiero che certi “eretici” del nostro tempo hanno il solo torto di correre più in fetta della grande massa. Fenomeno non nuovo nella Chiesa.
    Nei 2000 anni che ci separano dal “tredicesimo apostolo”, i molti profili che di lui si son tracciati mettono tutti in risalto l’eccezionale figura del “primo, dopo l’Unico”; ma documentano anche la sconcertante possibilità di darne valutazioni contrastanti.

    Ma lo sai cosa è toccato a Paolo?
    C’è chi lo ha avversato accanitamente, facendone l’antagonista di Pietro e del particolarismo dei primi cristiani a Gerusalemme (F.C. Baur, 1860);
    il portatore di un falso evangelo, di una “cattiva novella” (“disvangelista”, così lo bollerà F. Nietzsche, Anticristo, 1890);
    il primo eretico della storia cristiana (gli ebioniti – per i quali Cristo è soltanto un uomo – e i fedeli alle prescrizioni giudaiche).

    E’ solo verso la fine del secondo secolo che verrà riabilitato. Ireneo di Lione ne difenderà la figura e l’insegnamento, scagionandolo dal sospetto di essere gnostico o seguace di Marcione. Ma se guardi bene, è rimasto comunque sconosciuto in non pochi scritti cristiani delle origini, come i vangeli sinottici, l’opera giovannea ed altri ancora.

    Dunque, sursum corda, innalziamo e teniamo i nostri cuori rivolti al Signore. Perché, pur contrastata, questa è la più bella epoca della storia del mondo. Ed è toccato proprio a noi di viverla.

    • lucetta ha detto:

      Grazie per la tua replica arricchente e che ho trovato alla fine consolante.
      “Perché, pur contrastata, questa è la più bella epoca della storia del mondo. Ed è toccato proprio a noi di viverla.”
      Sarà perchè adesso la mia fede ed il mio rapporto con il Signore si sono fatti più forti ed intensi,ma la penso esattamente come te. Se mi avessero aiutato da giovane a capire le cose che ho capito adesso…..quanta gioia ci sarebbe stata nel mio cuore e quanta forza per testimoniare….ma Il Signore
      MI HA CONDOTTO PIAN PIANO A CONOSCERLO.

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