SEMINARIO “Redemptoris Mater” di TAKAMATZU E CONFERENZA EPISCOPALE GIAPPONESE – Angelo Nocent

Modello di un seminario Redemptoris Mater

 I seminari “Redemptoris Mater”

non sono seminari del Cammino Neocatecumenale bensì, come specificano lo statuto e la regola di vita, veri Seminari diocesani alle dipendenze del Vescovo. Gli alunni di questi istituti ricevono la stessa formazione filosofica e teologica degli altri seminaristi della diocesi. Svolgono un anno di pastorale nelle parrocchie come diaconi e due anni nella diocesi come presbiteri prima che il Vescovo li possa mandare in missione. Se il Vescovo, però, ha delle emergenze per qualche zona particolarmente difficile della propria diocesi, può disporre di loro, dal momento che sono stati ordinati senza condizioni.

Una caratteristica di questi Seminari sta nell’internazionalità che rende visibile in modo concreto la nuova realtà annunciata dal cristianesimo, nel quale non ci sono più né bianchi né neri, bensì una nuova creatura, un uomo celestiale.

L’esperienza ha dimostrato che l’unire alla formazione del presbitero un itinerario di iniziazione alla vita cristiana, come il Cammino Neocatecumenale, costituisce un aiuto per la maturazione psicologica, affettiva e umana dei candidati e soprattutto per unire la missione con la parrocchia.

Il primo Seminario “Redemptoris Mater” nacque in Roma. Attualmente ce ne sono più di trenta nel mondo, a concreta attuazione di quanto auspica il Concilio Vaticano II :

 “Ricordino i Presbiteri che a essi incombe la sollecitudine di tutte le Chiese… E dove ciò sia reso necessario (per mancanza di clero) si faciliti non solo una funzionale distribuzione dei Presbiteri, ma anche l’attuazione di peculiari iniziative in favore di certe regioni o nazioni o anche di tutto il mondo. A questo scopo potrà essere utile la creazione di Seminari Internazionali per il bene di tutta la Chiesa secondo norme da stabilirsi e rispettando i diritti dell’Ordinario del luogo” (PO,10).

Katamatsu- City

BenedettoXVI: salva il Seminario”Redemptoris Mater” in Giappone

Benedetto XVI è intervenuto per risolvere la controversia con la Conferenza Episcopale Giapponese, facendo diventare Pontificio il seminario diocesano ‘Redemptoris Mater’.

Di Josè Turiel (21/10/2008) – Traduzione di Angelo Nocent

Benedetto XVI ha deciso di convertire il Pontificio Seminario “Redemptoris Mater” giapponese che il Cammino Neocatecumenale ha nella Diocesi di Takamatsu da oltre un decennio. Così il Papa,  per garantire la continuità del seminario, ha stabilito che non dipenderà più dal vescovo diocesano ma sarà un seminario guidato da Roma. La decisione del Santo Padre è stata accolta con favore dalla comunità Neocatecumenale del Giappone, in particolare nella diocesi di Takamatsu, che si trova a 520 chilometri a sud-est di Tokyo, e che ha una minranza di  5.000 onsignor Joseph Fukaori, predecessore dell’attuale vescovo, aveva deciso di ospitare il seminario del Cammino Neocatecumenale e le prime amiglie che sono arrivate dalla Spagna e dall’ Italia quasi venti anni fa su iniziativa di vari prelati. Tuttavia, l’attuale vescovo, il salesiano Francis Xavier Osamu Mizobe, aveva deciso di chiuderlo a causa di un grave conflitto con i rappresentanti di alcuni dicasteri vaticani responsabili della missione e della formazione presbiterale, trapelato nel corso delle varie riunioni della Conferenza Episcopale del Giappone, presieduta dall’arcivescovo Monsignor Okada di Tokyo suo presidente al timone.

Durante la visita “ad limina” che ha avuto luogo lo scorso dicembre, i vescovi giapponesi avevano espresso la loro preoccupazione non solo al Papa, ma ai responsabili della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, a capo dei quali è il cardinale indiano Ivan Dias. La Conferenza Episcopale Giapponese ha voluto far capire al Papa che il Cammino Neocatecumenale ha diviso la Diocesi e che il seminario ‘Redemptoris Mater’ di Takamatsu, canonicamente eretto a suo tempo con l’approvazione della Santa Sede, rapresenta una  ‘minaccia‘ per il Giappone.

Ma Benedetto XVI non ha ceduto alle pressioni da parte dei vescovi che in cinque mesi si sono trasferiti a Roma per ben tre volte allo scopo di sopprimere l’evangelizzazione promossa dalla comunità Neocatecumenale in Giappone.

Sorpresa per la decisione assunta dalla Conferenza Episcopale del Giappone, la quale nel Maggio scorso aveva inviato, in extremis, una delegazione di quattro vescovi a Roma per convincere il Papa del ‘grave problema’ che a suo parere significava l’indirizzo assunto dal seminario nella diocesi di Takamatsu, la decisione papale è una chiara e definitiva approvazione del Cammino Neocatecumenale, adottato dalla Santa Sede nel giugno scorso come un ‘cammino di educazione cattolica.

L’ Arcivescovo Okada ha dichiarato che nel mese scorso è stato chiesto al Vaticano se avesse compreso bene la questione: “C’è ancora un divario tra noi, ma la situazione sta migliorando “. Ha poi aggiunto che era stata necessaria una lunga pausa di riflessione su quanto il Papa aveva recepito. La Papale decisione deve ora essere accolta dai vescovi giapponesi, la cui risposta ufficiale del Funzionario tuttavia non è ancora stata prodotta.”

La direzione del seminario sarà affidata a Roma e il Rettore sarà il vescovo emerito di Oita, monsignor Takaaki Hirayama. Ma il seminario resterà nell’attuale edificio di Takamatsu. Attribuendo al seminario lo status di “Pontificio”, esso viene a dipendere direttamente da Roma, anche se continuerà a ricevere i seminaristi Neocatecumenali, come succede con il resto dei 74 seminari “Redemptoris Mater” diffusi in tutto il mondo in base alle disposizionid ella Chiesa cattolica. Con la decisione adottata dal Santo Padre Benedetto XVI, non solo contro la prognosi ma anche senza alcuna modifica dello Statuto, si chiude una controversia di parecchi mesi, sfruttata da alcuni critici che dubitavano dell’adeguatezza della formazione e del carisma evangelico del Cammino Neocatecumenale. A riprova, al recente Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio è stato invitato ad intervenire anche Kiko Arguello, l’iniziatore del seminario.

Diploma vaticano per Kiko e Carmen. Ma gli esami non sono finiti.

Il Cammino neocatecumenale ha avuto approvati  gli statuti. Ma non tutti i vescovi sono d´accordo. Ecco l´atto d´accusa di monsignor Bommarito.

di Sandro Magister 

Dopo anni di defatiganti negoziati, i neocatecumenali sono riusciti a strappare l´OK al Vaticano. Venerdì 28  giugno 2002 il cardinale James Francis Stafford, presidente del  Pontificio consiglio per i laici, ha consegnato il decreto di  approvazione dello statuto del Cammino neocatecumenale all’équipe  responsabile internazionale del medesimo, composta dai due fondatori,  Francisco Kiko Argüello e Carmen Hernández (v. foto), e dal prete Mario  Pezzi.

Il Cammino neocatecumenale è uno dei nuovi movimenti cattolici in più forte espansione in tutto il mondo. Ma anche uno dei più discussi. Oggetto di esaltazioni e nello stesso tempo di critiche feroci.

Tra i critici vi sono anche importanti vescovi e cardinali. Più sotto è riportato per intero l´atto d´accusa scritto lo scorso inverno dall´arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito.

Sono  state proprio queste critiche a ritardare l´approvazione degli statuti.  Il Vaticano ha preteso una serie di garanzie sui punti più contestati.

E  il negoziato prosegue ora su un altro punto controverso: quello del “Direttorio catechistico neocatecumenale”. I dirigenti del Cammino hanno  sempre rifiutato di rendere pubblici, anche tra gli stessi seguaci, i testi dei catechismi da loro scritti. Mentre il Vaticano vuole che siano  pubblicati con il suo imprimatur, dopo aver controllato ogni riga.

Il  Vaticano vuole scongiurare il pericolo che il Cammino neocatecumenale agisca come una sorta di Chiesa parallela. Per questo lo statuto fa obbligo al movimento d´operare «sotto la direzione del vescovo del luogo».

E lo stesso obbligo vincola i 46 seminari “Redemptoris Mater” fondati dai neocatecumenali in tutti i continenti. Da essi sono già usciti 731 nuovi preti e altri 1457 sono vicini a essere ordinati.

Il  Cammino neocatecumenale è anche attivissimo in terra di missione. In Asia, ad esempio, ha dato vita a 750 comunità in 307 parrocchie di 74 diocesi di 16 nazioni.

Per avere un´idea della forza di penetrazione di questo movimento, basti citare il caso della diocesi giapponese di Takamatsu. Nel 1990 il vescovo, Joseph Fukahori, poteva contare solo su 5 preti, dei quali 4 con più di 65 anni, e su due seminari vuoti. Ma quell´anno arrivarono a dargli man forte un prete italiano, Antonello Iapicca, e 17 seminaristi di 15 nazioni, tutti neocatecumenali. Nessuno di loro sapeva una parola di giapponese. Eppure
da allora sono sorte in diocesi 25 comunità e sono stati ordinati 27  nuovi preti. Cifre strabilianti per un Paese nel quale i cattolici sono  meno di un milione, per più della metà immigrati dalle Filippine e dal  Sudamerica.

Lo scorso aprile, a Kota Kinibalu in Malesia, Kiko Argüello e Carmen Hernández hanno tenuto un corso di cinque giorni a 120  vescovi dell´Asia, col patrocinio del cardinale Crescenzio Sepe, prefetto della congregazione De Propaganda Fide.

Il successo è  stato travolgente. «In certi momenti ci siamo trovati a vivere come  nell’eternità, dove il tempo non conta più», ha dichiarato all’agenzia  vaticana “Fides” il vescovo di Poona, Valerian D’Souza.

Ma, rimettendo i piedi in terra, ecco qui sotto l´altra faccia del fenomeno neocatecumenale. Quella sottoposta a severa critica dall´arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito. Il testo è apparso sulla rivista “Il Regno”.

Hanno proprio torto coloro che pensano che siete una Chiesa parallela?

di Luigi Bommarito, arcivescovo di Catania

Ai  fratelli e alle sorelle delle Comunità neocatecumenali della Chiesa che   è in Catania. Per conoscenza ai presbiteri dell’arcidiocesi.

Carissimi  nel Signore Gesù,

lungo il mio servizio episcopale svolto per  circa quattordici anni nella santa Chiesa di Dio che è in Catania, non  ho mai cessato di ringraziare il Signore per la ricchezza, la varietà e la vivacità pastorale incontrate non solo nelle comunità parrocchiali e nella vita religiosa, ma anche nelle associazioni, nei movimenti e nelle  varie aggregazioni ecclesiali di cui è ricca la nostra diocesi  catanese.

In sintonia con il santo padre Giovanni Paolo II e con  l’episcopato italiano, reputo un grande “dono di Dio”, una vera e propria “ondata di grazia” le varie forme di aggregazione di fedeli, da quelle più antiche a quelle più recenti, che nella loro molteplicità sono segni “della ricchezza e della versatilità delle risorse che lo Spirito del Signore Gesù alimenta nel tessuto ecclesiale” (“Christifideles laici”, n. 29; Ev 11/1720), tanto da essere accolte con gratitudine e responsabilmente valorizzate, come sottolinea nell’Introduzione la nota pastorale della Cei “Le aggregazioni laicali nella Chiesa” (29.4.1993; Ecei 5/1547).

In verità in questo   prezioso contesto di grazia, come pastore di tutto il gregge affidatomi da Dio, quando mi è stato possibile, sono stato gioiosamente presente per incoraggiare, benedire, stimolare e promuovere, ma contemporaneamente – come era ed è mio preciso dovere – anche per correggere quegli aspetti che, a volte, nelle loro espressioni si sono manifestati in maniera piuttosto “problematica”, ora per difetto ora per eccesso.

È stato ed è anche il caso delle comunità neocatecumenali che ho seguito con stima, affetto e – come tutti sapete – con alcune perplessità. Ho avuto modo di discuterne con responsabili del Cammino dentro e fuori la nostra diocesi.

Posso confermare che le mie perplessità di tipo teologico-pastorale che sto per comunicarvi hanno incontrato dappertutto – a partire da molti miei confratelli vescovi – una perfetta consonanza, sia sul piano delle idee come su quello delle esperienze concrete vissute con una certa sofferenza nell’ambito di molte Chiese locali italiane e non solo italiane.

Mi sono chiesto tante volte, e nel contempo sento di chiedere anche a voi, se non sia opportuno far luce e dare precise risposte a delle richieste di chiarimento che fino a oggi purtroppo sono  rimaste inevase, col rischio che si possano continuare a fomentare ancora di più perplessità e insofferenze varie in mezzo al popolo di Dio. Credo opportuno, pertanto, elencare alcuni aspetti del vostro Cammino che mi sembrano bisognosi di necessarie, pertinenti e urgenti chiarificazioni.

Se non l’ho fatto prima – mai però ho nascosto le mie perplessità anche se unite a sentimenti di ammirazione – è perché  ho atteso l’approvazione del Cammino da parte del santo padre.  Ritardando ancora tale approvazione, vi confido le ragioni che, da  sempre, cioè da quando, a Monreale, da sacerdote ho frequentato la catechesi del Cammino, mi hanno lasciato perplesso.

1. Si  nota che in molte comunità neocatecumenali al presbitero viene di  solito riconosciuta o quasi “concessa” solo la dimensione cultuale e funzionale dell’ordine sacro, mortificandolo se non addirittura privandolo della sua connaturale dimensione giurisdizionale che – come ben sappiamo – è parte integrante e costitutiva dell’ordine stesso. Spesso, infatti, è il catechista che si appropria indebitamente della potestà giurisdizionale propria del sacerdozio ministeriale.

Ci si chiede: quale consonanza c’è con la “Lumen Gentium”, la quale precisa   che i sacerdoti “nelle singole comunità locali di fedeli rendono, per  così dire, presente il vescovo, (…) santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata” (n. 28; Ev 1/355)?

Un  presbitero, a me carissimo, mi ha confidato che dopo oltre 20 anni non
ha chiaro ancora il suo ruolo di presbitero nell’équipe dei catechisti.

2. Lungo l’iter catechetico del Cammino viene rigidamente e pesantemente sviluppata la situazione della nullità dell’uomo anche se  battezzato e quindi l’incapacità dello stesso cristiano di aprirsi – senza l’apporto della comunità neocatecumenale – alla grazia redentiva di Cristo, come se l’evento storico della risurrezione non avesse  risolto e provocato i benefici dell’alleanza di tutti e di ciascuno con  Dio. In altre parole: come se la virtù teologale della speranza – virtù infusa dallo Spirito in ciascun battezzato col battesimo – rimasta impoverita e defenestrata, non avesse più nessuna voce in capitolo. Ma  la fede cristiana corredata dalla preghiera e dai sacramenti non è già   in se stessa portatrice di luce, di pace, di forza, di gioia, di vittoria sul male? A cosa si riduce il cristianesimo se viene a mancare la teologia della speranza?

3. Con molti vescovi di mia conoscenza – di cui accludo interventi e testimonianze che fanno molto pensare – faccio osservare che va provocando confusione, malumori e disagi pastorali il fatto che ancora da parte delle comunità neocatecumenali si continua a celebrare in forma riservata e privata l’eucaristia del sabato sera e addirittura la veglia della Pasqua del Signore, evento strepitoso dell’amore di Dio teso per natura sua a radunare insieme tutto il popolo di Dio in un’unica grande famiglia.

Si  divide il popolo di Dio in due, come blocchi composti in classi e categorie diverse, l’uno di serie A e l’altro di serie B, come fossero cioè schieramenti separati e contrapposti, incapaci di riconoscersi tutti fratelli. Hanno proprio torto coloro che pensano che le comunità neocatecumenali costituiscono una Chiesa parallela?

Non dobbiamo accogliere in un’unica comunità anche i più poveri e i più deboli, i meno catechisticamente preparati che spesso, senza volerlo né saperlo, sono ritenuti fuori del recinto o forse sono rimasti “fuori” per colpa
di noi stessi che ci riteniamo i più vicini, più praticanti e osservanti?

Qualcuno può pensare: ma il sacramento non agisce proficuamente già ex opere operato? Perché allora dare tanta importanza solamente alla partecipazione del gruppo dei più qualificati? Forse che  l’ex opere operantis (inteso anche come azione di comunità di prescelti)  per merito della sua modalità di “cammino”, e solo perché diversa da altri “cammini”, riesca a rendere più meritevole ed efficace il sacramento?

4. Sappiamo da san Paolo che lo Spirito affida i suoi carismi ai singoli battezzati – e di conseguenza anche ai singoli gruppi ecclesiali – per il bene comune (cf. 1 Cor 12, 7), per esempio per il bene comune dell’intero popolo di Dio presente in ogni parrocchia. La comunità neocatecumenale, come pure qualche altro movimento ecclesiale, impongono invece esattamente il percorso inverso, comportandosi in modo tale da strumentalizzare il bene comune per garantire il loro proprio carisma, assolutizzando le loro scelte e   imponendo il loro metodo come fosse insuperabile, unico rispetto a tutti  gli altri e, per qualcuno addirittura, l’unico salvifico.

5.
Di conseguenza, non di rado capita di constatare che nelle parrocchie dove sono presenti in maniera consistente le comunità neocatecumenali, non sempre è facile la convivenza né tanto meno la collaborazione con le  altre realtà ecclesiali operanti in loco. Con coloro che mi hanno accompagnato, durante la visita pastorale, in una parrocchia, ne abbiamo fatto amara constatazione.

Penso che una maggiore sintonizzazione con il piano e gli indirizzi pastorali del pastore della diocesi potrebbe ridimensionare la presunta convinzione che il proprio  metodo sia il più perfetto fino ad avere la precedenza su tutti gli altri, come se avesse l ‘imprimatur dello Spirito.

6.
Sappiamo dal Vangelo che il messaggio di Gesù procede dolcemente sul versante libero e liberante del “Si vis…” (se vuoi…) e si evidenzia fino a svilupparsi chiaramente e amichevolmente su di un piano di amore la cui espressione emblematica è la parabola del figliol prodigo: un padre che attende il figlio perduto, gli va incontro, lo abbraccia, lo perdona per lo sbaglio commesso, lo riveste, gli mette l’anello al dito, fa festa, lo scusa persino di fronte al fratello maggiore che non la pensa come lui!…

Il Cammino neocatecumenale a volte sembra invece camminare sul versante intransigente del “tu devi”, sul filo di un imperativo categorico di kantiana memoria, col rischio molto facile di cadere in una sorta di fondamentalismo integralista destinato, come purtroppo accade, a fomentare divisioni e separatismi vari, creando inevitabilmente piccoli ghetti o pericolose chiesuole nell’ambito della stessa Chiesa di Dio nata invece per essere un’unica grande famiglia del  Padre.

7. Non vorrei parlare degli scrutini che, spesso,  scarnificano le coscienze con domande che nessun confessore farebbe. Ma  come ciò può essere permesso a un laico, sia pure catechista?

Non vorrei parlare neppure delle confessioni pubbliche… Ma chi può autorizzare uno stile che la Chiesa, nella sua saggezza e materna prudenza, ha abolito da secoli?

8. Ho letto con attenzione e interesse la lettera che recentemente (Roma, 5 aprile 2001)  il santo padre ha rivolto al cardinale Francis Stafford, presidente del  Pontificio consiglio per i laici: una lettera molto significativa e oltremodo importante. Il sommo pontefice chiede un giudizio definitivo   sul Cammino neocatecumenale proponendo un attento e accurato discernimento da parte dello stesso Consiglio pontificio alla luce degli  indirizzi teologico-pastorali del magistero.

In realtà, non essendoci stata fino ad ora – dopo decenni di presenza delle vostre comunità in vari paesi del mondo – una vera e ufficiale approvazione   dello statuto alla luce delle norme emanate dalla Santa Sede e dalla Cei, i giudizi sulla bontà del vostro Cammino non sono sempre concordi perché di fatto variano da diocesi a diocesi e da parrocchia a parrocchia, in base a comportamenti ed esperienze locali. Vi si chiede pertanto molta riflessione prima di continuare il cammino in maniera sicura e definitiva. La sottomissione al giudizio della Chiesa è il biglietto di presentazione più credibile, valido e decisivo.

Carissimi,  come vedete – lo dicevo già all’inizio – le parole che vi scrivo   invocano semplicemente chiarezza su alcuni punti rimasti ancora in zona   d’ombra e di conseguenza attendono adeguati cambiamenti di prassi   pastorale, per il bene delle nostre comunità parrocchiali.

Sono certo che l’amore che vi lega all’ascolto della Parola, all’Eucaristia, al servizio della carità e al giudizio della Chiesa, riuscirà a modificare ciò che è modificabile e a correggere ciò che è opportuno e urgente correggere, allo scopo di vivere serenamente, insieme con tutti i  fedeli delle nostre parrocchie, quell’unità e quella comunione che fu e  che è il grande anelito di Gesù: “Come tu, Padre, sei in me e io in te,  siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21).

Posso attestare comunque di vedere, senza ombra di dubbio – nel vostro “Cammino”, nelle vostre comunità, come in ciascuno di voi – la presenza vivificante dello Spirito di Gesù che vi ha portati e vi porta a compiere opere pastorali degne di ammirazione, perché realizzate con sacrifici di tempo, di affetti, di denaro e di gesti di zelo missionario  anche fuori il nostro paese. Adesso occorre però riesaminare i passi compiuti e rivedere e verificare – alla luce della ecclesiologia conciliare, del Catechismo della Chiesa cattolica, degli orientamenti del piano pastorale dell’Episcopato italiano e del piano pastorale del proprio pastore – quanto le nostre comunità parrocchiali attendono dal carisma che vi è stato affidato dal Signore e che speriamo venga riconosciuto quanto prima dallo Spirito attraverso l’approvazione dello statuto da anni presentato alla Santa Sede.

Il Signore Gesù e la  Vergine santa benedicano e assistano il vostro Cammino perché sia  illuminato dalla Scrittura santa da voi meditata e perché viva in stretta comunione col vescovo, con i parroci e con tutte le realtà  ecclesiali che lo Spirito suscita per il cammino di santità di tutto il
popolo di Dio.

Con larga cordiale benedizione anche per l’Avvento  e per il Natale del Signore nostro Gesù, vostro

Luigi Bommarito
arcivescovo

Avvento 2001

__________

(s.m.) I   vescovi critici del Cammino neocatecumenale, citati da monsignor Luigi Bommarito in allegato a questa sua nota, sono nell´ordine, con la data del rispettivo documento:

Conferenza episcopale umbra,  2 marzo 1986;

  • Mervyn A. Alexander, vescovo di Clifton, 15 marzo 1994;
  • Cardinale  Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, 22 febbraio 1996;
  • Conferenza  episcopale pugliese, 1 dicembre 1996;
  • Pietro Nonis, vescovo di  Vicenza, 18 dicembre 1996;
  • Conferenza episcopale della  Basilicata, 1 marzo 1998.
  • Ma di vescovi che hanno criticato il  Cammino neocatecumenale ve ne sono numerosi altri, di tutto il mondo. Tra essi i cardinali Carlo Maria Martini e Silvano Piovanelli.
  • L´ultimo,  all´inizio del 2002, è stato l´arcivescovo di Modena, Benito Cocchi.

Nell´arcidiocesi  di Catania il Cammino neocatecumenale è presente in 25 parrocchie, con  120 comunità e 3.900 seguaci.

LA STORIA DI UNA LACERANTE FERITA ANCORA APERTA

Chiusi i Seminari Redemptoris Mater del Giappone?

Ci scrive un nostro lettorespagnolo (Traduzionedi un altro lettore):

 «Da fonte certa [che contiamo di verificare al più presto – ndR] mi è arrivata la notizia che la Commissione Episcopale del Giappone abbia ‘vinto la battaglia’ che esisteva da vari anni con ‘i capi romani’, e si è arrivati alla conclusione di far chiudere i seminari Neocatecumenali Redemptoris Mater della diocesi di Takamatsu in Giappone.

Saludos Antikikos, Yumi»

Takamatsu di notte

Noi abbiamo gli originali delle lettere scritte a Padre Zoffoli dai Missionari salesiani in Giappone, disperati per l’invasione neocatecumenale, cui aveva aperto le porte il vescovo di Takamatsu dell’isola dello Shikoku.

Ebbene, si dà il caso che in Giappone il Cammino sembra aver fallito perché i missionari già lì presenti sono stati Fedeli alla Chiesa e, resisi conto di che si trattava (ma a loro è bastato poco e forse nemmeno avevano chi stava loro col fiato sul collo a nome del Papa di allora, nessun parroco (tranne uno solo) li a fatti operare nella sua diocesi…e così l’esiguo gruppo di cattolici del Giappone (400.000) almeno resteranno cattolici… a parte l’operato delle NC che dovrebbero essere rimaste.( 1)

È una situazione esemplare, che purtroppo non si è riprodotta dappertutto per le troppe connivenze che conosciamo. Anche lì qualcuna ce n’era ma non hanno prevalso. Si dà il caso che in Giappone si sono mobilitati subito, per far sapere chi e cosa erano i neocatecumenali, sacerdoti, professori universitari cattolici, semplici fedeli, scrivendo opuscoli informativi e diffondendoli come hanno potuto. Lì c’è stata una reazione immediata e non un’azione purtroppo tardiva come la nostra…

Ci riferisce un anziano Missionario che all’epoca della Redemptoris Missio, i cattolici hanno avuto difficoltà per la sua diffusione, perché i neocatecumenali, more solito, hanno voluto prendere in mano la situazione impedendo la pubblicazione del testo già tradotto, avocandone a sé il compito, che hanno assolto con molto ritardo e con molti errori nel testo… Ma chi si è visto rifiutare la sua traduzione già pronta, ha subito pubblicato il testo sotto altro nome; per cui almeno ha potuto circolare anche una versione esatta e ben curata

 

I Vescovi giapponesi contro il  Cammino Neocatecumenale

«The Japanese Bishops’ Conference sent a delegation last week to iscuss  with Pope Benedict XVI “the serious problem” they are having with the  Neocatechumenal Way and its seminary in Takamatsu diocese».

Il 29 aprile 2008 la Conferenza Episcopale Giapponese per la seconda volta  in cinque mesi ha mandato una delegazione a Roma, da Ppapa enedetto XVI, per  discutere “il serio problema” con i neocatecumenali ed il loro seminario  nella diocesi di Takamatsu.

La notizia è data dall’agenzia di stampa UCANews.  L’allora vescovo di Takamatsu, mons. Fukahori Satoshi, fin dal 1990   aveva   acconsentito all’avvio di un seminario   Redemptoris Mater a Takamatsu (520 km  a sud di Tokyo, una diocesi di ventisette parrocchie per un totale di  cinquemila cattolici – l’un per cento della popolazione cattolica  giapponese), nonostante l’opposizione di molti fedeli (notizia riportata  qui).

Nel 2003 il seminario contava 28 studenti, dei quali solo due giapponesi  (gli altri provenivano dall’Italia, dall’America Latina e dalla   Spagna), e  un totale di 26 ordinazioni in 13 anni (preti in genere assegnati alle  diverse diocesi giapponesi).

Nelle sue lettere pastorali del 2000-2001 il vescovo Fukahori aveva  criticato (facendo nome e cognome) due dei fedeli che si erano opposti,   ed è  stato perciò denunciato per diffamazione e condannato a pagare un totale di  800.000 yen di risarcimento danni (poco meno di 5.000 euro); i due  parrocchiani che hanno vinto la causa hanno affermato di non essere contenti  della vittoria, ma di essere allarmati a causa del seminario Redemptoris  Mater.

«Another matter would be The Neocatechumenal Way (the Way) and the   International Takamatsu Diocesan Seminary known as Redemptoris Mater.  We   have here a serious problem. In the small Catholic Church of Japan, the powerful sect-like activity of Way members is divisive and  confrontational.
It has caused sharp painful division and strife within the Church. We are
struggling with all our strength to overcome the problem but feel that if a   solution is to be found, the consideration of Your Holiness for the Church   in Japan will be of the utmost importance and direly needed

Sono le testuali parole di monsignor Peter Takeo Okada, arcivescovo di   Tokyo, riportate nel sopracitato articolo di UCANews del 29 aprile 2008: “Il  Cammino Neocatecumenale è un problema, e lo è anche il seminario Redemptoris  Mater “International Takamatsu Diocesan Seminary”. Abbiamo un serio  problema: nella piccola Chiesa cattolica del Giappone, la potente attività  simile a una setta dei membri del Cammino porta divisioni e contrasti. La  setta del Cammino ha portato acute e dolorose divisioni e lotte all’interno  della Chiesa.”

L’attuale vescovo di Takamatsu, Francesco Saverio Osamu Mizobe (salesiano),  ha confermato di aver parlato al Papa proprio del problema del seminario  Redemptoris Mater presente nella sua diocesi, che intende chiudere  definitivamente. Dopo le discussioni tra i prelati giapponesi, nessuno di   loro è disponibile ad accettare la riapertura di quel seminario nella  propria diocesi.
I vescovi giapponesi confermano di essere stati ascoltati dal Papa “molto  attentamente” e “per quasi un’ora” su questa questione.

Dal sito della Conferenza Episcopale Giapponese

http://www.cbcj.catholic.jp/eng/jcn/may2008.htm#12
Mons. Pietro Takeo Okada, arcivescovo di Tokyo, parla del seminario
Redemptoris Mater
installato a Takamatsu:

Abbiamo avuto questo problema  per vent’anni. Nel febbraio 1992 organizzammo un incontro speciale dei   vescovi proprio per parlare del seminario Redemptoris Mater di cui era  stato  appena annunciato l’avvio.

Da allora, abbiamo speso innumerevoli ore e passato attraverso tanto  dolore  alle conferenze, ed in corrispondenza con la Congregazione per  l’Evangelizzazione dei Popoli, pubblicando montagne di documenti.

Abbiamo fatto tutto questo, ma pare che ancora non ci sia una mutua  comprensione, e perciò per farci capire abbiamo fatto appello al Santo  Padre”.

Caso notevole, nell’articolo si afferma che “nonostante il Papa abbia  ricevuto rapporti da quella stessa Congregazione, i vescovi erano convinti  che non era stata data al Papa adeguata informazione direttamente dal  Giappone” (speriamo che sia dovuto solo alla sbadataggine).

Pertanto, il 5 aprile 2008 ed il 29 aprile 2008, a distanza di sole tre   settimane, una delegazione di vescovi giapponesi è volata a Roma per parlare  col Papa.

La conferenza episcopale giapponese già nel 1992 affermava (testuali parole)  che “lo scopo del Seminario Redemptoris Mater non è quello di formare  sacerdoti diocesani ma di formare preti per le comunità neocatecumenali”  (“the seminary’s purpose is not the training of new diocesan priests, but  rather the training of new priests for the Neocatechumenal Community.”)

L’anno successivo la stessa conferenza affermava che il Cammino –  insediatosi in iappone fin dal 1973 – è un gruppo difficile da trattare e  costantemente pronto a creare divisioni.

Nell’articolo del sito ufficiale della conferenza episcopale giapponese   leggiamo che “i vescovi hanno anche fatto notare che ci sono stati  problemi  simili anche fuori dal Giappone”.

Mons. Mizobe, commentando l’incontro col Papa, ha detto che “il Papa ha  spiegato di non aver esteso l’approvazione formale degli Statuti. Il motivo  che ha dato è che quanto alle liturgie e ai rapporti coi vescovi, certi   problemi sono venuti alla luce” (“In this meeting, the pope explained that  he has not extended formal approval of the egulations. The reason he gave  was that, pertaining to their liturgies and relationships with the   bishops,  certain problems have been brought to light.” — il termine “regulations”   non può non riferirsi agli Statuti del Cammino Neocatecumenale).

Mons. Mizobe nel febbraio 2006 (poco più di un anno dopo del suo  insediamento) aveva dichiarato al giornale Katorikku Shinbun (significa  “Giornale Cattolico”) che “laici e preti che non sono affiliati al Cammino  dichiarano che non ci sarà pace a Takamatsu finché non viene risolto il  problema del seminario” neocatecumenale.
Mons. Ikenaga ha presentato al Papa un memorandum in quattro punti:

  • tutti i vescovi del Giappone sono  contrari a che quel seminario
    Redemptoris Mater continui la sua attività
  • in tutte le parrocchie dove si è insediato il Cammino, ci sono  state  divisioni tra la minoranza neocatecumenale e la maggioranza non-neocatecumenale
  • tranne quelli neocatecumenali, tutti i preti diocesani si oppongono al  Cammino
  • il problema neocatecumenale non è solo nella diocesi di Takamatsu ma in tutto il Giappone, e comincia fin da quando il Cammino vi si è  insediato.

Il  Papa ha ringraziato i vescovi per la pazienza e il duro lavoro svolto.  L’arcivescovo Okada ha affermato che ora anche la Santa Sede è d’accordo a  far chiudere entro l’anno il seminario Redemptoris Mater di Takamatsu.

Stiamo ancora sfogliando il sito della  conferenza episcopale giapponese.  Tra le notizie, leggiamo un brevissimo inciso, in cui si dice che dopo una  mostra “ci sono stati alcuni che, interessati al cristianesimo, hanno preso  qualche pubblicazione cattolica”. Queste poche parole sono davvero commoventi. In un paese dove i cattolici  non arrivano allo zero virgola cinque per cento del totale degli  abitanti, i  vescovi considerano come notizia bella e degna di rilievo anche il fatto che  dopo una mostra a cui hanno partecipato nientemeno che una quarantina di  persone, qualche “pubblicazione cattolica” è finita nelle mani di persone  che hanno un barlume di curiosità per il fatto cristiano.  E quei vescovi – i più posati del mondo, i più diplomatici del mondo -,  nel  loro sito ufficiale dicono che il Cammino ha creato solo divisioni. E tali   divisioni sono tra la minoranza neocatecumenale e il resto del mondo  cattolico!
Queste sono proprio le stesse cose che diciamo noi. E vengono dette in un paese dove la comunità cattolica è così piccola che la  gerarchia ecclesiale è assai poco “comprabile” lusingandola con promozioni e  “decime”. Perciò quelle affermazioni sono da considerare così sincere.

Il Papa ha rassicurato i vescovi giapponesi che non avrebbe “esteso” lo   Statuto (il testo originale della notizia era in giapponese, e  successivamente tradotto in inglese; pertanto il termine “statuto”, passando dal giapponese all’inglese, è stato adattato in “regulations”; non si  capirebbe peraltro a quali “regulations” possa fare riferimento papa  Benedetto XVI, a fine aprile 2008).

A meno di grossi equivoci dei giapponesi nel riportare quella stessa  notizia, mi viene da pensare che la presunta “approvazione” dello Statuto di  cui si vocifera da due settimane, sia piuttosto un “colpo di testa” del  Pontificio Consiglio per i Laici, in modo da presentare al Papa il “fatto  compiuto”, così come avvenne nel 2002.

Papa Giovanni Paolo II, da fine giugno del 2002, rispose al “fatto compiuto”  col suo assordante silenzio, parlando degli Statuti solo nel settembre  successivo per dire che era un punto di partenza, non di arrivo. Papa Benedetto XVI è indubbiamente più coriaceo di Giovanni Paolo II.  Vedremo come andrà a finire.  Nel frattempo, ancora oggi (3 giugno 2008), i neocatecumenali non hanno  nessuna “approvazione” ma solo voci discordanti.

IL FINALE CI E’ GIA’ NOTO.

 

RESTANO LE FERITE APERTE. MA ANCHE L’ INTUIZIONE DEL VESCOVO JOSEPH FUKAORI: LA MISSIONE PASSA ATTRAVERSO L’OPERA DELLO SPIRITO SANTO, COME NELLA CHIESA DELLE ORIGINI. E RICHIEDE ABBANDONO FIDUCIOSO ALLE SUE ISPIRAZIONI CHE NON FA MANCARE ALLA CHIESA.

 COME OGGI, ANCHE ALLORA NON SONO MANCATE LE TENSIONI. MA GLI OSTACOLI SONO CREATI DALLA MIOPIA UMANA E DALLE OTTUSITA’ CHE SI SUPERANO ATTRAVERSO LA LECTIO DIVINA, CAPACE DI MODIFICARE GIORNO DOPO GIORNO IL CUORE DELLE PERSONE.

Comunque, se qualche missionario in Giappone passerà di qui, suggerisco di soffermarsi sulla riflessione biblica del mio vecchio professore GIUSEPPE BARBAGLIO, già docente presso il PIME di Milano e frequentatore abituale di luoghi di missione:

ANNUNCIARE IL VANGELO – Giuseppe Barbaglio 

E’ mia impressione che i conflitti nascano da una lettura parzale e impropria della Scrittura da ambo le parti. Ma potrei anche sbagliarmi.

Comunque, sarà sempre e solo il Vangelo ad unire ciò che l’uomo tende a divdere. E, se tutto ciò lascia l’amaro in bocca, occorre realisticamente ricordare l’avvertimento di San Paolo nella seconda parte della Letera ai Romani:

  • La carità non abbia finzioni [… ];

  •  amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno,

  •  gareggiate nello stimarvi a vicenda”.

Non è umanamente possibile osservare, ascoltare, vivere…, senza formulare delle valutazioni, cioè senza giudicare. Tutto ciò è implicito perfino in uno sguardo. Tuttavia, come dice Padre Catalamessa, “non è tanto il giudizio che si deve togliere dal nostro cuore, quanto il veleno dal nostro giudizio! Cioè l’astio, la condanna”.

Dunque, se di per sé, il giudicare è un’azione neutrale, il giudizio può terminare sia in condanna che in assoluzione e in giustificazione. Sono i giudizi negativi che vengono ripresi e banditi dalla parola di Dio, quelli che insieme con il peccato condannano anche il peccatore, quelli che mirano più alla punizione che alla correzione del fratello”.

 PER LE CRITICITA’ DEL “CAMMINO NEOCATECUMENALE”:

 http://www.internetica.it/neocatecumenali/

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2 risposte a SEMINARIO “Redemptoris Mater” di TAKAMATZU E CONFERENZA EPISCOPALE GIAPPONESE – Angelo Nocent

  1. angelonocent ha detto:

    UNA TESTIMONIANZA DA BRIVIDO

    Mi sono imbattuto in questa lettera aperta e ho deciso di divulgarla, augurandomi che si tratti di un caso anomalo e circoscritto, perché questo metodo è tutto fuorché la PEDAGOGIA DIVINA.

    ” Al Prefetto del Consiglio per i Laici

    Ecc.za Rev.ma,

    mi chiamo Giuseppina Falbo e Le scrivo da Cicognara, in provincia di Mantova. Ho 43 anni. Sono sposata e madre di 3 ragazzi. Per 8 anni ho fatto la catechista nella parrocchia di Cicognara e per 6 ho frequentato il Cammino necatecumenale dove ero entrata su invito del parroco don Luigi Pietta (anch’egli del Cammino) che ci aveva presentato dei catechisti che dicevano d’essere stati inviati dal Vescovo di Cremona.

    Fiduciosa in don Luigi, con altri parrocchiani accettai di partecipare alle catechesi, terminate le quali, fummo invitati a partecipare ad una Convivenza di tre giorni in un lussuoso albergo sul lago di Garda. Lì ci istruirono su come proseguire il Cammino fino al Primo Passaggio che, in seguito, facemmo sempre nello stesso albergo sul lago di Garda.

    Per due mesi, dalle 21 a mezzanotte, ascoltammo una serie di catechesi massacranti. Ci venne detto in maniera ossessiva e martellante, che eravamo delle nullità, dei peccatori che facevano schifo. Arrivati al rito conclusivo ci chiusero in un salone e dopo una intensa catechesi ci dissero che eravamo stati scelti dal Signore, che stava passando in quel momento.

    Ci chiesero se eravamo disposti a vendere i nostri beni per aderire alla Sua chiamata e che dietro la porta c’erano tanti demoni scatenati perché lì si stava compiendo un’opera di conversione. Ci fecero scrivere i nostri nomi sulla Bibbia e tutto si concluse con il Rito dell’Esorcismo, fatto su ognuno di noi da parte dei catechisti e del parroco.

    Io mi sentii così male che chiesi aiuto ai miei responsabili, una coppia che come me aveva aderito a questo Cammino. Tornai a casa psicologicamente distrutta. Non potevo parlare con i miei, perché avevo ricevuto l’ordine dai catechisti di non parlare a nessuno. I catechisti ci dicevano in continuazione che erano stati mandati da Dio e che noi dovevamo loro una totale obbedienza.

    Chiamai così don Luigi. Lui mi consolò dicendomi di fidarmi e di proseguire. Così feci, nonostante i miei “perché e per come”, ma solo perché don Luigi mi invitava ad avere fiducia.

    Arrivammo allo Schemà, durante il quale ci fu ribadito con insistenza di staccarci dai beni. Chiedemmo spiegazioni in merito e ci risposero: “Hai un conto in banca? Svuotalo! Hai la macchina? Vendila! Hai beni immobili? Vendili! Hai preziosi o qualcosa a cui tieni molto? Staccati! Vendili e il ricavato mettilo nella cassetta dei poveri della parrocchia. Con tutto questo ci dovevamo sentire strappare il cuore, altrimenti non potevamo fare alleanza con Cristo, che poi ci avrebbe reso il centuplo.

    Arrivammo al Secondo Passaggio, quello degli Scrutini. Uno alla volta ci hanno portati al centro della stanza, facendoci sedere al fianco della Croce, di fronte ai catechisti e al parroco. E’ cominciato così l’interrogatorio da parte del capo catechista. In quei momenti chi non è abbastanza forte, con quel interrogatorio viene svuotato della sua vita o, per meglio dire, della gioia di vivere e della propria dignità e identità. Per ben due volte noi non “passammo”!

    A loro dire, non ci eravamo provati abbastanza sui beni; non avevamo detto tutto della nostra vita; avevamo fregato i fratelli, ma non Dio! Io mi ero “provata” sui beni, offrendo del danaro, nella maniera più discreta possibile, ad una famiglia bisognosa, ma mi dissero che ciò non valeva, perché quella famiglia mi sarebbe stata riconoscente per tutta la vita.

    Così dovetti rifare la prova. Faccio notare che sono casalinga e non percepisco alcun stipendio, ma tra riti, prove ed altre richieste, in breve tempo mi si sono volatizzati otto anni di risparmi.

    Arrivammo per la terza volta allo Scrutinio. Dopo aver assistito con sofferenza agli Scrutini dei fratelli, arrivò il mio turno. Mi fecero la fatidica domanda: “Che cosa non hai accettato della tua vita?” Mi risultava difficile capire.

    Risposi che non avevo accettato le decisioni che i miei genitori avevano preso sulla mia vita, quali lo studio e l’arte, alla quale tenevo molto. Il catechista mi chiese se queste scelte riguardassero anche il mio matrimonio. Io non volevo rispondere perché in precedenza privatamente avevo detto loro che queste scelte riguardavano il mio fidanzamento e che in seguito il mio matrimonio era riuscito bene.

    Mia madre non aveva voluto che interrompessi il mio fidanzamento e forse, proprio per questo, lei era stata lo strumento di Dio perché il matrimonio si realizzasse. Io non ne volevo parlare, per rispetto a mio marito che amo molto, e per rispetto a mia madre, cui voglio altrettanto bene.

    Mi trovai in una situazione psicologica difficile perché essi mi dicevano che di fronte alla Croce non potevo mentire. Così parlai. Lei non può immaginare come mi sentissi male. Incominciò un interrogatorio allucinante che non finiva più. Venni accusata di avere giudicato mia madre e per questo dovevo inginocchiarmi e chiederle perdono. Anche a mio marito dovevo chiedere perdono.
    Risposi che allora avevo solo sedici anni e che non avevo l’età per poter giudicare mia madre. Il capo catechista mi disse che sicuramente avevo pensato: Che razza di uomo mi sta rifilando mia madre., e molte altre cose.

    A questo punto mi sono sentita morire. Mi avevano distrutta: non solo avevano lesa la mia dignità, ma anche quella di mio marito. Mi sentii terribilmente in colpa con mio marito, con mia madre e, addirittura, con i miei figli.

    Quella era una storia che riguardava solo me e mio marito. Che diritto avevano quei laici a interferire così nella mia vita, mentre il parroco, lì presente, non proferiva parola?

    Andai a casa disperata e non dormii per tutta la notte. Verso le cinque del mattino svegliai mio marito e gli raccontai tutto, ma continuai a stare male. Per più di un mese presi dei tranquillanti, anche perché non potevo parlare con nessuno.

    Andai da don Luigi che quasi mi cacciò. Ritornai da lui per confessarmi e gli dissi la mia sofferenza, ma lui mi rispose che ciò era un bene, perché voleva dire che il Passaggio era stato valido e che il Cammino andava bene per me.

    Tanto mi sentivo male che avrei voluto rispondergli che stavo camminando verso una struttura psichiatrica.

    Il Passaggio si concluse dopo alcuni giorni con il Rito del Sale. Altre offerte in danaro e di oggetti vari. Con il dito puntato verso la porta della chiesetta delle suore di Viadana, anch’io come gli altri rinunciai a satana e a tutte le sue opere perché, a detta dei catechisti, il demonio si trovava dietro quella porta.

    Il sacerdote ci esorcizzò ancora una volta e tutto si concluse con la cena.

    I catechisti tornarono nelle sere successive per istruirci sulla questione delle decime. Praticamente ognuno doveva detrarre ogni mese la decima parte dal suo stipendio, e metterla in una cesta per essere devoluta in opere di carità, non ben specificate.

    A chi, come me, era solo, è stato detto di pretendere dal marito la metà del suo guadagno e di detrarre da questa il 10%. Pian piano mi accorsi come questo Cammino stava rovinando la mia vita. Venni a conoscenza di altri Passaggi a dir poco terrificanti.
    !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Mi consultai con un Padre francescano che mi consigliò di mollare tutto, perché ciò non poteva venire da Dio che non mette mai nessuno nell’angoscia e nella disperazione. !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Credo che la conversione sia un fatto personale e graduale. Per ognuno di noi, i tempi sono diversi. Solo Dio li conosce. Ora che sono uscita da questo incubo soffro ancora per le migliaia di “fratelli” finiti in questa rete, ma soprattutto per i tanti consacrati.

    Come noi sposati ci fondiamo nel matrimonio in un cammino di salvezza per mezzo dell’amore, vissuto nella fedeltà e nel dono reciproco, così i consacrati nella Chiesa dovrebbero cercare in essa, e non altrove, quelle grazie e quelle virtù che Gesù, nostro Signore, è venuto a portarci.

    Ringrazio Iddio per avermi aperto in tempo gli occhi. Ora posso finalmente respirare quella libertà che Lui ci ha procurato morendo in croce per noi. Prego sempre per quanti si trovano ancora in questa organizzazione (o, per meglio dire, setta).

    Spero tanto che gli organismi preposti nella Chiesa predano in seria considerazione questa mia testimonianza, per far sì che Dio sia glorificato e trionfi presto la Sua giustizia. Ora che sono uscita dal Cammino sono stata esonerata dall’incarico di catechista. Ciò ha procurato un grande dispiacere ai bambini che hanno lottato tanto per riavermi, ma non c’è stato nulla da fare. Oltre a me hanno colpito anche mio figlio che è stato cacciato dall’oratorio e dalle opere parrocchiali, perché aveva la stessa colpa della madre, quella di aver abbandonato il Cammino Neocatecumenale.

    Quanto è successo a me è toccato pure ad un’altra catechista, lei pure uscita dal Cammino. Speravo che con la venuta del nuovo parroco qualcosa cambiasse, ma con mio grande rammarico ho constato che non è cambiato nulla. Oltre al dolore che ho provato nell’uscire da questa setta, ora devo subire anche le derisioni che il nuovo parroco riserva a coloro che hanno abbandonato il Cammino.

    Al suo arrivo molti erano andati da lui per avere una parola di conforto, per essere accolti, ascoltati e amati, come ci si aspetterebbe da un buon discepolo del Signore. Lui però si è schierato subito dalla parte di chi frequentava assiduamente il Cammino. Ora la parrocchia è stata completamente trasformata in un ghetto: l’oratorio è stato definitivamente chiuso ai bambini e ai ragazzi che sono stati accusati d’aver commesso chissà quali crimini; gli anziani non vengono ascoltati e si lamentano per l’assenteismo del parroco.

    La parrocchia è gestita solo da persone che frequentano il Cammino, che pensano d’essere i soli veri cristiani e trattano tutti gli altri con aria di superiorità, chiamandoli pagani e additano noi che abbiamo lasciato il Cammino come indemoniati.

    Come è possibile che accada tutto ciò? Fino a quando durerà questo scandalo? Cosa devono fare costoro per toccare il fondo dell’illegalità? Non è questo il volere di Dio e nemmeno l’esempio che ci ha dato Gesù, nostro Signore.

    Prego Iddio che faccia finire al più presto questo incubo, che faccia tornare la pace ed il sorriso sul volto dei ragazzi, degli anziani, degli uomini e delle donne, e che l’oratorio torni ad essere la casa di tutti.

    Faccio appello alla Vostra coscienza perché serva fedelmente la Santa Chiesa.

    Mi benedica.
    Grazie.

    Giuseppina Falbo
    http://it.nntp2http.com/cultura/religioni/cristiani/2007/01/7f2d1306223c740a773af95be6015023.html

  2. angelonocent ha detto:

    Dal sito del vaticanista Sandro Magister:

    Neocatecumenali. Diario esclusivo di una messa con battesimo

    Vigilia di Pentecoste, in una chiesa di Roma. Appunti critici di un cattolico “normale” su quel che ha visto in una comunità di Kiko

    di Anonimo*

    * [Il seguente testo ha per autore un cattolico “normale” che è stato invitato dai genitori neocatecumenali di un neonato ad assistere al suo battesimo nella comunità d´appartenenza della coppia. Il sacramento si è celebrato la sera d´una vigilia di Pentecoste, assieme alla messa, in un locale annesso a un´importante chiesa del centro di Roma. Il padre del bambino ha chiesto all´invitato di scrivergli un appunto con le sue impressioni. Sono impressioni personali e opinabili. Ma interrogarsi sul perché si siano prodotte – al pari delle forti riserve espresse da autorevoli vescovi e cardinali – può solo arricchire la riflessione critica e autocritica sul Cammino neocatecumenale].

    La celebrazione mi ha messo a disagio fin dall’avvio. Mi aspettavo che la messa e il battesimo fossero celebrati in chiesa e a porte aperte, secondo il rito liturgico classico sia pure con varianti e adattamenti non sostanziali. Invece no. Mi sono trovato in un angusto locale con ingresso separato, già gremito di persone tutte partecipi al Cammino neocatecumenale, con i capi che facevano premura perché gli ultimi venuti entrassero e poi si chiudesse la porta. Era subito evidente che lì non c’era posto per chi non fosse invitato o “riconosciuto”. Il rito d’ingresso della messa è stato uno scambio di autopresentazioni, di saluti, di applausi. Come non ci fosse modo, per un esterno, d´essere ammesso nella “Chiesa” se non grazie al visto della comunità.

    La liturgia della parola anteponeva sistematicamente le moltissime parole di membri della comunità alla sola Parola che dovrebbe aver posto in questa parte della messa, la Parola di Dio con la “P” maiuscola. Le sacre letture erano precedute e seguite da un´alluvione di indicazioni esplicative, di emozioni comunicate, di esperienze raccontate, di interrogazioni retoriche come a scuola, specie fatte ai bambini.

    Anche i brani di omelia del sacerdote si perdevano nel generale chiacchiericcio, come se il prete avesse un ruolo marginale nella celebrazione e la regìa fosse nelle mani dei conduttori laici della comunità. I quali davano mostra di valutare la bontà o meno di ogni intervento. Inesorabilmente, ciascuno pareva mosso a parlare “secondo i canoni”. Era la via per far bene, per essere apprezzati, per crescere nella considerazione della comunità. La preghiera dei fedeli rispondeva agli stessi criteri. Per i bambini è stata una lampante gara d’emulazione, quasi vi fosse un sottinteso punteggio.

    I canti che hanno ritmato tutta la celebrazione erano anch’essi di produzione della comunità. Compresi quelli ripresi dalla liturgia classica – Gloria, Credo, Sanctus… – con varianti che però quasi li rendevano irriconoscibili. E come poteva essere diversamente? In effetti, il Gregoriano o una messa di Palestrina o un mottetto di Bartolucci sono incompatibili col bailamme di una liturgia neocatecumenale come quella cui ho assistito. Così come i canti di Kiko, il fondatore del Cammino, sarebbero fuori luogo in una celebrazione liturgica di forma tradizionale. Che i canti di Kiko siano invece perfettamente conformi ai riti neocatecumenali, è fuor di dubbio. Compresa l’esecuzione quasi sempre gridata, con punte di esaltazione collettiva.

    Già, dunque, la liturgia della parola mi ha dato l’impressione di una devastazione smisurata della Grande Tradizione liturgica della Chiesa. Sostituita da un greve assemblearismo pseudopaolino: apparentemente liberatorio dei carismi di ognuno, in realtà duramente governato dai capi della comunità.

    Ma passando all’eucaristia propriamente detta, le mie riserve si sono fatte ancor più serie. Lì, più che a una messa, mi è parso di assistere, a momenti, a una messa in scena. Come se il problema fosse quello di ripristinare e ri-rappresentare un presunto svolgimento originario e puro dell’eucaristia del cristianesimo primitivo, liberandolo da due millenni di incrostazioni liturgiche deformanti.

    In realtà, quel che vi ho visto sfiorare è stato il feticismo. Annientata la sobria potenza simbolica elaborata in secoli di Grande Liturgia (che non s’è mai sognata di ripetere pedissequamente i presunti gesti fisici della comunità apostolica primitiva), il rito sembrava attribuire forza salvifica decisiva a precisi oggetti e comportamenti: che non erano tanto il sacramento in sé, quanto piuttosto il tipo di pane, il modo di spezzarlo, l’altare a forma di tavola da pranzo, i boccali, il mangiare e bere tra commensali seduti… E questo sarebbe il ritorno alle origini? Molto più prosaicamente, questa è la messa reinventata da Kiko: dando a intendere che sia più autentica, più vera e più salvifica della messa “normale”. E come non bastasse, Kiko s’è messo anche a far l’architetto. La struttura delle sue aule di culto, compresa quella in cui mi sono trovato, cancella due millenni d’architettura cristiana, a pro di una bizzarra mappatura ginecomorfica: con l’ambone che fa da testa, la tavola da pranzo che fa da stomaco e la vasca battesimale che fa da utero della sua madrechiesa. Così, almeno, mi hanno spiegato gli stessi neocatecumenali.

    E vengo al battesimo del bambino. Anche qui ho visto in azione l’insidia del feticismo: l’idea che il vero battesimo non sia quello ritualizzato nei secoli dalla Chiesa, ma quello fatto in quel modo lì, con la triplice, brusca immersione integrale del bambino nell´acqua della vasca. Quello che, a sentire i neocatecumenali, sarebbe il rito “originario” è anche qui una loro particolarissima invenzione. Ogni civiltà ha i suoi stili, e nella nostra civiltà l’infermiera di un reparto pediatrico che facesse così il bagno a un neonato verrebbe puntualmente accusata di maltrattamenti e additata alla pubblica esecrazione. Ma il rude battesimo al modo di Kiko si fa a porte chiuse, solo tra membri della comunità. Ai quali evidentemente sta bene com´è fatto.

    La mia sensazione è stata quella di assistere a un cerimoniale di iniziazione. Dove però l’iniziato principale non era l’ignaro bambino ma, per mezzo suo, la comunità. Dove la prova era una sorta di sfida lanciata al mondo esterno e alla mentalità dei moderni “faraoni”. Noi siamo diversi! Noi siamo i salvati! Anche a prezzo di dolore! Curiosamente, nell’arco dell’intera veglia, il culmine dell´esaltazione e del canto urlato è stato raggiunto proprio dopo il triplice tuffo del bambino, che a sua volta – comprensibilmente – strillava a più non posso. Insomma, assistendo a questo battesimo, mi son fatto l´opinione che il fine della gran parte dei presenti non fosse tanto quello di far rinascere il bambino nella Chiesa, ma di annetterlo a quella particolarissima, autoreferenziale chiesuola che è la setta di Kiko.

    __________

    (s.m.) Critiche troppo aspre, quelle dell´Anonimo? Mosse da pre-giudizi? Certo sono critiche discutibili. Anzi, da discutere. Molte di esse corrispondono pari pari a quelle rivolte in più occasioni al Cammino neocatecumenale da vescovi e cardinali di rilievo.

    Ad esempio, lo scorso inverno l´arcivescovo di Catania, Luigi Bommarito, ha indirizzato ai neocatecumenali della sua diocesi una lunga lettera aperta. E in essa li ha rimproverati di «costituire una Chiesa parallela»; di «dividere il popolo di Dio in due blocchi, uno di serie A e uno di serie B»; di «imporre il loro metodo come fosse insuperabile e addirittura l´unico salvifico»; di «cadere in un fondamentalismo integralista destinato a creare ghetti»; di «scarnificare le coscienze con domande che nessun confessore farebbe».

    In precedenza il cardinale di Firenze, Silvano Piovanelli, non era stato meno severo. In un suo documento del 1995 si legge che i neocatecumenali «si credono migliori degli altri», «impongono a tutti la loro esperienza come l´unica strada per vivificare la Chiesa», «dividono le comunità parrocchiali con rigidità e chiusure, incomprensioni e sospetti».

    E già nel 1986 l´allora vescovo di Brescia, Bruno Foresti, aveva visto serpeggiare nei neocatecumenali «spirito di setta», «soggezione psicologica», «dipendenza affettiva ed effettiva dai leader», «visione pessimistica dell´uomo», «sottofondo quasi magico» nella lettura delle Sacre Scritture.

    Ciò non toglie che, soprattutto negli anni del dopoconcilio in cui era “statu nascenti”, il Cammino neocatecumenale attrasse esponenti di rilievo del rinnovamento liturgico e della cultura cattolica progressista. Fra questi simpatizzanti della prima ora vi fu don Luigi Della Torre, valente liturgista, parroco a Roma della chiesa della Natività in via Gallia, vicino al pensatore cattolico comunista Franco Rodano. La chiesa della Natività, col successivo parroco, ebbe rivoluzionata l´architettura del suo interno in conformità ai dettami di Kiko.__________

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