FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO – Angelo Nocent

Recentemente ho ricevuto in tempi ravvicinati due e-mail dai titoli eloquenti:

  • la prima: VERGOGNA!
  • la seconda: SCANDALOSO!

Normalmente, evito sui blog che gestisco, di assecondare l’invito che accompagna questi messaggi: “PER FAVORE CONTINUATE LA CATENA”. Ma questa volta mi è sembrato quasi doveroso dar voce, per quanto flebile, a chi non può far sentire la sua voce, seppur richiesto, sollecitato in ogni tornata elettorale, a votare per A, B, C… Gli è che una moltitudine di questi eletti , una volta salita sul “transatlantico”,  improvvisamente scompare nel “buco nero” dei fondali marini di Palazzo Montecitorio, per ricomparire, con tanto di pelo sullo stomaco e molta disinvoltura, a nuove elezioni.

Se queste stanze potessero parlare…!

Sui manifesti tutti coloro che chiedono il voto mettono la loro faccia. Ma, al “dunque”, si constata dolorosamente che, appena possibile, i pronti ad  “allungare le mani, ma senza metterci il volto per non arrossire“, sono molti. Troppi. Tutto si svolge in quei pochi minuti decisivi, nell’anonimato del voto segreto, come non mai, presenti ad arraffare anche  i parlamentari assenteisti più incalliti.

Dal momento che governo ed opposizione, pur sordi a tante giuste sollecitazioni della base e ciechi davanti a certe plateali ingiustizie, si trovano sempre d’amore e d’accordo ogni volta che si tratta di  spartirsi benefici, legiferare aumenti di stipendio e agevolazioni,  noi alla loro “unanimità“, rispondiamo con la nostra “invisibilità magnetica”. Sì, perché, pur invisibili, esistiamo e, alla fine possiamo anche contare e perfino mutare il corso degli eventi.

Mai interpellati, delega in bianco, privi di potere, non assordanti presenzialisti televisivi, tuttavia, in questa Repubblica  (dal latino res publica, ovvero “cosa pubblica”) siamo la maggioranza a condividere l’indignazione. Perché  coloro che  hanno un minimo di onestà intellettuale, sono “UNA-GRANDE-MAGGIORANZA-INCOLORE”, che ha per vessillo il TRICOLORE, segno di unità nella diversità.

Se i dati che mi sono pervenuti sono attendibili (ho motivo di credere che corrispondano a verità), mi chiedo dove si nascondano tutti i garanti a parole del bene comune, quelli che nelle interviste giornalistiche e in televisione si dichiarano sempre  al di sopra degli interessi particolari di categoria o personali. Perché i  fatti smentiscono clamorosamente sia la destra che la sinistra.

Qualcuno può dire che noi abbiamo la coscienza pulita solo perché non siamo al loro posto e ci mancano certe opportunità. E potrebbe essere vero. Ma perché continuiamo a ripetere “et ne nos inducas in tentationem” se non fosse per la consapevolezza di avere una carne malata, un cuore cedevole alle sollecitazioni, nonostante le affermazioni di principio di cui sono fatti i nostri discorsi?

Epperò, se bisogna dire  “La verità, nella carità” (Ef. 4.15), diciamola senza esitazione.

 E, se la politica è carità, ogni espressione egoistica, ogni tornaconto, per quanto legalizzato,  diciamocelo chiaramente: sono peccato.

 E, quindi, profanazione del Tempio.

 Non degli edifici del Parlamento, s’intende, ma del mio IO collettivo di donne e di uomini batezzati, cresimati, perdonati…:

  • “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito  Santo che è in voi e che avete da Dio?” (I Cor. 6,19).
  • “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (I Cor. 3, 16)

Secondo l’apostolo Paolo, l’amore e il corpo (aggiungo: compresa la faccia che mostro  in campagna elettorale) sono metafora del tempio.

 Ed è grazia individuale e sociale ogni volta che Gesù impugna lo staffile per scacciare il profanatore.

Perché è Satana che, in definitiva,  il Cristo ha cacciato dal Tempio. Il Liberatore che può scacciare il  mercante sempre vigile che serpeggia nel mio giardino, l’illusionista carico di doni, che opera e insinua nel segreto del cuore,  è ancora Gesù, che ci ha insegnato a lodare, supplicare il Padre, ma a chiedere non solo pane ma:  “fa che non soccombiamo nella tentazione“. Vuol dire che lo tsunami devastatore ci può sorprendere in ogni momento. 

  • Quando fanno i giochini spericolati, possibile che ai Parlamentari non venga in mente che, prima o poi, se tutto va bene, saranno raggiunti da un avviso di garanzia ?!
  • E quando prendono in mano la busta paga, non provano un senso di vertigine? Non si rendono conto di quanto ci costano i fiumi di parole inutili, quando non sono dannose !?

Ma veniamo al sodo. Io sono mercante del Tempio, quindi alleato di Satana, quando 

  • della fede mi faccio schermo, 
  • nella fede trovo un’ ipocrita  alleata, 
  • dalla fede delle masse traggo vantaggio,
  • quando, copertomi di candida veste, opero satanicamente per trarre profitto e dare profitto. Magari anche alla mia Chiesa, fatta di santi e di peccatori, di persone disposte al martirio e di altre sempre pronte ad approfittare di ogni occasione.

CONCLUSIONE – Mi chiedo: pagare lautamente persone perché mandino allo sfascio il Paese non è un assurdo?

In 60 anni di Repubblica, 1000 controllori fissi solo in Parlamento, molte insinuazioni, grandi turbolenze, ma non s’è mai trovato un colpevole dei  guai nazionali. Quand’ero ragazzo sentivo dire che le colpe erano sempre di Fanfani. Poi, per decenni, son diventate tutte di Andreotti. Adesso è il turno di Berlusconi. Domani staremo a vedere a chi la tocca…Perché anche questa storia dell’innocente “mafioso” di turno, a quanto pare, sembra faccia parte delle regole del gioco.

IL POTERE LOGORA CHI NON CE L’HA: IL POPOLO!

Per l’ultimo saluto all’ On. REMO GASPARI, recentemente scomparso, il Presidente della Provincia di Chieti di lui ha scritto:

 “Un’ultima riflessione la vorrei dedicare alla distanza che c’è tra la  sua politica e quella di oggi. Se si pensa che per quasi 20 anni hai finanziato con la tua pensione  una segreteria al servizio dei cittadini, verrebbe da chiedersi: perché? Eri forse agli esordi di una carriera politica? Pensavi forse di riservarti uno scranno nel Parlamento dei Giusti? Beh, stai tranquillo, Ministro, il Tuo posto c’è già, è la gente che oggi è qui a onorarTi e salutarTi per l’ultima volta  che te l’ha attribuito.

Tu hai rappresentato l’Abruzzo migliore, per questo sono orgoglioso di averTi avuto come Maestro e di aver condiviso con Te le speranze, le battaglie e un percorso politico che ha regalato alla nostra regione un’irripetibile stagione di benessere. Sta a noi amministratori e politici rilanciare la Tua sfida…”.

Se le cose stanno così, è una edificante testimonianza.

E’ recente anche la notizia  della morte di OTTO D’ASBURGO, per circa vent’anni parlamentare europeo, eletto nelle file della gloriosa CSU bavarese.

Di lui così scrive Federico Catani: “Il suo corpo ora riposa a Vienna, nella Cripta dei Cappuccini, il suo  cuore in Ungheria, in un’abbazia benedettina. Anche lui, il figlio dell’ultimo imperatore d’Austria-Ungheria, Carlo I (beatificato dalla Chiesa nel 2004), ha lasciato questo mondo, ha varcato quella misteriosa  soglia che conduce all’aldilà. E con lui se n’è andato un pezzo di storia, un simbolo. Sembra di rivivere e rileggere le pagine dei romanzi  di Joseph Roth.

Le esequie, la sepoltura e gli omaggi della folla hanno dimostrato la bellezza e l’insuperabilità della monarchia rettamente intesa, che secondo la più pura tradizione cattolica è la migliore forma di governo.  Gli Asburgo sono stati una casata profondamente cattolica e strenuamente attenta ai bisogni del suo popolo. Per questo ancora oggi la gente piange quello che sarebbe stato il suo imperatore, se una guerra fatta esplodere dalla massoneria non avesse strappato il trono a chi lo possedeva legittimamente e non avesse  dissolto un Impero cattolico si, ma anche multireligioso e tollerante con tutte le culture“.

E ancora:

La politica intesa come “la più alta forma di carità”, secondo la celebre espressione di papa Paolo VI. E certamente l’Unione europea così  com’è oggi non è la sua Europa e forse non è nemmeno quella che avevano  sognato i padri fondatori De Gasperi, Schuman e Adenauer.

I burocrati europei, più attenti ai loro interessi e a costruire un Moloch senz’anima, perché fondato solo sull’euro, dovrebbero imparare  molto dall’esempio di questo imperatore mancato. E questo vale anche per  i politici nazionali, spesso gretti e mediocri, senza alcun senso dell’onore e del ruolo che svolgono. Otto ora non c’è più. Ma il suo insegnamento resterà per chi vorrà raccogliere il suo testimone“.

Al di là delle opinioni che uno può avere su repubblica o monarchia, tornano alla mente altre parole del grande Pontefice: “L’uomo di oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni”.

L’attuale situazione di crisi che l’economia mondiale sta vivendo ha drammaticamente messo in risalto la prevalenza di modelli di sviluppo economico che trascurano la centralità dell’uomo per inseguire esclusivamente la massimizzazione del profitto. Così ha scritto il Card. Dionigi Tettamanzi prima del pensionamento: “le scelte di alcuni senza scrupoli, animati esclusivamente dalla bramosia di accrescere il proprio capitale e, dunque, senza positivi riferimenti etici hanno causato e contribuito ad aggravare la crisi che stiamo attraversando” (Dionigi Tettamanzi, Etica e Capitale).

Ciò che mi i ha spinto, dunque,  a tititolare la pagina “FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO” è proprio la citata espressione di Papa Montini: “La politica intesa come “la più alta forma di carità”. E, per quanto possa suonare utopica, visto lo squallore che di essa ci riservano quotidianamente i media,  il cristiano deve continuare a crederci. E, se bisogna dire “La verità, nella carità” (Ef. 4.15), diciamola senza esitazione.

VERGOGNA!

In Italia la Politica non garantisce ai cittadini quanto dovrebbe ma costa molto più di altri Paesi. 

AI PREVILEGI DELLA CLASSE POLITICA DOBBIAMO DIRE BASTA PERCHE’, NELLA ATTUALE SITUAZIONE ECONOMICA, SONO PARAGONABILI A QUELLI DEI “NOBILI” DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE…

Recentemente il Parlamento ha votato all’UNANIMITA’, e senza astenuti, un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa € 1.135,00 al mese

Inoltre la mozione e stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali. 

  •  STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE

  • STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese

  • PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

  • RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese

  • INDENNITA’ DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00) TUTTI ESENTASSE

  • TELEFONO CELLULARE gratis 

  • TESSERA DEL CINEMA gratis 

  • TESSERA TEATRO gratis

  • TESSERA AUTOBUS – METROPOLITANA gratis

  • FRANCOBOLLI gratis 

  • VIAGGI AEREO NAZIONALI gratis 

  • CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis 

  • PISCINE E PALESTRE gratis 

  • FF. SS. gratis 

  • AEREO DI STATO gratis

  • AMBASCIATE gratis 

  • CLINICHE gratis

  • ASSICURAZIONE INFORTUNI gratis

  • ASSICURAZIONE MORTE gratis 

  • AUTO BLU CON AUTISTA gratis

  • RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00). Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego !!!) 

  • Circa Euro 103.000,00 li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera. (Es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l’auto blu ed una scorta sempre al suo servizio).

  • La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO

  • La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2,215,00 AL MINUTO !! 

Fai circolare. Si sta promuovendo un referendum per l’ abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari…Queste informazioni possono essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani. 

PER FAVORE CONTINUATE LA CATENA

SCANDALOSO

Omeopatia,   dentista e psicologo tutti i rimborsi per i   deputati   

Per la prima volta   viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l’assistenza   sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per  cure che   non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni   sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza  privata   finanziata da Montecitorio.

A rendere pubblici questi dati sono stati i  radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata   Parlamento WikiLeaks.

  • Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso   sanitario privato non solo ai 630 onorevoli.
  •  Ma anche a 1109 loro   familiari,  compresi (per volontà dell’ex presidente della Camera Pier   Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio.

Ebbene, nel 2010,   deputati e parenti vari hanno speso complessivamente

  • 10 milioni e 117mila   euro.
  • Tre milioni e 92mila euro per spese  odontoiatriche.
  • Oltre   tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o  strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche  private).
  • Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione),   per fisioterapia.
  • Per visite varie, 698mila euro.
  • Quattrocentottantotto   mila euro per occhiali,
  • 257mila per far fronte, con la psicoterapia,   ai problemi psicologici e Psichiatrici di deputati e dei loro   familari.
  • Per curare i problemi delle vene varicose (voce “sclerosante”),   28mila e 138 euro.
  • Visite omeopatiche 3mila e 636 euro.
  • I deputati si   sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e   dunque hanno chiesto il rimborso all’assistenza integrativa del   Parlamento per 153mila euro di ticket.

Ma non tutti i numeri   sull’assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati   desegretati.

  • Abbiamo chiesto – dice la Bernardini –  quanti e quali importi sono stati spesi nell’ultimo   triennio per alcune prestazioni   previste dal ‘fondo di solidarietà sanitarià come ad   esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed   elettroscultura (ginnastica passiva).
  • Volevamo sapere  anche l’importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti  i  Questori della Camera non ce li hanno voluti dare“.
  • Perché queste   informazioni restano riservate, non accessibili? 
  • Cosa c’è da   nascondere?

 Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera:

 “Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato   dalla  Camera non consente di estrarre le informazioni richieste…   Tenuto conto  del principio generale dell’accesso agli atti in base al   quale la domanda non può comportare la necessità di un’attività di   elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non   è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste“.

 Il   partito di Pannella, a questo proposito, è contrario.

“Non ritengo   – spiega la deputata Rita Bernardini – che la Camera debba provvedere a   dare una assicurazione integrativa. 

Ogni deputato potrebbe benissimo  farsela per conto proprio avendo fià l’assistenza che  che hanno tutti i   cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono   qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono   pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro   mensili, a farsi un’assicurazione privata.

 Non si capisce perché questa   “mutua integrativà la debba pagare la Camera facendola gestire   direttamente dai Questori“. “Secondo noi – aggiunge –   basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla   collettività dieci milioni di euro all’anno“.

Mentre a noi tagliano sull’assistenza sanitaria e sociale,  è deprimente scoprire che alla “casta” rimborsano anche massaggi e  chirurgie plastiche   private – commento del presidente dell’ADICO, Carlo Garofolini – e sempre   nel massimo silenzio di tutti.

———————–

Se poi – aggiungo io – a tutto ciò, prendiamo in considerazione l’esilarante CAPITOLO TANGENTI sia ai partiti che ai compagni di merenda o di cordata, allora cadono le braccia. Ma bisogna prontamente alzarle, PREGARE PER I GOVERNANTI ed essere VIGILANTI.

Diversamente, da silenziosi o muguganti spettatori,  possiamo diventare inconsapevolmente preziosi collaboratori dei diabolici piani strategici che fino ad ora ci sono costati la bellezza di un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO.

(Tradotto in Lire: 2.371.930.750.000 = duebiliarditrecentosettantunmiliardinovecentotrentamilionisettecentocinquantamilalire – E’ così?)

Negli “interventi” puoi attivare il video su GIORGIO LA PIRA IL SINDACO SANTO DI FIRENZE.

Intervento di La Pira al terzo Convegno Nazionale di studio dell’Unione giuristi cattolici italiani, tenutosi a Roma sul tema « Funzioni ed ordinamento dello Stato moderno” (14/11/1951)

Io mi metterò da un punto di vista assolutamente pratico, voglio prescindere da tutte le posizioni teoriche  e, dato il mio tema, Cristianesimo e Stato, mentre parlava lei,  professor Carnelutti, mentre parlavano Dossetti e gli altri amici che mi  hanno preceduto, non potevo fare a meno – porto con me certi pensieri –  di aver davanti a me il seguente panorama (ed è anche per questo panorama che sono venuto a Roma).

A  Firenze, il pretore Bernardini mi scrive lettere dalla mattina alla sera; ci sono cinquecento sfratti, cioè gente che ormai deve andar via e  non c’è a Firenze una stanza disponibile, almeno per ora. Stiamo tentando di costruire tremila appartamenti, ma ci vuole tempo e… ci vogliono i denari. Tremila appartamenti sono quattro miliardi, per i  quali tenterò l’assalto a qualche cassa. L’ufficio di collocamento segna  novemila disoccupati a Firenze; c’è la prima categoria, costituita da operai che hanno perduto il lavoro e cercano nuovo lavoro; la seconda categoria costituita dai giovani che per la prima volta lavorano; la terza, dai pensionati; la quarta, da quelli che già hanno un lavoro ma  ne cercano un altro. Nelle prime due categorie, tutto sommato, Firenze avrà un minimo di quattromila disoccupati, senza contare una certa disoccupazione cosiddetta intellettuale, che non si vede o che è almeno poco visibile, e che è la più acuta e la più grave. Questa gente viene da me. lo ho dovuto far mettere un sigillo alla mia porta, per non far entrare nessuno: altrimenti non si lavora. E cerco dall’amico Rubinacci delle formule di lavoro.

Vi  è poi l’assistenza, che è anche un dramma. Firenze presenta, fatti i calcoli, almeno l’otto per cento di gente che ha il libretto di miserabilità; una situazione veramente grave. Poi vi è il problema delle  scuole. Ma fissiamo questi tre punti: la casa, il lavoro e l’assistenza.

Poi,  la sera vado a letto. Come? Una volta, quando ero più giovane e non avevo questi contatti, magari facevo delle preghiere più lunghe e più belle, più affettuose, al Signore; e anche un esame di coscienza più approfondito e più acuto, ma sempre su cose che riguardavano me, in certo modo: se avevo pregato Dio,  se avevo detto qualche parola poco delicata nei confronti di un mio amico. Adesso sono diventato d’una coscienza dura, perché ormai mi stizzisco dalla mattina alla sera, ed anche mi arrabbio. E la sera affiora nel mio esame di coscienza questa popolazione che aspetta di avere la casa, di avere il lavoro dal quale dipende la sua vita fisica e  spirituale, o di avere la streptomicina. Dico: «Signore, perdonatemi che m’arrabbio », tuttavia resta viva quell’altra cosa nella mia  coscienza. E capisco che, effettivamente, se avessi esercitato più amore  e più intelletto nel ricercare gli strumenti, forse avrei dovuto avere qualche occupato di più, qualche casa di più e qualche medicina di più e  qualche consolazione di più. Quindi, questo esame di coscienza si sposta da me agli altri.

E  non solo. Feci anche una certa esperienza al Ministero del Lavoro, e a un certo punto mi si aprì uno spettacolo che prima non conoscevo. C’era anche Mortati quando facemmo… quella cosa, la Costituzione. Fu una esperienza interessante. C’era la prima sottocommissione… Ma se ora faccio il confronto fra quella esperienza, più limitata, e l’esperienza di dopo al Ministero del Lavoro e quella successiva come Sindaco di una  città, vedo che quando scrivevo certi miei articoli, molto belli, ero ancora un poco ingenuo, consideravo le cose da un punto di vista teoretico, senza conoscere nella realtà i fenomeni della vita nazionale e  mondiale. Invece, al Ministero del Lavoro fui improvvisamente messo a contatto con le correnti dei lavoratori, occupati e disoccupati. E poi il problema si è allargato. Dovetti studiare i problemi a dimensione mondiale, per rendermi conto di quel che la disoccupazione fosse. Prima credevo si trattasse di uno che è disoccupato. Ad un certo punto si scopre, si afferra un’idea… prof. Carnelutti, lei ci è maestro… Ad un certo punto mi accorsi -non mi accorsi io! ci sono gli studi fatti, le osservazioni statistiche – che si trattava di una patologia del sistema nazionale e internazionale, un grande fatto che ha una sua logica, una sua struttura, una sua terapia. E quindi – tornando al mio esame di coscienza – la sera non posso fare a meno di certe riflessioni.
Cerco di dire: « ma va, il mondo si aggiusta da sé », però, effettivamente torno a guardare lo spettacolo che ho visto durante il giorno e poi penso al giudizio finale. Che cosa ci posso fare?

I  casi sono due: che ci sarà il giudizio finale o è vero o non è vero. E siccome è vero, mi ricordo allora che per quel giudizio finale sta scritto chiaramente così: « Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e  mi deste da bere, fui senza tetto e mi hai ospitato, fui malato e mi hai visitato ». Aggiungo: « Fui disoccupato e mi hai occupato ».

C’è  nel Vangelo; non ricordo il punto dov’è scritto, ma nel Vangelo c’è. E c’è poi questa cosa ancora più curiosa: nel testo del giudizio finale si  dice così: « Tutte le genti erano presenti ». Questo spettacolo totale…Non un solo assente!

Un giudizio per quanto concerne tutti e ciascuno.

Questa ripercussione totale! E dico: « quando il Signore, amico mio, ti chiamerà… Lei, signor La Pira, lei che cosa ha fatto? ».

Io  gli devo rispondere: di quando ero studente, secondo quel che ero da studente; di quando fui professore, secondo quel che fui da professore. E  sempre in relazione a quel metro. Prendo il metro e misuro: quand’ero ragazzo, quand’ero giovinetto, quand’ero professore di diritto romano, quand’ero alla Costituente, e poi Sottosegretario al Lavoro, e Sindaco di Firenze. La storia è sempre la medesima, il metro è sempre quello: devo sempre rispondere « sì » a certe domande.

È  un punto drammatico! Evidentemente, se ho dato qualche lira ad un mio fratello, rispondo di quella lira, ma grado a grado che sale la funzione, sale la responsabilità. Quindi: che cosa hai fatto in quanto membro della Costituente per risolvere un certo problema? Che cosa hai fatto in quanto membro del Governo… o sottogoverno? ma è la medesima cosa. Che cosa hai fatto come Sindaco di Firenze? E quindi questo esame  di coscienza, reale, che lo devo fare la sera, e quindi questo ingrezzirsi della vita interiore, per dir così. C’è l’interesse dei miei fratelli… è come la mamma di cui ha bisogno il bambino. Qualche volta  la mamma dà qualche scapaccione, ma viene dall’amore!

Diventa più gretta la vita interiore… Però questo problema è sempre davanti a me. E  sapete perché? Perché ricevo sempre lettere in argomento. Letteracce. Giusto! Me ne ricordo una, giorni fa, una a cui per caso non risposi. Risposi con ritardo. « Ma lei fa finta di chiamarsi cristiano? lo le imploro da tanto tempo questa cosa. Lei che è Sindaco, che ha tanti libri in mano, che cosa fa? Ne parli col suo Governo! ».

E  quindi pongo a me stesso sempre questo problema: il cristianesimo e la vita pubblica.

Esiste  una crisi. E sapete che cosa è la crisi? La crisi è una cosa semplice. Il diritto è come il vestito: voi dovete proporzionarlo al corpo che esso è destinato a coprire. Quando questo diritto diventa un vestito che  non è proporzionato a questo corpo, succede la rivolta, si sfascia ogni  cosa. (….)

Ora,  il corpo sociale presenta delle novità, perché il problema della disoccupazione mai prima si era in tal misura conosciuto. Oggi, specie da venti anni a questa parte, questo problema è conosciuto come noi lo conosciamo. Del problema della casa prima nessuno parlava. Oggi è sorta,  come punto di maturazione storica, frutto del cristianesimo, la persona  umana che esprime delle esigenze nuove, un valore nuovo, ed esige un clima nuovo. Ora, lo Stato, questa architettura giuridica che è lo Stato, non si proporziona più alla realtà sociale, secondo quel che direttamente o indirettamente il Vangelo detta. Vi sono cose nuove: l’occupazione, la casa, i bisogni familiari, il pane. Per tutti: non c’è  niente da fare, sono cose nuove, e a queste cose nuove bisogna proporzionare un abito nuovo.

Vino nuovo in otri nuovi. Questo è il dramma contemporaneo. Ora, quando colui che viene da me mi dice: « Lei è un Sindaco? » « Sì ». « Deputato?  » « Sì ». « Anche Sottosegretario? » « Sì ». « E allora, perché non si spara se non è capace di darmi lavoro! »… Sono cose che mi lasciano perplesso.

Cerco di studiare, e la conclusione è questa: bisogna fare tutti questo sforzo gigantesco, tutti i cristiani che costituiscono la classe dirigente. Tanto, comunisti non si può essere, perché è radicalmente ateo il movimento; liberali non si può essere neanche, perché è finita, perché ci vuole questa architettonica diversa, con architetti diversi. Né architetti comunisti, né architetti liberali. C’è  in Inghilterra il liberalismo di sinistra che ha elaborato la politica del pieno impiego con’’ i relativi istituti giuridici e finanziari.

Bisogna fare un nuovo vestito, che deve essere proporzionato alla persona umana, il che significa fondare in tutti il rispetto della persona umana medesima. Questa è la imensione mondiale del problema.

Non è più il problema dell’Italia, dell’Inghilterra, della Cina, del Giappone. Tutti chiedono ormai questa cosa. Ho letto alcuni rapporti sulle condizioni della Cina, del Giappone, della Birmania. Ho letto delle calorie con le quali vivono, o non vivono, un miliardo e mezzo di  uomini: situazioni della sottoccupazione nei paesi che hanno un’economia  essenzialmente agricola. Per quanto questi numeri possano essere sbagliati, questi grandi numeri rivelano situazioni concrete: se raffrontate il reddito individuale di un americano, di un italiano e di  un birmano, rimanete a bocca aperta. Questo è il problema: cristianesimo  e Stato: il cristianesimo che abbraccia il mondo intero nessuna creatura esclusa.

C’è  il testo di San Tommaso: « quanto è estesa nello spazio la Chiesa ».  Non c’è nessun uomo che sia escluso dalla comunione con Cristo, battezzato o non battezzato, per il fatto che la natura umana è stata a lui unita.

Quindi,  la conclusione. Il cristianesimo è questo: siamo invitati tutti noi a fare il nostro esame. C’è un testo di San Giovanni Crisostomo che dice: « Iddio chiederà conto di tutto il mondo, a te ». E ciascuno di noi, nella posizione in cui si trova, e soprattutto se appartiene alla classe  dirigente (deputato, senatore, ministro), deve fare in modo, che, fallita la precedente architettura liberale dello Stato (non parlo dell’architettura medioevale che è una cosa di interesse estremo), fallita quella comunista, perché comprime la creatura (è il piano  esecutivo che distrugge ogni iniziativa), si realizzi quella architettura che fa di ogni Stato il membro della comunità degli Stati e  di tutti i problemi – economici, finanziari, tecnici, artistici, eccetera – il problema di tutti gli uomini e della comunità degli uomini. Ora, quando abbiamo fatto tutto il possibile perché tutti siano in qualche modo elevati, il compito è esaurito; ma questo minimo è indispensabile. Sono problemi maturati, cui occorre una soluzione.

Dunque,  amici miei: la crisi esiste, la crisi è di grandi dimensioni. Consiste nell’esigenza di un proporzionamento fra il diritto attuale e la realtà dei corpo sociale. E quindi, bisogna proporzionare a questa, un’architettura nuova ed una veste nuova: compito che è dello Stato  attraverso le articolazioni dei corpi minori, compito che è dello Stato e  degli Stati che reggono la finanza e che ad essa danno un obiettivo. E questo obiettivo deve essere: per ogni uomo il rispetto del suo valore, per ciascuna creatura la possibilità della moltiplicazione dei propri  talenti.

Pasqua di Resurrezione

Vestiti di luce

sono gli angeli annunziatori della Resurrezione;

la primavera del mondo

 – prefigurazione ed anticipo di quella eterna –

è  cominciata il giorno di Pasqua a Gerusalemme;

essa proseguirà irresistibilmente il suo corso,

vincendo ogni ostacolo e diffondendosi gradualmente

su tutta la terra!

(Giorgio La Pira, alle claustrali, 2.4.1964)

Questa voce è stata pubblicata in GLOBULI ROSSI COMPANY. Contrassegna il permalink.

21 risposte a FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO – Angelo Nocent

  1. lucetta ha detto:

    Grazie Angelo, ben detto e ben fatto!!!!!!!!!! Se tu avessi la possibilità di candidarti alla Presidenza del Consiglio ti nominerei SUBITO….. ANGELO FOR PRESIDENT!!!
    Ho sempre pensato che coloro che si danno alla politica dovrebbero esercitarla per puro spirito di servizio…..dovrebbero avere un lavoro che permetta loro di vivere e in più occuparsi di politica non per arricchirsi personalmente MA per servire. Quando lo dico, mi ridono in faccia e mi dicono che sono fuori dal mondo e dalla realtà. Invece leggendo il tuo post mi accorgo che non è così. Ci sono state persone e voglio sperare che ci siano persone che intendono il fare politica come un servizio reso ai cittadini del paese a cui appartengono.Ho mandato le mail a tutti i miei contatti proprio perchè NON VOGLIO ARRENDERMI ed alzare le braccia in modo sconsolato MA PREGARE PER I GOVERNANTI perchè siano TESTIMONI e non MERCANTI

  2. semplicesai ha detto:

    …sto pensando fortemente di “sposare un politico”…ovviamente scherzo!!!! Però…è proprio il caso di dirlo “che mondo di ladri legalizzati”…

    …passo una vita a cercare di diffondere il sorriso e poi queste “care persone”…rendono vano ogni tentativo perchè generano situazioni di “malcontento”, “insoddisfazione”, “rabbia”, “povertà” …

    vabbè…ma come Lucetta io non mi arrendo e continuo da qui…con un sorriso, Giovanna

    • angelonocent ha detto:

      Tieni duro, non arrenderti. Se ti è possibile “diffondere il sorriso” lo devi allo Spirito che ti arde nel cuore. Hai trovato il “tesoro” e ti provoca la gioia descritta nel Vangelo: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo“.

      ATTINGO DAL TUO BLOG un pensiero positivo: “I sogni non svaniscono neanche quando sembrano diventare impossibili, irrealizza…bili…anzi è proprio allora che fanno emergere la tua parte migliore: quella che crede nella VITA e ti da la FORZA per renderli REALI (Gg)”

      Non temere: se ti capita, sposa pure un politico. Ma vedi di non lasciarlo mai solo, perché “non soccomba nella tentazione“. Solitamente, i princìpi sono chiari nel cervello. Lo spirito si crede forte. L’insieme è molto fragile.

  3. angelonocent ha detto:

    Non si sa mai: per sbaglio potrebbe passare di qui un “Onorevole” e ci resterebbe un gra male nel leggere il pensiero dominante nell’opinione pubblica sui parlamentari. Perciò, dopo aver ascoltato la canzone della “PERLA“, ho pensato che farebbe bene a loro e a noi riflettere sulle due parabole gemelle:

    – “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo“.
    – “Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra”. (Matteo 13, 44-52).

    Chi segue Gesù dunque non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato un tesoro». Noi non siamo qui a umiliare nessuno, non ci sentiamo migliori di altri, ma siamo semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro.

    Non è il distacco dalle cose che ci fa discepoli del Signore ma l’appartenenza a Lui. Sia il contadino che il mercante si mettono in azione spinti dalla gioia. Nel Vangelo si dice che un uomo trovò un tesoro e perciò vendette tutto quello che aveva per acquistarlo. Bisogna, in altre parole, aver trovato il tesoro per avere la forza e la gioia di vendere tutto. Ossia bisogna aver prima incontrato GESU’, averlo incontrato in maniera nuova personale, convinta. Averlo scoperto come proprio amico, fratello, salvatore. Il resto viene da sè.

    Con un referendum forse potremmo riuscire a tagliare i viveri alla “CASTA“. Un’operazione chirurgica utile, ma dalle imprevedibili conseguenze e non risolutrice.

    Se Gesù non umilia nessuno ma si limita a proporre, vale anche per noi. Dire la verità nella carità significa mostrare sì la propria indignazione ma senza astio verso qualcuno in particolare. Se la politica è malata va curata. Chirurgicamante, quando è necessario. Ma anche con il balsamo della Parola risanante.

    Gesù sembra volerci dire: “Correte finché siete in tempo! C’è un tesoro che vi aspetta gratuitamente, una perla preziosa. Non lasciatevi sfuggire l’occasione“.
    Solo che nel nostro caso la posta è infinitamente più seria. Si tratta di gioca il tutto per tutto. Perché il Regno (che è Gesù) è l’unica cosa che ci può salvare dal rischio supremo della vita: fallire il motivo per cui siamo in questo mondo. Vale per i politici e per noi elettori.

    Possiamo paragonare “Il regno dei cieli” a una polizza di assicurazione sulla vita che giova non solo a chi resta, ma anche a chi va, a chi muore. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà“, dice Gesù. Dunque, ci propone un “affare“. Egli garantisce che vendere tutto, il dare via tutto, ossia l’essere disposti, se necessario, a qualsiasi sacrificio, non è una fregatura.
    A guardar bene, non ci viene chiesto di pagare il prezzo del tesoro e della perla, che per definizione sono “inestimabili“, ma semplicemente di essere contenti di ricevere questa fortuna piovutaci inaspettatamente dal Cielo.

    Fateci caso: dietro il furgone di gran lusso che trasporta al cimitero la salma di un ricco, avete mai visto una cassaforte che lo segue?

    Un piccolo aneddoto rafforzativo. Ho conosciuto un supermiliardario commerciante di perle, morto in America quasi improvvisamente dopo un attacco cardiaco provocato dal bidone appena ricevuto da un amico che aveva aiutato e che gli doveva dei soldi. A Ginevra, dove è stato sepolto, lo hanno trasportato con un pigiama usato che gli ha indossato l’ospedale dov’era stato ricoverato d’urgenza.

    Sempre alla ricerca dell’affare, nella cassetta di sicurezza dell’albergo dove si trovava, aveva depositato una mazzetta di perle di valore. Non sono state più trovate. E le sue ricchezze? Se l’è pappate il suo avvocato-consigliere che deteneva il testamento e che lo ha fatto sparire. Ancora in vita, gli aveva suggerito di costituire una Fondazione, facendosi nominare presidente. Le operazioni successive sono state facilissime.

    Qui in Giappone appatengo alla categoria di coloro che fanno fatica a far quadrare il bilancio. Ma abbiamo una fortuna: dopo le ore 20, il supermercato mette a metà prezzo le confezioni di carne, pesce e cibi con scadenza.

    Il rito dello SCONTO comincia verso le 19 ed è del 20%. Successivamente passa al 30% e, definitivamente al 50%.

    Siamo in tanti a quell’appuntamento serale dove si prova qella gioia dell’affare che i politici non sognano nemmeno. Ma questo è un nulla rispetto alle proposte messianiche.

  4. angelonocent ha detto:

    QUI VI VOLEVO, RAGAZZI !

    Date loro voi stessi da mangiare“. Così dice Gesù ai discepoli davanti alla folla dei cinquemila venuti ad ascoltare le Sue parole di vita, ma anche pieni di fame in un luogo decentrato, dove, forse, c’è solo acqua da bere.

    Prima botta ai discepoli:

    – Chi mi segue cancelli dal suo vocabolario che ognuno fa per sé,
    che a ciascuno è dato il compito di comprarsi il pane per la sua cena e basta.

    Lo dice in presenza di 5 pani e 2 pesci, la cui somma fa 7.
    Per l’uomo biblico il sette è numero di compiutezza. Allora quei cinque pani e due pesci stanno a significare la vita intera.

    GIORGIO LA PIRA così ha letto il Vangelo:

    – Io sono responsabile della cena del mio vicino. E perfino della pace mondiale.
    – Se dono la mia vita, anche quel poco che sia il tuo tutto, allora tutto cambia.
    – Allora è possibile sfamare cinquemila persone. Che dico: cinquemiliardi di persone!
    – Chi condivide moltiplica, chi dona sfama.
    – Chi mette tutto nella mani di Gesù e della logica evangelica costruisce un regno di giustizia e di pace.

    GIORGIO, il siciliano idealista come GESU’. Sognatore come il suo Maestro.

    Speriamo di averlo presto sugli altari questo SINDACO SANTO. Che fa onore alla Città di Firenze ma anche all’Italia, peccatrice, fatta di ladri ma anche di santi e cattolica nella coscienza, se non nei costumi.

  5. Pingback: “Poi, la sera vado a letto. Come?” – GIORGIO LA PIRA – 1951 – Angelo Nocent | GLOBULI ROSSI COMPANY

  6. Pingback: La perla | …Semplicemente insieme…

  7. angelonocent ha detto:

    I NOSTRI 1000 PARLAMENTARI NO MA CHI VA REGOLARMENTE A FARE LA SPESA LO SA BENE…:

    http://www.arcoiris.tv/flash/player_5.2.swf

  8. angelonocent ha detto:

    LAVORATORI PER UN GIORNO, PENSIONATI PER LA VITA

    di Mario Giordano – Il Giornale
    ——————————
    Scalfari, deputato per 3 anni, incassa oltre 3mila euro al mese. Non è il solo privilegiato: da Ciampi a Toni Negri, quando bastano poche mensilità di contributi per vitalizi d’oro. Il radicale Boneschi fu in carica solo il 12 maggio 1982: in pensione a 44 anni
    —————————–

    Fino a 65 anni? Trentacinque anni di contributi? Quaranta? Quan­to pensate di dover ancora faticare prima di poter battere cassa al­l’Inps? E vabbè, consolatevi: ci sono alcuni italiani che, a differenza vo­stra, da tempo ricevono la pensione avendo lavorato la bellezza di una settimana. O, meglio, la bellezza di un giorno. Proprio così: un solo gior­no di lavoro, pensione per il resto della vita. Vi sembra strano? Forse. Ma vi sembrerà un po’ meno strano appena conoscerete il lavoro (si fa per dire) svolto dai fortunati sogget­ti. Si tratta, in effetti, di ex parlamen­tari.

    Cominciamo dall’avvocato Luca Boneschi? Ma sì, cominciamo da lui: eletto per i radicali nel collegio di Como, fu proclamato depu­tato il 12 maggio 1982; il giorno dopo, il 13 maggio 1982, terminò ufficialmen­te il mandato. Ventiquat­tr’ore in carica, nemmeno una presenza in aula. L’uni­co suo atto formale alla Ca­mera? La lettera di dimissio­ni. Non si può dire che fu una gran fatica l’attività a Montecitorio dell’avvocato Boneschi. Eppe­rò è valsa una sempiterna rendi­ta che, secondo quando dichiarò lo stesso Bone­schi, gli è stata gentilmente offer­ta addirittura nel 1983. Cioè quan­do aveva appena 44 anni. Da allora quella pensione la riceve regolarmente ogni mese: 3.108 euro lordi, 1.733 netti. Vi sembrano po­chi? Dipende dai punti di vi­sta, si capisce: c’è gente che dopo aver lavorato fino a ro­vinarsi la salute prende me­no di un terzo. L’avvocato Boneschi, invece, se li è ag­giudicati con un giorno di contributi.

    La stessa cifra (3.108 euro lordi, 1.733 net­ti) spetta anche a due altri ex parlamentari radicali, Piero Craveri a Angelo Pez­zana. A loro, però, è toccata una fatica maggiore: un’in­tera settimana in carica. Il primo fu iscritto al Senato il 2 luglio 1987 e si dimise il 9 luglio; il secondo fu iscritto alla Camera il 6 febbraio 1979 e si dimise il 14 febbra­io. Un’intera settimana da parlamentari? Accipicchia, non si saranno stancati? Ma no, non preoccupatevi: an­che per loro l’impegno è sta­to limitato. Un’unica sedu­ta. Che ha fruttato bene, pe­rò. Va detto, a onor del vero, che il cavillo che ha permes­so questo scandalo è stato abolito.

    Adesso le norme so­no più severe: bisogna stare in Parlamento almeno 5 an­ni per avere la pensione. Certo: 5 anni sono sempre pochi rispetto ai 35-40 ri­chiesti ai cittadini normali, ma è un primo passo. Eppe­rò il dubbio resta: perché quelli che hanno lavorato un giorno solo la pensione continuano a prenderla? Si capisce: i diritti acquisiti non si toccano. Ma siamo si­curi che prendere 3.108 eu­ro al mese per tutta la vita in virtù di un giorno passato a Montecitorio sia un diritto? Non sarà un’ingiustizia? O uno scandalo? E chi l’ha det­to che gli scandali acquisiti non si toccano?</strong>

    Paolo Prodi, Toni Negri, Eugenio Scalfari.

    Anche perché di quelle norme sciagurate so­no stati in tanti ad approfit­tare. Il più famoso è sicura­mente Toni Negri, il cattivo maestro dell’Autonomia operaia. Fu parlamentare 64 giorni (dal 12 luglio al 13 settembre 1983), il tempo necessario per scappare in Francia, sottrarsi alla giusti­zia italiana e assicurarsi un vitalizio di 3.108 euro al me­se da quello Stato borghese che voleva abbattere.

    Uno sforzo maggiore è toccato a Paolo Prodi, fratello di Ro­mano: è stato in Parlamen­to 126 giorni per maturare la medesima pensione (3.108 euro).

    Ed Eugenio Scalfari? Da grande esperto di economia, non ha mai perso occasione di spiegare quanto sia giusto che le ren­dite previdenziali siano cor­rispondenti ai contributi versati. Perfetto: ma come spiega che, con questo siste­ma, un operaio per avere dall’Inps mille euro al mese deve lavorare 35 anni e inve­ce lui ne prende 3.108 con appena 3 anni e mezzo di at­tività in Parlamento?

    L’Inpdap diAndreotti.

    Ma la dif­ferenza tra versamenti effet­tuati e vitalizi maturati non riguarda solo le pensioni parlamentari.

    Abbiamo già citato i casi Oscar Luigi Scal­faro (4.766 euro netti dal­l’Inpdap per tre anni lavora­ti come magistrato) e di Ser­gio D’Antoni (in pensione Inpdap a 55 anni con 40 an­ni di anzianità di servizio da docente universitario).

    Va ricordato anche il caso di Andreotti, che come Scalfa­ro, è entrato in Parlamento nel 1946 e non ne è più usci­to. Eppure è riuscito a matu­rare il diritto a due altre pen­sioni, che ovviamente som­ma alla sua indennità da se­natore: una dall’Inpdap PREMIO. Per Publio Fiori 22mila euro netti al mese: aumentato il suo assegno da vittima Br (3.440 euro netti al mese) che riceve dal 29 giugno 1992 e una dall’Inpgi (66.126 euro lordi l’anno) che intasca dal gennaio 1977, cioè da quando aveva 58 anni. Quando e come avrà versato i contributi suf­ficienti per garantire una co­sì lunga rendita? Per carità, tutto lecito, a norma di leg­ge, come sempre. Ma sicco­me lui ci aveva insegnato che a pensare male la si az­zecca, ci sia concessa una domanda: non è che una parte di quei contributi (co­siddetti «figurativi») glieli abbiamo offerti di tasca no­stra?

    Le tre pensioni (più stipendio) di Ciampi. Paradossalmente, uno degli enti più generosi nel regalare previdenza a buon mercato è sempre sta­ta Bankitalia. Proprio così: l’istituto che ogni momento chiede severità per i cittadi­ni ha sempre usato un altro metro per i suoi dirigenti. Ri­gore? Corrispondenza fra rendite e contributi versati? Macché: baby pensioni e pensioni d’oro per tutti.

    Fra i beneficiati anche Lamber­to Dini, che dal 1994 incas­sa 18mila euro al mese (cui poi ha aggiunto una pensio­ne Inps) e Carlo Azeglio Ciampi, che incassa addirit­tura due pensioni Bankita­lia, per un totale di 30mila euro, cui si aggiunge una pensione Inps e lo stipen­dio da parlamentare.

  9. angelonocent ha detto:

    TASSA SUI SOLITI

    Dai tempi della Dc non è cambiato nulla:ancora una volta saranno i cittadini con redditi normali a salavre il Paese. Mentre i nababbi la fanno franca…
    ———————————-
    E va bene, non c’è problema, verseremo ancora, però fateci il santo piacere di non raccontare in giro che «stavolta pagano i ricchi».

    Siamo veramente stanchi, noi del ceto medio, di essere equiparati ai megaevasori parcheggiati a Portofino, ai faccendieri d’assalto che imboscano fondi in Svizzera, a certa imprenditoria pidocchia che incassa cento e fattura venti. Sia chiaro una volta per tutte: noi, con questa Italia riccastra e furbona, non c’entriamo nulla.

    Noi stiamo bene, non ci lamentiamo, abbiamo quanto ci serve: però niente di più, niente di nascosto. Quello che abbiamo esce unicamente dal nostro lavoro. E comunque, siccome siamo quasi tutti dipendenti, paghiamo le tasse prima ancora che il padrone paghi noi, con un prelievo all’origine che cancella automaticamnete qualunque tentazione.

    Prima di continuare chiedo sinceramente scusa ai giovani padri di famiglia che mandano avanti la casa con 1500 euro al mese, nonché agli anziani pensionati che tirano a campare con 700.

    È chiaro: nei loro confronti, noi del ceto medio abbiamo il dovere etico e civile di mettere mano al portafoglio. Allora, esprimiamoci così: la nostra tassa di solidarietà vuole essere solidale proprio con loro. Ma solo con loro.

    A tutti gli altri, sindacalisti e cervelloni ministeriali, che considerano novantamila euro lordi all’anno l’inizio della vera ricchezza, vada invece il nostro più sentito risentimento. Almeno, abbiano il buon gusto di non spacciare questo prelievo forzoso per mossa geniale e innovativa, come se finalmente in Italia facesse trionfalmente ingresso l’equità sociale. Si mettano tranquilli, non è così. Questo film non è geniale, tanto meno originale, perché noi di questi ceti l’abbiamo già visto a tutte le età, in tutte le generazioni, con tutte le maggioranze politiche.

    Parliamo tanto della grigia repubblica democristiana, che con il ceto medio flirtava per scucirgli voti, ma che quando non sapeva più da quale parte girarsi si girava puntualmente proprio lì, da quella parte, dove i fedeli elettori erano facili bancomat per prelievi sicuri.
    Noi si pensava che con il trascorrere delle epoche qualcosa potesse cambiare, ma ci ritroviamo mestamente allo stesso punto. L’Italia ha l’acqua alla gola, servono soldi veloci e sicuri: dove andarli a trovare più facilmente che qui, in questa fascia sociale fiscalmente così nitida?

    Il ceto medio ha un singolare destino: è considerato ricco dai poveri veri, è considerato pezzente dai ricchi veri. Sostanzialmente è disprezzato da tutti.

    Eppure, in caso di necessità, viene buono per tutto. Con la fantasia che si ritrovano i pool schierati sulle manovre straordinarie, non c’è molto da sperare. Sentendoli parlare si potrebbe persino immaginare chissà quali tocchi d’artista, chissà quali colpi di tacco, poi escono dai loro «brain-storming» e puntualmente annunciano la mossa strategica: contributo di solidarietà a partire dai più ricchi. E come no. Novantamila euro lordi, al netto di tutti i prelievi, diventano 45mila, meno di 4mila euro al mese. Niente da dire, un signor stipendio, e chi si lamenta. È lo stipendio che a una famiglia con due o tre figli permette una vita decorosa, con un mutuo, gli studi dei ragazzi, una buona berlina, due settimane in Riviera, qualche spicciolo da investire in Bot. Una vita ottima, certo che sì: quella che si meriterebbero anche i nostri giovani al primo impiego e i nostri nonni prima di andarsene.

    Però non è giusto considerarci ricchi, con quel che segue: case di lusso, Ferrari, conti all’estero, vita notturna, Sankt Moritz e Maldive, yacht in rada e una mezza dozzina di fidanzate in giro per il mondo. Noi siamo di un’altra pasta, di un’altra idea. Difatti, anche questa volta pagheremo. Non è una tragedia. Se l’Italia ha bisogno di noi, noi ci siamo. A questa Italia restiamo morbosamente affezionati: la teniamo in piedi tutti i giorni, facendo il nostro lavoro al massimo delle nostre possibilità, cercando di sbagliare il meno possibile, guadagnando il giusto. Sappiamo che se sta bene l’Italia stiamo bene anche noi. Se vogliono farci sentire in colpa per tutto questo, facciano pure. Ma guai a loro se la chiamano tassa sui ricchi. La chiamino con il suo vero nome: tassa sui soliti.

    di Cristiano Gatti – Il Giornale

  10. angelonocent ha detto:

    PENSIONATI E GIOVANI, ESERCENTI E DIPENDENTI: SE LA CRISI E’ UN DERBY.
    —————————————-
    Chi paga e chi non fa lo scontrino, chi si è goduto la vita e chi lavorerà per sempre. Quanti scontri nella manovra. Interessi divergenti e spesso inconciliabili tra le componenti sociali—————————————-

    Qualcosa di personale. Un amico che ha passato da qualche stagione i quarant’anni si è ormai convinto che lo Stato, e tutti i governi, ce l’abbiano con lui. Si sente braccato da vent’anni. Lui la racconta così. Si laurea in fretta e con il massimo dei voti, ma appena mette il naso fuori per cercare lavoro, con tante promesse, si imbatte nella manovrona di Amato, quella da novanta miliardi, che spezza le illusioni degli anni ’80 e crea un deserto di depressioni e crisi a catena.

    Non fa in tempo a riprendersi dalla botta e gli passa sopra Tangentopoli. Si rimbocca le maniche e fa un lungo viaggio nel precariato e nei contratti a termine, con la sua famiglia che continua a blaterare di posto fisso. È il primo che si becca la flessibilità e nessuno intorno capisce che il mondo sta cambiando.

    Appena versa il primo contributo all’Inps il governo Dini fa la riforma della previdenza. A lui, chiaramente, spetta il sistema contributivo. Il risultato è che la sua pensione sarà una miseria. Cambia il secolo e l’amico si veste di ottimismo. Pensa: magari sono io che mi porto sfiga, ci vuole coraggio e un po’ di rischio. Scommette pure sulla new economy e compra qualche azione.

    Spunta una banda di islamici e tira giù le Twin Towers, lui piange i morti e si accorge che anche i suoi risparmi sono andati in fumo. Non è il caso di deprimersi. La vita va avanti.

    Nel frattempo mette su famiglia, trova un lavoro stabile e sogna uno stipendio di tre milioni al mese. Quando finalmente raggiunge l’obiettivo e sospira di tranquillità una fatina pacioccosa trasforma quelle lire in euro. I tre milioni diventano millecinquecento. La fatina gli sussurra che è la stessa cosa. Non è cambiato nulla. Col cavolo. Lo stipendio di botto si è semplicemente dimezzato.

    Dicono: è il prezzo da pagare per l’Europa. Lui pensa: ok, ma perché tocca sempre a me? Si guarda intorno e vede che quelli più vecchi di lui di una decina d’anni si sono bevuti il meglio del Novecento e dintorni. Meglio dei nonni e dei padri che hanno vissuto le guerre, meglio di chi è venuto dopo che ancora passeggia nel deserto, meglio dei figli a cui hanno rubato perfino il futuro. Li chiamano baby boomers, ma il nome vero è di sette lettere. Comincia per s e finisce per i. Uno di questi era un suo collega ed è appena andato in pensione, anticipata. Gli ha lasciato una lettera sulla scrivania. Il senso è più o meno questo. «Ho avuto uno stipendio migliore del tuo. Mi sono divertito. Forse ho pure lavorato di meno. Me ne vado con una liquidazione da favola e una pensione che tu non vedrai neppure in fotografia. Complimenti. Hai preso il biglietto sbagliato». E poi ti chiedono la solidarietà.

    Sono passati quattro lustri e tocca a Tremonti prenderlo di mira. Questo quarantenne attempato è riuscito finalmente a farsi una carriera. Tanti stanno peggio di lui. Coetanei, più giovani, giovanissimi. Non si lamenta. Per loro pagherebbe anche tutti i ticket del mondo. Da pochi mesi ha avuto un aumento. Quanto basta per superare i 90mila euro lordi. E il governo che fa? Tassa tutti quelli che vanno oltre quota novanta. Cioè ancora lui. Sempre lui. Per pagare la pensione al collega con il biglietto vincente. Ma sparati. Ecco. Questo amico che ha più o meno la tua età fotografa bene il senso di questa manovra. Ce l’hanno con lui. Ce l’hanno con te. Dopo vent’anni non è un caso, non è sfiga. È una questione, appunto, personale.

    Magari l’amico esagera e senza dubbio soffre di qualche mania di persecuzione. Ma se gratti al fondo di questa storia ti è chiaro che la politica è fatta di scelte e quando è tempo di crisi qualcuno paga e gli altri hanno diritti acquisiti.

    Questa manovra ha messo in chiaro che in Italia ci sono interessi difficili da conciliare e la carta dei tarocchi sbagliata va sempre dalla stessa parte. La frustrazione diventa rabbia, il rischio è che un’Italia finisca per coprire d’insulti e sputi l’altra. Come in un derby senza pace.

    Ci sono quelli della «s» e della «i» che non pagano mai, anche se hanno consumato una fortuna pubblica, lasciando agli altri i debiti.

    Ci sono i flessibili e gli intoccabili. Ci sono quelli che non possono sfuggire alle tasse e quelli che si nascondono.
    C’è chi paga e chi non fa lo scontrino,
    chi è precario e chi troppo garantito,
    chi vive di Stato e chi teme lo Stato,
    chi depreda e chi è depredato.

    Due Italie e una è di troppo.
    Ci sono quelli che lavorano e quelli che campano a sbafo.
    Ci sono i senza casta e quelli che la casta ce l’hanno nel dna, di famiglia.

    E a pagare sono sempre e soltanto gli stessi. Speriamo che serva, ma soprattutto che sia l’ultima. di Vittorio Macioce – Il Giornale

  11. angelonocent ha detto:

    LA CASTA NON VUOLE LAVORARE: TANTO VALE DIMEZZARLA

    Niente, non c’è niente da fare. Non lo vogliono capire. Fuori dai loro palazzi privilegiati c’è un paese che non ne può più della Casta e questi che fanno? Bigiano la seduta del Senato, quella introduttiva alla manovra lacrime e sangue. Imbarazzante, per non dire penoso. Come le scuse che tirano fuori per giustificare quel vuoto di poltrone impressionante.

    «Ma non era una seduta importante», hanno balbettato un po’ tutti. Come se un dipendente o un dirigente potesse andare a lavorare solo quando ci sono cose importanti da fare o da decidere! Nella vita lavorativa capitano giornate più o meno impegnative; talune lo possono essere fino a spaccare la schiena (ma non è mai il caso dei politici, tranquilli…) e altre non lo sono affatto. Però al lavoro si va lo stesso. In parlamento evidentemente no: ognuno fa quello che gli pare. Vanno e vengono, ci sono o non ci sono: dipende da come si svegliano la mattina. Ieri l’altro è stata l’apoteosi: solo undici senatori in aula. Altre assenze però ci sono state anche in passato; non poche volte il governo è persino andato sotto in aula per la mancanza dei deputati.

    COSE EVIDENTI
    A questo punto appaiono evidenti due cose. La prima è che un parlamento di circa mille politici mestieranti non serve a nulla, è un dispendio di soldi pubblici inutile. Perché se gli scranni sono vuoti, il Senato comunque gira a pieno con tutti i suoi costi di personale e di funzionamento vario. E chi lo paga il conto? Noi, cioè quegli stessi cittadini contribuenti che da anni chiediamo un dimagrimento della Cosa pubblica ma che ci ritroviamo solo l’ennesima batosta fiscale da pagare.

    Anticipo l’obiezione: in questa manovra c’è una forte riduzione della politica. L’ho già scritto: non credo finché non vedo. È davvero difficile fidarsi di chi dall’oggi al domani perderebbe di colpo una serie di privilegi. E veniamo al secondo punto: le tasse noi dobbiamo versarle subito, i tagli alla politica invece necessitano sempre di una commissione che valuti, che rifletta, che non penalizzi eccetera eccetera. Che ci vuole a scrivere due righe secche: a partire dalla prossima legislatura i parlamentari saranno la metà di quelli attuali. Non dico di abolire il bicameralismo perfetto (ci avevano provato, va ammesso) in quattro e quattr’otto ma almeno dimezzare gli onorevoli, questo va fatto e pure alla svelta. Con progressiva normalizzazione pure del personale che gira attorno al parlamento.

    MANCA LA VOLONTA’
    Diciamo che non c’è la volontà. E la sfacciataggine con cui i parlamentari umiliano le istituzioni (quelle istituzioni che diventano sacre quando c’è da salvaguardare la poltrona) ne è la prova. Al lavoro si va quando si ha genio, il ristorante con prezzi da mensa dei poveri ma con menu da ristorante per ricchi. E poi i privilegi, pensioni e vitalizi, insomma tutte voci che ci hanno promesso mille volte di togliere e invece restano lì perché quando una mano li toglie l’altra li rimette. Si può andare avanti così? No.

    Con che spirito, domando, la classe politica pensa di affrontare gli affanni dell’Italia quando coi fatti dimostra di essersi messa su un piedistallo? Forse non se ne sono resi conto ma nel Paese sta montando la rabbia.

    La politica dimostri di essere umile, si ricordi di essere al servizio del Paese e non al traino. E soprattutto si rassegni a dimagrire: la velocità con cui le Borse e gli andamenti economici mettono a soqquadro il pianeta si scontra con la lentezza della Casta.

    di Gianluigi Paragone in LIBERO quotidiano

  12. angelonocent ha detto:

    CORAGGIO, DIMEZZATE DEPUTATI E SENATORI

    UNA MANOVRA DEMOCRATICA

    Di tutti i peccati che la classe politica italiana non cessa di commettere, quello di avant’ieri (una seduta di Palazzo Madama a cui hanno partecipato soltanto undici senatori) è probabilmente uno dei più veniali. In altre circostanze avremmo sorriso e perdonato. Oggi fatichiamo a capire.

    Il problema non è la maggiore o minore presenza di parlamentari per una occasione puramente procedurale. Il vero problema è quello della totale insensibilità di una larga parte del ceto politico per i sentimenti e gli umori del Paese. Non è necessario essere osservatori di mestiere per sapere che gli italiani sono arrabbiati.

    – Sanno che anche i politici, come certi banchieri, si sono distribuiti bonus generosi: indennità, vitalizi, rimborsi, collaboratori spesso pagati in nero, pasti semi-gratuiti, uffici semi- privati affittati nel centro di Roma a spese dello Stato, facilitazioni di varia natura.

    – Sanno che molti politici hanno una concezione privata della loro funzione e se ne servono permeglio perseguire i loro personali interessi.

    – Sanno che un parlamentare avvocato, tanto per fare un esempio, può continuare a esercitare la sua professione anche se questo sottrae tempo al suo incarico e lo espone a un continuo, virtuale conflitto di interessi. Credevano di avere eletto un servitore dello Stato e si accorgono di avere dato i loro voti a una corporazione.

    Evidente da tempo, questa insofferenza è stata inasprita dalla congiuntura economica. La classe politica chiede ai suoi connazionali di stringere la cinghia, ma si limita a qualche modesto sacrificio.

    Non ha capito che non esistono soltanto i conti del bilancio statale. Esistono anche quelli della democrazia, vale a dire del rapporto fra gli eletti e gli elettori.

    Non ha capito che non esiste soltanto il mercato dei valori finanziari, dove gli Stati e le aziende devono dimostrare la loro serietà e credibilità. Esiste anche il mercato dei valori democratici, dove ogni uomo politico deve rendere conto dei voti ricevuti e provare la sua affidabilità.

    Per raddrizzare il Paese non basta quindi una manovra finanziaria. Occorre anche una manovra democratica, vale a dire un pacchetto di misure che serva a spegnere i sentimenti di rabbia e disprezzo che molti italiani provano per i loro rappresentanti.

    Se il problema maggiore, come sembra, è quello del Parlamento, converrebbe cominciare, il più rapidamente possibile, dal numero dei parlamentari. In altre circostanze avrei preferito che il dimezzamento del Senato coincidesse con una più precisa definizione delle sue funzioni in uno Stato federale e quello della Camera con una migliore ripartizione della funzione normativa tra il governo e il Parlamento.

    Oggi, se la classe politica vuole dare un segno di attenzione per i malumori della società, le circostanze impongono misure più rapide e quindi un progetto di legge sottoscritto dal governo e da tutti quei settori della minoranza che sono pronti ad approvarlo. L’iniziativa avrebbe tre effetti positivi:
    – darebbe una risposta al Paese;
    – dimostrerebbe che la riforma della Costituzione è una materia su cui maggioranza e opposizione possono lavorare insieme;
    – direbbe agli speculatori che la nave Italia non ha alcuna intenzione di andare a fondo.

    Sergio Romano – Corriere della Sera

  13. angelonocent ha detto:

    Una “chicca dorata” quella di Deborath e amici, che mancava al nostro mosaico per farlo incandescente. Purtroppo si tratta di una “tragedia annunciata” che sembra destinata a non avere mai fine. E il coro di voci che si leva da tutto il Paese, non giunge più di tanto nel PALAZZO INSONORIZZATO, intento a fare quelle “manovre equilibriste” che Debora descrive con la nota icisività e radicalità della sua penna alla quale è difficile replicare se non per darle ragione.

    Sì, perché il nostri ONOREVOLI (?! che bestemmia!) ogni due per tre, devono
    ri-unirsi
    – ri-flettere
    – ri-vedere
    – ri-pensare
    – ri-calcolare
    – ri-dimensionare
    – ri-sparmiare
    – ri-distribuire (?!)
    – ri-formare
    – ri-mandare
    – ri-gurgitare
    (vomitarci addosso dopo che li paghiamo profumatamente)
    RI- … (CE NE SAREBBERO ANCORA MA NON MI VENGONO IN QUESTO MOMENTO).

    Dimenticavo: RI-SORGIMENTARE!
    http://icoloridellanima1978.wordpress.com/2011/09/08/numer-numeri-numeri/

  14. Deborath ha detto:

    Caro Angelo, non credo ci sia altro da aggiungere, lo schifo e la vergogna non hanno limiti quando si tratta di questi delinquenti che ci governano!!!!
    Ripeto, auspico la rivoluzione, dura, seria, anche violenta perchè così non si può più andare avanti!!!!
    E’ vero che dobbiamo puntare alle cose di lassù, ma per il momento ci troviamo quaggiù e dobbiamo pur avere il diritto di vivere con dignità in questo mondo!!!!
    Ora basta!!!!!

  15. angelonocent ha detto:

    …Epperò, cara Deborath, ho forti dubbi
    – sia che la tua auspicata “rivoluzione, dura, seria, anche violenta ” possa accadere,
    – sia che questa rappresenti la strada giusta ed efficace per debellare il morbo.

    Gli è che non siamo in presenza di un bubbone da incidere con il bisturi ma di una metastasi allo stadio avanzato. La ramificazione è talmente estesa sul territorio nazionale con implicazioni internazionali che non è realistico crederci.

    IL POTERE LOGORA CHI NON CE L’HA. Ossia noi.
    Purtroppo, non è solo una battuta riuscita ma una constatazione. Puoi anche spazzarli via questi politici (e si vota per questo) ma ne arrivano subito dei nuovi a fare il vecchio sporco gioco e siamo sempre da capo.

    I cattolici in Parlamento sono presenti e quelli che si ritengono tali non sono pochi. Ma li vedi sfavillare?

    Voi siete il sale della terra; ora, se il sale diviene insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non ad esser gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; una città posta sopra un monte non può rimaner nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio; anzi la si mette sul candeliere ed ella fa lume a tutti quelli che sono in casa”. (Matteo 5:14-15)

    Il Papa nel 2009 ha scritto una stupenda enciclica sul tema: la CARITAS IN VERITATE. Certo, le sue sono bellissime parole ma di nessun effetto se non entrano nel DNA dei cristiani, ossia, io, tu, noi…chiamati a fermentare la pasta del mondo.

    Riporto qui una bella sintesi trasmessa da Radio Vaticana. Da leggere è lunghetta ma attivando l’audio, la si può ascoltare velocemente.

    Deborath, Caritas in veritate! Altrimenti non abbiamo altra strada se non quella delle arrabbiature che ci lasciano come prima, peggio di prima. E’ sintomatico: l’ opposizione parlamentare chiede l’alternanza. Bene! Ma non il taglio dei privilegi. Il cattolico Prodi – tanto per non fare nomi – gode di TRE sudatissime !?! pensioni.
    Mario Giordano su “il Giornale” ci documenta: “Prodi prende oltre 14mila euro di pensione al mese. Anzi: pensioni. Al plurale. Eh sì, perché il Professore di vitalizi ne incassa addirittura tre: uno da 5.283 euro come ex presidente della Commissione europea, uno da 4.725 euro come ex parlamentare e uno da 4.246 come ex professore universitario. Totale 14.254 euro lordi. La somma lo deve imbarazzare non poco“.

    Ma è il solo?

    Qui una carellata di facce toste: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/inps-inps-hurr-il-pio-prodi-incassa-tre-pensioni-al-mese-al-pari-dellleconomista-24152.htm

    A QUESTO PUNTO, CAPISCO CHE DIVENTA DIFFICILE ASCOLTARE LA VOCE DEL PAPA. MA SE NON NOI, CHI?
    http://www.ratzingerbenedettoxvi.com/caritasinveritate.htm

    Radio Vaticana, 7 luglio 2009

    Per una globalizzazione a misura dell’uomo: pubblicata l’Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI sullo sviluppo umano integrale

    “La Carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto testimone” è “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”: inizia, così, Caritas in Veritate, Enciclica “sullo sviluppo umano integrale” indirizzata al mondo cattolico e “a tutti gli uomini di buona volontà”, presentata oggi nella Sala Stampa della Santa Sede. La sintesi del documento nel servizio di Alessandro Gisotti:

    Nell’Introduzione, il Papa ricorda che “la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa”. D’altro canto, dato “il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico”, va coniugata con la verità. E avverte: “Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali”. (1-4)
    Lo sviluppo ha bisogno della verità. Senza di essa, afferma il Pontefice, “l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società”. (5) Benedetto XVI si sofferma su due “criteri orientativi dell’azione morale” che derivano dal principio “carità nella verità”: la giustizia e il bene comune. Ogni cristiano è chiamato alla carità anche attraverso una “via istituzionale” che incida nella vita della polis, del vivere sociale. (6-7) La Chiesa, ribadisce, “non ha soluzioni tecniche da offrire”, ha però “una missione di verità da compiere” per “una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione”. (8-9)

    Il primo capitolo del documento è dedicato al Messaggio della Populorum Progressio di Paolo VI. “Senza la prospettiva di una vita eterna – avverte il Papa – il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro”. Senza Dio, lo sviluppo viene negato, “disumanizzato”.(10-12)
    Paolo VI, si legge, ribadì “l’imprescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia”.(13) Nell’Enciclica Humanae Vitae, Papa Montini “indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale”. Anche oggi, “la Chiesa propone con forza questo collegamento”. (14-15) Il Papa spiega il concetto di vocazione presente nella Populorum Progressio. “Lo sviluppo è vocazione” giacché “nasce da un appello trascendente”. Ed è davvero “integrale”, sottolinea, quando è “volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”. “La fede cristiana – soggiunge – si occupa dello sviluppo non contando su privilegi o su posizioni di potere”, “ma solo su Cristo”. (16-18) Il Pontefice evidenzia che “le cause del sottosviluppo non sono primariamente di ordine materiale”. Sono innanzitutto nella volontà, nel pensiero e ancor più “nella mancanza di fraternità tra gli uomini e i popoli”. “La società sempre più globalizzata – rileva – ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Bisogna allora mobilitarsi, affinché l’economia evolva “verso esiti pienamente umani”. (19-20)

    Nel secondo capitolo, il Papa entra nel vivo dello Sviluppo umano nel nostro tempo. L’esclusivo obiettivo del profitto “senza il bene comune come fine ultimo – osserva – rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”. Ed enumera alcune distorsioni dello sviluppo: un’attività finanziaria “per lo più speculativa”, i flussi migratori “spesso solo provocati” e poi mal gestiti e, ancora, “lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra”. Dinnanzi a tali problemi interconnessi, il Papa invoca “una nuova sintesi umanistica”. La crisi “ci obbliga a riprogettare il nostro cammino”. (21)
    Lo sviluppo, constata il Papa, è oggi “policentrico”. “Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità” e nascono nuove povertà. La corruzione, è il suo rammarico, è presente in Paesi ricchi e poveri; a volte grandi imprese transnazionali non rispettano i diritti dei lavoratori. D’altronde, “gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità” dei donatori e dei fruitori. Al contempo, denuncia il Pontefice, “ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario”. (22)
    Dopo la fine dei “blocchi”, viene ricordato, Giovanni Paolo II aveva chiesto “una riprogettazione globale dello sviluppo”, ma questo “è avvenuto solo in parte”. C’è oggi “una rinnovata valutazione” del ruolo dei “pubblici poteri dello Stato”, ed è auspicabile una partecipazione della società civile alla politica nazionale e internazionale. Rivolge poi l’attenzione alla delocalizzazione di produzioni di basso costo da parte dei Paesi ricchi. “Questi processi – è il suo monito – hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale” con “grave pericolo per i diritti dei lavoratori”. A ciò si aggiunge che “i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi”. D’altronde, si verifica anche che “i governi per ragioni di utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali”. Ricorda perciò ai governanti che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integrità”. (23-25)
    Sul piano culturale, prosegue, le possibilità di interazioni aprono nuove prospettive di dialogo, ma vi è un duplice pericolo. In primo luogo, un eclettismo culturale in cui le culture vengono “considerate sostanzialmente equivalenti”. Il pericolo opposto è “l’appiattimento culturale”, “l’omologazione degli stili di vita”. (26) Rivolge così il pensiero allo scandalo della fame. Manca, denuncia il Papa, “un assetto di istituzioni economiche in grado” di fronteggiare tale emergenza. Auspica il ricorso a “nuove frontiere” nelle tecniche di produzione agricola e un’equa riforma agraria nei Paesi in via di Sviluppo. (27)
    Benedetto XVI tiene a sottolineare che il rispetto per la vita “non può in alcun modo essere disgiunto” dallo sviluppo dei popoli. In varie parti del mondo, avverte, perdurano pratiche di controllo demografico che “giungono a imporre anche l’aborto”. Nei Paesi sviluppati si è diffusa una “mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale”. Inoltre, prosegue, vi è “il fondato sospetto che a volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati” a “politiche sanitarie implicanti di fatto l’imposizione” del controllo delle nascite. Preoccupanti sono pure le “legislazioni che prevedono l’eutanasia”. “Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita – avverte – finisce per non trovare più” motivazioni ed energie “per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo” (28).
    Altro aspetto legato allo sviluppo è il diritto alla libertà religiosa. Le violenze, scrive il Papa, “frenano lo sviluppo autentico”, ciò “si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista”. Al tempo stesso, la promozione dell’ateismo da parte di molti Paesi “contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane”. (29) Per lo sviluppo, prosegue, serve l’interazione dei diversi livelli del sapere armonizzati dalla carità. (30-31)
    Il Papa auspica, quindi, che le scelte economiche attuali continuino “a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro” per tutti. Benedetto XVI mette in guardia da un’economia “del breve e talvolta brevissimo termine” che determina “l’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori” per far acquisire ad un Paese “maggiore competitività internazionale”. Per questo, esorta una correzione delle disfunzioni del modello di sviluppo come richiede oggi anche lo “stato di salute ecologica del pianeta”. E conclude sulla globalizzazione: “Senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni”. E’ necessario, perciò, “un impegno inedito e creativo”. (32-33)

    Fraternità, Sviluppo economico e società civile è il tema del terzo capitolo dell’Enciclica, che si apre con un elogio dell’esperienza del dono, spesso non riconosciuta “a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza”. La convinzione di autonomia dell’economia dalle “influenze di carattere morale – rileva il Papa – ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo”. Lo sviluppo, “se vuole essere autenticamente umano”, deve invece “fare spazio al principio di gratuità”. (34) Ciò vale in particolare per il mercato.
    “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca – è il suo monito – il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”. Il mercato, ribadisce, “non può contare solo su se stesso”, “deve attingere energie morali da altri soggetti” e non deve considerare i poveri un “fardello, bensì una risorsa”. Il mercato non deve diventare “luogo della sopraffazione del forte sul debole”. E soggiunge: la logica mercantile va “finalizzata al perseguimento del bene comune di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica”. Il Papa precisa che il mercato non è negativo per natura. Dunque, ad essere chiamato in causa è l’uomo, “la sua coscienza morale e la sua responsabilità”. L’attuale crisi, conclude il Papa, mostra che i “tradizionali principi dell’etica sociale” – trasparenza, onestà e responsabilità – “non possono venire trascurati”. Al contempo, ricorda che l’economia non elimina il ruolo degli Stati ed ha bisogno di “leggi giuste”. Riprendendo la Centesimus Annus, indica la “necessità di un sistema a tre soggetti”: mercato, Stato e società civile e incoraggia una “civilizzazione dell’economia”. Servono “forme economiche solidali”. Mercato e politica necessitano “di persone aperte al dono reciproco”. (35-39)
    La crisi attuale, annota, richiede anche dei “profondi cambiamenti” per l’impresa. La sua gestione “non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari”, ma “deve anche farsi carico” della comunità locale. Il Papa fa riferimento ai manager che spesso “rispondono solo alle indicazioni degli azionisti” ed invita ad evitare un impiego “speculativo” delle risorse finanziarie. (40-41)
    Il capitolo si chiude con una nuova valutazione del fenomeno globalizzazione, da non intendere solo come “processo socio-economico”. “Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti – esorta – procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità”. Alla globalizzazione serve “un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza” capace di “correggerne le disfunzioni”. C’è, aggiunge, “la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza”, ma la diffusione del benessere non va frenato “con progetti egoistici, protezionistici”. (42)

    Nel quarto capitolo, l’Enciclica sviluppa il tema dello Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente. Si nota, osserva, “la rivendicazione del diritto al superfluo” nelle società opulente, mentre mancano cibo e acqua in certe regioni sottosviluppate. “I diritti individuali svincolati da un quadro di doveri”, rileva, “impazziscono”. Diritti e doveri, precisa, rimandano ad un quadro etico. Se invece “trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini” possono essere “cambiati in ogni momento”. Governi e organismi internazionali non possono dimenticare “l’oggettività e l’indisponibilità” dei diritti. (43) Al riguardo, si sofferma sulle “problematiche connesse con la crescita demografica”. E’ “scorretto”, afferma, “considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo”. Riafferma che la sessualità non si può “ridurre a mero fatto edonistico e ludico”. Né si può regolare la sessualità con politiche materialistiche “di forzata pianificazione delle nascite”. Sottolinea poi che “l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica”. Gli Stati, scrive, “sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità della famiglia”. (44)
    “L’economia – ribadisce ancora – ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì di un’etica amica della persona”. La stessa centralità della persona, afferma, deve essere il principio guida “negli interventi per lo sviluppo” della cooperazione internazionale, che devono sempre coinvolgere i beneficiari. “Gli organismi internazionali – esorta il Papa – dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici”, “spesso troppo costosi”. Capita a volte, constata, che “i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche”. Di qui l’invito ad una “piena trasparenza” sui fondi ricevuti (45-47).
    Gli ultimi paragrafi del capitolo sono dedicati all’ambiente. Per il credente, la natura è un dono di Dio da usare responsabilmente. In tale contesto, si sofferma sulle problematiche energetiche. “L’accaparramento delle risorse” da parte di Stati e gruppi di potere, denuncia il Pontefice, costituisce “un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri”. La comunità internazionale deve perciò “trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili”. “Le società tecnologicamente avanzate – aggiunge – possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico”, mentre deve “avanzare la ricerca di energie alternative”.
    Infondo, esorta il Papa, “è necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita”. Uno stile che oggi, in molte parti del mondo “è incline all’edonismo e al consumismo”. Il problema decisivo, prosegue, “è la complessiva tenuta morale della società”. E avverte: “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale” la “coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana” e quello di ecologia ambientale. (48-52)

    La collaborazione della famiglia umana è il cuore del quinto capitolo, in cui Benedetto XVI evidenzia che “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia”. D’altronde, si legge, la religione cristiana può contribuire allo sviluppo “solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica”. Con “la negazione del diritto a professare pubblicamente la propria religione”, la politica “assume un volto opprimente e aggressivo”. E avverte: “Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo” tra la ragione e la fede. Rottura che “comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità”. (53-56)
    Il Papa fa quindi riferimento al principio di sussidiarietà, che offre un aiuto alla persona “attraverso l’autonomia dei corpi intermedi”. La sussidiarietà, spiega, “è l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista” ed è adatta ad umanizzare la globalizzazione. Gli aiuti internazionali, constata, “possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza”, per questo vanno erogati coinvolgendo i soggetti della società civile e non solo i governi. “Troppo spesso”, infatti, “gli aiuti sono valsi a creare soltanto mercati marginali per i prodotti” dei Paesi in via di sviluppo. (57-58) Esorta poi gli Stati ricchi a “destinare maggiori quote” del Pil per lo sviluppo, rispettando gli impegni presi. Ed auspica un maggiore accesso all’educazione e ancor più alla “formazione completa della persona” rilevando che, cedendo al relativismo, si diventa più poveri. Un esempio, scrive, ci è offerto dal fenomeno perverso del turismo sessuale. “E’ doloroso constatare – osserva – che ciò si svolge spesso con l’avallo dei governi locali, con il silenzio di quelli da cui provengono i turisti e con la complicità di tanti operatori del settore”. (59-61)
    Affronta poi il fenomeno “epocale” delle migrazioni. “Nessun Paese da solo – è il suo monito – può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori”. Ogni migrante, soggiunge, “è una persona umana” che “possiede diritti che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”. Il Papa chiede che i lavoratori stranieri non siano considerati come una merce ed evidenzia il “nesso diretto tra povertà e disoccupazione”. Invoca un lavoro decente per tutti e invita i sindacati, distinti dalla politica, a volgere lo sguardo verso i lavoratori dei Paesi dove i diritti sociali vengono violati. (62-64)
    La finanza, ripete, “dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato” allo sviluppo. E aggiunge: “Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività”. Il Papa chiede inoltre “una regolamentazione del settore” per garantire i soggetti più deboli. (65-66).
    L’ultimo paragrafo del capitolo il Pontefice lo dedica “all’urgenza della riforma” dell’Onu e “dell’architettura economica e finanziaria internazionale”. Urge “la presenza di una vera Autorità politica mondiale” che si attenga “in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà”. Un’Autorità, afferma, che goda di “potere effettivo”. E conclude con l’appello ad istituire “un grado superiore di ordinamento internazionale” per governare la globalizzazione. (67)

    Il sesto ed ultimo capitolo è incentrato sul tema dello Sviluppo dei popoli e la tecnica. Il Papa mette in guardia dalla “pretesa prometeica” secondo cui “l’umanità ritiene di potersi ricreare avvalendosi dei ‘prodigi’ della tecnologia”. La tecnica, è il suo monito, non può avere una “libertà assoluta”. Rileva come “il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica”. (68-72) Connessi con lo sviluppo tecnologico sono i mezzi di comunicazione sociale chiamati a promuovere “la dignità della persona e dei popoli”. (73)
    Campo primario “della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica”, spiega il Papa che aggiunge: “La ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza”. La questione sociale diventa “questione antropologica”. La ricerca sugli embrioni, la clonazione, è il rammarico del Pontefice, “sono promosse dall’attuale cultura” che “crede di aver svelato ogni mistero”. Il Papa paventa “una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”. (74-75) Viene quindi ribadito che “lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale” Infine, l’esortazione del Papa ad avere un “cuore nuovo” per “superare la visione materialistica degli avvenimenti umani”. (76-77)

    Nella Conclusione dell’Enciclica, il Papa sottolinea che lo sviluppo “ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera”, di “amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace”. (78-79)

  16. angelonocent ha detto:

    DAL CONGRESSO EUCARISTICO IL FILO ROSSO DELLA SPERANZA
    Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5).

    Cari fidanzati!

    Sono lieto di concludere questa itensa giornata, culmine del Congresso Eucaristico Nazionale, incontrando voi, quasi a voler affidare l’eredità di questo evento di grazia alle vostre giovani vite. Del resto, l’Eucaristia, dono di Cristo per la salvezza del mondo, indica e contiene l’orizzonte
    più vero dell’esperienza che state vivendo: l’amore di Cristo quale pienezza dell’amore umano. Ringrazio l’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Edoardo Menichelli, per il suo cordiale e profondo saluto, e tutti voi per questa vivace partecipazione; grazie anche per le domande che mi avete rivolto e che io accolgo confidando nella presenza in mezzo a noi del Signore Gesù:
    Lui solo ha parole di vita eterna, parole di vita per voi e per il vostro futuro!

    Quelli che ponete sono interrogativi che, nell’attuale contesto sociale, assumono un peso ancora maggiore. Vorrei offrirvi solo qualche orientamento per una risposta. Per certi aspetti, il nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. La tavola è imbandita di tante cose prelibate, ma, come nell’episodio evangelico delle nozze di Cana, sembra che sia venuto a mancare il vino della festa.

    Soprattutto la difficoltà di trovare un lavoro stabile stende un velo di incertezza sull’avvenire.
    Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione di decisioni definitive, e incide in modo negativo sulla crescita della società, che non riesce a valorizzare appieno la ricchezza di energie, di competenze e di creatività della vostra generazione.

    Manca il vino della festa anche a una cultura che tende a prescindere da chiari criteri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente.

    La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza.

    Appartiene a una cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo, che in realtà banalizza la sessualità e tende a farla vivere al di fuori di un contesto di comunione di vita e d’amore.

    Cari giovani, non abbiate paura di affrontare queste sfide! Non perdete mai la speranza. Abbiate coraggio, anche nelle difficoltà, rimanendo saldi nella fede. Siate certi che, in ogni circostanza, siete amati e custoditi dall’amore di Dio, che è la nostra forza.

    Dio è buono. Per questo è importante che l’incontro con Dio, soprattutto nella preghiera personale e comunitaria, sia costante, fedele, proprio come è il cammino del vostro amore: amare Dio e sentire che Lui mi ama. Nulla ci può separare dall’amore di Dio!

    Siate certi, poi, che anche la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a voi con grande fiducia. Essa sa che avete sete di valori, quelli veri, su cui vale la pena di costruire la vostra casa! Il valore della fede, della persona, della famiglia, delle relazioni umane, della giustizia.

    Non scoraggiatevi davanti alle carenze che sembrano spegnere la gioia sulla mensa della vita.
    Alle nozze di Cana, quando venne a mancare il vino, Maria invitò i servi a rivolgersi a Gesù
    e diede loro un’indicazione precisa: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Fate tesoro di queste parole, le ultime di Maria riportate nei Vangeli, quasi un suo testamento spirituale, e avrete sempre la gioia della festa: Gesù è il vino della festa!

    Come fidanzati vi trovate a vivere una stagione unica, che apre alla meraviglia dell’incontro e fa scoprire la bellezza di esistere e di essere preziosi per qualcuno, di potervi dire reciprocamente: tu sei importante per me. Vivete con intensità, gradualità e verità questo cammino. Non rinunciate a perseguire un ideale alto di amore, riflesso e testimonianza dell’amore di Dio!

    Ma come vivere questa fase della vostra vita, testimoniare l’amore nella comunità?

    Vorrei dirvi anzitutto di evitare di chiudervi in rapporti intimistici, falsamente rassicuranti; fate piuttosto che la vostra relazione diventi lievito di una presenza attiva e responsabile nella comunità. Non dimenticate, poi, che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro.

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2011/september/docume..
    .

  17. angelonocent ha detto:

    Questa però non l’avevo ancora sentita. Non posso crederci:

    FACCIAMO UN APPLAUSO A TUTTI QUEI POLITICI CHE SONO ANDATI IN TELEVISIONE A DIRE CHE HANNO RINUNCIATO ALLE AUTO BLU….

    CLAP CLAP BRAVI!

    PECCATO CHE HANNO OMESSO UN PICCOLO PARTICOLARE: RINUNCIANDO ALL’AUTO BLU PERCEPIRANNO € 70.000,00 IN PIU’ ALL’ANNO, QUALE RIMBORSO PERCHE’ UTILIZZERANNO LA LORO AUTO!!” . Deborath

    • Deborath ha detto:

      Già, Angelo, proprio così: questo ho trovato scritto stamattina su fb ed ho condiviso…
      Sono rimasta sbalordita anch’io: in tempo di crisi, purtroppo, la crisi continua a pesare sempre, solo e comunque sui “poveri”… Questa è l’amara realtà, purtroppo…😦
      E che possiamo farci????
      Dobbiamo solo sperare che potremo godere in cielo di tutte le ingiustizie vissute sulla terra…
      ti abbraccio, dolce Angelo mio… ♥

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...