DON MILANI UOMO LIBERO – Angelo Nocent

 

Sul blog dove ho trovato questa lettera, non senza ragione, veniva così titolata: DON MILANI, UN MURO DI FOGLIO E DI INCENSO. Ma, dopo averla riletta, a distanza di tanti anni e con tanta commozione, ho preferito sostituirlo titolandola  “DON MILANI UOMO LIBERO“. Perché lo è. Perché mi sembra corrispondente al suo temperamento. Infatti il suo direttore spirituale Don Raffaele Benzi, di lui seminarista, ha scritto una sintesi lapidaria: “Un diamante trasparente e duro… che doveva ferirsi e ferire“, ma solo “per amore di Dio, dei poveri e della Chiesa“. Libero e coerente. Franco e onesto. Tagliente e preciso. Con una sua logica stringente di ragionare  e  argomentare.

Alla lunga lettera non intendo fare concorrenza per un senso di pietà verso i miei già pochi ma anche tanto provati pazienti-lettori. 

Epperò, rifacendomi al recente ANUNCIARE IL VANGELO , mi limiterò a sottolineare che Don Lorenzo aveva una così rara ed audace capacità di attualizzarlo da fare invidia a un esegeta patentato al Biblico di Roma. Del resto, a creargli tensione era questa idea forte che dovrebbe fissarsi anche nella nostra mente: «Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati, ma del numero degli  evangelizzati.»  (Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana). Che, tanto per stare nel clima di quanto ho pubblicato recentemente, è proprio il contrario di ciò che pensano i più fanatici  del Cammino Neocatecumenale.

Intendiamoci: verso questo movimento non nutro alcun pregiudizio. E ben venga lo Spirito Santo a riempire i tanti vuoti della pastorale. Epperò – come mi hanno spiegato da queste parti – se la Conferenza Episcopale del Giappone ha preso energica posizione, qualche conto che non torna ci dovrà pur essere. E i Vescovi lo hanno ribadito al Papa e ai suoi collaboratori con la stessa  franchezza e onestà intellettuale che avrebbe usato Don Lorenzo.

Dal ’59, anno in cui Don Milani rifletteva e scriveva, è passata tanta acqua sotto il ponte. Oggi noi e perfino i vescovi, siamo tutti molto diversi. Dunque che senso ha rispolverarla e rimetterla in circolazione proprio in tempo di vacanze ?

Gli è che UOMINI LIBERI non si nasce ma si diventa. E diventarlo costa fatica e perseveranza. Perché cambiano le persone, gli esempi citati possono essere rimpiazzati,  si diversificano le circostanze ma restano le tentazioni che sono sempre le stesse e costantemente in agguato. Solo che assumono  fisonomie nuove e sono provocate da linguaggi sempre più subdoli che spopolano a 360 gradi.

Ormai non ci sono più soltanto  gli “autunni caldi“. Pare piuttosto che la pentola Italia e il pentolone del Mondo siano in perenne ebolizione. Chiesa – gerarchia e fedeli – devono costantemente rivedere o ripensare il modo di stare sulla scena. Le ferie – nel senso di mare e monti – hanno subìto una drastica riduzione quasi per tutti perché le preoccupazioni quotidiane e la paura del futuro si sono fortemente accentuate per via del clima  depressivo nazionale e internazionale che si va respirando e si ripercuote non solo sulle “borse” con le colossali speculzioni ma particolarmente sulla busta paga degli impotenti comuni mortali. Così, in tempi di uomini mediocri, bisogna riportare in luce, immettere nei nostri circuiti,  testimoni e profeti.  

Di La Pira abbiamo appena parlato. Di  Don Milani, che è un altro di questi esemplari, continuoiamo a parlare. Dal suo pulpito non verrebe mai voglia di staccarsi; non si finirebbe mai di ascltare il VANGELO VIVO che esce dalla bocca e dalla penna di  questo credente esemplare, libero e incendiario anticlericale.

 Nell’Agosto del ’59 don Lorenzo Milani  è già da qualche anno confinato nella chiesetta di Barbiana.
Da là scrive all’amico Nicola Pistelli, direttore di Politica, la rivista della sinistra cattolica e padre di Lapo,  la lettera che segue, in seguito ad alcune dichiarazioni del Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini. Questi avrebbe  dichiarato in un’intervista a La Stampa: “
Voi giornalisti, parlate pochissimo della Spagna. Direi che  vogliate ignorarla di proposito. Eppure averla amica potrebbe esserci di  validissimo aiuto contro il comunismo“.

Pistelli  non ha però il coraggio di pubblicarla, uscirà solo 15 anni dopo sull’Espresso. Nella splendida lettera traspare nitidamente la capacità di Don Lorenzo di fare le opportune distinzioni tra ambiti diversi, senza assolutizzare l’autorità ecclesiale ma senza per questo disconoscerla. Riconoscendo anzi l’assoluta necessità di educarla e di farle capire quando sta sbagliando. Nonostante i 50 anni (!!) trascorsi, resta ancora una capacità quanto mai rara, specialmente di questi tempi di atei devoti.

A Nicola Pistelli, direttore di  “Politica” – Firenze

Barbiana, 8 agosto 1959

Caro Nicola,

l’opinione pubblica attribuisce ai cattolici di destra lo strano privilegio d’apparire quelli che viaggiano sul sicuro, saldamente  agganciati alla roccia della Chiesa. Voi invece quelli della zona  pericolosa sull’orlo del precipizio. Le cose non sono così semplici. La  via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi.

Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Il fatto che qualche  importante cardinale penda verso le eresie di destra non dà a esse patente di ortodossia. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie non sono costituite dalle interviste del cardinale  Ruffini sul giornale della Fiat. Sono invece nel Catechismo diocesano e  per portarsele in casa bastano 75 lire. Dopo di che sai preciso cosa  puoi dire e cosa no. Tutto quel che non è proibito è permesso e credimi  che non è poco.

Del resto, se ti restasse ancora qualche scrupolo hai nella Chiesa un  altro motivo di serenità ed è che essa è viva ed è lì apposta per richiamarci coi suoi decreti ogni volta che ce ne fosse bisogno (ho detto coi suoi decreti, non con gli articoli dei cardinali Giornalisti).

Se questa tranquillità la Chiesa non ci potesse dare non meriterebbe davvero star con lei. Si potrebbe andare a brancolare nel buio della libertà come i lontani.

Così stando le cose io non mi spiego come voi cattolici di sinistra  siate ancora tanto timidi di fronte ai cardinali. Forse è che mancate di quadratura teologica.
Per esempio: quegli altri si permettono di guardarvi dall’alto in basso perché usate la critica. Arma che essi dicono profana e indegna di cattolici. Eppure se provi a dire in confessione: «Padre, ho dissentito dall’articolo del cardinal Ottaviani», il confessore ti ride in faccia divertito come riderebbe a un bambino che non conosce la sua dottrina:
«E dove leggi che tu debba accettar per buone le opinioni di ogni singolo porporato? Dove non c’è legge non ci può essere violazione di legge neppur veniale!».

Del resto in questo campo i vostri detrattori non guardan tanto per il sottile. Si scagliavano contro il cardinale di Firenze perchè s’era schierato coi licenziati della Galileo. E li incoraggiava persino un altro cardinale con una frase che restò famosa da quanto era volgare e qualunquista (card. Ottaviani: “comunistelli di sagrestia”). Esigete  dunque un trattamento di parità. Siete figlioli devoti della Chiesa voi e  loro, per quanto dissenzienti loro da un cardinale voi da un altro.

Siete figlioli devoti della Chiesa perché l’Infallibilità non è uscita dai precisi termini del concilio Vaticano I, quelli stessi che impara il  mio Pierino sulla Dottrina diocesana classe V cap. X domandina 17.  L’Infallibilità dunque per ora non copre del suo manto tutti e singoli i  75 cardinali, i 281 vescovi d’Italia, i 5 padri del consiglio di  redazione della “Civiltà Cattolica”, eccetera.

Via, prendiamola in  ridere, se no ci si amareggia inutilmente. L’austerità del dogma in cui crediamo, per il quale siamo pronti, se Dio ci dà grazia, anche al martirio, la vorrebbero stirare come la trippa a coprire tutto quel che  fa comodo a loro e poi buttarcela in faccia col sospetto di eretici.

La Dottrina dice che il Papa è infallibile. Eretico è chi lo nega ed eretico è chi estende ad altri questo attributo. Non vedo poi argomento per attribuire maggior dignità all’eresia per eccesso che a quella per difetto.

Cattolico è dunque chi si ricorda che i cardinali e i vescovi son creature fallibili. Eretico chi mostra per loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo. Caso mai, se proprio una distinzione si volesse fare, ci sarebbe solo da dire che tra due tendenze egualmente ereticali, l’eresia per eccesso ha l’aggravante d’essere ostacolo al ritorno dei lontani.

Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa con rigore dogmatico chiede al neofita solo ciò che ha il diritto di chiedergli. Non a una Chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli  umori di ogni cardinale.

Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione ma ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. Non il giornale della FIAT. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e  cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto  che non lo si possa fare.

Il peggio che ci potrà succedere sarà  d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che  taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo.

E ora facciamo un altro passo innanzi: abbiamo mostrato che la critica ai cardinali e ai vescovi è lecita, diciamo ora addirittura che è  doverosa: un preciso dovere di pietà filiale. E un nobile dovere anche,  proprio perché adempirlo costa caro.

Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene. Vogliamo il loro bene, cioè che diventino migliori, più informati, più seri, più umili. Nessun vescovo può vantarsi di non aver nulla da imparare. Ne ha bisogno come tutti noi. Forse più di tutti noi per la  responsabilità maggiore che porta e per l’isolamento in cui la carica stessa lo costringe. E non è superbia voler insegnare al vescovo perché cercheremo  ognuno di parlargli di quella cosa di cui noi abbiamo esperienza diretta e lui nessuna.

L’ultimo parroco di montagna conosce il proprio popolo, il vescovo quel popolo non lo conosce. L’ultimo garzone di pecoraio può dar notizie sulla condizione operaia da far rabbrividire dieci vescovi non uno. L’ultimo converso della Certosa può aver più rapporto con Dio che non il vescovo indaffaratissimo.

E il vescovo, a sua volta, ha un campo in cui può trattarci tutti come scolaretti. Ed è il Sacramento che porta e quelli che può dare. In questo campo non possiamo presentarci a lui che in ginocchio. In tutti gli altri ci presenteremo in piedi. Talvolta anche seduti e su cattedre più alte della sua. Quelle in cui Dio ha posto noi e non lui. L’ultimo di noi ne ha almeno una di queste cattedre e il vescovo davanti a lui come uno  scolaretto.

E qualche volta, credimi, c’è bisogno urgente di trattarlo così! Non è  forse come un bambino un cardinale che ci propone a esempio edificante un regime come quello spagnolo? Non c’è neanche da arrabbiarsi con lui. Diciamogli piuttosto bonariamente che non esca dal suo campo specifico,  che non pretenda di insegnarci cose su cui non ha nessuna competenza.

Non l’ha di fatto e non l’ha di diritto. Ne riparli quando avrà studiato  meglio la storia, visto più cose, meditato più a fondo, quando Dio  stesso gliene avrà dato grazia di stato. Oppure non ne parli mai. Non è da lui che vogliamo sapere quale sia il tenore di vita degli operai spagnoli. Son notizie che chiederemo ai tecnici. Di lui in questo campo non abbiamo stima. Lo abbiamo anzi sperimentato uomo poco informato e poco serio.

Leggiamo ora un altro episodio. L’ho trovato su una rivista seria, è circostanziato e firmato, non ho dunque motivo di ritenere che sia inventato: ”In uno scompartimento di prima classe del direttissimo  Roma-Ancona in partenza da Roma alle 16.37 del 3 ottobre 1958 sedevano un vescovo e due altri religiosi al suo seguito. Il posto accanto al  vescovo era occupato da una cartella.

Un viaggiatore rimasto in piedi ben per due volte ha chiesto garbatamente se il posto era occupato e i religiosi han risposto di sì. Non era vero. era un’occupazione abusiva fatta col solo scopo di lasciare il vescovo più comodo. Il controllore avrebbe dovuto verbalizzare, ma il viaggiatore rimasto in piedi, pro bono pacis, ha pregato di lasciar correre e la cosa e’ finita cosi’.” (Il Ponte, 1958 pag.1350).

Ti pare inverosimile? A me no. Siamo di nuovo  davanti a un ragazzo. L’altro pretendeva di insegnare cose che ancora non conosce. Questo ruba 3450 lire e poi rimedia con una bugia e con tutto questo non si accorge di aver peccato. Gli pare anzi, con un alone  di 50 cm di rispettabilità a destra e a manca del suo sedere, di aver reso omaggio al Carattere Sacro della sua persona.

Ha vissuto mezzo secolo di storia ed è già giunto a votare Democrazia Cristiana ma non sa ancora che democrazia è uguaglianza di diritti. E’ nato cento anni dopo la Rivoluzione Francese e non s’è ancora accorto che quel germe è fiorito, che ha mutato le nostre ex-pecorelle, le ha rese non più pecorelle soltanto, ma cittadini: gente che si vuol rendere conto e che vuol essere convinta. Eppure tutta questa lezione della storia che egli non ha preso è lezione di Dio, perché è Dio che disegna la storia per nostro ravvedimento e affinamento. E l’hanno inteso perfino tanti laici cattolici. Quelli per esempio che sono stati tredici anni al potere in Italia e non si sono sognati di includere nel regolamento ferroviario privilegi per i vescovi. Non l’hanno fatto perchè erano oramai abituati  a un sentimento più alto e interiore della dignità vescovile.

Qualcosa che è tanto piu’ alta quanto più è vicina, tanto più piccina quanto più  pretende un piedistallo che la storia ormai le ha negato. E quello di Bologna che mette a lutto per un mese tutte le chiese della diocesi per un fatto come quello di Prato [il vescovo di Prato mons. Fiordelli fu condannato a 40.000 lire di multa per diffamazione nei confronti di due coniugi da lui definiti “pubblici concubini” perchè si erano sposati con il solo rito civile]?

E quello stesso di Prato che confronta se stesso con i martiri cinesi? Non son
forse tutti uomini che hanno perso il senso delle proporzioni? E a chi mai può succedere questa disgrazia immensa se non a chi non ha più accanto la mamma che sappia, quando è l’ora, dargli uno scapaccione oppure a chi non ha più intorno dei figlioli coraggiosi che sappiano raccontargli in faccia ciò che dice la gente?

Vedi dunque che non è sdegno per i vescovi che occorre, ma per noi stessi, figlioli vili e egoisti che abbiamo amato più la nostra pace che il bene del nostro padre e della nostra Chiesa. Fermiamoci dunque un poco in esame di coscienza.

  • Potevano quegli infelici saper qualcosa sul mondo che li circonda e su se stessi?
  • C’e’ qualcuno che li corregge?
  • Abbiamo mai provato a parlar loro francamente così come si parlerebbe al nostro figliolo colto in fallo?
  •  No, via, bisogna confessarlo, nessuno di noi si   è curato di educare il suo vescovo. E se tanti vescovi vengon su come li vediamo, sicuri di sè, saputelli, superbi, ignoranti, enfants gates come potremo volerne male a loro noi che non abbiamo fatto nulla per tendere loro una mano e riportarli al mondo d’oggi e all’umiltà cristiana e alla giusta gerarchia dei valori?
  • E questo lor essere cosi’ non e’ per la Chiesa un male molto piu’ grande di quanto non lo potrà essere quel turbamento che in qualche animo debole potran fare le critiche?
  • E’ meglio conservare il piedistallo alto nell’illusione di coprire un po’ alla meglio la vuotezza dei vescovi o è meglio buttar giù il piedistallo e ottenere, per mezzo di un po’ di critica, vescovi capaci di non dire sciocchezze e in più splendenti di quell’umiltà che è virtù cristiana e quindi in nessun modo disdicevole in un vescovo?

La vita di un vescovo! Io ne so poco, ma me la posso immaginare perché  conosco qualche sacerdote importante e anche qualche grosso militare e  qualche grosso primario di ospedale. Parallelo al crescendo di importanza un crescendo di isolamento. In presenza a lui i giudizi andavano diventando ogni giorno più prudenti e più chiusi. Per esempio, chi pensava che il Papa facesse a mezzo con Confindustria, lo diceva con  scherno impertinente al povero seminarista indifeso. Lo diceva in forma  già più attenuata e indiretta al giovane cappellano. Lo diceva solo di  lontano al parroco di campagna, padre ancora abbordabile, ma già  autorevole personaggio. Non lo diceva per nulla a monsignore parroco di città, amico di un mucchio di persone influenti e molto più potente egli  stesso che non il collocatore comunale. Non lo dirà mai al suo vescovo  che viene in visita una volta ogni cinque anni e che si può vedere solo dopo molta anticamera in una sala imponente, imponente lui stesso per età, per carica, per grazia.

E allora, quando quel vescovo passando per le strade vede sui muri scritte irrispettose per il papa (ma le vede?), non ha elementi per giudicare se siano opera di mestatori estranei senza  rispondenza nel cuore degli operai o se siano invece intima convinzione  di tanti e che ha avuto esca in errori nostri di cui bisogna correggersi.

Il vescovo che organizza una manifestazione mariana con elicotteri, non 
ha modo di valutare se questa forma di devozione sdegna o commuove.

Va in visita e non incontra che cattolici o comunisti travestiti da cattolici. Gente comunque che non lo critica, che non si permette di insegnargli nulla. Lo dico senza malanimo. Siamo tutti eguali. Anch’io faccio così nove volte su dieci. Non vien voglia di dire al vescovo ciò che si pensa. E’ più comodo trattarlo coi soliti dorati guanti di menzogna che danno il modo a lui e a noi di vivere senza seccature. Ed egli intanto cresce e matura e invecchia senza crescere né maturare né invecchiare.

Passa per il mondo senza toccarlo. Non abbastanza alto per essere illuminato dal Cielo. Non abbastanza basso per insozzarsi la veste o per imparare qualcosa. Fa errori puerili, s’intende di tutto, giudica la storia, la politica, l’economia, le vertenze sindacali, il popolo con la beata incoscienza di un infante, con l’innocente pretenziosità del generale di armata o del contadino di montagna. È appunto come il generale di armata e come il contadino di montagna un uomo cui nessuno fa scuola. Un infelice. E tanto più è un infelice per il fatto che nel frattempo perfino i laici cattolici hanno aperto un po’ di occhi. Loro che il muro di incenso non proteggeva dai morsi della storia.

E come è tragico e ingiusto che il Pastore sia rimasto indietro alle pecore! E come potremo non reagire a questo fatto assurdo? Il rispetto? Tacere non è rispetto. E’ dare una spallucciata dopo aver visto degli infelici che non sanno vivere, gente in mare che non sa nuotare.

Disinteressarsi del prossimo e’ egoismo. Disinteressarsi dell’educazione di fratelli che hanno in mano tanta parte della Chiesa è disinteressarsi della Chiesa! Meglio essere irrispettosi che indifferenti davanti a un fatto così serio. Dunque quel viaggiatore ha fatto bene a provocare quell’incidente e a pubblicarlo. Povero untorello che diffonde la peste dell’anticlericalismo, (quando dice il vero) serve più la nostra Chiesa che la sua. E bisognerebbe ringraziarlo o meglio passargli innanzi ed essere capaci noi dell’esame della nostra coscienza piu’ di lui che ce l’esamina malevolmente. E come vorrei saper dare a questo mio articolo un accento cosi’ accorato che nessun malintenzionato potesse dire di me che calco le orme dei nemici della Chiesa! E come vorrei far capire che la stessa notiziola identica, scritta con le identiche parole, quand’ è sul Ponteè cattiveria distruttrice, quand’è in bocca nostra è amore appassionato per una Chiesa in cui viviamo , da cui non ci siamo mai staccati neppure in prove durissime, una Chiesa che vogliamo migliore e non distrutta. E quale mai interesse se non di paradiso ci può far stare con lei dopo le figure che ci ha fatto fare? E come dunque si può sospettare i nostri atti?

Ma torniamo all’educazione dei vescovi. Dopo la critica la miglior  forma di educazione che possiamo dar loro è di informarli. Le informazioni a un vescovo da dove credi che arrivino? Credi che abbia un apposito servizio di telescriventi che lo colleghi col Vaticano e in Vaticano a sua volta col mondo intero? Non l’ha. Oppure credi che abbia un filo di comunicazione diretta con lo Spirito Santo? Non l’ha neanche il Papa. Lo Spirito lo assiste, ma non lo informa. Te lo immagini lo Spirito in concorrenza con l’ANSA? I fatti dunque di cronaca e di storia il vescovo li sente raccontare, li legge sui giornali, li ascolta alla radio. Creature sono, creature fallibili, spesso creature maliziose quelle che giorno per giorno hanno l’onore di formare il pensiero del vescovo.

Che orrore! E noi bisogna star zitti? Perchè noi zitti? Son più bellini quegli altri? Per rispetto anche questo? E che rispetto è mai questo di vedere il nostro padre ingannato ogni giorno, menato per il naso dai padroni della stampa e del mondo e star lì in umile silenzio a lasciar fare?

Quando si sente il cardinal Ruffini lodare il regime spagnolo, verrebbe voglia di dirgli che un dittatore sanguinario o un governante incapace fa più male alla Chiesa quando la protegge che quando la combatte. Ma invece non ci deve essere bisogno di dire queste cose al cardinale. I princìpi li sa, il Vangelo lo conosce. Non è di idee giuste che occorre rifornirlo. Le avrebbe inventate da sé senza che nessuno gliele avesse suggerite se solo avesse visto certi fatti. Oppure se li avesse saputi con tanta precisione e insistenza da esser come se li avesse visti.

Di fronte al bisogno ogni uomo diventa inventore come Robinson nell’isola. E  il bisogno di una soluzione ideologica soddisfacente lo crea il cuore quando ha visto la sofferenza. Un cardinale (fino a prova contraria) lo presumi in buona fede, onesto, buono e inorridito del sangue. Se la sua mente non cerca quali siano gli errori di fondo del regime spagnolo è segno che i suoi occhi non erano presenti a qualcuno di quei fatti disumani che visti da vicino bastano a schierare un cuore per sempre.


Nell’austero silenzio della biblioteca di un convento domenicano dove non entra né pianto di spose né allegria di bambini, si può ben disquisire sulla liceità della pena di morte, sui diritti del principe e  sulla preminenza del bene comune. Ma nel cortile di un carcere spagnolo  quando il forte il vincitore uccide il debole il vinto, quando solo a guardarla in viso la vittima si rivela non un comune delinquente ma creatura alta che ha preposto il bene del suo prossimo al proprio tornaconto.

Oppure fuori dei cancelli dove l’urlio di madri, spose, figlioli trasforma anche il comune delinquente in figlio, marito, babbo,  in qualche cosa cioè che vorremmo far vivere e non morire, allora le conclusioni di biblioteca si vorrebbe tornassero in altro modo, allora si ritorna sui testi con un altro desiderio in cuore e nel giro di  un’ora il meccanismo dei sillogismi ha bell’e sfornato la soluzione giusta.

Questo saprebbe fare anzi correrebbe a fare anche il cardinal Ruffini, ne son sicuro. Ma il cardinale, nel cortile del carcere di Barcellona nel giorno del Congresso Eucaristico non c’era. E non c’era neanche l’inviato speciale del muro di carta che lo circonda.

L’inviato era pochi passi più in là in quella stessa Barcellona in quello stesso giorno. Era a fotografare il generale Franco genuflesso su un faldistorio di velluto rosso dinanzi a centomila fedeli sudditi, mentre leggeva la consacrazione della Spagna al Sacro Cuore.

Il generale Franco  non ha ascoltato neanche il telegramma del Papa per gli undici sindacalisti di Barcellona e li ha uccisi a sfida nel giorno stesso del  Congresso.

Sono abbonato al Giornale del Mattino. Sono abbonato anche a un  settimanale cattolico francese. Se non avessi avuto il secondo non mi sarei mai accorto sul primo di quel che fa la polizia francese. Non che la notizia non ci fosse, ma era riportata di rado e non in vista, e in forma dubitativa e senza particolari. Quanto basta per non accorgersene. Oppure accorgersene ma non dargli il suo posto. Accorgersene ma non schierarsi.

Sul giornale cattolico francese la stessa notizia è martellata a tutta pagina e spesso si sente anche la testimonianza diretta dei torturati. E non solo le cose dolorose, ma anche quelle volgari: “Enculer il torturato, pisciargli in faccia, fargli assaggiare la merde francaise, passargli l’alta tensione pei coglioni etc” (Temoignage Chretien 26.6.59 pag.3 e pag.5).

Quattro frasi che non leggeremo mai su un giornale cattolico italiano. C’e’ chi se ne rallegra  perche’ le trova sconce. Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i polizziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose (La Gangrene, Editions de Minuit 1959) viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso.

Il presidente Leone ha rimproverato un deputato: “Non mi sembra  opportuno dir male di uno Stato proprio quando il suo capo si trova in questa stessa città” (seduta del 25.6.59). E a me invece non sembra opportuno stringere la mano a De Gaulle senza avergli detto queste cose in faccia.

Avrei paura che il figlio di un torturato vedesse sui giornali la mia fotografia accanto a De Gaulle magari nell’atto di stringergli la mano col sorriso ebete e beato delle fotografie ufficiali.

 Avrei il terrore che egli si stampasse il mio viso negli occhi per riconoscermi il giorno in cui per caso mi vedesse sul pulpito in una chiesa missionaria d’Africa.

Il galateo dei giornali cattolici italiani in un articolo come questo toglierebbe i nomi di cardinali e vescovi, toglierebbe i dati esatti del treno Roma-Ancona, toglierebbe i particolari sulla tortura parigina, toglierebbe tutto ciò che convince e  si imprime. E si defrauderebbe anche della frase di quel mussulmano torturato: “Avevo sentito dire che quel genere di tortura rende
impotenti e il pensiero che avevo già un bambino mi riconfortava”.

Che irresistibile moto di solidarietà nasce quando s’è letto queste  parole! Che uomo grande è quello! Che grande civiltà e che civiltà spirituale deve avere dietro di sè per poter esprimere questo pensiero durante la tortura invece che i pensieri di odio. E come questa civiltà  non avrà diritto a autogovernarsi? E come son piccini quegli altri.


Piccoli e volgari oltre che feroci. E che terrore che essi siano non l’eccezione casuale, ma il segno di una societa’ in disfacimento. E come fa paura il pensiero che essi non sono soli dato che il governo “cattolico” si rifiuta di indagare, dato che ha anzi espressamente abolito nella nuova Costituzione il limite di tempo entro il quale la polizia deve consegnare un prigioniero al magistrato. Il cuore si schiera irresistibilmente. Ecco cosa può fare la stampa con il solo scegliere le cose da raccontare oppure col solo modo di raccontarle.

E bada che non si tratti di uno schierarsi sentimentale che debba per forza concretarsi in uno schieramento politico con l’Algeria contro la Francia. Non è trovare subito una soluzione o ignorare alcune ragioni che possono avere anche i francesi in Algeria. E’ solo un aver presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa è l’anticamera necessaria di uno schieramento razionale ed onesto.

Ed è questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perchè la maggior parte di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello.

E le informazioni vanno sì alla memoria, ma passando per il cuore, e passando lo formano se sono equilibrate, lo deformano se sono unilaterali, in mille modi che la mente non sa più controllare. Passano  e ripassano  per il canale del cuore del cardinal Ruffini le informazioni sulle torture ungheresi e il cuore batte.

Il cuore del cardinale è generoso, batte e si allarga da quella parte. Perfino uno scomunicatissimo capo comunista (Nagy, Beria ecc.) a un teleordine dell’United Press diventa a un tratto acceleratore di battiti di cuore episcopale. E le notizie di Partigi e di Barcellona non passano. Oppure le une passano con particolari che scuotono, le altre passano in volo senza fermarsi. E se invece di Barcellona e Parigi avessi pescato esempi in campo sindacale italiano, quanto poco mi ci sarebbe voluto a dimostrare che i giornali cattolici ignorano quel mondo e lo relegano nell’ultimo cantuccio o addirittura ne sfalzano maliziosamente i valori?

 Un volgare matrimonio di principi ha avuto tutta pagina per settimane (e senza critiche), erano le stesse settimane in cui i giornali cattolici iognoravano la gravità delle vertenze che erano accese in quel momento o peggio si univano incoscienti al coro della stampa “indipendente” per mettere in evidenza solo qualche disagio contingente che quegli scioperi provocavano invece di studiarne la sostanza.

Sostanza di gran peso se aveva posto in agitazione due milioni di lavoratori italiani apparteneti a tutte le organizzazioni sindacali con la CISL in testa. Il fatto che due milioni di lavoratrori (cattolici compresi e non ultimi) hanno sacrificato generosamente settimane di salari e rischiato e subito rappresaglie per avere esercitato un loro preciso diritto costituzionale non è fatto talmente serio da meritare la prima pagina nel giornale cattolico e quindi nel cuore del vescovo?

Ma non l’ha avuta e se il vescovo non va a cercarla apposta relegata nel  cantuccio sindacale non trova la documentata risposta di Storti alle banali accuse della grande stampa contro la CISL. Gli succede quello che  è successo a Barcellona e Parigi. Per le notizie di lontano spesso siamo stati ingannati anche noi come lui. Per le notizie di vicino (per es. queste ultime) spesso, troppo spesso, s’è visto ciò che lui non poteva vedere e siamo stati zitti. E ora è colpa nostra se il cuore del  nostro vescovo è guidato coi fili dai giornalisti.

Dai giornalisti il cui cuore è guidato a sua volta da chi? Lo sappiamo purtroppo e vien fatto di rabbrividire. E’ una catena di responsabilità “irresponsabili”, che aggroviglia tutto, e disonora in conclusione noi, la nostra gerarchia, la nostra Chiesa. E poi c’è la figura patetica di quell’uomo prigioniero dell’informazione reticente e dell’ossequio vile. E fa pietà non solo per i cristiani e per i lontani che egli ha ingiustamente disorientato, ma anche per lui stesso.

Un prigioniero bisogna aiutarlo e liberarlo, e tanto più quando è prigioniero il nostro padre. Se non gli sbraneremo il muro di carta e non gli dissolveremo il muro di incenso Dio non ne chiederà conto a lui ma a noi. Ci toccherà rispondergli di sequestro di persona. Dopo tutto quel che abbiamo patito in questo mondo ci ritroveremo nell’altro becchi  e bastonati.

(Preso da BeffaTotale non ho trovato l’edizione di riferimento)

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6 risposte a DON MILANI UOMO LIBERO – Angelo Nocent

  1. angelonocent ha detto:

    LETTERA A TULLIO DE MAURO – (Da http://www.barbiana.it/index.html )

    Oggetto: La Scuola negata!

    Caro Tullio De Mauro, ci siamo conosciuti in Sicilia invitati da Nello per un convegno a Palermo sulla scuola, accompagnavo l’amico Giorgio Pecorini. Lo ricordi? In quell’occasione ebbe inizio, per me, un percorso che sembra non poter finire. Avevamo la comune pretesa di rendere applicabile il pensiero pedagogico di don Lorenzo Milani o meglio di demistificare la figura del Priore agli occhi dei ragazzi e soprattutto dei Gianni d’oggi, così diversi, all’apparenza, da quello che eravamo noi nei lontani anni ’60.
    Uno stimolo forte, a quello che noi allievi di don Lorenzo Milani ripetiamo da sempre, lo desti al nostro convegno di Vicchio, nel lontano 1990. Sono passati 20 anni! Eri così emozionato che piangesti, ricordi?
    Beh, quel giorno ci illudesti veramente. Pensavamo di avere con noi un compagno di viaggio; in seguito fu solo delusione.
    Ti cercammo in tutti i modi, ma non rispondesti mai al nostro appello! Perché?
    Perché come tutti gli intellettuali vivi di te stesso!
    Perché come tutti i politici hai accettato di divenire succube a questo neoliberismo!
    Diventasti ministro della Pubblica Istruzione.
    Vergogna!
    Porti un nome che ci ha sempre onorato di coerenza e al quale abbiamo sempre abbassato gli occhi in trepida venerazione.
    Vergogna!
    Abbiamo capito che parlare soltanto di don Milani favorisce la carriera, mentre applicarlo all’interno dei contesti in cui viviamo, isola. Sì, le istituzioni di destra o di sinistra (cosa vuol dire oggi?) eliminano gli oppositori che escono dalle linee comuni e oggi, come al tempo del fascio, non è facile opporsi veramente.
    Hai mai provato ad immaginarti una vita senza stipendio?
    Senza una sicurezza di casa e di lavoro?
    Ti hanno mai fermato le ronde padane perché dormivi in un furgone invece che in albergo?
    Gli oppositori non sono stati ancora crocifissi o incementati, come facevano una volta, perché questa democrazia resta ancora funzionale a un sistema di alleanze perverse dove, Sindacato e padroni, gestiscono in comune il potere di preservare le sicurezze, economiche e sociali, solo ai propri iscritti! Te dai una cosa a me e io do una cosa a te. Un linguaggio ormai diffuso e non solo in Sicilia!
    Fatta questa premessa ci corre l’obbligo di rispondere a una delle domande che molto spesso i giovani ci rivolgono: “La coerenza paga?”.
    Di primo acchito verrebbe di rispondere che la coerenza paga. Senza coerenza perdiamo anima e sentimenti. Ma è veramente così?
    Il popolo Palestinese sta migliorando? Ora che i suoi bambini possono pagarsi solo le scuole coraniche?
    E la Russia, l’Africa …. .
    Chi spiegherà le differenze reali tra l’indifferenza della gente ai tempi dell’Olocausto e l’indifferenza di oggi?
    Te non me lo puoi dire: “Cosa c’entriamo noi?”
    Te come tutti i professori d’Italia hai contribuito a questa follia generale, è vero ogni bambino ha un genitore, ma non si può soltanto dire, come fa la scuola, che la colpa di questa involuzione generale è da attirbuirsi solo alle famiglie.
    Se la campanella squilla ogni 50 minuti è colpa della madre di Giacomino?
    Se un insegnante termina l’anno scolastico senza riuscire neppure ad imparare a memoria i nomi dei suoi allievi è colpa del padre di Giacomino?
    Se non si insegna mai ne economia ne politica è colpa della Gelmini?
    Veniamo al sodo. Se questa scuola non funziona la colpa è vostra, di voi professori, che in tutti questi anni di lotte sindacali avete pensato solo agli stipendi e ai privilegi.
    Se la scuola dell’adolescenza è diventata una spece di carcere o manicomio, 5m x 5 e 30 ragazzi dentro, è perché in tutti questi anni di lotte sindacali avete pensato solo alle cose materiali e poco avete fatto per modificare l’ambiente che sempre più vi rende promotori di una follia generale che tanto appare premessa agli anni ’20 del secolo scorso.
    Esagero? Sì, forse esagero.
    La colpa è anche di noi genitori che abbiamo vissuto la scuola come un parcheggio. Che abbiamo rinunciato ai Consigli e abbiamo praticato la delega.

    Un nonno del terzo millennio

  2. lucetta ha detto:

    Eccomi, fedele nei secoli come l’arma dei carabinieri!!!!Ehehehe!!!! Ho letto per un po’ ma poi ho deciso di stampare così durante le cure termali (partiamo domenica) posso leggere con calma tutto. Lascio solo un breve commento a queste parole di don Milani che AMMIRO tanto.
    “Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati, ma del numero degli evangelizzati.»
    E certo perchè siamo stati SALVATI tutti da LUI ed il nostro compito di cristiani, se abbiamo compreso questa verità GRANDE, è quello di aiutare gli altri a capirla…..il resto lo farà ancora una volta il SIGNORE.

    Ho letto questa tua lettera, sei tu vero che scrivi oppure ho capito male? Don Milani ti avrebbe applaudito. Ciao Angelo, a presto. Tornerò il 28 agosto.

  3. angelonocent ha detto:

    No, Lucetta, la lettera a Tullio De Mauro, ex ministro dell’istruzione, sottoscritta da “un nonno del terzo millennio” non è mia. Dal contesto mi par di capire che l’autore sia proprio uno dei ragazzi di Don Milani:
    “…Uno stimolo forte, a quello che noi allievi di don Lorenzo Milani ripetiamo da sempre, lo desti al nostro convegno di Vicchio, nel lontano 1990. Sono passati 20 anni! Eri così emozionato che piangesti, ricordi?”.

    Però mi sentirei di sottoscriverla ed è per questo che, trovatala, l’ho riportata sul sito.
    Grazie per la tua fedeltà alla GRC e buone cure termali!

  4. ili6 ha detto:

    Ciao, quanti ricordi di studi suscita in me questo tuo post!
    lascio un video che racchiude tanto di Don Milani e un saluto, ciao
    Maria Rosaria

  5. angelonocent ha detto:

    I CARE – Maria Rosaria, è bello immaginarti trascorrere le ore insonni di ferragosto ad ammirare il cielo stellato. L’ho fatto anch’io l’altra notte. Non c’era una nuvola, cosa rara sul cielo sempre perturbato di Kagoshima.
    Ma è doveroso restare sempre con i piedi per terra. E don Lorenzo è un forte richiamo alla realtà, con tutte le sue contraddizioni.

    Grazie per la suggestiva canzone che non conoscevo. Passano gl’anni, sfioriscono le nostre esistenze, ma Barbiana resta un punto luminosissimo del nostro pianeta che fa invidia alle stelle. Loro, che, proprio nella notte di San Lorenzo, versano lacrime di commozione sopra il Camposanto dove riposano le sue spoglie, in attesa di risurrezione.

    Se affiorano i ricordi è perché quell’esperienza ci ha profondamente segnati. E così sentiamo il bisogno di tramandare alle nuove generazioni, assetate di libertà, un fulgido esempio di uomo libero e coerente. Dunque, evangelico. “Un diamante trasparente e duro… che doveva ferirsi e ferire“, ma solo “per amore di Dio, dei poveri e della Chiesa“.

  6. Pingback: IL 26 GIUGNO 1967 MORIVA A FIRENZE DON LORENZO MILANI – Angelo Nocent | GLOBULI ROSSI COMPANY

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