IL DOLORE INNOCENTE: GIULIA GABRIELI DI ANNI 14

Nelle “bozze” conservavo un trafiletto sul DOLORE INNOCENTE, firmato Don Carlo Gnocchi, messo lì nella certezza che, prima o poi, mi sarebbe venuto buono per affrontare l’argomento.

Ma oggi, dopo aver letto di GIULIA sul sito di Lucetta,  mi sento incapace sia di commentare che di sviluppare il tema. Così ho pensato di procedere a un baratto: io copio sul mio blog GRAZIE GIULIA, lascio sul suo la riflessione sul DOLORE INNOCENTE del beato Carlo Gnocchi,  e mi metto in silenzio nell’ultimo banco, quello degli asini,  per ascoltare la sua lezione. Infatti, le spetta, a buon diritto, il titolo di DOCENTE e di sedersi sulla CATTEDRA DEI SOFFERENTI:

Nell’economia della redenzione cristiana, il dolore dell’uomo è complemento volutamente necessario del dolore e della morte redentrice di Cristo:Compio nel mio corpo quello che manca alla passione di Cristo(Col 1,24) e perché la redenzione di Cristo sia totale, ogni cristiano deve apportare ad essa il contributo della propria sofferenza.

La pedagogia cristiana del dolore tende anzitutto ad insegnare praticamente ai bimbi che il dolore non si deve tenerlo per sé, ma bisogna farne dono agli altri e che il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti.

Opera dunque di estimazione e di spersonalizzazione del dolore, alla quale non è difficile giungere abituando il fanciullo a dirigere la sua pena o la sua rinuncia verso obiettivi concreti, quali si offrono ogni giorno alla sua sensibilità (per la guarigione di una persona cara, per i missionari lontani, per la conversione del babbo, per un compagno povero, per l’ottenimento di una grazia importante, per la cessazione di una guerra, per il Papa, per un condannato, per un assassino di cui parla la cronaca, ecc.).

Purché si tratti sempre di motivi reali, concreti e di interesse immediato per un bimbo. Se tale interesse è alto, i fanciulli sanno arrivare alle vette della più alta poesia e del sacrificio.

Ricordo che, da giovane sacerdote, preparando un gruppo di bambini alla prima comunione ed avendo detto di fare qualche sacrificio per esserne degni, ci fu un bambino che andò a sbattere le mani e le braccia nude in un cespuglio di ortiche, riportandone una grave e pericolosa infezione generale; e quando io andai a trovarlo, nel suo lettino, aveva gli occhi così raggianti di luce sovrumana che non ebbi il coraggio di rimproverarlo del suo gesto sconsigliato né potei trattenermi dall’abbracciarlo, soggiogato da un senso di profondo rispetto e venerazione.

Orbene, il motivo più alto e più nobilitante, la meta più sublime e sublimatrice alla quale avviare il dolore del bimbo, come ogni altro dolore, è certamente Cristo crocifisso.

Quando un bambino sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli può conferire ad ogni sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, il dovere che egli ha di imitare il comportamento ed i sentimenti di Gesù nei momenti del dolore, con questo egli avrà toccato il centro più profondo e più inesplorato, il più originale ed operante di tutto il cristianesimo, quasi – direbbe Gratry – il punto verginale” della dottrina di Cristo. E quando si ha la ventura di “toccare” così da vicino Iddio, negli anni della giovinezza, il suo segno gaudioso resterà valido e indelebile per tutta la vita. S’ impone dunque all’educatore un’opera sottile di sublimazione e di santificazione del dolore innocente.

Ed  a questa non si arriva se non attraverso il magistero arcano della Messa. E’ nella Messa quotidiana che il fiume del Sangue Divino si arricchisce per la confluenza dell’umano dolore ed è nel fiume divino che ogni stilla di sofferenza umana e di pianto acquista valore soprannaturale di redenzione e di Grazia.  Don Carlo Gnocchi

Postato il settembre 1, 2011 da lucetta

La storia di Giulia
È morta ma ce l’ha fatta

di Fabio Finazzi

Questa è la storia di Giulia Gabrieli, 14 anni, malata di tumore. Sappiate fin da subito che Giulia ce l’ha fatta. È vero, non è guarita: è morta la sera del 19 agosto, a casa sua, nel quartiere di San Tomaso de’ Calvi, a Bergamo, proprio mentre alla Gmg di Madrid si concludeva la Via Crucis dei giovani.

Eppure ce l’ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio». Giulia era fatta così: diceva queste cose enormi, che a noi adulti tremolanti sembrano impronunciabili, con la lievità dei suoi 14 anni.

Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un’esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato.

Il talento della scrittura. Aveva il talento della scrittura (due volte premiata al concorso letterario «I racconti del parco»). Amava inventarsi storie fantastiche, avventurose. Per questo paragonava la sua malattia a un’avventura. E rifletteva: «Il fatto è che la gente ha paura della malattia, della sofferenza. Ci sono molti malati che restano soli, tutti i loro amici spariscono, spaventati. Non bisogna avere paura! Se gli altri ci stanno vicino, ci vengono accanto, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono “Dai che ce la fai!”, è quello che ci dà la forza di andare avanti. Se questo non succede ti chiedi: perché vanno così lontano? Se hanno paura, allora devo temere anch’io… Perché dovrei lottare per la guarigione se nessuno mi sta accanto?». Non solo conosceva perfettamente la sua malattia, ma aveva imparato a distinguere ogni farmaco, ogni risvolto tecnico delle chemioterapie. Con la sua amabile ma dirompente personalità non lesinava consigli (eufemismo, sarebbe meglio dire direttive) a medici e infermieri dell’oncologia pediatrica di Bergamo. In più ci aggiungeva la sua decisiva flebo di allegria: «Se trovi la forza per pensare: eh va be’, vado in ospedale, faccio una chemio e poi torno a casa, è tutta un’altra cosa. Certo anch’io quando sto male mi chiedo: perché è successo proprio a me? Poi però quando sto meglio dico: “Massì, dai, è passato”. Ci rido anche sopra…».

La malattia va sdrammatizzata. La malattia va sdrammatizzata, diceva sempre Giulia. E ci riusciva così bene che pochi giorni prima di morire ha costretto uno dei suoi medici, in visita a casa sua, a mimare «quella volta in cui sono svenuta e tu mi ha presa al volo».. Lui ha dovuto mimare e farsi pure fotografare. Quel drammatico pomeriggio è finito con una risata collettiva. Già, i suoi «supereroi». Giulia aveva un rapporto personale, speciale, perfino confidenziale con ciascuno di loro. Li adorava, ampiamente ricambiata. E si arrabbiava moltissimo quando in Tv sentiva parlare di «malasanità». «Se ci fate caso non c’è molta differenza tra un supereroe e un medico. I supereroi salvano tutti i giorni la vita a delle persone, anche sconosciute. E lo stesso si può dire dei medici: solo che anziché usare le tele di ragno come Spiderman o le ali come Batman, usano le medicine. E poi, dal punto di vista umano, sono davvero imbattibili». Potete quindi immaginare con quale peso sul cuore i suoi supereroi le dovettero comunicare un giorno della «recidiva». Il tumore, un sarcoma tra i più aggressivi, tenacemente combattuto per un anno e ridotto in un angolo, si era ripresentato. Più forte di prima. C’era da ricominciare tutto da capo.

Nello studio, i medici schierati avevano le lacrime agli occhi, che non sarà professionale ma è dannatamente umano. Non riuscivano a rompere il ghiaccio. Allora Giulia, che come al solito aveva già capito tutto, con uno di quei suoi gesti spontanei e regali, si è alzata e li ha abbracciati uno per uno (e chi l’ha conosciuta sa cosa erano i suoi abbracci…). Poi ha detto: «Ce l’ho fatta una volta ad affrontare le chemio, posso farcela anche la seconda. Forza, ripartiamo da capo». Insomma, li ha consolati, capite? Eppure, insisto, Giulia era una ragazza normale. Per esempio, come tutti i suoi coetanei, amava la musica. E in modo speciale un grande classico di Claudio Baglioni, nella versione cantata da Laura Pausini: «Strada facendo». «Strada facendo vedrai che non sei più da solo… mi trasmette proprio un grande slancio: dai che ce la fai! Strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo… Sì, mi dà leggerezza, una grande speranza». Strada facendo Giulia si è imbattuta nella storia di Chiara Luce Badano, morta nel 1990, a diciotto anni, per un tumore osseo e proclamata beata il 25 settembre 2010. E Dio solo sa quanto è stato provvidenziale questo incontro: «Lei è morta, però ha saputo vivere questa esperienza in modo così luminoso e solare, abbandonandosi alla volontà del Signore. Voglio imparare a seguirla, a fare quello che lei è riuscita a fare nonostante la malattia. La malattia non è stata un modo per allontanarsi dal Signore, ma per avvicinarsi a Lui…».

Ma Dio dov’è? Avvicinarsi a Dio? Ma come, la malattia t’incalza, la tua vita è sempre più stravolta, il tuo fisico sempre più debilitato e tu ti avvicini a Dio anziché urlargli tutta la tua rabbia? In realtà anche Giulia a un certo punto è stata «molto arrabbiata». Di più: è scesa nell’abisso – il cristianissimo abisso – del mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonata? Racconterà, in seguito: «Continuavo a dire ai miei genitori: ma Dio dov’è? Adesso che sto malissimo, ho addosso di tutto, Dio dov’è? Lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori perché non me li leva? Dov’è?». Giorni drammatici, di autentica disperazione.. I medici pensavano a un ovvio, prevedibile crollo psicologico. Ma Giulia cercava un’altra risposta e l’ha trovata a Padova. Ci era andata per la radioterapia ed era finita nella basilica di Sant’Antonio, in cerca di un po’ di pace. A un certo punto una signora raccolta in preghiera, mai vista prima, le ha messo la mano sopra la sua mano malata. «Non mi ha detto niente, ma aveva un’espressione sul volto come se mi volesse comunicare: forza, vai avanti, ce la fai, Dio è con te. Sono entrata arrabbiata, in lacrime, proprio in uno stato pietoso, sono uscita dalla basilica con il sorriso, con la gioia che Dio non mi ha mai abbandonata. Ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più…».

La gioia. Tenete bene a mente questa parola, perché in questa incredibile ma realissima storia sembra la più fuori posto e invece, alla fine, diventerà la parola chiave. Ma prima c’è da dire di un’altra grande passione di questa ragazza normale: la Madonna. Abbracciata in modo singolare in un primo viaggio a Medjugorje. E poi in un secondo più recente, chiesto per i suoi 14 anni, come regalo di compleanno, al seguito un pullman di 50 persone tra amici e parenti. Ha spiegato un giorno, in una testimonianza pubblica – non volava una mosca –, davanti a decine di ragazzi: «Non c’è una parola che possa descrivere Medjugorje: posso solo dirvi che l’amore della Madonna è talmente grande, è talmente forte che esplode in preghiera, conversioni, amore verso il prossimo». Va da sé che la devozione mariana si porta dietro un’altra passione: quella per il Rosario, recitato tutte le sere. Inusuale per una ragazzina? Può darsi. Ma Giulia ti sorprendeva sempre. Era sempre un passo avanti. E così, proprio nelle settimane di sofferenza più acuta, ha composto di suo pugno una «coroncina di puro ringraziamento». Diceva: «Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie, chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri. Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio». Questa formula non esisteva. Lei l’ha inventata e scritta.

L’esame da 10 e lode Ma intanto la ragazza normale desiderava fortissimamente continuare a fare le cose normali della sua età. Per esempio l’esame di terza media. E trovando chissà dove le energie, sostenuta dalle insegnanti della scuola in ospedale (che lei amava profondamente e voleva fosse meglio conosciuta e valorizzata) e dalle prof della sua scuola media Savoia, anche questa volta ce l’ha fatta. A dispetto dei dati clinici e della sua prognosi, che la dava già per morta. Allo scritto di italiano un tema magistrale, ispirato al diario di un soldato al fronte. All’orale, con tutta la commissione d’esame riunita nel salotto di casa, la tesina sugli orrori delle guerre e della Shoah, con tanto di acutissima analisi critica del Guernica di Picasso. Il tutto unito da un filo vibrante: la trasposizione della sua sofferenza. Un’esposizione di mezz’ora filata, chiusa da un’irrituale ma quantomai appropriata standing ovation. Risultato: 10 e lode. Al suo fianco l’amica del cuore che singolarmente – ma non casualmente secondo Giulia – si chiama anche lei Chiara («È da sempre la mia migliore amica, lei è tutto per me»). Con la malattia, cresceva in lei l’urgenza di dare una testimonianza ai giovani, soprattutto a quelli che pensano di fare a meno di Dio, «impegnati in una frenetica caccia al tesoro, ma senza tesoro».

Erano giorni di preghiera intensissima, di sofferenze offerte in particolare ai non credenti. Perché «ognuno ha un Dio e Dio c’è per tutti». Ecco l’idea di una video-testimonianza. Ancora volta ce l’ha fatta: l’intervista diventerà presto un dvd. Giulia, del resto, va detto con la dovuta cautela e senza enfasi, ma va detto, cambiava spesso le (moltissime) persone che incontrava. Chi entrava in casa sua, in quel bunker di serenità, ma anche di riservatezza e accoglienza che è la sua famiglia – a partire da mamma Sara, da papà Antonio e dal piccolo, formidabile Davide (9 anni) – si portava un carico di angoscia e usciva molto più leggero. Giulia, infine, credeva nei miracoli. Ma le grazie le chiedeva per gli altri, non per se stessa: in particolare i bambini malati conosciuti all’ospedale. Soltanto alla fine, quando il suo giogo era a tratti insopportabile e tutte le armi dei supereroi erano drammaticamente spuntate, ha iniziato a chiedere per sé. Ma solo «se è la volontà del Signore».

Quale sia stata la volontà del Signore già lo sapete. La mattina del 19 agosto, a Madrid, il suo vescovo Francesco, che con lei aveva intessuto un dialogo fitto e confidenziale, ha raccontato la storia di Giulia ai mille e più ragazzi bergamaschi della Gmg. Non sapeva che si fosse aggravata così tanto. Poi la sera la Via Crucis, nella notte la notizia che era «andata incontro al Signore». Il giorno dopo, sabato, ha celebrato per lei la Messa con i giovani. E la mattina del lunedì, di ritorno da Madrid, qualche ora prima dei funerali, raccolto in preghiera con la famiglia, ha invitato a «correggere» così l’eterno riposo: «L’eterna gioia donale Signore, splenda a lei la luce perpetua. Amen». Con questa parola, gioia, di colpo così adeguata, finisce (o forse inizia), la storia di Giulia Gabrieli, la ragazza malata di tumore. Che è morta. Ma ce l’ha fatta. E giudicate voi, credenti o meno che siate, se tutto questo non è un miracolo.

P.S. Come si sarà intuito sulla storia di Giulia ce n’è quanto basta per scrivere un libro.. In effetti era anche il suo sogno. Quando il progetto è stato presentato alle Paoline di Milano, l’editore ha deciso in pochi minuti, senza esitazione: si pubblichi. Il primo capitolo è già scritto. Il resto verrà da sé. Perché qualcuno, che l’ha amata come una figlia senza che il padre ne fosse geloso, è stato scelto – da Giulia – per conservare i suoi scritti, registrare le sue testimonianze pubbliche, raccogliere le sue confidenze. E ora ne completerà l’opera, prestando la sua penna e lasciando che sia lei a scrivere. Il libro s’intitolerà: «Un gancio in mezzo al cielo».

Familiari e amici stanno realizzando un blog dedicato a Giulia. Nel frattempo chi volesse inviare messaggi o riflessioni può scrivere a: congiulia03@gmail.com

http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/228339_finazzi/

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13 risposte a IL DOLORE INNOCENTE: GIULIA GABRIELI DI ANNI 14

  1. lucetta ha detto:

    Insieme a te mi metto all’ultimo banco, penso e medito. Che figura bella!!!!Giulia è riuscita a fare ciò che ha fatto perchè Gesù l’ha condotta per mano. Si può arrivare ad offrire se stessi, ad accettare la sofferenza SOLO CON IL SUO AIUTO. Ebbene, dico solo che voglio quello che LUI VUOLE e lo supplico di aiutarmi a VOLERLO.

  2. *Annamaria* ha detto:

    wow, che bella testimonianza! Certe storie fanno davvero riflettere… quante volte mi ritrovo a scoraggiarmi per delle piccolezze passeggere…

  3. fabiana ha detto:

    Le parole non valgono qui!
    Bellissima Giulia, di Dio!

  4. silvia ha detto:

    Mi metto con voi all’ultimo banco.

  5. Angelo Pucci ha detto:

    Che figura bella!!!!Giulia è riuscita a fare ciò che ha fatto perchè Gesù l’ha condotta per mano.

  6. flora tupputi ha detto:

    tu che sei nella Luce dell’Amore prega per i nostri giovani che ancora non conoscono Dio Amore

  7. Sofia Paganucci ha detto:

    Addio Giulia ti conoscevo da poco ma mi manchi tanto comunque quindi l’ unica cosa che ti posso dire è vai con Dio, perchè è lui che ti ha guidata fino a qui! Ti vogliamo tutti un MONDO di bene!!!

  8. angelonocent ha detto:

    Cara Giulia,
    mentre attraversavi il tunnel della tua malattia e ti trasfondevano la chemio, tu, con il cuore di fanciulla, l’hai compreso: IL SIGNORE È LA LUCE:
    «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio»

    «Beata sei tu, Giulia GABRIELI, perché non la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli“. ((Mt 16,13-20).

    Il Signore è la luce che vince la notte!
    Rit. Gloria, gloria, cantiamo al Signore!
    Il Signore è la vita
    che umilia la morte!
    Il Signore è la tromba che umilia il silenzio!
    Il Signore è il coraggio che umilia il terrore!
    Il Signore è il sereno che umilia la pioggia!
    Il Signore è la grazia che vince il peccato!
    Il Signore è la gioia che vince l’angoscia!
    Il Signore è la pace che vince la guerra!

  9. fabiana ha detto:

    Caro Angelo,
    ho visto i post più letti di oggi perlomeno.
    Sono le tre figure di 3 ragazzini:
    Giulia, 14 anni, Rolando 14 anni, e Chiara Luce 18, …
    I piccoli corrono,
    siamo noi a stargli dietro!

  10. Pingback: L’ABISSO DEL MALE – IL DOLORE INNOCENTE – Vito Mancuso | GLOBULI ROSSI COMPANY

  11. angelonocent ha detto:

    Sì. Fa biana, Chiara Luce e Rolando da tempo detengono il primato. Adesso va ad aggiungersi anche Giulia.
    E’ un segno dei tempi: Dio ci parla attraverso la testimonianza di ragazzi del nostro tempo, semplicemente docili alle sollecitazioni dello Spirito.

  12. Claudia ha detto:

    Grazie Giulia, anch’io, come tanti di noi hanno dichiarato apertamente, mi accomodo nell’ultimo banco… com’è affollato! Ciao angelo meraviglioso e grazie ancora, ho tanto da imparare!!!

    • angelonocent ha detto:

      Cara Claudia,
      il bello di questa storia è che non si tratta di un angelo (puro spirito) ma di una ragazza in carne ed ossa, che ha assaporato il calice amaro della chemioterapia per ben due volte.

      Non avrebbe retto (e non ne parleremmo) se non avesse assunto anche il Corpo e il Sangue del Signore, condiviso la Sua Passione, distribuito intorno a sè la gioia della fede che è una grande carità. Sono i miracoli dell’Eucaristia.

      Se noi parliamo adesso di lei è perché siamo stati toccati dalla sua testimonianza, perché dalle semplici ma toccanti parole che ha sulle labbra, si percepisce la presenza dello Spirito in lei, vivo ed operante.

      In questi interventi ci vedo una segreta richiesta che questa fortuna accada anche a noi.
      Perché non c’è di meglio al mondo che riuscire a stare nel binario in cui Dio ci pone per la realizzazione del suo cosmico progetto d’amore. Giulia, pur così giovane, lo ha compreso pienamente e ci sbalordisce.

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