NATALE IN COMPAGNIA DI…

“Sono davanti a Te, Santo Bambino!”

Durante il mio soggiorno in Giappone, ho avuto modo di  conoscere una famiglia cattolica di Kagoshima proprio nella cattedrale che ero andato a visitare e che è dedicata a  San Francesco Saverio, il missionario che per primo è sbarcato su questi lidi a portare la Buona Notizia del Vangelo che è Gesù.

Il papà è avvocato, la mamma si dedica al volontariato. Se riesco a stare ancora in contatto è grazie a Sayaho, la figlia ventenne che da un paio di mesi si trova a Londra per motivi di studio e che parla il francese meglio di me; così riusciamo a mantenere una certa corrispondenza.

Un giorno, in una sua mi chiedeva se conoscevo il poeta UMBERTO SABA che lei può leggere solo tradotto ma che, non so per quale ragione, lei ama particolarmente. La mia risposta è stata affermativa.  Mi ha molto sorpreso il fatto perché non so quanti italiani, specie fra i più giovani, ne conoscono almeno il nome.

Comunque, pensando alle parole augurali da inviarle a Londra, m’è venuta in mente la sua poesia del Natale e così le ho inviato il testo nell’originale italiano e con una mia traduzione in frencese che spero comprensibile.

E’ di ieri la sua risposta: “Caro Angelo,  Buon Natale!  Ti ringrazio molto per i tuoi regali meravigliosi [video-natale a Milano] e per la poesia di Saba.  Spero che un giorno capirò e potrò leggere ad alta voce in italiano. (Un lungo viaggio!) Per me, l’incontro casuale con te e con Elena alla Chiesa di San Francesco Saverio è stato un altro meraviglioso dono di Dio“.

 

Il perché anche su questo sito è presto detto: in questi giorni, tra casa, Chiesa e televisione, la Parola di Dio occupa certamente un posto prioritario e di commenti è pieno il web. Così ho pensato di porre l’accento sui poeti, personaggi abbastanza dimenticati ma che sanno esprimere in modo efficace e conciso lo stato d’animo di noi, più o meno credenti, più o meno superficiali.

Dunque comincerò proprio da lui:

saba_1
Umberto Saba (Gorizia 1883 – Trieste 1957) ha sempre dichiarato di aver cercato nella propria opera la verità, quella più profonda e nascosta che solo l’esperienza del dolore è capace di rivelarci. Con “la verità che giace al fondo” Saba si riferisce alla profondità dell’inconscio. La poesie diventa quindi strumento per la ricerca della verità attraverso versi chiari e trasparenti (antiermetismo) che rischiara il mondo interiore.

La notte è scesa

e brilla la cometa

che ha segnato il cammino.

Sono davanti a Te, Santo Bambino!

Tu, Re dell’universo,

ci hai insegnato che tutte le creature sono uguali,

che le distingue solo la bontà,

tesoro immenso,

dato al povero e al ricco.

Gesù, fa’ ch’io sia buono,

che in cuore non abbia che dolcezza.

Fa’ che il tuo dono

s’accresca in me ogni giorno

e intorno lo diffonda,

nel Tuo nome.

(Poesia “A Gesù Bambino” – Umberto Saba)

La nuit est tombée/ et la comète brille /qui a marqué le chemin. /Je me tiens devant vous, Saint-Enfant!
Vous, le roi, /Vous nous avez appris que toutes les créatures sont égales, /ne distingue que la bonté, immense trésor,/ donné aux pauvres et les riches.
Jésus, laissez-moi être bon,/ que le cœur n’a pas cette douceur./
C’est que votre don /Chaque jour, je s’accresca/ et autour de la propagation, /en ton nom.
(Poésie “Une Enfant Jésus” – Umberto Saba)

quasimodo_1Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) è stato un poeta italiano ermetico che vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1959.  Nei suoi scritti emerge la sua angoscia esistenziale; la ricerca della pace interiore è affidata ad un rapporto col divinoche è, e resterà successivamente, tormentato anche se animato da un anelito sincero.

Natale

Natale.

Guardo il presepe scolpito, dove sono i pastori appena giunti alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio delle figure di legno: ecco i vecchi del villaggio e la stella che risplende, e l’asinello di colore azzurro.

Pace nel cuore di Cristo in eterno; ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli il fratello si scaglia sul fratello.

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri?

ungaretti                Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è stato un poeta e scrittore italiano. Nelle sue opere è evidente il carattere autobiografico della sua arte: questo collegare la vita con la letterature sarà uno dei motivi dell’Ermetismo. Ricollegandosi alle teorie del Simbolismo, Ungaretti porta l’analogia alle sue estreme conseguenze, cercando i mettere in relazione sostantivi sempre più distanti. La poesia è anche testimone di Dio, quindi ha un valore religioso e metafisico. In questa poesia dedicata al Natale Ungaretti racconta  del suo ritorno a casa dal fronte della Prima Guerra Mondiale. E’ tornato a casa in licenza, ma è stanco e non vuole fingere di dimenticare neanche per un po’ le atrocità della guerra, tuffandosi tra la gente e nella città in festa.

Natale

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo di strade
Ho tanta

stanchezza sulle spalle

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare.

Composta nel Natale del 1916, durante un periodo  di licenza che Ungaretti trascorse a Napoli presso alcuni amici. Il momento  di tregua dalla guerra consente al poeta un attimo di respiro: l’uomo straziato dal dolore per la morte dei compagni davanti ai suoi occhi.

L’opera evidenzia tutta la tristezza del poeta, ancora impressionato dalla brutalità della guerra che non risparmia nessuno, e non ha voglia di passeggiare nelle piccole strade affollate di gente, durante le feste natalizie. Ungaretti frantuma i versi per dare l’impressione  di un singhiozzo. Questo ritmo crea infatti tristezza e raggela l’animo del lettore, il che contrasta con l’immagine del caminetto, il quale più che calore pare evocare quelle emozioni che mancano. La poesia presenta figure retoriche come la metafora e la similitudine.

pirandello_1                   Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1934. Nella sua vasta produzione, i suoi scritti si ispirano prevalentemente all’ambiente borghese che sarà poi ulteriormente scandagliato e definito nelle opere teatrali.

In questo racconto del Natale Pirandello non affronta solo il tema delle festività ma dedica un’attenzione all’insieme del rapporto con la Divinità.

La spiritualità di Pirandello è declinata sotto l’impulso di varie suggestioni, dall’ingenua fede popolare al distacco del borghese colto.

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come  l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione.  Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla  fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto  però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un  minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in  essi.
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:
– Buon Natale – e sparivo…
Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.
– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…
Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:
Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:
Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.
– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?
– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.”

gozzanoGuido Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – Torino, 9 agosto 1916) fu un poeta solitario, un’anima sofferente, sia per la sua malattia fisica, sia perché aspirava a vivere in modo diverso da quello che gli era toccato. Questo conflitto interiore caratterizzò non solo la sua esistenza bensì anche la sua cultura e la sua produzione poetica.

La notte Santa – Guido Gozzano

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell’osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio? Un po’ di posto per me e per Giuseppe? – Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe.
Il campanile scocca lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto! – Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi: Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.
Il campanile scocca lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove! – S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.
Il campanile scocca lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci! – Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…
Il campanile scocca lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell’alta e bassa gente.
Il campanile scocca le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due? – Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta! Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue… Maria già trascolora, divinamente affranta…
Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.

È nato! Alleluja! Alleluja!
È nato il Sovrano Bambino. La notte, che già fu sì buia, risplende d’un astro divino. Orsù, cornamuse, più gaje suonate; squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti, ma, come nei libri hanno detto da quattro mill’anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto. Per quattro mill’anni s’attese quest’ora su tutte le ore. È nato! È nato il Signore! È nato nel nostro paese! Risplende d’un astro divino La notte che già fu sì buia. È nato il Sovrano Bambino.
È nato! Alleluja! Alleluja!

presepe_per_recita Di GIOVANNI

PAPINI

  

Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore. Ma come potrà accadere questa nascita interiore? (25 dicembre 1955, di Giovanni Papini). Voce: Nadia Bonaldo fsp. Realizzazione video: Eleonora La Rocca fsp.

Re Magi Poesie di Natale
di Giovanni Papini

I Magi

I Magi non erano Re, ma erano i padroni dei Re. / Nessun Re avrebbe mosso guerra senza averli ascoltati: /essi sapevano tante cose. /Era giusto, dunque, che venissero ad inchinarsi dinanzi a Gesù. / Dopo le bestie che sono la Natura, /dopo i pastori che sono il Popolo,/ questa terza potenza, il Sapere, /s’inginocchia alla mangiatoia di Betlemme. /Era giusto. 

   

       

 Ritorno per un dolce Natale

di Ada Negri

 

Disse la madre: Lasciate socchiusa la porta, ch’egli  verrà.

Fu lasciata socchiusa la porta: egli entra, disceso  dall’eternità.

Per strade di neve e di fango gli fu guida la stella in  cammino

nei cieli sol quando rinasce, dentro una stalla, Gesù Bambino.

Riaccosta l’uscio in silenzio, appende in silenzio il  gancio al mantello

(fiori e bruciacchi di schrapnell nella divisa ridotta un brandello:

ma ben calca sugli occhi l’elmetto, che la fronte non  sia veduta,

e siede, al suo posto, nel cerchio della famiglia  pallida e muta.

-Mamma, perché non ti vedo la veste di raso dal gaio  colore?

– E’ in fondo all’armadio, è in fondo all’armadio:

domani la metto, mio dolce amore.

– Babbo, perché così curvo, perché tante rughe intorno ai tuoi occhi?

– Son vecchio, ormai: vecchio e stanco; ma tutto passa,  se tu mi tocchi:

– Sorellina dal piede leggero, perché un nastro nero  fra i riccioli biondi?

– T’inganni, ha il colore del cielo, ha il colore dei  mari profondi.

Intanto, dalle campane della Messa di Mezzanotte

gigli e gigli di pace e d’amore fioriranno nella santa notte.

Ed ecco al “Gloria” drizzarsi nell’alta e sottile persona il soldato,

togliendo dal capo l’elmetto, piamente, con gesto  pacato.

Scoperta arderà in mezzo alla fronte l’ampia stimmate sanguinosa:

corona di re consacrato, fiamma eterna, divina rosa.

Ma sotto il diadema del sangue egli il capo reclinerà

come chi nulla ha dato, come chi nulla avrà.

Ada Negri:

”Ora   che si avvicina il Natale, penso che presto riudrò suonatori ambulanti imitar   nella via, con trombe e flauti, la voce delle pive. Gli strumenti sono diversi, la canzone è la stessa. Passeranno, come sempre nel dicembre, lungo il viale  dove ancora qualche foglia secca penzola dai rami dei platani: il lento e familiare   motivo, che nei giorni alla vigilia odo ripetersi fin da quando ero piccina,   mi afferrerà di sorpresa come fa ogni volta”.      

 

LA NEVE

Sui campi e nelle strade

silenziosa e lieve

volteggiando, la neve

cade.

Danza la falda bianca

ne l’ampio ciel scherzosa

poi sul terren si posa

stanca.

In mille immote forme

sui tetti e sui camini,

sui cippi e sui giardini

dorme…

  

IL  NATALE
di Alessandro Manzoni

 

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all’impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;

Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà:

Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un’ineffabile
Ira promessa all’imo
D’ogni malor gravollo,
Donde il superbo collo
Più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio
Quale era mai persona
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar?

Ecco ci è nato un Pargolo,
Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All’uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
Oltre l’antico onor.
Dalle magioni eteree
Sporga una fonte, e scende
E nel borron de’ triboli
Vivida si distende:

Stillano mele i tronchi;
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior.
O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
Non ti comprende il giro:

La tua parola il fe’.
E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma Vergine,
La gloria d’Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì.

La mira Madre in poveri.
Panni il Figliol compose,
E nell’umil presepio
Soavemente il pose;
E l’adorò: beata!
Innanzi al Dio prostrata
Che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
Nunzio di tanta sorte,
Non de’ potenti volgesi
Alle vegliate porte;
Ma tra i pastor devoti,
Al duro mondo ignoti,
Subito in luce appar.

E intorno a lui per l’ampia
Notte calati a stuolo,
Mille celesti strinsero
Il fiammeggiante volo;
E accesi in dolce zelo,
Come si canta in cielo,
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
Tornando al firmamento:
Tra le varcate nuvole
Allontanossi, e lento
Il suon sacrato ascese,
Fin che più nulla intese
La compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
L’albergo poveretto
Que’ fortunati, e videro,
Siccome a lor fu detto,
Videro in panni avvolto,
In un presepe accolto,
Vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
Dormi, o Fanciul celeste:
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste,
Use sull’empia terra,
Come cavalli in guerra,
Correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
Chi nato sia non sanno;
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell’umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re.

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8 risposte a NATALE IN COMPAGNIA DI…

  1. Deborath ha detto:

    Ciao Papino mio, se non ci fossi tu!!!!
    Parecchie di queste poesie le conoscevo, altre no, così come non conoscevo il racconto di Pirandello!!!!!
    L’ho trovato stupendo e soprattutto reale!!!!
    Penso che si possa proprio adattare ad ogni uomo, a me, prima di tutti!!!!😦
    Per quanto riguarda, poi, la poesia di Gozzano, ahhhhh, mi hai fatto fare un salto nel tempo enorme: mi sono rivista all’età di 8 o 9 anni a casa della nonna, con un maglioncino bordeaux ed i pantaloni che tengo sotto il braccio mio fratello ed ondeggiando da una parte all’altra, (come, del resto faccio ancora), recitavo questa poesia, studiata a scuola e che allora mi sembrava lunga ed infinita…
    Sento ancora la voce di mio padre, mentre la studiavo, che mi diceva: “Non devi ripeterla a cantilena!!!!”
    Ma tutti i bambini ripetono così le poesie, come se fossero una dolce nenia…
    Grazie Angelo, mi hai suscitato tutto questi ricordi, bellissimi, anche se un pò dolorosi, di quella nostalgia che ha il potere di farti ancora male…
    Ti voglio bene… ♥
    Buon Natale a te e alla tua lontana famiglia…🙂

  2. ili6 ha detto:

    il Natale dei poeti e degli scrittori!
    come Deborath, un punto speciale per Pirandello🙂

    Auguri di serenità e pace. Buon Natale.

  3. fabiana ha detto:

    Sereno Natale a tutti!
    Grazie Angelo.🙂

  4. lucetta ha detto:

    Anch’io mi sono sentita trasportare nel passato!!!
    Più di tutte….. mi colpiscono le parole di PAPINI. Grazie Angelo ed ancora BUON NATALE.

    Anche se Cristo nascesse
    mille e diecimila volte
    a Betlemme,
    a nulla ti gioverà
    se non nasce almeno una volta
    nel tuo cuore.

    Ma come potrà accadere
    questa nascita interiore?
    Eppure questo miracolo nuovo
    non è impossibile
    purché sia desiderato e aspettato.

    Il giorno nel quale non sentirai
    una punta di amarezza
    e di gelosia dinanzi alla gioia
    del nemico o dell’amico,
    rallegrati perché è segno
    che quella nascita è prossima.

    Il giorno nel quale non sentirai
    una segreta onda di piacere
    dinanzi alla sventura e alla caduta altrui,
    consolati perché la nascita è vicina.

    Il giorno nel quale sentirai il bisogno
    di portare un po’di letizia a chi è triste
    e l’impulso di alleggerire il dolore o la miseria
    anche di una sola creatura,
    sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente.

    E se un giorno sarai percosso
    e perseguitato dalla sventura
    e perderai salute e forza,
    figli e amici
    e dovrai sopportare l’ottusità,
    la malignità e la gelidità
    dei vicini e dei lontani,
    ma nonostante tutto non ti abbandonerai
    a lamenti né a bestemmie
    e accetterai con animo sereno il tuo destino,
    esulta e trionfa perché il portento
    che pareva impossibile
    è avvenuto
    e il Salvatore è già nato nel tuo cuore.

    Non sei più solo, non sarai più solo.
    Il buio della notte fiammeggerà
    come se mille stelle chiomate
    giungessero da ogni punto del cielo
    a festeggiare l’incontro
    della tua breve giornata umana
    con la divina eternità.

    25 dicembre 1955
    Giovanni Papini

  5. angelonocent ha detto:

    Tra poche ore sarò alla MESSA DELLA NATIVITA’.

    Questa notte, concedi al tuo popolo, Signore, di percepire che Medjugorie è in tutte le chiese del Mondo: Maria con il Bambino in braccio, a dire: “Fate quello che Egli vi dirà”.

    Si procederà per gradi:

    – Prima il riconoscimento delle nostre miserie morali: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa!
    – Poi la Divina Parola…
    – E l’offerta dei nostri doni: quattro spiccioli…e possibilmente la vita.
    – E la discesa dello Spirito Santo a mutare l’acqua in vino: Cristo consacra, gli angeli stanno adoranti, canta il popolo santo “Gloria al Dio nostro…”.
    – Poi la preghiera della Paternità e fratellanza divina…
    – E la Comunione che guarisce e rinvigorisce …

    OGGI, o Signore è il giorno dell’attesa trepida di Te e questa notte ti incontrerò in una Eucaristia particolarmente solenne:

    – memoria della tua nascita nella presenza della tua morte e risurrezione;
    – profonda comunione con te fino alla totale trasformazione di me stesso
    – e incontro con i fratelli fino a condividere la pace e la gioia.

    – Fa che viva questa giornata alla presenza del Battista che con la sua austerità mi prepariad incontrare la tua misericordia.
    – E fa che io sia, a mia volta, una presenza del Battista che aiuta i miei fratelli a incontrarti.
    – Fa vibrare il mio cuore per la tua presenza, come chi ama si sente svegliare dalla presenza dell’amato.
    – Fammi sentire la dolcezza della tua misericordia, che perdona, rinnova e rilancia.
    – Dammi la gioia di vedere in te la fedeltà del Padre, che, con la tua presenza, mi porta la benedizione.
    – Fa che io rappresenti tutti quelli fuori dalla porta che si sentono ESCLUSI. Non è vero, ma accade.
    – Lascia che ti parli di coloro che sono nell’afflizione per il pane, la malattia, l’incomprensione…
    – E, se non ti dispiace, anche dei Globuli Rossi
    – Fa che io dica al mondo la gioia di sentirti “Dio-con-noi”.

    “O Cristo, stella radiosa del mattino,
    incarnazione dell’infinito amore,
    salvezza sempre invocata e sempre attesa,
    tutta la chiesa ora ti grida come la sposa pronta per le nozze:
    vieni, Signore Gesù, unica speranza del mondo”. Amen.

  6. silvia ha detto:

    Tra le varie proposte e pensieri giuntimi in questi giorni, una mi è di particolare conforto.
    “Nel nostro presepio c’è una
    culla vuota, Signore, non la riempiremo con un Bambinello finto, ma
    la potremo riempire solamente aprendo il nostro cuore all’Amore,
    alla donazione, al servizio, all’abbandono.
    Questa notte, Signore,
    quando tu nascerai in questa stalla, fa che io abbia messo il mio cuore
    in quella culla, …”
    Non solo essere culla, [la Sua era una greppia per gli animali] con Lui nella culla, ma figli nel Figlio in cui il Padre si compiace.
    Buon Natale ancora.

    • angelonocent ha detto:

      Il tuo è un gesto bellissimo che mi ha fatto pensare. E m’è baluginata l’idea che si può anche ribaltare la prospettiva: il Natale è anche l’inverso dell’andare alla grotta, di fare il presepio, lasciando la culla vuota fino all’ultimo momento, in attesa che scatti “l’ora” del parto per collocare il Bambino di gesso.

      Tra la fiumana di gente che spopola le strade i negozi e le chiese per festeggiare il Natale (di chi?!), magari dimenticando che si tratta del compleanno di Gesù, ci sono anche i curiosi o i pensosi che si chiedono il perché di tanto trambusto.

      Che da qualche parte non accada proprio l’imprevisto?

      « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua »… (Luca 19,5)

      Ecco il miracolo: “A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio(Gv 1,12). Con ciò che ne consegue.

      E se accadesse per il passa-parola di un semplice viandante?

  7. Donatella ha detto:

    Bellissimo post caro Angelo, attraverso i nostri letterati il Natale si è espresso in tutta la sua dolcezza e poesia. Ancora auguri.

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