LA DANZA DELLA MORTE – SHOHA il giorno della memoria

 

Foto da http://www.e-guernica.net/kl/bk_01.php

Il Papa ad Auschwitz a mani giunte :”Signore, perché hai taciuto?

L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau unavalle oscura“. Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia  con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità:Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza  Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (Sal 23, 1-4. 6).

Benedetto XVI

DISCORSO DEL SANTO PADRE VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

Il Pontefice ha scelto l’italiano per il discorso in cui ha ricordato la Shoah “Sono qui come tedesco, per chiedere perdono e riconciliazione“.

                   <B>Il Papa ad Auschwitz a mani<br /><br /><br /><br /><br />
giunte "Signore, perché hai taciuto?"</B>
Benedetto XVI al suo ingresso nel campo di Auschwitz

CRACOVIA – Ha oltrepassato a piedi il cancello con quella scritta tragicamente celebre, Arbeit Macht Frei, e a piedi ha attraversato il viale principale dell’ex campo di concentramento di Auschwitz, a poca distanza di quello di Birkenau, dove si è recato più tardi. Papa Benedetto XVI è giunto nel luogo dello sterminio e, qualche passo più avanti della delegazione, ha seguìto il percorso a mani giunte, in preghiera fin dal primo istante del suo ingresso. Per l’ultima tappa della sua visita apostolica in Polonia, il Pontefice ha scelto dunque di visitare il lager, il luogo di martirio e di sterminio più conosciuto nella storia dell’umanità, simbolo della Shoah, del genocidio, del terrore. E nel suo discorso ha detto: “Sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire, come fece Giovanni Paolo II: “non potevo non venire qui“.

Per il suo discorso Benedetto XVI sceglie l’italiano, non il tedesco, la sua lingua, né il polacco, quella del paese che lo ospita. In italiano il Papa chiede “perdono e riconciliazione” e implora Dio “di non permettere più una simile cosa“.

Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? E’ in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte” dice Benedetto XVI, al termine del canto di lutto del Kaddish e l’accensione di un cero. Distruggendo il popolo degli ebrei, mandandoli a morte “come pecore da macello” ed eliminandoli “dall’elenco dei popoli della terra“, i nazisti volevano “uccidere Dio“, ha detto papa Benedetto XVI.

Quei criminali violenti – ha affermato -, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno“.

 Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza – ha aggiunto -, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo“.

Il Papa parla delle lapidi che ha visto, dei sentimenti e le riflessioni che gli hanno suscitato. Esse, per il Pontefice, celano “il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio“.

 Il ricordo delle vittime, ha continuato, vuole “portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male“, portare ai sentimenti che Sofocle “mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: ‘Sono qui non per odiare insieme ma per insieme amare‘”.

 Le reazioni al discorso del Papa sono state positive, con qualche appunto. La comunità ebraica in Polonia ha apprezzato la forza e la profondità delle parole del Pontefice, con il solo rilievo che esse non contengono nessuna condanna dell’antisemitismo attuale e passato.

 Il presidente della comunità di Varsavia, la più grande della Polonia con appena 500 membri, Piotr Kadlcik, ha detto che è mancato un riferimento a tutte le altre sofferenze patite prima e dopo dell’Olocausto dagli ebrei. Giovanni Paolo II, ha rilevato, in circostanze analoghe aveva sempre sottolineato che “le sofferenze per gli ebrei non sono cominciate nel ’41 e non sono finite nel ’45“.

La visita.

La prima tappa ad Auschwitz è stata nel cortile del Muro della Morte, dove si trovavano ad attenderlo alcuni ex prigionieri.

Poi Benedetto XVI si è recato in visita nella cella di Massimiliano Kolbe, nel Blocco numero 11.

Ricevuto dal direttore del Museo di Auschwitz, dal presidente del Comitato per il Dialogo interreligioso della Conferenza episcopale polacca, dal responsabile ebraico del Comitato, dal Vescovo della diocesi di Bielsko-Bia e dal ministro della Cultura, tra i primi gesti Papa Ratzinger ha apposto la propria firma sul libro d’oro del Museo.

Josef Ratzinger era stato già due volte ad Auschwitz, da cardinale: il 7 giugno del 1979 come arcivescovo di Monaco-Frisinga, tra i vescovi che accompagnavano Giovanni Paolo II e l’anno successivo, con una delegazione dell’Episcopato tedesco in visita in Polonia.

Bagno di folla a Cracovia. “La città di Karol Wojtyla è anche la mia“, ha detto il Pontefice in mattinata, salutando i due milioni di fedeli radunati nel parco di Blonie. Ha spiegato di essere venuto in Polonia “per un bisogno del cuore” e ha confessato “profonda commozione” nel celebrare laddove il predecessore ha officiato tutte le volte che è tornato a Cracovia da Papa. E ha sottolineato come, proprio grazie a Wojtyla, la città sia ora “cara al cuore di innumerevoli moltitudini di cristiani in tutto il mondo“.

Altrettanto commosso il saluto del cardinale Stanislao Dziwisz, a nome di tutta la Chiesa polacca: “La nostra casa è anche la tua casa, la nostra Chiesa è anche la tua Chiesa“. Giovanni Paolo II, ha aggiunto Dziwisz, “è molto contento e gioisce perché ti vede camminare in questa terra. Ti ha invitato a Roma per essere suo collaboratore e ora, dopo aver accettato la missione, sostituisci Gesù Cristo sulla terra“.

Ai polacchi papa Ratzinger ha chiesto di restare saldi nella fede, “forti nella forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo”. “Anch’io – ha detto con parole del predecessore – vi prego di guardare dalla terra il cielo, di testimoniare con coraggio il Vangelo nel mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore“.

Poi, un appello ai giovani: “Ieri mi avete portato come dono il libro delle dichiarazioni ‘Non la prendo, sono libero dalla droga’. Vi chiedo come padre: siate fedeli a questa parola. Qui si tratta della vostra vita e della vostra libertà. Non lasciatevi soggiogare dalle illusioni di questo mondo”.

(28 maggio 2006)

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5 risposte a LA DANZA DELLA MORTE – SHOHA il giorno della memoria

  1. Donatella ha detto:

    Raccogliamoci nel silenzioso omaggio di una muta preghiera…
    Non ti nascondo che ogni volta che ci penso mi chiedo “Perchè il Signore permette queste cose?”
    Poi penso che Dio non c’entra…Dio è amore…è della malvagità umana la responsabilità di queste cose orribili…
    Ti abbraccio

  2. Lucetta ha detto:

    “Se questo è un uomo”.

    Voi che vivete sicuri
    Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera
    Il cibo caldo e visi amici:
    Considerate se questo è un uomo
    Che lavora nel fango
    Che non conosce pace
    Che lotta per un pezzo di pane
    Che muore per un sì o per un no.
    Considerate se questa è una donna,
    Senza capelli e senza nome
    Senza più forza di ricordare
    Vuoti gli occhi e freddo il grembo
    Come una rana d’inverno.
    Meditate che questo è stato:
    Vi comando queste parole.
    Scolpiterle nel vostro cuore
    Stando in casa andando per via,
    Coricandovi alzandovi;
    Ripetetele ai vostri figli.
    O vi si sfaccia la casa,
    La malattia vi impedisca,
    I vostri nati torcano il viso da voi.

    Primo Levi

  3. angelonocent ha detto:

    Noi…, noi…, noi…

  4. angelonocent ha detto:

    Ho appena terminato un giro di perlustrazione sulla giornata della SHOHA.

    Ieri, nel menzionare questa giornata, sono partito dal Salmo 22, recitato con il Papa: “Il Signore è il mio pastore…Se anche vado per valle tenebrosa, non temo...”.

    Ho appena terminato un giro di perlustrazione e sono giunto a questa amara constatazione: che il ritornello della SHOHA è questo: NON DOVREBBE…NON DOVRA’ …NON DOBBIAMO…NON DOVREMO…

    Indubbiamente ! Ma, forse, la verità è che tante certezze a metà, scricchiolano nella nostra impalcatura cerebrale, guazzabuglio di rabbia, tristezza, sorpresa, disgusto… Spesso però, a non emergere sono i contrari di tali emozioni quali la gioia, l’attesa, l’accettazione, il rimorso, la speranza, il perdono…

    Cose analoghe succedono OGGI in alcune parti del pianeta. Ma non pervengono all’orecchio o fanno il rumore di un telegiornale.

    In realtà, ogni giorno si fa memoria, anzi, di più: sugli altari del mondo SI CELEBRA IL “MEMORIALE“. Concetto che nasce proprio nell’ebraismo: in esso la celebrazione della pasqua, nella quale si ricorda la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto attraverso il rito dell’agnello pasquale, è Zikkaron (זִכָּרוֹן ), ossia “memoriale” di quella prima liberazione e promessa della liberazione futura.

    Esodo 12,14: “Questo giorno sarà per voi un memoriale (ebr. zikkaron); lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne“.

    Con Gesù si fa decisamente un balzo in avanti: la Chiesa crede che tutta la liturgia è memoriale del mistero della salvezza, cioè dell’opera che Dio Padre ha realizzato attraverso suo Figlio Gesù Cristo, fatto uomo per gli uomini, morto e risorto per la nostra salvezza.
    Così, memoriale per eccellenza è celebrare l’Eucaristia, nella quale si ri-attualizza la passione, morte e risurrezione di Gesù. OGNI GIORNO !

    E’ talmente strepitoso che, spesso, non ci fa nè caldo nè freddo. Un brivido nella schiena leggendo Primo Levi, un’indignazione osservando una foto o un video e…si volta pagina. Perché domani è un altro giorno.

    Guarda caso, accade proprio ciò che, a parole, continuiamo a ripetere: “NON DOVREBBE MAI ACCADERE”.

  5. silvia ha detto:

    Leggendo Primo Levi.
    Anche Solgenìtsin, arcipelago gulag.
    Karl Bruckner, Il gran sole di Hiroshima.
    Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negati degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria…..
    Tutte Eucaristie celebrate nell’oscurità e negate…

    Non posso dimenticare la “targa” all’ingresso del “castelletto” galleria Tofane, Dolomiti Ampezzane.
    “Tutti avevano la faccia del Cristo,
    nella livida aureola dell’elmetto.
    Tutti portavano l’insegna del supplizio
    nella croce della baionetta,
    e nelle tasche
    il pane dell’ultima cena,
    e nella gola
    il pianto dell’ultimo addio.”

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