LA “PRETESA CRISTIANA” SPIEGATA DA DON GIUSSANI – M. Camisasca

«Non esiste il cristianesimo, esistono solo persone che hanno incontrato Cristo»

di Massimo Camisasca

 La persona di Gesù è stata il centro affettivo e razionale della vita di don Luigi Giussani. Questa centralità è stata l’àncora della sua esistenza. In Gesù Cristo Giussani ha trovato l’unico essere che, proprio per la sua duplice natura, era pienamente uomo, capace di conoscere dal profondo le attese di ognuno, e nello stesso tempo capace di rispondervi come nessun altro, perché era Dio.

 […]
Non che Gesù fosse soltanto il compimento dell’attesa dell’uomo, quasi preteso da essa, come una teologia esageratamente antropocentrica si ridurrà a dire. Cristo non è soltanto la risposta al senso religioso. Lo chiarirà molto bene Giussani: “La cosa più importante su cui costruire, su cui siamo costruiti, non è il senso religioso, ma è l’incontro con Cristo“.

[…]
Nel suo desiderio di ridare spessore esistenziale alla proposta cristiana, Giussani non cade nell’errore di vedere Dio come fattore implicato nelle esigenze dell’uomo. La sua non è una teologia politica, guidata dalla preoccupazione di costruire il regno di Dio sulla terra. Egli conosce bene il primato della grazia, ma vuole nello stesso tempo liberare l’annuncio cristiano da ogni tentazione di spiritualismo, di soprannaturalismo, di inincidenza sulla storia.

[…]
Queste questioni occupano il secondo volume, intitolato “All’origine della pretesa cristiana“, della trilogia giussaniana del “PerCorso“.

[…] L’attenzione di questo volume è posta su ciò che Gesù ha detto di se stesso, su ciò che ha compiuto, sul metodo con cui si è manifestato. Proprio in questa attenzione al metodo della rivelazione di Gesù sta il livello più prezioso di questo scritto, ciò che lo rende originale, anche in mezzo a tante e importanti vite di Gesù scritte nel secolo passato o in quello che sta cominciando. […]

* * *

Il punto di partenza è una fenomenologia dell’esistenza, poiché Giussani è convinto che ogni azione dell’uomo contenga la finalità fondamentale che governa tutta la sua vita. Quando l’uomo esamina se stesso, alla fine la sua ragione non può che trovare il senso religioso e chiamare l’oggetto del suo desiderio ultimo con il nome Dio: qualcosa o qualcuno che egli vorrebbe conoscere, che sa esistere, ma che non riesce a definire nei suoi contorni precisi.

 […] Si può notare come Giussani abbia assimilato il Concilio Vaticano I, la sua lotta al fideismo e al razionalismo. Vuol farsi difensore della ragione, di una ragione che arriva a percepire l’esistenza del Mistero, anzi che vorrebbe conoscerlo, ma che non riesce da sola a dare volto a questo Ignoto.

Sono nate così le religioni: attraverso di esse l’uomo ha cercato di immaginare, di definire il Mistero in rapporto a sé. Le loro differenze si spiegano anche attraverso gli ambienti storico-culturali diversi in cui sono nate. Geni religiosi ne sono all’origine. In molte di esse troviamo una grande dignità. Giussani non è integrista. Si commuove ed è interessato di fronte ad ogni cammino percorso dall’uomo per dare nome e volto a ciò da cui viene e verso cui è diretto. Sa che molte religioni nascono dallo stupore per l’armonia di leggi che governano l’universo e a cui l’uomo cerca di obbedire. Si esalta addirittura perché trova in esse accenni di confidenza alla misericordia del divino. Ma conclusivamente per lui le varie religioni rimangono solamente sforzo dell’uomo.

  • Come allora trovare la religione migliore, quella più confacente?
  • Attraverso un confronto?
  • Oppure è meglio andare verso una religione universale?

 La conclusione di Giussani sorprende: “Ognuno segua la religione della sua tradizione“, parta da lì, da dove Dio lo ha messo. È una norma pratica, che si arrende alla sapienza di Dio. Più che un confronto fra le religioni, quel che interessa a Giussani è spostare completamente l’asse della riflessione.

E se il Mistero volesse venire incontro alla solitudine e allo smarrimento dell’uomo, si coinvolgesse con l’uomo per sostenerlo? “La ragione non può escludere nulla di ciò che il Mistero può intraprendere“.

Lungo la sua storia, l’umanità ha potuto sperimentare il manifestarsi del sacro in tante occasioni. Ma con la nascita di Israele si afferma qualcosa di assolutamente nuovo. Con la chiamata di Abramo, Dio sceglie il tempo, la storia, come ambito privilegiato entro cui rivelarsi. La strada si inverte. Non è più l’uomo alla ricerca di Dio, ma Dio alla ricerca dell’uomo. È Lui che decide di entrare nella storia, di manifestarsi attraverso avvenimenti, parole e fatti.

[…] Che il cristianesimo non sia un insieme di dottrine, un catalogo di norme di comportamento, ma un fatto accaduto nella storia, un evento, un “avvenimento“, è un tema ricorrente in Giussani, è il cuore della sua fede e della sua esperienza.

[…] Non penso sia esagerato dire che una certa presenza di tali parole nel magistero pontificio di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si debba anche all’insistenza di Giussani. Alla fine del millennio il sacerdote lombardo ha dedicato una lunghissima serie di incontri con i suoi collaboratori ad approfondire l’idea del cristianesimo come avvenimento.

[…]
Il cristianesimo è dunque una strada completamente nuova. Giussani avverte la radicalità di questa affermazione e anche lo sconcerto che si può provare di fronte ad essa. Vede quasi in anticipo e profeticamente il secolo che nasce, quello che in nome della tolleranza vorrebbe bruciare ogni idea di verità e di differenza. Scrive: “Se c’è un delitto che una religione può compiere è quello di dire: io sono l’unica strada. È esattamente ciò che pretende il cristianesimo. Non è ingiusto sentirsi ripugnare di fronte a tale affermazione. Ingiusto sarebbe non domandarsi il motivo di tale pretesa“.

* * *
Ecco dunque il senso di tutto il libro: rispondere all’obiezione, che sarà molto presente nei decenni successivi alla pubblicazione di queste pagine, circa l’unicità salvifica di Cristo, sentita come negazione ingiusta della libertà e delle differenze fra gli uomini.

[…]
Giussani ci invita a porre la domanda adeguata: non dobbiamo chiederci che cosa sia giusto o ingiusto, ma che cosa sia accaduto. Il Mistero potrebbe incarnarsi, diventare un fatto normale nella storia? L’unica cosa da domandarsi è questa: è accaduto o no? “Se fosse accaduto, questa strada sarebbe l’unica, perché l’avrebbe tracciata Dio“. Non più dunque lo studio, la ricerca, l’immaginazione di una cosa lontana, ma “l’imbattersi in un presente“, la semplicità di un riconoscimento.

 […]. Ogni uomo può imbattersi per grazia in quell’avvenimento. Sono favoriti gli umili, i poveri. Vengono alla mente le parole di san Paolo: “Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili” (1 Corinzi 1, 26).
Sì, questo è accaduto“, dice l’annuncio cristiano. Per il semplice fatto che un annuncio del genere raggiunge l’uomo, non c’è cosa più importante che verificarne la verità: “Tutto si riduce a rispondere alla domanda: chi è Gesù?”. La società in ogni tempo non vuole saperne di questo annuncio. Esso è troppo grande, troppo disturbante. In effetti è l’unico caso della storia in cui un uomo si sia dichiarato Dio.

[…]
Dove possiamo trovare la testimonianza di questa pretesa di Gesù, del Mistero entrato nella storia? Nei Vangeli, risponde Giussani. Si sofferma nelle pagine del libro a parlare della particolare storicità dei vangeli, in cui troviamo memoria di eventi e annuncio di essi. Attraverso i Vangeli l’uomo può incontrare quell’avvenimento e farsi provocare dalla totalità di esso. Nella Rivelazione arriva a noi una persona vivente: “L’oggetto rivelato non è una serie di proposizioni, ma è la realtà di un essere personale“.

[…]
Un fatto si può incontrare. Come incontrarlo oggi? Cominciando a vivere la memoria e l’annuncio che di Lui fanno coloro che ne sono stati afferrati. È qui anticipato un tema che sarà sviluppato nel terzo e ultimo volume del “PerCorso”: la Chiesa come continuità di Cristo, come suo corpo, sua attualità. Attraverso la vita della Chiesa possiamo raggiungere certezze adeguate sulla vita di Gesù di Nazareth, aderire a ciò che Egli ha affermato, intuire i motivi adeguati per credere in Lui.

Gesù certamente è un fatto della storia. In molte occasioni Giussani si è speso per esaltare e difendere la storicità dei Vangeli, in particolare della resurrezione di Gesù che ne costituisce il cuore. Nulla era così estraneo al suo spirito come la contrapposizione tra il Gesù della fede e quello della storia. Eppure, nello stesso tempo, reagisce di fronte alla riduzione del fatto cristiano ad avvenimento del passato. Gesù di Nazareth non è soltanto colui che è vissuto e che è morto. Egli è vivo. “L’annuncio cristiano è che Dio si è reso presenza umana, carnale, dentro la storia. Dio non è una lontananza a cui con uno sforzo l’uomo tenti di arrivare, ma Qualcuno che si è affiancato al cammino dell’uomo e ne è diventato compagno“.

Per verificare dunque la pretesa di Gesù non basta riandare ai testi che parlano di Lui. E non è neppure sufficiente un’esperienza interiore, come per il protestantesimo. L’avvenimento cristiano è, invece, “un fatto integralmente umano, secondo tutti i fattori della realtà umana, che sono interiori ed esteriori, soggettivi ed oggettivi“. Incontrare Gesù vuol dire incontrare coloro che credono in Lui, l’unità dei credenti, il corpo che lo Spirito crea assimilando a Gesù ogni persona che a Lui si affida.

Giussani riprende qui i temi dell’apologetica tradizionale, quella che si è diffusa a spiegare le ragioni per cui si può o si deve credere. Ma il suo discorso è completamente rinnovato rispetto all’antico. La sua apologetica diventa finissima descrizione della psicologia dell’uomo, individuata nell’analisi dei rapporti fra Cristo e i suoi contemporanei, perché “il Mistero ha scelto di entrare nella storia dell’uomo, con una storia identica a quella di qualsiasi uomo”.

 […]
Il lettore è così portato a seguire Gesù sulle strade della Palestina, ma soprattutto a seguire l’itinerario psicologico, affettivo e conoscitivo di chi gli era più vicino.

 […] La domanda che nasce negli apostoli sull’identità di Gesù sgorgava proprio dalla vita quotidiana che essi vivevano con Lui. Si affidavano a Lui perché capivano che quell’abbandono era conveniente per la loro vita. Era un cammino quasi inavvertito della loro coscienza verso una certezza sempre più chiara. Gesù non ha avuto bisogno con loro di affermare dogmaticamente la sua divinità. “Sarebbe suonata follia più che bestemmia“. Lui si è proposto lentamente, così da provocare negli altri una graduale evoluzione.

* * *

Giussani deve avere meditato a lungo il metodo pedagogico di Gesù. Ha cercato infatti di riviverlo tale e quale nel suo rapporto con i giovani.

[…] In questo volume parla di tre fattori della pedagogia di Gesù. Innanzitutto la sequela. Gesù è un maestro da seguire. Allo stesso modo nel cristianesimo occorre seguire qualcuno che rivive nella concretezza della sua vita l’origine dell’avvenimento.

Poi, la necessità di una rinuncia. Cristo ha chiesto di lasciare tutto per seguirlo, anche se ha promesso il centuplo a chi lo avrebbe fatto. Non c’è cristianesimo, per Giussani, se non c’è sacrificio, accettazione della prova, distanza nel possesso. Infine, terzo principio, occorre pronunciarsi per Gesù di fronte a tutti: che gli uomini sappiano che Egli è il centro della nostra affettività e della nostra libertà.

Solo l’amore può spiegare e permettere questo itinerario, può far entrare in modo giusto in questa inconcepibile pretesa di Gesù. Altrimenti non può nascere che opposizione. Cosa potevano fare gli ebrei di fronte a uno che identificava se stesso con la fonte della legge, che sosteneva di avere il potere di rimettere i peccati, di essere il discrimine fra il bene e il male, di essere la via, la verità e la vita? O dobbiamo dire che Gesù è pazzo oppure Egli è veramente Dio. Ma per arrivare a questa conclusione, perché si affacci nella nostra vita questa ipotesi, occorre un’apertura d’animo, un disagio per il proprio male, una vera scoperta di Gesù e della sua infinita umanità.

C’è un sigillo, un segno particolare nella predicazione e nella vita di Gesù che per Giussani è il più illuminante segno della sua divinità: la concezione dell’uomo che Egli ha proclamato.
Gesù è venuto per rivelarci il Padre, per dirci che siamo figli, che in ciascuno di noi c’è una realtà superiore a qualsiasi altra realtà soggetta al tempo e allo spazio. Ognuno racchiude in sé un principio originario e irriducibile, fondamento di diritti inalienabili, sorgente di valori. È ciò che chiamiamo anima, spirito, quel livello del nostro essere personale che è rapporto immediato con l’infinito.

Già nel primo volume della trilogia, intitolato “Il senso religioso”, Giussani si era soffermato su questo tema, a lui estremamente caro. Si può dire che esso sia la chiave di volta di tutta la sua posizione culturale, la ragione della sua opposizione a ogni potere e della sua venerazione per la Chiesa in quanto custode dell’intangibile verità dell’uomo. “Gesù è concentrato su questo problema, il rapporto col Padre. Senza quel rapporto il singolo uomo non ha la possibilità di avere un volto suo, non ha possibilità di essere persona“.

Con Gesù la scoperta della persona entra nel mondo: Egli è il messaggero, dice Giussani, della dipendenza unica e totale del singolo uomo dal Padre, il grande educatore della religiosità. Essa è l’atteggiamento più conveniente all’uomo, quello che fa scoprire la preghiera, la coscienza della dipendenza costitutiva da Dio, quella dipendenza continua che riguarda ogni istante e ogni sfumatura del nostro agire. In questo modo l’esistenza si realizza come dialogo con la grande presenza, con l’Essere che è amore, che dona se stesso continuamente.

[…] La nostra dipendenza dall’essere che ci crea si compie nel dono di noi stessi, nel sacrificio, nel “darsi tutto

 […].
La visione che Giussani ha della salvezza non evita assolutamente il tema del peccato, tantomeno quello del peccato originale. Egli è ben consapevole che l’uomo da solo ricade continuamente nella tentazione di riferire tutto a sé: ha bisogno di un altro, di accettare l’amore di un altro, di essere liberato per essere libero. Tutto questo fa della sua vita una tensione, una lotta, una ricerca.

Se l’immersione nella tradizione orientale porta Giussani a sentire la trasfigurazione divina già all’opera nel mondo, la vicinanza all’uomo moderno e in particolare al mondo protestante – che egli ha ben conosciuto nei suoi studi americani – lo fa sentire compagno di tutto il dramma dell’uomo caduto. Nella Chiesa egli vedrà la strada della redenzione. Da quando Dio si è fatto uomo Egli salva l’uomo attraverso altri uomini, per rendere possibile sempre ed ovunque la salvezza. Saranno i temi del terzo volume del “PerCorso“, intitolato: “Perché la Chiesa“.
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Il libro:
Massimo Camisasca, “Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, pp. 168, euro 14,00.

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