IL DIO CHE HA RISUSCITATO GESU’ – Di Giuseppe Barbaglio

 Il Dio che ha risuscitato Gesù

di GIUSEPPE BARBAGLIO

VERSO LA PASQUA CON GIUSEPPE  BARBAGLIO

La Parola ci interpella. In questo clima Pasquale il credente che è in me sente il bisogno di farsi anche pensante. L’opportunità me la offre il mio vecchio professore con argomenti che, solitamente, nemmeno ci sfiorano. Così riesco a capire un po’ di più la sordità apparente di Dio alle tante sollecitazioni che salgono dalla Terra implorante.

Un Dio impotente?  Sì, proprio così: “Dio è debole nella storia, è impotente, non vuol avere a sua disposizione la forza per operare la giustizia; la potenza di Dio e la sua giustizia sono escatologiche“.

Si può restare scandalizzati, delusi. Ma la verità è questa: “Ciò non significa che Dio sia assente dalla storia; ma Egli vi porta una presenza debole, fragile, che cammina a fianco del perseguitato, del crocifisso“.

Adesso, quando chiedo a Dio comprensione, avverto che è il momento di averne anche per Lui che soffre con me, più di me, per il mio stato pietoso. E provo a consolarlo, il mio Dio, teneramente amato, che ha dato se stesso per me.

Morto Gesù, morto Paolo, l’ultra centenario Giovanni, nella sua lunga meditazione su ciò che i suoi occhi hanno veduto e sentito le sue orecchie, arriva a una conclusione stupefacente: Deus charitas est – Dio è amore. Ma…

Al centro dell’evento cristiano c’è un fatto di sangue, cioè una morte violenta. Come può essere spiegata questa morte, la morte violenta dell’innocente? Molte sono le interpretazioni che ne dà il Nuovo Testamento.

a) Il modello del capro espiatorio.
Giovanni, cap. 11, v.50: presiedendo il sinedrio, luogo dell’autorità religiosa di Gerusalemme, Caifa disse a proposito della morte di Gesù: “È meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutto il popolo”. Nella situazione di grande tensione tra l’autorità giudaica e il dominatore romano, ecco che Gesù diventa il capro espiatorio, la vittima su cui si riversa la violenza, in modo che i fronti contrapposti si unifichino in questo atto di violenza su una persona; vittima sacrificale che viene poi esaltata perché è stata fonte di pace, perché ha evitato la tragedia della violenza di tutti contro tutti. È il meccanismo del capro espiatorio. La stessa concezione, da Giovanni riportata come propria del sinedrio, si trova anche in testi cristiani, per esempio in Colossesi, cap.1: “Dio ha pacificato il mondo a sé mediante il sangue di Cristo”. C’è un contrasto tra Dio e l’umanità peccatrice, e la pacificazione tra queste due parti avviene a prezzo del sangue di Cristo, che proprio perciò viene esaltato come pacificatore.

 O ancora, nella prima lettera ai Corinzi, cap.5, v.7 (un testo pre-paolino): “Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato”. Notiamo questo riferimento all’agnello pasquale della tradizione esodica: come l’agnello è stato ucciso per intingere nel suo sangue i frontali delle porte degli ebrei in Egitto e risparmiarli dallo sterminatore notturno, così Cristo nostro agnello è stato immolato per salvare noi.

Quest’interpretazione sacrificale, o del capro espiatorio, è stata del tutto minoritaria nel cristianesimo delle origini; Paolo, per esempio, non la conosce assolutamente; i testi che, nelle sue lettere, vi si rifanno, sono tutti pre-paolini (vedi, oltre a quello già ricordato, anche Romani 3,25). Nella tradizione successiva l’interpretazione sacrificale diventa preponderante, e nel Medio Evo, a partire da Sant’Anselmo, è stato costruito il sistema della “digna satisfactio”: il peccato dell’uomo ha qualcosa di enorme, così che l’uomo non è in grado di ripararlo; perciò Dio invia il Figlio suo, che nella morte gli offre una riparazione degna. La riparazione del peccato è la ragione per cui Dio si è fatto uomo.

b)  La morte per amore.
Diversa è l’interpretazione che della morte di Gesù danno Paolo e Giovanni. Per essi ciò che la rende feconda non è lo spargimento di sangue ma l’amore che Gesù vi ha vissuto ed espresso: “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”; ha detto Paolo in Gal 2. Certo, è sempre la morte di Gesù che è fonte di salvezza; non però in quanto fatto violento dotato di una intrinseca potenza di vita, ma per l’amore che la inabita. In primo piano non è più il fatto oggettivo della morte ma l’elemento soggettività: la soggettività di Gesù che accoglie Dio nella fedeltà e accoglie gli uomini come fratelli. La potenza salvifica della morte di Gesù per amore non va cercata prima di tutto nel suo carattere di modello da imitare; più radicalmente, egli ci coinvolge attraverso la risurrezione nel suo dinamismo di vita, così che noi diventiamo, come lui, accoglienti verso Dio e verso gli uomini. Siamo accoglienti in quanto siamo fatti accoglienti.

c) La passione del giusto.
C’è una terza interpretazione della morte di Gesù, che è la più arcaica, ed è quella dei racconti della Passione. Questi racconti narrano le ultime vicende di Gesù come
la passione del giusto, dell’innocente oppresso e perseguitato. Perciò la storia di Gesù ha il valore di denuncia: chi ha ucciso Gesù non è un sacrificatore provvidenziale, che attraverso questo sacrificio ottenga la pace, bensì un omicida, un violento, un distruttivo che ama la morte.

È interessante notare come l’interpretazione si capovolga a seconda che si guardi l’uccisione di Gesù nella chiave del capro espiatorio o in quella di denuncia dell’innocente ingiustamente sacrificato. I discepoli di chi è stato ucciso, invece di far propria l’interpretazione degli uccisori che si ammantano della maschera di sacrificatori per il bene del popolo (vedi sopra, il caso di Caifa), rivendicano la causa del perseguitato.

Nei discorsi degli Atti degli Apostoli troviamo questo schema: “Voi l’avete ucciso, voi capi di Gerusalemme, Dio invece lo ha  risuscitato”. Così Dio non è coinvolto in questo omicidio, non accetta la  vittima sacrificale per trarne del bene; Dio rovescia l’azione umana  risuscitando Gesù. Dio non ha partecipato alla morte di Gesù; è entrato in scena  soltanto come il risuscitatore.

La prima lettera a Timoteo (cap.3, v.16) raccoglie un testo cristiano primitivo che dice: Gesù “è stato manifestato nella  carne, giustificato nello Spirito”. Giustificare” è un termine forense che vuol  dire rendere giustizia, in tribunale, all’innocente ingiustamente accusato.

Ebbene, Dio come giusto giudice ha reso giustizia a Gesù risuscitandolo, anzi  dandogli una vita molto aldilà della vita che prima aveva avuto, rendendolo  epicentro della vita del mondo. E questo, senza fare violenza a nessuno, senza  punire i violentatori (l’unico che muore in conseguenza della morte di Gesù è  Giuda; ma perché è lui stesso a darsi la morte).

È questa ormai la giustizia divina: non il versante punitivo ma solo il versante positivo del dare la vita. Qui non c’è più prezzo da pagare, non c’è più violenza come mezzo per realizzare la giustizia: è caduto il Dio bifronte per lasciar posto unicamente al Dio donatore di vita.

È vero, Paolo dice che Dio non ha risparmiato il Figlio dalla morte (Romani cap. 8.v.32); ma egli vuol dire che Dio non è riuscito a difendere l’innocente nella storia; si è preso la rivincita escatologica. Dio è debole nella storia, è impotente, non vuol avere a sua disposizione la forza per operare la giustizia; la potenza di Dio e la sua giustizia sono escatologiche.

Questo Dio, a differenza di quello dell’Esodo, non interviene a salvare gli ebrei abbattendo gli egiziani; la sua vittoria è aldilà dell’orizzonte storico.  Nella risurrezione di Gesù Dio dispiega la stessa potenza che ha chiamato all’essere le cose nella creazione (Romani cap. 4, vv.17s.)

Tutto ciò sconvolge l’immaginario religioso del Dio potente che supplisce l’impotenza umana, del Dio in cui l’uomo proietta il proprio bisogno di forza vendicatrice, di esecuzione della giustizia. Ciò non significa che Dio sia assente dalla storia; ma egli vi porta una presenza debole, fragile, che cammina a fianco del  perseguitato, del crocifisso.

Paolo
Un altro tema, soprattutto paolino, legato alla nuova immagine di Dio è quello dell’imparzialità divina: intesa non più, sulla linea giudaica, come l’imparzialità del giudice nel formulare il verdetto di colpa o innocenza, ma come l’imparzialità della grazia che offre a tutti indistintamente la salvezza.

A tutti: al greco e al barbaro, al circonciso e all’incirconciso, al maschio e alla femmina. Nella lettera ai Romani cap.2,v.11 Paolo dice che in Dio non c’è prosopolempsia. Questo termine significa accogliere una persona guardandola in faccia: se è simpatica, se è ricca di qualità, promettente, allora la accolgo, diversamente no. Ebbene, nel rapporto tra Dio e gli uomini questo non si verifica: egli non fa distinzione di persone, non fa discriminazione.

Anche nella tradizione ebraica Dio era signore di tutta l’umanità; ma l’universalismo di Paolo è qualitativo, non puramente quantitativo. Seguendo e approfondendo la linea della chiesa di Antiochia, Paolo apre le porte ai pagani, propone da parte di Dio il messaggio di salvezza come disponibile a tutti, senza porre come condizione la circoncisione o qualsiasi altro elemento culturale; l’unica condizione è la fede, che in quanto atto libero e adesione personale è transculturale. A questa prassi della chiesa di Antiochia Paolo ha offerto l’approfondimento teologico, basato appunto sull’idea della imparzialità di Dio.

Poiché tutti sono peccatori, giudei e pagani, a tutti Dio offre la sua grazia di perdono e di salvezza.
Eppure anche in Paolo permane un resto della teologia del Dio bifronte. Lui che è riuscito a superare la barriera di rottura e divisione tra giudei e pagani attraverso l’imparzialità divina di grazia, mantiene però l’idea dell’ira divina alla fine dei tempi. Allora Dio sarà sì imparziale, ma dell’imparzialità del giudice che premia i buoni e punisce i cattivi. Bisogna comunque riconoscere che questo tema è in Paolo molto meno rilevante che il suo annuncio della grazia divina.

Giovanni 
L’ultimo degli evangelisti è quello che ha aggredito con maggior decisione lo  stereotipo del giudizio finale di Dio.  Anzitutto, egli è persuaso, come Paolo, che Dio ha mandato il Figlio suo nel mondo non per condannarlo ma per salvarlo; salvarlo, certo, attraverso la libera adesione di fede. Ma la più spiccata originalità di Giovanni consiste nell’ avere anticipato  l’escatologia nella storia.

Secondo l’apocalittica, Dio aveva creato  all’inizio due mondi: il mondo presente e il mondo che verrà, atteso alla fine  di questo. Sarà nel mondo futuro che Dio realizzerà, attraverso la  discriminazione del giudizio finale, la propria giustizia. Ora, proviamo a  leggere il seguente brano di Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il  suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita  eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché  il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi  non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito  Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini  hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi ama la verità viene alla luce, perché appaia   chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (cap.3, vv.16-21).

Le idee  qui formulate vengono confermate in un altro passo: “Io come luce sono venuto  nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno  ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono  venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non  accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” (cap. 12, vv. 46-48).

Secondo questi testi,  non è più Dio a operare, con un proprio giudizio, la discriminazione tra buoni e  cattivi; è il soggetto umano che, messo di fronte alla parola di Gesù, decide  del proprio destino. Chi ascolta la parola di Gesù e vi crede e opera di  conseguenza, ottiene la vita e la salvezza; chi non crede si esclude dalla vita.

Si tratta dunque di un’autodiscriminazione, provocata da colui che è venuto come  luce. Chi preferisce le tenebre alla luce, chi ama le tenebre, permane in esse.  Anche in Giovanni c’è qualche incongruenza: in 3,36 egli parla della collera  di Dio nell’ultimo giorno, e in 5,28s., pochi versetti dopo aver detto che il  giudizio è già ora, nella presa di posizione di fronte a lui, Gesù parla del  giudizio finale alla risurrezione dei morti.

Malgrado questi residui, Giovanni è  andato oltre Gesù e oltre Paolo, demolendo lo stereotipo del giudizio  sanzionatorio con due operazioni:

  • attualizzando il giudizio dentro la storia,  nel presente,
  • e attribuendolo non più all’azione divina ma alla decisione  dell’uomo di fronte alla parola di Gesù.

Perciò Giovanni è l’unico che è  arrivato a definire Dio come l’amore (1 lettera di Giovanni, cap. 3, vv. B e  16), separando l’idea del giudizio da Cristo e da Dio. Inviando il Figlio nel  mondo non per condannarlo ma per salvarlo, Dio si è dato e si è dato  interamente; nel giorno del giudizio non potrà cambiare faccia.

L’incongruenza di Gesù e di Paolo è stata di non aver capito che il gesto di  grazia con cui Dio si era ormai rivelato, era il gesto escatologico, definitivo,  irreversibile. Essi avevano posto tutte le premesse, ma non hanno tirato la  conclusione: dunque il giudizio non appartiene più a Dio. A questo è arrivato  Giovanni.

  • Il giudizio è ormai affare dell’uomo nella sua decisione di fronte  alla Parola rivelatrice;
  • questa Parola, che è luce, è l’ultima provocazione e  possibilità offerta a coloro che sono nelle tenebre.
  • A loro la scelta se  accettare l’offerta di vita o restare nella morte.

Giuseppe  Barbaglio
da Amore e violenza. Il Dio Bifronte, Pazzini Editore,
2006, pp. 57-69

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8 risposte a IL DIO CHE HA RISUSCITATO GESU’ – Di Giuseppe Barbaglio

  1. Donatella ha detto:

    Una riflessione molto acuta per un argomento delicato sul quale sinceramente non riesco ad esprimermi. Il sacrificio cruento di Gesù prima o poi genera in tutti noi dubbi di questo tipo, ma personalmente credo che l’unica strada per noi sia l’accettazione per fede.
    Un abbraccio e buona settimana

  2. angelonocent ha detto:

    Cara Donatella,
    parlare di DIO CHE HA RISUSCITATO GESU’ lo si può fare solo per fede. La teologia non deve far paura. Sta in piedi se ha due gambe: fede e ragione.

    Il Vangelo di Giovanni perché si discosta dai Vangeli sinottici ?

    Partendo da quelli che erano già in circolazione nelle Comunità fondate dagli Apostoli, nella sua lunga esistenza, lui , il vegliardo, ha portato avanti la la sua riflessione teologica, arricchita anche dalle confidenze di Maria che ospitava in casa. Così ha scritto quella meraviglia che è il quarto Evangelo: “In principio era il Logos…”.

    Che DIO E’ AMORE è l’espressione teologia più elevata che mai sia stata pensata e scritta. E’ ispirazione di Dio ad un uomo proteso all’ascolto. E Giovanni è l’unico che è arrivato a definire Dio come l’amore (1 lettera di Giovanni, cap. 3, vv. B e 16).

    Il Barbaglio è teologo credente. Diversamente, non starebbe a perdere tempo in questioni che fanno arrossire o radrizzare i capelli a chi si affida alla pura ragione.

    Dire che a noi tocca la scelta se accettare l’offerta di vita o restare nella morte, non è un’eresia. Nè cosa da poco. Ci leggo invece un atto di massima stima di Dio per l’uomo. Ma ha promesso e mantenuto che non ci avrebbe lasciati orfani, a naufragare in balia del nostro destino: “Vi manderò lo Spirito…”.

    Della teologia non possiamo fare a meno. E le donne-teologhe, che ormai vanno sempre più qualificandosi e crescendo di numero, sono chiamate a portare un soffio di giovinezza e di sensibilità diversa e complementare alla Chiesa dei nostri giorni. Possiamo dimenticare che proprio a loro è toccato di annunciare al mondo per prime che IL SIGNORE E’ RISORTO ?

  3. lucetta ha detto:

    Una bella responsabilità per noi donne ed un grande atto di fiducia di Gesù verso di noi.
    Dobbiamo cercare di esserne degne.

    P.S. Approfitto Angelo per segnalarti due post dell’amico Gabriele, un giovane degno di attenzione…e se puoi esprimi il tuo parere come sai fare tu con competenza e saggezza. Ciao. Lucia

    http://akumassf.wordpress.com/2012/04/11/lillusione-di-dio-di-richard-dawkins-parte-ii/

    http://akumassf.wordpress.com/2012/03/27/riflessioni-sul-castita/

    • lucetta ha detto:

      Come mai il mio commento e in attesa di moderazione?

    • angelonocent ha detto:

      Lucetta, ho dato un’occhiata e m’è bastato.

      Non ho nessuna intenzione di impegolarmi su questi percorsi. Rispetto ma non provo alcun interesse. E poi, sui due argomenti trattati preferisco attingere ad altre fonti.

      Spero che le fatiche del pensatore facciano bene almeno a lui. Se poi ha un seguito, ha buon motivo per ritenersi un fortunato.

      Ma coi tempi che corrono…

      Se è in auge il messaggino “mordi e fuggi” , chi ha la forza psichica di soffermarsi su un saggio filosofico o teologico per più di due minuti ?

      • lucetta ha detto:

        Hai ragione…comunque il tuo nuovo post “La mistica della carne” qualche risposta me l’ha data. Ho consigliato a Gabriele di leggerlo. Grazie sempre.

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