LA MISTICA DELLA CARNE. Intervista con Fabrice Hadjadj – Rodolfo Casadei

Parla il filosofo francese che invoca una nuova Mistica della carne contro ogni riduzione dei rapporti a “masturbazione assistita”: «Il tecnicismo e la morale borghese rinchiudono il desiderio sessuale nel preservativo. È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo».

La profondità dei sessi, è un’esperienza di grande piacevolezza intellettuale. Attraverso il suo linguaggio sempre lucido si ha l’impressione di sentirsi trascinati contemporaneamente nel profondo degli argomenti e verso l’alto, ben al di sopra del ronzio pseudo-pansessualista.

Trentotto anni, francese, nato da genitori ebrei di origini tunisine e convinzioni maoiste, ama presentarsi come un «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Al cattolicesimo è approdato dopo una giovinezza trascorsa tra l’ammirazione degli ideali rivoluzionari della Comune di Parigi e l’immersione nella lettura dei grandi nichilisti del Novecento.

Ha scelto di battezzarsi e diventare cattolico alla soglia dei trent’anni e se gli domandi perché l’ha fatto replica divertito: «Sono io che mi chiedo: perché non l’ho fatto prima? ». Fabrice Hadjadj insegna in un liceo e nel seminario diocesano di Tolone, ma è soprattutto un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico, autore di una decina di libri in forma di saggi e drammi teatrali. Ecco una sintesi della conversazione.

«La nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio sessuale non si educa così come ci si educherebbe alla matematica: non è una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del desiderio. Ma non per contenerlo, spezzarlo, diminuirlo, anzi: per andare fino in fondo. Invece oggi ci sono due modalità di praticare l’educazione sessuale fra loro opposte, ma entrambe sbagliate.

La prima è la presentazione della sessualità secondo una modalità tecnica, centrata sui temi del rischio per la salute e della pianificazione familiare, per cui nei licei si dice: “Guardate che attraverso il sesso si trasmettono malattie e si possono verificare gravidanze”. La gravidanza è messa da subito sullo stesso piano delle malattie a trasmissione sessuale, e perciò si consiglia il preservativo.

Il dono della vita è messo sullo stesso piano di una minaccia di morte, è visto come una malattia. Di conseguenza l’educazione sessuale consiste nello spiegare come si applica un preservativo, come si prende la pillola anticoncezionale o la pillola del giorno dopo, eccetera. Ma questa non più è sessualità, è qualcosa dell’ordine di una masturbazione con partner, di una masturbazione assistita.

L’uomo è intrappolato dentro al suo stesso piacere, non incontra nessuno, non è in una relazione sessuale che presuppone l’apertura dell’uomo a una donna che desidera a tal punto che gli pare di vedere in lei la strada della sua vita. 
La sessualità è ridotta a un atto consumistico che deve essere gestito secondo una modalità tecnica. Dicendo ai ragazzi: “Fate quel che volete, però proteggetevi”, si trasmette l’idea che il cuore della sessualità non è l’incontro, l’unione, la comunione, ma la preservazione. Infatti la parola ultima è: preservativo.

Ciò significa che l’amore viene pensato in termini di preservazione, che la sessualità viene pensata in termini di protezione di sé. Tutto è centrato su di sé, sul proprio piccolo piacere: ci si serve dell’altro come di una cosa. Pasolini ha ben compreso e denunciato questa distruzione della sessualità da parte del consumismo. Dall’altra parte c’è un’educazione sessuale concepita secondo una modalità morale estrinseca. Cioè da una parte si colloca il desiderio sessuale, dall’altrala morale che viene a fare ostruzione.

La morale borghese taglia la strada alla sessualità perché la considera come qualcosa di pericoloso in sé. E quindi cerca di controllarla. Dice che ci vuole il sentimento, il rispetto dell’altro, eccetera. Come se, appunto, la sessualità fosse pericolosa in sé e bisognasse aggiungervi qualcosa che in essa non è già presente. La morale non è pensata a partire da ciò che il desiderio sessuale in quanto tale esige per essere se stesso, ma a partire da qualcosa di esterno che viene a contenere tale desiderio.

 Dunque da una parte abbiamo il tecnicismo, dall’altra il moralismo, ed entrambi sono inefficaci nell’educare i giovani. I quali, quando gli si dice: “Facendo sesso proteggetevi”, tendono a rispondere: “Sì, ma se tanto devo morire e dopo non c’è nulla, perché devo proteggermi? Che cos’è questo aggeggio da buon piccolo borghese, per preservarsi? Dobbiamo morire! Che ci importa dell’avvenire? Tanto vale andare al massimo, bere, ubriacarsi, farsi tante donne. Mi dite che l’Aids uccide, ma io sono comunque destinato a perire, e allora perché dovrei stare nei ranghi?”.

Quando gli adolescenti reagiscono al tecnicismo e al moralismo in questo modo, sono in realtà più profondi degli adulti. Dietro una rivolta come questa, anche quando non è esplicitata, ci sono una profondità e un’esigenza di senso che né il tecnicismo né il moralismo possono dare». Il contrario della repressione
 «Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è quello che dice anche la Chiesa.

La Chiesa non proibisce certo il sesso, non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto di consumo.

La Chiesa è per la pienezza della sessualità».

 Il dualismo dell’omosessualità
 «Quando dico sessualità penso alla sessuazione: l’uomo e la donna, il maschile e il femminile. La Chiesa rigetta l’omosessualità semplicemente perché non si tratta di vera sessualità. Dire omosessualità è come dire “cerchio quadrato”: se i due hanno lo stesso sesso, viene meno l’ordinazione reciproca dei due sessi.

Se la vostra sessualità non è aperta alla fecondità, di cosa state parlando? Prendete in mano il primo manuale di zoologia che trovate, e scoprirete che la sessualità è legata alla questione della fecondità, della procreazione. Attenzione, quando dico che l’omosessualità non è una sessualità io non discrimino: non sto proponendo giudizi di valore, il mio intento non è prescrittivo, ma descrittivo. Anche i greci ritenevano che la pederastia non era sessualità, e proprio per questo la consideravano superiore. Per loro era una realtà spirituale, qualcosa che aveva a che fare con l’emulazione virile ed era legata alla loro visione dualista del rapporto fra anima e corpo.


Chiamare sessualità qualcosa che non lo è sarebbe una contraffazione. E questo è importante anche per coloro che vengono definiti omosessuali, chiamati a prendere coscienza che il loro desiderio non è propriamente sessuale. Essi in realtà fanno un uso non sessuale delle loro parti sessuali. Non è perché le parti sessuali entrano in gioco che si è obbligati a definire ciò sessualità: io posso, se voglio, ficcare il mio pene in una porta, ma quel che faccio non è sessualità. Non sono necessariamente atti sessuali tutti gli atti che io posso fare con le mie parti sessuali.

Se vivo l’amore e la comunione in opposizione al dato fisico del mio corpo, vivo una situazione schizofrenica, dualista. La Chiesa insiste sull’unità di carne e spirito, di anima e corpo. Nessuna posizione al mondo è più unitaria di quella della Chiesa. Essa dice: siete liberi di fare quel che volete, ma vi ricordiamo soltanto che se andate in quella direzione, vi sarà una rottura della vostra unità personale, questa rottura noi la chiamiamo peccato».

L’esperto che uccide l’incontro


«La questione centrale della sessualità è la comunione feconda entro la quale i corpi esprimono quel che le anime vivono. Di fronte a un tema del genere, come può la posizione dell’“esperto” non essere quella di uno che impone una riduzione tecnica? L’incontro umano contiene qualcosa che mi sfugge. L’idea stessa che si possano fare previsioni in materia di incontro ci immette in una logica di calcolo del rischio estranea all’essenza dell’incontro. Non ci sono più l’uomo e la donna che si incontrano per vivere qualcosa di unico. È esattamente quello che troviamo in 1984 di Orwell: anche lì ci sono gli esperti che organizzano tutto. E poi c’è un momento in cui l’eroe del racconto sfugge alla presa dello Stato totalitario: è quando si trova da solo con una donna nella foresta, e lei si spoglia davanti a lui. In quel momento è fuori dalla logica degli esperti, non c’è nessuno che gli dia indicazioni e gli ingiunga come deve comportarsi.


Bisogna accettare che nell’ambito della sessualità non esistono gli esperti. Altrimenti si finisce nel tecnicismo e nell’ingiunzione sociale.

La seconda cosa da dire riguardo agli “esperti” che entrano nelle scuole, è che questo fatto pone un altro problema: rende impossibile agli adolescenti la sessualità come scoperta. Quello che predomina è un massiccio discorso entro il quale i gesti del desiderio sono ridotti a delle pratiche. E perciò a delle tecniche: c’è la fellatio, c’è la sodomia, c’è il rischio dell’Aids. E questo è veramente terribile, perché all’essere in un incontro e nei gesti del desiderio all’interno di un incontro, si sostituisce l’induzione di comportamenti. E anziché essere con l’altro e vivere con l’altro, si cerca di conformarsi a una normatività fatta di norme sessuali, o meglio pseudo sessuali, che vengono imposte alla persona: voi dovete fare così e cosà, se non fate così sbagliate.

Questo è pericoloso perché non si è più nella scoperta dell’altro e nel movimento del desiderio, si è in qualcosa che è intrusione: l’intrusione di una serie di norme e inoltre l’intrusione dell’industria del lattice, dell’industria farmaceutica, eccetera. Per cui è vietato inquinare i fiumi, ma è lecito inquinare le giovani donne con prodotti chimici: devono prendere pillole, pastiglie, eccetera. La tecnica interviene in tutti i rapporti, e questo distrugge completamente il desiderio. Alla fine si fa sesso ugualmente, per divertirsi un po’, ma faticosamente, con infinite reticenze, in modo meschino, cercando di rubacchiare qualche nuovo trucco dal Kamasutra. Che infelicità!

Il cattolico, invece, è il vero edonista. Ha la sua donna e va fino in fondo. Non passa tutto il tempo a chiedersi: “Oh, cosa succederà adesso? Che rischio sto correndo?”. E se il seme che ha immesso nella donna gli torna indietro sotto forma del viso di un figlio, la gioia è ancora più grande. Il piacere sessuale non sta solo nell’atto carnale, è anche la gioia di vedere il volto del proprio figlio: è piacere sessuale anche quello. L’atto carnale ha un’intensità di piacere molto forte e molto breve, poi c’è una caduta, tutta l’esperienza lo dice. Ma la gioia per l’arrivo di un figlio è un piacere che non si spegne».

Il femminismo non è femmina


«Oggi la sessualità è sempre concepita in modo fallico. La dimensione femminile della sessualità tende a scomparire. Anche il femminismo, in gran parte, si è dispiegato come rivendicazione di valori maschili da parte delle donne. Non si è ancora visto un femminismo che affermi i valori femminili contro il machismo. C’è stata piuttosto un’interiorizzazione del machismo da parte delle donne, attraverso l’idea che l’uguaglianza è tutto. Ma nell’atto carnale il tempo e lo spazio maschili non sono gli stessi del tempo e dello spazio femminili.

L’uomo è in uno spazio che è quello dell’esteriorità: l’uomo penetra, genera ma fuori di sé, compie un atto all’esterno di sé. La donna, invece, è nello spazio dell’interiorità: riceve l’uomo, lo accoglie in sé ed è in grado di accogliere un essere umano intero dentro di sé. La donna è abitabile, cosa che non vale per l’uomo. Perciò il femminile implica l’affermazione che nella sessualità non c’è solo la vagina, c’è anche l’utero.

Nei settimanali patinati c’è tantissimo sul sesso della donna, ma non c’è niente sull’utero. La cosa interessante è questa: quando domina la concezione fallica e anche il femminismo è fallico, la donna è percepita come ridotta alla vagina o al clitoride, ma l’utero scompare. Questo è molto interessante: l’isterectomia è la condizione, per così dire, del femminismo odierno.

Per quanto riguarda il tempo, l’uomo si colloca in un tempo corto dentro all’atto carnale. Il suo desiderio sorge immediato, mentre nella donna, si sa, ci vuole più tempo. In seguito, il tempo dell’uomo è quello dell’eiaculazione, dell’orgasmo. Mentre per quanto riguarda il tempo della donna, c’è un tempo femminile lungo, che è quello della gestazione.

Nella donna c’è un seguito all’atto sessuale. Che consiste nel portare in sé un figlio, cosa che l’uomo non può fare. Oggi questo spazio dell’interiorità, questo tempo della gestazione, è stato spezzato e anche la donna vuole essere nell’esteriorità, col suo clitoride fra le gambe che tiene il posto del fallo, e nel tempo breve, che coincide con l’ossessione dell’orgasmo. Ma l’orgasmo non è essenziale per l’atto sessuale! Può esserci comunione fra i due anche senza orgasmo. Al limite, un fallimento rispetto all’orgasmo, addirittura rispetto alla penetrazione, può essere un momento di comunione più profonda fra gli sposi all’interno del dramma di quel fallimento.


Si tratta di richiamare l’autentica sessualità femminile per ritrovare un equilibrio. Occorre ritrovare il vero maschile e il vero femminile: il maschile che è rivolto al femminile, il femminile che è rivolto al maschile. In modo che la donna orienti anche l’uomo verso il tempo lungo e l’interiorità. Questo femminismo della femminilità è una necessità. Quel che viene chiamato educazione sessuale in realtà è l’affermazione massiccia del fallico. Non solo è distruttivo, non solo fa della donna una preda dell’uomo, ma ne fa un sotto-maschio. Una specie di maschio difettoso che squilibra tutta la società».

 Maternità, l’immagine dell’etica


«C’è stata un’epoca in cui la maternità è stata concepita come qualcosa che non atteneva alla libertà della donna. Ella era colei che portava in sé l’erede dell’uomo, ovvero i futuri cittadini: Marianna madre in affitto, incubatrice dei cittadini. La Francia ha conosciuto un intenso natalismo dopo la sconfitta di Sedan nel 1870. Si diceva: “I tedeschi sono più numerosi di noi, fate più figli per la Francia”. Che è come dire: producete carne da cannone, fate figli per lo Stato, per la gloria della nazione. Questo non è riconoscere la maternità come l’avvenimento radicale di un’accoglienza nei confronti di una nuova persona che entra nel mondo, da accogliere per se stessa.

Il natalismo ha confiscatola maternità, dunque per reazione la donna ha voluto emanciparsi. Ma bisognava emanciparsi dalla confisca della maternità da parte dell’uomo e dello Stato, non dalla maternità come tale, come è invece avvenuto. Poiché la maternità è una possibilità propriamente femminile, pensare il femminile in opposizione alla maternità come fanno certe femministe è arrivare alla distruzione della donna. E di conseguenza alla distruzione dell’uomo. Perché appunto noi uomini abbiamo bisogno della donna per aprirci al mistero dell’interiorità, della gestazione, della pazienza, del portare l’altro per metterlo al mondo.

Quando cerca di definire che cos’è la responsabilità verso l’altro, Emmanuel Levinas propone un’espressione e un’immagine: portare l’altro. E dice: è il femminile che manifesta questo. L’etica ha la sua immagine più forte nella maternità, che è il luogo concreto della responsabilità. 
L’accoglienza del figlio per se stesso equivale all’espressione “fare dei figli per Dio”. Perché la sessualità in ultima analisi mira a questo: aumentare il numero degli Eletti; e il desiderio sessuale che ci trascina fuori da noi stessi è ultimamente un’astuzia di Dio. È Dio che chiama, questo è il senso profondo della sessualità. Non si fanno figli per lo Stato, o per noi stessi, o per l’autorealizzazione della donna. Si fanno figli per la vita eterna”

Rodolfo Casadei – 07/12/2009

Fonte: Tempi

Questa voce è stata pubblicata in GLOBULI ROSSI COMPANY. Contrassegna il permalink.

4 risposte a LA MISTICA DELLA CARNE. Intervista con Fabrice Hadjadj – Rodolfo Casadei

  1. Donatella ha detto:

    Sono assolutamente daccordo,purtroppo anche in questo caso tanta gente fa l’errore di vedere come progresso qualcosa che invece ci svilisce…
    Ti abbraccio

  2. msilvia2 ha detto:

    Caro Angelo, non sono riuscita a leggere più di una volta.
    Bello , certo.
    Ma questo signore, ha dei figli?
    Alcune cose, sono scontate, o almeno per me non sono nuove, mi sembra la scoperta dell’acqua calda. Forse, a qualcuno serviranno anche…
    Ma, non si può leggere tutto e sempre in positivo; non tutto e non sempre, funziona automaticamente bene.
    Bisogna pur dire qualcosa relativo anche a quando la vita va male: la sessualità fallisce, quando i figli che pensavi di fare per Dio, finiscono altrove?
    << Ma la gioia per l’arrivo di un figlio è un piacere che non si spegne».
    Per noi, si è spenta da tempo. Si è tramutata in Passione infinita. E non lascia intravedere nessuna vita nuova.
    Eppure, siamo ancora insieme ….

    • angelonocent ha detto:

      Fabrice Hadjadj è sposato con l’attrice Siffreine Michel, è padre di 4 figli ed insegna anche in un Seminaro francese.

      Tutto scontato ciò che scrive? Forse per te. Ma il momento culturale che viviamo è proprio di segno opposto.

      Mi risulta difficile rispondere ai tuoi interrogativi. Sarebbe bello poter sentire il suo parere ma come raggiungerlo?

      Il suo non è un giudizio sulle singole persone ( chi per un verso, chi per un altro, ci siamo dentro un po’ tutti) ma l’invito a una presa di coscienza. Si possono commettere errori pedagogici per grossolana ignoranza. Ma anche nel caso di educatori preparati, il successo non è garantito. Non è il caso di farsene una colpa e l’offerta del patire è proprio l’ imitare il grande Pedagogo che ha dato la vita sul Calvario.

      Quasi nessuno sa parlarci più dell’argomento con chiarezza e competenza. Siamo passati dai tabù sul sesso delle nostre generazioni alla sua divinizzazione, svilita del Divino che è mistero.

      ******************

      Nato a Nanterre, (1971) è uno scrittore e filosofo francese, di origine ebraica; il suo nome è arabo poiché i genitori sono tunisini.

      In gioventù è stato ateo e anarchico, e ha mantenuto un approccio nichilistico per più di venti anni.

      A poco più di 30 anni, cura un’antologia a più mani, Objet perdu, insieme a John Gelder, cui collaborarono autori come Michel Houellebecq, Dominique Noguez e Raoul Vaneigem.

      Nel 1998, si è convertito al Cattolicesimo di fronte ad un crocifisso nella chiesa di Saint-Séverin – nel centro di Parigi. Battezzato all’abbazia di Solesmes, dal cattolicesimo prende slancio la sua indagine filosofica ed il lavoro letterario.

      Il suo primo testo di rilievo è Réussir sa mort: Anti-méthode pour vivre, che ha vinto il Grand Prix catholique de littérature nel 2006.

      Si tratta di un saggio sulla morte nell’era tecnologica: “Ci tocca scegliere tra una liquidazione tecnica e una vita offerta. Non c’è alternativa: darsi la morte o donare la vita per ciò che ne vale la pena“.

      Vince il Prix du Cercle Montherlant – Académie des Beaux-Arts nel 2009 e nel 2010 il Prix de littérature religieuse.

      Attualmente Hadjadj insegna filosofia e letteratura a Tolone.

  3. angelonocent ha detto:

    DA UN’INTERVISTA:

    Come è avvenuta la sua conversione al cristianesimo?

    Ecco, se il cristianesimo o, piuttosto, Cristo stesso è la Verità, come io credo, un’altra è la domanda da porsi: come è accaduto che non sono diventato cristiano prima? Quali sono stati gli ostacoli che mi hanno impedito di avvicinare un mistero che è quello della realtà stessa? A dire il vero, non amo molto parlare della mia conversione.

    Per due motivi, principalmente.

    . Il primo è che Dio ci converte con la creazione tutt’intera. Si viene convertiti anzitutto perché si respira, a causa del primigenio poema della respirazione, come direbbe Rainer Maria Rilke. E poi perché il sole si alza, i fiori sono belli, il sole ci guida, nostra madre ci ha sorriso…

    Ma non c’è solo la bellezza, vi è anche questa disperazione così profonda che ci assicura che non possiamo darci la gioia da noi stessi e dobbiamo quindi gridare verso un Salvatore. Allora tutto si unisce, il bene e il male, affinché possiamo rivolgerci verso Dio.

    . Esiste poi un secondo motivo della mia reticenza. Presentarsi come convertito significa spesso entrare in un discorso trionfalista: eccomi, sono arrivato, ordunque! Ora, la conversione non è una conclusione, ma un inizio. Essa ci impegna a convertirci ancora, sempre più a fondo, fino all’ultima conversione, nell’ora della morte. Alla fine, adesso, io sono cattolico! Ma se questo non accade se non per vivere la carità, allora divento peggiore di com’ero prima. Approfitto delle ricchezze di Cristo per il mio piccolo tornaconto e per il mio orgoglio.

    Posso raccontare una delle vicende che, nel mio percorso intellettuale, mi ha messo nella disposizione di incontrare il Crocifisso. Stavo riflettendo sulla tecnica, partendo da Martin Heidegger e Georges Bataille. Ovvero, su questa tecnica che ci propone di fabbricare un uomo pacificato dalla neurochimica, dalla virtualità, dalla biogenetica… Dunque, ho avuto l’intuizione che la nostra angoscia è il nostro tesoro: essa può dilaniarci in un grido verticale.

    D’altra parte l’origine della nostra angoscia non può venire contemporaneamente dalla parte della morte e da quella del Cielo. È questa pressione del Cielo che ci fa sperare una felicità più vasta rispetto a questo mondo e ci fa sperimentare questo mondo nella sua estrema precarietà.

    Il corpo, nella sua debolezza, il corpo sofferente, l’uomo nella sua tragica condizione, tutto ciò mi sembrava più grande di questi superuomini rimpinzati di benessere e dopati per il risultato. A quel punto ero pronto per ascoltare l’Ecce homo.

    Lei ha passato un periodo della sua vita, sia in senso biografico che intellettuale, di marca «nichilista». Ha lavorato insieme allo scrittore Michel Houellebecq, l’autore di Le particelle elementari e La possibilità di un’isola. Cosa ha significato per lei essere «discepolo di Nietzsche»?

    Oggi, guardandomi indietro, posso parlare del mio nichilismo passato. Evidentemente a quell’epoca non lo riconoscevo veramente come tale. Il nichilismo non è pienamente nichilista se non alla condizione di ignorarsi e credere al contrario nella speranza di una soluzione finale. L’uomo mi sembrava uno scherzo con cui l’universo si divertiva e affermavo che la cosa migliore era giocare ancora con questo scherzo, fare il buffone perpetuo, rovesciare tutte le istituzioni, a cominciare dalla famiglia… Come se questo fosse possibile…

    Sebbene volessi essere nietzschiano, restavo comunque un giovane teneramente sentimentale. È curioso, ma si può essere al contempo nichilisti e romantici. Ero favorevole all’estinzione della specie umana e al tempo stesso soffrivo terribili pene d’amore. Dicevo con Nietzsche: «Tutto quello che non mi uccide mi rende più forte», ma venivo distrutto dalla minima contrarietà… In fin dei conti, ero un letterato… Del resto, il nichilismo di cui parlo non è un’opzione filosofica. È nell’aria del nostro tempo.

    Quando si crede che la specie umana è il prodotto di un bricolage casuale, che essa sarà rimpiazzata da un’altra, meno nociva e di maggior successo, ci troviamo immersi in un nichilismo assoluto.

    Il darwinismo, con la sua logica concorrenziale («la lotta per la vita»), il suo rifiuto del concetto di natura umana, il rigetto del mistero della storia a favore di una biologicizzazione integrale del passato, non è altro che nichilismo.

    Se domandate a un ragazzo: «Chi sono i tuoi antenati?», egli risponderà: «Delle scimmie». Chiedetegli ancora: «Qual è il nostro futuro?», al che egli replicherà: «L’estinzione». È normale che con tale posizione gli venga voglia di distruggere ogni cosa. Ma quello che più mi stupisce, che mi provoca più spavento, è il fatto che coloro che predicano tali dottrine continuino a vivere da piccoli borghesi.

    Oggi si parla molto di religioni e «nuova laicità», per dirla con le parole del presidente francese Sarkozy. Si discute del contributo delle diverse fedi nello spazio pubblico europeo. A suo giudizio, quale può essere il contributo più importante del cristianesimo alla vita sociale dell’Europa?

    Non c’è un solo apporto, ve ne sono molti. L’Europa è essenzialmente cristiana. Ho compiuto un lavoro di ricerca sul retablo dell’Agnello mistico dei fratelli Van Eyck, dove mostro come il dogma eucaristico della transustanziazione, definito nel 1215 dal Concilio lateranense, è all’origine della scienza e dell’arte nella loro dimensione moderna.

    Non vi è dunque questo o quell’apporto del cristianesimo all’Europa: il cristianesimo non è un fiore tra molti fiori, esso è il sole che fa crescere tutto, o ancora la linfa che li nutre all’interno.

    Quando si parla di radici, si parla di questa linfa senza la quale l’albero si secca e muore. Bisognerebbe ricordarsi del libro di Romano Guardini La fine dell’epoca moderna. Guardini osserva che la modernità è sleale. Sottrae al cristianesimo alcuni suoi elementi: la distinzione del potere spirituale da quello temporale, l’esaltazione della persona umana, l’affermazione della bontà della carne… e li ritorce contro il cristianesimo stesso.

    Perciò questi articoli di fede diventano «valori» mondani, qualcosa di monetizzabile, vuoti della loro sostanza e della relazione vitale con Cristo. La distinzione dei poteri muta in laicismo; ma una laicità senza Dio, che non prenda in carico l’aspirazione dell’uomo alla trascendenza, è presto minacciata dal fanatismo teocratico.

    Il significato della persona si degrada in individualismo; ma un individuo senza radicamento storico, né elevazione spirituale, non è altro che un clone manipolabile dal mercato. Infine, l’affermazione della carne si dissipa nella pornografia, ovvero nell’odio dell’atto carnale e delle sue proprie conseguenze naturali, a favore di un piacere virtuale che decade spesso in disperazione.

    Crede ancora in un riavvicinamento della cultura europea al cristianesimo?

    Tutta la cultura europea ha dei basamenti teologici. Se essa se ne allontana, non produrrà un’altra cultura, cadrà nell’incultura stessa, in una gestione meccanica delle pulsioni. Non dico che questo riavvicinamento sia possibile, affermo invece che è urgente e vitale. Ci troviamo davanti a un corpo che ha perduto la testa e che per questo diventa sempre più esangue e atassico.

    I valori cristiani senza Cristo hanno fatto il loro tempo. Come la foglia che cade dall’albero, essa per un attimo ci è sembrata libera, ma alla fine, con l’inverno, è marcita. Se i tralci non ritrovano il ceppo, se il corpo non ritorna insieme alla testa, il pensiero europeo è finito. Non si può vivere a lungo basandosi su una menzogna.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...