Maggio 2012: l’Emilia trema

E’ un’amica che scrive ad amici di cui una, è mia amica…

Fabi


Pianura lombardo-emiliana: terre basse, umide, afose, piatte, eppure ferventi di vita e di umanità. Il clima non è bello? Ci siamo inventati che la nebbia che comunque il ‘grande fiume’ scorre lento e rende fertili i terreni. Le zanzare? Be’, dai, c’è di peggio, quelle nostrane non sono nulla rispetto alle varie ‘tigri’ e ‘indonesiane’ che ogni tanto vengono in vacanza in Italia, seminando il panico.

Mare e montagne lontani? Ma su, ci sono le vie di comunicazione, ci si può muovere con agio… I vigneti non sono il massimo, in questi terreni argillosi? E noi abbiamo creato il lambrusco, perfetto per digerire i nostri piatti ‘robusti’ e frizzante come le donne emiliane.

Poche industrie? Non è vero, intanto iniziamo con quella del cibo, e poi … ci inventiamo il distretto biomedicale più produttivo d’Europa. Gente tosta, in queste terre, abituata a lavorare, a mettere in fila i fatti, a parlare ma anche a fare. E che non teme nulla. Questo è quanto credevamo tutti quanti, fino alle 4.04 di domenica 20 maggio, quando la natura, leopardianamente matrigna, ha ristabilito l’ordine delle cose. Anche qui, ci ha ricordato, sono io la regina. E voi, emiliani o lombardi che siate, contro di me non potete nulla…

Il risveglio da un sogno, quello di semi-onnipotenza che caratterizza le nostre zone: ecco cos’ha rappresentato quel botto, quel tremito oscuro che ci ha levato il sonno e il sorriso, e la tranquillità per sempre. Sì, certo, per sempre, perché la vita non sarà mai più quella di prima. Lo dico con ottimismo, non mi sto fustigando, io sono una figlia di queste terre, lavoro, bevo il lambrusco e ammazzo le zanzare, guido nella nebbia, sono da sempre pendolare per lavoro e svago. Eppure sono conscia che non ce la faremo più a coricarci la notte, certi che il massimo danno collaterale nel corso della nostra ‘incoscienza sognante’ potrebbero essere due morsi di zanzara. No, stavolta il nemico ha cambiato faccia, e ha trasformato anche le nostre.

La gente che si aggirava quel mattino, in piazza a Poggio Rusco, il mio paese, aveva gli occhi sgomenti, attoniti, stupiti: e ora che si fa? Si torna a dormire? Ah, io no, e poi giù, un’altra scossa da 5 e rotti di magnitudo… e da lì in avanti, la catastrofe.

Notizie incredibili da Mirandola, da sempre ‘sorellastra’ arrogante, di colpo gemella colpita a morte… Voci di campanili crollati, di chiese distrutte. E lì, confesso, le domande dentro di me si sono affollate. Maggio è il mese di Maria, la nostra madre celeste. Ma dov’è finita? Cosa ci vuole dire? Permette che crollino i luoghi di culto? Che un povero prete, intento a mettere in salvo la statua a Lei dedicata a Rovereto, muoia sotto le macerie? Aiuto, qualcosa mi sfugge.

Con la luce del giorno, arriva qualche tentativo di spiegazione: pensa come sarebbe stato se il botto fosse avvenuto dopo le otto, con le messe della domenica… quanti morti! Ecco, questo mi va, così sono più serena, la Madonnina c’era, ci ha salvati malgrado tutto, in fin dei conti il bilancio amaro parla di ‘soli’ quattro morti…

Le scosse non ci mollano più, e impariamo a usare un termine nuovo, lo ‘sciame sismico’: gli inglesi, più logici e razionali, le chiamano ‘aftershocks’, cioè scosse successive, noi, da bravi italiani, abbiamo scomodato pure le povere api per descrivere quelle subdole scosse che hanno turbato, e turberanno ancora a lungo, pare, le nostre vite. Diventiamo esperti di sismi, di falde sotterranee, di scale Richter e altro, consultiamo almeno cento volte al giorno il sito con l’elenco sismico italiano. E anche questo perché?

Stiamo cercando di razionalizzare, di ‘imbragare’ le nostre emozioni, di spiegare l’inspiegabile. Del resto, cosa pretendere da una nazione di commissari tecnici calcistici? Semplice, finito il campionato si sono trasformati in esperti geologi e sismologi. In attesa degli Europei.

Bene, ci si rimette in moto. Raccolti i cocci, tra le varie ‘api’ che ogni giorno pungono a tradimento, si riparte. L’etica del lavoro, le scuole che riaprono, il Governo che non si è ‘accorto’ di ciò che è successo in questa zona ricca e senza guai…

E arriva martedì 29. La conferma di chi comanda. Ore 9 del mattino, stavolta i lavoratori sono già schierati, e per alcuni di loro la scossa di grado 5.8 sarà l’ultima esperienza su questa terra. Muoiono insieme, operai e imprenditori, sotto le travi delle aziende di Mirandola, Cavezzo e Medolla: si sa da tempo, la morte non fa distinzioni sociali, è democratica.

Mi piace pensarli insieme, questi amici scomparsi, proprio mentre portavano avanti caparbiamente il loro sogno, quello di potere andare avanti nonostante tutto, a testa bassa, perché ‘non sarà certo un terremoto a fermarci’. E in parte è vero: quella scossa terribile, cattiva, a tradimento, li ha portati via da noi, senza vincerli. Loro erano là a dimostrare che andare avanti si può, e rimarranno sempre con noi, nei nostri cuori, come tanti altri prima, in passato, in altre terre più aspre e meno ospitali, in apparenza.

Ieri sera, dopo due settimane ininterrotte di tremori di livelli diversi, di crolli di edifici e di speranze, di gesti di grande altruismo e di sciacalli indegni persino di essere nominati, ho sentito l’intervista a un emiliano di sessant’anni circa, il proprietario di un’acetaia nella zona di Mirandola che ha subito gravi danni dal terremoto. Ebbene, quest’uomo, seppure triste e abbattuto, ha pronunciato una frase che trovo encomiabile, da citare: ‘Io di qui non mi muovo. Mi allontano, ma poi torno. Il terremoto mi ha fatto tremare, mi ha piegato, ma non mi ha spezzato. Io resto nella mia acetaia.’ Ecco, questo è il sunto del ‘padano pensiero’: ci si piega, si subisce, ci si agita, ma non si molla mai. Sarà ancora così? Ce la faremo a raccogliere i cocci e a risistemare la grande casa? Non so.

Di sicuro abbiamo imparato (o meglio, riscoperto) alcuni termini poco noti, in primis la Paura, lettera maiuscola, quella vera, che fa raddrizzare i peli delle braccia e della nuca, che fa sobbalzare o immobilizzare, che fa battere il cuore a mille per un nonnulla. La paura atavica, quella che c’è in fondo a ognuno di noi, che non ci permette di ragionare, che cancella a volte la dignità…

Un altro aspetto, e questo è l’unico positivo, è quello dei rapporti umani più intensi e veri: ci siamo stretti gli uni agli altri, creando tendopoli spontanee e amicizie nuove, condividendo oggetti e cibo, e magari anche due parole di conforto.

Abbiamo rivalutato Internet e gli sms, così utili in questi scenari da catastrofe nucleare. E abbiamo capito che il terremoto non succede solo a L’Aquila, in Irpinia o in Abruzzo. Avviene anche qui, in questa pianura così dolce e accogliente che anche i Monti Appennini se la vogliono prendere. In questo luogo dove la vita è ancora dolce e i ragazzi hanno tutto eppure vanno a scuola recalcitranti … già, la scuola.

La MIA scuolina, ferita a morte da quelle scosse, abbandonata, dove malgrado tutto ogni 55 minuti suona la campanella, perché così è programmata… Siamo corsi tutti là, dopo il disastro, per vedere di recuperare il recuperabile… che è ben poca cosa. Non recupereremo più la nostra vita di prima, i nostri ragazzi con i loro problemi, piccoli e grandi, mai così enormi come questo evento che ci ha tolto … ma cosa ci ha tolto, in realtà?

Noi ci siamo ancora e abbiamo il dovere di andare avanti, di asserire la nostra voglia di vivere e di lottare, di abitare questi luoghi che abbiamo respirato, assaporato, usato e forse a volte trascurato, ma che amiamo più di noi stessi, perché sono la nostra radice, il nostro passato e il futuro. Non vogliatecene, cari Appennini, ma in questa Pianura ci stiamo noi.

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2 risposte a Maggio 2012: l’Emilia trema

  1. Donatella ha detto:

    La lettura di queste parole mi ha lasciato commossa e ammirata. Forza Fabiana, forza gente coraggiosa dell’Emilia. Il nostro cuore e le nostre preghiere sono con voi.

  2. Rita ha detto:

    Siamo con tutti voi! Forza e coraggio!

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