IL CARD. CARLO MARIA MARTINI E’ MORTO – LUTTO DI FAMIGLIA

Di mio so dire soltanto: “Grazie Padre”, per il tuo magistero pastorale che ha plasmato tanta parte della mia vita. 

In fondo, GLOBULI ROSSI,  di cui sei ispiratore, altro non è che  la “Regola di Vita” di largo respiro evangelico, da te proposta ai giovani di tutte le età.

 Resterai nella mente e nel cuore di noi ma anche di quelli che verranno, come nuovo Padre della Chiesa che ha spezzato e distribuito il Pane della Parola, la sola Luce dei tuoi passi.

 NON RIPOSARE IN PACE ma vigila sul tuo gregge, ora che sei giunto nel Regno dei giusti al cospetto del SANTO DEI SANTI.

Quand’eri malato, ascoltavi Mozart perché ti aiutava a non perdere il ritmo della vita così disturabata dal morbo.

Ti adagiamo su queste note, mentre ti viene incontro il coro degli angeli e dei santi per introdurti ne Paradiso, dove c’è sulla porta Maria, che ti attende con trepidazione per la festa…

UNA TESTIMONIANZA DAL MONASTERO DI BOSE

Era il 1976: al monastero di Bose per la prima volta si incontrano Enzo Bianchi e Carlo Maria Martini. Le passioni e gli interessi comuni sono tanti: la Bibbia, il Vangelo, ma anche e soprattutto la capacità di dialogo con tutti (unita a un’intensissima vita spirituale) dove il primato della testimonianza non fa distinzione tra vicini e lontani.

Passa poco più di un anno e i due trascorrono insieme tre mesi in Israele. «Un’esperienza molto intensa», ricorda oggi il priore di Bose, appena appresa la notizia della scomparsa del cardinale.

Ma tra tutti i ricordi che gli affollano la testa sceglie quello di Martini, giovane, a Roma, professore al Pontificio Istituto Biblico, non ancora cardinale e nemmeno vescovo.

Un semplice cristiano che va tutte le settimane tra i poveri «per lavarli e nutrirli». «In pochi lo sanno» spiega il priore di Bose, ma è una circostanza che «racconta meglio di ogni altra chi era Carlo Maria Martini».

 «L’uomo del dialogo con chi sta fuori dalla Chiesa, come nessun’altro in Italia è stato, con una capacità straordinaria di dialogare con i credenti e i non credenti, con gli ebrei, i protestanti, gli ortodossi». «Martini è stato il Padre della Chiesa dei tempi moderni».


Ma quello che più di ogni altro aspetto ha colpito Enzo Bianchi è stata la sua volontà di essere uomo secondo il Vangelo.

  • «Era attirato dal Vangelo,
  • voleva vivere secondo il Vangelo.
  • Non aveva strategie,
  • le tattiche politiche erano qualcosa di totalmente sconosciuto per lui,
  • che invece si arrendeva a ciò che considerava Vangelo.
  • La sua regola era il Vangelo vissuto.
  • E in nome del Vangelo vissuto era capace di modificare le sue posizioni,
  • lo faceva quando capiva che era il Vangelo a chiederglielo».

Martini era stato al monastero di Bose l’ultima volta solo un anno fa. E lo aveva detto a tutti i presenti: sarebbe stata l’ultima volta, non sarebbe più tornato, era troppo stanco. «Fu un momento di grande comunione e affetto», rivela Enzo Bianchi. «Ma non abbiamo mai smesso di scriverci».

Di come l’arcivescovo emerito di Milano ha vissuto gli anni della malatttia , con grande forza e coraggio, il priore di Bose ricorda: «Era un gesuita, addestrato alla disciplina e all’ascesi. Sì, Martini era un grande asceta, un raro esempio di addestramento alla fede». E «l‘accanimento terapeutico non richiede né fede cristiana né spiritualità», alla fede invece serve «la forza di abbandonarsi e offrire la vita a Dio».

Carlo Maria Martini era anche un uomo molto riservato, su quel conclave nel quale molti lo avrebbero voluto Papa non rivelò mai nulla. «Ma aveva una grande stima per Joseph Ratzinger e una grande fiducia in lui».

Gerusalemme è stata una delle sue grandi folgorazioni, il posto dove Martini si sentiva a casa «là voleva tornare a una vita tentata solo dagli studi, dedicarsi alla dimensione contemplativa della vita», dice Enzo Bianchi. Se ne andò da Gerusalemme nonostante l’amore per quei luoghi, per gli ebrei, per la Bibbia, in modo da potersi curare ma «anche perché la sua presenza avrebbe potuto diventare ingombrante».

Da nessuna parte come a Gerusalemme Martini si sentiva a casa. Un giorno, raccontò, mentre stava visitando i grandi pozzi di El Gib, vide franare la terra sotto i suoi piedi e si sentì rotolare dentro uno di quei pozzi. Pensò: «Come è bello morire qui in Terra Santa!», mise le mani dentro la terra e rimase fermo, «al limite dal cadere nel pozzo». Incolume sentì che quella fosse la sua terra ed ebbe un’intuizione molto forte: «Ciascuno è nato a Gerusalemme». Forse vorrebbe tornarci ora ma Milano, ne è convinto il priore di Bose, non lo lascerà andar via. Milano che per più di vent’anni è stata la sua casa.

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12 risposte a IL CARD. CARLO MARIA MARTINI E’ MORTO – LUTTO DI FAMIGLIA

  1. Deborath ha detto:

    Ciao Angelo, è bello il modo in cui hai ricordato il cardinal Martini, un modo molto umano, così come credo fosse lui.
    Come ho scritto già da Lucetta, non lo conoscevo benissimo, ma per quel poco che avevo letto di lui, mi sembrava una gran bella persona, molto attuale e per nulla bigotta. Se n’è andato un grande, come pochi ce ne sono, ahimè…😦
    Ti abbraccio, Angelo…

  2. lucetta ha detto:

    Mi piace come l’hai ricordato. Io ho preferito farlo con le sue parole e con una sua preghiera.

  3. msilvia2 ha detto:

    ” Aver avuto il dono di accogliere la rivelazione del Padre
    e di diventare figli nel Figlio Gesù,
    non è privilegio, ma compito
    che ci spinge a riconoscerci uniti a tutti i figli dell’unico Padre,
    a dialogare con tutti nella verità,
    a cominciare dai credenti in Dio per andare ai non credenti
    e a tutti i poveri la cui dignità di figli è calpestata.”
    ( C.M.M., RITORNO AL PADRE DI TUTTI,lettera pastorale 1998-1999)

    Figli nel Figlio: una dimensione straordinaria della Fede.
    Grazie, Padre.

  4. Rita ha detto:

    Non ho conosciuto bene il cardinale Carlo Maria Martini e mi dispiace. Oggi so che il suo testamento spirituale sicuramente saprà aprirmi nuovi orizzonti.

  5. angelonocent ha detto:

    ”Un proverbio indiano parla di quattro stadi nella vita dell\’uomo.

    – Il primo è quello nel quale si impara,

    – il secondo è quello nel quale si insegna e si servono gli altri, mettendo a punto ciò che si è imparato.

    – Nel terzo stadio si va nel bosco, e questo è molto profondo, significa che il terzo stadio è quello del silenzio, della riflessione, del ripensamento. Credo che quando si aprirà per me questo terzo stadio, che ormai è imminente, ritirandomi nel bosco potrò ripensare e riordinare con gratitudine tutte le cose che ho ricevuto, le persone che ho incontrato, gli stimoli che mi sono stati dati in questi ventidue anni e che non hanno avuto l\’opportunità di essere elaborati.

    – E poi c’è il quarto tempo, che è molto significativo per la mistica e l’ascesi indù: si impara a mendicare; è il tempo in cui si impara la mendicità. L\’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica. E\’ poi lo stadio del dipendere da altri, quello che non vorremo mai, ma che viene, al quale dobbiamo prepararci. (Carlo Maria Martini, Fondazione Ambrosianeum, 17 maggio 2002).

    DEVO AGGIUNGERE:
    – c’è anche il quinto tempo, quello degli ARRIVEDERCI.

    E’ arrivato. E il distacco fa male al cuore. Però è necessario. Ma, durante il silenzio nel bosco e le ore dedicate alla mendicità, conforta il pensiero che non è un addio.

  6. fabiana ha detto:

    In attesa della resurrezione!
    Vai padre e fratello!

  7. angelonocent ha detto:

    IL SOGNO DI MARTINI COINCIDE CON IL SOGNO DI UN ALTRO VESCOVO

    E’ IN AZIONE LO SPIRITO DEL SIGNORE

    Un sogno strano e penetrante
    di Jean-Charles Thomas*
    in “www.garriguesetsentiers.org” del 3 settembre 2012 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

    Il 1° maggio 2012 ho festeggiato in una solitudine liberamente scelta il quarantesimo anniversario della mia ordinazione episcopale, passando una buona parte della giornata a render grazie. E la notte seguente ho fatto un sogno…

    Un papa (quale? quando? non so…) decideva di chiamare Congregazione romana per la Rivelazione cristiana l’ex Congregazione per la dottrina della fede, che era succeduta al Sant’Uffizio, che a sua volta aveva sostituito la Santa Inquisizione. Le affidava la funzione fondamentale di vegliare a che ogni dottrina o decisione fosse esaminata, giudicata, mantenuta o rifiutata in base alla fedeltà in rapporto alla Rivelazione cristiana espressa in maniera essenziale nella Bibbia.

    L’intenzione del Papa veniva chiaramente compresa: l’annuncio della Buona Notizia riprendeva il primo posto nel Messaggio, nella Missione e nell’organizzazione della Chiesa cattolica.

    Ne seguì un grande fervore tra i cristiani per leggere e meditare le Sacre Scritture. In tutti i continenti, i gruppi di lectio divina si moltiplicavano. I dialoghi sul senso della Vita si diffondevano in internet. Pastori, teologi e filosofi si univano per far risplendere le armonie della Sapienza rivelata. Un Soffio di primavera, offerto a tutti gli esseri umani, faceva nascere iniziative per illuminare, confortare, guarire e mettere in comunione i fratelli e le sorelle di tutte le Chiese cristiane, liberati dalle loro differenze separatrici.

    Insieme, dialogavano con i credenti monoteisti del mondo, prioritariamente con i loro “fratelli maggiori nella fede”, cioè con i loro fratelli ebrei.

    Osservando quel nuovo Soffio che dava dinamismo ai cristiani, moltitudini di persone ricominciavano ad interessarsi dei valori spirituali, dell’umanizzazione dell’Umanità e delle sue istituzioni sociali, politiche, economiche, intergenerazionali, familiari e mondiali. Queste moltitudini, stanche dei conflitti generati da persone che presentandosi come credenti imponevano i loro integralismi, ricominciavano ad ascoltare il mormorio degli inviti alla Pace, alla riconciliazione e al perdono pronunciati da Gesù di Nazareth e che avevano trovato larga eco nei secoli scorsi e in tutte le latitudini.

    Convinto dai miracoli generati dalla Parola di Dio, riconosciuta come Sorgente di Luce, il Papa (quale? quando? non so…) si comportava da servo dei servi di Dio. Rivendicava, come Simon Pietro, di essere considerato come Uno degli anziani, sumpresbuteros, uno dei Dodici, incaricato di presiedere la comunione. I suoi Dicasteri erano impegnati ad assicurare prioritariamente un ministero di servizio e non di autorità suprema. Usava internet per consultare periodicamente tutti i vescovi del mondo sui modi migliori di vivere la collegialità, di rispondere ai problemi che i suoi predecessori si erano recentemente riservati, in particolare su certi aspetti della vita delle coppie, sul posto delle donne nelle responsabilità e nei ministeri, sul ruolo degli Anziani nell’evangelizzazione e nelle comunità cristiane, sul posto decisivo della coscienza nel giudizio morale, sul giusto rapporto tra il magistero e il sensus fidelium e sui problemi nuovi posti dalle evoluzioni del Mondo…

    Chiese perfino di tornare al lessico rispettato dalla Tradizione dei primi dieci secoli, evitando di chiamare sacerdoti coloro che Cristo non aveva mai chiamato così, avendoli sempre considerati i suoi Inviati: Missionari o Apostoli scelti tra i Discepoli, aventi tra l’altro la possibilità di vivere in coppia secondo il pensiero del Creatore espresso all’inizio della Bibbia. Di conseguenza, la vocazione cristiana e la missione di tutti i fedeli di Cristo furono presentate in maniera più conforme alle lettere di Paolo, di Pietro, di Giacomo, di Giovanni, e agli Atti degli Apostoli.

    Si rimisero in uso dei testi un po’ persi di vista: erano stati redatti da un Concilio tenuto negli anni 1962-1965. La loro riscoperta favorì una migliore conformità delle molteplici abitudini, tradizioni, interpretazioni e prescrizioni imposte nella Chiesa romana nel corso della storia – con la grande Tradizione Rivelata.

    Un giorno (quando? non so…) quel Papa provvidenziale proibì i titoli di Santissimo Padre, di Sovrano Pontefice, spiegando che dovevano essere riservati a Dio. Propose una riflessione per sapere se fosse opportuno distinguere la Missione di Vescovo di Roma, “primus inter pares”, dalla funzione di Capo dello Stato del Vaticano, perché questa seconda funzione creava spesso delle confusioni quando il Papa si metteva in viaggio fuori del Vaticano per visitare pastoralmente e incoraggiare dei fedeli di Cristo.

    Tornò all’antica Tradizione per quanto riguarda la nomina dei vescovi, constatando che la centralizzazione in questo ambito era diventata ingestibile, nonostante la presenza di Nunzi che si impegnavano per trovare nuovi vescovi, pur continuando a svolgere le loro funzioni ufficiali di Diplomatici dello Stato del Vaticano…

    L’alba nascente interruppe questo sogno. Mi svegliai. Fuori pioveva. Un tempo proprio imbronciato.

    * Jean-Charles Thomas è nato nel 1929, è diventato vescovo ausiliare di Versailles il 23 dicembre
    1986. È diventato vescovo titolare il 4 giugno 1988 e si è ritirato dalle sue funzioni l’11 gennaio
    2011 per raggiunti limiti di età.

  8. angelonocent ha detto:

    CARRóN: sono addolorato, potevamo collaborare di più

    di Juliàn Carron
    in “Corriere della Sera” del 4 settembre 2012

    Caro direttore,

    la morte del cardinale Martini mi consente di riflettere su alcune parole-chiave della sua vita e sul rapporto con don Giussani e col movimento di Comunione e liberazione. La mia vuole essere una semplice testimonianza.

    Ecumenismo. La sua capacità di entrare in rapporto con tutti testimonia la tensione del cardinale a intercettare ogni briciolo di verità che si trova in chiunque incontriamo. Chi ha incontrato Cristo non può non avere questa passione ecumenica. Mi ha colpito come il cardinale rispondeva a chi gli domandava quale considerava il momento culminante della vita di Gesù (il discorso della montagna o l’ultima cena o la preghiera nell’orto degli ulivi): «No. Il momento culminante è la Resurrezione, quando scoperchia il suo sepolcro e appare a Maria e a Maddalena». È la certezza che introduce la resurrezione di Cristo che spalanca lo sguardo del cristiano.

    L’antico termine oikumene sottolinea che lo sguardo cristiano vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, come ricordava don Giussani:

    L’ecumenismo non è allora una tolleranza generica, ma è un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento, in chiunque. Nulla è escluso di questo sguardo positivo. Se c’è un millesimo di verità in una cosa, lo affermo». Solo una tensione così può generare una vera pace fra gli uomini, anche questa una preoccupazione costante del cardinale Martini.

    Carità come condivisione dei bisogni.

    Noi dobbiamo fare tesoro di questo desiderio di intercettare il bisogno degli uomini che l’Arcivescovo incontrava lungo il cammino della vita. La Chiesa non può essere mai indifferente alle domande e ai bisogni degli uomini. Queste domande, che sono le nostre, sono una sfida per noi credenti, perché solo così ci rendiamo conto se abbiamo qualcosa nella nostra esperienza da comunicare a chi ci chiede ragione della nostra speranza. Questo è il vantaggio del tempo presente per noi credenti: non è sufficiente la ripetizione formale delle verità della fede, come ci ricorda continuamente Benedetto XVI. Gli uomini attendono da noi la comunicazione della nostra esperienza, non un discorso astratto, sia pure corretto e pulito.

    Come ci richiamò Paolo VI: la nostra epoca ha bisogno di testimoni, più che di maestri. Solo il testimone può essere maestro. Sono sicuro che il cardinale Martini, dal Cielo, ci accompagnerà a condividere i bisogni degli uomini e a trovare strade per risponderne che siano all’altezza delle loro domande.

    Quanto al rapporto con Cl, don Giussani ci parlava sempre della paternità del cardinale Martini, che aveva abbracciato e accettato nella diocesi di Milano una realtà come Cl. Nel suo cuore di pastore sempre c’è stato spazio per noi. Ricordo la gratitudine di don Giussani quando l’Arcivescovo gli concesse di aprire una cappella in uno dei locali della sede centrale del movimento a Milano, così da avere il Signore presente sempre.

    E come l’arcivescovo Montini, che inizialmente confessava di non capire il metodo di don Giussani ma ne vedeva i frutti, anche il cardinale Martini ci incoraggiava ad andare avanti. Mi commuovono ancora le parole che rivolse a don Giussani nel 1995, durante un incontro di sacerdoti, quando ringraziò «il Signore che ha dato a monsignor Giussani questo dono di riesprimere continuamente il nucleo del cristianesimo. “Ecco, tu, ogni volta che parli, ritorni sempre a questo nucleo, che è l’Incarnazione, e — con mille modi diversi — lo riproponi”».

    Per questo ci rincresce e ci addolora se non abbiamo trovato sempre il modo più adeguato di collaborare alla sua ardua missione e se possiamo aver dato pretesto per interpretazioni equivoche del nostro rapporto con lui, a cominciare da me stesso. Un rapporto che non è mai venuto meno all’obbedienza al Vescovo a qualunque costo, come ci ha sempre testimoniato don Giussani.

    Sono sicuro che, insieme a don Giussani, ci accompagnerà dal Cielo a diventare sempre di più quello per cui lo Spirito ha suscitato proprio nella Chiesa ambrosiana un carisma come quello di Cl.

    La morte del cardinale Martini e di don Giussani costituiscono un richiamo per tutti noi che, nella varietà di sensibilità, abbiamo a cuore la Chiesa ambrosiana. Mi auguro che non ci stanchiamo mai di cercare quella collaborazione che è indispensabile — soprattutto oggi — per la missione della Chiesa, così come ne parlava il cardinale nel 1991:

    «La “novità” della cosiddetta “nuova evangelizzazione” non va cercata in nuove tecniche di annuncio, ma innanzitutto nel ritrovato entusiasmo di sentirsi credenti e nella fiducia dell’azione dello Spirito Santo», così da «evangelizzare per contagio… da persona a persona».

    presidente della Fraternità di Cl

  9. angelonocent ha detto:

    “Così zio Carlo ha chiesto di essere addormentato”
    di Giulia Facchini Martini
    in “La Stampa” del 4 settembre 2012

    Caro zio, Zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti, questo è il mio ultimo, intimo saluto.

    Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla. D’improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un’onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l’estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza.

    Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell’agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell’importanza della buona morte. Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d’altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.

    Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell’atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede.
    Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato.

    Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

    Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.

    Seppure fisicamente non cosciente – ma il tuo spirito l’ho percepito ben presente e recettivo –
    l’agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita. È di questo tempo dell’agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te.

    La chiave di volta – sia per te che per noi – è stata l’abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio».

    A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire, è l’atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale. Chi era presente ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati con te, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze ed a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative.

    In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia.

    Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che
    stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda.
    Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale ed ineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore, i movimenti misurati, l’assenza di rumori ed emozioni gridate – ma soprattutto l’accettazione e l’attesa vigile – sono stati la cifra delle ore trascorse con te.

    Quando è arrivato l’ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l’involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi.

    Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell’accompagnamento.

  10. angelonocent ha detto:

    Tutti i credenti del mondo
    di Aldo Maria Valli
    in “Europa” del 4 settembre 2012

    «Un signore si è avvicinato alla bara e mi ha chiesto di pregare il Padre nostro. Però non se lo ricordava. Allora lo abbiamo recitato insieme. Un altro è venuto, ha detto di essere ateo, poi però ha avvertito il desiderio di confessarsi. Questi sono miracoli. Piccoli, se vogliamo. Anzi, no, sono grandi. Il cardinale è già in azione».

    Sorride monsignor Luigi Manganini mentre mi racconta questi episodi. Lui è l’arciprete del Duomo di Milano, ha sostato per ore accanto alla bara, e questi sono i momenti che gli sono rimasti nel cuore. «Martini era vicino a tutti, anche ai cosiddetti lontani, e continua ad esserlo».

    In mattinata si scatena la pioggia, ma la gente continua a entrare. Arriva Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose. Chiedo: Martini è stato uno sconfitto? «Forse nel breve periodo, ma alla lunga sarà la sua linea ad aver ragione. È la linea del Vangelo, della misericordia, dell’amore».

    Arriva monsignor Vincenzo Paglia, adesso “ministro” vaticano per la famiglia, ma da sempre legato a Martini attraverso l’esperienza di Sant’Egidio: «Ricordo il cardinale quando andava ad aiutare i vecchietti a Roma. Lui, studioso, si sentiva in deficit sul piano della carità e voleva riparare».

    Arriva la sorella di Martini, Maris, con i nipoti Giulia e Giovanni. Arriva l’ex autista del cardinale, Sandro, che racconta ancora una volta di quanto Martini lo aiutò a cambiare una gomma forata.

    Arriva il primo ministro Monti, arriva Prodi, arrivano Rosy Bindi, arrivano i ministri cattolici del governo Monti, e poi ecco Casini, e il sindaco Pisapia, e il governatore Formigoni, e Vendola. Le auto blu creano un po’ di scompiglio e qualcuno brontola, ma è solo un istante. Poi tutti in raccoglimento.

    «Chi muore nel Signore, col Signore è destinato a risorgere. Per questo la sua morte è un fiorire».
    Il cardinale Angelo Scola parla dal pulpito e scandisce le parole. Nel duomo seimila persone,
    quindicimila fuori. Milleduecento i preti, trentotto i vescovi, dodici i cardinali. Tra loro Angelo
    Comastri, inviato dal papa. Legge il messaggio di Benedetto XVI: «Lampada per i miei passi è la
    tua parola, luce sul mio cammino.

    Le parole del salmista possono riassumere l’intera esistenza di questo pastore generoso e fedele della Chiesa. È stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita».

    Ma è Tettamanzi, il buon Dionigi, con il suo tocco semplice, a suscitare l’applauso dei fedeli, quando ringrazia Martini: «Noi ti abbiamo amato, noi ti amiamo, noi ci uniamo ora al tuo canto di lode. Continua a intercedere per tutti noi».

    Intercedere era il verbo che tanto piaceva a Martini e che amava ricordare a Gerusalemme: «Io qui – diceva – intercedo in senso letterale, cammino in mezzo a tutti, israeliani e palestinesi, e alzo le mani al cielo per chiedere pace».

    Tante religioni sono rappresentate all’interno del duomo. Ci sono i musulmani, ci sono i buddhisti. Ci sono i cristiani non cattolici. Gli ebrei hanno portato il loro omaggio prima dei funerali, con parole di gratitudine verso il cardinale che parlò a tutti e tutti ascoltò. Ma sono i fedeli, i semplici fedeli ambrosiani i protagonisti della giornata. Dicono che Martini è rimasto nei loro cuori perché ha segnato le loro vite. Non è sentimentalismo, lo si vede dagli occhi. Il cardinale è stato davvero un maestro per tanti, e i duecentomila che gli hanno reso omaggio, anche stando a lungo in coda, lo hanno testimoniato.

    È sempre Tettamanzi a dirlo bene: «Noi ti abbiamo amato, per il tuo sorriso e la tua parola, per il tuo chinarti sulle nostre fragilità e per il tuo sguardo capace di vedere lontano, per la tua fede nei giorni della gioia e in quelli del dolore, per la tua arte di ascoltare e di dare speranza a tutti».

    Dice un gesuita che lo conosceva bene, padre Bartolomeo Sorge: «Tutti lo ricordano per i messaggi di carattere sociale e politico, ma lui fu soprattutto uomo di preghiera. Da lì veniva la sua forza. E la sua credibilità».

    http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Stampa.HomePage

  11. tree contractors ha detto:

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