SENTIRE CUM ECCLESIA

8 giugno 2013- Ordinazioni sacerdodatali in Duomo a Milano – Un video da vedere.

LA TEOLOGIA OGGI

Lo scorso 8 marzo è stato reso noto l’ultimo Documento della Commissione Teologica Internazionale, che ha per titolo La Teologia oggi: prospettive, principi e criteri. Già qualche mese prima, Benedetto XVI aveva espresso il suo personale compiacimento per il lavoro della Commissione, rilevando l’importanza dei temi trattati e la necessità di definire «i principi e i criteri secondo i quali una teologia può essere cattolica» (1). 

Sebbene i documenti prodotti dalla Commissione non appartengano al Magistero della Chiesa, hanno tuttavia autorevolezza teologica. Essi esprimono, infatti, il massimo grado della collaborazione che i teologi prestano al Magistero e sono pubblicati su autorizzazione del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (2).

Vogliamo soffermarci qui, sebbene in forma non esaustiva, su alcuni aspetti. Consideriamo sullo sfondo delle nostre riflessioni il titolo del secondo capitolo: Rimanere nella comunione della Chiesa. Riteniamo, infatti, che esso rappresenti il cuore stesso dell’articolata trattazione, poiché ci pare che la posta in gioco non sia oggi la produzione teologica o la presenza del teologo nella complessità degli eventi e delle svolte epocali, bensì la sua appartenenza alla Chiesa, dalla quale dipende anche la cattolicità della sua riflessione e quindi, in ultima analisi, la validità stessa del suo necessario e prezioso servizio. Il testo si apre con il riconoscimento della fecondità teologica negli anni successivi al Concilio Vaticano II, ma prende atto anche della frammentazione alla quale la teologia è andata incontro e della sfida a cui essa è chiamata per conservare la propria identità. Dopo aver ricordato che «la teologia, in tutte le sue diverse tradizioni, discipline e metodi, si basa sull’atto fondamentale di ascoltare con fede la Parola di Dio rivelata, Cristo stesso» (n.4), il documento offre anche una definizione: «La teologia è una riflessione scientifica sulla rivelazione divina che la Chiesa accetta per fede come verità salvifica universale» (n. 5). 

Dal testo emerge con chiarezza il rapporto che la teologia deve avere con la comunione ecclesiale. Non si vuole imporre un criterio di uniformità, che sarebbe peraltro contrario alla natura della teologia. Ciò è espressamente richiamato in apertura, laddove si evidenza il carattere singolare della teologia, multiforme nelle sue espressioni ed unica nel suo fondamento: «Il fatto che ci sia un unico Salvatore mostra l’esistenza di un nesso necessario tra cattolicità e unità. Nell’esplorare l’inesauribile Mistero di Dio e le innumerevoli vie attraverso le quali, in contesti diversi, la grazia di Dio opera per la salvezza, la teologia giustamente e necessariamente assume una molteplicità di forme, e tuttavia, nell’indagare l’unica verità del Dio uno e trino e il piano di salvezza incentrato sull’unico Signore Gesù Cristo, questa pluralità deve manifestare tratti familiari distintivi» (n. 2). Come ha rilevato il Segretario Generale della Commissione, «a motivo di una legittima specializzazione che deriva dalla loro stessa esigenza di scientificità, le varie discipline teologiche tendono ad allontanarsi le une dalle altre e arrivano talvolta a ignorarsi. Biblisti, dogmatici o moralisti vivono troppo spesso su pianeti diversi. Dall’altra, la non meno legittima rivendicazione di pluralismo all’interno della teologia cattolica serve a volte a giustificare la falsa idea secondo la quale le diverse teologie sarebbero “incommensurabili” le une per le altre: l’estrema diversità dei contesti culturali e dei punti di vista metodologici renderebbe impossibile qualsiasi dialogo e impedirebbe qualsiasi valutazione critica reciproca. In effetti ogni dialogo presuppone il riferimento comune a una verità obiettiva e universale» (3).

Cosa può garantire l’unità del linguaggio teologico? La confessione di fede nell’unico Salvatore! Può sembrare del tutto paradossale che si debba richiamare la centralità di Cristo, e quindi il senso della teologia come esplicitazione del kerigma che fonda la fede. Cristo viene prima di ogni altra cosa. È il suo mistero, così come trasmesso e professato nella fede della Chiesa, che precede e giustifica la scelta di strumenti ermeneutici diversi nella comprensione della Parola rivelata. Indubbiamente una certa crisi delle filosofie, specialmente nella seconda metà del secolo scorso, ha determinato talvolta l’attenzione alla prassi più che alle categorie speculative, e quest’ultime, quando sono state impiegate, sono state attinte per lo più da sistemi estranei «a quella logica che è intrinseca alla fede della Chiesa» (4). Tutto questo, però, si fonda, a nostro avviso, sulla riduzione sistematica del mistero di Cristo. Se agli inizi fu la teologia liberale a spogliare la figura di Cristo della sua divinità, fornendo una lettura positivistica della sua persona e del suo messaggio, in tempi più recenti la pretesa di demitizzazione, propria di quella corrente, è sopravvissuta nella dialettica Gesù della storia – Cristo della fede.

Per comprendere quale sia lo sbocco di simili modi di leggere il dato rivelato, possiamo assumere il giudizio formulato dal B. Giovanni Paolo II a proposito del cristocentrismo nella catechesi (quasi sempre terrendo di recezione degli errori di una certa teologia): «Il cristocentrismo, in catechesi, significa pure che mediante essa non si vuole che ciascuno trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma l’insegnamento di Gesù Cristo, la verità che egli comunica o, più esattamente, la verità che egli è. Bisogna dire dunque che nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui; e che solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo al Cristo di insegnare per bocca sua.

La costante preoccupazione di ogni catechista – quale che sia il livello delle sue responsabilità nella chiesa – dev’essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù. Egli non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l’attenzione e l’adesione dell’intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita del Cristo» (5).

All’inizio dell’annuncio cristiano, come di ogni suo ulteriore e doveroso approfondimento, noi troviamo la predicazione degli Apostoli, ed un contenuto che si è trasmesso ancora prima di una sua fissazione in testi scritturistici ed eucologici.

La teologia deve essere un dire su Dio, ma su quel Dio che si è rivelato e donato in Cristo. Sarebbe assolutamente errato il tentativo di poter dire prescindendo da ciò che Dio ha detto di se stesso, come lo sarebbe il voler separare questa gratuita rivelazione dalla nostra salvezza, cioè dalla liberazione dal peccato e dal dono della grazia. Anche volendo nascondere il dramma del peccato, che reca in sé pure la disobbedienza a quanto è rivelato, resta intatto quel compimento della rivelazione di Dio che è la nostra costituzione nella dignità filiale e perciò il possesso della gloria, insieme con il Figlio, nella casa del Padre (6). La teologia deve avere nella Scrittura la sua anima, come raccomandato dal Vaticano II (7); la Scrittura, però, «non è semplicemente un testo, ma locutio Dei e Verbum Deitestimoniata inizialmente dai profeti dell’Antico Testamento e infine dagli apostoli nel Nuovo Testamento (cfr Rm 1,1-2)», come rammenta il nostro Documento (n. 30). La Parola di Dio altro non è che il Verbo eterno, il Figlio che è della stessa sostanza del Padre , e per mezzo del quale il Padre ha voluto parlare (8). 

Alla riduzione cristologica ha fatto seguito la riduzione ecclesiologica (9). Il progressivo sganciamento di una certa teologia dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa, non scaturisce da una visione semplicemente diversa ed aggiornata del popolo di Dio, per quanto l’influsso di una visione sociologica sia stato preponderante sul versante meramente ecclesiologico e pastorale. Esso deriva piuttosto, in massima parte, da una concezione bibliolatrica (10), la quale, a sua volta, risulta intimamente congiunta alla riduzione cristologica. 

Il Documento della Commissione richiama ai nn. 25-32 la fedeltà alla Tradizione apostolica. Ci sembra di tutto rilievo l’annotazione con cui si aprono le riflessioni sull’argomento: nella descrizione scritturistica delle prime comunità cristiane, «viene già tratteggiata un’anticipazione dell’insegnamento e della vita sacramentale della Chiesa, della sua spiritualità e del suo impegno alla carità. Tutte queste cose hanno avuto inizio nella comunità apostolica, e la trasmissione di questo stile di vita nello Spirito è la Tradizione apostolica. La lex orandi (la norma della preghiera), la lex credendi (la norma della fede) e la lex vivendi (la norma di vita) sono tutte aspetti essenziali di questa Tradizione. Paolo si riferisce alla Tradizione nella quale è stato incorporato come apostolo quando parla di “trasmettere” quello che egli stesso “ha ricevuto” (1 Cor 15,1-11, cfr anche 1 Cor 11,23-26)» (n. 25).

Altrettanto opportuna appare una successiva esplicitazione: «Componenti vitali della Tradizione sono quindi: uno studio costantemente rinnovato della sacra Scrittura, il culto liturgico, l’attenzione a ciò che ci hanno insegnato nel corso della storia i testimoni della fede, la catechesi che alimenta la crescita nella fede, l’amore pratico a Dio e al prossimo, il ministero ecclesiale strutturato e il servizio reso dal Magistero alla Parola di Dio. Ciò che viene trasmesso comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all’incremento della fede. La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede» (n. 26). In altri termini, la Tradizione è presentata come «il processo vivo dell’ascolto della Parola di Dio da parte della Chiesa».

Abbiamo accennato prima alla riduzione cristologica, ritenendola la causa prima anche dell’emancipazione di alcuni teologi da questo flusso vivo ed ininterrotto di grazia che ci raggiunge nella Chiesa e per mezzo della Chiesa. Già nel 1990 l’Istruzione Donum Veritatisricordava ai teologi che «la missione del magistero è quella di affermare, coerentemente con la natura “escatologica” propria dell’evento di Gesù Cristo, il carattere definitivo dell’alleanza instaurata da Dio per mezzo di Cristo con il suo popolo, tutelando quest’ultimo da deviazioni e smarrimenti, e garantendogli la possibilità obiettiva di professare senza errori la fede autentica, in ogni tempo e nelle diverse situazioni. Ne consegue che il significato del magistero e il suo valore sono comprensibili solo in relazione alla verità della dottrina cristiana e alla predicazione della Parola vera» (11). Ne consegue pure un altro dato, che non è affatto irrilevante: il Magistero non è qualcosa di contrapposto alla teologia, come se nella Chiesa vi fossero cristiani liberi di pensare e di scrivere e cristiani sempre pronti a soffocarne le aspirazioni (12). Esso è costitutivo anche per la teologia, perché non si ha una teologia quando manca la riflessione sul contenuto della rivelazione; e questo contenuto è interpretato fedelmente ed autenticamente dal Magistero. Se Cristo è soltanto un uomo, e non la Verità, non ha affatto senso che qualcuno pensi di poter esercitare in suo nome funzioni di guida e di magistero.

La Chiesa sarebbe soltanto una comunità che ha a cuore il progresso dell’uomo e del suo mondo, ed il compito del teologo consisterebbe nell’aprire piste nuove di comprensione di un messaggio moralmente nobile o nel sostenere relazioni autenticamente amorevoli. Il Documento della Commissione Teologica Internazionale pone semplicemente in rilievo alcune verità del fare teologia che dovrebbero essere già acquisite, e da gran tempo. La necessità di questo intervento è dettata certamente dalla frammentazione del sapere teologico e dal dissenso ecclesiale sempre latente. Non vanno sottovalutate, tuttavia, le sfide che alla teologia sono lanciate dalla secolarizzazione e dal relativismo e, parallelamente, le opportunità che ad essa sono offerte dal rinnovato bisogno di evangelizzazione. Una teologia sinceramente umile non solo sostiene l’intelligenza della fede, ma contribuisce pure al suo coerente sviluppo. È questa, in fondo, la feconda lezione che ci è stata trasmessa dai grandi sistemi teologici del passato. E soltanto in questo senso la teologia può rivelarsi come intelligenza della fede. 

Come osservava J. Ratzinger, «se, per la teologia, Chiesa e autorità ecclesiale sono qualcosa di estraneo alla scienza, alla scienza teologica, Chiesa e teologia sono entrambe in pericolo. Perché una Chiesa senza teologia immiserisce e diventa cieca; una teologia senza Chiesa si dissolve nell’arbitrario. Per questo motivo, la questione della loro intima connessione deve essere pensata di nuovo dalle fondamenta, e deve essere pienamente chiarita» (13). Ci sembra, in ultima analisi, che il Documento vada accolto proprio in quest’ottica. 

Antonio Ucciardo 

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(1) Benedetto XVI, Udienza ai Membri della Commissione Teologica Internazionale, 2 dicembre 2011. 
(2) «In realtà, Pietro e gli altri Apostoli, come anche i loro successori nella sacra Tradizione – e cioè il Romano Pontefice e con lui tutti i Vescovi della Chiesa – hanno ricevuto, in modo assolutamente singolare, il compito e la responsabilità del Magistero autentico, in conformità con il comando di Gesù: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20). Il Concilio Vaticano II, specialmente nella costituzione dogmatica «Lumen Gentium» (cfr. III), sulle orme di tutta la Tradizione della Chiesa, chiama questi compiti con il nome di carismi, che ad essi conferiscono forza, efficacia e autenticità.
Tuttavia, questo ministero specifico ha bisogno dello studio e della fatica dei teologi, dai quali, secondo le parole dello stesso Paolo VI, si attende «un aiuto sicuro… nell’adempiere l’ufficio che è stato affidato da Cristo ai suoi Apostoli con le parole: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”» (cfr. AAS 61 [1969], 715). E’ nei voti che questo aiuto sia dato dai membri della Commissione Teologica Internazionale in modo distinto e quasi «istituzionale». Essi infatti, provenendo da diverse nazioni e dovendo trattare con le culture di diversi popoli, conoscono meglio i nuovi problemi, che sono come il volto nuovo di problemi antichi, e pertanto possono anche cogliere meglio le aspirazioni e le mentalità degli uomini di oggi. Quindi essi possono essere di grande aiuto nel dare ai problemi emergenti una risposta più profonda e più consona, secondo la norma della fede rivelata da Cristo e tramandata nella Chiesa.» B. Giovanni Paolo II, Motu proprioTredecim anni, 6 agosto 1982. 
(3) S.T. Bonino, Il codice genetico della teologia cattolica, in L’Osservatore Romano, 30 aprile – 1° maggio 2012.
(4) A. Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Leonardo da Vinci, Roma 2012, pag. 190. Per una prima comprensione dell’autorevole studio di Antonio Livi, cf. Giovanni Covino, Vera e falsa teologia. Sullo statuto epistemologico della scienza delle fede, in SEFT(Servizio Ecclesiale di Formazione Teologica).
(5) Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Catechesi tradendae, n. 6.
(6) Cf. Gv 14,2-4. 
(7) Cf. Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 24.
(8) Cf. Eb 1,1-2.
(9) Per una rapida ed esauriente disamina di questa riduzione, cf. J. Ratzinger, La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, San Paolo, Cinisello B., 2008, pp. 9-16.
(10) Intendiamo qui assumere, con un’estensione temporale ancora più ampia, l’idolo della bibliolatria descritto con acuta sagacia da Giacomo Biffi: «C’è una insidia più subdola e perniciosa: l’uso abbondante e quasi ossessivo della Bibbia – staccato però dalla consapevolezza sempre richiamata dell’avvenimento salvifico, il quale include anche la Sacra Scrittura e la trascende – può condurre a una visione meramente “culturale” del cristianesimo e rendere l’atto di fede non più un “assenso reale” ma un puro “assenso nozionale” mentre – come splendidamente dice san Tommaso, “actus credentis non terminatur ad enuntiabile sed ad rem”: l’atto di fede non ha come suo ultimo approdo una serie di nozioni ma una realtà.
La distinzione tra “assenso nozionale” e “assenso reale” è uno dei concetti fondamentali della Grammatica dell’assenso, di J.H. Newman. In realtà, in campo teologico la questione è ancora più seria di quel che per il campo pastorale abbiamo qui cercato di dire. Il pericolo sta nell’insensibile ma sempre più vasto affermarsi della tendenza (crediamo non pienamente consapevole) a considerare la “res” – attinta nell’atto di fede, quando l’atto di fede c’è veramente – scientificamente inconoscibile come il “noumeno” kantiano, e quindi non più oggetto di attività teologica, la quale si esercita soltanto sul “fenomeno”. Di qui la risoluzione della teologia nell’esegesi, e poi anche nella storiografia, nella metodologia, nello studio delle mediazioni con le filosofie contemporanee, nella psicologia religiosa, nella sociologia religiosa ecc.
Sventurato quel teologo o quell’esegeta che, pensando a Gesù Cristo, primariamente e come d’istinto si richiama a un personaggio della catechesi sinottica o a un tema della speculazione di Paolo, e non al Salvatore che si rispecchia sì nei Libri sacri ma soltanto in quanto antecedentemente a tutto esiste in sé, fuori e prima di ogni testimonianza, come qualcuno che vive.
Un uomo dal semplice cuore cattolico, alla domanda: “Dov’é Gesù?” risponde in modo del tutto ovvio e naturale: “In cielo alla destra del Padre e in chiesa nel tabernacolo”, senza che gli passi lontanamente per la testa di tirare in campo la Sacra Scrittura. Questo, per lui, è l’indirizzo di una persona reale e concreta. Guai se l’interrogazione cominciasse ad avere come risposta: “Si trova nel vangelo di Luca, nel ‘corpus’ giovanneo, nella lettera agli Ebrei”; cominciasse cioè ad avere come risposta l’indicazione di un “luogo” letterario.
Nei modi aberranti che qui si sono descritti la Sacra Scrittura diventa non, come deve essere, una forma eccezionale di accostamento al mistero che trasforma e ci salva, ma un diaframma tra noi e il Signore Gesù. Così sarebbe un “idolo”.» G. Biffi, La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale, Jaca Book, Milano, 1984, pp. 37-38.
(11) Congregazione per la Dottrina della Fede, Donum Veritatis. Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, 24 maggio 1990, n. 14. Il testo rappresentava una risposta al cosiddetto Documento dei sessantatre, apparso ad opera di teologi italiani il 15 maggio 1989.
(12) «Non l’autorità decide, ma gli argomenti, e se ciononostante l’autorità fa il tentativo di decidere e determinare, allora si è di fronte ad una usurpazione e ad una prepotenza contro le quali ci si deve difendere. Spesso, oggi, anche la teologia cattolica pensa in questo modo; e ciò l’ha condotta in una situazione contraddittoria. Nei suoi confronti vale ancora – e vale anzi a maggior ragione – ciò che Romano Guardini op­poneva ai suoi maestri di teologia al tempo della crisi modernista e poco dopo: che cioè il loro cattolicesimo era soltanto un «liberalismo col limite dell’obbedienza al dogma». In tal modo il loro pensiero zoppicava da entrambi i lati: come liberalismo non convinceva, per quel suo limite dell’obbedienza al dogma sopportata a fatica; ma neppure poteva rendere accetto il cattolicesimo, in cui vedeva solo vincoli e pastoie, e non qualcosa di proprio, di positivo, di vivente e di grande. Non si può rimanere a lungo in una posizione ambigua di questo genere.» J. Ratzinger, Teologia e Chiesa, lezione tenuta a Brescia il 22 marzo 1986.
(13) Ibidem.

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Una risposta a SENTIRE CUM ECCLESIA

  1. *Annamaria* ha detto:

    Ho trovato questo post molto difficile e per questo ho saltato molte parti!😛
    Eppure sono riuscita comunque a trovare indicazioni pratiche per la mia vita, da tenere bene in mente: “La costante preoccupazione di ogni catechista dev’essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù.” “E’ Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui; e solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo al Cristo di insegnare per bocca sua”.
    Che non mi succeda mai di perdere il punto di riferimento!

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