MARTINI: MAESTRO DELL’ASCOLTO – di B. FORTE, G. RAVASI, F. MONACO, G. PIANA e F. BALLABIO

Carlo Maria Martini

Il cardinal Martini durante una Messa il 24 maggio 2001.

Il cardinal Martini durante una Messa il 24 maggio 2001.
(foto CATHOLIC PRESS PHOTO).

di B. FORTE, G. RAVASI, F. MONACO, G. PIANA e F. BALLABIO

Arcivescovo di Milano, gesuita, fine teologo e biblista, per i suoi insegnamenti spirituali e per le parole che ha saputo dire alla «città degli uomini» è diventato punto di riferimento per tanti. In migliaia hanno voluto rendergli omaggio dopo la sua morte, avvenuta il 31 agosto nella residenza dei Gesuiti, a Gallarate.

Padre Carlo Maria Martini, come aveva chiesto di essere chiamato dopo la fine del servizio pastorale di arcivescovo, è stato un uomo che ha saputo ascoltare la Parola di Dio e quella degli uomini e delle donne del nostro tempo.

 «Un uomo creativo e aperto», ha detto il generale dei Gesuiti, padre Adolfo Nicolas. «Che proprio perché fedele alla tradizione della Chiesa si chiedeva:

  • “Di che cosa ha bisogno la gente?

  • Che cosa è necessario oggi?

  • Come si può parlare ai giovani, ai non credenti, agli agnostici, agli atei?

  • Quali sono i loro problemi?”.

Martini sapeva porre le domande importanti, che non hanno mai risposte definitive, perché riguardano il mistero di Dio, il mistero dei misteri, il mistero della persona umana, il mistero della storia. Questioni che restano aperte».

In questo servizio, il ricordo del vescovo che ha voluto declinare l’obbedienza nella sua triplice valenza:

  • alla Parola,

  • al bene comune

  • e alla verità della persona.

Carlo Maria Martini era per formazione un biblista, un professore di critica testuale: il suo nome compare fra i curatori dell’edizione critica del Nuovo Testamento del Nestle-Aland, strumento indispensabile per lo studio e la meditazione del testo biblico. Quest’elemento biografico fa comprendere quanto il riferimento alla Bibbia sia stato in lui radicato e costante, fonte di luce sempre nuova sulle domande più varie del vivere umano e dell’agire ecclesiale. Martini non ha cercato nelle Scritture la proiezione delle proprie idee. Si è lasciato interpellare dal testo, entrando con esso in un dialogo vivo, che non ignorava né l’urgenza degli interrogativi attuali, né la libera, sorprendente novità della Parola di Dio. Soprattutto, ha saputo testimoniare che per intendere il senso profondo delle Scritture la strada maestra è vivere la vita di Gesù, entrare in sintonia col Suo cuore, custodendo così la libertà da tutto ciò che non è «il pensiero di Cristo». Come notava Origene, «poteva comprendere il senso delle parole di Gesù, soltanto colui che riposò sul petto di Gesù» (In Joannem 1,6: PG 14,31).

Da membro fedele della Compagnia di Gesù, Martini si era formato alla scuola di sant’Ignazio, di cui fu sempre discepolo convinto. L’ispirazione ignaziana non si coglieva solo nel continuo richiamo alla presenza di Dio, misura di scelte e di comportamenti, ma in un metodo di riflessione, appreso alla scuola degli Esercizi spirituali: come ha osservato Roland Barthes, «la lingua che Ignazio vuol costituire è una lingua dell’interrogazione… Gli Esercizi sono il libro della domanda, non della risposta». È questo che li rende così attuali: ed è questo che ne fa cogliere il senso profondo nell’impegno del discernimento. La volontà di discernere non si spinge mai alla forzatura, alla violenza sul testo: Ignazio vuole a tal punto la volontà di Dio, da accettare e amare perfino il Suo silenzio: «Frutto finale e difficile dell’ascesi», osserva ancora Barthes, «è il rispetto, l’accettazione reverenziale del silenzio di Dio, l’assenso dato non al segno, ma al ritardo del segno». Come Ignazio, così il suo discepolo: Martini ha saputo interrogarsi e interrogare fino in fondo la Scrittura per leggere la vita, e la vita per interrogare la Bibbia, con un rispetto assoluto della Verità, senza affrettare la risposta, senza imporla a nessuno.

L'arcivescovo di Milano al Palalido con Prodi e Monti nel gennaio 2002

L’arcivescovo di Milano al Palalido con Prodi e Monti nel gennaio 2002
(foto BELTRAMI-GUATELLI/ANSA).

Proprio così, il cardinale è stato maestro dell’arte dell’ascolto: si può dire che ciò che contava per lui, più ancora che comprendere la volontà di Dio, era mettersi nelle condizioni di comprenderla. Stare «al cospetto di Dio nostro Signore e di tutti i suoi santi per desiderare e conoscere quel che sia più gradito alla sua divina bontà» (Esercizi, Seconda settimana): è questo l’atteggiamento di fondo, che traspariva da ogni sua riflessione. Come affermava il padre gesuita Michel Ledrus (1899-1984), che Martini aveva scelto come guida spirituale negli anni romani, luce per il discernimento è la Parola rivelata, nella sua densa sobrietà: «Dio non parla con povere parole suggerite dalla razionalità umana, sia pure illuminata dalla fede: Egli, con una Parola, dice molte cose…». Questa Parola decisiva è «Cristo in Croce, icona perfetta che fa capire tutto dell’amore di Dio… la rivelazione di come l’uomo possa – e quanto! – essere Parola efficace di Dio».

L’amore alla Sacra Scrittura e l’impegno nel discernimento delle tracce dell’Eterno nel tempo aiutano a comprendere perché Martini si sentisse così legato alla Terra della Bibbia e in particolare a Gerusalemme, la città dove come dice il Salmo 87 – «tutti siamo nati ». Un detto rabbinico ne illumina le ragioni: «Quando Dio creò il mondo, di dieci misure di bellezza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo; di dieci misure di sapienza, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo; di dieci misure di dolore, nove le diede a Gerusalemme e una al resto del mondo».

Gerusalemme è il luogo delle nove misure di bellezza: a chi, come il cardinal Martini, riconosceva la bellezza ultima e vera nel volto del Dio nascosto, amato e cercato, che si è rivelato in Gesù Cristo, Gerusalemme si offriva come patria della bellezza, il luogo dove il Dio vivente ha agito nella storia, per rendere presente in quel frammento il Tutto del Suo mistero e radunare così i pellegrini della speranza, i cercatori del Mistero. A Gerusalemme l’arcivescovo emerito di Milano amava contemplare il volto di Dio specialmente in quei luoghi dove la rivelazione dell’amore più grande si è compiuta fino alla follia dell’abbandono: il Calvario e il Santo Sepolcro. La Città Santa è stata però per lui anche il luogo delle nove misure di sapienza: è lì che il cardinale aveva ripreso i suoi studi sul testo del Nuovo Testamento, interrotti quando era stato chiamato alla cattedra episcopale. Il «genius loci», la luce e le pietre di Gerusalemme, vi rendono incomparabilmente feconda la ricerca sul testo sacro in ognuna delle sue parole.

Martini al Meeting della Comunità di Sant'Egidio ad Assisi nel 1994

Martini al Meeting della Comunità di Sant’Egidio ad Assisi nel 1994 (foto CATHOLIC PRESS PHOTO).

Il cardinal Martini andò a Gerusalemme anche per la terza ragione indicata dal racconto rabbinico, riconoscendovi per eccellenza la Città del dolore. A Gerusalemme si è sempre molto amato e perciò molto sofferto. È la città dove «muoiono i profeti» (cfr. Lc 13,33), il luogo dove Gesù si dirige perché si compia il suo destino di Redentore crocifisso. Anche oggi Gerusalemme è città del dolore: il sangue che continua a scorrere nelle sue strade, la violenza e l’odio che vi si respirano, esigono una motivazione forte per restarvi.

Martini andò a Gerusalemme per continuare a servire il suo popolo e l’intera famiglia umana con la sua preghiera d’intercessione: la preghiera con la quale il credente si fa carico del peccato e della sofferenza che devasta la terra, per porre tutto sotto lo sguardo misericordioso e salvifico del Dio vivente. Proprio così l’amore a Gerusalemme era l’altro nome del Suo immenso amore alla Chiesa, che voleva fosse veramente la Sposa bella, senza macchia né ruga, del Signore Gesù. A Gerusalemme il cardinal Martini fu presenza silenziosa e discreta di uomo di preghiera, che invocava la pace e presentava al Dio dell’alleanza le necessità di tutti i suoi figli. Nell’«ombelico del mondo» la sua preghiera d’intercessione per la sua gente, per tutta la Chiesa e per la pace dei popoli divisi e contrapposti, è stato un segno lanciato a tutti.

A ognuno di noi questo segno chiede di riconoscere la Gerusalemme del proprio cuore, per incontrarvi la bellezza e la sapienza di Dio e trovare così il coraggio di farsi carico della sofferenza altrui e di intercedere per la giustizia e la pace, pregando perché la Chiesa risplenda come segno di salvezza universale. Così ha fatto lo stesso cardinal Martini negli ultimi anni segnati dalla malattia, vissuti a Gallarate presso Milano, nell’infermeria dei padri gesuiti: nel silenzio della preghiera e dell’offerta, ha saputo essere lì radice nascosta, per alimentare l’albero dei costruttori di pace, operanti nella Chiesa e nella storia, di sempre nuova linfa di speranza. I giorni del lutto seguito alla sua morte, con le folle che si sono recate in duomo per l’ultimo saluto, variegate nella loro composizione di credenti e non credenti, cristiani e appartenenti ad altre religioni, di gente comune e di personalità ufficiali, hanno mostrato quanto profondamente il messaggio della sua vita abbia raggiunto la mente e il cuore di tutti.

Bruno Forte

Pastore sulle strade del mondo

Un giorno, durante un colloquio, il cardinale Carlo Maria Martini mi confidò l’amarezza di vedere sempre più contratto lo spazio da riservare alla lettura a causa dei suoi impegni pastorali così vasti e incombenti. Ricostruì, però, con me in quel momento la lista delle riviste che cercava di seguire o almeno di sfogliare: alcune erano di esegesi o teologia, altre di informazione, molte straniere. Ricordo ancora bene che, in quella lista, oltre a Famiglia Cristiana, c’era anche Jesus, tant’è vero che mi aveva citato un servizio apparso allora in uno degli ultimi numeri. Per questo sono lieto di affidare alla rivista, di cui sono collaboratore fin dalle origini, una memoria di questa figura ecclesiale così rilevante e avvincente. Come è nello spirito di Jesus, egli si è sempre preoccupato di insediarsi nei crocevia della «città dell’uomo » srotolandovi la mappa della «città di Dio», non per sovrapporla o per proporla come antitetica ma per crearvi un’interazione feconda, un dialogo serio e pacato. Pur tenendo alta la fiaccola della trascendenza divina della fede, il cardinale non ha temuto di farla correre lungo le strade del mondo, nelle lacerazioni, controversie, sofferenze e attese della storia e della quotidianità.

L'arcivescovo di Milano al Palalido con i gruppi dell'Azione cattolica nel 1983

L’arcivescovo di Milano al Palalido con i gruppi dell’Azione cattolica nel 1983 (foto E. BELLUSCHI/PERIODICI SAN PAOLO).

Egli ha saputo intercettare i vari filamenti culturali, sociali, spirituali della nostra epoca travagliata e secolarizzata e li ha ritessuti nel disegno della fede cristiana il cui progetto non è alternativo e repulsivo rispetto alla vicenda umana, anzi, è destinato a incarnarsi in essa, sia pure con la sua identità e originalità, simile a un seme che opera e fruttifica, a un lievito che trasforma e trasfigura. In occasione della famosa “Cattedra dei non credenti” (dove il genitivo era soggettivo, per cui i credenti si mettevano in ascolto anche degli altri) – istituzione sulla quale ritornerò, essendo idealmente l’antesignana di quel “Cortile dei Gentili” che ho costituito per il dialogo coi non credenti – Martini dichiarava: «Ho pensato a coloro che non sono immediatamente presenti nel fanum, nel tempio, e ho sentito il desiderio di ascoltare altri, quanto più possibile diversi da noi. Diversi da noi, ma dotati di una tensione spirituale, carica di forza».
Ebbene, vorrei ora disegnare in maniera molto libera e “impressionistica” un ritratto “culturale” del cardinale ricorrendo a una parabola indiana a lui cara, tanto che ebbe occasione di evocarla più di una volta. Essa è sostanzialmente una metafora della stessa esistenza umana, scandita in quattro stagioni fondamentali. C’è innanzitutto il tempo dell’imparare e dell’ascolto, quando si è discepoli e ci si avvia, guidati per mano, lungo i percorsi del conoscere, dell’apprendere, dello studiare. Fu questa la tappa primaria di Martini, quando egli dovette seguire il lungo itinerario della formazione nella Compagnia di Gesù, un arco cronologico non breve che si assommava agli studi liceali precedenti e che sfociava nell’orizzonte della spiritualità ignaziana, per poi inerpicarsi lungo i sentieri accademici. Essi gli avrebbero offerto tutta l’attrezzatura scientifica per coltivare quella disciplina che sarebbe stata una caratteristica tipica della sua personalità, cioè l’esegesi biblica.

Durante la Messa di apertura del conclave nell'aprile 2005

Durante la Messa di apertura del conclave nell’aprile 2005 (foto D. SCHIAVELLA/ANSA)

È stato proprio da questa tappa che è derivata spontaneamente la seconda, quella che l’apologo indiano definisce come il tempo dell’insegnamento, del comunicare ad altri ciò che si è acquisito, rielaborandolo, approfondendolo e rendendolo più personale e originale. Martini, come è noto, fu a lungo docente a Roma di Critica testuale biblica. Di questa materia divenne uno dei maggiori esperti a livello internazionale tanto da essere cooptato in un ristretto grembo di studiosi di altre nazionalità e anche di diverse confessioni cristiane per approntare il Greek New Testament, una rigorosa edizione critica del testo greco neotestamentario, recensendo e selezionando l’immenso patrimonio di papiri, codici e testi vari che ci hanno trasmesso le Sacre Scritture cristiane. Fu proprio esercitando questa disciplina che fiorì in lui non solo l’amore per la Parola divina ma per le parole umane concrete in cui essa si esprime, termini da vagliare filologicamente ma anche da riscoprire nella loro ricca potenzialità semantica.

Da questa stagione, della quale anche chi scrive fu testimone come alunno, nacque quasi all’improvviso un’ulteriore attuazione della sua funzione di maestro. Dalla fine di dicembre 1979 per oltre «tre settimane di anni», come egli amava dire, fino al 2002, fu infatti pastore, padre e maestro di una delle Chiese più vaste e importanti del mondo, quella di Milano. Fu questo il centro della sua esistenza, un ministero di vescovo che – alla maniera di sant’Ambrogio – si allargava a tutta la città, alla sua frenetica quotidianità, alla sua vivace cultura, ma anche ai suoi problemi e drammi, scanditi da anni spesso tormentati ove, nella caduta delle voci delle altre istituzioni e agenzie pubbliche, si levava alta ma pacata, severa ma serena, forte ma delicata, incisiva ma discreta la voce di questo vero maestro e guida. Una voce che risuonava anche oltre i confini della diocesi, in tante nazioni ove la sua presenza era attesa e apprezzata.

Fedeli in coda nel duomo di Milano rendono omaggio alla salma del cardinale

Fedeli in coda nel duomo di Milano rendono omaggio alla salma del cardinale (foto D. MASCOLO/ANSA).

Di questa fase, la più nota e studiata, rimangono mille testimonianze: emblematico è, ad esempio, il “Meridiano” che Mondadori dedicò lo scorso anno agli scritti del cardinale ove, pur nella selezione testuale, si apriva una vera e propria mappa dell’azione pastorale, magisteriale e culturale di Martini. Ma soprattutto rimangono le molteplici iniziative attuate, a partire da quella “Cattedra dei non credenti” che creò un modello di confronto con il mondo “laico”. Credenti e non credenti, pur piantati su territori differenti, erano invitati a non rinserrarsi in un isolazionismo sacrale o secolare, ignorandosi o peggio adottando l’attitudine del rigetto fondamentalistico reciproco. Sbocciava, così, a Milano, il fiore del dialogo attorno a temi capitali dell’essere e dell’esistere nei quali tutti sono coinvolti e talora persino travolti.

Basterebbe scorrere i titoli di quelle “Cattedre” per scoprire un arcobaleno di iridescenze tematiche che ancora oggi costituiscono il programma sul quale si deve confrontare sia la Chiesa sia la società.
Ma ormai era alle porte la terza stagione: allo scadere dei 75 anni il cardinal Martini decise che per lui – come per quel testo sapienziale indiano – iniziava una nuova esperienza, quella suggestivamente detta del «bosco», cioè il ritiro nel silenzio. Un silenzio non «nero », pura e semplice cancellazione di parole e di atti, ma «bianco», in cui le esperienze vissute ricevevano una nuova luce, alimentata dalla riflessione, dalla contemplazione, dalla preghiera. Fu, questo, il breve ma intenso periodo di soggiorno nella terza città amata, dopo Roma e Milano, cioè Gerusalemme. Là Martini ritrovava le radici stesse della fede limpida e profonda; là sentiva ancora echeggiare le voci dei profeti, ma soprattutto condivideva il pulsare della presenza di Cristo. Nella fascia trasversale del suo stemma episcopale sono incastonati tre cuori: potremmo idealmente immaginare che essi siano i simboli delle tre città che, nel desiderio del cardinale, avrebbero suggellato l’arco intero della sua esistenza fino a quella tomba sulle pendici del monte degli Ulivi, davanti alla valle di Giosafat, ove egli avrebbe voluto attendere la parousía, la venuta piena e definitiva del Cristo a concludere la storia.

Il cardinale durante il Meeting della Comunità di Sant'Egidio a Milano nell'ottobre 1993

Il cardinale durante il Meeting della Comunità di Sant’Egidio a Milano nell’ottobre 1993 (foto F. TAGLIABUE/PERIODICI SAN PAOLO).

Invece lo attendeva la quarta stagione di quella parabola, ossia il tempo «del mendicante», segnato idealmente dalle parole che Gesù rivolge a Pietro, il primo degli apostoli: «Quando eri giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Giovanni 21,18). Sono stati gli ultimi anni in cui la malattia lo aveva reso «mendicante», cioè bisognoso degli altri, soprattutto di coloro che erano stati l’ideale grembo delle sue origini, cioè i gesuiti. È così che scelse come spazio estremo di attesa del momento dell’incontro pieno e diretto con Dio, «faccia a faccia», come scriveva l’apostolo Paolo, la comunità religiosa di Gallarate. Il suo non fu un crepuscolo appannato e inerte; la sua voce, ormai flebile, risuonava ancora, la sua parola continuava a essere per molti, cristiani e non, un punto di riferimento, le sue parole scritte attraverso i tasti lievi di un computer o attraverso le mani di chi gli era accanto continuavano a consolare ma anche a provocare, a dare fiducia ma anche a inquietare le coscienze torpide. Egli rimaneva ancora una presenza insostituibile, il cui vuoto sarà avvertito a lungo.

C’era un testo della tradizione ebraica particolarmente caro al cardinal Martini, al punto di averne fatto il titolo di una delle “Cattedre dei non credenti”. È un passo del libro biblico dell’Esodo che suona così: «Chi è come te fra gli Dei?» (15,11). Si tratta di una solenne, potente professione di fede nell’Onnipotente Salvatore. Ebbene, curiosamente il midrash, cioè la resa esplicativa della tradizione giudaica, offre una sorprendente e fin sconcertante variante. Mi kamoka ba-‘elim, «chi è come te fra gli Dei?», si trasforma in un mi kamoka ba-‘illemim, «chi è come te fra i muti?». Dio conosce anche i silenzi abissali, e Giobbe ne è un testimone attonito e urlante. Martini ha saputo presentare sia il Dio glorioso del Sinai e della Pasqua, ma anche, soprattutto con la sua vicenda finale, anche il Dio muto del Calvario che non risponde neppure al Figlio. Ha indicato a uomini e donne di buona volontà il Dio della parola luminosa, e il Dio silenzioso che molti credono sia assente o inesistente, mentre è solo un mistero altissimo da scoprire.

Gianfranco Ravasi

Profeta nella città dell’uomo

Come risulta dai ritratti più informati e fedeli del cardinal Martini che sono stati proposti nelle settimane scorse da chi lo ha conosciuto per davvero, e dunque non dalle caricature abbozzate da osservatori improvvisati e superficiali, egli fu prima di tutto ed essenzialmente un uomo di Dio. Un religioso nel senso alto e pregnante della parola. Un uomo di Chiesa nel quale il carisma – cioè la sensibilità al primato dello Spirito che, nella sua sovrana libertà e nella sua sorprendente creatività, soffia dove vuole un po’ ovunque – fa premio sull’istituzione ecclesiastica che pure ha servito con fedeltà e con amore. Una Chiesa semmai che, proprio in quanto docile allo Spirito del suo Signore, fosse libera, povera, sciolta (aggettivo a lui caro e piuttosto inusuale nel qualificare la Chiesa), tutta protesa alla testimonianza e all’annuncio della Parola. In coerenza con quel suo ingresso a Milano, quando attraversò a piedi la città con il Vangelo tra le mani. Come gli raccomandava Giuseppe Dossetti: portare agli uomini il Vangelo e solo il Vangelo. Lì c’è tutto, dunque non un programma fondamentalista ma proprio il suo contrario, il massimo dell’apertura a tutta la pienezza dell’umano.

In Terrasanta durante un pellegrinaggio nel 1992

In Terrasanta durante un pellegrinaggio nel 1992 (foto E. BELLUSCHI/PERIODICI SAN PAOLO).

Su queste basi, si spiega perché Martini, religioso e profondamente gesuita (anche se da buon pastore, custode e garante dei più diversi carismi che arricchiscono la Chiesa, con discrezione, non marcava tale sua peculiare spiritualità ignaziana che pure lo informava nell’intimo), non mostrasse particolare passione per la politica. Sbagliano perciò clamorosamente quanti gli hanno affibbiato etichette politiche: uomo di sinistra, progressista, antiproibizionista, cattolico democratico. Persino la definizione di pacifista non gli si confà, piuttosto quella di uomo di pace.

Altre erano le cose (e le connesse iniziative da lui poste in atto) che lo facevano vibrare: lo studio e la diffusione dell’accostamento popolare alla Parola di Dio, il dialogo ecumenico e interreligioso, il fraterno confronto con agnostici e non credenti, le situazioni umane e sociali segnate da fragilità, il discernimento cristiano verso il portato della scienza e della cultura moderna. Intendiamoci: a Martini non sfuggiva affatto il valore e la nobiltà della politica. In cento e una occasione mise a tema il suo nesso con la virtù cristiana per eccellenza, cioè la carità. A valle della riflessione che propose alla diocesi sul «farsi prossimo» varò le scuole di formazione politica che poi assursero a modello e ispirarono centinaia di esperienze analoghe nelle Chiese d’Italia nella seconda metà degli anni Ottanta, quando già si presagiva il collasso del sistema politico del primo tempo della Repubblica e segnatamente della Democrazia cristiana.

Martini fu sempre fermo e rigoroso nella cura per le distinzioni tra valori ultimi e valori penultimi, tra religione e politica, tra Chiesa e partiti. Dissentiva dalla confusione dei piani largamente praticata soprattutto in Italia. La giudicava nociva, anacronistica, provinciale. Egli era già oltre, quando ancora la Chiesa italiana si attardava sullo schema dell’unità politico-partitica dei cattolici di cui pure manifestamente si erano esaurite le ragioni storiche. Neppure si riconobbe nell’improvviso rovesciamento dell’approccio: un attivismo e una interlocuzione diretta delle gerarchie con il potere politico a scavalco delle tradizionali e autonome mediazioni di partito. All’opposto la sua sensibilità per la distinzione di campi e responsabilità lo conduceva – in coerenza con un Concilio che aveva riservato al laicato una dignità e un protagonismo senza precedenti nella secolare storia della Chiesa, chiamandolo addirittura vocazionalmente all’impegno secolare-civico-politico in senso lato – a stimolare, valorizzare e in concreto scommettere sull’autonoma responsabilità dei laici cristiani politicamente impegnati. Senza interferenze o surroghe. In questa luce additava ai fedeli figure esemplari quali Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Aldo Moro.

Sono testimone di infinite circostanze nelle quali egli non solo apprezzò ma anzi incoraggiò il laicato, compreso quello statutariamente più organico al vescovo, a spingersi avanti, a prendersi le sue responsabilità, persino a esplorare vie nuove. Riservandosi poi il ruolo di pastore, solo se e quando fosse strettamente necessario, per intervenire e magari correggere, dunque impegnando il meno possibile l’autorità della Chiesa e propiziando invece il libero dispiegamento di una vera opinione pubblica dentro la comunità cristiana su terreni ove per definizione la congetturalità e il pluralismo rappresentano la regola. Con l’effetto di far crescere la maturità all’interno e di accreditare all’esterno l’immagine, più appropriata, di una Chiesa come comunità viva e pensante, la cui parola pubblica non fosse affidata sempre e solo al Papa e ai vescovi.

Dunque, non si impicciava di politica, nel senso che istituiva una “zona di rispetto” tra la Chiesa e le parti politiche, ma, attenzione, era invece sensibile e sommamente interessato a questioni specifiche di natura civico-politica, quelle circa le quali avvertiva un nesso più esplicito con la parola e la logica evangelica di una speciale considerazione per i soggetti e le condizioni di fragilità. Penso ai detenuti a lui così cari, ai malati, agli immigrati. In questi casi, la sua sollecitudine non fu solo pratica, ma anche, diciamo così, tesa allo scavo teorico. Penso alle sue riflessioni sulla giustizia e sul senso della pena, sulla concreta organizzazione sanitaria, sulle vie per l’integrazione e la integrabilità, compresi i profili della interculturalità, di cui non gli sfuggiva la complessità. Si pensi alla sua apertura critica al dialogo con l’islam (vi dedicò un discorso durante la festa di Sant’Ambrogio) con un anticipo di circa dieci anni rispetto all’esplosione del problema. Il registro dei suoi interventi riguardo alla politica fu essenzialmente profetico, cioè contrassegnato da radicalità evangelica e massima libertà di giudizio. Un registro per definizione scomodo rispetto a chi detiene il potere, chiunque esso sia. Dunque affrancato da ogni calcolo di convenienza. Compresa la cura ossessiva di non essere bollato come uomo di parte. Mi spiego: in un discorso alla città di sant’Ambrogio egli distingue tra neutralità, imparzialità, equidistanza della Chiesa. La cui parola trascende le logiche di parte, è parola altra e diversa dalle parole della politica. Ma in concreto non di necessità e sempre ha da essere equidistante. Cioè tutta compresa dal calcolo troppo umano del bilancino. Che finisce per farla insipida, pavida, incline alla «cultura dell’ovvio», alla mera retorica, grigio doroteismo. L’opposto della sovrana libertà e della cristallina chiarezza del linguaggio evangelico, con i suoi sì sì, no no.

La trasparenza e la nettezza, proprie del registro profetico, non indulgono alla semplificazione ma, all’opposto, rinviano alla consapevolezza della complessità dei problemi e delle soluzioni tipiche della politica. Provo a esemplificare. Primo: l’ancoraggio a valori quali la vita, la libertà, la giustizia, la solidarietà, la pace si associa a un pensoso realismo cristiano, alla lucida consapevolezza che quei beni-valori ci saranno compiutamente accessibili solo oltre il tempo; che il male e il peccato, il conflitto e il dolore incombono sulla vita e sulla storia. In Martini si rinviene una spietata onestà intellettuale nella lettura della realtà e delle sue contraddizioni. Non c’è traccia di ingenuo irenismo e di facile ottimismo. La speranza cristiana fondata sulla Risurrezione è cosa affatto diversa, che confida sulla salvezza come destino ultimo affidato però allo “scatto” della Grazia, non a noi.

Secondo esempio: l’enfasi sui principi non negoziabili non esonera dalla creatività e dalla fatica della mediazione politica per insediarli nella città dell’uomo. Specie dentro società abitate dal pluralismo delle concezioni etiche e rette da ordinamenti democratici, ove, piaccia o non piaccia, si delibera sulla base della regola della maggioranza. C’è un testo di Martini, al tempo in cui si avviava in Parlamento la discussione sulla fecondazione assistita, nel quale egli distingue tre livelli: quello dei principi etici, quello dei principi costituzionali e quello della mediazione legislativa. Un’articolazione di livelli – tra loro connessi, ma anche distinti – con i quali deve misurarsi anche il legislatore cristiano. A dire la complessità di un compito che meriterebbe più comprensione e sostegno, più accompagnamento nell’ardua ricerca e meno richiami disciplinari.

Terzo esempio: in un’altra circostanza – pur senza fare nomi di parti politiche tuttavia facilmente riconoscibili per la loro ostentata compiacenza verso le gerarchie – Martini sostenne la tesi che, dal punto di vista cristiano, il fondamento e il metodo dell’azione politica contano più dei contenuti. Traduzione: la rassicurazione circa specifiche istanze di valore pur care alla coscienza cristiana con le quali si immagina di accaparrarsi il consenso cattolico non sono ciò che conta di più. È decisamente più importante una complessiva visione della politica come attività contrassegnata da una sua immanente e organica valenza etica. Sia nel fine, il bene comune e non la cura di interessi particolari e persino confessionali; sia nei mezzi che non sono machiavellicamente indifferenti sotto il profilo morale; sia nei comportamenti soggettivi dei politici che devono corrispondere alla dignità e all’onore di chi riveste ruoli di pubblica rappresentanza della comunità. Un rilievo, questo, che fece arricciare il naso a chi, dentro la Chiesa, dava facile e frettoloso credito alle lusinghe di formazioni politiche la cui visione complessiva della persona e della società non era esattamente conforme a una ispirazione cristiana.

Quarto e ultimo esempio: una idea mite del diritto. Martini aveva il culto della libertà, egli era agli antipodi dello Stato etico. Non ignorava una valenza pedagogica della legge, ma non vi faceva soverchio affidamento. Pensava che, al fine di assicurare la qualità etica della convivenza, sono piuttosto decisive la coscienza morale personale e collettiva, l’ethos di una comunità. Di riflesso e conseguentemente, egli era convinto che i cristiani dovessero soprattutto testimoniare e praticare l’esigente etica delle Beatitudini e che semmai dal crogiuolo ardente di coscienze e comunità informate a quello spirito sortisse poi – è lecito sperarlo, ma nessuno può esserne sicuro – un consenso etico-sociale che, a sua volta, a valle e attraverso le mediazioni politiche e le procedure democratiche appropriate, potesse elevare il tenore etico della società. Diffidava cioè dell’impazienza con la quale i cattolici talvolta si illudono di fare buoni o addirittura cristiani gli uomini e le comunità facendo ricorso agli strumenti del potere e della legge, esercitando pressioni dall’esterno su partiti, parlamenti e governi.
Sono solo esempi che tuttavia ci conducono a tre conclusioni: Martini era alieno dalla politica come competizione tra schieramenti, ma non dalla politica come attività volta alla edificazione della polis, cui sapeva assegnare il giusto posto, misurando il suo valore e, insieme, il suo limite; era consapevole di quanto essa fosse opera impegnativa e complessa e dunque era immune da toni sentenziosi e pretese indebite verso chi vi si dedicava, ma piuttosto si disponeva a illuminarne, correggerne e sostenerne l’azione; riservava a sé e alla Chiesa la sola ma decisiva parola di cui essa è depositaria e competente: la parola profetica del Vangelo e delle esigenze etiche a essa strettamente connesse. Né una parola di più, né una di meno.

Franco Monaco

Credente «eticamente sensibile»

Le questioni morali, in particolare quelle «eticamente sensibili» – come oggi vengono comunemente definite con una dizione in verità discutibile – hanno costituito per il cardinale Martini motivo di grande interesse, sia per i loro importanti risvolti culturali che per le loro immediate e significative ricadute in campo pastorale. Numerose sono state le occasioni – convegni, omelie, interviste, saggi – in cui egli è intervenuto su tali questioni, aprendo interrogativi e offrendo spunti di riflessione, con grande finezza intellettuale e con un atteggiamento problematico volto a sollecitare la ricerca, al di fuori di preclusioni ideologiche e di rigide chiusure confessionali.Le questioni morali, in particolare quelle «eticamente sensibili» – come oggi vengono comunemente definite con una dizione in verità discutibile – hanno costituito per il cardinale Martini motivo di grande interesse, sia per i loro importanti risvolti culturali che per le loro immediate e significative ricadute in campo pastorale. Numerose sono state le occasioni – convegni, omelie, interviste, saggi – in cui egli è intervenuto su tali questioni, aprendo interrogativi e offrendo spunti di riflessione, con grande finezza intellettuale e con un atteggiamento problematico volto a sollecitare la ricerca, al di fuori di preclusioni ideologiche e di rigide chiusure confessionali.

Le tematiche affrontate fino agli ultimi tempi, quando la malattia lo andava lentamente ma inesorabilmente consumando – appartiene a quest’ultima fase il dialogo con Ignazio Marino (cfr. Credere e conoscere, Einaudi, Torino 2012) –, spaziano dagli inizi e dalla fine della vita umana – diagnosi preimpianto, cellule staminali embrionali, fecondazione artificiale, eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico, ecc. – alle complesse dinamiche della sessualità e del suo esercizio, fino all’omosessualità e alle coppie di fatto (per non citarne che alcune tra le più rilevanti).

Ma, al di là dell’arco assai ampio di problemi analizzati, ciò che soprattutto colpisce è il metodo rigoroso con cui il cardinal Martini si è accostato a essi. Un metodo che unisce una grande attenzione ai contributi della scienza, di cui riconosceva i meriti indiscussi (soprattutto quelli acquisiti in campo biomedico), all’esigenza di andare oltre il dato scientifico per aprirsi a un «ampio sapere di fondo», che conferisce alle questioni riguardanti la vita umana il loro ultimo significato. La grande capacità di ascolto, che nasceva da un profondo rispetto delle competenze di ogni genere con le quali il cardinal Martini amava confrontarsi – ho avuto io stesso la fortuna di sperimentarlo in qualche circostanza – gli ha permesso di inoltrarsi in diversi campi del sapere, afferrandone dal di dentro i significati e, nello stesso tempo, di non rinunciare a far valere la propria competenza di uomo della Parola, che guarda alla vita come «all’esperienza di un senso donato, che dischiude alla coscienza una promessa che la interpella, sollecitandola all’impegno e alla decisione di sé nella relazione con l’altro» (Credere e conoscere, p. 5).

In questo contesto vanno inserite le sue prese di posizione sui vari temi dell’etica pubblica, e in particolare della bioetica, dove, pur rilevando la fondamentale importanza di una riflessione morale ancorata a valori irrinunciabili – a questo riteneva dovesse riferirsi in maniera prioritaria la riflessione della Chiesa – egli non disdegnava di misurarsi anche con la casistica concreta, aprendo il confronto con il mondo laico con una attitudine dialogica che gli è stata unanimemente riconosciuta.

Il cardinal Martini benedice i pellegrini riuniti nella valle dello Wadi Qelt, durante un viaggio in Terrasanta nel 1992 (foto E. BELLUSCHI/PERIODICI SAN PAOLO).

Il cardinal Martini benedice i pellegrini riuniti nella valle dello Wadi Qelt, durante
un viaggio in Terrasanta nel 1992 (foto E. BELLUSCHI/PERIODICI SAN PAOLO).

Il modello teorico di riferimento è stato per lui, su questo terreno, quello di un’etica duttile, preoccupata anzitutto della tutela della dignità della persona e del rispetto e della promozione dei suoi diritti e attenta a valutare, di volta in volta, le conseguenze positive e negative delle azioni; a soppesarne, in altri termini, i benefici e i danni (o i rischi), facendo spazio a una forma di discernimento che prendeva in seria considerazione tanto le condizioni concrete e le intenzioni dei soggetti implicati quanto le ricadute di ordine sociale. Un modello di etica, dunque, che, appoggiandosi su argomentazioni razionali, aveva come riferimento il bene possibile, talora il male minore, e che lo ha condotto, di fronte ad alcune questioni – come quelle della contraccezione, della fecondazione artificiale e dei diritti delle coppie di fatto sia eterosessuali che omosessuali – ad auspicare una maggiore prudenza della Chiesa nell’intervenire e una più profonda attenzione alla complessità delle situazioni, nonché al rispetto della coscienza di chi è in esse direttamente coinvolto.

Non sfuggivano certo al cardinal Martini le ambiguità dell’odierno progresso tecnologico in campo biomedico. Consapevole dell’enorme potere acquisito dall’uomo, grazie al possesso di strumenti sempre più sofisticati in grado di decidere della vita e della morte, e convinto dell’impossibilità che la legge, anche la migliore, fosse in grado di prevedere tutta la ricca gamma dei casi umani, egli non ha mancato di sottolineare la necessità di un «supplemento di saggezza», che consentisse di far fronte alla varietà delle situazioni in modo proporzionato alle esigenze reali delle persone e al bene dell’intera famiglia umana. Ma ciò che soprattutto emerge dall’insieme del suo insegnamento in questo campo è un sentimento di profonda fiducia nell’uomo e nella vita. Una fiducia radicata in una fede viva che si fondava sull’autorevolezza della Parola. E ricavava da essa la forza per muoversi senza paura né soggezione anche all’interno delle vicende umane più complesse e più drammatiche, con una grande libertà interiore, con quella parresìa che è dono dello Spirito.

Giannino Piana

La cattedra di un cristiano in dialogo

La parola di Dio come lampada. E la speranza di incontrare sul cammino persone pensanti. Solo in seguito si porrà la questione se siano credenti o no. Così Carlo Maria Martini ha portato la questione della fede sulla scena pubblica, nel confronto con le ragioni di chi crede diversamente o non crede per nulla, traendo la fede cristiana fuori dall’intimismo, dal moralismo, dalla ghettizzazione.

Da rettore del Pontificio istituto biblico, il gesuita Martini, insieme al tedesco Kurt Aland, allo scozzese Matthew Black e allo statunitense Bruce Metzger, giunge all’esperienza ecumenica di compilare il testo critico del Nuovo Testamento greco. Leggendo le parole della Scrittura e intuendo il mistero divino, Carlo Maria Martini capisce di più sé stesso, i suoi problemi, le sofferenze e le gioie della vita. Se la Bibbia è la parola di Dio – si chiede – perché ciascuno non deve cercare di leggerla per intero?

Da vescovo di Milano, nella sua prima lettera pastorale mette in risalto la dimensione contemplativa della vita, alla ricerca di un senso più profondo dell’essere umano, per un ritorno alle radici dell’esistenza. Un rimando alle tradizioni religiose dell’Oriente a partire da una coscienza della propria identità che è così certa e serena da lasciarsi volentieri arricchire dai tesori degli altri. La sua seconda lettera, che attira le simpatie dei protestanti italiani, si intitola In principio la Parola. Nella convulsa e problematica Milano degli anni ’80, l’arcivescovo scommette sulla Bibbia per un benefico rinnovamento dei modi di pensare, di parlare, di comunicare della sua gente.

In occasione del 25° anniversario della dichiarazione conciliare Nostra aetate (1965) la diocesi di Milano promuove un incontro tra il cardinale e il rabbino capo della città. Quell’incontro con rav Giuseppe Laras rafforza nel cardinale la convinzione di un intrinseco rapporto tra i cristiani e la fede ebraica. L’anno successivo, durante una manifestazione contro l’antisemitismo, esorta a essere per il popolo ebraico, per la sua cultura, per i suoi valori, per la sua ricchezza umana e spirituale, per la sua storia, per la sua straordinaria testimonianza religiosa.
Da membro della Pontificia commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo, invita gli studenti cattolici a recarsi a Gerusalemme per studiare l’ebraico e il giudaismo postbiblico. Sarà presidente onorario dell’International Council of Christians and Jews, con sede presso la Martin Buber House a Heppenheim (Germania), un organismo che raccoglie trentotto associazioni di dialogo ebraico-cristiano sparse in tutto il mondo.

Fin dal suo arrivo a Milano, l’arcivescovo stabilisce rapporti con le altre comunità cristiane presenti sul territorio, all’inizio dell’anno invita i loro rappresentanti nella sua casa per lo scambio di auguri, offre luoghi di culto agli ortodossi copti, eritrei e romeni. Accoglie e implementa l’impostazione sinodale dell’arcidiocesi che, con lui, giunge al 47° Sinodo. Riceve la visita del primate anglicano, l’arcivescovo George Carey; del catholicos degli armeni Karekin I, del patriarca ecumenico Bartolomeo I e di altri personaggi dell’Ecumene cristiana. Il suo è un atteggiamento di accoglienza, ascolto, dialogo, fraternità secondo lo spirito delle Beatitudini.

Si reca a Barcellona e a Madrid per presentare l’assise ecumenica che avrà luogo nel 1989. Inaugura così la presidenza del Consiglio delle Conferenze episcopali europee che manterrà fino al 1993, stringendo una collaborazione con la Conferenza delle Chiese (ortodosse ed evangeliche) d’Europa, presieduta all’epoca dal patriarca ortodosso russo Aleksej II. Insieme guidano la prima Assemblea ecumenica europea di Basilea su pace, giustizia e salvaguardia del creato. Un’Europa chiamata a respirare con la forza dei suoi due polmoni, orientale e occidentale, due organi in un corpo solo.

Insieme al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro inaugura, presso la Casa alpina di Motta di Campodolcino (Sondrio), il Centro ecumenico europeo per la pace. In quell’occasione invita i cristiani d’Europa ad aprire la porta del cuore affinché pace, giustizia, solidarietà e un mondo migliore non siano più sogni e utopie, ma speranze basate sul dono dello Spirito. La struttura ospita gli incontri residenziali di Lettura ecumenica della Parola. Memorabile resta il suo discorso nel Tempio valdese di Milano il 24 gennaio 1998 in occasione dell’inaugurazione del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano.

Un eminente pastore della Chiesa cattolica romana, definita spesso magistra oltre che mater, mette il proprio seggio episcopale a disposizione di persone che non hanno una fede religiosa. Nasce così la “Cattedra dei non credenti” su cui salgono persone di scienza e di fede, teologi e filosofi, persone dotate di una tensione spirituale le cui ragioni sono di stimolo ai credenti nel ripensare la propria fede. Tra gli altri, vengono affrontati argomenti come il silenzio di Dio di fronte alla Shoah (’93), o il rapporto tra fedi e violenza (’96).

Nel frattempo il cardinale, in un suo celebre discorso alla città in occasione della festa di Sant’Ambrogio, pone a tema il rapporto con i musulmani. A partire dall’Ismaele biblico, evidenzia le differenze tra le due fedi, riconosce i valori storici dell’islam, la sua presenza in Europa, delinea l’atteggiamento della Chiesa tra dialogo e annuncio del Vangelo. Qualche anno dopo, la diocesi di Milano ospita il VII Incontro internazionale per la pace Uomini e religioni promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Per Martini l’incontro con diversi percorsi religiosi è un grande aiuto per evitare di ripiegarsi su sé stessi e divenire più capaci di cogliere la complessità della vita e del mondo.
Per questo suo modo di pensare la Chiesa, il cardinale viene apertamente contrastato sia sul piano politico che su quello ecclesiale, ma chi vive nella diocesi di Milano oggi fa esperienza di un rapporto più intenso ed esteso con la Scrittura anche grazie al nuovo Lezionario, di un magistero che non è alternativo bensì complementare con quello di Roma, di una più grande libertà e di una chiamata a una maggiore responsabilità nella vita delle comunità pastorali.

Fabio Ballabio

 

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