LI’ AL MAR ROSSO C’ERO ANCH’IO – 02 – Le tre tappe della vita di Mosé

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Prima meditazione


Le tre tappe della vita di Mosè


Carlo Maria Martini 3Prima di dare inizio a questa meditazione voglio suggerirvi una domanda, che ognuno deve fare a se stesso: Perché sono venuto qui e partecipo a questo corso di Esercizi Spirituali?

Credo che ognuno potrà dare una risposta: ognuno troverà le proprie motivazioni. In fondo questa domanda, che sottostà alla meditazione che vi esporrò, si può esprimere anche così: Dove sono, in quale situazione mi trovo, e che cosa caratterizza la mia situazione presente? È questa la domanda che dovrebbe scaturire dalla lettura dei brani che ora vi propongo.


Una divisione che si trova già nelle Scritture


Vorrei prendere il via da una pagina degli Atti degli Apostoli, in cui si trovano enunciate ed individuate le cosiddette « tre tappe» della vita di Mosè (cfr. At. 7,20-43). La tradizione d’Israele già precedentemente aveva suddiviso la vita di Mosè in tre tappe di quarant’anni ciascuna. Appare qui quel tipico gioco del simbolo, che è proprio della Scrittura. L’idea è quella di tre grandi periodi completi. È un’idea che sarà comunemente ripresa in quella memoria vivente d’Israele che è la tradizione rabbinica.


La citazione che vi leggo è presa da un midrash a proposito di Deut.  34, 7. Questo passo dice che Mosè aveva circa 120 anni quando morì, e il commento è il seguente:

«Egli fu uno dei quattro che vissero 120 anni. Essi sono: Hillel l’anziano, Rabban Johnatan Ben Zakai e Rabbi Akiba ». Il quarto è Mosè. Poi il testo rabbinico continua: «Mosè passò 40 anni in Egitto, passò 40 anni in Madian e servì Israele per 40 anni. 

Hillel l’anziano venne da Babilonia all’età di 40 anni, servì i saggi per 40 anni e servì Israele per 40 anni. Rabban Johnatan Ben Zakai si occupò di affari di questo mondo per 40 anni, servì i saggi per 40 anni e servì Israele per 40 anni.

Rabbi Akiba cominciò a imparare la Torah all’età di 40 anni, servì i saggi per 40 anni e servì Israele per 40 anni».

Vedete dunque il tipico e schematico modo di dividere la vita di questi  quattro grandi uomini in periodi di 40 anni ciascuno. È quel che  troviamo pure negli Atti degli Apostoli (7,20 ss.), quando Stefano nel  suo discorso vuole sintetizzare la vita di Mosè. Il nostro schema  appare col v. 23: «Quando furono compiuti 40 anni, salì nel suo cuore l’idea di visitare i fratelli, che erano i figli di Israele ».

Poi al v. 30 dice: «Compiuti altri 40 anni, gli apparve nel deserto del Sinai un angelo in fiamma di fuoco ». Ecco quindi i tre periodi di Mosè: 

  • nei primi 40 anni Mosè sta alla scuola del faraone;

  • nel secondo periodo di 40 anni Mosè decide di visitare i fratelli e fugge nel deserto;

  • il terzo periodo di 40 anni comincia con il roveto ardente e va fino alla fine della sua vita.

Questo è il quadro complessivo della vita di Mosè.

Cerchiamo ora di dare uno sguardo globale a questa vita di Mosè, chiedendoci che cosa significhino questi tre periodi di 40 anni ciascuno: d’altronde, come abbiamo visto, anche il detto rabbinico insiste su questo stesso schema, riferito anche ad altri grandi uomini d’Israele. 

La meditazione che vi propongo sarà una semplice lettura degli Atti degli Apostoli nei passi in cui si dà la descrizione di ciascuno di questi tre periodi. Leggiamo il v. 20: «In quel tempo nacque Mosè e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi,  essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò  come figlio. Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani  ed era potente nelle parole e nelle opere. Quando stava per compiere  i 40 anni. . . ». E qui comincia il secondo periodo.

  1. Dio prepara Mosè per una vocazione speciale

 Qual è la caratteristica del primo periodo della vita di Mosè, come viene descritto sinteticamente negli Atti degli Apostoli e un po’ più ampiamente nel cap. 2 dell’Esodo?

Seguendo le indicazioni del brano citato, caratterizzerei questo periodo così: 

  1. Mosè è oggetto di una speciale provvidenza di Dio;

  2. Mosè è sottoposto ad un’educazione raffinata. Questo il senso di ciò che viene detto in questi versetti.  Mosè è oggetto di una speciale provvidenza di Dio che lo salva: ecco il significato della storia di Mosè bambino. Mosè è in pericolo di vita, oveva essere ucciso, sarebbe stato travolto dalle acque del fiume, e invece viene salvato.

Mosè è sottoposto ad un’educazione raffinata:

«Venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani », cioè, secondo il testo greco (epaideuthe), fu sottoposto alla paideia egiziana, quella iniziazione e istruzione progressiva e ragionata che formava il modello dell’educazione del tempo.


Per caricare la dose il testo aggiunge: pase sofia Aigyption, «in tutta la sapienza degli Egiziani». Voi sapete che cosa era la sapienza degli Egiziani nel mondo di allora: era la grande sapienza, la sapienza proverbiale, la più antica, tanto che i Greci andavano a scuola dagli Egiziani, per capire i loro segreti.

Il testo dice: pase sofia, cioè in tutta questa sapienza »: la sapienza politica di un impero molto bene organizzato; la sapienza economica di una grande struttura sociale e commerciale; la sapienza tecnica (si pensi alle piramidi e all’arte di costruire immensi edifici e templi formidabili); infine la sapienza culturale, che esprimeva un’altissima raffinatezza di vita. Mosè, dice il testo, fu introdotto in tutta questa ricchezza di cultura umana.


Dopo aver brevemente visto che cosa significa questa prima tappa per la vita di Mosè, vi invito a chiedervi se anche noi – quel Mosè che noi siamo – non possiamo dire qualcosa di analogo. Penso che ciascuno possa dire che c’è stata nella sua vita una speciale provvidenza di Dio.


Noi non saremmo qui tranquillamente a riflettere su queste cose, se tutta una speciale provvidenza di Dio non ci avesse portato a questo punto. Nella nostra meditazione possiamo rivolgere a Dio un pensiero di ammirazione, di lode e di ringraziamento per questa provvidenza speciale che ci ha salvato dalle acque. Dove saremmo noi se il Signore non ci avesse tenuto una mano sul capo? Dove saremmo andati a finire? Inoltre, ciascuno di noi è debitore ad una tradizione di educazione, di dignità, di cultura. Pensiamo ai milioni di uomini e di donne nel mondo che sanno appena distinguere la destra dalla sinistra, senza godere di alcun orizzonte culturale, e non potremo negare la nostra condizione di privilegiati.

Potente in parole e in opere

Eccoci quindi come Mosè. E qual è il risultato? È che Mosè (secondo quanto sta scritto in At. 7, 22b) en de dynatos en logois kai ergois, «era potente in parole ed in opere». Mosè sapeva parlare bene, sapeva agire bene, ed era anche molto conscio di queste sue possibilità. Sapeva di sapere; sapeva di aver avuto un’educazione di
qualità. Da notare qui il parziale riferimento cristologico: anche Gesù sarà poi descritto, in Lc. 24, 19, come «potente in opere e parole ».


Mosè è invece potente «in parole e in opere »; al primo posto ci sono le parole…: sapeva parlare Mosè, e poi sapeva anche operare!

Come interpretare tutto questo per la nostra vita? Credo ci sia per ognuno un tempo di formazione e preparazione: quello che chiamerei «il tempo dei metodi »; allora ognuno impara a far qualcosa: impara a studiare, a esprimersi, a svolgere il proprio lavoro professionale, impara a meditare, a pregare. E così ci facciamo una certa idea di come le cose vanno fatte. Questo appare evidente dalle critiche che facciamo agli altri: loro non hanno saputo fare, metodi, sappiamo come si fa, ecc.


Tutti noi, più o meno, siamo passati per questo tempo dei metodi, nel quale si pensa di aver imparato molte cose (per esempio, riguardo al
modo di avvicinare le persone, i gruppi, le differenti categorie di uomini e di donne, e di trattare certi casi difficili). È questo il tempo della prima educazione di Mosè, in cui egli crede giustamente di avere delle cose da dire e delle cose da fare, e di saperle fare.


Ma ecco il punto che mi sembra caratterizzare questo primo stadio della vita di Mosè: in esso si vedono le cose con gli occhi dei metodi che ci siamo proposti, cioè attraverso l’ideologia che istintivamente abbiamo fatto nostra. Non c’è dunque impatto vero con la realtà cosi com’è. Anzi, si fugge quasi d’istinto dall’arrendersi alla realtà cosi com’è. E allora cosa avviene?

Entriamo in contatto non con la realtà casi com’è, ma con le immagini che noi ci siamo fatte della realtà attraverso l’ideologia, attraverso i metodi, attraverso le nozioni che abbiamo apprese o che ci siamo immaginate. In pratica fuggiamo la verità, anche se ci proclamiamo onesti e leali; infatti tutto vediamo con gli occhi del metodo e dell’ideologia, dando per scontate certe opzioni, che noi crediamo siano quelle giuste, buone, sante, spirituali, vere, ecc.


Questo è ciò che caratterizza il primo momento della vita di Mosè.  Mosè è troppo istruito: conosce tutta la sapienza degli Egiziani e  giudica tutto secondo questa sapienza, facendo passare tutto,  istintivamente, attraverso quel vaglio, senza che egli stesso se ne  renda conto. Ma questo, come dicevo, comporta un contatto con la  realtà molto ridotto. Di qui la rabbia e la delusione, quando si constata  uno scarto tra la realtà e ciò che si credeva, tra la realtà e ciò che si è  imparato in un ambiente saturo di idee.
  Un periodo di generosità e di scacco 

Ed ecco il secondo momento della vita di Mosè. Se il primo l’ho chiamato il «tempo dei metodi », il secondo quarantennio lo definirei « generosità e scacco », oppure « il tempo dello sforzo e delle, frustrazioni ». «Generosità e scacco» vuol dire che Mosè è pieno di buona volontà, pieno di generosità, e s’impegna fino in fondo magnificamente.

  1. «Quando stava per compiere i 40 anni, gli salì nel cuore di far visita ai suoi fratelli, i figli d’Israele, e vedendone uno frustato ingiustamente ne prese le difese e vendicò l’oppresso uccidendo l’egiziano.

    Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. Il giorno dopo si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperò per metterli d’accordo dicendo: siete fratelli, perché vi insultate l’un l’altro?

    Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse dicendo: chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi, vuoi forse uccidermi come hai ucciso ieri l’egiziano?

    Fuggì via Mosè a queste parole e andò ad abitare nella terra di Madian dove ebbe due figli» (At. 7, 23-29).

  2. Ecco il secondo periodo della vita di Mosè, che ho chiamato della generosità e dello scacco, il tempo dello sforzo e delle frustrazioni. Ho detto «generosità» e «sforzo», perché Mosè è pieno di grandi idee e vuol fare qualche cosa di grande, qualcosa di generoso. Infatti quello che fa è veramente grande, perché, invece di godere dei privilegi chegli dava l’appartenere alla casa dei faraoni, si lancia coraggiosamente verso i fratelli; è questo un magnifico risultato della sua educazione: il coraggio di lottare per la giustizia. Mosè non può soffrire l’ingiustizia e si espone fino a compromettersi, fino ad uccidere l’egiziano. Notiamo che il suo lottare per la giustizia non è un lottare ingenuo: il suo sforzo è sotteso da motivi molto lucidi e validi. 

Mosè non è un anarchico rivoluzionario, perché ha uno scopo ben preciso: ricostruire l’unità dei fratelli, fare dei suoi fratelli schiavi un popolo libero, un popolo che abbia una sua dignità. È quel che dice subito, appena li vede litigare: siete fratelli, seguitemi; vi porterò  a un’esperienza meravigliosa che mai avete fatto, quella di essere uomini coscienti e degni della vostra razza; io so cosa vuol dire essere liberi, amarsi. È splendido questo Mosè animato a tal punto da un grande ideale: l’amore del suo popolo e il desiderio della riconciliazione. La sua non è una lotta per la giustizia puramente distruttiva: si tratta,anzi, di una costruzione che Mosè ha in mente.


Però c’è un “ma”...


Però c’è un « ma» e la Scrittura lo esprime molto bene nel v. 25: enomizen de, « ma pensava », s’illudeva, si faceva un’idea semplicistica della realtà, un’idea secondo i propri schemi, le proprie ideologie. Lo schema era molto semplice: io, Mosè, sono stato educato nella libertà, io so che cosa significa la libertà; vado dunque dai miei fratelli, propongo loro questa libertà, pago il prezzo di questa libertà, e i miei fratelli capiranno che cos’è la libertà, mi acclameranno loro capo, noi marceremo tutti insieme.

Ma tutto questo è soltanto un progetto, un pensiero.

Che cosa non ha funzionato in questo progetto? Mosè non si è fatto un’idea reale della resistenza dei suoi fratelli nel volere la libertà; non ci ha pensato, non entrava nel suo schema logico: ed eccolo allora nello scacco. I vv. 27-29 descrivono eravigliosamente il crollo totale di Mosè, di un uomo che con generosità immensa aveva rinunciato a tutti i privilegi per farsi povero con i poveri, per farsi oppresso con gli oppressi.

La Bibbia ci descrive in maniera finissima come Mosè fa fiasco con i suoi fratelli, i quali non lo riconoscono, anzi gli dicono:

«Chi ti ha detto di occuparti di noi? Non ci interessi! ». E cosi viene respinto proprio da coloro ai quali pensava di dover insegnare qualcosa, di portare la dottrina giusta.


Scacco anche nei confronti del faraone, col quale ha tagliato i ponti e ha paura di essere da lui ricercato. Scacco perfino con se stesso: Mosè non è più nessuno. Il v. 29 è veramente drammatico: «Fuggì Mosè all’udire questa parola e divenne straniero nella terra di Madian» (egeneto paroikos, dice il testo greco).

Ecco Mosè, il coraggioso, divenuto pauroso; l’uomo che aveva saputo esporsi senza alcun ritegno cerca di salvare la pelle; ha davvero perso la testa: gli preme solo scappare il più in fretta possibile. L’uomo che è stato prototipo dell’impegno per gli altri, si preoccupa ora solo di sé.

«Divenne straniero»: noi sappiamo che cosa questo voleva dire per il mondo antico-orientale, e ancora oggi che cosa vuol dire per l’oriente. Vuol dire perdere tutti i diritti di uomo, perché lo straniero, non essendo tra gente che ha con lui legami familiari, non ha nessuno che lo vendichi, è alla mercé di chiunque, non ha più nessun diritto.

Mosè, partito da una posizione di privilegio, alla quale aveva rinunciato volentieri pur di entrare nel vivo dell’esistenza del suo popolo, ora viene scacciato: il suo stesso popolo lo respinge.

Ormai Mosè non è altro che un poveretto impaurito, che nella notte e nel deserto ogni stormire di fronda fa trasalire. Ecco cosa ne è del coraggioso, di colui che sapeva, che conosceva i metodi, perché era potente in parole e in opere.

L’ultimo versetto ci dà un tratto molto interessante: «Mosè si rifugiò in Madian, dove ebbe due figli ». Qui potremmo chiederci cosa c’entra che « ebbe due figli ». Come mai gli Atti, che riportano elementi ben attinenti alla scena, aggiungono questo fatto, che ebbe due figli?

Ho l’impressione che qui il testo voglia dire che Mosè si è seduto e ha detto: basta con le grandi idee e le grandi imprese, basta con la politica; tutti i miei sogni di liberatore sono finiti; ho diritto anch’io alla mia vita. Mosè ha voluto cercare un piccolo luogo tranquillo per dimenticare il passato e quelle amare esperienze che mai avrebbe immaginato di incontrare. Ecco il secondo periodo della vita di Mosè.

3. L’irruzione di Dio nella vita di Mosè

La terza tappa della vita di Mosè comincia con il v. 30: «Passati 40 anni, gli apparve nel deserto del Monte Sinai un angelo in mezzo alla fiamma di un roveto ardente ». E qui ci fermiamo, perché davanti questo roveto dovremo rimanere a lungo con la prossima meditazione.


Che cosa caratterizza questo terzo periodo della vita di Mosè?

Lo definirei così: il momento della scoperta dell’iniziativa divina nella sua vita. Mosè è giunto alla soglia della verità. Calco la parola « scoperta », che ci ricorda le parole evangeliche:

  • scoprire nel campo il tesoro nascosto, che c’era, sebbene non lo si vedesse;

  • scoprire la perla preziosa che improvvisamente appare tra le altre,

  • e scoprila nella propria vita, non nella vita di un altro: qui dove sono c’era questo tesoro, e io sono vissuto tanti anni senza accorgermene. Ecco descritto il momento di Mosè.

Cerchiamo di vederlo più da vicino questo momento, chiedendoci quale sia stata la preparazione dispositiva che il Signore ha operato gradualmente in Mosè, durante questi 40 anni nel deserto di Madian.

E poiché Mosè ci è diventato più familiare, più vicino alla nostra esperienza, possiamo chiedere a lui che cosa abbia fatto in quei 40 anni nel deserto, come passava il tempo, la notte quando non dormiva cosa pensava, perché si è rifugiato nel deserto invece di darsi al commercio e ai viaggi.


A queste domande risponde Gregorio Nisseno. Sappiamo dalla Bibbia (cfr. Es. 2, 16-20) che quando Mosè arriva nella terra di Madian si incontra con le figlie di Jetro e le aiuta – è sempre generoso Mosè -; allora questo sacerdote dall’occhio fine lo apprezza, lo rivaluta, lo rilancia e gli dà in sposa una delle sue figlie.

 Dice Gregorio: «Jetro gli concesse la scelta di fare quel genere di vita che voleva, e Mosè scelse la solitudine». Forse Gregario parlava di sé: dopo tante esperienze difficili, l’amore alla solitudine in lui era ormai un’acquisizione certa.

Alle nostre domande, dunque, si può ritenere che Mosè avrebbe risposto così: «Che cosa ho fatto per 40 anni nel deserto? Ho accettato la solitudine, anzi l’ho scelta, secondo il consiglio di Gregorio». Mosè non ha temuto la solitudine.


Quando c’è un vuoto nella vita


Qui apro una parentesi. È noto che esiste una differenza tra isolamento e solitudine. L’isolamento come tale ha un carattere negativo: è l’uomo che vive disperatamente solo, magari in mezzo alla gente, ove comunque si sente non compreso e fallito; al contrario, la solitudine per ogni uomo, anche per l’uomo moderno, è un valore fondamentale.

Ciò vuol dire che c’è un momento in cui l’uomo giunge a riconoscere che niente lo soddisfa davvero, che tutti i suoi metodi, tutte le sue esperienze, tutte le sue speranze lo hanno soddisfatto solo fino a un certo punto: rimane ancora un vuoto, un vuoto che soltanto Dio può colmare.

È un’esperienza che non si fa quando ancora le cose si accavallano una sull’altra e si continua a sperare che ciascuna di esse riempia quel vuoto. Ma quando sopravviene lo scacco, allora ci si viene a trovare in quello stato di attesa e di vigilanza che fu lo stato di Mosè per 40 anni.

Si tratta di imparare ad aspettare Dio: «I miei tentativi non hanno avuto successo; il Signore farà!». Mosè non spera più in se stesso, nei suoi metodi, nelle sue capacità, né nelle capacità di risposta dei suoi fratelli. Forse in un primo tempo Mosè li avrà ricoperti di improperi, li avrà lapidati in tutti i modi.

Ma poi, riflettendo, avrà dovuto concludere: «Abbiamo sbagliato tutti quanti; anche io ho fatto degli sbagli, sono stato troppo pretenzioso; ho lasciato il faraone, però speravo di diventare anch’io un capo; non è del tutto ingiusto che le cose siano andate così, perché in fondo volevo ottenere la mia gloria e il mio popolo sarebbe stato il mio monumento».

Ed ecco la solitudine di Mosè. Egli lascia che tutta la delusione, il dolore, la rabbia vengano a galla; non maschera né sopprime tutte queste cose, ma anzi le affronta, perché non ha più paura di guardare nella sua vita.

Mosè si ritrova allora in una situazione analoga a quella vissuta nel primo libro dei Re da un altro grande profeta, il profeta che gli sta di fronte, insieme con Gesù, sul monte deIla Trasfigurazione: Elia.

Diversamente da Mosè, Elia aveva avuto un grande successo: aveva vinto i profeti di Baal sul monte Carmelo con un gesto spettacolare; sembrava perciò che fosse giunto al culminedeI1a sua potenza. Ma la Bibbia ci mostra subito dopo che il grande e coraggioso Elia, che aveva sfidato i 400 profeti di Baal, ha paura e scappa. Teme che lo uccidano, e fugge talmente veloce che lascia indietro il suo servo e s’inoltra nel deserto; dopo una giornata di cammino si siede sotto un ginepro, desideroso di morire, e dice: “Ora basta, Signore, prendi la mia vita perché non sono migliore dei miei padri» (cfr. 1 Re 18-19).

Credeva di essere di più degli altri, ma poi si ricrede e con sincerità si libera della sua amarezza. A Mosè capita la stessa cosa. Ed ecco che, nella situazione in cui si trova, gradatamente emerge la preghiera, queIlo spirito di supplica che si ritrova nel salmo 31, che chiamerei la preghiera di Mosè nel deserto.

Mosè comincia a capire che c’è stato un piano neIla sua vita, però questo piano non riguarda soltanto lui, ma anche Jahvé. E lui non aveva mai pensato che l’opera sua fosse opera di Jahvé. La concepiva soltanto come opera sua, fino a che gli si era spezzata tra le mani. Ed eccolo davanti a Jahvé in preghiera, in umiltà, mentre dice: «Signore, che cosa significa tutto questo? Perché mi hai fatto giungere a questo punto? Se vuoi, fammelo sapere ». 


In quale di queste tre tappe mi trovo io?


Ci fermiamo qui con la nostra meditazione. Suggerirei a ciascuno di farsi la domanda cui accennavo all’inizio:
 

  • Dove sono, in quale tappa deIla vita di Mosè mi trovo, in quale quarantennio?

  • Qual è l’elemento caratteristico della mia esperienza attuale: la gioia, l’euforia, l’entusiasmo, oppure l’amarezza e la stanchezza, oppure la rassegnazione, rassegnazione buona o rassegnazione d’impotenza?

    Che cosa ha capito Mosè?

    Direi che Mosè ha capito l’iniziativa divina nella sua vita; ha capito che non è lui interessato a Dio, ma è Dio che è interessato a lui: questo è il principio fonda mentale della buona novella del Vangelo. Non siamo stati noi a cercare Dio, ma è Dio che cerca noi. Di conseguenza, non è Mosè che ha compassione del popolo, bensì è Dio che ha compassione e dà a Mosè come dono di partecipare a questa sua compassione. Si tratta di una vera e propria Pasqua per Mosè, che ne conoscerà ancora altre nella sua vita; questo è veramente un passaggio radicale: dal tempo in cui Mosè cerca Dio al tempo in cui Dio cerca Mosè. Da questo momento può cominciare la vera missione di Mosè.

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4 risposte a LI’ AL MAR ROSSO C’ERO ANCH’IO – 02 – Le tre tappe della vita di Mosé

  1. lucetta ha detto:

    “Non siamo stati noi a cercare Dio, ma è Dio che cerca noi.” Rifletto su questa frase perchè troppo spesso credo che sono io a cercare Dio, Padre, Figlio, Spirito Santo….senza pensare che è LUI che mi spinge alla Sua ricerca. Profonda e stimolante meditazione da gustare e fare propria.
    Grazie Angelo.

    • lucetta ha detto:

      Aggiungo questo pensiero di don Dolindo Ruotolo, un santo sacerdote, che dice:Dio rimane in noi come il più potente collaboratore; opera in noi e supplisce alla nostra impotenza per mezzo della grazia attuale; c’illumina sul nostro ultimo fine e sui mezzi per conseguirlo, ci suggerisce buoni pensieri, ispiratori di opere buone, ci dona la forza e ci rende capaci di volere e di eseguire le nostre risoluzioni, ci fortifica per renderci vittoriosi nelle tentazioni, ci sorregge nelle stanchezze della natura e ci aiuta a perseverare nel bene. Noi non siamo mai soli, anche quando, privi di consolazioni, ci crederemmo abbandonati; la grazia di Dio sarà sempre con noi, a patto che noi consentiamo a lavorare con lei. Appoggiati a Dio, onnipotente collaboratore in noi, saremo invincibili, perché tutto possiamo in Colui che ci conforta.
      (Padre Dolindo)

  2. Donatella ha detto:

    Più spesso è Dio a cercare noi… e se ci rendessimo conto di essere già sulla sua strada, se ci lasciassimo abbracciare dalla Sua luce invece di cercarlo sempre altrove, potremmo trovare più facilmente anche noi stessi. Ciao Angelo carissimo, grazie come sempre per la tua presenza ed i tuoi spunti di riflessione

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