LI’ AL MAR ROSSO C’ERO ANCH’IO – 03 – MOSE’ IL FARAONE E NOI

terza meditazione

Mosè, il faraone e noi

Faraone

Il tema di questa meditazione è «Mosè, il faraone e noi ». Si tratta di un tentativo di commento al racconto delle piaghe d’Egitto in Es. 5-11.

Ognuno potrà leggere con calma questi capitoli, saltando il cap. 6 che contiene un secondo racconto della vocazione di Mosè sulla quale già abbiamo meditato.

Meditando sul tema che ci siamo proposto, intendiamo suscitare in noi uno spirito penitenziale, non nel senso che vogliamo conoscere in maniera sadica in noi stessi il peccato, ma nel senso che vogliamo misurare l’abbondanza della grazia e metterei con sincerità di fronte alla sovrabbondante pienezza della misericordia di Dio, cioè del Vangelo (si tenga presente Rom. 5,20 b.: «Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»). È proprio per questo che mi sembra assai utile la meditazione dell’episodio che segue la chiamata di Mosè e che riguarda appunto la sua missione presso il faraone e le piaghe d’Egitto.

Come fare questa meditazione?

Questo racconto è abbastanza lungo: più di cinque capitoli. Lo si potrebbe esaminare esegeticamente, individuando le diverse tradizioniche vi sono confluite, conferendogli quasi un’andatura epica, al modo di un grande poema. Talvolta si ha l’impressione di ascoltare una sinfonia in dieci parti, in cui alcuni temi vengono accennati, poi ripresi e sviluppati; tutto, comunque, serve a commentare la parola di Dio: «Vi farò uscire con braccio potente ».

 Da parte mia, mi limito a proporvi di considerare in questo racconto un aspetto particolare tra i moltissimi che potrebbero essere considerati -: quello che chiamerei l’aspetto delle « relazioni umane ». In altre parole, non mi fermerò affatto e suggerisco anche a voi di non fermarvi – su tutte quelle questioni che potrebbero essere poste allo scopo di definire la consistenza e il significato delle varie « piaghe »: cosa sono le mosche, le acque del Nilo tinte di rosso, le ulcere, le cavallette ecc.; farò attenzione, invece, alle persone in gioco ed ai rapporti tra quelle persone (come sant’Ignazio ci insegna: «Considerare le persone»…).

 Nel nostro racconto le persone sono principalmente due, che corrispondono ai primi due punti della meditazione:

  1. chi è e cosa fa il faraone?

  2. 2) chi è e che cosa fa Mosè?

Il titolo di questa meditazione suona: «Mosè, il faraone e noi ». Si tratta, quindi, di appurare che cosa c’è in noi del faraone, che cosa c’è in noi di Mosè e come questi rapporti tra Mosè e il faraone ci toccano, come toccano la nostra esperienza pasquale di passaggio dalla morte alla vita, dall’esistenza inautentica all’esistenza autenticamente evangelica.

 A modo di appendice aggiungerò un terzo punto sull’indurimento del faraone: un tema che ricorre in tutte queste pagine:« Il cuore del faraone si indurì ».

–  Chi è il faraone in noù

–  Chi è il faraone?

Colgo di lui dai testi due caratteristiche. Anzitutto è un gran gentiluomo, un uomo intelligente, perspicace, abile, anche democratico se vogliamo: insomma, un uomo attraente. Mi spiego: Mosè e Aronne vanno da lui, gli annunziano le mosche, le cavallette… e lui li ascolta, discute, entra in dialogo con loro. È dunque un uomo che conosce il gioco democratico, il fair-play. Veramente straordinaria la sua liberalità di spirito!

Guardiamo, ad esempio, l’episodio in cui Mosè e Aronne vanno per la prima volta dal faraone e gli parlano: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: ‘Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto’. Il faraone rispose: ‘Chi è il Signore, Perché io debba ascoltare la sua voce per lasciare partire Israele? ‘ » (Es. 5, 2). 

In fondò il faraone ha ragione dal suo punto di vista: «Mi parlate di Jahvé; questa è la vostra religione, ma non potete imporre a me una religione che non è la mia: io ho i miei principi »! Così anche dopo la piaga delle mosche (8, 21-24); il faraone fa chiamare Mosè ed Aronne e dice: «Andate a sacrificare al vostro Dio nel paese». Ciò significa che cerca di trattare, di arrivare ad un accordo.

 «Mosè rispose: ‘ Non è opportuno fare così; perché quello che noi sacrifichiamo al Signore nostro Dio è abominio per gli Egiziani. Se noi sacrifichiamo sotto i loro occhi quanto gli Egiziani abominano, non ci lapideranno forse? Andremo nel deserto a tre giorni di cammino e sacrificheremo al Signore nostro Dio, come ci ha ordinato ‘.

Disse il faraone: ‘Vi lascerò partire e potrete sacrificare al Signore nel deserto, ma non andate troppo lontano e pregate per me’ ». Quale capacità di trattare! Prima dice: «Sacrificate qui »; poi «Sacrificate pure nel deserto, ma non così lontano: tre giorni sono troppi; e pregate per me ».

Una persona che vorrebbe essere onesta… 

Dopo l’ottava piaga (le cavallette) assistiamo ad un altro spezzone di dialogo (1O, 8-11). « Il faraone fa chiamare Mosè e Aronne, e dice ‘Andate e servite il Signore vostro Dio. Ma chi sono quelli che devono partire? ‘. Mosè disse: ‘Andremo via con i nostri giovani, i nostri vecchi, i figli, le figlie, il nostro bestiame, le nostre greggi, perché per noi è festa del Signore ‘. Rispose il faraone: ‘ Il Signore sia con voi come io intendo far partire voi e i vostri bambini ‘ ». 

È straordinaria la cortesia con cui quest’uomo agisce; ma poi seguita: «Badate che voi avete di mira un progetto malvagio ». Il faraone, che è un uomo molto acuto ed intelligente, capisce che, benché Mosè e Aronne parlino di tre giorni, in realtà essi vogliono partire per sempre; perciò cerca ancora di trattare: «Partite voi uomini e servite il Signore, se davvero voi cercate questo ». Successivamente, dopo la nona piaga; assistiamo ad un altro momento della trattativa: «Allora il faraone convocò Mosè e disse: ‘ Partite, servite il Signore, solo rimanga il vostro bestiame minuto e grosso. Anche i vostri bambini potranno partire con voi ‘ » (10, 24).

 Il faraone non solo sa trattare abilmente, non solo cerca di venire incontro, di capire la situazione degli altri: sa anche riconoscere i suoi torti. Infatti, alla piaga del1e rane, il faraone fa chiamare Mosè ed Aronne, e dice: «Pregate il Signore perché allontani le rane da me e dal mio popolo; io lascerò andare il popolo, perché possa sacrificare al Signore» (8,4).

Mentre prima aveva detto: «Non conosco Jahvé », qui addirittura chiede: «Pregate per me »; capisce che in ciò che sta succedendo c’è qualcosa di importante, che prima non riusciva a vedere. Poi ancora, alla piaga della grandine, il faraone farà una bellissima confessione: «Questa volta ho peccato. Il Signore ha ragione; io e il mio popolo siamo colpevoli. Pregate il Signore di far cessare i tuoni e la grandine. Vi lascerò partire e non resterete qui più oltre» (9, 27s.).

Quest’uomo addirittura sembra giunto al pentimento. Ancora più esplicito sarà il suo discorso dopo la piaga delle cavallette: «Il faraone allora convocò in fretta Mosè ed Aronne, e disse: ‘ Ho peccato contro il vostro Signore, vostro Dio, e contro di voi, ma ora perdonate il mio peccato ancora questa volta e pregate il Signore vostro Dio perché almeno allontani da me questa morte ‘ » (10, 16).

 Sono parole bellissime, quelle stesse che dirà il figliol prodigo: «Padre,ho peccato contro il cielo e contro di te ».

… ma incontra certe difficoltà

Il faraone è dunque un uomo veramente nobile, intelligente, perspicace, capace di arrendersi all’evidenza. Però è anche un uomo condizionato dalla sua posizione, dai suoi privilegi, dal suo essere faraone: ecco il suo vero dramma. Il faraone vorrebbe lasciar partire, ma non può, perché andrebbe contro troppi interessi. Lo vediamo, per esempio, nella prima drammatica istruzione ai capi dei lavori forzati: «Rispose: ‘Fannulloni! Siete fannulloni voi; per questo dite: Dobbiamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate ‘» (5,17 s.).

Insomma, il faraone capisce che se va avanti quel progetto, l’economia d’Egitto ne soffrirà e verrà a mancare il lavoro; invece bisogna lavorare e produrre per la grandezza dell’impero.

Immaginiamo il faraone mentre discute con Aronne e Mosè; li fa sedere e dice: «Guardate che voi state per fare una pazzia! Andare nel deserto a morire come topi non è nel vostro interesse; inoltre lasciate l’Egitto in una situazione disastrosa. lo non posso, per la mia responsabilità, permettere che il paese d’Egitto cada nel disordine; in fondo, stando qui, avete pane, lavoro, sicurezza. L’Egitto ha la sua struttura ordinata, che io devo difendere e che non posso non difendere ».

Questo pover’uomo arriva, al limite, a riconoscere il peccato, ma poi nega tutto e si ritira: altrimenti crollerebbe l’intero sistema egiziano; la gente morirà di fame, ci sarà carestia, ci saranno disastri; morirà questo popolo dissennato che vuole andare a morire di fame e di sete, e morremo noi; il mio dovere, la mia carica, la mia responsabilità è questa. Ecco chi è il faraone: un uomo intelligente, perspicace, esperto, nobile, ma legato dai suoi privilegi, dalla sua posizione, dal suo ruolo sociale.

 Qui vi invito a pensare chi sia il faraone in noi, che cosa egli rappresenti. Nella figura del faraone si riassumono tutte quelle forme che ci condizionano, senza le quali noi agiremmo in un certo modo, eppure esse ci risucchiano. I condizionamenti personali sono moltissimi; anche la psicoanalisi contribuisce a scoprirli in noi; ci attorniano, sempre pronti a scattare. Magari non li avvertiamo e viviamo tranquilli, ma poi, quando capitano certe occasioni, scatta quel certo condizionamento che ci fa dire e fare cose, che non avremmo mai pensato di dire o di fare.

 Il potere dei nostri condizionamenti Quante volte succede che certe persone, parlando in pubblico, proclamano grandi principi, poi di fronte alla minima decisione si ritirano: questo non si può fare! Anche il faraone si diceva: «In fondo io agisco bene, non posso agire diversamente, sono un uomo onesto! ».

Il fatto è che siamo condizionati da quelli che si chiamano i «punti neri », cioè da zone d’ombra in cui neppure vediamo le cose, neppure ci accorgiamo che certe cose non dovremmo farle; si tratta di vere chiusure, tante volte inconsce per noi, e magari facilmente riconoscibili da parte degli altri. Capita tante volte che qualcuno a stento trovi materia di confessione, ma se poi si interrogano gli amici, specialmente se si hanno responsabilità, allora viene fuori tutta una serie di cose che non si vedono, non si sanno, non si capiscono, non ‘si accettano… 

Tutto ciò dipende dai nostri condizionamenti personali.Ci sono poi i condizionamenti di gruppo, che ci coinvolgono, ci prendono dentro e ci fanno giudicare in base a pregiudizi comuni secondo ideologie e opinioni verbali già formate, che ormai non si dissipano più, soprattutto quando arriviamo a dire: «Questo è evidente, non si discute ». Dal tono già si capisce che quello è un discorso condizionato, perché si ha paura di affrontarlo sul serio. Una persona in difficoltà, ad esempio, potrebbe dire: «No, c’è un limite oltre il quale non si va: la mia dignità! ». Parola bellissima, ma sotto cui tante volte nascondiamo tutte quelle cose che non vogliamo mettere in discussione. 

La mia dignità? Quale? Quella del privilegiato, del benestante, dell’uomo di Chiesa, oppure quella del seguace del Cristo crocifisso?

 Ecco i nostri condizionamenti! A loro riguardo è inutile tentare delle introspezioni: non li vediamo. Sono solo le occasioni che ce li dimostrano, facendo apparire quelle zone d’ombra che noi non siamo capaci di – o non vogliamo – prendere in considerazione.

La carità deficiente

Cito qui una parola di sant’Agostino, che è molto forte, ma si addice bene a questo problema. Si trova nella sua opera De perfectione iustitiae hominis, e suona: «Peccatum est autem cum vel non est caritas quae esse debet, vel minor est quam debet, sive voluntate vitari possit sive non possit ». È questa un’affermazione drammatica della impotenza umana di fronte a quelle situazioni, in cui l’amore è chiamato ad esprimersi.

Dice dunque sant’Agostino che si può parlare di «peccato» – in senso, si capisce, non puramente morale, ma nel senso più generale di non risposta ai valori che l’amore di Dio ci propone -: «o quando non c’è la carità che ci deve essere», cioè che è esigita da una certa situazione, che sempre comporta un incontro con il fratello; «o quando la carità è minore di quella che ci deve essere, sia che questo si possa evitare, sia che non si possa evitare ».

Per lo più tutto questo noi sappiamo vederlo negli altri, non in noi stessi; ma qualche volta il Signore ci fa intuire che anche noi abbiamo dei limiti, oltre i quali non sappiamo andare. Ciò avviene soprattutto in situazioni di contatto col prossimo, quando c’è da perdonare con sincerità, da accettare chi ci ha criticato, chi ci ha messo il bastone tra le ruote, chi ci ha tradito nella fedeltà; è allora che sorgono in noi delle remore. E siamo così abituati a dimenticare queste cose, che possiamo fare sinceri atti di amore di Dio, senza renderci conto che ci sono in noi queste chiusure, quasi le avessimo ormai archiviate.

 ll potere vuole potere, il faraone è faraone: non si può chiedere al faraone di umiliarsi, perché come faraone istintivamente egli riprende possesso dei propri privilegi e come tale non può cederli. Questo appunto è il dramma dell’esistenza umana, singola e soprattutto di gruppo: privilegi di gruppo, poteri di gruppo, nel mondo, nelle nazioni, nella Chiesa, nelle istituzioni religiose, nelle case religiose… È questa la forza del faraone che penetra ovunque, che è presente con i suoi tentacoli ovunque, in tutti noi. Una forza che, dicevo, non è brutta come presenza, anzi è nobile, gentile ed ha delle parole molto sagge; si limita a dichiarare: « No, questo non si può fare ». Ecco il faraone.

 Se vogliamo ancora sapere chi è il faraone in noi, possiamo meditare la lista delle dodici attività faraoniche, data in Me. 7, 22-23, ma partendo dal v. 21: «Dal di dentro – cioè dal cuore degli uomini – escono le intenzioni cattive ». Il faraone in noi è questa cattiveria di intenzioni non indotte dal di fuori, bensì originate dentro di noi, che poi si coagulano nei gruppi e nelle varie forme di resistenza e di potere, diffuse in tutti i luoghi. Sono queste le attività faraoniche della possessività e dello sfruttamento dell’altro: «Fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganni, impudicizie, invidie, calunnie, superbia, stoltezza ».

 Ognuna di queste parole esprime un atteggiamento che è nel cuore, non soltanto di qualche uomo e di qualche donna, ma di ciascuno di noi. Noi le abbiamo dentro tutte queste tendenze che mirano a sopraffare, a possedere, a impadronirsi dell’altro, almeno con una piccola parola d’invidia, o con una piccola maldicenza, che ci permetta una rivalsa sul piccolo potere che l’altro ha acquistato. Ed ecco che già il faraone si sviluppa in noi.

1  Chi è Mosè in noi? 

2  Se questo è il faraone, chi è Mosè in noi? 

Innanzi tutto, Mosè in noi è lo slancio della nostra libertà, della nostra volontà di comprendere le cose come sono, di adeguarci ad esse e di decidere conformemente. È la domanda di Mosè: «Perché il roveto brucia e non si consuma? Voglio andare a vedere ». Mosè in noi è il desiderio di andare a fondo in tutte le cose e di rimetterle in questione. Lo slancio della nostra libertà è un piccolo arnese pericoloso, perché mette in moto tante altre spinte, però è l’unica cosa che abbiamo di umano, di profondamente nostro: si tratta di quel dono. che nella Scrittura è chiamato « pneuma », lo spirito dell’uomo, cioè la capacità che ha l’uomo di mettersi di fronte alle cose e domandarsi: «Perché agisco così, o perché reagisco così? ».

C’è poi il Pneuma con la lettera maiuscola, che è lo Spirito di Dio, cioè lo sforzo incessante con cui Dio fa di tutto per liberare e per ispirare la possibilità reale del nostro desiderio di autenticità, del nostro pneuma,che è imprigionato da condizionamenti di ogni tipo. Tutto, infatti, può diventare occasione di fariseismo, in quanto aderiamo ad alcune cose, non come a un dono di Dio, ma come a un nostro possesso; perciò non vogliamo che il Signore ci metta in discussione, e tanto meno gli altri. Mosè rappresenta lo sforzo di Dio per liberarci continuamente, per rimettere in gioco la nostra autenticità, per ributtare noi – che tendiamo a diventare come un grumo di cose rattrappite – nellacaldaia bollente dello Spirito, che ci scioglie, consentendoci di porci di nuovo di fronte alle cose con animo non rigido, ma libero.

Notate che con questo non intendo affatto un atteggiamento possibilista, disposto ad accettare tutto; intendo invece l’atteggiamento di chi, di fronte a una situazione, la valuta nel bene e nel male, pronto a dire: «No, questo non va », oppure « Questo va bene », ma dopo aver pregato, ascoltato e riflettuto, fino ad esser certo che è veramente lo Spirito che lo muove. Mosè sa cosa vuole; perciò di fronte al faraone sa aspettare, tergiversare, pazientare, insistere e dire di no, perché c’è in lui lo Spirito, che è s1 forza duttile, adattabile, pieghevole, ma insieme tenacissima. Ecco Mosè in noi. 

Mosè agisce con la parola. . . 

Come si esprime questa forza liberatrice di Dio in noi? Lo leggiamo ancora nella storia di Mosè (capp. 5-10). Abbiamo visto come in fondo il faraone sia un violento, che rifiuta nettamente di accondiscendere alle richieste degli Ebrei, anche se cerca di nascondersi dietro alle forme dell’ascolto e del dialogo, anzi addirittura dietro a gesti di natura religiosa: gesti di pentimento e di richiesta di misericordia. 

Come si esprime invece la forza liberatrice di Dio in Mosè?

Prima di tutto vediamo come non si esprime questa forza. Essa non si esprime con la violenza. Questo era stato il primo Mosè, colui che pretendeva di salvare il suo popolo con la violenza. Il secondo Mosè è invece un uomo che parla e che si esprime cercando la persuasione. Il primo Mosè non aveva detto neanche una parola, ma si era lanciato senz’altro contro l’egiziano e l’aveva ucciso. Ora abbiamo a che fare con il Mosè della parola, della Parola di Dio: «Il Signore disse a Mosè: recati dal faraone e parla a lui ». E notate l’insistenza instancabile, quasi paradossale per noi, con cui, di fronte al faraone che non vuol capire, il Signore ripete a Mosè: «Va’ dal faraone e parlagli… ».

È questa la forza instancabile della Parola di Dio, che ci ripete continuamente: «Liberati, renditi autentico, ascoltami! ».

Se prima abbiamo notato la liberalità del faraone che non fa imprigionare Mosè, né lo fa uccidere, qui possiamo notare il coraggio con cui Mosè ritorna dal faraone, anche se questi è sempre più adirato e sconvolto. Mosè crede nella forza della parola, anche se sa che il faraone è ostinato. Siamo di fronte ad un’ostinazione prevista. Ma anche di fronte ad un’ostinazione prevista, Dio opera mediante la sua parola persuasiva; perciò dice a Mosè: «Va’ dal faraone e digli . . . », come se Mosè potesse convincerlo. Questa è dunque una caratteristica primaria del Dio liberante, che agisce con la parola e la persuasione anche là dove le circostanze sembrano inaccessibili.

 e con i segni

Oltre alla parola, fin dall’inizio del racconto abbiamo anche dei segni. Sono dapprima dei segni innocui, quasi giocosi: «Aronne gettò il bastone davanti al faraone e ai suoi servi ed esso diventò un serpente» (Cfr. 7, 9 s.). Allora il faraone convocò i sapienti, ed anche essi rifecero il gioco. Il segno viene offerto in primo luogo come semplice segno, ma il faraone, che non vuol perdere il privilegio del suo potere, cerca di produrre anche lui dei segni analoghi per convincersi che non si tratta di un segno, e quindi può restarsene tranquillo. Ma Dio parla con segni che gradualmente diventano veri castighi, sempre più duri e molesti. Questi castighi (le mosche, l’acqua che non si può bere, ecc.) rappresentano il disagio dell’uomo inautentico.

Stando anche alla nostra esperienza, possiamo dire che non è Dio che castiga per il gusto di castigare, ma è l’uomo – il faraone e tutto il popolo d’Egitto – che, rifiutandosi di accogliere la parola liberante di Dio, si invischia sempre più nei propri guai, nei propri condizionamenti. In realtà, tutte le volte che non abbiamo ascoltato la Parola del Signore, che ci voleva più veri, più autentici, più rispondenti all’amore, più pronti a offrire un servizio che ad esigerlo, abbiamo sentito in noi dei segni di squilibrio interiore; essi sono la manifestazione delle piccole schiavitù e dei condizionamenti a cui cediamo.

Sono tutte quelle forme di malessere che ci rodono interiormente: forme di paura nell’affrontare alcune situazioni, certe forme penose e prolungate di stanchezza, certe forme di malumore, certe incapacità di pregare. .., insomma il non saper essere felici. Tutte le volte che non c’è piena felicità, vuol dire che c’è qualcosa, qualche condizionamento che ci frena, anche se forse cerchiamo di non dircelo, di non ammetterlo.

Qual è il castigo fondamentale, quello a cui tutti gli altri si riducono? 

È l’incapacità di amare, l’incapacità di realizzare effettivamente l’amore di Dio, soprattutto quello del prossimo. Perché l’amore di Dio può anche esser facile; difficile è quello del prossimo, che consiste nel rispondere alle vere situazioni di disagio del mio fratello, anche là dove il mio fratello non merita il mio aiuto, anzi lo demerita. Se noi non siamo capaci di affrontare queste situazioni, ecco che ne consegue scontentezza, disagio e disgusto, che coinvolgono le persone, le comunità, i gruppi, le istituzioni: è il castigo dell’Egitto. 

E possiamo aggiungere a questo punto che c’è anche un castigo finale. Ad un certo momento il faraone si chiude: rimane faraone, perché vuole rimanerlo. Vuole conservare i suoi privilegi, senza mettere nulla in discussione, ed allora è travolto nel mare dei Giunchi. Noi sappiamo – e la Chiesa ce lo dice – che di fronte a Dio può venire il momento in cui restiamo induriti nella incapacità di amare veramente: dopo esserci ripetutamente rifiutati, restiamo come irretiti in questa incapacità, in questo indurimento definitivo. È quello che chiamiamo il castigo per eccellenza, un castigo che parte prima di tutto da noi: siamo noi stessi che ci siamo chiusi alle parole, ai segni e ai castighi che il Signore permetteva nella sua misericordia. 

  1. l’indurimento del faraone

Ed eccoci al terzo punto della meditazione, che concerne l’indurimentodel faraone. I testi in cui se ne parla sono assai numerosi (cfr. 4, 21; 7, 3.14.22; 8, 11.15.28; ecc.). Ad essi si potrebbe aggiungere il cap. 9 della lettera ai Romani, ove san Paolo si domanda: «Che cosa significa che Dio può indurire il cuore; come ciò va d’accordo con la libertà dell’uomo? ». Sono problemi che qui non voglio affrontare: chiediamoci piuttosto quale esperienza possiamo avere in noi di questo indurimento del cuore del faraone.

Innanzi tutto chiediamoci in che cosa consista questo indurimento. Esso consiste nel fatto che il faraone riconosce che sarebbe opportuno cedere, anzi persevera a lungo nella disposizione di cedere, ma non può, perché altrimenti cesserebbe di essere il faraone . .. e non vuol cessare di esserlo. Il suo indurimento, quindi, rappresenta emblematicamente quel «potere» che non accetta di non essere se stesso e cerca qualunque trasformazione, pur di rimanere se stesso.

L’indurimento per ostinazione

Se ora applichiamo a noi questo indurimento ritengo di poter distinguere due fondamentali accezioni del termine, due modi d’intederlo. In primo luogo c’è l’indurimento per ostinazione; è la forma più tipica, che non comporta solo l’indurimento dell’ateo che non vuol credere, o del peccatore sensuale che non vuoI tirarsi fuori dal vizio – che quasi non lo può tanto vi è dentro -, bensì comprende anche un’ostinazione che si manifesta negli ambienti religiosi ed ecclesiastici, quando ci si crede detentori della verità in forma possessiva, cioè non perché ci è donata nella Chiesa, ma perché è identificata con la nostra storia, addirittura con la nostra realtà personale. Perciò un attentato a quella che crediamo essere la verità ci sembra un’offesa personale, un torto fatto a noi, e non un’offesa fatta alla Chiesa. 

In questo modo, noi siamo portati a identificare la nostra storia personale, la nostra identità, con quello che non può non essere vero. Ed allora ci induriamo, né vogliamo sentir ragioni. E tanto più ci sentiamo vincolati, se abbiamo delle responsabilità nella vita civile, sociale, ecclesiastica: delle posizioni ufficiali da difendere. Ecco l’indurimento del cuore come ostinazione. 

L’indurimento per debolezza

C’è poi un secondo modo di intendere l’indurimento del cuore del faraone, che io chiamo l’indurimento per debolezza. Lo sperimentiamo quando ci accorgiamo che ci sono dei limiti alla nostra capacità di amare. Finché le condizioni sono facili, non ce ne accorgiamo; quando invece le condizioni si fanno più difficili – cioè quando entriamo nella vita come conflitto di forze, di opinioni, di interessi -, allora semprepiù sperimentiamo la nostra impotenza pratica a liberarci da noi stessi e ad amare davvero. Allora si verifica in noi la definizione dei pagani data in Lc. 6, 31-35: anche noi salutiamo quelli che ci salutano, imprestiamo a quelli da cui pensiamo di ricevere, facciamo sorrisi a chi ci fa il sorriso e a quelli da cui temiamo qualcosa, cercando al tempo stesso di tenerli alla larga, in modo che non sia messa in pericolo la nostra integrità.

Anche noi abbiamo paura di perdere, come il faraone, e non vogliamo perdere, vogliamo piuttosto trattare e venire a patti. In fondo, abbiamo paura di perdere la vita, e poiché Gesù dice: «Se uno non perde la propria vita non può essere mio discepolo », noi dobbiamo riconoscere allora che non siamo suoi discepoli. A questo proposito, val la pena di ricordare pure i condizionamenti da cui siamo oppressi per il solo fatto di essere membri di un gruppo, di una classe, di una società. Fenomeni simili si notano presso quei popoli dove le tradizioni sono molto forti.

Da noi, popoli europei, insieme con tanta confusione, c’è almeno il vantaggio che le persone possono fare abbastanza indipendentemente qualunque cosa. Ma presso altri gruppi sociali o nazioni, vi sono persone che non possono fare certe cose, perché il gruppo sociale non lo ammette: e ciò costituisce un limite assoluto.

Realtà di questo tipo ci rendono il senso drammatico dell’esistenza umana, di cui parla la lettera ai Romani: «Faccio il male che nonvoglio, non faccio il bene che voglio» (7,19). Accettando concretamente questi limiti, Ci troviamo facilmente a ripetere la parabola del fico sterile. Vorremmo produrre molti frutti – e in alcune cose ci riusciamo, per grazia di Dio -, ma non ce la facciamo. Allora il Signore ci fa conoscere i limiti della nostra esistenza faraonica e permette che battiamo la testa, affinché invochiamo la sua salvezza e riconosciamo l’incredibile sovrabbondanza della sua misericordia.

Mar Rosso

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