GIUSEPPE VERDI – BUON COMPLEANNO MAESTRO !

ANTICLERICALE MA…

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Verdi fu non troppo velatamente anticlericale. I destinatari della maledizione di Amneris in «Aida» («Empia razza! Anatema! Su voi la vendetta del ciel scenderà») erano sì i sacerdoti egizi, ma il vero bersaglio era certo meno… esotico. Verdi tuttavia, nel suo intimo, nutriva rispetto per la fede privata, per la spontaneità del credente o del sacerdote missionario ed aveva anche una sua religiosità che fu il sostrato di due capolavori nell’ambito della musica sacra, il «Requiem» e i «Quattro pezzi sacri».

Giuseppina Strepponi, seconda moglie di Verdi, cercò di spiegare questa religiosità a Cesare Vigna, nel 1872: «… è una perla d’onest’uomo, capisce e sente ogni delicato, ed elevato sentimento, con tutto ciò questo brigante si permette d’essere, non dirò ateo, ma certo poco credente, e ciò con una ostinazione ed un calma da bastonarlo. Io ho un bel parlargli delle meraviglie del cielo, della terra, del mare, ecc. ecc. Mi ride in faccia e mi gela in mezzo del mio entusiasmo tutto divino col dirmi: siete matti! e sfortunatamente lo dice in buona fede».

Ancora più interessante questo brano tratta da una lettera alla contessa Clarina Maffei, scritta lo stesso anno: «Verdi s’occupa della sua grotta [frigorifero], del suo giardino. Sta benissimo ed è di umore lietissimo. Felice lui, e Dio lo faccia felice per lunghissimi anni. Vi sono delle nature virtuosissime che hanno bisogno di credere in Dio: altre, ugualmente perfette, che sono felici, non credendo a niente ed osservando solo rigorosamente ogni precetto di severa moralítà. Manzoni e Verdi!… Questi due uomini mi fanno pensare, sono per me un vero soggetto di meditazione». 

Michie Akisada

A casa mia, sulla parete domina una ceramica di Faenza che riproduce il calco della maschera funebre.

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I Promessi Sposi

Il Manzoni mette sulle labbra di Lucia per l’Innominato queste sublimi parole:

 Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!

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E la “Fondazione Verdi – Casa di Riposo per Musicisti” che il Maestro ha sempre considerata come la sua “opera” più riuscita, è davvero un’opera di misericordia ancora in atto.

Questo luogo, ha dato ospitalità e sollievo a tanti artisti, soprattutto  in tempi in cui non c’erano leggi di previdenza e assistenza sociale.  E continua a farlo con la solidarietà sempre nuova.

La fede di Verdi secondo Benedetto XVI

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Il concerto per Papa Benedetto XVI

Nella serata del 4 febbraio, in occasione dell’84° anniversario dei Patti Lateranensi, l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede ha offerto in Vaticano a Benedetto XVI e al presidente Giorgio Napolitano un concerto dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, diretta dal maestro Zubin Mehta. 

I commenti della stampa si sono concentrati sull’incontro fra il Papa e Napolitano, rischiando così di trascurare completamente la lezione sulla musica che il Pontefice – appassionato musicologo – ha impartito nel suo discorso.

Il Papa ha commentato l’opera di Giuseppe Verdi (1813-1901) «La Forza del Destino» e la Terza Sinfonia di Ludwig van Beethoven (1770-1827). 

Giuseppe-Verdi-300x300L’esecuzione di Verdi, ha spiegato Benedetto XVI, è «un omaggio dovuto al grande musicista italiano nell’anno in cui celebriamo i 200 anni dalla sua nascita». 
Verdi – a causa sia del clima anticlericale del Risorgimento sia delle tragedie familiari che lo colpirono, con la prematura morte della prima moglie e dei due figli – passò dalla fede a un ateismo inquieto, mai disgiunto da una ricerca religiosa. «Nelle sue opere – afferma il Pontefice – colpisce sempre come egli abbia saputo cogliere e tratteggiare musicalmente le situazioni della vita, soprattutto i drammi dell’animo umano, in modo così immediato, incisivo ed essenziale come raramente si trova nel panorama musicale».

«È un destino sempre tragico – continua il Papa – quello dei personaggi verdiani a cui non sfuggono i protagonisti de “La Forza del Destino”». L’opera narra l’amore di Leonora, nobile spagnola figlia del marchese di Calatrava, per l’indio di stirpe regale don Alvaro. Il marchese si oppone all’unione della figlia con un indio e, in un tragico confronto con i due amanti, muore colpito accidentalmente da un colpo esploso dalla pistola che don Alvaro ha gettato a terra. Da allora i due giovani fuggono, inseguiti dal fratello di Leonora, don Carlo, che ha giurato di vendicare il padre. Leonora diventa eremita in un monastero italiano, dov’è accolta da un saggio Frate Guardiano. Alvaro prima salva la vita di don Carlo, poi lo ferisce a morte in un duello. Leonora, accorsa al capezzale del fratello morente, è pugnalata da don Carlo, ancora ossessionato dalla vendetta, e spira fra le braccia di Alvaro.

Tutta la vicenda è occasione per Verdi per meditare sull’impossibilità di sfuggire al destino. Ma naturalmente, commenta Benedetto XVI, «affrontando il tema del destino, Verdi si trova ad affrontare direttamente il tema religioso, a confrontarsi con Dio, con la fede, con la Chiesa; ed emerge ancora una volta l’animo di questo musicista, la sua inquietudine, la sua ricerca religiosa». 
Vediamo qui come l’ateismo del Verdi maturo sia effettivamente sempre intriso di dubbi e d’interesse per la religione.

Ne «La Forza del Destino», osserva il Papa, «non solo una delle arie più famose, “La Vergine degli Angeli”, è un’ accorata preghiera, ma vi troviamo anche due storie di conversione e avvicinamento a Dio: quella di Leonora, che riconosce drammaticamente le sue colpe e decide di ritirarsi in una vita eremitica, e quella di don Alvaro, che lotta tra il mondo e una vita in solitudine con Dio». 

Desta anche l’interesse del Pontefice il confronto fra le due versioni de «La Forza del Destino» proposte da Verdi a distanza di sette anni l’una dall’altra. «È interessante notare come nelle due versioni di quest’opera, quella del 1862 per San Pietroburgo e quella del 1869 per “La Scala” di Milano, i finali cambino: nella prima don Alvaro termina la vita suicida, rifiutando l’ abito religioso e invocando l’inferno; nella seconda, invece, egli accoglie le parole del Frate Guardiano a confidare nel perdono di Dio e l’opera termina con le parole “Salita a Dio”».

Qui, nota ancora il Pontefice, «è disegnato il dramma dell’esistenza umana segnata da un tragico destino e dalla nostalgia di Dio, della sua misericordia e del suo amore, che offrono luce, senso e speranza anche nel buio. 
La fede ci offre questa prospettiva che non è illusoria, ma reale; come afferma san Paolo “né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né altezze, né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38- 39)».

…La grande musica, come la grande arte, è sempre meditazione sul senso della vita e della morte.

di Massimo Introvigne

QUI RIPOSA COLUI CHE

“PIANSE ED AMO’

 PER TUTTI”

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Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus.
Huic ergo parce, Deus.

Pie Jesu Domine, dona eis requiem! Amen!

Giorno di lacrime, quel giorno,
quando risorgerà dal fuoco
l’uomo reo per essere giudicato.
Ma tu risparmialo, o Dio.

Signore Gesù buono, dona loro riposo! Amen!

 

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Simonetta Puccini e il regista Beppe De Tommasi

 

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