DISCERNIMENTO: I CONFLITTI ESISTONO – E’ richiesto coraggio e abbandono.

discernimento-espiritual

Giacomo 1:5-8 (NR):

Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.

Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita è simile a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.

Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
8 perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.

IL CONFLITTO DI INTERPRETAZIONI NEL DISCERNIMENTO

Carlo Maria Martini – Cardinale, Arcivescovo Emerito di Milano.

Benedetto XVI-Martini mano nella manoNel mese di Maggio, in un’omelia nei giorni della sua visita a Milano per il 25° del suo episcopato, lei ha parlato della «dialettica dei discernimenti», una sorta di conflitto di interpretazioni nel discernimento. In che senso è legittimo oltre che possibile questo conflitto anche nel discernimento spirituale?

«Ricordo il primo incontro con il clero di Milano, o meglio con il Consiglio Presbiterale che è avvenuto a Rho. In tale circostanza ho spiegato proprio questo capitolo ventesimo degli Atti, parlando di quella che allora definivo la dialettica delle interpretazioni, o la dialettica dei discernimenti. Infatti, abbiamo come due discernimenti opposti, ambedue riferiti allo Spirito santo:

  1. c’è il discernimento di Paolo che afferma di voler andare a Gerusalemme per influsso dello Spirito,

  2. e c’è il discernimento delle comunità. Nelle singole comunità in cui Paolo passa tutti gli dicono: “Nello Spirito santo tu non devi andare a Gerusalemme“.

Ecco allora la dialettica delle interpretazioni: lo Spirito dice a Paolo di andare e lo stesso Spirito dice alle comunità che non deve andare. Ci siamo interrogati su come risolvere questo dilemma che è molto istruttivo perché questa dialettica delle interpretazioni percorre la storia della Chiesa e ci insegna a trovare la complementarità tra quelle cose che a prima vista ci appaiono distanti, o contrarie, o diverse.

Nel libro degli Atti la soluzione avviene sul lato affettivo. Paolo dice: “Voi mi fate piangere con queste vostre predizioni, voi mi scuotete il cuore, voi mi rompete il cuore, ma io voglio andare a Gerusalemme”. Allora la gente mossa dalla compassione gli permette di andare.

Ho riletto anche questa parte del brano perché c’è un po’ della mia storia, con la differenza che io ho sentito molta più comprensione per il mio desiderio di andare a Gerusalemme, e sento che questa comprensione cresce. Infatti ho la consolazione di incontrare diversi preti o laici che, dopo essere stati a Gerusalemme, mi dicono: “Adesso capiamo perché lei ha desiderato tanto di andare a Gerusalemme!».

Direi che, prima di essere legittimo e possibile, questo conflitto avviene di fatto anche nel discernimento spirituale: quindi partiamo dal fatto; e se questa possibilità è tra persone oneste e serie, ne abbiamo anche la legittimità.

Pensiamo ai casi clamorosi della storia: S. Ignazio di Loyola non si trovava certamente nella stessa linea di discernimento, per esempio, del fondatore dei teatini S. Gaetano da Tiene: avevano discernimenti diversi, sia sul proprio ordine, sia sull’ordine e la spiritualità dell’altro; eppure sono ambedue santi.

Un altro caso più vicino a noi è quello di S. io X e il Beato Cardinal Ferrari: ad un certo punto non s’intesero più, e proprio S. Pio X rifiutò ogni udienza ulteriore al cardinal Ferrari. Eppure erano santi tutti e due; tutti e due cercavano la volontà di Dio e il bene della Chiesa. I conflitti sul discernimento ci sono. Bisogna aver pazienza e tenerne conto.

Ma come si potrebbero spiegare, stando appunto all’unico Spirito? È difficile spiegarli proprio perché sono inseriti nella complessità della storia e della psiche umana. Come dice S. Ignazio di Loyola, altro è quel lume, quel barlume che il Signore fa intravedere in un momento di consolazione e che può venire da Dio, altre sono le conseguenze che il ragionamento umano trae da questo lume magari piccolissimo e semplicissimo. Talvolta ad opporsi non sono due lumi immediati dello Spirito Santo ma due riflessioni che partono entrambi da una intuizione spirituale.

Quali esempi nella Scritturle sembrano emblematici di questa dialettica di interpretazioni nel discernimento?

Si potrebbe citare, per partire dall’Antico Testamento, l’oracolo del profeta Natan che di giorno dice a Davide «Tu vai e costruisci il tempio», e di notte, a nome di Dio, gli riferisce il contrario. Qui potremmo pensare che il profeta Natan si sia sbagliato o che la prima non fosse la voce di Dio. Invece, quando la voce di Dio viene colta dall’uomo non sempre viene colta adeguatamente.

Nel nuovo Testamento ci sono molti esempi. Uno è il diverso giudizio di Barnaba e Paolo su Marco. Barnaba e Paolo sono entrambi due uomini santi. Barnaba, addirittura, è colui che ha chiamato Paolo al ministero, è un uomo buono, comprensivo. Però, al momento di decidere se portare o no con loro Marco i due litigano. E possiamo pensare che ambedue fossero uomini di discernimento, che avessero un desiderio sincero di obbedire allo Spirito.

Un altro caso è quello della decisione di Paolo di andare a Gerusalemme. Paolo è deciso ad andare a Gerusalemme ma gli Atti degli Apostoli ci mostrano che, cammin facendo, crescono sempre più le parole di oracoli carismatici contro questa decisione. Sembra che lo Spirito Santo – o almeno le comunità pensavano che lo Spirito Santo – dicesse loro di dire a Paolo: «Non devi salire a Gerusalemme».

La cosa si ripete fino a raggiungere il suo apice quando Paolo giunge a Cesarea dove la gente insorge contro questo viaggio. Addirittura un profeta di nome Agabo compie un gesto simbolico; si lega le mani e i piedi e dice: «Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà quindi consegnato nelle mani dei pagani» (Atti 21,11).

E di qui la gente deduce che Paolo non deve più andare. La forte contrarietà viene superata dalla – potremmo dire – testardaggine di Paolo, che non vuole sentire parlare di interrompere il viaggio: decide di andare a Gerusalemme, chiede comprensione e di non continuare a fargli del male piangendo davanti a lui.

Anche Ignazio di Antiochia dice: «Se mi amate lasciate che io parta…» Sì, Ignazio di Antiochia ha un discernimento che lo porta a Roma verso il martirio e ritiene possibile che le comunità pensino, in buona fede e anche attraverso preghiere, di dover impedire questo martirio. I fatti sono molto numerosi e non dobbiamo stupirci del loro moltiplicarsi anche ai giorni nostri.

Nella decisione dell’apostolo Paolo di andare a Gerusalemme lei sostiene che la risoluzione del conflitto del discernimento si risolve sul lato affettivo. Che cosa significa? E’ l’unica soluzione?

Ho parlato del lato affettivo per semplificare il lungo racconto degli Atti degli Apostoli dove appare, soprattutto nel finale, che le comunità pongono a Paolo una sorta di ricatto affettivo: se tu vai ci fai del male, piangiamo, ci fai soffrire, e Paolo prega di non continuare su questo tono e di lasciarlo andare senza farlo soffrire troppo. Quindi, la dialettica dei discernimenti si colloca nel contesto di una forte componente affettiva, anche se non risiede qui il punto specifico del discernimento.

Il punto specifico sta nel fatto che Paolo è così convinto di dover andare a Gerusalemme che non si smuove per nulla. Difatti il testo degli Atti degli Apostoli dice: «Perché fate così – dice Paolo alla gente – continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: “Sia fatta la volontà del Signore!”» (Atti 21,13-14).

Quindi, la conclusione è che colui che ha il discernimento più forte, più deciso, la vince perché gli altri non riescono più a fermarlo.

Che cosa insegna il conflitto di interpretazioni a proposito delle difficili scelte che la Chiesa oggi deve prendere in riferimento alla bioetica, al matrimonio, alla sessualità, al ministero ordinato, all’impegno dei cristiani in politica…?

Per questi problemi molto complessi e difficili certamente non ci sono delle soluzioni ma c’è, forse, un metodo: un metodo che innanzitutto consiste nel non stupirsi se su problemi di frontiera ci sono delle diversità, perché i problemi di frontiera per loro natura sono difficili da definire e quindi affrontati da un certo punto di vista appartengono a una certa soluzione etica, ma se affrontati da un altro punto di vista ne sembrano richiedere un’altra. Non bisogna stupirsi troppo della diversità dei discernimenti.

Inoltre bisogna che ci siano dei discernimenti veri, cioè che non si prenda partito perché qualcuno ha gridato di più, ma si abbiano argomenti, e argomenti maturati in una coscienza cristiana che si unisce a Dio con la preghiera. Non dico che la preghiera sia il luogo dove si trova la soluzione di questi problemi, ma una coscienza cristiana unita a Dio con la preghiera certamente ha più libertà e più scioltezza per risolvere questi problemi.

Bisogna anche saper dare tempo al tempo proprio perché i problemi sono complessi e spesso la soluzione buona viene dopo un certo tempo e tale si dimostra a posteriori, cioè non subito ma per gli effetti buoni che ha e non per il fatto che viene accettata tranquillamente senza più grandi resistenze.

Quindi, per questi casi certamente valgono alcune regole generalissime del discernimento, però bisogna ricordare che il problema è soprattutto oggettivo, tecnico, scientifico: il discernimento spirituale non può interferire nell’aspetto scientifico, ma la persona che sceglie, che cerca e che vuole risposte avrà certamente risposte più sicure se è una persona che è libera da condizionamenti, da preclusioni, da affettività sbagliate, da scelte pregiudiziali; quindi una persona che ha fatto un cammino di discernimento.

Quali passi e attitudini ritiene veramente essenziali perché i formatori possano stare nel «conflitto di interpretazioni» con le persone che accompagnano?

Ho visto dall’esperienza che è molto difficile stare nelle crisi dei discernimenti perché certe volte è soltanto l’avvenire, il futuro, il risultato dopo alcuni anni che mostra la bontà e la validità di una scelta. Però io ho sempre detto che alla fine bisogna rischiare, perché chi non rischia non vive; se uno vuole vivere deve rischiare e accettare anche che ci sia qualche errore da correggere.

Sono anche molto importanti due cose che ho sempre raccomandato.

  • La prima è la purificazione del cuore e della mente, cioè togliere tutti quei legami consci e inconsci che ci impediscono di ragionare liberamente e ci fanno già inclinare per l’una o l’altra soluzione.

  • La seconda cosa è la conoscenza della parola di Dio, perché la parola di Dio ci dà il contesto generale delle preferenze di Dio, e confrontandoci con le preferenze di Dio, con le scelte e le opzioni di Gesù, noi possiamo percepire bene ciò a cui Dio ci chiama.

Però non si tratta di qualcosa di matematico: bisogna sapere che c’è sempre una possibilità di errore e che quindi bisogna andare a queste cose come a cose umane, nelle quali non si può avere una certezza matematica ma solo una certezza morale che permette di agire onestamente.

Possiamo dire, in sintesi, che la difficoltà nel conflitto di interpretazioni consiste nel fatto che il discernimento non è soltanto sul bene o sul male, ma su cosa è meglio?

Certamente, il discernimento è particolarmente delicato e difficile quando si tratta di distinguere tra due beni: il bene inferiore e il bene superiore, ed è là che soprattutto le persone buone, oneste, generose possono trovare difficoltà.

Però direi che il discernimento può anche riguardare il bene o il male, come nell’esempio dei casi di frontiera di cui dicevamo prima. Ma la grande applicazione del discernimento è soprattutto nella ricerca della volontà di Dio – generale o particolare – che riguarda me, il mio cammino e quindi anche per questo il discernimento non lo può fare uno per un altro, ma bisogna che ciascuno si assuma il coraggio e l’abbandono a Dio nel fare la propria scelta.

( Intervista per Tredimensioni» rilasciata ad Abu Gosh(Israele) il 16 ottobre 2005 ).

Testi significativi sul discernimento di C.M. Martini

La testimonianza del discernimento spirituale e pastorale (Intervento per i cristiani impegnati nel socio-politico), in C.M. Martini, Educare al servizio. Per un’etica della pubblica amministrazione , EDB, Bologna 1987, pp. 111- 125.

Sequela Christi, , CVX, Roma 1990, pp. 36-52.

Il Vangelo per la tua libertà. L’itinerario vocazionale del «Gruppo Samuele» , Àncora, Milano 1991.

Sto alla porta. Lettera pastorale 1992-1993, Centro Ambrosiano, Milano 1992, pp. 47-63.

La situazione di pericolo e il discernimento evangelico, in C.M. Martini, Non temiamo la storia, Centro Ambrosiano-Ed. Piemme, Milano-Casale M. 1992,pp. 225-232.

Conoscersi, decidersi, giocarsi. Gli incontri dell’ora undecima, CVX, Roma 1993.

Che cosa dobbiamo fare? Meditazioni sul vangelo di Matteo, Centro Ambrosiano-Ed. Piemme, Milano-Casale M. 1995 (in particolare i capp. 5-6: Il «fare» del discernimento; Il discernimento pratico alla luce di Mt 13; pp. 89-124).

Il sogno di GiacobbePartenza per un itinerario spirituale, Piemme, CasaleM. 1998.

Il discernimento cristiano della vita quotidiana e della storia (Intervento allescuole di formazione socio-politica), in C.M. Martini, Il Padre di tutti.Lettere, discorsi e interventi 1998, EDB, Bologna 1999, pp. 287-295.

Discernimento e decisione, Quaderni di san Pietro Martire, Seveso 1998.

Il dominio del cuore e della mente (Incontro con i seminaristi sul tema della purificazione degli affetti e dei pensieri), in C.M. Martini, Coraggio, non temete! Lettere, discorsi, interventi 1999,EDB, Bologna 2000, pp. 171-183.

Notti e giorni del cuore, In dialogo, Milano 2002.

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 PER UN APPROFONDIMENTO

A partire dalla questione Dal Molin: riferimenti biblici teologici per un discernimento ed un impegno civile. 
Servizio al bene comune,  valori di riferimento e partecipazione.
Vorrei fare insieme con voi un percorso per capire in che senso, da credenti, siamo chiamati, di fronte alla questione Dal Molin, a fare un “discernimento”, cioè una valutazione che sfocia in una presa di posizione; perché il discernimento non è mai un atto solo teorico, esso domanda di arrivare ad una scelta: ci si schiera, da una parte o dall’altra.
 Ritengo occorra partire dai riferimenti della nostra fede: la parola di Dio e il cammino fatto dalla Chiesa in
questi anni; un discernimento che ci vede tutti protagonisti. Non vogliamo arrivare ad un discernimento
“ultimo”, affidato piuttosto ad un cammino ulteriore; il mio è un tentativo di costruire un percorso di riferimento.
1. La storia = da contesto a testo 
Parto da lontano, da un momento nel cammino della Chiesa, che ha segnato una impasse significativa.
All’inizio del secolo scorso c’è stata infatti la cosiddetta “crisi modernista” (che ha generato una sorta di
“maccartismo” all’interno della Chiesa, con accuse e delazioni per far fuori chi era indesiderato); uno dei
motivi fondamentali di tale crisi è stato un passaggio non indolore, dovuto ad una comprensione nuova della
stessa rivelazione di Dio: la storia da semplice contesto è divenuta testo della nostra fede.
Noi siamo abituati a pensare, ed è giusto, che quando vogliamo sapere che cosa ci dice Dio, il Dio di Gesù
Cristo, leggiamo la sua Parola, le Scritture; aggiungiamo poi che questo testo va messo dentro il “contesto”,
cioè la storia, le realtà vissute da chi quei testi li ha scritti e da noi che li leggiamo.
 Non è semplicemente così, la storia infatti è essa stessa un “testo” da leggere; quel Dio che ha parlato
dentro le Scritture, continua a parlare dentro la storia. Come leggiamo le Scritture per capire cosa Dio ci dica,
così alla luce del medesimo Spirito dobbiamo leggere gli eventi della storia, per capire che cosa essi ci
dicano. La rivelazione di Dio, che ha avuto il suo culmine in Cristo, continua oggi attraverso gli eventi della
vita.
Questo però provoca una crisi, scoppiata in modo significativo al tempo del modernismo. Se è difficile e in
certo senso rischioso leggere il testo delle Scritture, che va sempre e comunque interpretato, ancora più
rischioso e difficile è leggere la storia, che ha dentro tante ambiguità. Non è così facile arrivare a dire: dentro
la storia, attraverso questi eventi, Dio ci sta dicendo questo. 
Ma il fatto che sia impegnativo e addirittura rischioso, non deve far sì che ce ne laviamo le mani e facciamo a
meno di leggere il testo della storia; limitarci a leggere il solo testo delle Scritture (che già facciamo poco)
significa diventare inadempienti di fronte ad un Dio che continua a parlarci.
E’ necessario farlo, perchè solo in questo modo la Parola scritta diviene una parola continuamente viva; la
Parola infatti cresce con chi la legge, osserva s.Gregorio magno. Se smettessimo di leggere il testo della
storia, non capiremmo quanto ci dice Dio dentro gli avvenimenti; la rivelazione sarebbe chiusa, ci resterebbe
solo un Libro (e le religioni del libro sono perennemente a rischio di fondamentalismo), ci riferiremmo a cose
del passato.
Il cristianesimo è al rischio dell’interpretazione continua – dice il teologo francese Geffré – affinché la Parola
sia sempre viva e anche la nostra fede non sia riferimento dottrinale chiuso nel passato, ma risposta
perennemente attuale a un Dio che continuamente parla.
2. Rivelazione = La Parola si fa storia
Perché ad un certo punto la Chiesa ha operato il passaggio rievocato? Perché è riandata alla stessa
rivelazione, riscoprendo che si è comunicata a noi con il medesimo procedimento. Il testo scritto infatti è nato
dall’interpretazione di fede, che i credenti hanno dato degli avvenimenti della storia e della vita.
Con gli occhi della fede, guidati dallo Spirito, hanno cercato di capire e interpretare la storia; le Scritture
vengono da un discernimento di fede e ci sono consegnate affinché noi facciamo altrettanto.
Tutte le Scritture sono lì a testimoniarci quello che rievochiamo nel Natale: la Parola si fece carne, ossia la
parola si fa storia non unicamente del passato, storia dell’oggi. 
● Profeti = giudizio critico sull’oggi
Abbiamo all’interno delle Scritture la grande “tradizione profetica”, che ci testimonia questo. Chi sono infatti i profeti? Nel linguaggio popolare sembrano quelli che predicono il futuro, in realtà il profeta è colui che legge il presente facendosi interprete della parola di Dio sull’oggi.
Tutti i profeti hanno fatto una lettura critica di quello che avveniva al proprio tempo, hanno cercato di darne un giudizio, per capire quanto diceva Dio là dentro. Ne hanno pagato il prezzo, non sono passati indenni
attraverso questo esercizio di discernimento. La lettura che facevano aveva delle interferenze politiche,
economiche, sociali, religiose; li accusavano di entrare in campi che non erano i loro: tu sei profeta, parla di
Dio! Perché dai un giudizio sulla politica, sull’economia, sul “potente” di turno? E infatti ce n’erano alcuni, che
la Bibbia chiama “falsi profeti”, che rimanevano dentro il tempio a dire apparentemente le cose di Dio; in
realtà sfuggendo all’impegno di leggere la storia e quindi non parlando più nel nome del Dio vivo.
Invece i “veri profeti” rischiavano sulla propria pelle e ne hanno pagato il prezzo.
• Gesù di Nazareth = linea profetica
Dirà Gesù: Quando i profeti erano in mezzo a voi li avete uccisi, per poi costruire loro grandi tombe! Egli si
pone invece sulla linea dei profeti autentici e ne paga il prezzo; elaborando la sorte che lo attende, osserva:
Farò la fine dei profeti. 
Il suo vangelo è giudizio sulla realtà religiosa, politica e sociale del suo tempo, una lettura dal punto di vista
del regno del Padre degli eventi della storia; e chiede a noi di fare altrettanto.
Mi riferisco in modo particolare ad un passaggio, diventato in certo senso canonico, che troviamo al cap.16
del vangelo di Matteo; da qui viene l’espressione ripresa da papa Giovanni nella “Pacem in terris” e risuonata
nel Vaticano II: i segni dei tempi.
• Mt 16,1-4 = i segni dei tempi: invito forte a leggere gli eventi della storia 
Leggere i “segni dei tempi” è un altro modo per dire quanto rievocato, significa infatti leggere il testo della
storia, perché Dio parla anche là. 
“E i Farisei e i Sadducei avvicinatisi per tentarlo, gli chiesero di mostrar loro un segno dal cielo. Ora
rispondendo disse loro: Venuta la sera dite: Bel tempo il cielo rosseggia, e al mattino: Oggi tempesta, il cielo
è rosso cupo. Sapete discernere l’aspetto del cielo e non potete discernere i segni dei tempi? Una
generazione perversa e adultera chiede un segno, e il segno non le sarà dato se non il segno di Giona. E,
lasciatili, se ne andò”.
Il testo è un invito forte a non essere una “generazione perversa e adultera”, che sfugge all’impegno di
leggere i segni dei tempi. Ci stana fuori rispetto alla realtà, con un preciso richiamo: Se siete dei credenti,
questa questione la dovete leggere, non dovete lasciare che passi.
• Alla luce del segno di Giona
Gesù peraltro aggiunge che questa lettura va fatta alla luce del segno di Giona. E’ il segno della Pasqua, Lui
che muore e risorge, quindi significa che nel leggere i segni dei tempi va assunta la logica pasquale. La
logica della Pasqua, contrariamente a quello che sembra perché parlando di Pasqua ci viene in mente la
morte, è anzitutto logica di vita.
Potrebbe essere condensata nella frase splendida, che Gesù dice nel vangelo di Giovanni: “affinché tutti
abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza”. Dove vita in abbondanza non vuol dire semplicemente la
quantità di vita, ma la qualità della vita. Infatti è tipico del Vangelo di Giovanni usare l’espressione “vita
eterna” ed eterno per Giovanni non è un aggettivo di quantità, ma di qualità.
Quindi ogni evento storico lo devo leggere cercando di capire se provoca o non provoca un esito di vita per
tutti, nessuno escluso; e vita in abbondanza, che vuol dire una qualità di vita significativa.
Però la logica pasquale dice anche che dentro ogni dimensione di vita vera c’è una dimensione di morte. Non
la morte che noi procuriamo agli altri (mors tua, vita mea) ma la morte che eventualmente prendiamo su di
noi, purché tutti abbiano la vita e l’abbiano con una qualità abbondante.
Cioè il prezzo da pagare affinché ci sia esito di vita per tutti, non è da scaricare su altri; va assunto
consapevolmente insieme, per il bene di tutti. 
Una ulteriore dimensione della logica pasquale è quella enunciata ancora da Gesù (sempre nel vangelo di
Giovanni) quando parla del seme che va sotto terra, marcisce e muore per dare frutto. Il seme per fare frutto
richiede tempo, per cui se leggo un evento nella logica pasquale non posso valutarlo per gli esiti immediati;
devo in ogni caso prospettarne l’esito futuro, i frutti che darà per le generazioni che verranno. Ma posso limitarmi a constatare: Ora per me i frutti sono questi e in base a questi risultati riscontrabili faccio il
discernimento. Se ciò che chiede un prezzo può in seguito far maturare frutti di vita, ciò che immediatamente
conviene può tragicamente rivelarsi portatore di morte!
Vediamo quindi che il testo evangelico non è solo un invito forte a leggere la storia, ma offre un determinato
criterio non puramente teorico; delinea risvolti pratici già applicabili alla nostra situazione.
3.Magistero = ripresa a partire dal Vaticano II
La provocazione che viene dalla parola di Dio ha maturato una consapevolezza nella Chiesa, mano a mano
che camminava nella storia; noi ci riferiamo qui al tornante significativo del Vaticano II, a partire dal quale c’è stata una forte ripresa della sollecitazione evangelica. 
Mi limito in particolare a due passaggi della “Gaudium et spes”, il documento conciliare che parla della
Chiesa nel suo rapporto con il mondo contemporaneo, cioè con la storia. Inizialmente doveva intitolarsi “La
Chiesa e il mondo contemporaneo”, trasformato poi significativamente in “La Chiesa e il mondo
contemporaneo”; essa è infatti dentro la storia, che deve leggere evangelicamente.
• Gaudium et Spes n. 11 (EV1, 1352):
invito a leggere gli avvenimenti, insieme a tutti (oltre il particolarismo), cogliendo le aspirazioni (oltre il piatto  realismo), evidenziando la presenza dinamica di Dio (disegno di salvezza), per giungere a soluzioni
pienamente umane  “Il popolo di Dio, mosso dalla fede per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio.
La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo e guida perciò l’intelligenza verso soluzioni pienamente umane.”
Cosa afferma questo testo? 
Anzitutto che proprio in nome della fede bisogna operare una lettura degli avvenimenti in chiave di
discernimento (la storia non come semplice contesto, ma come testo).
Tale lettura non va fatta chiudendosi in una sorta di particolarismo, tra credenti; anzi come comunità di
credenti il popolo di Dio è chiamato a interpretare le richieste e le aspirazioni condivise con tutti gli altri uomini
e donne contemporanei, al fine di cogliere in essi un vero e proprio vangelo (i segni della presenza e del
disegno di Dio.
Non può pertanto essere una lettura che semplicemente coglie la realtà così com’è, con un principio di piatto
realismo; tenta semmai di capire come potrebbe e dovrebbe essere, infatti nelle richieste e nelle aspirazioni
comuni si manifesta il disegno di Dio.
La presenza dinamica di Dio dentro la storia, che sta portando avanti la salvezza, permette di fare
discernimento per arrivare a soluzioni “pienamente umane”.
La piena umanità è appunto che tutti abbiano la vita, nessuno escluso, e che l’abbiano con una qualità
abbondante; è il principio di un umanesimo plenario: tutto l’uomo (non solo una dimensione, ad esempio
quella economica) e tutti gli uomini.
Gaudium et Spes 44 (EV 1, 1461):
apertura al contributo di tutti (oltre le posizioni confessionali), valorizzazione delle competenze, ascolto del
mondo: per capire meglio il Vangelo e per annunciarlo più significativamente 
L’altro testo è all’interno di un numero, purtroppo dimenticato dalla Chiesa post-conciliare, che ha come titolo:
“L’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo”; la Chiesa non solo dà, riceve persino da chi è non
credente e da chi addirittura la combatte.
E’ l’intuizione dalla quale si era mosso il cardinal Martini per la cattedra dei non credenti, convinto che anche
il non credente ha qualcosa da dire al credente al fine di capire meglio l’Evangelo, il progetto di Dio nella
storia, la stessa fede; posizione assai diversa da un altro cardinale, per il quale un atteggiamento così
equivale a chiedere al sordo di dire qualcosa sulla musica!
In un passaggio centrale del n.44, si dice: “Così viene promosso uno scambio vitale tra la chiesa e le diverse
culture dei popoli. Allo scopo di accrescere tale scambio, oggi soprattutto che i cambiamenti sono così rapidie tanto vari i modi di pensare, la chiesa ha bisogno particolare dell’aiuto di coloro che, vivendo nel mondo,
sono esperti nelle varie istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non
credenti”.
Per leggere le differenti situazioni non bastano i criteri di fede, va valorizzato l’apporto competente di tutti
coloro – credenti o non credenti – che possono essere di aiuto nel capire soprattutto la mentalità entro i
diversi contesti.
E si continua affermando: “E’ dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto
dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo
e di saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia
meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta.”
L’ascolto che noi facciamo della realtà – che è un altro modo per dire come leggiamo il testo della storia –
aiutati dalla competenza di tutti, fossero pure non credenti, è finalizzato a capire più a fondo l’Evangelo, le
verità rivelate, e a fare quindi un annuncio di fede più significativo. 
1. Octogesima Adveniens 42 (EV 4, 766):
no a forme ideologiche e a richiami generici, sì ad un itinerario di discernimento; conoscenza e riflessione
sulla realtà “in progress” (le situazioni mutevoli); il riferimento al vangelo: non come fosse un ricettario
(impulso evangelico), non in forme fissate una volta per tutte (rinnovamento), non in modo parziale (totalità
delle esigenze evangeliche); attenzioni: ai poveri, all’esperienza consegnata, alla novità coraggiosa
Facendo un salto nel tempo, andiamo ad un testo di Papa Paolo VI emanato nell’anniversario dell’enciclica
“Rerum Novarum”, la “ Octogesima Adveniens”.
“Davanti a tante nuove questioni (qui siamo alle prese con la questione Dal Molin) la Chiesa fa uno sforzo di
riflessione per rispondere, nell’ambito che le è proprio, alle attese degli uomini. Se oggi i problemi appaiono
inediti per la loro ampiezza e per la loro urgenza, è forse l’uomo capace di risolverli? Con tutta la sua
dinamica, l’insegnamento sociale della Chiesa accompagna in questa ricerca.
Se esso non interviene per autenticare una data struttura o per proporre un modello prefabbricato, non si limita neppure a richiamare alcuni principi generali: esso si sviluppa attraverso una riflessione condotta a contatto delle situazioni mutevoli di questo mondo, sotto l’impulso del Vangelo come fonte di rinnovamento, allorché si accetta il suo messaggio nella sua totalità e nelle sue esigenze. Si sviluppa altresì mediante la sensibilità propria della Chiesa, sensibilità rafforzata da una volontà disinteressata di servizio e dall’attenzione ai più poveri.
Attinge infine ad una ricca esperienza secolare, che permette a tale insegnamento sociale di assumere, nella
continuità delle preoccupazioni permanenti, l’innovazione ardita e creatrice richiesta dalle presenti situazioni
del mondo.”
Il testo dice anzitutto due NO. Nel fare discernimento, nel leggere la storia, dobbiamo dire no alle forme
ideologiche; l’insegnamento sociale della Chiesa non mette la firma sotto una determinata struttura né
propone un modello prefabbricato al quale attenersi (in nome del vangelo non si è né americani né
antiamericani). Il no è detto anche ai richiami generici, che non prendono posizione e si limitano a principi
buoni per tutte le occasioni. 
Il SI è detto nei confronti non di una soluzione facile, ma di un itinerario di discernimento delineato dal testo.
Si parte da una riflessione che va fatta a contatto continuo con le situazioni mutevoli, si tratta cioè di una
sorta di work in progress: un lavoro continuo da fare, non a tavolino ma a contatto con la realtà i cui dati si
modificano. La riflessione va fatta stando sul campo, non tirandosi fuori. Riflettere stando dentro è un rischio,
è difficile, ma non possiamo pensare che ci sia una parte che patisce la situazione mentre chi vi riflette ne sta
fuori. 
Il necessario riferimento evangelico non è risolto nel senso di avere tra le mani un ricettario; si parla di
impulso del vangelo appunto perché il vangelo non ti dà una risposta già fatta, è un impulso a partire dal
quale bisogna poi trovare insieme le risposte.
Il riferimento ai poveri è criterio indispensabile per farsi carico del problema a partire da chi in qualche modo
ne paga il prezzo maggiore, vicino o lontano da noi; e non in termini unicamente monetari. 
Con il coraggio dell’innovazione ardita e spinti da una creatività, che prospetta soluzioni capaci di rendere
perennemente viva e vitale la ricca esperienza maturata nei secoli dalla Chiesa nell’ambito del discernimento
evangelico, si rinnova così lo stesso insegnamento sociale cristiano.
In sintesi un invito coraggioso a leggere la storia, evitando forme ideologiche e richiami generici; maturando
un discernimento, che non si fa a tavolino ma confrontandosi con la realtà nei suoi cambiamenti; con
attenzione a chi paga i prezzi maggiori, quindi ai poveri, nella fedeltà evangelica che è capacità di
innovazione non ripetizione di schemi.2. La forza della riconciliazione 3.2(ECEI 3,2099-2100):
necessità del discernimento spirituale in dialogo continuo per giungere a evidenze etiche condivise (no a
posizioni confessionali nella ricerca del bene comune)
L’ultimo testo è un numero del documento “La forza della riconciliazione”, elaborato dalla Chiesa Italiana per
il convegno di Loreto. E’ testimonianza di una stagione in cui la Chiesa non si chiude entro sé stessa ad
elaborare i propri riferimenti; s’immerge nella realtà, condivide la ricerca anche con chi non crede, per
approdare a quelle evidenze etiche che uniche possono operare riconciliazione nella pluralità, affinché non si
cada o nella disgregazione o nella conflittualità continua.
Non possiamo entrare nel comune terreno sociale, politico, economico… per salvaguardare i valori cattolici,
perché questo diviene fonte di divisione oltre che dare legittimità a coloro che vorrebbero un domani imporre
valori confessionali di altro tipo (islamici o laicisti, non importa). Si va per trovare insieme, con fatica, le
convergenze a partire da evidenze etiche non confessionali, condivisibili quindi da parte di ogni donna e
uomo di buona volontà. 
Bisogna riconoscere che tale intuizione è stata poi in parte sconfessata da una direzione differente,
intrapresa dalla Chiesa italiana nel dopo Loreto.
Quando pertanto si fa discernimento tra cristiani, lo si fa a partire dai riferimenti di fede; ma quando il
discernimento arriva sul terreno comune a tutti, deve essere un discernimento che trova convergenze
ulteriori. La forza della riconciliazione dovrebbe strutturare una società non perennemente in guerra e
nemmeno in balìa del più forte, bensì capace di un confronto aperto e costruttivo. 
In questo testo si parla di discernimento spirituale: viene anzitutto dallo Spirito, che permette di interpretare la storia; si afferma infatti “l’urgenza di un discernimento spirituale e pastorale relativo ai fatti di civiltà e di
Chiesa ed al rapporto tra Chiesa e universo civile entro il quale essa è via via chiamata a realizzare il proprio
compito”. Senza discernimento non è possibile per la Chiesa realizzare la sua missione di annunciare il
vangelo nell’oggi.
E il documento continua: “Ma che cosa vuol dire fare un discernimento? Significa rendersi sensibili all’azione
dello Spirito nella comunità degli uomini d’oggi, per favorire quelle realtà e processi che appaiono mossi dallo
Spirito di Dio”. Dobbiamo lasciarci sollecitare dallo Spirito, che non è monopolio nostro; egli è infatti all’opera
nelle comunità degli uomini di oggi (non si afferma: nella comunità dei credenti). Il discernimento pertanto è
spirituale se coglie come lo Spirito soffia dentro la percezione che uomini e donne hanno dei fatti della vita, al
di là delle loro appartenenze.
E’ questo che va favorito, non le cose di Chiesa, attraverso una lettura che intuisce i processi che stanno
facendo lievitare qualcosa di nuovo. Un testo del profeta Isaia afferma: ” Non ricordate più le cose passate,
non pensate a quelle antiche; ecco c’è una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”
Quindi sensibili allo Spirito per cogliere le realtà iniziali alle quali bisogna dare fiato, perché lì lo Spirito sta
trasformando il mondo e la storia. Non si tratta di seguire l’opinione che va per la maggiore, ma di permettere
il lievitare un mondo nuovo, diverso da quello che conosciamo finora. 
Dall’altra parte lo stesso Spirito chiede anche il coraggio della denuncia profetica “per smascherare e
contrastare quelle realtà e processi culturali e sociali che appaiono contrari allo spirito evangelico”. Non si
tratta di essere “contro” qualcosa o qualcuno per partito preso, ma di avere la libertà interiore come cristiani e
istituzionale come Chiesa per non asservirsi ai poteri forti.
Se hanno senso i passaggi fatti: la necessità di leggere la storia come testo, altrimenti siamo “una
generazione adultera e perversa”, le indicazioni della Chiesa sui “segni dei tempi” da interpretarsi alla luce
dello Spirito che viene anche dagli altri, la sfida a immaginare un mondo nuovo coltivando il positivo anche
piccolo e iniziale e denunciando ill negativo; ne deriva che:
1. Non possiamo non fare una lettura della questione Dal Molin, perché non farlo ci vedrebbe inadempienti
nei confronti dello Spirito e della storia, renderebbe muto il vangelo che annunciamo, tradirebbe il compito
che la Chiesa ha nei confronti del mondo.
La necessità del discernimento è per capire che cosa Dio dica in questo momento al fine che tutti abbiano
vita e l’abbiano in abbondanza. Se non lo facciamo l’evangelo diviene parola morta, in quanto non riesce a
dirsi dentro i fatti della vita, un libro chiuso e non un libro aperto sull’oggi.
2. Chi lo fa, chi è il soggetto del discernimento?
E’ un soggetto comunitario, tutta la comunità dei credenti
deve poter fare questo discernimento. Non tuttavia una comunità separata bensì immersa dentro la comunità
degli uomini e delle donne, quindi con il criterio del bene comune non con un criterio confessionale. Lacomunità delle donne e degli uomini va intesa globalmente, perché l’evangelo è una Parola di
“globalizzazione” in senso universale. Non posso riferirmi alla mia singola comunità, devo capire le
interferenze che ci sono con la comunità mondiale. Oggi siamo particolarmente avvertiti che nessuna scelta
riguarda solo noi ed è immorale agire in base ad un egoismo corporativistico.
3. La comunità cristiana non è però una comunità indifferenziata, ciascuno contribuisce al discernimento
comune a partire dalla propria condizione e dal proprio ruolo. Bisogna stare attenti tuttavia al “gioco delle
parti”: laici e pastori che di volta in volta si rimandano la palla. 
I laici hanno il dovere in prima persona di discernere le cose del mondo, come dice il Vaticano II, ma non solo
quando conviene! In effetti assistiamo al gioco delle parti quando i pastori ritengono che alcune cose è meglio
che le dicano loro, anche in campo sociale e politico; mentre su altre è meglio che loro non si pronuncino e
allora tocca ai laici esporsi.
I laici vanno coinvolti sempre, con le loro competenze, con la loro sensibilità, con le loro conoscenze, non
vanno mai espropriati della parola, in tutte le questioni ecclesiali e non.
I pastori d’altra parte sono anch’essi chiamati ad intervenire nel discernimento, con le loro modalità, non
sostituendosi ai laici, in un dialogo continuo. Padre Sorge, nella riedizione del suo volume “Introduzione alla
dottrina sociale della Chiesa”, sottolinea problematicamente i “silenzi dei vescovi italiani su certi argomenti”;
afferma che purtroppo non si spiegano se non “con la speranza di vantaggiose contropartite per il bene della
comunità ecclesiale (e qui c’è già un limite, perché il discernimento non ha come riferimento il bene della
comunità ecclesiale bensì della comunità degli uomini e delle donne) e in difesa di alcuni valori etici (e alcuni
dice già una scelta si parzialità) si tratti dei sussidi alla scuola cattolica o dei soldi agli oratori o dei buoni
famiglia”.
Chi fa discernimento è pertanto la comunità nella sua articolazione di laici e di pastori; ai laici va riconosciuto
lo spazio proprio, ai pastori il compito di pronunciarsi in dialogo continuo con tutto il popolo di Dio.
Come fare il discernimento? Alcuni passaggi essenziali
1. La questione:
conoscerla nei suoi vari aspetti, valutarne la significatività ed urgenza; nel caso Dal Molin non va oscurato
l’aspetto primario, che si tratta di una base militare (si apre quindi il tema della guerra, della guerra giusta,
dell’ingerenza umanitaria…).
Avere il più possibile chiara la questione è il primo passo di ogni discernimento. Nel caso Dal Molin non
abbiamo tutti gli elementi, soprattutto a livello ufficiale, cosa che le autorità preposte dovrebbero essere
tenute e comunicare ai cittadini. 
In questa conoscenza della questione nei suoi vari aspetti possiamo elencare tutti i vari impatti, da quello
ambientale a quello economico; questi non possono tuttavia oscurare la questione nel suo nucleo che è
militare. Non si può fare discernimento sfuggendo a questa questione, perché qui non abbiamo a che fare
semplicemente con un insediamento abitativo. Bisogna pertanto che ci poniamo la domanda sul tema della
guerra, delle armi, della corsa agli armamenti…tenendo conto del cammino fatto dalla stessa Chiesa sul
tema della guerra, che poi è divenuto il problema della guerra giusta, più di recente l’interrogativo
sull’ingerenza umanitaria.
Conoscere la questione e valutarne la significatività, per chi è credente, vuol dire capire in che senso ne va
dell’Evangelo quale parola viva capace di dire qualcosa nell’oggi; non è questione pertanto semplicemente di
dare un’opinione sul Dal Molin.
2. La disposizione spirituale:
ascolto della Parola e preghiera, per la conversione del cuore; disarmare: l’approccio ideologico (un’idea o
uno schieramento ideologico che prevale sull’altro), l’approccio spiritualistico (non bastano buoni sentimenti
religiosi astratti), l’approccio moralizzante (i buoni a una parte e i cattivi dall’altra)
Nei passaggi del discernimento ci vuole una disposizione spirituale. Dicevamo che lo Spirito non è solo
possesso nostro, egli spira dove vuole; ma ogni discernimento porta a convertire anzitutto noi stessi. Non lo
faccio sugli altri, è sulla mia esistenza, sulle mie scelte, sui miei stili di vita, sulle mie priorità, su quello che è
importante o non importante per me… Per questo il credente sosta ultimamente in preghiera; essa non è il
luogo del disimpegno, è anzi il luogo massimo dell’impegno. Solo chi prega riesce a prendere posizione, finoin fondo.
3. Ilconfronto trasparente:
ascolto vicendevole più che contrapposizione; attraversamento del conflitto, senza cercare di vincerla
sull’altro (il discernimento non fa vincitori e vinti); non verso l’unanimismo, ma la profezia e la libertà
evangelica
Il confronto dovrebbe essere libero e franco, possibilmente fraterno, fatto in atteggiamento di ascolto
reciproco (davvero ascolto l’altro, non aspetto che finisca per dirgli la mia opinione). 
Nel confronto si deve accettare di attraversare il conflitto, non possiamo pesare che quando si giunge a
posizioni diverse o addirittura contrapposte si rinuncia a confrontarsi. E’ quanto sta capitando nelle
parrocchie, dove non si affronta più nessuna lettura della storia per non entrare in conflitto; ci limitiamo alla
lettura del Vangelo e anche questa la facciamo senza andare a fondo, per non far emergere le posizioni
diverse. I Consigli Pastorali parlano delle liturgie (sacre o profane, quelle che si fanno in chiesa e quelle che
si fanno nelle feste patronali) non di ciò che può diventare “scandalon” (che significa “pietra di inciampo” e
viene detto di Gesù e del vangelo).
Bisogna peraltro attraversare il conflitto con mentalità nonviolenta, senza voler fare vincitori e vinti, quindi con l’idea non di averla vinta ma di scegliere evangelicamente.
Accettiamo anche che nel confronto non ci saranno posizioni unanimi, perché la fraternità cristiana non
significa unanimismo. Tra cristiani non è detto che si abbiano sempre e tutti le stesse idee, va accettato che
ci siano posizioni differenti purché si confrontino. 
4. La decisione:
il discernimento, in quanto atto pratico, arriva a prendere posizione, valorizzando il cammino per arrivarci
(sinodalità); la decisione non chiude la questione, non perché non si arrivi a pronunciarsi in modo chiaro, ma
perché si favoriscono ulteriori riflessioni e decisioni personali e collettive.
L’ultimo passaggio del discernimento è la decisione. Dopo il confronto, attraversato il conflitto, accettando
che non c’è l’unanimità, o si arriva a prendere posizione o di fatto non si fa discernimento. La decisione è un
prendere posizione non in forma ideologica (la mia idea ha vinto contro la tua), né in forma moralistica (io
sono il buono che ha ragione e tu sei il cattivo che ha torto). Importante è arrivarci valorizzando il cammino
fatto insieme, il percorso per giungere alla decisione, mettendo in campo idee diverse, confrontandoci,
attraversando i conflitti, cercando pazientemente di capire, ascoltandoci… Tutto questo diventa un patrimonio
prezioso e costituisce il volto sinodale della comunità cristiana (la parola greca “sinodo” significa infatti
“strada fatta insieme”).
La decisione presa non chiude la questione – come non chiude la questione Dal Molin questa mia riflessione
– ma non nel senso che rimanga decisione nebulosa e poco chiara; piuttosto nel senso che favorisce
approfondimenti successivi e prese di posizione personali e collettive, con ulteriori scelte.
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