O.P.S.A. e SAIN MARTIN – UNA STORIA D’AMORE CHE SI LEGGE D’UN FIATO – Angelo Nocent

opsa_dallalto

Ritrovando un amico dopo cinquant’anni, l’altro giorno ho  scoperto  anche un tesoro, anzi, due: il modo di pensare e agire, PENSIERO E AZIONE, di due sacerdoti dal temperamento diverso ma dall’ideale comune.

Opsa1

O.P.S.A. : Opera Provvidenza Sant’Antonio – CHRISTO IN FRATRIBUS

NON E’ APPARSA LA MADONNA MA QUI E’ COME UN SANTUARIO, META DI PELLEGRINAGGI. SOLO CHE IL SANTUARIO NON E’ DI PIETRE, DI STUCCHI DORATI, DI PREGEVOLI PALE D’ALTARE,  MA DI PERSONE IN CARNE ED OSSA

C’E’ ANCHE LA CHIESA, BELLA SPAZIOSA, MA IL “SANTUARIO” E’ ALTRA COSA: CHRISTO IN FRATRIBUS.

Opsa2

opsa3

O.P.S.A. - Mons. Roberto Bevilacqua

“Servire Cristo nei fratelli”: il programma dell’Opera –  http://www.operadellaprovvidenza.it/

Mons. Roberto Bevilacqua

“Si è più beati nel dare che nel ricevere!”.

                                                                                   Atti 20,35

Don Gabriele Pipinato

Don Gabriele Pipinato

Mons. Roberto Bevilacqua Introduzione di Mons. Roberto Bevilacqua, Direttore dell’Opera della Provvidenza 

Permettetemi di dire una parola sul legame che si è instaurato tra l’Opera della Provvidenza e il Saint Martin, che è stato fondato e tuttora è diretto da Don Gabriele Pipinato.

 

È arrivata in ottobre scorso, il mese in cui c’è stato un po’ il clou delle celebrazioni per il 50º anniversario dell’OPSA, questa lettera del Saint Martin, che dice questo:

Caro padre, accolga il saluto di pace e di estrema riconoscenza da tutta la famiglia del Saint Martin. Con questa lettera vogliamo sinceramente ringraziare l’OPSA per il cammino fatto insieme negli ultimi sei anni e per i prossimi tre in cui continueremo ad essere uniti. 

Il vostro sostegno per il programma comunitario per persone con disabilità, unito all’affetto che sempre avete dimostrato nei nostri confronti, sono indice del vostro amore e impegno al servizio dei fratelli più poveri. Questo ci ha sempre incoraggiato e spronato, soprattutto nei momenti difficili. 

In questo momento, per i vostri cinquant’anni di storia, vogliamo congratularci con voi per la vostra dedizione quotidiana in favore delle persone con disabilità. Siete arrivati così lontano grazie al vostro amore per le persone più vulnerabili. Congratulazioni per aver fatto un gran lavoro. Possa il Signore benedirvi abbondantemente e darvi le energie necessarie per continuare su questa strada”. 

Mons. Roberto Bevilacqua-001Naturalmente questa lettera è rivolta al Consiglio di Amministrazione e al sottoscritto, ma anche a tutti voi che fate parte di questa grande famiglia dell’Opera. 

Come mai questa lettera? Essa è motivata storicamente dal fatto che nell’aprile del 2004 noi ci siamo impegnati a sostenere il programma comunitario per le persone con disabilità portato avanti dall’associazione Saint Martin. 

Il 30 aprile 2004, all’ordine del giorno di una seduta del Consiglio di Amministrazione, c’era il punto «Esame programma di sviluppo comunitario per persone con disabilità e impegno di finanziamento per il triennio 2004 2007». Era arrivata, attraverso il CUAMM, la richiesta di cointeressamento e di collaborazione, per portare avanti questo progetto che il Saint Martin aveva iniziato. 

Ben volentieri abbiamo aderito a questa iniziativa, sentendola come un’iniziativa che toccava profondamente il DNA della nostra istituzione, dell’Opera della Provvidenza. E quindi, proprio in questa apertura di orizzonti, abbiamo ritenuto, come Consiglio di Amministrazione, di sostenerla e di sostenere questo progetto. 

Ciò assume un profondo significato di comunione ecclesiale nella carità… E quindi proprio su questa linea, è stato finanziato il primo triennio e poi un secondo triennio. E poi, da quest’anno, un terzo triennio. E speriamo che questo sostegno possa andare avanti ancora. Non solo per il significato di sostegno finanziario – che è importante certamente – ma soprattutto per questa consonanza di amore nei riguardi delle persone che sono nel bisogno: le persone con disabilità. 

Don Gabriele ci illustrerà il progetto Saint Martin e ci dirà anche tante altre cose che credo facciano veramente bene al cuore. Abbiamo iniziato la Quaresima con l’invito di Gesù a convertirci e a credere al Vangelo. Credo che Don Gabriele, con quello che ci dirà, ci introdurrà profondamente nel significato di questo richiamo di Gesù: l’invito a credere profondamente al Vangelo.

 padre_gabriele_pipinato_direttore_di_saint_martin_a_nyhururu._in_kenya_imagelarge

Trascrizione dell’intervento di Don Gabriele Pipinato all’incontro formativo per il Personale dell’Opera della Provvidenza S. Antonio, tenutosi presso il teatro dell’Istituto l’11 marzo 2011 (1)

 

Introduzione

Buonasera a tutti. Vi ringrazio, ringrazio tutti, vi ringrazio davvero per avermi invitato.

Quello che io farò non è raccontare chissà cosa, ma condividere quello che viviamo al Saint Martin. Vi racconterò quello che ci raccontiamo noi. Faremo una condivisione, una condivisione insieme, insieme anche con Luca(2) che è vissuto lì cinque anni.

1. Lasciarci cambiare da un incontro con il povero

Innanzitutto vorrei dire un grazie e un grazie a tutti voi. Quando io ero bambino, i primi otto anni della mia vita li ho passati a Piove di Sacco, in Piazzale Serenissima. Poi sono venuto ad abitare a Padova. Se qualcuno di voi mi chiedesse che cosa ricordo di Piove di Sacco, risponderei “non tante cose”. Se mi chiedete chi ricordo, a parte i miei parenti, non ricordo nessuno.

Ricordo che giocavamo sulla mia strada con dei ragazzini, ma non ricordo nessuno esattamente, perché ero troppo piccolo.

Ricordo però una ragazzina, Nadia: è stata la prima persona con disabilità che ho incontrato nella mia vita. Mi ricordo di lei. Ricordo com’era fatta, ricordo i tratti specifici, le caratteristiche. Nadia mi è rimasta nel cuore. Ho scoperto che è così un po’ per tutti. Se andate a leggere il testamento di San Francesco, troverete che lui, che ha incontrato i Papi, che era amico e ha frequentato il sultano, non nomina mai il Papa e non nomina mai il sultano. Ma nel suo testamento dice che a metà della sua vita incontrò un lebbroso e questo lebbroso gli cambiò la vita. E quello che gli  faceva schifo prima dei lebbrosi, diventò dolce nella sua anima.

Tra tutti Francesco non ricorda i frati, non ricorda nemmeno i genitori, non ricorda il Papa, ma ricorda il lebbroso. “Questo incontro mi ha cambiato la vita”, dice Francesco.

Come facciamo a lasciarci cambiare da un incontro con il povero? È questo il tema dell’incontro di questa sera. È quello che noi tenteremo di raccontarvi.

Venendo avanti nella mia vita, il secondo incontro importantissimo nella mia vita con i disabili l’ho fatto qui all’OPSA nel 1988. Voi sapete che i seminaristi vengono tutti gli anni all’OPSA. Nel 1988 sono venuto anch’io con un nucleo di seminaristi ed è stata l’esperienza più importante per me di tutto il periodo del seminario.

Mi ricordo che sono stato nel reparto Terzo San Francesco. So che ora sono cambiati(3), ma allora era il Terzo San Francesco. E mi sono incontrato con persone come Toni, Maurizio, Orso, Odorico.

Strano, non mi ricordo i nomi degli operatori, ma ricordo i nomi degli ospiti. E alla fine dell’esperienza ho chiesto a Don Roberto se potevo portarli a mangiare a casa mia, convinto di fare un dono ai miei genitori. Non pensavo di ricevere il permesso così facilmente, invece l’ho ricevuto celermente.

Una domenica, quindi, li ho portati a mangiare a casa mia. È stato dopo che ho scoperto che nel Vangelo Gesù lo consiglia caldamente. Gesù nel Vangelo dice: “Quando dai un pranzo o una cena, non invitare i ricchi, invita i poveri, gli ultimi, i dimenticati, i disabili, i poveracci e voi sarete felici”. Infatti quella domenica ho fatto felice mia mamma e mio papà.

È stata una domenica indimenticabile e io vi devo ringraziare per questo. Vi devo ringraziare tutti per quello che fate a persone come ero io allora, giovani che vengono qui, che vi fanno portare un sacco di pazienza, che a volte intralciano il cammino – magari anch’io avrò intralciato il cammino di chi lavorava – persone che a volte sono illuse di aiutare, ma non aiutano per niente, che credono di fare e non fanno niente. Vi ringrazio di creare spazio e di dare possibilità a queste persone, magari di cambiare vita e ringrazio perché avete cambiato la mia. Grazie per tutte le persone che vengono in questa Casa.

2. Di tutte la più grande è la carità

In questa Casa, questa mattina ho notato un ospite. Non conosco il suo nome. Ma è un ospite che ogni mattina, quando finisce la Messa – io, quando posso, partecipo alla Messa all’OPSA – si inginocchia vicino al banco e prega a voce alta. Questa mattina pregava e diceva: “Gesù mio sposo, fammi come te. Gesù mio sposo, fammi come te”.

Nel Vangelo della liturgia odierna si parlava dei farisei: quelli bravi bravi, quelli cristiani cristiani, quelli più bravi di tutti. I discepoli del Battista protestano con Gesù: “È possibile – dicono – che tutti digiuniamo e i tuoi discepoli fanno festa, mangiano e bevono?” Gesù risponde: “Non possono digiunare, perché lo sposo è con loro”.

Vedete Gesù ha inserito una immagine che già c’era nell’Antico Testamento, ma Gesù l’ha ripresa con forza: la figura dello sposo. Nell’Antico Testamento si parla sempre di padre e figli. È una bellissima immagine, ma se io nasco in

una famiglia, il papà che ho, ce l’ho, mica lo scelgo. La mamma che ho, ce l’ho, non la posso scegliere. Sì, io amo i miei genitori, ma anche non ho alternative.

Gesù inserisce questa nuova figura. Noi siamo certamente figli di un Padre, ma Dio non è solo Padre e anche uno sposo. Se lo vuoi, bene, altrimenti… niente, ne puoi fare a meno. Lo sposo non è come un figlio. Un figlio nasce in una famiglia e gli tocca far parte di quella famiglia. Lo sposo, se vuoi, lo scegli, altrimenti no. Non importa.

Gesù mio sposo, fammi come te”. Chissà dove l’ha pescata questa frase! Ed è di amore che vogliamo parlare questa sera. Non so se si usa ancora scegliere una certa lettura per la liturgia del matrimonio. Ma quando io ero prete giovane, molti sceglievano per il loro matrimonio “l’inno alla carità”. Sembra riguardare poco il matrimonio, ma invece c’entra.

Vorrei raccontarvi l’inno alla carità come una poesia.

Comincia così: “Desiderate i desideri più grandi, abbiate i sogni più grandi! Ecco se voi state desiderando i desideri più grandi, se voi avete i sogni più grandi dentro al cuore, io sto per darvene uno più grande ancora!”. S. Paolo dice: “Uno più migliore del meglio, uno più grande di tutti”.

Io avrei bisogno di conoscere tante lingue. In Kenya ci sono 42 lingue. Se io potessi parlare 42 lingue, potrei parlare con tutti. Invece ne conosco solo due: inglese e kikuyo. Mi piacerebbe parlarle tutte. E S. Paolo dice: “Se anche parlassi tutte le lingue degli uomini e anche quelle degli angeli, ma non avessi l’amore, io non sono niente. Sono come uno strumento che suona a vuoto. E se anche avessi tutta la scienza … se anche avessi non solo la scienza, ma anche tutta la fede … la fede potente da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei niente.

Se poi dessi il mio corpo per essere bruciato e mi sacrificassi fino alla morte e dessi tutti i miei soldi ai poveri, ma non avessi l’amore, non avrei niente, non sarei niente”.

Uno si aspetta che S. Paolo, uno grosso e forte, dicesse che l’amore è completo sacrificio di se stessi, che l’amore è dare tutto. Invece no. S. Paolo dice: “L’amore è pazienza”.

Penso che questo farà contente soprattutto le donne. Ditemi se ha indovinato. “L’amore è pazienza”. La pazienza è una cosa grande. “L’amore è benigno”, cioè vede il bene. E poi descrive con una filastrocca che cos’è l’amore e finisce con quattro “tutto”: tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. I quattro punti cardinali: nord, sud, est, ovest.

L’amore non ha mai fine”, c’è sempre. Vedete noi possiamo anche dare tutti i nostri soldi ai poveri, fare i più grandi sacrifici, avere una fede che sposta le montagne, ma senza l’amore non siamo nulla. E vorrei proprio iniziare con questa poesia, per dare un tono a questa nostra serata di oggi. E con questa poesia vorrei anche chiedere che l’amore raggiunga i nostri cuori che raggiunga i cuori di tutti. S. Paolo dice:

Aspirate ai carismi più grandi. Io vi insegno una via che è migliore di tutte.

Se anche parlassi la lingua degli uomini e quella degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna.

E se avessi i doni della profezia,  conoscessi tutti i misteri della conoscenza e possedessi la pienezza della fede, una fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore… io non sono niente.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri e se anche dessi il mio corpo per essere bruciato per i poveri, ma non avessi l’amore, non mi serve a niente.

La carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine. I doni che avete passeranno, la scienza svanirà, tutto passerà. Ma queste tre cose rimarranno: la fede, la speranza e la carità. Ma di tutte la più grande è la carità.

 3. Guarda che io sono più importante!

Ecco, in quest’ora di formazione io chiedo al Signore che ci richiami e ci riporti vicini alla carità, all’amore. Perché altrimenti non serve a niente tutto il nostro lavoro. Non serve a niente. Siamo magari anche tanto generosi, ma se non abbiamo l’amore, non serve a niente. Voi lo sapete benissimo, lo sapete meglio di me.

Io vivo in una comunità di disabili. Disabili come quelli con cui voi avete a che fare ogni giorno. E voi lo sapete molto bene. Noi possiamo anche sacrificarci 20 ore al giorno, però i disabili con i quali io vivo capiscono come io li tocco quando faccio loro il bagno, capiscono se sono di fretta, se devo andare via o se sono lì per loro.

L’altro giorno stavo scrivendo. Stavo finendo di scrivere un libro sull’esperienza dei bambini malati di AIDS.

Abbiamo una casa per i bambini orfani malati di AIDS. Si chiama “Talita Kum”. Era un anno che andavamo avanti con quel libro. Non ne potevo più. Volevo finirlo. Sono venuto via dall’ufficio apposta, sono andato a casa, mi sono messo in camera e ho detto a me stesso “non mi muovo fino a che non ho finito”.

Mentre sto scrivendo e correggendo, arriva lui: Kababa. È un ragazzo Down della nostra comunità. Avrebbe dovuto essere in laboratorio, invece era lì. Si siede e comincia:

Come stai? Cosa stai facendo?”

E io rispondo, mi trattengo, sono gentile: “Kababa, ma perché non sei in laboratorio? Dai che ti accompagno in laboratorio. Vieni, andiamo”.

Penso tra me e me: “Chissà che resti là, buono, in laboratorio. Così potrò finire il mio lavoro”. Ritorno a casa, mi siedo. Torna Kababa. Non da solo stavolta, ma con Michael. Ben due.

Ah! Signore! Perché non ho chiuso a chiave la porta?” mi chiedo. Allora li accompagno nuovamente dall’assistente. Dico a lui che li trattenga lì, perché devo finire il libro. Sono un po’ spazientito: non ne posso più! Devo finire libro. “Fatemi finire il libro. Tienili qua: che non vengano a casa mia!”.

La sera dopo avevamo il momento di comunità in cui ci omunichiamo le nostre impressioni sulla vita comunitaria. Loro mi chiedono se il libro è finito. Rispondo che manca ancora un po’. Mi chiedono ancora: “Scrivi anche di noi sul libro?”. Rispondo di sì, che scrivo anche di loro.

E loro dicono: “Bello, bello.

E scrivi tante pagine di noi sul libro?”.

Rispondodi sì.

E loro continuano: “Allora senti Gabriele: scrivi qualche pagina in meno su di noi e rimani con noi qualche minuto in più!”

Come si suol dire: me la sono portata a casa!

Loro mi hanno mandato questo messaggio chiarissimo: “Tesoro, guarda che io sono più importante di quello che stai facendo tu. Tu scrivi su di me. Ma guarda che io sono qui. Non usarmi per il tuo libro: amami per quello che sono”.

È questo quello di cui S. Paolo parla: noi possiamo fare tutti i libri del mondo, ma se non abbiamo l’amore, non serve a niente. Come uno strumento che suona a vuoto. E siamo tutti dentro questa dinamica. È per questo che facciamo questi momenti di formazione: dobbiamo crescere, dobbiamo camminare verso quel punto lì. È un punto di amore: provare ad imparare a volerci bene.

4. Lasciamoci cambiare dai poveri

Il Saint Martin è in Kenya, più precisamente a Nyahururu. Il Kenya è grande quasi due volte l’Italia. È fatto da 42 etnie diverse. Il Saint Martin e lì perché c’è una storia, perché è avvenuto un incontro.

Il 70% della gente è contadina. La zona dove opera il Saint Martin è tra due regioni: Nyandarua North e Laikipia West. È tagliato in due dalla linea dell’Equatore. C’è una temperatura sempre costante tra i 19 e i 24 gradi. Siamo a 2300 metri sul livello del mare.

Proprio in questo territorio il Vescovo Bortignon aveva deciso di mandare i primi sacerdoti missionari. Sacerdoti della diocesi inviati “fidei donum”, cioè come dono per essere una risorsa. E questo accadde più di cinquant’anni fa.

Il Saint Martin fa parte, quindi, di una storia. Il Saint Martin nasce grazie all’opera di un prete trentenne, inviato dalla diocesi di Padova. Nasce dall’incontro di questo giovane prete con il giovane Thomas (vedi più avanti).

Ero in Kenya come nuovo cappellano in una parrocchia gestita da sacerdoti padovani “fidei donum”. Il parroco mi chiese di andare a benedire le case. Lì ci sono distanze grandi ebisogna muoversi con la jeep. Tutti vogliono che ti fermi a mangiare. Per questo avevo deciso di fermarmi a mangiare ogni cinque case: a forza di bere ciai e tè con latte diventeresti un pallone!

Ora, quella volta, la quinta casa dove mi sono fermato per prendere da mangiare era abitata da una signora un po’mfanatica, che voleva che io benedissi tutto quanto il granoturco, i fagioli, le mucche perché facessero più latte e così via. Mi faceva un po’ specie, però ho benedetto tutto perché il parroco mi aveva detto “quello che ti chiedono di benedire, tu benedici” e io l’ho fatto.

Poi mi sono messo seduto in casa, perché in Africa si usa così: mi sono seduto e la signora era andata fuori a preparare il tè. Ero seduto lì da solo, quando sento un rumore dietro una porta: l’unica porta dietro la quale la signora non mi aveva accompagnato. Io avevo 29 anni, ero curioso. La signora non c’era e quindi vado ad aprire la porta. Apro e guardo dentro.

Aprendo la porta mi viene addosso – ricordo ancora adesso come fosse quel giorno – un odore nauseabondo. Aprendo la porta faccio entrare un fascio di luce in quello che, più che una stanza, era una specie di sgabuzzino. Non c’era finestra in quella stanza. Nel semibuio intravvedo una sagoma di un ragazzo giovane, nudo, seduto sul suo sporco. Era lì seduto per terra da tanto tempo.

In quel momento entra la signora. Io sono un po’ imbarazzato, perché sono andato a mettere il naso dove non dovevo.

Mi scusi signora – dico – ma ho sentito rumore sono venuto a vedere. È suo figlio?”. E mi dice che è suo figlio. Io non sapevo cosa dire: “Signora, mi ha chiesto di benedire le  galline… ma ora benediciamo anche lui”.

La signora mi chiede: “Perché, si può? Si può benedire un figlio disabile?”. Non aveva nessun dubbio che si potessero benedire le galline, ma un figlio disabile si poteva benedire?

Era coerente con un ragionamento. Il suo ragionamento era: tutti mi hanno insegnato, la nostra cultura mi ha insegnato che un disabile è “maledetto da Dio”. E se è un maledetto da Dio, come può diventare un benedetto da Dio? Come si può benedire una persona che Dio ha maledetto? Tutto ciò ha una sua logica.

Certo che si può benedire – dico io – anche battezzare”.

Ma è sicuro Padre?”, risponde lei.

Sì, sono sicuro”. E lo abbiamo battezzato.

Io ingenuamente ho detto: “Invitiamo i vicini”.

La signora mi ha risposto: “Nessuno sa che io ho un figlio disabile”. Infatti era bianco di carnagione: non aveva mai visto il sole; era sempre stato in quello sgabuzzino.

Allora l’ho battezzato senza invitare nessuno. E dopo il battesimo ho scritto i dati. Ho chiesto di che anno era. “1965” rispose la mamma. “Ma come – dissi io – siamo della stessa classe. E in che mese è nato?”

Aprile”, risponde la mamma.

Aprile, come me” ho detto io. “Guardi, signora, lei aspettava un bambino, quando anche mia mamma aspettava un bambino”.

Ma lei mi rispose: “Sì, ma che differenza”.

Che differenza. Tornato a casa, la notte non ho mai dormito, non ho mai chiuso occhio a pensare “che differenza”.

Dopo ho chiesto al parroco se potevo iniziare qualche cosa che si occupasse di disabili. Ho chiamato 11 persone di fiducia della parrocchia: i primi 11 volontari. Con questi primi 11 volontari siamo andati a visitare questo giovane che si chiamava Thomas. Siamo andati a visitare Thomas e io vi assicuro che è stata una visita straordinaria. Nessun professore, nessun esperto, neanche dell’OPSA ha potuto convertirci e cambiarci il cuore come ha fatto Thomas. Perché Dio le sue missioni migliori le affida ai poveri non ai professori.

Dio le sue missioni migliori le affida ai suoi poveri. La missione di Thomas è stata quella di cambiarci, per iniziare un programma di cui avrebbe beneficiato non Thomas, ma tutti gli altri disabili.

Per l’incontro successivo, ci siamo trovati sotto un albero. Ci siamo ritrovati con questi volontari per capire che cosa potevamo fare. È in quel momento che il catechista della zona in cui viveva Thomas è venuto ed ha interrotto il nostro incontro per comunicarci che Thomas era morto quel mattino.

Ho visto che tutti avevano le lacrime agli occhi e tutti hanno detto che Thomas non sarebbe morto prima di aver compiuto la sua missione di cambiarci il cuore.

Lasciamoci cambiare il cuore, lasciamoci cambiare dai  poveri. E lì è iniziato il progetto dei disabili.

Sono veramente grato all’OPSA. Perché io trovo soldi per l’AIDS. Con fatica, ma li trovo. Per i ragazzi di strada, a fatica, ma li trovo. Per le ragazze di strada, per le bambine abusate sessualmente, i soldi li trovo. Anche gli aiuti vanno con le  mode. Adesso va l’AIDS. Ma i disabili non sono mai andati di moda. E se io non avessi l’OPSA che sovvenziona il progetto, per me sarebbe molto difficile trovare i soldi. Non ci sono fondi per i disabili. Non ci sono fondi a cui attingere. E veramente ringrazio, non solo per i soldi, ma anche per la fraternità che si è instaurata al di là dei soldi.

5. Il povero: un problema o un dono?

Spesso si usa un verbo: “risolvere”. Noi siamo chiamati a “risolvere”. Ma “risolvere” che cosa? Noi siamo chiamati a “risolvere un problema”. E questo è il nostro problema: considerare il povero “un problema”. Lui, per noi, è “un problema”. E io sono colui che risolve il problema.

Il povero chi è? È un problema. E io chi sono: colui che risolve il problema. Quasi Dio. Un gradino solo sotto. Ma comunque colui che risolve il problema. Io ho bisogno di sentirmi buono, risolvere i problemi. Dall’alto della mia bontà assisto questo mio fratello.

Qui c’è qualcosa che non va. Ho letto sui giornali di quel caso di quel bambino che la preside non voleva mandare in gita col resto della classe. Diceva ai ragazzini compagni di classe: “Ssshhh! Non dite niente! Che lui non sappia niente! Così non viene in gita”.

Una bambina si alza in piedi e dice: “Se non viene lui, non vengo neanche io. Un altro bambino si alza in piedi, un altro bambino si alza in piedi. È in piedi tutta la classe che dice: “Se non viene lui, non veniamo nemmeno noi”.

Davanti a una cosa così Gesù dice: “Ti benedico Dio, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai ricchi e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli e ai poveri. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te”.

Ma io mi chiedo: perché questa bambina si è alzata in piedi? Sul giornale c’era scritto “per un senso di giustizia”. Sì, certamente in lei c’è stato un po’ di senso di giustizia, un po’ di indignazione. Ma c’è una cosa più profonda, che la bambina ha capito: che questo bambino disabile non è un problema, ma è una gioia, è un dono. Lei ha ascoltato la voce profetica di questo bambino disabile.

Noi possiamo vivere quarant’anni al servizio dei disabili, ma rimanere incapaci di ascoltare la voce profetica che viene da loro. Quando io ero piccolo nella nostra strada correvamo con gli altri bambini. Io volevo sempre arrivare primo.

Facevamo le squadre: io sceglievo sempre i più forti e l’altro sceglieva sempre i più forti. E Nadia restava sempre ultima. Ma Nadia era felice perché era nel gruppo. Alla fine era felice di essere con noi. Noi la trattavamo malissimo, non la sceglievamo mai, ma lei era felice con noi perché non le interessava arrivare prima. Le interessava stare con noi. Non interessava essere scelta per prima, interessava la relazione con noi.

Anche le nostre opinioni sono sbagliate: il povero non è un problema, è un dono. Potrebbe diventare una risorsa nella nostra vita.

Un giorno ero nel mio ufficio e mi si presenta una coppia. Una bella coppia che conosco, stanno sulle colline. Vengono da me e mi dicono: “Guarda, padre Gabriele, siamo proprio contenti di essere qui. Abbiamo deciso di prendere in affidamento un bambino di strada”.

Che bello – dico io – grazie”. Quindi li porto dal  responsabile dei bambini di strada: c’era tutto un processo da fare, dei corsi, ecc. Ritorno in ufficio, mi siedo e vado avanti col mio lavoro. Ad un certo punto entra il direttore del progetto per i disabili e mi dice: “Gabriele, dobbiamo dirti una cosa. È successa una cosa tristissima: ti ricordi quella famiglia di Gatundia, di cui hai sepolto il papà l’anno scorso, che era morto di AIDS?”

Si ricordo”, rispondo io.

Ieri notte è morta anche la mamma”

E i bambini?” chiedo io. Erano 10 bambini.

I bambini li abbiamo sistemati tutti. Abbiamo trovato le famiglie che hanno preso in affidamento questi bambini. Tutti tranne l’ultimo nato. Si chiama Kamau”.

Perché Kamau no?”, chiedo io.

Non ti ricordi? Kamau è disabile fisico e mentale, ha problemi gravi”, mi risponde il responsabile.

Sì, ora ricordo. Ma dov’è ora Kamau?”, chiedo ancora.

Kamau è in macchina qui fuori. Cosa facciamo, Padre?”.

Tenete conto che tutto si svolge il sabato pomeriggio. A quel tempo non avevamo la comunità per disabili che abbiamo adesso.

Cosa facciamo? – dico io – Lo porto a casa io sabato e domenica. E lunedì lo porto dalle suore di Madre Teresa, che hanno aperto una specie di istituto a Nairobi”.

Il mio era uno slancio di generosità. Poi però ho pensato: “Mamma mia, domani è domenica. Ho tre messe. Come farò?”

Mi viene in mente la coppietta. Vado e dico loro: “Il bambino di strada ve lo daremo certamente, ma non è che mi fate un piacere per questo weekend di tenermi questo bambino disabile e poi lunedì vengo a prenderlo e lo porto dalle suore di Madre Teresa?”.

Sapete cosa mi hanno risposto? “Padre, ci pensiamo un attimo”.

Ah! che delusione: una coppia che è pronta a prendere in affidamento un bambino di strada che però rifiuta questo bambino per un sabato e una domenica.

Io non sono sposato, non conosco bene le dinamiche familiari. Io sono un prete e come spesso fanno i preti “avevo fretta di risolvere il problema”. Non ho compreso che i due dovevano parlarsi come si fa in tutte le famiglie.

Comunque dopo un po’ loro rientrano e mi dicono: “Se non ti dispiace, Padre, noi avremmo deciso che non rimaniamo due giorni con questo bambino, ma rimaniamo per tutta la vita”.

Come – dico io – tutta la vita?”.

Sì – continuano – pensiamo che se siamo venuti qui a cercare un bambino ed è arrivato qui questo bambino, non è arrivato per caso. Tu, Padre, pensi sia per caso?”

Ma io non so…” – risposi imbarazzato – “Ma non l’avete ancora visto, non è proprio… Sentite, provate 15 giorni e poi ne parliamo”.

Loro provano per 15 giorni e poi rimangono definitivamente con il bambino.

Dopo un anno, io sono seduto nel mio ufficio. Bussano alla porta, dico “avanti “e vedo entrare proprio loro. Prima di tutto provo un senso di colpa: era un anno che avevo dato loro il bambino e non ero mai andato a trovarli. Provai sudori freddi. Poi mi è venuto in mente: “Questi me lo danno indietro”.

Nel frattempo era arrivata una circolare dalle suore di Madre Teresa che avevano aperto quella casa. In tre mesi l’avevano riempita e quindi avevano scritto a tutti i preti dicendo che non potevano più prendere nessuno.

Io penso alla circolare, faccio un sorriso ipocrita e dico: “Che contento che sono di vedervi. Benvenuti, accomodatevi”.

Loro si accomodano. Io tremo, perché me la sento che me lo danno indietro.

Il papà ha iniziato a parlare e ha detto: “Padre, siamo venuti a far spese in città e siamo venuti a trovarti”. La mamma ha continuato: “Siamo venuti qua per ringraziarti”.

Ringraziarmi? – dico io – E di cosa?”

Siamo venuti a ringraziarti per il dono di Kamau nella nostra vita. Guarda, Padre, davvero Kamau ci ha fatto tutti migliori. Kamau è stato un dono. Kamau ci ha cambiati”.

Da qui è cambiato il nostro modo di lavorare al Saint Martin.

Basta vedere il disabile come un problema, il povero come un problema. Proviamo a vederlo come una risorsa, che può far felice una famiglia. Se io lo avessi portato dalle suore di Madre Teresa, toglievo la possibilità a una famiglia di diventare quello che sono diventati.

Dobbiamo proprio cambiare il nostro modo di vedere il povero.

6. La comunità: da deserto a erba verde

Ora c’è la lettura del Vangelo; questo Vangelo racconta un po’ di quello che vi ho detto del nostro nostro metodo di lavoro.

Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi; lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?» Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull’erba verde; e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta. Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e furono sazi, e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci” (Mc 6,35-43).

Questo Vangelo è pieno di contraddizioni: non si capisce se è deserto o è un prato con erba verde. Manca la coerenza.

È un posto bello o un posto brutto. Questo è il dramma di tutti noi: il posto bello dove siamo, lo percepiamo sempre brutto.

Anch’io sono fatto così: mi lamento del Vescovo, mi lamento del mio superiore, di quello che non capisce, del mio collega che non capisce… Come i discepoli di Gesù: “È tardi… è buio… mandali a casa… non possiamo mica star dietro tutti…”.

Ricordate invece S. Paolo: “La carità è benigna”, cioè vede il bene.

Tornando alla lettura del Vangelo: siamo nel deserto. Ma poi diventa un paradiso: erba verde.

Ma allora la domanda è: “Siamo davvero nel deserto dove tutto è brutto?”

Questa storia che noi stiamo vivendo, questa storia dell’OPSA, questa storia che state vivendo all’OPSA, in verità, è la più bella possibile!

In ogni tempo, tutte le persone hanno sempre detto che la loro epoca era la più difficile, la più schifosa. Spesso si sente dire: “Una volta sì che si stava bene!”. E magari si fa riferimento ad un’epoca in cui in Europa c’era Hitler. Ma allora di cosa stiamo parlando?

Adesso è il tempo favorevole! Adesso è il tempo migliore possibile!

Sapete cosa vi dico, da esterno, dell’OPSA: è un posto meraviglioso! È il luogo più profetico della diocesi di Padova!

Lo so che voi pensate: “Tu dici così perché non sei qui. Se tu fossi qua, vedresti tutte le rogne che ci sono”.

Ma lo so. Si può dire la stessa cosa anche del Saint Martin. L’altro giorno uno mi ha detto: “Qui al Saint Martin il cielo tocca la terra!”.

Sì, tua nonna tocca la terra!”, ho pensato io. Avevo appena fatto baruffa!

Chi vive dentro, vede tutte le “magagne”. Ma io, da fuori, vi dico che siete bravi. Che quello che state facendo è una cosa grande. State partecipando ad una cosa immensa, bellissima, un segno profetico in questa nostra città di Padova, in questa nostra Italia. Un segno bellissimo. È la carità.

Allora, la prima cosa da dire è che questo luogo non è deserto.

Seconda cosa da dire: nel brano il verbo “comprare” compare quattro volte. Dobbiamo uscire da questa logica.

Gesù non moltiplica i pani, non aumenta il numero dei pani.

Aumenta la capacità di condividere i pani, aumenta l’amore, aumenta i gesti di generosità.

Non aumenta il pane. Se tu aumenti il pane, succede una disgrazia. Dopo cinque minuti è finito. Ed è finito il miracolo.

Pensate veramente che Gesù faccia miracoli che durano cinque minuti?

Noi missionari qualche volta facciamo così: moltiplichiamo i pani, aumentiamo il numero dei pani. Se uno ha fame, giù una pagnotta di pane. Ma non è questo il lavoro che dobbiamo fare. Se lui ha fame, dobbiamo mobilitare le risorse della comunità.

Perché tutti credono in Dio, in Africa, ma nessuno nelle persone. Io ho creduto che solo io e le suore di Madre Teresa potevamo risolvere il problema di Kamau. Avevo un problema da risolvere. E ho pensato che io o le suore di Madre Teresa potevamo risolverlo. Poi mi è venuta in mente la coppia. Ma tardi e per interesse, perché avevo da fare. Capite? Solo io o le suore di Madre Teresa potevamo risolvere il problema.

Invece no. Ci sono “loro”. “Loro” davvero possono risolvere il problema. Solo che bisogna credere alle persone.

Io, a volte, non credo alle persone. Credo in Dio, ma non credo nelle persone.

Supponiamo che loro possano aiutare questo bambino disabile, ma non possano risolverne tutti i problemi. Bene, i vicini di casa possono dare una mano. Allora lei potrà, magari, comprare le medicine perché è una dottoressa. E lei potrà prestare la macchina per andare a fare una visita, perché ha una macchina e loro non ce l’hanno.

Loro si mettono d’accordo con loro e voi vi mettete d’accordo con loro e cominciate a unirvi e così si costruisce la comunità. Noi pensavamo di aiutare Kamau nella sua disabilità e invece è lui che ci ha aiutato nella nostra disabilità del cuore, a causa della quale siamo divisi, isolati, lontani gli uni dagli altri. Noi pensavamo di aiutare Kamau nella sua povertà – e lo stiamo aiutando – ma è lui che ci ha aiutato nella nostra disabilità che ci rende incapaci di solidarietà tra di noi. È lui che ci aiuta a diventare una comunità, capaci di solidarietà tra di noi.

Allora il miracolo di Gesù non è di aumentare i pani. Gesù dice: “Uscite da questa logica del comprare. Per carità! Basta!”. Dobbiamo arrivare alla logica del dono. Dono nel prendere i pani.

Gesù chiede: “Quanti pani avete?”. “Cinque pani e cinque  pesci”, gli rispondono. Gesù non aumenta i pani, ma divide le persone in gruppi di 50 o 100, creando delle comunità solidali al loro interno. Al loro interno i pani e i pesci che ci sono, sono sufficienti per sfamare tutti. E il deserto diviene erba verde. “In gruppetti condividete quello che avete, e ne avrete in abbondanza”. Questo è il lavoro che noi tentiamo di fare. Non tanto il lavoro che risponda ai bisogni delle persone, quanto un lavoro che si impegna a coinvolgere la comunità. Convinti che attorno al povero noi possiamo far crescere come comunità e diventare non più gente, ma una comunità; non più popolo, ma Chiesa. Il povero ci aiuta a trasformare quello che noi siamo e a trasformarci.

7. La Jane è quella che assomiglia di più a Gesù

Parliamo ora di “Effatà”. È una comunità per disabili. Voi sapete benissimo cos’è una comunità per disabili. È “comunità” nel senso che si vive assieme, si mangia insieme, si prepara da mangiare insieme, si dorme insieme (non nello stesso letto, ma nel senso di “sotto lo stesso tetto”). Viviamo nella stessa casa, preghiamo assieme, ecc.

Vivere insieme è soprattutto, al 90%, “lavare e stirare”. Qui le donne mi capiscono benissimo, ma anche gli uomini. Noi, tra l’altro abbiamo anche meno macchinari che all’OPSA.

Comunità significa lavare e poi stirare; e ancora lavare e poi lavare e poi cucinare…

Queste sono le cose importanti. Ed è quello che voi fate tutti giorni: stirare, lavare, preparare da mangiare, fare frullati di frutta. Questo è importante, perché il povero è il primo sacramento: nei poveri prendiamo in mano Gesù.

Lavare, stirare, prendersi cura… è metà della nostra vita ad Effatà. E l’altra metà è “celebrare”.

Noi celebriamo tanto, celebriamo sempre, tutto. Noi celebriamo tutto. Oggi è un mese che Luca non viene più ad Effatà. Ebbene, lo chiamiamo e facciamo festa. Celebriamo, celebriamo continuamente.

E poi ci perdoniamo. Questi sono i due pilastri: celebrare e perdonare. Ed è quello che anche Dio fa con noi. Dio ci dona, poi noi roviniamo il dono di Dio e Lui perdona cioè ridona il dono ancora più grande. Rinnova il dono. Dona la vita e poi rinnova la vita. Abbiamo bisogno di perdonarci gli uni gli altri: in comunità, in famiglia. Il perdono è celebrare il bene. Questi sono i due pilastri sui quali sosteniamo la nostra comunità: perdonarci e celebrare tra di noi.

Per me è stato un grande passaggio, perché prima mi occupavo di disabili, mi occupavo di bambini di strada. Sono andato a viverci assieme. Ora è un po’ diverso. Prima vivevo con Don Mariano, un prete bravissimo e carissimo. Ma era un po’ diverso. L’idea di vivere in una comunità mi metteva qualche paura.

Poi ho incontrato quello che voi incontrate tutti i giorni. La Jane, per esempio, che mi aspetta tutte le sere quando io torno dal lavoro. Mi aspetta sulla porta, anche se piove. Io devo scendere dalla macchina e farmi abbracciare dalla Jane.

Io non ho figli a casa che mi abbraccino quando torno (non è che Mariano mi abbracciasse tanto!). Ma quando arrivo a casa la Jane mi stringe forte. La Jane mi vuole bene. Io non sempre mi voglio bene. Non sono contento di me stesso. Io sono un tipo che fa presto a scaldarsi. Rispondo come non dovrei rispondere. Sono scontento, a volte, di com’è andata la giornata che ho appena vissuta. Arrivo a casa un po’ sbattuto e la Jane mi abbraccia. E mi dice: “Tu non sei tanto contento di come è andata la giornata. Non sei tanto contento di te stesso. Ma io sono contento di te!”.

E guardate che questa cosa la fa solo Dio! È Lui che è contento di me! Gli altri hanno sempre qualcosa da chiedere: siccome io sono il direttore del Saint Martin, uno vuole il posto di lavoro, l’altro la promozione; all’altro piace come io parlo di Gesù; l’altro ha bisogno di un favore… Per carità tutte cose giuste. Anch’o faccio così. Invece la Jane mi vuol bene senza perché. Lei non sa quello che posso fare per lei. Lei non sa chi sono. Lei non sa il ruolo che occupo. Lei non sa nemmeno che io sono prete. Mi vuole bene perché sono Gabriele.

È come Dio. A Dio non interessa il ruolo che io occupo. Occuparsi del ruolo sono cose da bambini. A Dio non interessa niente quello che fai. A Dio interessi tu. Perché sei suo figlio. E ti vuol bene e basta. “Ma io devo meritare l’amore di Dio”… No! Non devi meritarti niente!

La Jane mi vuole bene anche se non merito il suo amore. Non devo meritarmi niente. Mi vuol bene così come sono. Mi vuol bene come Dio. Non solo: mi vuol bene come Dio e parla come Dio. Parla uguale. Ripete sempre le stesse cose. Gesù al capitolo 21 di Giovanni, chiede tre volte a Pietro: “Mi vuoi bene?”.

La Jane dice a tutti: “Rimani con noi?”. Dice a tutti: “Rimani per cena?”. Una volta è arrivato un pullman di 50 persone a cui ha chiesto: “Rimanete per cena?”.

Gesù dice: “Rimanete insieme e io rimango con voi… Rimaniamo insieme e se voi rimanete in me, io rimango in voi… Io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre, io cenerò con lui”. La Jane parla come Gesù. Gesù parla come la Jane. La Jane è quella che assomiglia di più a Gesù.

8. La disabilità del cuore

E se ci sono baruffe ad Effatà, non sono mai tra loro (disabili, n.d.r.). Sono tra noi operatori. Baruffe, gelosie, incomprensioni, tensioni… sono tra di noi. Loro le soffrono, le subiscono. Ma sono tra di noi. Così siamo fatti noi.

Non possiamo lavorare con i poveri senza essere trasformati da loro. Lavorare con i poveri nasconde un’insidia terribile. Io mi sento forte, io mi sento bravo missionario, ammirato da tutti, rispettato da tutti.

Mi dicono: “Ti sì te si un bravo prete, no che altro!”. Ora,mi sento bravo, mi sento forte, mi sento un po’ eroe. Le anziane mi dicono: “El xé cussì bravo! Che el Signore eo benedissa!”.

È tremenda questa cosa! Ci nutriamo di quest’ammirazione e poi predichiamo alla gente. Diciamo cosa deve fare. È tremenda questa cosa! È un’insidia enorme. E invece noi dobbiamo sentirci poveri con il povero.

Vi racconto di Uangiogu.

Tu hai una fretta terribile. Hai 1000 cose da fare… e Uangiogu si mette sulla porta. Ti aspetta per salutarti. Non c’è verso di sfuggirle. E magari ti racconta della mucca, di sua zia, non di quella zia, dell’altra zia, di quella che è parente di quella che sta a Nieri. Si mette sulla porta, non ti lascia passare e sembra chiederti: “Quello che ti devo dire io è più importante di quello che devi fare tu!”.

Nel quadro di San Martino, simbolo del Saint Martin, che abbiamo nella nostra sede, il santo non è rappresentato a cavallo, come da tradizione. Qui invece è sullo stesso piano del povero. E poi il povero non è brutto come solitamente rappresentato. Il povero ha bisogno del mantello, ma anche Martino ha bisogno del povero. E Martino scopre la sua povertà.

Noi non dobbiamo servirci dei poveri. Dobbiamo servire i poveri. E questo ci trasforma. Riconosciamo le nostre povertà.

Non dobbiamo sentirci sempre i più bravi, i più capaci. Questo ci trasforma dentro.

L’altra volta raccontavo di George. È una persona speciale, che aveva il problema dell’alcol, una dipendenza forte dall’alcol. L’ha confessata e noi l’abbiamo mandato in comunità. L’ha accettata e si è riabilitato. Ma lavorare vicino a George deve servire a me non per sentirmi bravo, perché io ho pagato affinché lui vada in comunità, e perché adesso lui è sano. No, perché altrimenti mi ammalo ancora di più. Già ho il cuore disabile per conto mio, allora non guarisco più!

Riconosco le mie dipendenze. Quanto dipendo, per esempio, dall’ammirazione degli altri. Lui dipende dall’alcol, io dipendo dall’ammirazione degli altri, dal giudizio degli altri. Non riesco a sopportare che gli altri non mi sostengano. Dipendo dalla loro mancanza di sostegno. Dipendo da quello che il Vescovo pensa di me. Dipendo da quello che il mio superiore pensa di me.

Gesù è venuto a liberarci da queste cose. Lavorare con il povero serve per riconoscere le tue povertà, le tue debolezze. Gesù è venuto a liberarci da tutte queste cose. È venuto a liberarci dalle nostre paure di non sentirci adeguati, di sentirci giudicati, di non sentirci amati dagli altri, dalla paura di non essere una brava mamma, di non essere un bravo papà, di non essere un bravo operatore, di non essere un bravo medico, infermiere, assistente. La paura che ho di non riuscire. Gesù è venuto a liberarci da queste paure. E dice: “Guarda che io ti voglio bene così come sei”.

Jean Vanier racconta di un bambino Down. È il giorno della sua prima comunione. È stata una bellissima festa. Lo zio prende da parte la mamma e le dice: “Che bella questa festa. Che meraviglia la Messa. Peccato che questo bambino non capisca niente”.

Il bambino era lì. La mamma ha le lacrime agli occhi. Il bambino guarda la mamma e dice: “Mamma, non ti preoccupare. Dio mi vuole bene così come sono!”. Chi è il disabile: lo zio o il bambino? Lui ha capito tutto: Dio mi vuol bene così come sono!

Grazie ai disabili scopro la disabilità che ho nel cuore. Noi soffriamo di disabilità di cuore e facciamo fatica ad accettare le debolezze del cuore. Perché – ditemi se non è vero – gli ospiti è facile amarli! Ci sono dei casi difficili, ma generalmente è facile amarli. Ma amare i colleghi… Questa è la disabilità del cuore!

Consideriamo quello arrogante, quell’altro impaziente…

  • Amare i più poveri è facile, amare i vicini e i colleghi è difficile.

  • Amare se stessi, è quasi impossibile.

  • Credere che Dio mi vuole bene così come sono e che io sono amabile così come sono. Questo è il segreto.

Aijsha è una ragazza di 17 anni che è entrata nella nostra comunità. Aijsha è stata abbandonata dalla mamma. È cerebrolesa. Il papà è un poliziotto, ma è un ubriacone. La portava nei bar, dove abusavano di lei. Una sera il papà è finito in carcere. Così Aijsha è finita dai parenti. Questi parenti l’hanno scaricata ad altri parenti. Lei si è sentita non voluta, non accettata. Ma Aijsha, alla fine, ha capito che lei è amabile, che lei può essere importante per qualcuno.

Quello di cui abbiamo bisogno anche noi, che dobbiamo sentire anche noi. Tutti i nostri problemi nascono da qui.

9. Apriti fuori!

Effatà” è una parola ebraica che vuol dire “apriti”. Il prete dice Effatà nel battesimo al bambino. Ora permettetemi di spiegare cosa significa per noi della comunità Effatà questo quadro che illustra l’incontro di Gesù con una donna greca.

Gesù sta vivendo un periodo particolarmente brutto della sua vita. È un po’ depresso. Addirittura si sente abbandonato da tutti. Se ne va, allora, all’estero. Va nella zona di Tiro e Sidone, l’odierna Beirut. Lì incontra questa donna, che chiamiamo convenzionalmente Miriam. Questa donna, dice il Vangelo, è una donna greca.

Ora in Grecia ci tenevano molto alla cura del corpo. Ricordate le Olimpiadi? Quando nasceva un disabile lo buttavano giù dalla rupe. Questa era la cultura. Non dobbiamo meravigliarci. Questa donna greca dopo aver partorito, ha preso il bambino in braccio. Quelli che l’aiutavano a partorire, hanno visto che il bambino era disabile e quindi le hanno intimato di consegnare il bambino, per gettarlo giù dalla rupe.

Normalmente si accorgevano subito e non lo davano neanche in braccio alla mamma. Evidentemente, in questo caso, la donna era riuscita a prenderlo in braccio prima che se ne accorgessero. E da quel momento non lo molla. Cercano di convincerla: “È la nostra tradizione”. Lei si rifiuta. Impaurita, scappa. Da Atene si reca a Beirut. Scende al porto di Atene e prende la prima nave. Beirut è un porto di mare, c’è posto per tutti. Non ha particolari problemi a trovare lavoro come governante. Va a servizio presso una casa. Si sistema lì con il suo bambino.

Un giorno, le amiche che lei si era fatta, le chiedono: “Ma tu che hai una bambina disabile, sai che c’è uno, proveniente dalla Galilea, che si chiama Gesù, che dicono faccia miracoli?”. Parlare di miracoli ad una donna greca, fa da ridere. “Ma guarda – continuano le donne – fa miracoli: ha guarito un paralitico e un cieco”.

No, non è possibile!”, risponde lei.

Se vuoi, giovedì prossimo, al lago di Galilea, lui è lì che parlerà. Incontra la gente. Vai”.

Questa donna è dubbiosa. Poi si convince. Poca fatica costa. E giovedì, al mattino presto, alle cinque, si mette la bambina in spalla e parte. È una distanza come da qui a Vicenza. Si fa presto, anche a piedi. Ci si arriva in 5-6 ore. E arriva al lago di Galilea. Mette giù la bambina. E poi arriva Gesù. Si mette sulla collina. C’è un sacco di gente. Stranamente non aveva bisogno di microfoni, perché c’è un silenzio assoluto.

In questo silenzio, questa donna ascolta delle parole che mai avrebbe immaginato di poter ascoltare. Forse le parole più belle mai pronunciate. Una rivoluzione rispetto a quello che lei aveva sempre sentito in Grecia. E queste parole parlano di sua figlia.

Gesù inizia a parlare. Dice: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace: saranno chiamati figli di Dio. Beati coloro che si adoperano per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. E beati voi – sapete quando? – quando sarete insultati, rifiutati e quando diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”.

Vi immaginate? Questa donna sente dire: “Beati i poveri, quelli che piangono. Beati gli afflitti, i puri di cuore…”.

Ma parla proprio di mia figlia”, pensa. Sente di quelli che sono perseguitati come lei, che è dovuta scappare. Sente definire beati, mica quelli grandi, forti, belli…

E poi cosa succede? Gesù spezza il pane, abbiamo ascoltato nel Vangelo di poco fa. Il deserto si trasforma in erba verde. La gente sente una unità, una solidarietà. Come quando è successo il terremoto. Vi ricordate il terremoto del Friuli? Tutti quanti ci sentivamo uniti per risollevare quei paesi.

Lei sente una cosa straordinaria, un’energia che correva dappertutto, una fraternità di cui lei non aveva mai fatto esperienza in Grecia.

Questa va a casa con un chiodo fisso in testa: “Quest’uomo lo devo incontrare!”. Lì c’erano 5000 uomini, quindi più di 10.000 conteggiando anche donne e bambini. Quindi non era stato possibile incontrarlo in quella sede.

Torna a Beirut.

Gesù considera l’incontro con la folla al lago di Galilea un fallimento. Tanto che dice suoi discepoli “Volete andarvene anche voi?”. Gesù sembra dire: “Non mi hanno capito”. È un po’ esaurito, un po’ depresso. È in un punto difficile della sua vita. Nessuno lo ascolta. E allora va a riposarsi a Beirut. Andando a Beirut, va da un’amica.

Raccomanda ai suoi discepoli che nessuno lo sappia. Non vuole vedere nessuno. È tipico delle persone un po’ depresse. Vuol essere lasciato in pace. Va ospite da questa famiglia. Raccomanda a Maria che lo ospita che non lo sappia nessuno. Infatti Maria non lo dice a nessuno… con un’eccezione per l’amica del cuore. Con la raccomandazione, però, che non lo dica a nessuno. E lei non lo dice a nessuno, tranne che alla sua amica del cuore… e quindi in 10 minuti lo sa tutto il paese! E sapendolo tutti, viene a saperlo anche Miriam.

Come – pensa Miriam – quel Gesù che giovedì era in Galilea ora è qua? Ed è ospite da Maria? Allora vado subito!”.

No, – gli risponde l’amica che glielo aveva rivelato – è un segreto, non si può andare”.

No? – replica Miriam – Ma io ci vado subito!”

Ma se vai subito, mi rovini!”, replica l’amica.

Non ascolta ragione. Va, bussa, entra. Si trova davanti a quel Gesù che ha raccontato le beatitudini. Ha il cuore che le batte forte. È l’uomo che racconta anche di sua figlia. Sapete cosa risponde quest’uomo quando Miriam gli rivolge la parola? La peggior risposta che voi potete pensare, le peggiori parole che voi potete immaginare. Gesù le dice: “Non è bene togliere il cibo ai figli e darlo ai cani”. Anzi, neanche ai cani, ai cagnolini!

In quel il momento Miriam prende in disparte Gesù, lo porta in un angolo. E qui si svolge la scena rappresentata dal quadro che noi teniamo ad Effatà.

Gesù in realtà non ha detto una cosa tanto brutta. Perché gli ebrei – come noi d’altronde – pensavano di essere i figli prediletti di Dio. E che tutti gli altri popoli erano dei “cani”. Quindi Gesù non ha detto una cosa così brutta. Gesù era ebreo e la donna era greca.

E cosa dice la donna a Gesù?. “Apriti, caro. Apriti fuori. Effatà. Ho sentito cosa hai detto giovedì scorso sulle beatitudini. Ho sentito tutto il tuo discorso. Hai raccontato di me e di mia figlia. Mi hai riaperto il cuore. Poi ho mangiato il

pane. Ho vissuto un’esperienza straordinaria. E adesso fai questi discorsi qua da ebreo? Non vedi che sei esaurito?

Nessuno ti ascolta in Gerusalemme, in Israele. Svégliati fuori, caro! Effatà! Apriti, apriti! Apri il tuo orizzonte! Rompi le tue chiusure, le tue mentalità! Saresti stato mandato solo per Israele? Perché solo gli israeliti sono figli di Dio? No! Apriti Gesù!”.

Gesù riceve una botta terribile e si lascia trasformare dai poveri. Vedete la differenza con noi? Noi vogliamo trasformare i poveri. Noi vogliamo fare del bene ai poveri. Ma non lasciamo che i poveri ci trasformino. Gesù impara da questa povera donna qual è la sua missione. La sua missione non è solo per Israele, ma è per tutto il mondo. Infatti cosa fa Gesù? Esce e da quel momento non va più in Israele. Va solo fuori. Capisce che la sua missione è quella di uscire. Capisce la sua missione da questa donna. Esce e qui comincia la sua storia di felicità. Ripete la moltiplicazione dei pani. Ripete tutte le cose che aveva fatto. Ma questa volta vengono accolte. E Gesù ripeterà un sacco di volte espressioni del tipo: “Questa sì che è fede! Questi sì che hanno fede! Questi sì che hanno fede anche se non sono di Israele!”.

E il primo personaggio che Gesù incontra dopo quest’episodio è un sordomuto. E con lui ripeterà quello che aveva vissuto con Miriam. Gesù fa sempre così: fa esperienza di essere amato e poi ama allo stesso modo. Per esempio ricordate la donna che ha lavato i piedi a Gesù? Prima la donna lava i piedi Gesù; Gesù impara dalla donna e poi nel capitolo dopo Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Cioè Gesù impara dai poveri. E poi passa agli altri. Gesù incontra questo sordomuto dalla nascita e gli ripete la stessa cosa: “Apriti, caro! Effatà!”.

E forse tutti noi che siamo qui oggi, dobbiamo aprirci a un modo un po’ diverso di pensare. A un modo di vedere il povero un po’ diverso.

Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro.

Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini».

«Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va’, il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.

Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mar di Galilea attraversando il territorio della Decapoli.

Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene” (Mc 7,24-35).

10. Riconoscere i giardini che sono tra di noi

Gesù ha fatto solo una profezia. La leggiamo durante la Quaresima, in prossimità della Pasqua. È una profezia un po’ strana.

Andate in città – dice – lì troverete un asinello. L’asinello è legato. Slegatelo”. E, nel corso del brano, ripete sei volte “slegatelo”. Prosegue: “Conducetelo qui. E se qualcuno vi chiede dove portate quell’asinello, dite che il maestro ne ha bisogno”.

Vedete l’asino è il segno del servizio. È il mulo da soma.

Gesù dice: “Sciogliete la capacità di servire nella comunità! La nostra gente è tutta legata: dobbiamo sciogliere la capacità di amare e di servire la nostra gente! Dobbiamo liberare la capacità di amare la nostra gente. Chi è mamma sa che quando è nato suo figlio, ha liberato nella mamma una capacità di amare che prima lei non aveva. Il figlio nato cambia la vita della mamma.

Ognuno dei presenti potrebbe raccontare l’esperienza di una persona con disabilità che gli ha cambiato la vita. I poveri possono rivelare in noi la capacità di servire che è legata. Non so perché è legata, ma di fatto è legata.

Noi non siamo contenti di questo mondo, noi non siamo felici di questo mondo. Non somiglia tanto alla moltiplicazione dei pani, ma più che altro al banchetto di Erode: c’è una ballerina che danza mezza nuda, c’è un anziano sposo che gli fa delle promesse (“fa di me quello che vuoi e ti darò anche metà del mio regno”) e durante la cena arriva il vassoio con la testa di Giovanni Battista: una scena raccapricciante, dove qualcuno paga.

Invece noi vogliamo liberare la capacità di amare di  condividere, di servire. Dovete cominciare a farlo tra di voi. Avete la possibilità di vivere come in un deserto oppure come in un giardino di erba verde. Sapete cosa dice il testo greco: “Si misero in «aiuole» di 50 e 100. «Aiuole» perché è un giardino. Riconosciamo la bellezza dell’altro! Perché amare è riconoscere la bellezza dell’altro, rivelarne la bellezza!

Facciamo l’esempio del compleanno di Kababa. Nel giorno del suo compleanno, ci siamo messi in cerchio e abbiamo fatto tutto un giro: ognuno diceva qualcosa sul festeggiato e lui era proprio felice. Ci abbiamo messo più di un’ora. Ognuno ha detto qualcosa di bello su di lui, cioè ognuno ha rivelato la bellezza di Kababa. Quando è finito, lui è diventato serio e ha detto: “Come: è finito? È così bello ascoltare cose belle su di me! Lo rifacciamo?”. E così abbiamo ricominciato a raccontare le cose belle di Kababa.

Rivelare la bellezza: questo è vero bene. Noi potremmo fare delle cose buone per il Saint Martin che è lontano, ma perché non fare cose belle per l’OPSA che è qui? Perché non facciamo che quello che noi vediamo come un deserto – ma non è un deserto – diventi un paradiso? È già un paradiso, ne sono sicuro. Noi dobbiamo educarci a riconoscere i giardiniche sono tra di noi perché non esiste un posto più bello del nostro.

NOTE

  1. Il testo non è stato rivisto dall’autore.

  2. Luca Ramigni, fisioterapista al Saint Martin, n.d.r.

  1. Gli ospiti sono ora al Terzo Cottolengo, n.d.r.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

LA VOCE DI DON GABRIELE PIPINATO

)

)

Questa voce è stata pubblicata in GLOBULI ROSSI COMPANY e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

4 risposte a O.P.S.A. e SAIN MARTIN – UNA STORIA D’AMORE CHE SI LEGGE D’UN FIATO – Angelo Nocent

  1. lucetta ha detto:

    Non una ma tante storie bellissime!!!!!

    • angelonocent ha detto:

      Dal video:
      “Signore Dio nostro,
      Tu che abiti nell’alto dei Cieli,
      e volgi lo sguardo alle umili cose di questa terra…”
      Non è che volge lo sguardo come compatimento, volge lo sguardo alle umili cose, alle cose umane perché ne è attratto.

      Dio è attratto dalle cose umane.
      E’ un po’ l’elogio – come Papa Francesco – l’elogio della normalità, della quotidianità, di quello che è umano.

      La parrocchia è questo: ci piacciono le cose umane…
      “Le cose terrene, le cose umane, le cose quotidiane sono assolutamente spirituali”.

  2. msilvia2 ha detto:

    Anche se è notte, due parole sull’OPSA.
    La ho conosciuta e frequentata abbastanza spesso, negli anni 80/90.
    Allora abitavamo poco distante da quella struttura e le circostanze della nostra vita erano diverse.
    Dall’83, catechista: talvolta con i ragazzi si andava all’ OPSA, si incontravano alcuni ospiti e era un arricchimento per tutti.
    Si partecipava alla Via Crucis, in quaresima…E tanto altro.
    Poi, nel ’99, la nostra vita è cambiata: sempre CHRISTO IN FRATRIBUS , solo che i “fratelli” sono altri.
    Grazie Angelo, anche per questo post.

  3. msilvia2 ha detto:

    Il programma delle visite, si concordava con mons.Frasson, in base al tempo a disposizione, all’età dei ragazzi, alle attività degli ospiti.
    Era sempre un incontro gioioso. Con i ragazzi ma anche con gli adulti che partecipavano, era facile sentire, comprendere in modo vitale, esperienziale, che cosa è amare.
    Nessun discorso, nessuna altra parola, è stata più significativa di questi incontri. Per trasmettere il senso dell’essere cristiano.
    Per fare catechesi. Per crescere nella fede.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...