PAPA FRANCESCO – LA COMUNICAZIONE NON E’ TUTTO – Enrico Ghezzi

Handout shows Pope Francis holding a boy while on a visit to the Varginha slum in Rio de Janeiro

Grazie, Don Enrico, per quanto hai scritto su EUROPA.
Siamo facili agli entusiasmi ma anche capaci di perdere di vista l’essenziale. E tu l’hai messon ben in efideza:

Non si capisce la forza del messaggio di Bergoglio fermandosi alle sue doti di comunicatore. C’è di più, quel che conta è la “comunione”  “.

Don enrico Ghezzi 02Il mio caro amico Don Enrico Ghezzi che, durante gli anni del Concilio, io ventenne a Milano e lui studente di teologia all’Università Gregoriana di Roma, con le sue lettere, mi ha fatto innamorare della Chiesa.

Ghezzi Mons. Enrico - teresa-15

Don Enrico da Parroco di Santa Melania in Roma.


Leggo su giornali e riviste i rilievi positivi verso il papa Francesco per la sua straordinaria capacità di rivolgersi ai giovani (ma anche ai nonni), tramite la modernità dei multiformi media.

È certo che la comunicazione breve, intensa, colorita viene apprezzata dai più giovani, indispostii a lunghe letture. Ma mi chiedo anche: papa Francesco cosa vuole dire, di fatto, con l’uso di questi strumenti di comunicazione moderna?

Attira simpatia, perché è moderno, perché usa gli stessi strumenti do comunicazione dei ragazzi, o piuttosto, perché in questi segni concreti della comunicazione, vuole esprimere il suo enorme desiderio di “comunione” con il popolo, con i malati, coi bambini? È “comunione” la sua o semplice forma di “comunicazione”?

Faccio l’esempio di un gesto che non può essere realmente compreso in semplici termini di comunicazione. Sulla sua visita in una piccola favela di Rio in Brasile, nel recente viaggio, ricordo due momenti di un breve incontro.

  • Il primo. Il discorso di saluto rivolto al papa da un giovane, che ha descritto le tappe della sua esistenza travagliata e quella dei suoi amici, fino al raggiungimento della bellezza e della gioia della vita rinata con il lavoro di sacerdoti, di laici, di genitori che resteranno sempre sconosciuti all’intero mondo.
  • Il secondo. Nell’incontro, accompagnato da festa e da esultanza, il papa, oltre ai gesti di affetto, sembra che abbia detto: «Come sarebbe bello per me restare sempre qui con voi!».

E questo è un po’ il leit motif di tutti gli incontri del papa sia coi giovani, sia coi malati. Il papa non trasmette soltanto simpatia per i saluti che porta o le mani che tocca. La sua è una profonda “empatia”, un modo di “partecipare” con le persone perché mette se stesso in comunione con la gente, facendo percepire a tutti la sua forza straordinaria di amore.

In un’epoca di comunicazione diretta come la nostra, quando si prende in considerazione l’agire di papa Francesco, la “notizia” non basta più: vanno letti nel profondo i suoi gesti, le sue brevi dichiarazioni, i suoi propositi di riforma della chiesa.

  • C’è “qualcuno” che cammina in mezzo a noi,
  • che ha il carisma e la grazia di mettere in comunione ciò che è diviso,
  • di donare amicizia e solidarietà là dove divampa l’individualismo, e la solitudine.

Voglio dire insomma che non trovo più sufficiente ammirare la “modernità” del papa, per l’uso degli strumenti di comunicazione; è una considerazione che trovo superficiale e quasi banale: il papa invece, quando comunica con questi diversi strumenti del web, o con i gesti della sua corporalità, vuole indicare il suo desiderio di “comunione” con la realtà di popolo che in quel momento incontra: è come ripetere ogni volta il suo «vorrei essere sempre con voi».

È nella comunione che si crea l’amicizia, la misericordia, come avviene anche col Vangelo. Il vangelo infatti “comunica” qualche cosa, perché ti mette in “comunione” con qualcuno che «ha parole di vita eterna». Sarebbe davvero un abbaglio continuare a cantare le lodi del papa per quello che dice nei messaggi anche brevi, se poi corriamo il rischio di non verificarne la radicalità di conversione che le parole e i gesti vogliono significare.

Papa_Francesco_lavanda-piedi_2014

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