LA GIOIA D’INCONTRARE LA CITTA’ DEL CIELO – Angelo Nocent

gloria dei santi

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.

Oggi ci dai la gioia di contemplare la città dei cielo,
la santa Gerusalemme che è nostra madre,
dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli
glorifica in eterno il tuo nome.

Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra,
affrettiamo nella speranza il nostro cammino,
lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa,
che ci hai dato come amici e modelli di vita.

Per questo dono del tuo amore,
uniti all’immensa schiera degli angeli e dei santi,
cantiamo con gioiosa esultanza la tua lode:

SANTO, SANTO, SANTO…

 Tutti i santi

padre Ermes Ronchi

1-Gesù e la gente

Nelle Beatitudini la regola della santità

Non ci stanchiamo mai di ascoltare le nove beatitu­dini, anche se le sappia­mo bene, anche se certi di non ca­pirle. Esse riaccendono la nostal­gia prepotente di un mondo fatto di bontà, di non violenza, di sin­cerità, di solidarietà. Disegnano un modo tutto diverso di essere uomini, amici del genere umano e al tempo stesso amici di Dio, che amano il cielo e che custodiscono la terra, sedotti dall’eterno eppu­re innamorati di questo tempo difficile e confuso: sono i santi.

La storia si aggrappa ai santi per non ritornare indietro, si aggrap­pa alle beatitudini. Beati i miti perché erediteranno la terra, sol­tanto chi ha il cuore in pace ga­rantisce il futuro della terra, e per­fino la possibilità stessa di un fu­turo. Nell’immenso pellegrinag­gio verso la vita, i giusti, coloro che più hanno sofferto conducono gli altri, li trascinano in avanti e in al­to. Lo vediamo dovunque, nelle nostre famiglie come nella storia profonda del mondo: chi ha il cuore più limpido indica la stra­da, chi ha molto pianto vede più lontano, chi è più misericordioso aiuta tutti a ricominciare.

Dio interviene nella storia, an­nuncia e porta pace. Ma come in­terviene?
Lo fa attraverso i suoi a­mici pacificati che diventano pa­cificatori, attraverso gli uomini delle beatitudini.

Il Vangelo ci presenta nelle beati­tudini la regola della santità; esse non evocano cose straordinarie, ma vicende di tutti i giorni, una trama di situazioni comuni, fatiche, speranze, lacrime: nostro pa­ne quotidiano. Nel suo elenco ci siamo tutti: i po­veri, i piangenti, gli incompresi, quelli dagli occhi puri, che non contano niente agli occhi impuri e avidi del mondo, ma che sono capaci di posare una carezza sul fondo dell’anima, sono capaci di regalarti un’emozione profonda e vera. E c’è perfino la santità delle lacrime, di coloro che molto han­no pianto, che sono il tesoro di Dio.

Le beatitudini compongono no­ve tratti del volto di Cristo e del volto dell’uomo: fra quelle nove parole ce n’è una proclamata e scritta per me, che devo indivi­duare e realizzare, che ha in sé la forza di farmi più uomo, che con­tiene la mia missione nel mondo e la mia felicità. Su di essa sono chiamato a fare il mio percorso, a partire da me ma non per me, per un mondo che ha bisogno di e­sempi raccontabili, di storie del bene che contrastino le storie del male, di cuori puri e liberi che si occupino della felicità di qualcu­no. E Dio si occuperà della loro: «Beati voi!».

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6 risposte a LA GIOIA D’INCONTRARE LA CITTA’ DEL CIELO – Angelo Nocent

  1. lucetta ha detto:

    Buona festa di Ognissanti caro Angelo. Ti ho scritto il 30 per augurarti buon compleanno. Ho un nuovo indirizzo e te l’ho mandato. L’hai ricevuto?

  2. angelonocent ha detto:

    Grazie, Lucetta.
    Ho controllato anche nel cestino ma non trovo traccia.

    Nel giorno dei Santi, ti lascio un pensiero del Card. Martini
    sulla beatitudine dei “Miti”:

    Nel discorso di Gesù che significato ha il termine “miti”?

    Davvero illuminante è la definizione dell’uomo mite offerta dal Cardinale Carlo Maria Martini:

    L’uomo mite secondo le beatitudini è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, internamente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore in questo, di Dio che opera tutto nel sommo rispetto per l’uomo, e muove l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. La mitezza si oppone così a ogni forma di prepotenza materiale e morale, è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione“.

  3. angelonocent ha detto:

    Le Beatitudini

    dal Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger (Rizzoli 07)

    Le Beatitudini vengono non di rado presentate come l’antitesi neotestamentaria al Decalogo,’ come, per così dire, l’etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell’ Antico Testamento. Questa inter­pretazione fraintende completamente il senso delle pa­role di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata la va­lidità del Decalogo (cfr., per es., Mc 10,19; Lc 16,17); il Discorso della montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (cfr. Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: «Non pensate che io sia venuto ad abo­lire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia com­piuto» (Mt 5,17s). Su questa frase, che solo in appa­renza è in contraddizione con il messaggio paolino, dovremo tornare dopo il dialogo tra Gesù e il rabbino. Intanto è sufficiente notare che Gesù non pensa di abolire il Decalogo, al contrario: lo rafforza.

    Ma allora che cosa sono le Beatitudini?

    Anzitutto, esse si inseriscono in una lunga tradizione di messaggi vete­rotestamentari, quali troviamo, per esempio, nel Sal­mo 1 e nel testo parallelo di Geremia 17,7 s: «Benedet­to l’uomo che confida nel Signore…». Sono parole di promessa, che nello stesso tempo contribuiscono al di­scernimento degli spiriti e diventano così parole guida. La cornice data da Luca al Discorso della montagna chiarisce la destinazione particolare delle Beatitudini di Gesù: «Alzati gli occhi verso i suoi discepoli…». Le singole affermazioni delle Beatitudini nascono dallo sguardo verso i discepoli; descrivono per così dire lo stato effettivo dei discepoli di Gesù: sono poveri, affa­mati, piangenti, odiati e perseguitati (cfr. Le 6,20ss).

    Sono da intendere come qualificazioni pratiche, ma anche teologiche, dei discepoli – di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati la sua famiglia.

    Tuttavia la situazione empirica di minaccia incom­bente in cui Gesù vede i suoi si fa promessa, quando lo sguardo su di essa si illumina a partire dal Padre. Ri­ferite alla comunità dei discepoli di Gesù, le Beatitudi­ni rappresentano dei paradossi: i criteri mondani ven­gono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortu­nati, i benedetti, e possono rallegrarsi e giubilare no­nostante tutte le loro sofferenze. Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura, il «rovescia­mento dei valori».

    Sono promesse escatologiche; que­sta espressione tuttavia non deve essere intesa nel sen­so che la gioia che annunciano sia spostata in un futu­ro infinitamente lontano o esclusivamente nell’ aldilà. Se l’uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora vive se­condo nuovi criteri e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione.

    I paradossi presentati da Gesù nelle Beatitudini esprimono la vera situazione del credente nel mondo, quale è stata ripetutamente descritta da Paolo alla luce della sua esperienza di vita e di sofferenza da apostolo: «Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sco­nosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2 Cor 6,8-10). «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perse­guitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi…»(2 Cor4,8-10).

    Quello che nelle Beatitudini del Vange­lo di Luca è parola di conforto e di promessa, in Paolo è l’esperienza vissuta dell’apostolo. Paolo si sente «messo all’ultimo posto» come un condannato a mor­te, che è diventato spettacolo per il mondo, senza pa­tria, insultato, calunniato (cfr. 1 Cor 4,9-13). E nono­stante ciò egli fa l’esperienza di una gioia infinita; pro­prio come colui che si è consegnato, che ha dato via se stesso per portare Cristo agli uomini, egli fa esperien­za dell’intima connessione di croce e risurrezione: noi siamo messi a morte «perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale» (2 Cor4,11).

    Nei suoi inviati Cristo continua a soffrire, il suo posto è sempre la croce. Ma tuttavia Egli è irrevocabilmente il Risorto. E anche se l’inviato di Gesù in questo mondo è ancora immerso nella passione di Gesù, vi è tuttavia percepibile lo splendore della risurrezione che procu­ra una gioia, una «beatitudine» più grande della feli­cità che egli poteva aver provato prima su vie monda­ne. Solo adesso egli sa che cos’è la vera «felicità», la vera «beatitudine», e, allo stesso tempo, riconosce quanto fosse misero ciò che, secondo i criteri comuni, deve essere considerato come soddisfazione e felicità.

    Nei paradossi dell’ esperienza di vita di san Paolo, che corrispondono ai paradossi delle Beatitudini, si manife­sta la stessa realtà che Giovanni aveva espresso in modo ancora diverso, qualificando la croce del Signore come «elevazione», intronizzazione nelle altezze di Dio. Gio­vanni riunisce in una sola parola croce e risurrezione, croce ed elevazione, perché per lui in realtà l’una è inse­parabile dall’ altra. La croce è l’atto dell’ «esodo», l’atto di quell’ amore che si prende sul serio fino all’ estremo e va sino «alla fine» (Gv 13,1), e per questo essa è il luogo della gloria, il luogo del vero contatto e della vera unio­ne con Dio, che è Amore (cfr. 1 Gv 4,7.16). In questa visione giovannea è quindi ultimamente condensato e reso accessibile alla nostra comprensione ciò che signi­ficano i paradossi del Discorso della montagna.

    […]

    Ma ora si pone la questione fondamentale: è giusta la direzione che ci indica il Signore nelle Beatitudini e nei moniti a esse contrapposti? È davvero male essere ricchi, sazi, ridere, essere apprezzati? Per la sua rab­biosa critica del cristianesimo Friedrich Nietzsche ha fatto leva proprio su questo punto. Non sarebbe la dottrina cristiana che si dovrebbe criticare: sarebbe la morale del cristianesimo che bisognerebbe attaccare come «crimine capitale contro la vita». E con «morale del cristianesimo» egli intende esattamente la direzio­ne che ci indica il Discorso della montagna.

    «Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse la parola di colui che disse: “Guai a coloro che ridono!”?». E contro le promesse di Cri­sto dice: noi non vogliamo assolutamente il regno dei cieli. «Siamo diventati uomini – vogliamo il regno del­la terra».

    La visione del Discorso della montagna appare co­me una religione del risentimento, come l’invidia dei codardi e degli incapaci, che non sono all’ altezza della vita e allora vogliono vendicarsi esaltando il loro falli­mento e oltraggiando i forti, coloro che hanno succes­so, che sono fortunati. All’ampia prospettiva di Gesù viene contrapposta un’angusta concentrazione sulle realtà di quaggiù: la volontà di sfruttare adesso il mon­do e tutte le offerte della vita, di cercare il cielo quag­giù e in tutto ciò non farsi inibire da nessun tipo di scrupolo.

    Molto di tutto questo è passato nella coscienza mo­derna e determina in gran parte il modo in cui oggi si percepisce la vita. Così il Discorso della montagna po­ne la questione dell’ opzione fondamentale del cristia­nesimo e, da figli del nostro tempo, avvertiamo la resi­stenza interiore contro quest’opzione – anche se non siamo insensibili di fronte all’ elogio dei miti, dei mise­ricordiosi, degli operatori di pace, degli uomini since­ri.

    Dopo le esperienze dei regimi totalitari, dopo il mo­do brutale con cui essi hanno calpestato gli uomini, schernito, asservito, picchiato i deboli, comprendiamo pure di nuovo coloro che hanno fame e sete di giusti­zia; riscopriamo l’anima degli afflitti e il loro diritto a essere consolati. Di fronte all’ abuso del potere econo­mico, di fronte alla crudeltà del capitalismo che degra­da l’uomo a merce, abbiamo cominciato a vedere più chiaramente i pericoli della ricchezza e comprendia­mo in modo nuovo che cosa Gesù intendeva nel met­terci in guardia dalla ricchezza, dal dio Mammona che distrugge l’uomo prendendo alla gola con la sua mano spietata gran parte del mondo.

    Sì, le Beatitudini si contrappongono al nostro gusto spontaneo per la vita, alla nostra fame e sete di vita. Esigono «conversione» – un’inversione di marcia interiore rispetto alla dire­zione che prenderemmo spontaneamente. Ma questa conversione fa venire alla luce ciò che è puro, ciò che è più elevato, la nostra esistenza si dispone nel modo giusto.

    Il mondo greco, la cui gioia di vivere si rivela in mo­do meraviglioso nell’ epopea omerica, era tuttavia profondamente consapevole del fatto che il vero pec­cato dell’uomo, la sua minaccia più intima è la hybris: l’autosufficienza presuntuosa, in cui l’uomo eleva se stesso a divinità, vuole essere lui stesso il suo dio, per essere completamente padrone della propria vita e sfruttare fino in fondo tutto ciò che essa ha da offrire. Questa consapevolezza che la vera minaccia per l’uo­mo consiste nell’autosufficienza ostentata, a prima vi­sta così convincente, viene sviluppata nel Discorso della montagna in tutta la sua profondità a partire dal­la figura di Cristo.

    Abbiamo visto che il Discorso della montagna è una cristologia nascosta. Dietro di essa c’è la figura di Cri­sto, di quell’uomo che è Dio, ma che proprio per que­sto discende, si spoglia, fino alla morte sulla croce. I santi, da Paolo a Francesco d’Assisi fino a madre Tere­sa, hanno vissuto questa opzione mostrandoci così la giusta immagine dell’uomo e della sua felicità. In una parola: la vera «morale» del cristianesimo è l’amore. E questo, ovviamente, si oppone all’ egoismo – è un eso­do da se stessi, ma è proprio in questo modo che l’uo­mo trova se stesso. Nei confronti dell’allettante splen­dore dell’uomo di Nietzsche, questa via, a prima vista, sembra misera, addirittura improponibile. Ma è il vero «sentiero di alta montagna» della vita; solo sulla via dell’ amore, i cui percorsi sono descritti nel Discorso della montagna, si dischiude la ricchezza della vita, la grandezza della vocazione dell’uomo.

  4. lucetta ha detto:

    Grazie per questi scritti. Mi spiace che tu non abbia ricevuto, forse il mio messaggio è finito nello
    spam. L’ho inviato a nocent.angelo@gmail.com

  5. msilvia2 ha detto:

    Caro Angelo,
    grazie per tutto.
    Peraltro, non riesco più a trarre frutto dalla lettura di scritti lunghi.
    O sono stanca, sono vecchia. O forse, aspetto “la meta”: la strada mi appare ormai compiuta.
    Oggi, essendo in casa solo con mio marito che da circa un mese ha una ferita lacero contusa pretibiale alla gamba sin che stenta a guarire, ho fatto un po’ di revisione di vecchie cose: ho strappato e buttato una quantità di miei scritti.
    Catechesi. Esercizi spirituali: sia miei che da me preparati per singoli, o gruppi. Anche per Preti… CVX (comunità di vita cristiana), introduzione alle letture della domenica…e tanto altro.
    Quante parole.Esegesi. Riflessioni. Preghiere. Commenti….Ho strappato e buttato vari quaderni manoscritti anche Diario spirituale.. All’epoca, scrivere mi aiutava, P.Leo mi diceva di scrivere.
    Ma devo distruggere tutto, e lasciare ogni cosa.
    Lui sa, e solo per Lui sono vissuta e continuo, nella certezza che ORA è il momento. ORA, è il passaggio. ORA.
    Ora, riesco solo a vivere l’attimo presente.
    Accetto, offro. Soffro. Aspetto: l’attesa è la speranza certa…

    Per Lucetta: se puoi, mi farebbe piacere avere il tuo nuovo indirizzo.
    grazie.

  6. angelonocent ha detto:


    “...Padre Leo mi diceva di scrivere”.
    Vuoi dire che sei diventata disobbediente ?

    PER SAPERNE DI LUI:
    http://compagniadeiglobulirossi.org/blog/2009/08/padre-leone-haberstroh-s-v-d-profilo-spirituale-di-una-grande-guida-illuminata-d-pietro-brazzale/

    Cara Silvia,
    so che non ti attirano gli scritti lunghi e ti capisco.
    Ma se sei da sola e hai davanti un pollo intero, non sei obbligata a mangiarlo tutto in una volta.

    Fraziona il testo che ti suggerisco, come si fa con le pillole e prendilo a intervalli:

    io, chi sono?
    che cosa resta di me?
    dove vado?
    e perciò estremamente morale: che cosa devo fare?
    quali sono le mie responsabilità?

    https://grcompany.wordpress.com/2014/11/02/pensiero-sulla-morte-beato-paolo-vi/

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