L’ISLAM NELLA REALTÀ SOCIO-POLITICA ATTUALE – Hans Küng

Cristianesimo e--- Hans Kung

Questo ponderoso lavoro che figura anche tra i miei libri dal 1986, data di pubblicazione in lingua italiana,  è il resoconto di dodici lezioni dialogiche tenute nel 1982 all’Università di Tubinga, dove Hans Küng insegna teologia ecumenica. Ad ognuna delle grandi religioni studiate e confrontate con il cristianesimo (islamismo, induismo, buddhismo), sono dedicate quattro lezioni, composte ciascuna da una trattazione esplicativa da parte di un orientalista specialista della materia e della risposta di Küng in chiave di comparazione con il cristianesimo. L’importanza capitale di questo lavoro consiste nell’aspirazione ad allargare i confini dell’ecumenismo da una prospettiva interconfessionale ad una prospettiva interreligiosa. L’obiettivo dichiarato è il risveglio di una coscienza ecumenica globale, che conduca non già alla creazione di una religione mondiale unitaria, ma ad una pacificazione autentica.

Il trambusto  planetario scatenato dai fatti di Parigi dei giorni pregressi, ci viene a dire che il professore di Tubinga aveva visto lontano. L’intervista che segue, aiuta a superare il momento con suggerimenti preziosi sia per i “grandi” della terra che per noi, disorientati dai “bombardamenti” dei tanti commentatori improvvisati.

Islam 2INTERVISTA A HANS KÜNG: “PARADIGMI” DI COMPRENSIONE DELL’ISLAM NELLA REALTÀ SOCIO-POLITICA ATTUALE

hans-kungHans Küng, nato nel 1928, è un teologo cattolico svizzero di fama internazionale, annoverato tra i più grandi intellettuali del nostro tempo. Ha studiato filosofia e teologia all’Università Gregoriana di Roma e all’Institut Catholique di Parigi, addottorandosi con una tesi dedicata alla dottrina della giustificazione nel pensiero del teologo protestante Karl Barth. A soli 31 anni è stato nominato professore alla facoltà di teologia cattolica dell’Università di Tubinga, in Germania, e in seguito ha partecipato al Concilio Vaticano II in qualità di peritus. Nell’ateneo tedesco ha fondato un istituto per la ricerca ecumenica e invitato come professore il teologo Joseph Ratzinger. Vasta e di ampio respiro la sua produzione scientifica. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte nelle principali lingue del pianeta. Per le edizioni italiane si ricordano: Dio esiste? Una risposta per oggi, Mondadori, 1979; Ebraismo, Rizzoli, 1993; Cristianesimo, Rizzoli, 1994; Islam, Rizzoli, 2005; La donna nel cristianesimo, Queriniana, 2005; L’inizio di tutte le cose: Creazione o evoluzione? Scienza e religione a confronto, Rizzoli, 2006; Il dialogo obbligato. Scritti e interviste su Islam e Occidente e sul nuovo papato, Datanews, 2006; Ciò che credo, Rizzoli, 2010; Salviamo la Chiesa, Rizzoli, 2011; Musica e religione. Mozart, Wagner, Bruckner, Queriniana, 2012; Tornare a Gesù, Rizzoli, 2013; Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo, Rizzoli, 2014.

Professor Hans Küng, le questioni del dialogo interreligioso e del fondamentalismo religioso sono all’ordine del giorno. Gli orrori compiuti in nome di Dio in Medio Oriente sono ormai noti a tutti. Lei ha realizzato una trilogia sulle religioni abramitiche, sigillando il suo lavoro con un’opera ricca e complessa, composta da circa 900 pagine, dedicata all’Islam. Der Islam è il suo titolo tedesco – Islam. Passato, presente e futuro nell’edizione italiana curata da Rizzoli. È di Islam che ci occuperemo. La prima edizione tedesca risale al 2004… Una data molto vicina al 2001, quando gli eventi dell’11 settembre fecero tornare alla ribalta la questione dei rapporti con la religione musulmana… Cosa l’ha spinta a scrivere un libro sull’Islam e quali sono state le sue idee guida?

Non esiste un legame diretto tra il mio libro e quanto si è verificato nel 2001 a New York. È molto importante capire qual era la mia intenzione fondamentale alla base della trilogia. Ho voluto presentare l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam nel loro sviluppo storico, come tre religioni che hanno una radice comune, che sono molto vicine, evidenziandone sia gli elementi che le accomunano sia quelli sui quali divergono. Ho fatto tutto ciò seguendo una prospettiva precisa, secondo un grande progetto di pace. La mia tesi fondamentale, esplicitata in questi miei libri, è che non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni; che non c’è pace tra le religioni senza un dialogo tra le religioni; e che non c’è un dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni. Ecco, la mia ricerca era essenzialmente sui fondamenti della religione. Per esempio, nel caso dell’Islam, ciò che mi ha particolarmente interessato era di sapere in cosa consisteva la sostanza della fede musulmana e quali erano gli elementi che cambiano, osservando sia la continuità di questi stessi elementi sia la loro evoluzione nel corso della storia musulmana. È questa una nozione che un cristiano potrebbe comprendere senza troppe difficoltà, dato che il metodo può essere applicato anche al Cristianesimo nello studio dei diversi paradigmi che si sono susseguiti nel corso della sua storia.

Chi è un abituale ed attento lettore delle sue opere noterà l’importanza che nel suo pensiero, così come nella sua analisi della storia delle religioni, gioca la categoria di “paradigma”. Lei è stato il primo ad introdurla nello studio delle religioni mutuandola dallo storico e filosofo della scienza Thomas Khun. Cosa intendeva Khun per paradigma e cosa intende lei stesso?

Si potrebbe partire dalla definizione stessa di “paradigma” offerta da Thomas Khun nel campo della storia della scienza. In sostanza, lo scienziato e filosofo americano si è chiesto cosa è cambiato a livello della percezione e dell’elaborazione concettuale. Si è chiesto, ad esempio, cosa è mutato con la rivoluzione copernicana: il sole, la luna, le stelle e i pianeti sono rimasti gli stessi, ma ciò che è cambiato è l’intera costellazione di significato, ossia il “paradigma”. Quest’ultimo è stato definito come “un’intera combinazione di circostanze costituita da condizioni, valori, tecniche, etc. condivisi dai membri di una determinata comunità”. Per Khun, la grande differenza è tra chi vive nel paradigma di Tolomeo e chi in quello di Copernico, cercando di cogliere e di capire cosa, nel corso di queste evoluzioni, è rimasto del paradigma precedente in quello successivo. Un paradigma non è soltanto una struttura cronologica nel tempo, ma presenta anche una struttura concettuale che permane. Applicando questa nozione alla storia delle religioni, ero interessato a conoscere la sostanza della religione musulmana, l’essenza che rimane sempre uguale, e quali sono queste combinazioni di circostanze che cambiano sempre. Per quanto riguarda il Cristianesimo, ho svolto una grande ricerca per capire quali sono stati i paradigmi che si sono susseguiti nel corso della sua lunga storia.

Nel libro, dopo aver trattato dell’origine e del “cuore” della religione musulmana, lei si concentra sul suo sviluppo storico individuandone cinque paradigmi…

Per indicare come si deve capire la storia dell’Islam, occorre prima soffermarsi sulla storia del Cristianesimo. Qui ho individuato un primo paradigma, quello giudeo-apocalittico del Cristianesimo primitivo legato alla comunità originaria di Gerusalemme, la cui lingua era l’ebraico o l’aramaico, che successivamente, nel mondo ellenistico, si è trasformato nel secondo paradigma definito ecumenico-ellenistico dell’antichità cristiana. Nel corso di alcuni secoli, soprattutto nelle aree dell’Impero romano, questo si è trasformato in un terzo paradigma romano-cattolico, introdotto da Agostino d’Ippona e sostenuto dai pontefici di Roma, che ha dominato il Medioevo fino alla sua crisi nel periodo rinascimentale. La crisi del Rinascimento ha segnato così l’inizio del quarto paradigma evangelico-protestante, iniziato e diffuso con la Riforma. Questo paradigma è stato sostituito dal quinto, quello definito razionale-progressivo della modernità o illuministico-moderno.

Attualmente, noi viviamo nel periodo storico del sesto paradigma detto postmoderno. La stessa cosa è accaduta nella religione ebraica. Infatti, nel corso della sua storia si sono susseguiti il paradigma tribale caratterizzato dall’assenza di uno stato e di un sovrano; il paradigma regale del periodo monarchico con le figure di Saul, Davide, Salomone; un terzo paradigma, quello teocratico, si è sviluppato dopo l’esilio babilonese del VI-V secolo a.C.; un quarto paradigma si è sviluppato a seguito dell’occupazione romana della Palestina, con la conseguente distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. e del secondo Tempio, senza sacerdoti o monarchi, e perciò definito rabbinico-sinagogale, e si è protratto durante tutto il Medioevo fino ai tempi moderni; con la modernità si è sviluppato un quinto paradigma, quello moderno appunto, durato fino al XIX secolo.

In epoca più recente, anche nell’Ebraismo si è fatto avanti un paradigma postmoderno. Giungendo alla storia della religione musulmana, troviamo un primo paradigma, quello della comunità originaria al tempo del profeta Muhammed e dei quattro califfi detti “ben guidati”. Successivamente, si è presentata una prima frattura in seno alla comunità originaria e a Damasco, in Siria, è emerso un secondo paradigma, quello del regno arabo con la dinastia degli Omayyadi, con diverse conquiste territoriali.

Questo paradigma degli Omayyadi ha ceduto il posto a quello degli Abbasidi, il paradigma classico della religione universale, con il califfato che ha trasferito il proprio centro di potere da Damasco a Baghdad. Nel XIII secolo, le invasioni mongole e quelle di altri popoli hanno distrutto questo regno così vasto e fiorente dal punto di vista intellettuale, creando un quarto paradigma non più fondato sulla monarchia e detto degli ulema e dei sufi, ovvero dei dotti dell’Islam e dei maestri della spiritualità musulmana, che poi si è propagato in tutto il mondo. Infine, è sorto il quinto paradigma, l’ultimo e ancora attuale, detto della modernità, nato appunto dalla modernità europea che ha portato dei cambiamenti – anche se in maniera non molto profonda ma superficiale – e che è sorto a contatto sia con le campagne napoleoniche in Egitto sia con lo sviluppo e le vicende della storia turca.

Dunque, l’ultimo paradigma islamico è quello della modernizzazione… A che punto si è nella sua attuazione? Vede un’evoluzione verso un altro paradigma, oppure il ritorno ad un paradigma passato, ad uno di quelli che ha elencato? Dato che lei sottolinea come, contrariamente a quanto accade nella storia della scienza, nella storia delle religioni i paradigmi precedenti possono rimanere e ripresentarsi in nuove epoche, dunque anche se il tempo cronologico evolve…

Un’analisi di tutta questa storia complessa mostra che alcuni paradigmi anteriori sono rimasti ancor oggi validi per alcune comunità. Per fare un solo esempio, il paradigma del regno arabo è rimasto alla base del nazionalismo arabo o del panarabismo, ed ha avuto una forza considerevole nel XX secolo. L’altro paradigma classico della religione universale è rimasto nel panislamismo, mentre il paradigma degli ulema e dei sufi è presente nel pensiero del tradizionalismo e nel conservatorismo. Infine, il paradigma della modernità è rimasto vivo nel riformismo islamico oltre che nel movimento di laicizzazione dello Stato turco. Così, oggi il nostro paradigma dell’Islam, messo a confronto con gli altri paradigmi, non è solo all’origine di differenze ma anche di molte battaglie e di molti attriti. Esistono divergenze tra le comunità musulmane e ci si domanda quale paradigma sarà il prossimo.

Il nazionalismo panarabico, il panislamismo, il conservatorismo islamico, il riformismo islamico, oppure il laicismo, danno vita a delle vere e proprie battaglie molto più importanti di quelle che si verificano tra gli stati. Per questo motivo, per la religione musulmana si impone la necessità di trovare una soluzione dando vita ad un nuovo paradigma, un paradigma contemporaneo postmoderno che, da un lato, introduce gli elementi della modernità e, dall’altro lato, mantiene e salva l’essenza della fede musulmana. A mio avviso, il grande problema dell’Islam consiste proprio nel fatto di non aver ancora elaborato un paradigma postmoderno e, in questo senso, un paradigma costruttivo.

Fino a che punto possono coesistere diversi paradigmi nell’Islam?

Credo che tutti i paradigmi elencati possano coesistere, ma è importante essere coscienti del fatto che l’essenza della fede musulmana deve rimanere integra. L’essenza permanente dell’Islam è il messaggio che “non c’è altro Dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo profeta”. Questo è il messaggio fondamentale, l’evento rivelatore decisivo, e il centro di tutte le rivelazioni manifestate al profeta. La peculiarità musulmana è molto differente dalla peculiarità ebraica oppure da quella cristiana.

Per l’Ebraismo, la peculiarità è che Israele è il popolo di Dio e la terra promessa appartiene all’essenza di questa fede, mentre per il Cristianesimo non è la terra promessa da Dio al centro di tutto, ma il messìa, ovvero Gesù Cristo, è la sua essenza. Così, per l’Islam, ad essere al centro della fede non sono la terra promessa e il messìa, bensì il Corano, il “Libro di Dio”. Possiamo dialogare partendo dalle differenze, ma dobbiamo anche tenere conto delle basi comuni alle tre fedi: l’unico Dio di Abramo, la visione della creazione del mondo, la concezione della storia del mondo in senso evolutivo sino alla fine dei tempi, l’elemento della comunità dei fedeli, i valori etici, i dieci comandamenti. Ebbene, dobbiamo insistere sulle differenze ma, allo stesso tempo, anche sugli elementi comuni.

Dobbiamo insistere sulla sostanza permanente della fede musulmana, ma prendendo sempre in considerazione il fatto che questa stessa sostanza si realizza in differenti paradigmi che cambiano, in sempre nuove costellazioni complessive di condizioni, di valori e di procedimenti appartenenti alla comunità religiosa musulmana.

Dopo l’attentato del 2001 da parte di Al-Qaida alle Torri Gemelle di New York – al quale ci siamo riferiti all’inizio – si è moltiplicata la saggistica e la pamphlettistica di un ateismo militante, che segue un approccio denigratorio della religione. In un altro libro, Ciò che credo, pubblicato in italiano nel 2010, lei accenna brevemente ad alcuni suoi rappresentanti, tra i quali figura anche Richard Dawkins. La teoria dei diversi paradigmi permette di dare una risposta alla generalizzazione di questo approccio che vede nella religione, in tutte le religioni, un male radicale per l’umanità?

Certamente la modernità ha portato alle tre religioni abramitiche nuovi elementi. Non soltanto una nuova filosofia ma anche e soprattutto dei nuovi risultati nelle scienze naturali, e un nuovo statuto epistemologico delle stesse scienze naturali. Purtroppo, in seno al Cristianesimo, già all’epoca di Galileo Galilei, esisteva un conflitto tra la scienza e la fede. Tutto ciò si è protratto fino al XIX secolo con Charles Darwin, in particolare per quanto riguarda le teorie del naturalista inglese circa l’evoluzione del mondo e dell’uomo. Così era molto facile, per coloro che già erano opposti alla religione, di ridicolizzare e di condannare la religione come una forza oppressiva e repressiva contraria al progresso delle scienze, della democrazia e dei diritti umani. In sostanza, ecco un breve riassunto della situazione che è all’origine di questa ostilità.

Molti scienziati e politici erano contro la religione. Oggi si sa che questo approccio non è più necessario. Ho scritto un altro libro, tradotto anche in italiano, intitolato L’inizio di tutte le cose: creazione o evoluzione? Scienza e religione a confronto sull’origine di ogni cosa e che, come dice il sottotitolo, è dedicato proprio ai rapporti tra la scienza e la fede. In questo lavoro dimostro che è possibile mostrarsi pienamente d’accordo con tutte le nuove ricerche sull’evoluzione del mondo, sull’evoluzione della vita, sull’evoluzione dell’uomo e, al tempo stesso, essere un credente convinto che interpreta la Sacra Scrittura in maniera positiva e costruttiva, dunque che può capire ed interpretare il messaggio biblico in un’epoca nuova. Occorre aggiungere, però, che in molti casi questi scienziati che scrivono libri polemici contro la religione – come Dawkins – usano esclusivamente elementi della storia della Chiesa, in particolare della Chiesa cattolica, per criticare e se possibile distruggere la fede cristiana.

Tuttavia, penso che tutte le mie pubblicazioni mostrino il contrario e sostengano che è possibile una riconciliazione tra la scienza e la fede, in particolare quella cristiana, ma soltanto se si realizza un’autocritica del Cristianesimo, solo se si prende coscienza del fatto che numerosi sono stati gli errori commessi e che molte sono state le evoluzioni del nostro pensiero in senso negativo, non costruttivo. Per questo è necessaria una confessione dei peccati prima di pensare ad una soluzione. Quando si dirà e si riconoscerà chiaramente che Galileo Galilei e Charles Darwin avevano ragione, allora sarà anche possibile rileggere il messaggio biblico in un’altra maniera. Questo è il grande compito della teologia contemporanea, ovvero quello di realizzare tutto ciò in un’epoca molto diversa da quella del Medioevo o della Riforma, dando vita ad una sintesi postmoderna tra le scienze e la fede cristiana.

Professore, non lontano dalla “sua” Tubinga vive Jan Assmann. Questo intellettuale tedesco è conosciuto non solo come un brillante teorico della cultura ed un fine egittologo, ma anche come autore di saggi che puntano il dito contro la violenza del monoteismo. Ricordo in particolare la lettura del suo libro Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza (ed. Il Mulino, 2007)…

La violenza è possibile in tutti i sistemi, in tutte le religioni, e chiaramente anche nel Cristianesimo. Dunque, direi che non si tratta di un problema del monoteismo in sé. Certamente il monoteismo può essere più rigido, più stretto, più polemico e molte volte questo è accaduto nella storia. Ma ci sono anche religioni politeiste che hanno conosciuto dei fenomeni legati alla violenza e ci sono molte ideologie che sono state più violente del Cristianesimo. Si pensi allo Stalinismo o al Nazismo. Tutti questi fenomeni mostrano che non è il caso di attribuire la violenza al monoteismo.

Ibn Taymiyya, morto nel 1328, è uno dei teologi musulmani sunniti attualmente tra i più letti, soprattutto a causa dei wahhabiti d’Arabia Saudita che vi si ispirano. È conosciuto per la sua strettissima adesione al Corano ed alla Sunna, oltre che per la celebre opera sulla confutazione del Cristianesimo intitolata Risposta valida a chi ha alterato la religione del messia, continuamente rieditata dal 1905 in lingua araba. Oggi Ibn Taymiyya ha trovato un nuovo significato nell’orientamento fondamentalista. Cosa ne pensa?

Non ho davanti a me questo libro e non posso quindi esprimere un parere serio. In ogni caso, penso che si debba notare che questa teologia razionalista è un fenomeno uscito dalla modernità e che ha praticamente conquistato i paesi arabi e i paesi musulmani. Così, questi uomini hanno pensato di dover tornare alla tradizione anteriore come metodo più sicuro per avere delle soluzioni, e così rispondere alle sfide e ai presunti pericoli della modernità. Studiare Ibn Taymiyya permette di capire l’epoca in cui è vissuto, ovvero quella di un Islam legalistico che ha visto nascere le tradizioni sviluppatesi nel Medioevo, come le quattro scuole giuridiche.

Le domande per i musulmani contemporanei sono le seguenti: basterebbe ritornare, oggi, soltanto alla Sunna o alla sharia? È questo il metodo per superare le difficoltà della modernità? Personalmente, credo che sia necessario coltivare un’altra proposta. Ritengo indispensabile la promozione di una modernizzazione seria che prende sul serio anche la religione. Pertanto, si deve trattare non di una modernizzazione soltanto laica – che recentemente ha fallito anche in Turchia – ma di un nuovo paradigma che combini la fede musulmana con la modernità, quindi con la scienza moderna.

Da un teologo passiamo ai teologi. Cosa può aiutare il dialogo tra i teologi musulmani e i teologi cristiani? Lei proporrebbe uno speciale paradigma di dialogo islamo-cristiano?

Penso che sia necessario ritornare all’origine, facendo un paragone tra Gesù di Nazareth e il profeta Muhammad, oppure tra la comunità cristiana originaria e quella musulmana di Medina. Hanno molti elementi in comune. È molto più facile fare un paragone tra l’Islam originario del primo paradigma ed il Cristianesimo del primo paradigma piuttosto che dei paradigmi posteriori. Certamente, non è possibile soltanto ritornare all’origine ma si deve anche vedere e realizzare una nuova sintesi nell’epoca contemporanea ma, sottolineo ancora una volta, conservando l’essenza della fede musulmana altrimenti si avranno solo elementi della modernità.

L’Università di Tubinga è stata, nella storia della cultura europea in particolare, una fucina del pensiero religioso e teologico. Nel 2010 il Consiglio scientifico tedesco si è pronunciato a favore “dello sviluppo della teologia e delle scienze legate alle religioni nelle università”. Ciò ha condotto alla creazione di dipartimenti di teologia musulmana in cinque atenei tedeschi tra i quali Francfort-Giessen, Erlangen-Nuremberg, Osnabrück, Münster e, ovviamente, Tubinga. Esiste in Germania la collaborazione tra i centri di teologia musulmana e quelli di teologia cristiana? Può contribuire concretamente alla costruzione di un’era di conoscenza reciproca e di pace feconda?

Già cinquant’anni fa abbiamo fondato il nostro istituto per la ricerca ecumenica, che ha fatto molto e lavorato per una comprensione reciproca da parte dei cristiani e dei musulmani – e questo già da cinque anni. Anche le autorità politiche hanno collaborato al fine di istruire ed educare le diverse autorità musulmane presenti nei paesi nordici, considerando anche le esigenze del nostro tempo. In questo senso, sono molto attento al centro di teologia islamica presente a Tubinga, così come nelle altre città che lei ha menzionato. È possibile discutere, ci sono delle buone relazioni tra i teologi cristiani, sia cattolici che protestanti, e i teologi musulmani, e spero che questo avrà una grande importanza e fecondità, in modo particolare per le scuole o per il mondo dell’educazione in generale. Oggi si ha bisogno di insegnanti di religione musulmana nelle scuole pubbliche e, per questo motivo, si deve compiere qualsiasi sforzo per formare un insieme di docenti di religione musulmana. Si è già cominciato a lavorare in tale prospettiva, ma si è solo all’inizio di questo movimento culturale.

L’ultima domanda ci fa riflettere sull’attuale pontefice… Come crede sia percepito papa Francesco dal mondo musulmano? Come giudica la sua apertura al dialogo contenuta nell’ Evangelii Gaudium?

Credo che ciò dipenda sempre molto da papa Francesco, da come lui stesso si presenta ai musulmani, ovvero se si presenta come un loro amico e come un uomo aperto al dialogo con l’Islam. Per esempio, può presentarsi come papa Giovanni XXIII, il grande papa ecumenico del XX secolo, che aveva una grande simpatia per il mondo musulmano. Nutro la speranza che papa Francesco, che è un uomo e un papa di grande spirito di apertura e di grandi vedute, farà tutto il possibile per instaurare nuovamente delle buone relazioni tra le due religioni abramitiche. Per quanto attiene all’ Evangelii Gaudium, credo si tratti concretamente di una bellissima apertura perché contiene un messaggio di gioia e non un semplice moralismo. Nutro una fiducia nel suo operato, e credo che sarà capace di portare la Chiesa verso un’era nuova, come ha fatto Giovanni XXIII che ha cambiato la Chiesa intera in un senso positivo secondo il Vangelo di Cristo, e che ha trovato delle soluzioni chiare ai diversi problemi della sua epoca secondo il messaggio di Cristo.

di Gabriele Palasciano

ISLAM - Medina

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