PER SOFFRIRE MEGLIO PER SOFFRIRE MENO – Novello Pederzini

Soffrire meglio
La fatica del Pederzini non è un articolo ma un libro, meglio, una miniera d’oro cui attingere per sè e per gli altri. Grazie, Lucetta, per la segnalazione.

NOVELLO PEDERZINI
Per soffrire meno, per soffrire meglio

Novello PederziniA CHE SERVE IL DOLORE
C’è all’orizzonte della tua vita, o amico che soffri, un meraviglioso arcobaleno che ti promette giorni migliori. Seguimi attentamente: desidero iniziarti al mistero del tuo dolore; indicarti un itinerario che ti vuole portare a scoprire il valore, la bellezza, la grandezza del tuo nuovo compagno di viaggio.
E’ apparso, inatteso, all’orizzonte della tua vita, e tu hai emesso un grido di sorpresa.
Ti credevi invulnerabile, privilegiato, esente dalla legge che accomuna tutti gli uomini; e la sua apparizione ti è sembrata una mancanza di riguardo, un’offesa alla tua persona!
Non potevi convincerti di essere colpito anche tu. Ti sei allora ribellato, hai gridato all’ingiustizia; hai discusso e maledetto, forse bestemmiato!
Eppure l’incontro era previsto, inevitabile.
Sono cadute così le illusioni ed è rimasta la realtà. E questa è la vera scoperta della vita, sublime mistero che si articola nella duplice legge dell’amore e del dolore.
Ti vorrei ora spiegare il perché si dice che l’incontro col dolore è la vera e più importante scoperta.
L’impresa non è facile e non tutti i motivi ti appariranno del tutto convincenti; ma la cosa è importante. Ti invito alla riflessione, all’umile accettazione: quanto andrò esponendo è l’eco di un altissimo insegnamento che proviene dalla Parola Rivelata e dalla sofferta esperienza di tanti uomini che ci hanno preceduto nel segno del dolore.
Seguiamo un ordine logico: da un minimo ad un massimo; da quanto è più evidente a quanto è meno evidente; da ciò su cui tutti concordano a ciò che possiamo capire con l’esercizio di una maggiore umiltà e di una più maturata saggezza spirituale.
Potremmo chiamare queste nostre considerazioni le Beatitudini del dolore, perché sono rivolte a farti comprendere che nulla vi è nella terra di più prezioso, di più fecondo, e … (me lo permetti?) di più gioioso!

I – Il dolore conduce alla scoperta di se stessi.
E’ incredibile ma vero: i più estranei a noi siamo proprio noi stessi.
Il nostro mondo interiore è un autentico mistero da esplorare, da conoscere, da valutare.
E’ il mondo esteriore quello che ci fa impressione e noi lo vogliamo scoprire perché ci appare bello e affascinante.
Vogliamo conoscere gli altri, le loro persone, i loro sentimenti, i loro perché. Cerchiamo la compagnia, il chiasso, la novità.
Che oppressione, per tanti, la solitudine!
In talune persone, specie se giovani, c’è il vero e proprio incubo di trovarsi, anche per breve tempo, sole con se stesse.
E si viaggia insieme, ci si diverte insieme, si lavora insieme.
Si cerca la compagnia, se ne seguono i gusti, ci si spersonalizza per adeguarsi alle decisioni di chi ci vive intorno.
Si arriva addirittura a considerare interessante e vero solo quello che gli altri dicono: a credere più bello, più giusto, più simpatico ciò che nasce in casa altrui.
Si rinuncia, spesso, a ragionare con la propria testa.
Forse non la si è fatta pensare mai.
Forse non si è ancora scoperto che ognuno di noi ha una sua personalità, una propria mente, un proprio mondo interiore, diverso e più affascinante di quello degli altri..
Un mondo che è il più originale che esista, perché appartiene solo a noi; ed ha tanto poco in comune con gli altri da non confondersi mai, interamente, con nessuno.
Dice Gandhi: chi perde la sua individualità perde tutto, perché essa è unica e irripetibile.
Ma la scoperta non è facile e immediata.
Ci vogliono l’età e l’esperienza.
Occorrono delusioni e sofferenze.
Bisogna che l’individuo avverta, mano a mano, la superficialità dei rapporti col prossimo, l’incapacità dell’altrui comprensione nei nostri riguardi.
E’ necessario, soprattutto, l’isolamento assoluto da ciò che ci circonda, dagli amici e dalle cose, dallo stordimento quotidiano e dalla ufficialità dei rapporti cosiddetti sociali.
Solamente quando siamo forzati a vivere soli, del tutto soli, possiamo iniziare un movimento di introversione che ci porta alla scoperta di noi.
Delcroix ha scritto:«Alla mia sventura debbo la scoperta di me stesso; se non mi avesse chiuso nella mia prigione,non mi sarei incontrato, né conosciuto! ».
Scoperta mirabile, che ha mostrato a lui e mostra a tutti, che il mondo non è fuori, ma dentro di noi.
E se alla solitudine si accompagnano il dolore della carne o il tormento dello spirito, l’incontro si accelera e si fa più profondo.
Si finisce per stare bene anche soli; a desiderare il silenzio, ad appagarci della contemplazione del nostro mondo personale.
Si giunge a conoscere chi veramente siamo e che cosa possiamo divenire; quale può essere il senso della nostra vita e il giusto contributo che ad essa possiamo dare.

Solo chi ha molto sofferto, può dire di conoscersi completamente.
E solo chi conosce se stesso può rendersi strumento idoneo per la salvezza di tutti!

II – Il dolore matura l’uomo.
E’ stato detto che sotto il pungolo del dolore l’asino selvatico si fa uomo; e che solo il dolore fa l’uomo tutto intero.
Ed è vero, perché l’uomo è veramente tale quando ha un’esperienza della vita!
Ma tale esperienza non si trae se non dalle prove, dalle fatiche, dai disinganni, dal dolore.
Chi rimane indifferente al fascino di un corpo agile, fresco, giovanile; allo splendore di un’intelligenza pronta, brillante; alla bellezza del volto innocente di un adolescente o di un bambino?

I giovani abbondano di grazia, di prontezza, di immaginazione, di forza, forse anche di scienza, ma sono incompleti, non convincono sempre e del tutto.
Manca loro un tocco indispensabile e determinante: quello dell’esperienza e del dolore. I fiori di primavera rallegrano e profumano; ma sono l’estate e l’autunno le stagioni propizie per far germogliare i frutti più fecondi e gustosi.
Si suol dire che i giovani sono straordinariamente buoni e generosi; ma, forse, non è del tutto vero.
Essi hanno sangue, vivacità, fuoco … ma certi impeti di generosità e di affetto non sono che espressione di un’effervescenza giovanile, destinate presto a spegnersi, ad affievolirsi … Chi è, infatti, più incostante di loro?

E’, necessario provare la sincerità di questi sentimenti.
Bisogna che intervengano la lotta e la prova, la delusione e la sofferenza; occorre che passino degli anni perché si possa dare un giudizio sulla genuinità e sul valore dei loro giovani entusiasmi.
Ed è per questo che il fascino dei capelli bianchi o grigi è sempre grande per tutti; e se da un lato ammiriamo i giovani, riserviamo alle persone che hanno vissuto e sofferto il delicato geloso privilegio delle nostre confidenze più intime.
Ciò che forma l’uomo è l’intelligenza.
Ma è alla scuola del dolore che essa diventa più alacre, vigile, riflessiva.
È alla sua scuola che si matura la preziosa virtù della prudenza.
È col soffrire che si acquista la vera esperienza della vita e se ne comprendono la serietà e l’impegno.
Finché tutto sorride e il cielo è sereno, si è, per lo più, vani, frivoli, spensierati.
Si vive alla giornata senza direttive fisse, senza scopi chiari e precisi.
Si reputano importanti le azioni più futili e più banali.
Ci si affanna per piccinerie di nessun valore.
Si vive di sogni, di illusioni e di presunzione.
Si svisa, in altre parole, tutta l’esistenza e la si colorisce artificiosamente.
« Un uomo non educato al dolore, ha scritto Tommaseo, rimane sempre un bambino ».

E Seneca: « Nessuno mi sembra più infelice di colui che non conobbe sventura ».
Ed è quanto mai vera l’espressione di Veuillot che « certe cose non si vedono, come si deve, se non con gli occhi che hanno pianto! ».
E’ il dolore quello che ci inizia alla serietà della vita, che tronca i sogni e dissipa i fantasmi.
Sono le difficoltà e le contraddizioni quelle che ci obbligano a pensare e a riflettere; che ci fanno apparire l’esistenza nella sua nuda e triste realtà; ci fanno diventare più cauti, più sereni, più prudenti.
Ciò che forma l’uomo è la volontà.
E dal dolore la volontà umana trae una prova ed un aiuto che decidono delle sue possibilità.
Quando la volontà è forte e costante, si affrontano le responsabilità e il dovere, si rinuncia alle facili seduzioni del piacere, della pigrizia, dell’interesse.
Ma la volontà va allenata, fortificata … E quale migliore allenamento della prova e della sofferenza?
Ciò che forma l’uomo è l’amore.
Non l’amore falso, egoista, sensuale, ma quello vero, generoso, nobile, che mira al bene ed al sollievo degli altri.
Il dolore e la sventura, con tutte le loro ansie e le loro incertezze, sono per il cuore come la prova del fuoco.
Nelle difficoltà, nelle contraddizioni, nelle sofferenze, gli affetti, anziché indebolirsi, si rinsaldano perché spesso è proprio dal terreno arido e sassoso che sbocciano e maturano i più bei frutti dell’amore!
E la misura dell’amore è certo il dolore, perché l’amore e il dolore sono le due espressioni di un medesimo grande mistero, che è il mistero di Dio!
L’amore – come la fede – è la vita della vita.
Ma non c’è amore senza dolore.
L’uomo non è veramente tale fino a quando non ha profondamente sofferto per poter profondamente amare!

III – Il dolore affina ed eleva lo spirito.
Si può a ragione dire che il mondo del dolore è il mirabile laboratorio ove si formano le anime grandi e scaturiscono le energie più nobili.
La sofferenza è l’ossigeno dell’anima, è la ginnastica dello spirito, è la palestra per gli allenamenti più arditi ed importanti.
Non sono queste frasi retoriche, ma l’espressione di una fondamentale verità: il dolore nella nostra vita ha un ruolo decisivo ed insostituibile.
Le persone che non hanno sofferto, sono ancora necessariamente alla superficie della loro anima, perché solo talune vibrazioni, che sono esclusive del dolore, hanno il privilegio di svegliare energie latenti, e di scoprirci il vero volto dell’anima.
Solo il dolore entra nell’intimità vera del nostro io, raggiunge i più nascosti e gelosi meandri del nostro spirito e sa dilatarlo e farne sviluppare i germi più preziosi.
Solo il dolore ha l’arcana potenza capace di far sprigionare da noi, al suo ruvido contatto, scintille di luce, di grandezza, di eroismo, di abnegazione.
È il dolore quello che ha ispirato i poeti, gli artisti, i musicisti, gli eroi, i santi: nessuno meglio e più di loro fu discepolo fedele del più grande maestro della vita, che è appunto il dolore!
Non per nulla Luigi Camoëns, il maggiore poeta portoghese, fu dipinto con una corona di spine sul capo: il lauro che, del resto, ben si addice a tutti i poeti e a tutti i grandi.
Dice Goethe che l’artista ha bisogno di qualche malanno che renda più sottile il suo involucro, più trasparente la sua umanità e lo metta in contatto con quei mondi nei quali sono le radici dei pensieri e degli atti di quaggiù.
E se è vero che la pagina più bella di un libro è quella sulla quale cade una lacrima, tutte le opere più sublimi, scaturite dall’ingegno umano, sono state preparate nel dolore e irrorate da lacrime amare e copiose.
Milton, cieco e infermo, scrive il « Paradiso perduto »: L’« Inno alla luce » non poteva scaturire che da due pupille spente.
Guy de Maupassant scrive le sue novelle, tormentato da un male che non gli dà tregua.
A. S. Novaro, col cuore in angoscia per la morte del figlio, detta le pagine del « Fabbro armonioso » che sono la sua opera migliore.
Dostojevskij compone i suoi romanzi tra un attacco e l’altro di epilessia.
Cervantes concepisce l’idea del « Don Chisciotte » in prigione e i brani migliori sotto insopportabili dolori fisici.
Francesco Bacone scrisse le sue opere non quando era colmato di onori e di fortuna, ma nei giorni della disgrazia, della miseria, del disonore.
Giacomo Leopardi, infelice, ammalato, escluso dalla vita, compone liriche di toccante sublimità.
E gli esempi si potrebbero moltiplicare a non finire!
Dice De Musset che i canti più belli non sono mai stati scritti.
Sono quelli che uscirono dal cuore dei poeti quando piangevano soli, nel segreto della loro stanza, e che mai riuscirono a fermare sulla carta.
Non per nulla canto fa rima con pianto!
E che dire dei musicisti, che con divine armonie suscitarono la commozione di tanti uomini?
Ferruccio Pergolesi, tisico e morente, compone lo « Stabat Mater ».
Vincenzo Bellini, fra un attacco e l’altro della sua inguaribile etisia, detta i suoi spartiti prodigiosi.
Giacomo Puccini confessa e scrive ad un amico: « Ho sempre trovato nel dolore, grande e piccino, nel contrattempo e nell’amarezza, nel disappunto o nell’ansia, nello sgomento breve o nell’assiduo tormento, la voce patetica delle mie pagine migliori ».
Mozart compone le mistiche sinfonie della « Messa da Requiem » nel letto di morte, e, giustamente, si disse di lui che il miracolo della sua arte fu quello di avere tenuto per sé il dolore, e di avere comunicato agli altri la pace che mai aveva conosciuta.
Chopin, malato di nostalgia per la patria lontana, ferito nei polmoni e disilluso nell’amore, compone i famosi « preludi ».
Sebastian Bach, divenuto cieco dopo aver perduto sette figli, scrive quel « Corale » di grande serenità al quale tante anime si sono avidamente dissetate.
Haendel, in preda alla paralisi e vicino alla morte, canta i suoi motivi più puri.
Beethoven, solo, nella miseria e nell’abbandono, senza figli e senza amici, compone a conforto degli uomini e ad incitamento della loro fraternità, la « Nuova Sinfonia » …
E tutta la storia della musica è una storia intessuta di dolori, di incomprensioni, di lotte, di pianto.
Giustamente De Musset la chiamò « figlia del dolore »: definizione quanto mai vera e significativa, e forse per questa sua caratteristica, nessuna creatura può dirsi insensibile al suo potentissimo richiamo.
Il dolore è l’ombra inseparabile della grandezza, il peso che controbilancia i munifici doni della natura.
Pare che la gloria non si lasci afferrare che da mani lacerate e sanguinanti.
Noi siamo troppo facili ad attribuire alle intuizioni del genio le conquiste e le mete di chi ha scoperto qualcosa di grande!
Pensiamo che le invenzioni fioriscano tutto d’un tratto nel cervello dei grandi uomini. E non vogliamo credere alle lunghe ed estenuanti prove e sofferenze che le hanno precedute.
Non illudiamoci: nulla sboccia d’incanto! Ogni affermazione umana è il frutto sofferto di una infinita serie di fili misteriosi e nascosti; è la componente di una lunga e dolorosa storia, che affonda le sue origini in una lontana e sconosciuta pagina irrigata di sangue e di sudore … !
E che dire di quegli autentici eroi, i più grandi ed ammirevoli, che sono i santi?
Nessuno di essi è stato esente dalla legge comune.
E fu spesso la loro volontà a spingerli non solo ad accettare, ma a cercare il dolore, come il sapiente compagno ed ispiratore delle loro azioni mirabili, volte incessantemente a superare gli angusti limiti del mondo e dell’io.

Nel dolore e col dolore diedero ottima prova di sé, offersero lo spettacolo più mirabile che la terra possa presentare al cielo: quello dell’olocausto continuo e completo, nel superamento vittorioso del dolore, dell’odio, dell’ingratitudine, della persecuzione, della morte! « O soffrire o morire! » pregava S. Teresa d’Avila!
E S. Maria Maddalena de’ Pazzi:
« Signore, voglio soffrire molto, e soltanto per Te! ».
« Voglio essere disprezzato per amor tuo », rispondeva S. Giovanni della Croce a Gesù che gli chiedeva che cosa volesse in cambio delle sue fatiche apostoliche.
« Ancora di più! Ancora di più! », gridava S. Francesco Saverio in mezzo alle sue incredibili sofferenze.
Il dolore conosciuto, accettato, offerto, amato: questo l’insuperabile mezzo, la vera causa di ogni grandezza e di ogni autentica gloria.
Heine, paralizzato, in una casa di cura, tra un mucchio di cuscini, con mano tremante vergò pagine memorabili e sublimi che lo resero celebre. « Fu la malattia – osserva il suo biografo – a rendere di Heine un cuore che ascolta ».
Il cuore di tutti i grandi e dei santi è un cuore che si è posto in ascolto ed ha inteso la lezione.
Il logorio della sofferenza ha operato il prodigio e ha trasformato il dolore in energia preziosa.
L’uomo del resto è come l’incenso: deve essere bruciato per far sentire il suo profumo!
Ed è proprio nelle ore, che egli crede morte o perdute, che getta il seme della sua immortalità.

IV – Il dolore abilita alla comprensione degli altri.
Il piacere infiacchisce l’anima, corrompe la vita, deforma il carattere, mentre il dolore fortifica, ritempra lo spirito e forma la personalità.
Il piacere rende l’uomo egoista, insensibile, gretto; ed è solo il dolore che lo apre alla comprensione degli altri.
Gli altri: quelli che ci vivono accanto nella corsia del nostro stesso ospedale, nell’ufficio, nel cantiere, nella strada, nella casa.
Le persone cui ci legano vincoli di sangue o di amicizia; quelle che ci siamo scelte noi e quelle che ci sono state imposte dalla natura o dalle circostanze.
E sono tanti, e così diversi per temperamento, per condizione, per qualità.
Non tutti ci sono subito o completamente simpatici. Quasi finiscono per infastidirci, per deluderci, per suscitare in noi impressioni di disprezzo, di critica, di ripulsa.
Sono facili allora la mormorazione, la sfiducia, gli apprezzamenti poco generosi.
I giovani generalmente non sanno capire le difficoltà in cui versano i genitori; gli inesperti non possono comprendere i problemi di chi ha responsabilità di famiglia o di azienda.
E chi non ha ancora pagato di persona il suo tributo alla sofferenza, non può immedesimarsi nei dolori, nelle preoccupazioni, nelle ansie dei propri simili.
È col passare degli anni e con l’aumentare del travaglio personale, che si fa avanti, nel nostro cuore, la comprensione sincera per chi è malato, tormentato, caduto, umiliato.
È affinando il nostro spirito a questa scuola di grandezza, che possiamo guardare, con dignità e comprensione, le miserie e le amarezze di chi ci cammina accanto!
Certe piaghe del prossimo non si possono toccare che con le mani trapassate dai chiodi.
Solo una vita lacerata può consolare il dolore dei fratelli.
Bisogna molto soffrire per poter loro offrire qualcosa!
E il nostro giorno migliore è quello nel quale abbiamo sofferto di più!

V – Il dolore purifica ed espia i nostri errori e peccati.

È celebre la frase uscita dalla bocca del grande Napoleone nel momento nel quale intraprese l’umiliante viaggio verso l’esilio: « Tutto si paga! ».
Ogni peccato è una violazione dell’ordine mirabilmente fissato dal Creatore; un debito contratto con la Sua Giustizia.
Bisogna ristabilire l’ordine infranto, pagare rigorosamente il fio del male commesso.
E il dolore è la preziosa moneta che opera tutto questo, direttamente opponendosi alle tre sorgenti dalle quali scaturisce il peccato: l’orgoglio, la concupiscenza e l’egoismo.
L’umiliazione, l’impotenza, l’inazione sono la punizione dell’orgoglio; il decadimento e l’affievolimento del corpo, il castigo della concupiscenza; l’isolamento e l’abbandono, la pena dell’egoismo.
È l’azione punitiva di Dio, cui nulla sfugge della nostra vita.
È la sanzione necessaria alla violazione delle Sue leggi, che sono sacrosante e inviolabili!
Dio agisce però sempre per il nostro bene e, ogni qualvolta ci punisce, vuole, con la punizione, offrirci la correzione; quando ci flagella e ci fa soffrire, è sempre perché noi possiamo quanto prima emendarci.
S. Agostino scrive che le malattie offrono il doppio vantaggio di metterci nell’impotenza di peccare e di farci espiare i peccati commessi.
È nel dolore infatti che l’uomo sente cadere i suoi pregiudizi, dissiparsi le nebbie che si addensano intorno alla mente nel tempo felice, e sa apprezzare meglio il valore della virtù e i danni della colpa.
Ed è il dolore che fa del nostro corpo, strumento di peccato, l’altare e la vittima per il sacrificio di espiazione!
Conservandoci il bel rischio del libero arbitrio, Dio ci ha dimostrato una cavalleresca fiducia …
Ma l’uomo è perennemente tentato ad un’opzione disordinata ed assurda, quella del peccato, dell’anti-Dio.
Il dolore è la lezione permanente che ci ricorda la responsabilità di ogni nostra scelta, e ci richiama, con la sua inconfondibile voce, alla considerazione della gravità di ogni nostra colpevole disattenzione.
E se è grande il peccato, altrettanto grande deve essere la riparazione.
Anche perché l’uomo è un essere socievole, membro di una o di più comunità che si fondano tutte nella comunità umana.
Ogni peccato, anche il più intimo, è peccato sociale perché la comunità subisce fatalmente le conseguenze dei peccati dei suoi membri; e quindi tutta la comunità è chiamata a espiare.
La sofferenza diviene, così, il generoso strumento di misericordia nelle mani di Dio; la moneta per saldare i debiti verso di Lui, e, soprattutto, la leva potente per salvare il mondo dall’abisso del peccato.
I malati, i sofferenti, sono i veri parafulmini che proteggono gli uomini dai castighi divini; e il dolore degli innocenti è la più grande lode alla santità di Dio, il più valido contributo all’equilibrio e alla salvezza del mondo.
VI – Il dolore è il messaggero e l’alleato di Dio.
S. Anselmo ammonisce che dobbiamo ricevere tutti i dolori di questa vita con la devozione con la quale riceviamo i Sacramenti.
Come ogni Sacramento, la sofferenza è un segno sensibile sotto cui si nasconde la Grazia di Dio.
E quello che ci appare un flagello, è sovente un’insigne misericordia di Colui che ci attende sempre.
Nella Bibbia si legge: Il Signore corregge coloro che gli sono cari e usa la sferza con ogni figliolo che riconosce per Suo. Ci castiga per le nostre ingiustizie e ci conserva per la Sua bontà (1)
Ed ancora: Punisce le colpe perché ama i colpevoli, e le sue punizioni sono sempre mezzi di salute e di vita (2) .
Quando tutto intorno a noi è tranquillo, quando ogni cosa procede secondo i nostri meschini desideri, quando il successo viene ad ubriacarci, finiamo per renderci padroni assoluti del nostro destino e ci sentiamo autosufficienti.

Dimentichiamo Dio, nostro principio e nostro fine.
Dimentichiamo il vero Dio e ci formiamo degli idoli, che si chiamano bellezza, ricchezza, forza, ambizione, piacere e li adoriamo in vece Sua.
Così, dimentichi della realtà suprema, ci abbandoniamo alle illusioni e alle parvenze del mondo sensibile; finiamo per lavorare affannosamente per l’acquisto di una effimera felicità terrena.
È a questo punto che il Signore interviene e permette quella che noi chiamiamo sventura. Si ammanta di essa e si presenta alla nostra porta.
Permette che i nostri idoli siano spezzati, che troviamo l’amarezza e la delusione là dove credevamo di assaporare la dolcezza del piacere e della gioia. 1) – Tobia 13, 16. 2) – Ezechiele 23, 2.
E, così, ci convinciamo che la felicità va cercata non nelle creature, ma al di sopra o al di fuori di esse.
Impariamo, dalle amarezze delle cose di quaggiù, ad amare i valori che ci attendono e per i quali siamo creati.
Siamo spinti alla ricerca, allo studio, alla comprensione di Colui che è ancora il grande Sconosciuto, il quale solo così si affaccia, in tutto lo splendore della Sua Maestà, al nostro mondo interiore.
Sull’ala del dolore – ha detto il grande Buonarroti – l’anima sale o risale nuovamente a Dio!
Comprendiamo allora come un cuore senza dolore è come un mondo senza Rivelazione, che vede Dio solo al tenue chiarore del crepuscolo.
Solo l’oscurità di un Calvario spirituale diffonde – ha scritto Leon Bloy – la soave del nostro mirabile Salvatore!
La prosperità e il benessere fanno, spesso, sembrare il Signore lontano. Il dolore lo avvicina e lo fa abitare in noi; e, per questo, è stato giustamente detto che, quando esso si fa sentire, siamo certamente sul direttissimo del cielo!
Dio non ti ha mai tanto amato – è S. Agostino che parla – come quando ha rovesciato tutto quello che avevi fatto per la tua prosperità.
E se era stato generoso dandoti ricchezze, onori, salute … è stato ancora più prodigo quando ti ha tolto tutti questi beni!
E se questo è vero – e non possiamo negarlo alla luce, per quanto sconcertante, di Dio – si guadagna più in un giorno di avversità che in parecchi anni trascorsi nella gioia, anche quando se ne fa buon uso.
L’avversità fortifica, distacca, eleva, matura. Ci dà la visione giusta del valore delle creature e orienta la nostra volontà a donarsi, senza riserva, al Creatore.
Novalis ha detto che « l’infelicità è la chiamata di Dio », e Dante che « il buon dolor … a Dio ne rimarita ».
Fu chiesto a S. Ignazio quale sia il cammino più breve per arrivare a Dio, ed egli rispose: « Soffrire molte e grandi avversità ».
È questa evidentemente una visione incomprensibile e strana per chi si rifiuta di credere!
Accettare la sofferenza come una lezione ed un invito di Dio, è sempre e solo questione di fede.
« Del resto – come ha scritto Anatole France – in un mondo in cui è spenta ogni illuminazione della fede, il male e il dolore perdono anche il loro significato e non appaiono più che come scherzi odiosi e farse sinistre ».
Bisogna allora, vederla così la nostra malattia; sentirlo così il nostro dolore: una visita, una visita misteriosa ed amorosa del Signore.
Lui che batte alla nostra porta, al nostro cuore, per un colloquio molto intimo e personale.
Lui che conosce perfettamente il nostro indirizzo di casa, gli attivi e i passivi dei nostri bilanci e sa, meglio di noi, il sistema più sicuro per risanarli!
Una visita che si conclude sempre, da parte nostra, con un arricchimento o una perdita, secondo l’accoglienza che le abbiamo fatta.
Nessuna prova, non vi è dubbio, ci lascia come ci ha trovati; ed è questione di vita o di morte, perché Dio non si muove e non batte mai invano alla porta della nostra vita!

VII – Il dolore è un mezzo efficace di redenzione sociale.

Il programma, per noi fissato dal Divino Ospite, non è isolato, ma inserito in quello degli altri, fa parte di un tutto, nel quale gli uni collaborano – debbono collaborare – alla salvezza degli altri.
E questo, soprattutto per la mirabile dottrina del Corpo Mistico del quale ci siamo precedentemente occupati.
Ognuno di noi è membro di un grande corpo di cui Cristo è il Capo.
Un corpo ove, tra il Capo e le membra e le varie membra fra di loro, vi è una comunicazione di proprietà e di azione.
Cristo ha sofferto, noi soffriamo in Cristo.
I Suoi patimenti sono i nostri ed Egli continua a soffrire in noi, così che Corpo e Membra formano una sola unità sofferente.
Gesù trova, così, nelle Sue membra, le nostre malattie, le nostre lotte interiori, i nostri scoramenti, la nostra morte e vive tutto questo in noi.
Perciò fu chiamata croce non solo il complesso dei patimenti di Gesù, ma altresì croce ogni nostro soffrire.
L’agire del cristiano deve essere quindi uno specchio fedele della Sua vita, proprio perché il cristiano è un altro Cristo.
Ora i tempi della vita di Gesù sono due: Passione e Resurrezione.
Alla gloria e alla felicità eterna, il cristiano arriverà soltanto, come Gesù, attraverso la croce; potrà ascendere a Dio solo per mezzo del dolore che purifica.
Come la corruzione del piccolo chicco di grano caduto nel solco produce il rifiorire della vita, così la sofferenza dell’uomo apporta una vita nuova: annientamento e dolore si equivalgono, perché contengono entrambi un germe di rinnovata vitalità.
Gesù sul Calvario raccolse nel Suo cuore il pianto dell’intera umanità.
Tutto il dolore confluì in Lui, nell’offerta totale che Egli fece al Padre; e la Passione sarà completa solo quando il mondo sarà finito.
Così, partecipi del Suo dolore e della Sua offerta suprema, noi siamo chiamati a condividere la Sua opera di Risurrezione per la salvezza del mondo dei singoli uomini.
Giorno per giorno, ora per ora, continuiamo la grande opera redentrice.
Non siamo soli e isolati nel nostro soffrire: a noi è data la consapevolezza del perché soffriamo e la gioia suprema dell’amore; dare, dare generosamente a chi è solo e non ha alcuna risorsa personale, a chi è ancora avvolto nelle tenebre dell’ignoranza e del peccato.
Il come se noi versassimo, a torrenti copiosi, in un oceano infinito, i meriti maturati nel nostro soffrire.
Da questo oceano divino, risaliranno i misericordiosi torrenti alle destinazioni a cui li abbiamo assegnati; e a loro volta da queste destinazioni, altri meriti e sacrifici defluiranno verso altre, in uno scambio amoroso e soprannaturale di beni preziosi.
Noi così ameremo veramente in Cristo e ci sentiremo profondamente riamati in una esuberanza di vita divina che non ha l’eguale.
Il peccatore espierà nella propria sofferenza le colpe commesse, ma, in questa espiazione, sarà validamente aiutato dai meriti dei giusti.
Questi, non avendo peccati personali da espiare, santificano se stessi e devolvono i meriti a favore di quelli.
Gli innocenti, sull’esempio di Gesù, che è l’innocenza personificata, soffrono a Sua immagine e somiglianza, e la loro offerta è il profumo più accetto.
Dio, invitandoci a Lui, vuole che gli uomini si avvicinino gli uni agli altri, e formino con Lui una armonica unità.
Per meritare la salvezza essi debbono tenersi uniti in questo valido scambio di doni: tutti necessitiamo gli uni degli altri per giungere a conquistare il felice accesso alla dimora del Padre, dal quale siamo usciti e al quale, insieme, dobbiamo tornare.
Gli eventi stessi del mondo possono dipendere dalle meravigliose possibilità di questo piano divino.
Forse da un remoto angolo della terra, forse da una piccola e povera soffitta, si è innalzata quella supplica ardente che ha cambiato gli eventi di un’anima o quelli del mondo.
Anche la persona più umile può compiere, con la sua croce unita a quella di Gesù, azioni di vasta portata e di grande risonanza.
Non ha importanza, quindi, l’essere in posti di onore o di responsabilità; il ricoprire ruoli importanti o di nessuna evidenza nella compagine del mondo e della comunità nella quale viviamo: quello che conta è l’umile collaborazione della preghiera e del sacrificio nel luogo ove Dio ci ha posti, e che non è mai piccolo od oscuro perché ha riflessi universali e si traduce nel bene di tutti.
In ogni coscienza che accetta di patire vi è la soave certezza di lavorare per la redenzione del mondo!

VIII – Il dolore è fonte di gioia e di pace.
Dice Gandhi: « La sofferenza non è che un aspetto della gioia: l’una e l’altra si susseguono immancabilmente ».
Chesterton afferma che la gioia è il gigantesco segreto del cristiano, e Pascal che nessuno è felice quanto il vero cristiano.
Eppure, ad imitazione del suo Maestro, egli deve prendere la croce e soffrire …
Non c’è gioia senza croce; non c’è pace se non nella sofferenza.
Ed anzi le gioie più grandi dell’anima sono sempre quelle che conseguono alle lotte più dure, alle privazioni più terribili, ai sacrifici più eroici.
E sono così intense, così profonde, così divine da fare dimenticare tutte le sofferenze che le hanno preparate, tutte le lacrime di cui sono intrise.
La gioia nella sofferenza era il motto di Beethoven.
Può sembrare paradossale, ma in realtà, in un’anima generosa, la sofferenza genera una gioia profonda, perché nell’ora della sofferenza la vita è più feconda, la nostra umanità più purificata, la nostra personalità più affermata ed efficiente.
Una gioia che proviene dalla felice considerazione di essere collaboratore attivo di Dio, in un’opera nella quale Lui è il protagonista.
La gioia di essere oggetto di una Provvidenza che ha il rispetto più geloso, l’attenzione più amorevole per chi rappresenta, sulla terra, la cosa più delicata e preziosa.
La gioia di sapersi portati e sostenuti da Colui dal quale viene ogni conforto e che ha assicurato a tutti i sofferenti il ristoro e la consolazione.
La gioia di sapere che le sofferenze del tempo presente non hanno proporzione alcuna con la gloria che si manifesterà in noi (3).
La gioia di avere rinunciato a discutere, convinti che ciò che avviene è per il nostro bene, e che tutto è previsto, disposto, assicurato, secondo un piano che è a lieto fine anche se a noi non sembra. 3) – Rom. 8, 8.
La gioia dell’incontro con Dio in un’atmosfera di purificazione, di elevazione, di adesione amorosa, dolce preludio della felice ed eterna contemplazione dell’altra vita.
S. Gemma dice che la gioia vera sta nello scoprire Cristo, nel farlo regnare nella propria anima, nel partecipare ai suoi dolori, nel nascondersi in Lui.
E in questo senso sono le parole del povero e sofferente Francesco d’Assisi che gridava: « La perfetta letizia non sta in nessuna altra cosa che il sostenere, per amore di Cristo, pene, ingiurie, obbrobri e disagi ».
Gioia vera, letizia perfetta … sono termini comuni ai Santi, che sono gli unici ed autentici portatori di gioia, in una vita difficile segnata dal dolore, bagnata di sangue.
Mai un Santo è apparso triste; anche, e soprattutto, nei momenti delle prove più oscure, delle sofferenze più lancinanti.
Si ha così la commossa sorpresa – come avviene a Lourdes – di cogliere, in corpi disfatti, la luce serena di una interiore letizia; di ricevere parole di gioia e di pace da chi, da anni, giace nell’immobilità; di udire, da chi ha conosciuto la vita nella sofferente fragilità di un corpo inchiodato su una carrozzella, espressioni come questa: « Mamma, più bella di questa tu vuoi la mia strada? ».
Nella generosa ed amorosa adesione alla volontà di Dio, nello sforzo di amare la croce e il dolore come ciò che meglio per noi realizza il piano divino, sta il soave segreto della pace e della serenità.
La croce è il magnifico dono che Dio ha fatto ai Suoi amici.
Disse un giorno a S. Margherita Maria: « Ricevete la croce come il pegno più prezioso che il mio amore può darvi in questa vita ».
E non l’ha risparmiata a nessuno, nemmeno alla Madre Sua, che è, per eccellenza, la Virgo dolorosa.
Amico sofferente, è lungo il cammino: provati anche tu!
Le tappe successive si chiamano: accettazione, rassegnazione, offerta volontaria, adesione amorosa.
La gioia e la pace camminano ed aumentano parallelamente alle interiori disposizioni del tuo spirito.
Ma solo l’ultima tappa, quella dell’adesione amorosa, quella che ti porta ad amare fortemente la croce, la tua croce, ti farà assaporare, fino in fondo, la indicibile gioia che Dio ha nascosto nel mistero del tuo dolore.

Per soffrire meno, per soffrire meglio

L’AMICO DI OGNI MALATO
Poco interessano le stravaganti interpretazioni dei filosofi e le affermazioni più o meno originali dei vari pensatori di ogni epoca e corrente sul problema del dolore.
Ciò che interessa è soltanto sapere con sicurezza quello che pensa Iddio e quale funzione abbia assegnato all’umana sofferenza.
Il pensiero, la parola di Dio, come tu sai, è documentata e definitivamente fissata in un grande libro: la Bibbia.
Non ne esiste un altro più verace, più importante, più grande, perché esso raccoglie l’autentico genuino pensiero di Dio.
Pochi conoscono a fondo questa inesauribile miniera di verità e di forza, di luce e di aiuto soprannaturale …
Eppure non vi è idea veramente originale, non c’è ispirazione, non c’è spunto che garantisca soluzioni sicure e durature che non siano contenute nelle pagine sacre di questo libro che è opera di Dio!
Il mistero del dolore va quindi studiato e illuminato prima di tutto, alla luce della Divina Rivelazione. E sarebbe interessante uno studio approfondito, un’accurata rassegna dei testi biblici relativi al problema che ci interessa.
Non sembra però necessaria, per il nostro intendimento, un’indagine così lunga e complessa, bastando fissare lo sguardo e l’attenzione su una figura di inconfondibile rilievo ed autorità: Gesù!
È mirabile pensare che il Signore, non contento di averci parlato attraverso gli scrittori sacri (gli agiografi), ha voluto, ad un certo momento della storia, scendere in mezzo a noi, divenire uno di noi e parlarci direttamente, operare personalmente la nostra salvezza!
I Vangeli, che sono una parte del Nuovo Testamento, ci descrivono le azioni e le parole di Gesù; ci riportano, con un criterio di assoluta fedeltà storica, il più luminoso messaggio di salvezza pronunciato dalla viva voce del Personaggio più importante della storia umana.

Hai mai letto attentamente il Vangelo?
Questo libro è indispensabile per tutti, e per te in modo particolare, o sofferente. Deve diventare il compagno indivisibile delle tue giornate, il consolatore delle tue sofferenze.
Se leggendo non hai ancora sentito salire in te una forza irresistibile di amore e di luce, lo hai letto male.
Ripeti la prova, rileggilo! Il Vangelo è il tuo libro perché in esso tu trovi un Gesù in perenne contatto col mondo del dolore, un Gesù che vive di dolore, che pone fine alla sua vita terrena col più sublime olocausto di dolore, che ha ripetutamente affermato di essere venuto non per i sani, ma per i sofferenti e i bisognosi.
Sfogliamo intanto insieme queste pagine preziose e seguiamo il Divino Maestro nelle sue peregrinazioni, nei suoi dialoghi, nei suoi discorsi, nelle sue azioni.
L’Evangelista Matteo ci dice che Gesù percorreva tutta la Galilea insegnando nelle Sinagoghe, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia ed ogni languore in mezzo al popolo. (1)
Luca: Tutto il popolo cercava di toccarlo, perché usciva da Lui una virtù che sanava tutti (2) ; e fattosi sera, al tramonto del sole tutti quelli che avevano infermi per diverse malattie li condussero a Lui … Ed Egli, imposte le mani a ciascuno di loro, li curava….(3).
1 – Mt 4, 23 2 – Lc 6, 19 3 – Lc 4, 40
In ogni momento e luogo Gesù è dunque attorniato da malati. Lo seguono nei suoi viaggi, Lo attendono sul ciglio della strada, ai crocicchi delle vie. Circondano la casa ove Egli si trova, fanno scoperchiare addirittura il tetto per essere calati davanti a Lui.
Si danno la voce, si rincuorano al pensiero di poterlo un giorno incontrare, sanno attendere con pazienza il Suo passaggio e il Suo arrivo.
Sono tanti; e tutti afflitti dalle più svariate e dolorose infermità: lebbrosi, paralitici, zoppi, idropici, ciechi, sordi, lunatici, storpi, sordomuti, indemoniati … Malati nel corpo e tormentati nello spirito, sofferenti nella carne, ed oppressi da ogni specie di afflizione che l’Evangelista chiama con la parola generica di languore.
Non vi è momento della giornata nel quale Gesù tranne quando è ritirato e assorto nella preghiera possa dire di essere solo, di essere libero dal gravoso peso di ascoltare chi si lamenta, piange, prega, invoca un sollievo, domanda la guarigione….
L’insistenza diviene a volte ossessiva e petulante al punto di attirare la reazione degli Apostoli, ma Gesù li riprende decisamente ricordando il fine specifico della Sua missione che si doveva rivolgere in modo particolare agli afflitti e tribolati.
Quale il suo atteggiamento?
Ci dice il Vangelo che il primo sentimento fu sempre quello di una profonda compassione.
Alla vista della povera vedova di Naim che conduceva a sepoltura l’unico figlio che le era morto, sentì compassione di lei (4) e operò il miracolo della resurrezione.
Allo spettacolo della folla numerosa che aveva sfidato ogni fatica ed avversità pur di raggiungerlo, Gesù si impietosì di loro perché erano come pecore senza pastore (5) e moltiplicò i pani. 4 – Lc 7, 13 5 – Mt 6, 34
Davanti alla tomba dell’amico Lazzaro morto, fremette nel suo spirito e si turbò fra la generale commozione (6).
Vedendo il cieco di Gerico, si impietosì (7) e lo risanò.
Visto il lebbroso che con insistenza gli chiedeva il miracolo, impietositosi, stese la mano, lo toccò … (8) e gli concesse la sospirata guarigione.
E gli esempi si potrebbero convenientemente moltiplicare.
Nessuna infermità ha mai avuto in Lui una reazione di ripugnanza. Non esitò ad avvicinarsi ai lebbrosi, a dialogare con loro, a toccarli amorevolmente.
Questo tipo particolare di malattia era tale da obbligare i pazienti ad una completa separazione dal consorzio civile.
Il loro aspetto macabro, il pericolo di un contagio li obbligava ad una rigorosissima clausura, violata solo da Lui che li va a cercare, a consolare e spesso a guarire.
Non fa distinzione di classi o di età..
Oggetto delle Sue cure sono i poveri e i ricchi, i bambini e i vecchi, i giusti e i peccatori.
Ovunque si soffre, il Suo cuore è presente.
Ai messi di Giovanni che Gli domandano se Egli sia veramente il Messia atteso, risponde affermativamente dimostrando come in Lui si verificano le attività predette dal Profeta del futuro Messia: Andate, annunciate a Giovanni quello che vedeste e udiste: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e i sordi odono, i morti risorgono, i poveri vengono evangelizzati …(9) . 6 – Gv 11, 33 7 – Mc 10, 51 8 – Mc 1, 41 9 – Lc 7, 22-23
Ed è felice l’accostamento dell’attività risanatrice di Gesù con l’annuncio del messaggio evangelico ai poveri, accomunati nella dignità e nell’importanza a tutti gli altri destinatari del Suo messaggio.
Nella Sua opera di sollievo, Gesù non conosce soste e non è mai trattenuto da ostacoli apparentemente insormontabili.
I Farisei Lo accusano di violare la legge mosaica, perché guarisce i malati in giorno di sabato, ed Egli risponde accusandoli di ipocrisia e appellandosi allo spirito e non alla lettera della legge.
Nel momento nel quale viene imprigionato, nell’Orto del Getsemani, fra il trambusto e il terrore di quella notte, non si dispensa dal compiere uno squisito atto di bontà verso il servo del sacerdote che aveva ordinato la Sua cattura; e risana l’orecchio di Malco.
Ma non sempre Gesù compie il miracolo.
Tutti lo domandano, ma sono pochi, in proporzione, quelli che lo ottengono.
I miracoli singoli enumerati nel Vangelo, in modo definito e preciso, sono in tutto, pressa poco, una quarantina.
Un numero evidentemente sproporzionato, tenuto conto delle domande, del numero delle malattie, dell’insistenza e della fede di quei malati!
Non a tutti Gesù ha accordato il miracolo, ma a tutti, nessuno escluso, la grazia del conforto e della rassegnazione.
Mai un sofferente è partito da Lui senza avere ricevuto il sollievo morale, che è certamente l’equivalente della guarigione.
Quante volte è uscita dal Suo labbro divino la parola che anche noi ripetiamo sovente: Coraggio! Abbi fiducia!
Proferita da bocca umana, questa espressione ha significati spesso diversi, ma pronunciata da Gesù ha un senso ben preciso, e si traduce in un invito a credere, ad avere fede, fiducia in Lui; ad essere fermamente convinti che da Lui, e da Lui solo, possono venire la forza e il conforto.
Al paralitico: Figliolo, confida, ti sono rimessi i tuoi peccati! (10)
Alla vedova di Naim, prima di compiere il miracolo:Non piangere! (11)
Ai discepoli ai quali preannuncia dolori e tribolazioni: Non temete, Io ho vinto il mondo! 12)
E nell’imminenza della Passione: Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti: credete in Dio, credete in Me! (13)
A tutti i sofferenti che a lui ricorrono e in Lui confidano, a tutti i perseguitati, agli oppressi, a chi sente il peso della malattia e del dolore, Egli lancia un toccante messaggio di consolazione e di serenità: Beati gli afflitti perché saranno consolati (14); venite a me Voi tutti che siete stanchi ed aggravati ed Io vi conforterò … perché il mio giogo è soave e il mio peso leggero (15) .
Il Vangelo ci ritrae qualche volta un Gesù in accesa polemica coi Suoi nemici.
Il tono della Sua voce, sempre dolce e persuasivo, si è fatto a volte risoluto ed aggressivo. E non ha esitato, spesso, a bollare con parole di fuoco, taluni atteggiamenti superbi e presuntuosi dei Farisei in mala fede!
Ma mai parola meno che dolce ed amabile coi malati, coi sofferenti, coi tribolati, con tutti quelli che in umiltà di spirito e con fede viva, Gli chiedevano la guarigione e il conforto!
E ciò che è più significativo è il fatto che non si è indugiato una volta sola a fare il processo alle cause che hanno ridotto i malati in quello stato pietoso!
Spesso sono il peccato e il disordine morale le cause vere di tante infermità; ma Gesù non indaga in nessun caso, né autorizza gli altri a farlo. 10 – Mc 4, 6 11 – Lc 7, 13 12 – Gv 16, 33 13 – Gv 14, 1 14 – Mt 5, 5 15 – Mt 11, 28-30
Quando Pietro, con curiosità facilmente comprensibile, pone al Signore, alludendo al cieco nato, la domanda: Maestro, chi peccò, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?, Gesù con una risposta che preclude la via ad ogni discussione, afferma: Né lui peccò, né i suoi genitori, ma perché si adempissero le opere di Dio in lui (16) .
E le opere di Dio, le Sue opere, si dovevano esprimere non tanto nel discutere o nel fare indagini sulle eventuali responsabilità, quanto piuttosto nel mettersi a servizio delle loro necessità spirituali e corporali.
Del resto che cosa sarebbe costato al nostro divino Signore guarire, con miracoli strepitosi, tutti i malati che a Lui ricorrevano?
Ed invece, generalmente, la Sua opera si rivolge ad un’azione di sollievo e di conforto morale.
Non abolì ma volle compresa e santificata la sofferenza, che, evidentemente, acquista un valore incommensurabile, un ruolo insostituibile nell’economia della salvezza.
Volle dimostrare che la grazia di ben soffrire è più grande di quella di guarire; che il dolore più che un castigo, è una missione, un inestimabile tesoro, un mezzo prezioso attraverso il quale Dio attua i Suoi fini di redenzione dei singoli e del mondo.
Ed è tanto vero che lo stesso Gesù, venuto nel mondo per portarci la salvezza, pur avendo a disposizione della Sua infinita potenza tutti i mezzi possibili, ci ha redenti attraverso la incomprensibile via della sofferenza e del dolore.
Non fu quindi solo in mezzo ai malati, intento a lenire le sofferenze, a confortare i tribolati; ma fu addolorato, provato, tribolato Lui stesso.
E apparve fra gli uomini l’Uomo dei dolori, come Colui che riunì in sé quanto nel mondo si può soffrire fisicamente e moralmente, così che nessuna sofferenza potesse essere patita da loro prima che Egli l’avesse provata nelle Sue carni immacolate e nella Sua sensibilissima natura. 16 – Gv 9, 2-3
Lui, innocente, soffrì come tutti e più di tutti, evidentemente non per espiare un peccato che non aveva, né per portare il peso di un ipotetico castigo; ma per operare, con l’alto valore della Sua sofferenza, la salvezza attesa, per dare agli uomini, peccatori, la testimonianza inconfutabile del Suo esempio.
Ai malati del Vangelo, Gesù ha dato quanto ha giudicato più utile, prezioso, e meritorio.
L’amore infinito che nutriva per loro – un Dio ama infinitamente ogni Sua creatura – non si poteva manifestare che così!
E, attraverso la parola e il contatto fisico, faceva scaturire una forza e una luce tali che, nei casi nei quali non operava il miracolo vero e proprio, disponeva i malati alla sopportazione serena di tutti i loro mali.
L’Evangelista ci dice che tutti Lo volevano toccare perché da Lui usciva una virtù che sanava tutti.
Sanare, dunque, significa non soltanto guarire, ma anche consolare, illuminare, fortificare, far comprendere l’altissima funzione del dolore, infondere la certezza che, soffrendo, si contribuisce ad un sublime piano di redenzione personale e sociale, ci si conforma in maniera integrale a Lui, che è il modello al quale si debbono ispirare le nostre azioni e i nostri sentimenti.
Così la Croce è diventata il segno della Redenzione, la sintesi del Vangelo, che è salvezza operata nella sofferenza.
E i sofferenti sono divenuti i veri protagonisti, i personaggi di primo piano del Vangelo e della storia della salvezza; quelli che da parte del Divino Sofferente hanno goduto e godranno del massimo riguardo, della più profonda attenzione e considerazione.
Non ti deve sorprendere allora l’ordine di Gesù ai discepoli di andare ovunque a curare gli infermi e a mondare i lebbrosi (17) , perché a tutti i Suoi apostoli e seguaci Egli voleva indicare la via da seguire, ad imitazione di quanto aveva fatto Lui.17 – Mc 10, 8
E inoltre ha voluto identificarsi con i sofferenti, li ha considerati parte integrante di se stesso, irradiazione nel tempo e nello spazio della Sua Persona: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, nudo e mi ricopriste, ammalato e mi visitaste, carcerato e mi veniste a trovare (18).
Il giudizio finale avrà come unità di misura le opere di misericordia esercitate nei confronti dei malati e tribolati; saremo giudicati in primo luogo sul fatto di avere alleviato o meno le sofferenze di Gesù vivente nei suoi membri infermi!
Deve essere consolante per te, dunque, l’essere oggetto di tanta divina attenzione!

Pensa: in te vive Gesù, sei parte di Lui, una sola cosa con Lui!

Chi ti visita, ti serve, ti aiuta, deve prescindere dalla tua persona e vedere in te, innanzi tutto, il volto del Signore!
Ma come puoi dunque pensare all’inutilità del tuo soffrire?
Come puoi sentire l’umiliazione del tuo stato, l’avvilimento della tua condizione, quando tu rappresenti la parte più preziosa del creato? Sei, dopo l’Eucaristia, ciò in cui più sensibilmente e concretamente si nasconde e si fa presente Gesù in Persona.
Leggi allora il Vangelo.
Forse non hai mai pensato che Gesù è il più grande, il vero amico di ogni malato.
Forse non ti sei ancora incontrato con Lui; i tuoi occhi non hanno ancora fissato quel volto, al quale tutta la terra inconsciamente anela.
Non è difficile: basta cercarlo, invocarlo!
Incontrare il volto di questo Amico, tendere l’orecchio a questo autorevole Maestro – l’unico Maestro di verità – significa scoprire il senso del dolore, trovare la via della serenità, dare luce al più profondo mistero della nostra vita!

LA TUA E LA SUA VOLONTA’

Quando il Signore fu richiesto dagli Apostoli di una preghiera che meglio di ogni altra rispecchiasse i veri sentimenti che ci debbono animare nei nostri colloqui con Dio, insegnò il Padre Nostro.
Una preghiera semplice e, nella prima parte, apparentemente lontana da noi, dai nostri problemi personali ed immediati.
Fa impressione a prima vista, tra le altre, l’invocazione: sia fatta la tua volontà, perché sembrerebbe più logico, dato che si tratta di una preghiera, il chiedere a Dio che si compia la nostra volontà, si realizzino i nostri desideri, le nostre aspirazioni.
Sono tante! E molte di esse, quasi tutte, diverse e forse opposte alla realtà nella quale siamo costretti a vivere!
E invece Gesù ci insegnò a pregare perché in noi e negli altri si compia la volontà di Dio.
Fu questa, del resto, la toccante e ripetuta invocazione che Gli usci dal cuore nel momento più drammatico della Sua vita terrena, quando diede inizio alla Sua Passione: Padre, sia fatta non la mia, ma la tua volontà!
Fu la volontà del Padre il motivo e la giustificazione della Sua discesa nel mondo e quindi dell’Incarnazione.
Ed è la volontà di Dio la ragione e la causa di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che avviene in noi e nel mondo.
Il problema della divina volontà è quindi quanto mai importante e fondamentale, è il punto di partenza obbligato per ogni ulteriore indagine, specie nel campo misterioso del dolore, la cui razionalità non è subito (e mai del tutto!) evidente ai nostri occhi.
Che tanti eventi nascano e si sviluppino, indipendentemente da noi, è a tutti manifesto: la vita scorre secondo leggi, canoni, direzioni che non sono il frutto della nostra esclusiva volontà.
Noi siamo liberi delle nostre decisioni (l’esistenza della libertà è un dogma di fede che non si può discutere!), ma molte di esse sono connesse con il verificarsi di situazioni che non dipendono da noi, che anzi sorgono contro la nostra precisa volontà.
Veniamo così a trovarci soggetti, contro voglia, ad uno stato di cose sempre temuto e fuggito; a doverci adattare ad un condizione di vita, di lavoro, di ambiente che non amiamo; a vedere frantumati i sogni e le speranze più rosee, ad essere travolti in un mare di guai mai pensati e tanto meno previsti!
Quante illusioni crollate, e molto presto, nella nostra vita! E come essa ci è apparsa, ad un certo punto assurda e dura!
I pagani riponevano nel Fato la causa di tutti i mali; i Manichei pensarono, con molti altri filosofi, che il male fosse opera di una divinità cattiva che lo suscita in odio al Dio buono; e tanti, non trovando una soluzione soddisfacente, attribuirono, e continuano ad attribuire, lo svolgersi della vita, e in particolare le avversità, ad un vago destino che sovrasta e guida ogni uomo sulla terra.
Come è frequente, nel linguaggio comune, la parola destino!
Probabilmente anche noi quando la disgrazia ci ha colpiti, la malattia ha devastato la nostra persona, la fortuna ci è apparsa avversa, abbiamo detto:
È il mio destino! È il destino che ha voluto così!
E la volontà di Dio?
Gli uomini, e in particolare i sofferenti, assumono nei confronti di essa atteggiamenti molto diversi.
Alcuni reputano Dio totalmente estraneo alla loro vita: è troppo buono e non può essere autore del male!
Altri Lo pensano impotente e non interessato ai problemi degli uomini: non ha bisogno e quindi non ha motivo di aiutarci!
Altri invece Lo riconoscono come il vero responsabile della loro particolare condizione e soprattutto del dolore; e, non comprendendo il perché del Suo modo di agire, si ribellano, disperano e si tormentano, con le classiche obiezioni: Perché Dio mi tratta così?
Che cosa ho fatto di male?
Perché proprio a me questa sventura?
Perché a me e non agli altri?
È molto importante allora dare una risposta a così pressanti interrogativi.
La risposta però non può venire da mente umana: è troppo gigantesco il problema e quindi assurda la pretesa di risolverlo con la debole luce della nostra intelligenza.
Apriamo quindi, in tutta umiltà, le sacre pagine della Rivelazione.
Leggiamo nell’Apocalisse: Tu sei degno, o Signore nostro e nostro Dio, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché sei Tu che hai fatto tutte le cose e per mezzo della Tua volontà sono venute all’esistenza e sono state create (1).
Tutto quello che esiste, nel cielo e nella terra, le creature visibili ed invisibili, viventi ed inanimate, ragionevoli e prive di intelligenza, sono opera delle Sue mani, prodotte secondo il consiglio del Suo volere (2) .
Procedendo da Lui, Essere perfettissimo, esse sono veramente buone (3) e perfette (4) ; infatti con la Sua sapienza ha fondato la terra, e con la Sua intelligenza ha formato i cieli (5) .
1 – Apocalisse 4, 11 2 – Ef 1, 11 3 – Gen 1, 31 4 – Deut 32, 4 5 – Prov 3, 19
E non solo le ha create, ma le governa e dirige con la Sua amabile Provvidenza; si prende cura di tutte te cose (6), e lo fa in numero, peso e misura (7), con giustizia e’ bontà (8) e chi può dirgli: cosa fai? (9).
Nulla può accadere nel mondo e nel corso della nostra vita per caso: Dio interviene sempre.
La sua volontà è la prima causa e la vera ragione di quanto avviene: tutto ciò che vuole lo compie in cielo e nella terra (10).
Una volontà che non si limita ai fatti più straordinari, ai grandi momenti della storia e della vita che si rivolge a tutti e a ciascuno, alle grandi e piccole vicissitudini di ogni esistenza.
Ci dice infatti per bocca del Profeta Isaia: Io sono il Signore e non ve n’è altri; Io formo la luce e creo le tenebre, faccio la prosperità e produco la sventura, sono Io il Signore che faccio tutto questo (11) .
Fin dal principio Io annuncio la fine e le cose prima ancora che siano fatte.
Io dico: il Mio disegno si realizza e ogni Mio volere si adempie (12) .
E per mezzo di Mosè: Sono io che faccio morire e che risuscito; sono Io che faccio e risano (13) .
Nel cantico di Anna, madre di Samuele: Il Signore è Colui che dà la morte e la vita, conduce al sepolcro e di là ci richiama … che fa poveri e ricchi, il Dio che umilia ed esalta (14).
6 – Sap 12, 13 7 – Sap 11, 20 8 – Sap 12, 15 ; 15, 1 9 – Eccl 8, 4 10 – Sal 135, 6 11 – Is 45, 6-7 12 – Is. 46, 9-10 13 – Deut 32, 39 14 – Sam 2, 6-7
Il Profeta Amos: Vi può essere nella città un male che non sia opera del Signore? (15) ; e il Saggio: Povertà e ricchezza vengono dal Signore (16).

Nessun limite quindi alla volontà onnipotente di Dio, arbitro unico ed incontrastato di ogni realtà, che da Lui riceve l’esistenza e la conservazione.
Nulla però vi può essere di errato o di assurdo nella creazione: quanto sono grandi, o Signore, le Tue opere: tutte le facesti con sapienza! (17); una sapienza che si estende con potenza da un capo all’altro del mondo (18).
Tutto è sapientemente fissato e calcolato, tutto previsto e dosato su misura: Tu, Signore ci giudichi con mitezza e ci governi con molta moderazione (19) .
Dio tratta l’uomo con la tenerezza e il rispetto che un padre ha per il suo figliolo: come figlioli vi tratta Iddio (20); e non permette mai prove o tentazioni superiori alle forze di chi le deve sopportare (21) .
Ogni più piccola sfumatura è oggetto della Sua oculata attenzione anche se insignificante e senza alcuna apparente incidenza nell’equilibrio generale delle cose: Due passeri non si vendono per un asse? Eppure nemmeno uno di essi cade senza il permesso del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque, voi valete ben più di molti passeri (22)
Governa quindi gli uomini con un ordine ed un equilibrio ammirevoli; li conduce alla loro felicità con forza, ma senza violenza e costrizione, con soavità e prudenza, con la circospezione che si usa – come afferma un celebre Padre della Chiesa – nel toccare un prezioso vaso di cristallo che si teme possa essere scalfito o infranto.
15 – Amos 3, 6 16 – Eccl. 11, 14 17 – Salmo 104, 2 18 – Sap 8, 2 19 – Sap 12, 18 20 – Eb 12, 7 21 – 1Cor 10, 1322 – Mt 10, 29-31
E se così è, ogni discussione è superflua: tutto è voluto o permesso da Dio.
L’affermazione vale per tutti gli avvenimenti lieti e tristi, per le gioie e per i dolori, per i momenti di felicità, per quelli di avvilimento, di afflizione, di disperazione.
Ed è proprio in questi momenti gravi e dolorosi che il problema si pone in termini drammatici, e si è tentati a, non credere più a quanto si era creduto in tempi sereni.

Possiamo dunque affermare, con sicurezza, che Dio non è estraneo a nessun dolore, a nessuna disgrazia, a nessuna malattia, anche la più grave, la più violenta, la più apparentemente assurda!
Ed ogni qualvolta tu vuoi arrivare a stabilire le effettive responsabilità del tuo stato, devi necessariamente riferirti a Lui, chiamarlo in causa.
Ed ecco una domanda che è prevista ed ovvia: se Dio è bontà infinita, come può essere l’autore del mio male?
Lasciamo la risposta a S. Agostino: « Tutto ciò che quaggiù ci accade contro la nostra volontà (sia da parte degli uomini come da altra parte), non accade che per volontà di Dio, per disposizioni della Provvidenza, per i Suoi decreti e sotto la Sua direzione; e se considerata la debolezza della nostra mente, non possiamo cogliere la ragione di questo o di quell’avvenimento, attribuendolo alla Divina Provvidenza, rendiamole questo onore di riceverlo dalla Sua mano, crediamo fermamente che non è senza motivo che ce lo manda! ».
Non conosciamo, nel momento nel quale il male ci colpisce, quale possa essere questo motivo.
Forse non lo conosceremo che nella vita futura; ma è certo che se anche ci sarà dato di intravedere la segreta ragione della sua venuta, questo avverrà sempre in un momento posteriore a quello della nostra disgrazia.
In ogni caso, una certezza assoluta deve maturare in te, radicarsi profondamente nel tuo spirito: il tale motivo si identifica sempre e soltanto con la tua vera e definitiva felicità, con il tuo unico e vero bene.
Possiamo forse dubitare che Dio manchi della luce necessaria per conoscere ciò che per noi è conveniente o dannoso?
Un Dio che ci ha dato la Sua vita per impedirci di soffrire in eterno, potrebbe forse oggi farci soffrire per un fine inutile o crudele?
Il traguardo che ci ha assegnato è buono e sapiente; e non può dirigerci ad esso se non attraverso mezzi ugualmente sapienti e buoni!
Non abbiamo il minimo dubbio!
Il voler ammettere in Dio intenzioni cattive o anche solo non completamente buone, equivale a negare gli attributi costitutivi della Sua natura divina; l’infinita Bontà, Santità, Giustizia, Sapienza!
Per questo il Profeta Geremia, agli Ebrei che mormoravano attribuendo il loro esilio e le loro sofferenze alla cattiva fortuna e ad altre cause tranne che alla giusta volontà di Dio, così parlò: Non è forse il Signore che decide? Non è forse dalla bocca dell’Altissimo che si annunciano i beni e le sventure? Perché mai il mortale si lagna? Si lamenti piuttosto dei propri peccati! Esaminiamo la nostra condotta, scrutiamola bene e torniamo al Signore. Eleviamo il nostro cuore, più che le mani, verso Dio che sta nei cieli. Noi colpevoli fummo e poi ribelli: ecco perché Tu non hai perdonato! (23)
Sorge allora un’altra grande obiezione: e perché il peccato?
Solo del peccato Dio non è la causa diretta. In esso Egli esplica una volontà puramente permissiva.
Il peccato nasce dall’uomo, dalla sua libera volontà.
Dio ci ha creati con un dono sublime e tremendo insieme: la libertà di volere il bene o di preferire il male, di autodeterminarci nelle nostre azioni.
Evidentemente in ogni atto peccaminoso c’è il concorso di Dio per quello che esso ha di atto fisico, e che in sé e per sé è indifferente, come tutte le cose naturali; ma tale concorso non vi può essere per quello che ha di intenzione cattiva e sregolata conferita a questo stesso atto dalla volontà dell’uomo, il quale diviene il solo responsabile della moralità di quell’azione.
23 – Geremia, Lamentazioni 3, 37 – 42
Dio però si serve anche delle azioni cattive e del peccato per attuare i Suoi disegni di bontà e di salvezza.
Non vuole direttamente il peccato, non approva la malvagità dell’uomo, ma si serve di tale malvagità come di un valido strumento per il raggiungimento del Suo fine, che è sempre il bene dell’uomo!
Quando tu soffri per le cattiverie dei tuoi simili; quando il tuo prossimo pecca contro di te, offende, ti danneggia, ti colpisce, non è Dio che, volendo il tuo male, ispira i cattivi a comportarsi in questo modo: ciò non fa parte del disegno di Dio, ma della malizia degli uomini.
Ma quali che siano le loro mire particolari, essi rimangono per noi uno strumento di salvezza, diretto dalla mano di un Dio di bontà, di sapienza, di potenza infinita, che non permetterà loro di agire su di noi se non in quanto questo ci è utile.
Non dobbiamo quindi arrestarci davanti alle passioni di coloro ai quali Dio dona il potere di agire su di noi; né darci pena delle intenzioni malevoli; ma guardarci da ogni avversione nei loro riguardi.
Il peccato, del resto, non nuoce che a colui che se ne rende colpevole.
Non attribuiamo dunque mai ai demoni, né agli uomini, né al caso, ma alla volontà permissiva di Dio, come a vera fonte, le nostre perdite, i nostri dispiaceri, le nostre afflizioni e umiliazioni.
Guardiamoci dal dire: il tale è la causa della mia sventura e dei miei mali; il solo autore della mia rovina!
I tuoi mali pur essendo dovuti a questa o a quella causa, non sono estranei a Dio, il quale pur agendo attraverso vie incomprensibili e dolorose, procede in tutto con la più profonda sapienza e per dei fini che sono santi e sublimi.
Renditi familiari allora i seguenti due sublimi pensieri che hanno dato tanta serenità ai sofferenti e tribolati e ne hanno fatto addirittura dei santi.
I. Quanto avviene in noi e intorno a noi, nelle vicende private e nell’ordine pubblico, nel mondo fisico e morale, e principalmente nei mali che ci affliggono, tutto avviene per volontà o permissione di Dio.
II. Quanto avviene, pur nelle minime circostanze, è il più conveniente e il meglio per ciascuno di noi, ancorché sia contrario alle più prudenti vedute.
Non turbarti dunque delle avversità: esse sono destinate a produrre frutti di salvezza che ancora non conosci, ma che Dio ha già pensato per te.
Esse sono accuratamente proporzionate ai tuoi bisogni dalla Divina Sapienza che ne ha segnato, con delicato calcolo, l’intensità, la durata, i limiti precisi.
Nessuno ti può torcere un capello, causarti un dolore, farti del male senza che Lui lo sappia e lo voglia!
E se per te ha scelto una strada di particolare sofferenza, non alzare il tuo grido di rivolta: questa è la via dei privilegiati del Suo cuore!
Sei destinato a realizzare, con Lui, un più ampio disegno di salvezza in te e nel mondo.
Se ti rifiuti di ricevere dalle Sue mani le tribolazioni a cui ti ha destinato, agisci contro i tuoi migliori interessi.
Tu sei come un blocco di marmo nelle mani dello scultore.
Occorre lasciarlo libero nei Suoi progetti e nella Sua azione!
Dio vuole fare di te la Sua immagine vivente: non intralciare un così prezioso disegno!
E sta sicuro che non ti darà il minimo colpo di cesello che non sia necessario o conforme ai Suoi piani, che non abbia lo scopo di santificarti, giacché questa è, in definitiva, la volontà divina, che siamo santi (24).
Provati a incatenare la tua fantasia, che corre, corre sempre in cerca di ciò che non hai; che si illude che gli altri siano più contenti di te, che saresti davvero felice se non avessi l’infermità che ti opprime, se ti trovassi in uno stato diverso da quello nel quale ti trovi!
24 – 1 Tess 4, 3.
Bisogna arrivare ad accontentarci di quello che siamo, di quello che abbiamo, di quello che in realtà possiamo fare.
Devi convincerti che il Signore ci vuole così come ci ha fatti, poveri o ricchi, sani o malati, intelligenti o mediocri.
La nostra felicità sta nell’accontentarci sempre e soltanto dei doni che Egli ci ha dato.
Ogni altra via, diversa da quella nella quale camminiamo, ci riserverebbe noie e sforzi sempre maggiori, perché non è la nostra via, quella fissata dal Signore, proprio per noi e per noi soli.
Non affannarti, non metterti preoccupazioni eccessive per il domani e per il poi; non temere che ti manchi, come si suol dire, la terra sotto i piedi.
Dio pensa a tutto, pensa e decide per noi e sempre meglio di noi.
Il fuoco – di S. Efrem – non sarà né più vivo, né più duraturo di quanto occorre per cuocere l’argilla al grado necessario.
Il meglio è quello che Lui ha voluto per noi, non quello che noi crediamo nella nostra mente, troppo limitata.
Lo so che non è facile arrivare a ragionare in questa maniera!
C’è un abisso fra il modo comune di agire e di pensare e questo abbandono totale fra le braccia di Dio: c’è quindi tutta una mentalità da cambiare; uno spostare il punto di attenzione dal nostro io limitato, ed egoista, alla augusta Persona di Dio!
Provati intanto gradatamente, provati subito.
Incomincia a valorizzare la sofferenza di oggi senza lamentarti, o lamentandoti meno; a fare buon viso a quella persona noiosa che ti viene a trovare, a comprimere dentro di te alcuni moti di avversione e di rancore, a non brontolare, a non pretendere …
Non essere piccino e gretto: vedi in tutte le persone e in tutte le cose le provvidenziali messaggere della volontà di Dio.
E tutto questo ti preparerà a vittorie superiori: imparerai ad acconsentire abitualmente e gioiosamente alla Divina volontà, dove, come, quando, per tutto il tempo, che ad essa piacerà provarti.
E sarai diventato, senza accorgertene, un Santo!
Chi sono i Santi? Sono stati e sono uomini e donne come noi, inclinati come tutti al male, sofferenti e tribolati come e più di noi, ma che, a differenza di noi, hanno vissuto in piena uniformità alla volontà di Dio.
E non solo la hanno accettata, ma anche, e soprattutto, adorata!
Anche per loro la vita è stata lunga e dura: vi sono giunti con la grazia di Dio e con l’esercizio costante della pazienza e della vittoria su se stessi.
Provati anche tu!
Credilo: non esiste altra via per essere sereni, per vivere in pace la vita, per mantenersi tranquilli in tanta varietà di dolori e di contrasti.
Non sono le avversità che ti rendono infelice: è la tua impazienza, che nasce da una volontà ancora ribelle!
Non illuderti di riuscire a cambiare qualcosa intorno a te, o tanto meno la realtà del mondo e della vita, che sono, e restano, un passaggio fatto di lotta e di dolori.
Lavora piuttosto per cambiare te stesso, il tuo interiore atteggiamento.
Capirai allora come possiamo incredibilmente sopportare tutto, trovarci bene ovunque, gustare ed amare la nostra sofferenza, portare con gioia la nostra porzione di croce: perché Lui si fa nostro compagno di viaggio e porta il peso con noi.
Ti convincerai che è vano cercare la pace per vie tortuose, vano prorompere in un grido di rivolta: l’unico vero gesto che conta è cadere in ginocchio; l’unica saggezza ammirevole sta ancora e per sempre racchiusa in una sillaba sola: fiat.

I GRANDI Perché

Ogni nostro discorso relativo al dolore deve sempre partire – come abbiamo detto – dalla Rivelazione, cioè dalla S. Scrittura, così come è interpretata dalla Chiesa.
Siamo nel campo del più assoluto mistero; e i misteri vanno accettati e creduti non per la loro intrinseca evidenza, ma per l’autorità di Dio che li rivela.
Questo del dolore è uno dei più grandi ed incomprensibili misteri.
Ci sovrasta, ci sconcerta … ha tutti i caratteri per apparire la cosa più assurda di questo mondo.
Notiamo però che mistero e assurdo non sono la stessa cosa.
Il mistero è una verità superiore, ma non contraria alla ragione;
mentre l’assurdo è una contraddizione in termini e quindi una cosa irrazionale, un nonsenso.
La Rivelazione ci dice che il dolore non è un assurdo, ma un mistero: una cosa che non comprendiamo perché è superiore alla nostra mente, ma che è razionale, sommamente razionale, perché conosciuta, permessa o voluta da Dio.
Non ha significato l’affermazione del bimbo, che, alle prime prese con l’aritmetica, dice che la trigonometria, che ancora non conosce e che studierà dopo molti anni, è una scienza assurda.
Ciò che è assurdo per lui non lo è ugualmente per il professore, che ha un’intelligenza e una visione superiore del problema.
E così è nel campo della fede.
Dio, che tutto conosce e che ci supera infinitamente, ci rivela delle verità che sono per noi talmente superiori e trascendenti da apparire assurde, ma non lo sono.
Sa Lui il perché della loro esistenza e del loro svolgersi; sa Lui come raggiungere i Suoi piani sapienti e grandi; sa Lui e solo Lui, quindi, il motivo della presenza, nel mondo, del dolore e della sofferenza.
Per quello che riguarda i misteri, a noi ha dato una intelligenza sufficiente per capire la razionalità dell’atto di fede, e per cogliere la non contraddizione del problema nei termini nei quali è rivelato.
E non ci ha chiesto di discutere, ma solo di accettare, di credere; di ritenere come vero quello che ai nostri occhi non sembra tale.
Naturalmente un tale atteggiamento implica un atto di fiducia, un far credito a Lui, un rinunciare al nostro modo di vedere, per uniformarci completamente alle Sue vedute superiori.
Non è indubbiamente facile questo atto di umiltà.
L’uomo, per sua natura, è portato a volersi render conto, e personalmente, di quanto vede, e non accetta volentieri le affermazioni che non sono documentate o provate.
Le prove scientifiche danno, al suo spirito indagatore, la conferma definitiva di quanto viene asserito; e quindi le discute, le esige, fino a quando non sono arrivate a convincerlo, senza tema di smentite.
Non è così invece per quanto ci viene rivelato da Dio.
Ci può essere, e c’è in realtà, una prova scientificamente sicura del fatto che Dio ha rivelato (l’Apologetica), ma non vi può essere in nessun modo la dimostrazione di quanto viene rivelato, cioè dell’oggetto della Rivelazione stessa.
Dio si è rivolto a noi come Colui che afferma, rivela, enuncia determinate verità e non come Colui che prova tali verità.
Ed esige dall’uomo un atto di umiltà, che è il fondamento del suo grande merito.
Una conoscenza che rimane oscura, perché non dà l’evidenza di quanto afferma; che lascia sempre una zona d’ombra, anche quando l’intelligenza può giungere a comprendere taluni aspetti del mistero rivelato.
Se si potesse arrivare, per ipotesi, a conoscere completamente il profondo perché di tale mistero, non saremmo più nel campo della fede, ma della visione, della contemplazione, che, a detta della stessa S. Scrittura, non sono proprie di questa vita terrena.
Davanti al mistero del dolore, che è, e rimane, il grande enigma della vita, non ci sono sufficienti e ragionevoli spiegazioni umane, e quindi l’atteggiamento non può essere che duplice: – o lo si vede nella luce della fede, nella certezza che, quanto avviene, va inquadrato in una visione superiore la cui razionalità è nota solo a Dio; – o si deve gridare all’assurdità di molte cose e in particolare del dolore, che è in netta opposizione alle naturali aspirazioni dell’uomo.
Non vi sono altre alternative; o superiore o assurdo!
Termini che, tradotti in altri comuni modi di dire, suonano così: o rassegnazione o disperazione.
La rassegnazione che nasce dalla fiducia che Colui che ha permesso il male ne saprà ricavare un bene superiore.
La disperazione che è frutto del pensiero di essere vittime sfortunate di un destino avverso, di uno scherzo di cattivo genere!
Cerchiamo allora di accettare questo mistero dei misteri, e, per quanto è possibile, anche di penetrarlo.
Ci è di guida dunque la Rivelazione, che ci apre vasti orizzonti e nel contempo limita la nostra indagine; ci annuncia verità luminose e insieme ci nasconde ciò che solo in Paradiso vedremo completamente svelato.
Donde ha origine il dolore?
Le prime pagine della Bibbia ci parlano, poco dopo la creazione, del peccato dei Progenitori.
Adamo viveva felice, con la sua compagna, nel Paradiso terrestre.
Dio lo onorava delle Sue visite e intrecciava dialoghi con lui.
Felice Adamo!
Gli aveva fatto splendido dono, per straordinaria munificenza, di un complesso di doti che lo preservavano dalla sofferenza e dalla morte.
Eppure, come accade anche oggi a noi, uomini orgogliosi, volle essere Dio anche lui, dio contro Dio.
Il pomo proibito dell’albero misterioso, quello della scienza del bene e del male, fu colto e la colpa consumata.
Ma nello stesso istante Adamo perdette quei doni mirabili che facevano di lui un superuomo immune dal, dolore.
E fuggì errabondo dal cospetto di Dio, fuggì preda del rimorso, del dolore, della morte.
Ecco l’atto di nascita del dolore nel mondo, che si identifica con la storia delle origini dell’uomo!
Ma Adamo è il nostro Progenitore e noi gli eredi diretti, per cui la sua colpa è diventata anche la nostra.
È la colpa originale, un peccato di natura, cioè universale nel tempo e nello spazio, dal quale hanno origine e radice tutti i nostri mali.

Fu inesorabile il castigo di Dio ed esplicito l’annuncio delle conseguenze di un così grande affronto.
Ne conseguiranno la cacciata dal Paradiso, la fatica fisica, le afflizioni di ogni genere, lo scatenamento delle passioni, in una parola il dolore e il disordine.
E come supremo castigo, la morte: Per un solo uomo entrò la colpa nel mondo, e per la colpa, la morte; e così a tutti gli uomini si è estesa la morte perché tutti peccarono (1)
1 – Rom. 5, 12.
Ma come poteva l’uomo reintegrare l’ordine infranto, pagare il tributo del male commesso, riscattare il peccato?
Questo benefico ritorno si compie sulla via della espiazione.
Dio, che aveva condannato Adamo al momento della colpa, quando lo vide prostrato sotto il peso del suo dolore, gli preannunziò un Liberatore che avrebbe annullato, con la Sua divina espiazione, la fatale disobbedienza.
L’uomo non poteva, da solo, compiere la necessaria riparazione: ci voleva una Persona la cui dignità fosse pari a quella dell’Essere offeso; e, d’altra parte, egli era il solo responsabile del peccato, e quindi la riparazione era dovuta unicamente a lui.
La Somma Sapienza e l’Amore infinito di Dio risolsero il problema.
Lo stesso Figlio di Dio scese dal cielo e assunse la natura umana, congiungendola alla Sua natura divina.
Fu tra noi uomo, come tutti, con i nostri tratti fisici, con la nostra sensibilità.
Fu suscettibile ai nostri comuni desideri, partecipe dei nostri dolori e delle nostre gioie.
I Vangeli ci descrivono le lacrime che Gli irrorano il volto e la Sua spontanea partecipazione alle feste degli amici e del popolo.
Fu un Dio-uomo che i contemporanei videro aggirarsi fra loro nelle comuni contrade di Palestina, ove ancor oggi ritroviamo, commossi, quei palpitanti ricordi sopravvissuti ai secoli!
Questa natura umana, da lui volontariamente assunta e vissuta, diventò lo strumento della Sua generosa espiazione; e ogni giorno, come ogni ora, prepararono il grande Sacrificio della Croce.
Tremò e pianse, bambino, nella più miserabile fra tutte le culle.
Per trent’anni si offri e si immolò nel silenzio, nell’umiliazione, nel lavoro della casetta di Giuseppe.
Per tre anni percorse le strade della Palestina, predicando, sanando, confortando, fra fatiche e stenti, fra dolori e incomprensioni, senza il conforto di un giaciglio sul quale riposare e di una mensa per ristorarsi.
Sul Calvario, nel più duro e colossale martirio, offrì tutto Se stesso in un sublime olocausto di amore.
I chiodi fissarono per sempre quelle braccia sanguinanti in atteggiamento di largo, infinito abbraccio di amore.
Il Suo cuore, spaccato dalla lancia dell’odio e della violenza, si apri, per l’eternità, a riversare sull’odio e sulla violenza, sul dolore e sulle sofferenze di tutti gli uomini e di tutti i tempi, i tesori infiniti della salvezza e della Redenzione.
Sulla Croce, Egli prese sopra di Sé tutti i peccati del mondo per offrirli al Padre nella santità del Suo corpo e del Suo spirito; assunse le colpe degli uomini nell’innocenza della Sua immacolata Persona, per cancellare e riconciliare l’uomo con Dio.
E sarebbe bastata una sola goccia del Suo Sangue divino per la Redenzione del mondo!
Nessuno – dirà un giorno – ha un amore più grande di quello che dà la vita per il suo amico.(2)
Ci chiamò amici: dolce nome che non ci competeva perché per il peccato, noi eravamo schiavi, esseri miserabili che non avremmo mai potuto ottenere il perdono del Padre, senza così potente Mediatore!

Sostituendosi all’uomo peccatore causa del suo male, si servì di questo dolore, frutto della colpa, contro la colpa stessa per riscattarla e assolverla.
2 – Gv 15, 13
E fu il prodigio dell’amore di Dio!
Non potendo soffrire come Dio, assunse la natura umana, perché fosse possibile soffrire come un uomo e insieme meritare come un Dio.
L’amore universale di Dio si unì all’universale dolore: non dolori temporali, parziali, particolari, apparenti, ma il dolore intero, unico, vero, reale, tutto il dolore: il dolore di tutta l’umanità.
Gesù apparve quindi come il Dolore innocente, il Dolore-Amore; Colui che prestò il Suo dorso a pagare debiti non Suoi; che liberamente accettò sofferenze non dovute; che spontaneamente pagò per i peccati di tutti.
Nell’umanità sofferente di Cristo, nel Suo corpo e nella Sua anima sussistenti nella Divinità, si aprì il ponte sulla confluenza del dolore e dell’amore che permettono l’accesso al Paradiso perduto.
Gesù perfezionò con la carità la giustizia, con la misericordia la pena; diede valore infinito e soddisfatorio al dolore; impresse nella sofferenza umana un movimento di ordine che l’inserisce nel piano della Sua Provvidenza, e dal tempo in cui nasce, lo fa confluire nell’eternità.
La morte, salario del peccato, diventò il prezzo della Redenzione.
Tutte le realtà umane, ferite e offese, furono restaurate ed elevate nell’ordine della Croce.
Non più peccato, dolore, pena, maledizione, condanna; ma grazia, liberazione, risurrezione, gloria in Cristo, che pagò e sofferse per tutti; trasformò l’umana sofferenza, congiunta con la Sua, nell’offerta più sublime, più gradita, più meritoria.
Adamo fu il capostipite dell’umanità nel peccato; Cristo il capo dell’umanità nuova, rigenerata e redenta nel Suo sangue.
Mai avremmo potuto pensare ad una solidarietà maggiore con noi, ad un’identificazione più completa con la nostra vita, le nostre sofferenze, i nostri problemi!
Il Dio fatto uomo non parlò soltanto del dolore, non si limitò a stendere un programma di ascetica per superarlo …
Sapeva bene che il dolore non può essere contenuto in argomenti più o meno logici, ma che bisognava provarlo, soffrirlo!
Egli lo provò, lo soffrì: Umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce (3), perché Egli solo possedeva tutto l’amore necessario per redimerlo.
Volle sopra di sé tutto il dolore umano, perché possedeva tutto l’amore possibile, l’amore di Dio.
E da quel giorno nel quale un Dio mori di amore sulla Croce, la croce divenne il segno che ci apre la vita.
In quel legno insanguinato sbocciò per noi la vita, e la sera del Golgota fu veramente l’aurora del mondo!
Il dolore perdette dunque, sul Calvario, il suo carattere penale e ricevette dal Divino Sofferente la sua consacrazione.
Dio sulla croce santificò il dolore, elevandolo a beneficio di universale redenzione e di grande merito. 3 – Filippesi 2, 5-9.
Ma la Redenzione di Cristo non fu un fatto isolato nella storia, un momento trascendente nel tempo, ma una realtà perenne, che si ripete, si rinnova ogni momento, come una nuova continuata creazione.
E l’uomo, che non ha potuto collaborare alla prima, è chiamato da Dio a collaborare alla seconda, nell’imitazione di Cristo, che scelse, per questa seconda creazione, la via della Croce.
Peccando, l’uomo ha inserito nel mondo la sofferenza; ma essa, dopo che Cristo l’ha accettata e consacrata, può diventare il più immediato ed efficace mezzo di collaborazione divina, con una volontaria e sublime opera di accettazione e di offerta.
Il Calvario e la Croce sono perciò i termini verso i quali converge tutta l’umana sofferenza, e la Passione e la Risurrezione di Cristo rappresentano, non soltanto gli avvenimenti più grandi della storia universale, ma l’itinerario della nostra stessa storia personale.
La storia del mondo è così divisa in due grandi fasi, nelle quali il dolore ha un identico punto di confluenza o di partenza: Cristo.
Nel mondo pagano i dolori Lo attendono Liberatore.
Nel mondo cristiano la sofferenza Lo rivela Redentore e insieme Glorificatore.
E ancora, fuori della Rivelazione, il dolore è in attesa, mentre per un cristiano vivere significa continuare la Redenzione, essere contemporaneo del Cristo che completa nei secoli la Sua Passione.
Il sacrificio dell’uomo diviene così lo stesso Sacrificio del Cristo, e una volontaria e attiva partecipazione alla Sua continuata Passione.
Una partecipazione che ha significato e merito, però, subordinatamente alla sua incorporazione a Cristo, cioè al fatto di essere unito a Lui, al Suo Corpo vivo, attraverso il Battesimo e la Grazia.
Si introduce qui una nuova e stupenda verità: la dottrina del Corpo mistico di Cristo.
Cristo ha due corpi: uno fisico, nato a Betlemme, da Maria; l’altro mistico, nato sul Calvario.
Il Verbo, che si unisce personalmente alla natura umana, si unisce spiritualmente a tutti coloro che, purificati dal Battesimo, comunicano con la Sua umanità; e tra Cristo e i fedeli, tra i fedeli e Cristo si stabiliscono rapporti analoghi a quelli che passano fra le membra di uno stesso corpo.
Quando un uomo per la fede aderisce a Cristo, e per il Battesimo entra a far parte dell’assemblea dei fedeli, che è la Chiesa, si ripete una specie di mistica Incarnazione.
Tutti gli effetti che il Verbo ha prodotto fisicamente nella natura umana alla quale si è unito, si riproducono spiritualmente in ciascuno di noi.
Fra Cristo e la Chiesa, fra Cristo e i fedeli, si ha quindi una specie di comunicazione di proprietà e di azioni.
Così che l’Incarnazione, la Redenzione non sono un fatto individuale, ma anche una realtà sociale.
Dio, facendosi uomo, si costituisce nostro Capo, nostro fratello; fra Lui e noi sorge una nuova parentela, una nuova affinità, una straordinaria e inscindibile unità: formiamo, tutti uniti con Lui, una sola cosa, il Cristo totale.
Il Corpo mistico è quindi formato da Lui e da noi; Lui il Capo e noi le membra; e, tutti insieme, un mirabile Corpo!
E se unico è l’essere, unico sarà l’operare.
E poiché l’Incarnazione è l’inizio della Redenzione, e la Passione e Morte ne sono il termine specifico, fra tutte le operazioni, quella della sofferenza gode di un evidente primato: Cristo ha sofferto e noi soffriamo con Lui; i Suoi patimenti sono i nostri, e la nostra la Sua Redenzione.
Col Cristo, l’umanità è crocifissa; con la Sua carne, la nostra carne.
Noi siamo partecipi e compagni della Sua Passione: la Sua Passione è la nostra Passione; la nostra Passione, la Sua Passione.
Cristo continua a soffrire in noi e tutte le nostre sofferenze sono le Sue.
Non soffre più nel Suo corpo fisico, che è salito al cielo; e quindi soffre nel Suo corpo mistico che rimane sulla terra.
Corpo e membra sono così una sola unità sofferente. La Croce si estende a tutti i tempi e a tutti gli spazi; e la Chiesa è il mistico Calvario che continua a raccoglierne i frammenti.
Gesù accentra in sé il pianto di tutta l’umanità; in Lui confluiscono tutte le sofferenze del mondo. Ogni giorno soffre, viene perseguitato, ferito.
La sua natura umana sofferente abbraccia, e in sé raccoglie, tutte le pene del mondo fisico e morale.
Non possiamo immaginare un nostro dolore senza il Suo dolore.
Alla Sua umanità converge tutta la massa delle sofferenze umane in una unità vivente e gemente. E in questa vita sofferente ciascuno di noi ha la sua parte.
Egli paga col sangue della Sua umanità, perché ogni nostro soffrire, nel Suo riscatto, abbia un merito e un valore espiatorio.
E se è Lui che soffre in noi e con noi, nessun dolore è vano, nessuna sofferenza inutile, perché ogni patimento ha il suo fine e la sua ragione, il fine e la ragione delle sofferenze di Gesù, che si identificano con le nostre.
Creazione, Redenzione, Corpo mistico … Ecco dunque le sublimi verità che danno luce al nostro grande desiderio di sapere il perché del dolore e della sofferenza nel mondo.
Sono verità luminose, ma misteriose insieme.
Come tutti i misteri, mentre ci spalancano orizzonti giganteschi e consolanti, ci fanno sentire quanto siamo limitati e incapaci di penetrarli fino in fondo
Ma i misteri, come abbiamo detto, non sono assurdi, e della loro razionalità ci fa garanzia il Signore, che ce li ha svelati.
A noi basta – deve bastare – la incrollabile certezza che anche il dolore ha questa razionalità propria di tutti i misteri, ha quindi il suo perché.
Il suo semplicissimo perché è noto, per ora, solo a Dio, il quale, anziché rivelarci il mistero, ha preferito condividere con noi il pane della sofferenza, e, proprio da essa, ha voluto scaturisse la salvezza del mondo.

A CHE SERVE IL DOLORE

C’è all’orizzonte della tua vita, o amico che soffri, un meraviglioso arcobaleno che ti promette giorni migliori.
Seguimi attentamente: desidero iniziarti al mistero del tuo dolore; indicarti un itinerario che ti vuole portare a scoprire il valore, la bellezza, la grandezza del tuo nuovo compagno di viaggio.
E’ apparso, inatteso, all’orizzonte della tua vita, e tu hai emesso un grido di sorpresa.
Ti credevi invulnerabile, privilegiato, esente dalla legge che accomuna tutti gli uomini; e la sua apparizione ti è sembrata una mancanza di riguardo, un’offesa alla tua persona!
Non potevi convincerti di essere colpito anche tu. Ti sei allora ribellato, hai gridato all’ingiustizia; hai discusso e maledetto, forse bestemmiato!
Eppure l’incontro era previsto, inevitabile.
Sono cadute così le illusioni ed è rimasta la realtà. E questa è la vera scoperta della vita, sublime mistero che si articola nella duplice legge dell’amore e del dolore.
Ti vorrei ora spiegare il perché si dice che l’incontro col dolore è la vera e più importante scoperta.
L’impresa non è facile e non tutti i motivi ti appariranno del tutto convincenti; ma la cosa è importante. Ti invito alla riflessione, all’umile accettazione: quanto andrò esponendo è l’eco di un altissimo insegnamento che proviene dalla Parola Rivelata e dalla sofferta esperienza di tanti uomini che ci hanno preceduto nel segno del dolore.
Seguiamo un ordine logico: da un minimo ad un massimo; da quanto è più evidente a quanto è meno evidente; da ciò su cui tutti concordano a ciò che possiamo capire con l’esercizio di una maggiore umiltà e di una più maturata saggezza spirituale.
Potremmo chiamare queste nostre considerazioni le Beatitudini del dolore, perché sono rivolte a farti comprendere che nulla vi è nella terra di più prezioso, di più fecondo, e … (me lo permetti?) di più gioioso!

I – Il dolore conduce alla scoperta di se stessi.
E’ incredibile ma vero: i più estranei a noi siamo proprio noi stessi.
Il nostro mondo interiore è un autentico mistero da esplorare, da conoscere, da valutare.
E’ il mondo esteriore quello che ci fa impressione e noi lo vogliamo scoprire perché ci appare bello e affascinante.
Vogliamo conoscere gli altri, le loro persone, i loro sentimenti, i loro perché. Cerchiamo la compagnia, il chiasso, la novità.
Che oppressione, per tanti, la solitudine!
In talune persone, specie se giovani, c’è il vero e proprio incubo di trovarsi, anche per breve tempo, sole con se stesse.
E si viaggia insieme, ci si diverte insieme, si lavora insieme.
Si cerca la compagnia, se ne seguono i gusti, ci si spersonalizza per adeguarsi alle decisioni di chi ci vive intorno.
Si arriva addirittura a considerare interessante e vero solo quello che gli altri dicono: a credere più bello, più giusto, più simpatico ciò che nasce in casa altrui.
Si rinuncia, spesso, a ragionare con la propria testa.
Forse non la si è fatta pensare mai.
Forse non si è ancora scoperto che ognuno di noi ha una sua personalità, una propria mente, un proprio mondo interiore, diverso e più affascinante di quello degli altri..
Un mondo che è il più originale che esista, perché appartiene solo a noi; ed ha tanto poco in comune con gli altri da non confondersi mai, interamente, con nessuno.
Dice Gandhi: chi perde la sua individualità perde tutto, perché essa è unica e irripetibile.
Ma la scoperta non è facile e immediata.
Ci vogliono l’età e l’esperienza.
Occorrono delusioni e sofferenze.
Bisogna che l’individuo avverta, mano a mano, la superficialità dei rapporti col prossimo, l’incapacità dell’altrui comprensione nei nostri riguardi.
E’ necessario, soprattutto, l’isolamento assoluto da ciò che ci circonda, dagli amici e dalle cose, dallo stordimento quotidiano e dalla ufficialità dei rapporti cosiddetti sociali.
Solamente quando siamo forzati a vivere soli, del tutto soli, possiamo iniziare un movimento di introversione che ci porta alla scoperta di noi.
Delcroix ha scritto: « Alla mia sventura debbo la scoperta di me stesso; se non mi avesse chiuso nella mia prigione, non mi sarei incontrato, né conosciuto!».
Scoperta mirabile, che ha mostrato a lui e mostra a tutti, che il mondo non è fuori, ma dentro di noi.
E se alla solitudine si accompagnano il dolore della carne o il tormento dello spirito, l’incontro si accelera e si fa più profondo.
Si finisce per stare bene anche soli; a desiderare il silenzio, ad appagarci della contemplazione del nostro mondo personale.
Si giunge a conoscere chi veramente siamo e che cosa possiamo divenire; quale può essere il senso della nostra vita e il giusto contributo che ad essa possiamo dare.
Solo chi ha molto sofferto, può dire di conoscersi completamente.
E solo chi conosce se stesso può rendersi strumento idoneo per la salvezza di tutti!

II – Il dolore matura l’uomo.

E’ stato detto che sotto il pungolo del dolore l’asino selvatico si fa uomo; e che solo il dolore fa l’uomo tutto intero.
Ed è vero, perché l’uomo è veramente tale quando ha un’esperienza della vita!
Ma tale esperienza non si trae se non dalle prove, dalle fatiche, dai disinganni, dal dolore.
Chi rimane indifferente al fascino di un corpo agile, fresco, giovanile; allo splendore di un’intelligenza pronta, brillante; alla bellezza del volto innocente di un adolescente o di un bambino?
I giovani abbondano di grazia, di prontezza, di immaginazione, di forza, forse anche di scienza, ma sono incompleti, non convincono sempre e del tutto.
Manca loro un tocco indispensabile e determinante: quello dell’esperienza e del dolore. I fiori di primavera rallegrano e profumano; ma sono l’estate e l’autunno le stagioni propizie per far germogliare i frutti più fecondi e gustosi.
Si suol dire che i giovani sono straordinariamente buoni e generosi; ma, forse, non è del tutto vero.
Essi hanno sangue, vivacità, fuoco … ma certi impeti di generosità e di affetto non sono che espressione di un’effervescenza giovanile, destinate presto a spegnersi, ad affievolirsi … Chi è, infatti, più incostante di loro?
E’, necessario provare la sincerità di questi sentimenti.
Bisogna che intervengano la lotta e la prova, la delusione e la sofferenza; occorre che passino degli anni perché si possa dare un giudizio sulla genuinità e sul valore dei loro giovani entusiasmi.
Ed è per questo che il fascino dei capelli bianchi o grigi è sempre grande per tutti; e se da un lato ammiriamo i giovani, riserviamo alle persone che hanno vissuto e sofferto il delicato geloso privilegio delle nostre confidenze più intime.
Ciò che forma l’uomo è l’intelligenza.
Ma è alla scuola del dolore che essa diventa più alacre, vigile, riflessiva
È alla sua scuola che si matura la preziosa virtù della prudenza.
È col soffrire che si acquista la vera esperienza della vita e se ne comprendono la serietà e l’impegno.
Finché tutto sorride e il cielo è sereno, si è, per lo più, vani, frivoli, spensierati.
Si vive alla giornata senza direttive fisse, senza scopi chiari e precisi.
Si reputano importanti le azioni più futili e più banali.
Ci si affanna per piccinerie di nessun valore.
Si vive di sogni, di illusioni e di presunzione.
Si svisa, in altre parole, tutta l’esistenza e la si colorisce artificiosamente.
« Un uomo non educato al dolore. ha scritto Tommaseo, rimane sempre un bambino ».
E Seneca: « Nessuno mi sembra più infelice di colui che non conobbe sventura ».
Ed è quanto mai vera l’espressione di Veuillot che « certe cose non si vedono, come si deve, se non con gli occhi che hanno pianto! ».
E’ il dolore quello che ci inizia alla serietà della vita, che tronca i sogni e dissipa i fantasmi.
Sono le difficoltà e le contraddizioni quelle che ci obbligano a pensare e a riflettere; che ci fanno apparire l’esistenza nella sua nuda e triste realtà; ci fanno diventare più cauti, più sereni, più prudenti.
Ciò che forma l’uomo è la volontà.
E dal dolore la volontà umana trae una prova ed un aiuto che decidono delle sue possibilità.
Quando la volontà è forte e costante, si affrontano le responsabilità e il dovere, si rinuncia alle facili seduzioni del piacere, della pigrizia, dell’interesse.
Ma la volontà va allenata, fortificata … E quale migliore allenamento della prova e della sofferenza?
Ciò che forma l’uomo è l’amore.
Non l’amore falso, egoista, sensuale, ma quello vero, generoso, nobile, che mira al bene ed al sollievo degli altri.
Il dolore e la sventura, con tutte le loro ansie e le loro incertezze, sono per il cuore come la prova del fuoco.
Nelle difficoltà, nelle contraddizioni, nelle sofferenze, gli affetti, anziché indebolirsi, si rinsaldano perché spesso è proprio dal terreno arido e sassoso che sbocciano e maturano i più bei frutti dell’amore!
E la misura dell’amore è certo il dolore, perché l’amore e il dolore sono le due espressioni di un medesimo grande mistero, che è il mistero di Dio!
L’amore – come la fede – è la vita della vita.
Ma non c’è amore senza dolore.
L’uomo non è veramente tale fino a quando non ha profondamente sofferto per poter profondamente amare!

III – Il dolore affina ed eleva lo spirito.
Si può a ragione dire che il mondo del dolore è il mirabile laboratorio ove si formano le anime grandi e scaturiscono le energie più nobili.
La sofferenza è l’ossigeno dell’anima, è la ginnastica dello spirito, è la palestra per gli allenamenti più arditi ed importanti.
Non sono queste frasi retoriche, ma l’espressione di una fondamentale verità: il dolore nella nostra vita ha un ruolo decisivo ed insostituibile.
Le persone che non hanno sofferto, sono ancora necessariamente alla superficie della loro anima, perché solo talune vibrazioni, che sono esclusive del dolore, hanno il privilegio di svegliare energie latenti, e di scoprirci il vero volto dell’anima.
Solo il dolore entra nell’intimità vera del nostro io, raggiunge i più nascosti e gelosi meandri del nostro spirito e sa dilatarlo e farne sviluppare i germi più preziosi.
Solo il dolore ha l’arcana potenza capace di far sprigionare da noi, al suo ruvido contatto, scintille di luce, di grandezza, di eroismo, di abnegazione.
È il dolore quello che ha ispirato i poeti, gli artisti, i musicisti, gli eroi, i santi: nessuno meglio e più di loro fu discepolo fedele del più grande maestro della vita, che è appunto il dolore!
Non per nulla Luigi Camoëns, il maggiore poeta portoghese, fu dipinto con una corona di spine sul capo: il lauro che, del resto, ben si addice a tutti i poeti e a tutti i grandi.
Dice Goethe che l’artista ha bisogno di qualche malanno che renda più sottile il suo involucro, più trasparente la sua umanità e lo metta in contatto con quei mondi nei quali sono le radici dei pensieri e degli atti di quaggiù.
E se è vero che la pagina più bella di un libro è quella sulla quale cade una lacrima, tutte le opere più sublimi, scaturite dall’ingegno umano, sono state preparate nel dolore e irrorate da lacrime amare e copiose.
Milton, cieco e infermo, scrive il « Paradiso perduto »: L’« Inno alla luce » non poteva scaturire che da due pupille spente.
Guy de Maupassant scrive le sue novelle, tormentato da un male che non gli dà tregua.
A. S. Novaro, col cuore in angoscia per la morte del figlio, detta le pagine del « Fabbro armonioso » che sono la sua opera migliore.
Dostojevskij compone i suoi romanzi tra un attacco e l’altro di epilessia.
Cervantes concepisce l’idea del « Don Chisciotte » in prigione e i brani migliori sotto insopportabili dolori fisici.
Francesco Bacone scrisse le sue opere non quando era colmato di onori e di fortuna, ma nei giorni della disgrazia, della miseria, del disonore.
Giacomo Leopardi, infelice, ammalato, escluso dalla vita, compone liriche di toccante sublimità.
E gli esempi si potrebbero moltiplicare a non finire!
Dice De Musset che i canti più belli non sono mai stati scritti.
Sono quelli che uscirono dal cuore dei poeti quando piangevano soli, nel segreto della loro stanza, e che mai riuscirono a fermare sulla carta.
Non per nulla canto fa rima con pianto!
E che dire dei musicisti, che con divine armonie suscitarono la commozione di tanti uomini?
Ferruccio Pergolesi, tisico e morente, compone lo « Stabat Mater ».
Vincenzo Bellini, fra un attacco e l’altro della sua inguaribile etisia, detta i suoi spartiti prodigiosi.
Giacomo Puccini confessa e scrive ad un amico: « Ho sempre trovato nel dolore, grande e piccino, nel contrattempo e nell’amarezza, nel disappunto o nell’ansia, nello sgomento breve o nell’assiduo tormento, la voce patetica delle mie pagine migliori ».
Mozart compone le mistiche sinfonie della « Messa da Requiem » nel letto di morte, e, giustamente, si disse di lui che il miracolo della sua arte fu quello di avere tenuto per sé il dolore, e di avere comunicato agli altri la pace che mai aveva conosciuta.
Chopin, malato di nostalgia per la patria lontana, ferito nei polmoni e disilluso nell’amore, compone i famosi « preludi ».
Sebastian Bach, divenuto cieco dopo aver perduto sette figli, scrive quel « Corale » di grande serenità al quale tante anime si sono avidamente dissetate.
Haendel, in preda alla paralisi e vicino alla morte, canta i suoi motivi più puri.
Beethoven, solo, nella miseria e nell’abbandono, senza figli e senza amici, compone a conforto degli uomini e ad incitamento della loro fraternità, la « Nuova Sinfonia » …
E tutta la storia della musica è una storia intessuta di dolori, di incomprensioni, di lotte, di pianto.
Giustamente De Musset la chiamò « figlia del dolore »: definizione quanto mai vera e significativa, e forse per questa sua caratteristica, nessuna creatura può dirsi insensibile al suo potentissimo richiamo.
Il dolore è l’ombra inseparabile della grandezza, il peso che controbilancia i munifici doni della natura.
Pare che la gloria non si lasci afferrare che da mani lacerate e sanguinanti.
Noi siamo troppo facili ad attribuire alle intuizioni del genio le conquiste e le mete di chi ha scoperto qualcosa di grande!
Pensiamo che le invenzioni fioriscano tutto d’un tratto nel cervello dei grandi uomini. E non vogliamo credere alle lunghe ed estenuanti prove e sofferenze che le hanno precedute.
Non illudiamoci: nulla sboccia d’incanto! Ogni affermazione umana è il frutto sofferto di una infinita serie di fili misteriosi e nascosti; è la componente di una lunga e dolorosa storia, che affonda le sue origini in una lontana e sconosciuta pagina irrigata di sangue e di sudore … !
E che dire di quegli autentici eroi, i più grandi ed ammirevoli, che sono i santi?
Nessuno di essi è stato esente dalla legge comune.
E fu spesso la loro volontà a spingerli non solo ad accettare, ma a cercare il dolore, come il sapiente compagno ed ispiratore delle loro azioni mirabili, volte incessantemente a superare gli angusti limiti del mondo e dell’io.
Nel dolore e col dolore diedero ottima prova di sé, offersero lo spettacolo più mirabile che la terra possa presentare al cielo: quello dell’olocausto continuo e completo, nel superamento vittorioso del dolore, dell’odio, dell’ingratitudine, della persecuzione, della morte! «O soffrire o morire!» pregava S. Teresa d’Avila!
E S. Maria Maddalena de’ Pazzi:« Signore, voglio soffrire molto, e soltanto per Te!».
« Voglio essere disprezzato per amor tuo », rispondeva S. Giovanni della Croce a Gesù che gli chiedeva che cosa volesse in cambio delle sue fatiche apostoliche.

« Ancora di più! Ancora di più! », gridava S. Francesco Saverio in mezzo alle sue incredibili sofferenze.
Il dolore conosciuto, accettato, offerto, amato: questo l’insuperabile mezzo, la vera causa di ogni grandezza e di ogni autentica gloria.
Heine, paralizzato, in una casa di cura, tra un mucchio di cuscini, con mano tremante vergò pagine memorabili e sublimi che lo resero celebre. « Fu la malattia – osserva il suo biografo – a rendere di Heine un cuore che ascolta ».
Il cuore di tutti i grandi e dei santi è un cuore che si è posto in ascolto ed ha inteso la lezione.
Il logorio della sofferenza ha operato il prodigio e ha trasformato il dolore in energia preziosa.
L’uomo del resto è come l’incenso: deve essere bruciato per far sentire il suo profumo!
Ed è proprio nelle ore, che egli crede morte o perdute, che getta il seme della sua immortalità.

IV – Il dolore abilita alla comprensione degli altri.

Il piacere infiacchisce l’anima, corrompe la vita, deforma il carattere, mentre il dolore fortifica, ritempra lo spirito e forma la personalità.
Il piacere rende l’uomo egoista, insensibile, gretto; ed è solo il dolore che lo apre alla comprensione degli altri.
Gli altri: quelli che ci vivono accanto nella corsia del nostro stesso ospedale, nell’ufficio, nel cantiere, nella strada, nella casa.
Le persone cui ci legano vincoli di sangue o di amicizia; quelle che ci siamo scelte noi e quelle che ci sono state imposte dalla natura o dalle circostanze.
E sono tanti, e così diversi per temperamento, per condizione, per qualità.
Non tutti ci sono subito o completamente simpatici. Quasi finiscono per infastidirci, per deluderci, per suscitare in noi impressioni di disprezzo, di critica, di ripulsa.
Sono facili allora la mormorazione, la sfiducia, gli apprezzamenti poco generosi.
I giovani generalmente non sanno capire le difficoltà in cui versano i genitori; gli inesperti non possono comprendere i problemi di chi ha responsabilità di famiglia o di azienda.
E chi non ha ancora pagato di persona il suo tributo alla sofferenza, non può immedesimarsi nei dolori, nelle preoccupazioni, nelle ansie dei propri simili.
È col passare degli anni e con l’aumentare del travaglio personale, che si fa avanti, nel nostro cuore, la comprensione sincera per chi è malato, tormentato, caduto, umiliato.
È affinando il nostro spirito a questa scuola di grandezza, che possiamo guardare, con dignità e comprensione, le miserie e le amarezze di chi ci cammina accanto!
Certe piaghe del prossimo non si possono toccare che con le mani trapassate dai chiodi.
Solo una vita lacerata può consolare il dolore dei fratelli.
Bisogna molto soffrire per poter loro offrire qualcosa!
E il nostro giorno migliore è quello nel quale abbiamo sofferto di più!

V – Il dolore purifica ed espia i nostri errori e peccati.
È celebre la frase uscita dalla bocca del grande Napoleone nel momento nel quale intraprese l’umiliante viaggio verso l’esilio: « Tutto si paga! ».
Ogni peccato è una violazione dell’ordine mirabilmente fissato dal Creatore; un debito contratto con la Sua Giustizia.
Bisogna ristabilire l’ordine infranto, pagare rigorosamente il fio del male commesso.
E il dolore è la preziosa moneta che opera tutto questo, direttamente opponendosi alle tre sorgenti dalle quali scaturisce il peccato: l’orgoglio, la concupiscenza e l’egoismo.
L’umiliazione, l’impotenza, l’inazione sono la punizione dell’orgoglio; il decadimento e l’affievolimento del corpo, il castigo della concupiscenza; l’isolamento e l’abbandono, la pena dell’egoismo.
È l’azione punitiva di Dio, cui nulla sfugge della nostra vita.

È la sanzione necessaria alla violazione delle Sue leggi, che sono sacrosante e inviolabili!
Di agisce però sempre per il nostro bene e, ogni qualvolta ci punisce, vuole, con la punizione, offrirci la correzione; quando ci flagella e ci fa soffrire, è sempre perché noi possiamo quanto prima emendarci.
S. Agostino scrive che le malattie offrono il doppio vantaggio di metterci nell’impotenza di peccare e di farci espiare i peccati commessi.
È nel dolore infatti che l’uomo sente cadere i suoi pregiudizi, dissiparsi le nebbie che si addensano intorno alla mente nel tempo felice, e sa apprezzare meglio il valore della virtù e i danni della colpa.
Ed è il dolore che fa del nostro corpo, strumento di peccato, l’altare e la vittima per il sacrificio di espiazione!
Conservandoci il bel rischio del libero arbitrio, Dio ci ha dimostrato una cavalleresca fiducia
Ma l’uomo è perennemente tentato ad un’opzione disordinata ed assurda, quella del peccato, dell’anti-Dio.
Il dolore è la lezione permanente che ci ricorda la responsabilità di ogni nostra scelta, e ci richiama, con la sua inconfondibile voce, alla considerazione della gravità di ogni nostra colpevole disattenzione.
E se è grande il peccato, altrettanto grande deve essere la riparazione.
Anche perché l’uomo è un essere socievole, membro di una o di più comunità che si fondano tutte nella comunità umana.
Ogni peccato, anche il più intimo, è peccato sociale perché la comunità subisce fatalmente le conseguenze dei peccati dei suoi membri; e quindi tutta la comunità è chiamata a espiare.
La sofferenza diviene, così, il generoso strumento di misericordia nelle mani di Dio; la moneta per saldare i debiti verso di Lui, e, soprattutto, la leva potente per salvare il mondo dall’abisso del peccato.

I malati, i sofferenti, sono i veri parafulmini che proteggono gli uomini dai castighi divini; e il dolore degli innocenti è la più grande lode alla santità di Dio, il più valido contributo all’equilibrio e alla salvezza del mondo.

VI – Il dolore è il messaggero e l’alleato di Dio.
S. Anselmo ammonisce che dobbiamo ricevere tutti i dolori di questa vita con la devozione con la quale riceviamo i Sacramenti.
Come ogni Sacramento, la sofferenza è un segno sensibile sotto cui si nasconde la Grazia di Dio.
E quello che ci appare un flagello, è sovente un’insigne misericordia di Colui che ci attende sempre.
Nella Bibbia si legge: Il Signore corregge coloro che gli sono cari e usa la sferza con ogni figliolo che riconosce per Suo. Ci castiga per le nostre ingiustizie e ci conserva per la Sua bontà (1) .Ed ancora: Punisce le colpe perché ama i colpevoli, e le sue punizioni sono sempre mezzi di salute e di vita (2) .
Quando tutto intorno a noi è tranquillo, quando ogni cosa procede secondo i nostri meschini desideri, quando il successo viene ad ubriacarci, finiamo per renderci padroni assoluti del nostro destino e ci sentiamo autosufficienti.
Dimentichiamo Dio, nostro principio e nostro fine.
Dimentichiamo il vero Dio e ci formiamo degli idoli, che si chiamano bellezza, ricchezza, forza, ambizione, piacere e li adoriamo in vece Sua.
Così, dimentichi della realtà suprema, ci abbandoniamo alle illusioni e alle parvenze del mondo sensibile; finiamo per lavorare affannosamente per l’acquisto di una effimera felicità terrena.
È a questo punto che il Signore interviene e permette quella che noi chiamiamo sventura. Si ammanta di essa e si presenta alla nostra porta.
Permette che i nostri idoli siano spezzati, che troviamo l’amarezza e la delusione là dove credevamo di assaporare la dolcezza del piacere e della gioia.
1) – Tobia 13, 16. 2) – Ezechiele 23, 2.
E, così, ci convinciamo che la felicità va cercata non nelle creature, ma al di sopra o al di fuori di esse.
Impariamo, dalle amarezze delle cose di quaggiù, ad amare i valori che ci attendono e per i quali siamo creati.
Siamo spinti alla ricerca, allo studio, alla comprensione di Colui che è ancora il grande Sconosciuto, il quale solo così si affaccia, in tutto lo splendore della Sua Maestà, al nostro mondo interiore.
Sull’ala del dolore – ha detto il grande Buonarroti – l’anima sale o risale nuovamente a Dio!
Comprendiamo allora come un cuore senza dolore è come un mondo senza Rivelazione, che vede Dio solo al tenue chiarore del crepuscolo.
Solo l’oscurità di un Calvario spirituale diffonde – ha scritto Leon Bloy – la soave del nostro mirabile Salvatore!
La prosperità e il benessere fanno, spesso, sembrare il Signore lontano. Il dolore lo avvicina e lo fa abitare in noi; e, per questo, è stato giustamente detto che, quando esso si fa sentire, siamo certamente sul direttissimo del cielo!
Dio non ti ha mai tanto amato – è S. Agostino che parla – come quando ha rovesciato tutto quello che avevi fatto per la tua prosperità.
E se era stato generoso dandoti ricchezze, onori, salute … è stato ancora più prodigo quando ti ha tolto tutti questi beni!
E se questo è vero – e non possiamo negarlo alla luce, per quanto sconcertante, di Dio – si guadagna più in un giorno di avversità che in parecchi anni trascorsi nella gioia, anche quando se ne fa buon uso.
L’avversità fortifica, distacca, eleva, matura. Ci dà la visione giusta del valore delle creature e orienta la nostra volontà a donarsi, senza riserva, al Creatore.
Novalis ha detto che « l’infelicità è la chiamata di Dio », e Dante che « il buon dolor … a Dio ne rimarita ».
Fu chiesto a S. Ignazio quale sia il cammino più breve per arrivare a Dio, ed egli rispose: « Soffrire molte e grandi avversità ».
È questa evidentemente una visione incomprensibile e strana per chi si rifiuta di credere!
Accettare la sofferenza come una lezione ed un invito di Dio, è sempre e solo questione di fede.
« Del resto – come ha scritto Anatole France – in un mondo in cui è spenta ogni illuminazione della fede, il male e il dolore perdono anche il loro significato e non appaiono più che come scherzi odiosi e farse sinistre ».
Bisogna allora, vederla così la nostra malattia; sentirlo così il nostro dolore: una visita, una visita misteriosa ed amorosa del Signore.
Lui che batte alla nostra porta, al nostro cuore, per un colloquio molto intimo e personale.
Lui che conosce perfettamente il nostro indirizzo di casa, gli attivi e i passivi dei nostri bilanci e sa, meglio di noi, il sistema più sicuro per risanarli!
Una visita che si conclude sempre, da parte nostra, con un arricchimento o una perdita, secondo l’accoglienza che le abbiamo fatta.
Nessuna prova, non vi è dubbio, ci lascia come ci ha trovati; ed è questione di vita o di morte, perché Dio non si muove e non batte mai invano alla porta della nostra vita!

VII – Il dolore è un mezzo efficace di redenzione sociale.

Il programma, per noi fissato dal Divino Ospite, non è isolato, ma inserito in quello degli altri, fa parte di un tutto, nel quale gli uni collaborano – debbono collaborare – alla salvezza degli altri.
E questo, soprattutto per la mirabile dottrina del Corpo Mistico del quale ci siamo precedentemente occupati.
Ognuno di noi è membro di un grande corpo di cui Cristo è il Capo.
Un corpo ove, tra il Capo e le membra e le varie membra fra di loro, vi è una comunicazione di proprietà e di azione.
Cristo ha sofferto, noi soffriamo in Cristo.
I Suoi patimenti sono i nostri ed Egli continua a soffrire in noi, così che Corpo e Membra formano una sola unità sofferente.
Gesù trova, così, nelle Sue membra, le nostre malattie, le nostre lotte interiori, i nostri scoramenti, la nostra morte e vive tutto questo in noi.

Perciò fu chiamata croce non solo il complesso dei patimenti di Gesù, ma altresì croce ogni nostro soffrire.
L’agire del cristiano deve essere quindi uno specchio fedele della Sua vita, proprio perché il cristiano è un altro Cristo.
Ora i tempi della vita di Gesù sono due: Passione e Resurrezione.
Alla gloria e alla felicità eterna, il cristiano arriverà soltanto, come Gesù, attraverso la croce; potrà ascendere a Dio solo per mezzo del dolore che purifica.
Come la corruzione del piccolo chicco di grano caduto nel solco produce il rifiorire della vita, così la sofferenza dell’uomo apporta una vita nuova: annientamento e dolore si equivalgono, perché contengono entrambi un germe di rinnovata vitalità.
Gesù sul Calvario raccolse nel Suo cuore il pianto dell’intera umanità.
Tutto il dolore confluì in Lui, nell’offerta totale che Egli fece al Padre; e la Passione sarà completa solo quando il mondo sarà finito.
Così, partecipi del Suo dolore e della Sua offerta suprema, noi siamo chiamati a condividere la Sua opera di Risurrezione per la salvezza del mondo dei singoli uomini.
Giorno per giorno, ora per ora, continuiamo la grande opera redentrice.
Non siamo soli e isolati nel nostro soffrire: a noi è data la consapevolezza del perché soffriamo e la gioia suprema dell’amore; dare, dare generosamente a chi è solo e non ha alcuna risorsa personale, a chi è ancora avvolto nelle tenebre dell’ignoranza e del peccato.
Il come se noi versassimo, a torrenti copiosi, in un oceano infinito, i meriti maturati nel nostro soffrire.
Da questo oceano divino, risaliranno i misericordiosi torrenti alle destinazioni a cui li abbiamo assegnati; e a loro volta da queste destinazioni, altri meriti e sacrifici defluiranno verso altre, in uno scambio amoroso e soprannaturale di beni preziosi.
Noi così ameremo veramente in Cristo e ci sentiremo profondamente riamati in una esuberanza di vita divina che non ha l’eguale.
Il peccatore espierà nella propria sofferenza le colpe commesse, ma, in questa espiazione, sarà validamente aiutato dai meriti dei giusti.
Questi, non avendo peccati personali da espiare, santificano se stessi e devolvono i meriti a favore di quelli.
Gli innocenti, sull’esempio di Gesù, che è l’innocenza personificata, soffrono a Sua immagine e somiglianza, e la loro offerta è il profumo più accetto.
Dio, invitandoci a Lui, vuole che gli uomini si avvicinino gli uni agli altri, e formino con Lui una armonica unità.
Per meritare la salvezza essi debbono tenersi uniti in questo valido scambio di doni: tutti necessitiamo gli uni degli altri per giungere a conquistare il felice accesso alla dimora del Padre, dal quale siamo usciti e al quale, insieme, dobbiamo tornare.
Gli eventi stessi del mondo possono dipendere dalle meravigliose possibilità di questo piano divino.
Forse da un remoto angolo della terra, forse da una piccola e povera soffitta, si è innalzata quella supplica ardente che ha cambiato gli eventi di un’anima o quelli del mondo.
Anche la persona più umile può compiere, con la sua croce unita a quella di Gesù, azioni di vasta portata e di grande risonanza.
Non ha importanza, quindi, l’essere in posti di onore o di responsabilità; il ricoprire ruoli importanti o di nessuna evidenza nella compagine del mondo e della comunità nella quale viviamo: quello che conta è l’umile collaborazione della preghiera e del sacrificio nel luogo ove Dio ci ha posti, e che non è mai piccolo od oscuro perché ha riflessi universali e si traduce nel bene di tutti.
In ogni coscienza che accetta di patire vi è la soave certezza di lavorare per la redenzione del mondo!

VIII – Il dolore è fonte di gioia e di pace.
Dice Gandhi: « La sofferenza non è che un aspetto della gioia: l’una e l’altra si susseguono immancabilmente ».
Chesterton afferma che la gioia è il gigantesco segreto del cristiano, e Pascal che nessuno è felice quanto il vero cristiano.
Eppure, ad imitazione del suo Maestro, egli deve prendere la croce e soffrire …
Non c’è gioia senza croce; non c’è pace se non nella sofferenza.
Ed anzi le gioie più grandi dell’anima sono sempre quelle che conseguono alle lotte più dure, alle privazioni più terribili, ai sacrifici più eroici.
E sono così intense, così profonde, così divine da fare dimenticare tutte le sofferenze che le hanno preparate, tutte le lacrime di cui sono intrise.
La gioia nella sofferenza era il motto di Beethoven.
Può sembrare paradossale, ma in realtà, in un’anima generosa, la sofferenza genera una gioia profonda, perché nell’ora della sofferenza la vita è più feconda, la nostra umanità più purificata, la nostra personalità più affermata ed efficiente.
Una gioia che proviene dalla felice considerazione di essere collaboratore attivo di Dio, in un’opera nella quale Lui è il protagonista.
La gioia di essere oggetto di una Provvidenza che ha il rispetto più geloso, l’attenzione più amorevole per chi rappresenta, sulla terra, la cosa più delicata e preziosa.
La gioia di sapersi portati e sostenuti da Colui dal quale viene ogni conforto e che ha assicurato a tutti i sofferenti il ristoro e la consolazione.
La gioia di sapere che le sofferenze del tempo presente non hanno proporzione alcuna con la gloria che si manifesterà in noi (3).
La gioia di avere rinunciato a discutere, convinti che ciò che avviene è per il nostro bene, e che tutto è previsto, disposto, assicurato, secondo un piano che è a lieto fine anche se a noi non sembra. 3) – Rom. 8, 8.
La gioia dell’incontro con Dio in un’atmosfera di purificazione, di elevazione, di adesione amorosa, dolce preludio della felice ed eterna contemplazione dell’altra vita.
S. Gemma dice che la gioia vera sta nello scoprire Cristo, nel farlo regnare nella propria anima, nel partecipare ai suoi dolori, nel nascondersi in Lui.

E in questo senso sono le parole del povero e sofferente Francesco d’Assisi che gridava: « La perfetta letizia non sta in nessuna altra cosa che il sostenere, per amore di Cristo, pene, ingiurie, obbrobri e disagi ».
Gioia vera, letizia perfetta … sono termini comuni ai Santi, che sono gli unici ed autentici portatori di gioia, in una vita difficile segnata dal dolore, bagnata di sangue.
Mai un Santo è apparso triste; anche, e soprattutto, nei momenti delle prove più oscure, delle sofferenze più lancinanti.
Si ha così la commossa sorpresa – come avviene a Lourdes – di cogliere, in corpi disfatti, la luce serena di una interiore letizia; di ricevere parole di gioia e di pace da chi, da anni, giace nell’immobilità; di udire, da chi ha conosciuto la vita nella sofferente fragilità di un corpo inchiodato su una carrozzella, espressioni come questa: « Mamma, più bella di questa tu vuoi la mia strada? ».
Nella generosa ed amorosa adesione alla volontà di Dio, nello sforzo di amare la croce e il dolore come ciò che meglio per noi realizza il piano divino, sta il soave segreto della pace e della serenità.

La croce è il magnifico dono che Dio ha fatto ai Suoi amici.
Disse un giorno a S. Margherita Maria: « Ricevete la croce come il pegno più prezioso che il mio amore può darvi in questa vita ».
E non l’ha risparmiata a nessuno, nemmeno alla Madre Sua, che è, per eccellenza, la Virgo dolorosa.
Amico sofferente, è lungo il cammino: provati anche tu!

Le tappe successive si chiamano: accettazione, rassegnazione, offerta volontaria, adesione amorosa.
La gioia e la pace camminano ed aumentano parallelamente alle interiori disposizioni del tuo spirito.
Ma solo l’ultima tappa, quella dell’adesione amorosa, quella che ti porta ad amare fortemente la croce, la tua croce, ti farà assaporare, fino in fondo, la indicibile gioia che Dio ha nascosto nel mistero del tuo dolore.

Per soffrire meno, per soffrire meglio
La legge della sofferenza – universale nel tempo e nello spazio – non ammette eccezioni.
È una delle costanti che accompagnano l’uomo dall’inizio alla fine; dal primo gemito che contrassegna la sua apparizione nel mondo, all’estremo rantolo col quale rimette la sua anima al Creatore.
Ogni sforzo di eliminazione non riesce minimamente nel suo intento; ogni atteggiamento di rivolta non serve che a rendere più intollerabile il dolore.
Non rimane che un atteggiamento veramente saggio: accettare!
Accettare anche se le ragioni non sono evidenti; accettare per fede!
E cercare, in tutta docilità, la via che, tracciata da Dio, è già stata fruttuosamente percorsa; trovare il modo pratico di soffrire meno soffrendo meglio.
È la strada che, senza alcuna pretesa di novità e di completezza, ti vorrei indicare, o sofferente, a vantaggio della tua pace interiore, a valorizzazione del grande tesoro che ti ha dato il Signore.
Una specie di Decalogo del dolore, che affido umilmente, alla tua meditazione e alla tua buona volontà.
Ciò che vale non è tanto l’intensità della sofferenza, quanto la qualità dell’amore con la quale è accolta e sopportata.
È necessario quindi, più che il soffrire molto, il soffrire bene, cioè con le disposizioni che rendono meritevole e sublime ogni nostro sacrificio.
E in questa parola sacrificio è contenuto il vero fine preposto da Dio ad ogni umana sofferenza: sacrum facere, cioè rendere sacro, santo.
È quanto vorrei aiutarti a fare, o ammalato, in questo momento nel quale stai vivendo il tuo sacrificio, ed hai la possibilità di diventare un grande, un santo, un grande santo!

I – Soffrire con fede nell’amore personale di Dio.
La parola fede, come si è detto, indica accettazione.
Si ha fede quando si crede a quello che Dio ci ha rivelato e la S. Chiesa ci propone a credere; quando si accettano e si adorano le disposizioni della Divina Provvidenza a nostro riguardo.
La fede, sotto il primo punto di vista, è un atto molto complesso avente queste tre caratteristiche: razionalità, libertà, soprannaturalità.
È uno dei problemi più importanti della Teologia e degli atteggiamenti fondamentali dell’uomo, che va studiato ed approfondito, con l’aiuto dei molti testi in circolazione.
A noi però qui interessa direttamente il secondo aspetto: quello dell’uniformità totale e serena alla volontà di Dio, comunque si manifesti.
Un solo motivo può convincerci e portarci a questo atteggiamento: la persuasione che Dio ci ama; la convinzione di essere l’oggetto di un piano amoroso del Signore, che tutto dispone per il nostro bene.
La Fede nell’amore di Dio: ecco la sorgente di ogni rassegnazione, di ogni equilibrio e progresso spirituale, di ogni pace, in tutti i momenti e specialmente in quelli nei quali ci assalgono la sofferenza e le prove.
Credilo: nonostante tu sia un piccolo granello di sabbia disperso nel grande universo, sei oggetto del Suo amore particolare. Egli ti conosce per nome, ti guarda come se fossi solo nel mondo. Il posto che ti ha fissato nell’universo è tuo e solo tuo come unico è il posto che tu occupi nel Suo pensiero e nel Suo cuore.
Quale splendida visione ci vengono ad aprire queste parole, del resto così comuni a tutti i Santi e che traggono la loro origine dalle pagine più sublimi della Rivelazione!
Prova a pensare attentamente ad ogni singola espressione che segue e ne avrai un indicibile trasporto di consolazione e di pace.
Dio ti ama, ti ama personalmente.
Conosce il tuo nome, la tua persona, il tuo passato, il presente e il futuro.
Conosce il tuo temperamento, le tue qualità, i tuoi difetti, i meriti e i peccati.
Ti conosce in ogni tuo più segreto aspetto interiore.
Conosce – è Lui che lo ha detto – il numero dei capelli che hai sul capo e quelli che … ti sono caduti!
Dio non ama solo in generale, ma individualmente con tutte quelle caratteristiche distintive che fanno sì che ognuno di noi sia se stesso e non un altro: Come una madre ama l’unico suo figlio, così io ti amo (1) .
Ama ogni uomo quanto ama tutto il genere umano: pesi e numero non sono niente ai Suoi occhi.
E questo Amore, benché vario nei suoi doni, è uno e indivisibile nella sua essenza, così che di esso, più ancora che dell’amore di una mamma, possiamo dire: ognuno ha la sua parte e ognuno lo ha tutto intero.
Gesù disse un giorno a S. Geltrude che, guardando al Crocefisso, ognuno di noi dovrebbe pensare rivolte a sé le tenere parole a Lei dirette: « Se fosse necessario per salvarti, sopporterei ancora volentieri per Te solo ciò che ho potuto soffrire per tutti gli uomini ».
1 – II Re 1, 26.
Sono toccanti le parole che Pascal mette sulle labbra di Gesù: « Pensavo a Te nella mia agonia; quelle gocce di sangue lo ho versate per Te. Sono presente a Te, ti sono amico … ti amo con più ardore di quanto tu non abbia amato le tue colpe! ».
Se tu sei, esisti, è perché il Signore ti ha previsto, ti ha voluto, ti ha amato: la vita, è un magnifico dono Suo, una partecipata similitudine della Sua essenza, che è Bontà e Beatitudine infinita.
Ti ha pensato dall’eternità e ti ha creato nel tempo con uno scopo ben preciso: farti, per sempre, felice con Lui.
E ti ha affidato un compito specifico, una missione particolare da svolgere che è tua, solamente tua e di nessun altro.
Sei una unità distinta e irripetibile: non esisterà più nel mondo una persona come la tua, con le caratteristiche e le responsabilità tue; e nessuno potrà sostituirti nel compito strettamente personale che Egli, nei piani imperscrutabili, ti ha affidato. E Dio ti ha voluto così come sei, e non come vuoi.
I nostri giudizi sono quasi sempre errati perché non siamo a conoscenza del piano generale e della funzione delle singole parti per la realizzazione del tutto.
Tu sei una parte del grande complesso che solo un giorno ti sarà dato di conoscere nella sua piena luce. Ora ti deve bastare la fede!
Devi accettare il tuo posto con la docilità di un soldato che sa di collaborare ad un piano di vittoria, per il quale è lecito dire solo una parola: obbedisco!
E leggendo il Vangelo, pensa sempre rivolte a te, a te personalmente, le mirabili parole del Salvatore: Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi, ed io vi consolerò (2); Chiunque ha sete venga a me e beva (3); Pietro mi ami tu? (4); Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecorelle.(5).
2 – Matt. 11, 28. 3 – Giov. 7, 37. 4 – Giov. 21, 15. 5 – Giov. 10, 11.
Credi: non esiste un altro libro più individuale, più privato, più tuo, del Vangelo: è il libro della tua storia intima, di quella storia che conosci a fondo … ; è il libro, ogni pagina del quale contiene una rivelazione personale dell’amore di Dio per ogni Sua creatura, e quindi anche per te!
Prova a vederti in ogni sofferente che Gesù incontrava e al quale faceva il dono di una carezza particolare.
Dice il Vangelo che pur essendo numerosa la moltitudine dei bisognosi, Gesù imponeva a tutti singolarmente le mani; un tocco speciale, individuale, proporzionato alle necessità, alla storia, alla sensibilità di ciascuno!
Questo è il rapporto del Signore con ognuno di noi: un rapporto strettamente personale; un rapporto su misura, che tiene conto delle condizioni, delle qualità, dello scopo, della gloria preparata, per ciascuno, come supremo traguardo della vita.
E questo supremo traguardo ha un nome suggestivo: Paradiso!
Per te infatti, proprio per te in particolare, è preparata una eternità di godimento.
Lassù c’è un posto riservato che ti attende: è il tuo posto!
La gloria e la felicità che ti sono destinate saranno esclusivamente tue e si distingueranno in una folla innumerevole di eletti.
Nessuno occuperà la porzione di Paradiso gelosamente destinata a Te, se tu vorrai conquistarla, e resterà per sempre deserto quel tuo posto, a condanna della tua mancata collaborazione al Suo sublime piano di amore.
Renditi abituale questa serena concezione del Signore:
non un Dio vendicativo, severo, distante, assente dai tuoi problemi; ma un Dio amoroso, dolcemente proteso verso di te che sei un tesoro che lo affascina sulla terra, come se non ci fosse altro oggetto alla Sua attenzione e al Suo interesse …
E abituati alla percezione di questa continua presenza, anche quando non ne hai la dolce immediata sensazione.
Perché, a volte, il Signore si nasconde, si fa attendere e cercare; permette il buio e la burrasca; e tu hai l’impressione che Egli ti abbia abbandonato …….
Ma il Suo sguardo è perennemente fisso su di Te e non ti abbandona un solo momento, anche quando tu Lo tradisci o Lo offendi: è lo sguardo dolcissimo di mamma, che ti segue, ti apre la strada, ti protegge, ti accarezza, ti sorride, ti consola …
Quando preghi, abituati a vedere un Dio rivolto a Te, in un ascolto che si orienta
alla tua persona, come se non ne esistessero altre.
Quando guardi al Tabernacolo, pensa ad un Gesù che aspetta e vede Te, quasi fissando i tuoi occhi, il tuo viso, e da niente altro attratto che dalle tue cose, dal tuo mondo, che è Suo e Lo interessa enormemente.
Quando guardi al Crocefisso, pensa che proprio per Te il Signore ha accettato di patire quell’indicibile martirio e che il prezzo di quell’amoroso riscatto è tuo, come l’amore infinito che lo ha ispirato.
Quando il dolore, la prova, la sofferenza si presentano al tuo orizzonte, sappile accettare dalle Sue mani; come un dono preparato, studiato, dosato per Te …
E dì il tuo generoso fiat!
Non deve interessarti il perché di quello che Egli ha deciso e realizzato in Te.
Ti deve bastare il sapere che Lui lo ha voluto: lo ha voluto per Te; e lo ha voluto perché conoscendoti ed amandoti non trovava vie migliori all’attuazione del Suo amoroso disegno sulla tua persona!
Gettati fra le Sue braccia!
Solo la Sua volontà è santa, piena di saggezza e di bontà.
ResisterGli, significa andare contro il tuo preciso interesse, orientarsi per vie sconosciute, impossibili, doppiamente dolorose ed assurde!
Non temere nulla e non desiderare esageratamente nulla, ma solo quello che Lui vuole e come lo vuole.
Lasciagli l’iniziativa e la piena libertà di azione: è tutto grande e bello quello che dispone per te, le gioie come i dolori; le prosperità come le avversità.
Presta una particolare attenzione alla chiamata precisa ed insistente del tuo nome quando ti invita a soffrire.
Si tratta di un invito di fiducia, di predilezione, di straordinario amore.
Ti chiama, ti vuole in un’opera di collaborazione alla Sua azione; ti onora facendo assegnamento sul tuo personale contributo: si tratta di un’alleanza, quasi di un contratto di lavoro per una grande realizzazione, nella quale ognuno ha la sua parte insostituibile e preziosa.
Rinuncia a discutere con Lui e con te stesso, perché il giorno nel quale il Divino Architetto ti farà piena luce sul piano della gigantesca costruzione, non sarai più nel regno della fede, ma della visione della gloria.
Capirai allora che lo scopo dell’economia del dolore è solamente quella di scavare in noi abissi misteriosi nei quali l’Amore potrà riversare torrenti di felicità; costruire per gradi quella fedele somiglianza al Grande Sofferente del Calvario che ci darà diritto ad un eguale grado di vittoria e di gloria.
Comprenderai, finalmente, le stupende rivincite dell’Amore Divino, che così sapientemente ha agito in te, ti ha guidato, portato, dolcemente sospinto verso la vera felicità.
Gettarsi tra le braccia di Dio, dire prontamente il proprio fiat, tenere come norma abituale di vita il si faccia non la mia, ma la Tua volontà, rinunciare ad ogni sterile discussione, tutto accettare dalla mano amorosa del Signore come il meglio e più conveniente per noi … questo significa soffrire con fede.
È il forte ed ammirevole atteggiamento che il Veuillot ha così felicemente delineato: « Piango ma amo; soffro ma credo; non sono schiacciato, ma in ginocchio, e adoro! ».
II – Soffrire accettando il dolore dalle mani di Gesù e viverlo con Lui.
Ogni nostra croce è un frammento della Croce di Gesù.
Ogni nostro sacrificio è una parte di quel supremo sacrificio.
Chi ti tende la mano è quel Gesù che ha sofferto prima e più di te; che ha sofferto per te.
E questa mano è insanguinata, lacerata, trapassata dai chiodi.
Non c’è dolore che Egli non abbia patito; non c’è lacrima che Egli non abbia versata; non c’è spina dalla quale non sia stato perforato.
Ti domanda – domanda a tutti – una personale partecipazione.
È lui che te la chiede, dopo avertene fissato il grado, il momento e l’intensità.
Ogni tua piccola o grande croce è una parte della Sua, fissata in maniera proporzionale alle possibilità e alle necessità che Egli solo conosce.
Accetta la sofferenza da Lui, dalle Sue mani, dal Suo cuore che, prima di chiederti di soffrire con Lui, ha sofferto indicibilmente per te.
Quando sei colpito dal dolore, quando esperimenti la trafittura delle spine, lo strazio di una ferita, l’onta di uno schiaffo, lo spasimo dei fori alle mani e ai piedi, l’umiliazione di un insulto o di una calunnia, non accusare nessuno; non incolpare i tuoi fratelli, le circostanze, gli eventi della vita …Essi non sono che strumenti: è lui il Divino Crocifisso che ti invita a seguirlo, ad imitarlo, a continuare, in te, la grande legge della salvezza nella sofferenza.
È lui che domanda di stenderti sul legno insanguinato della Sua Croce.
Lui che ti mette personalmente sulle spalle il peso proporzionato alle tue possibilità e nello stesso tempo ti offre e ti dà la forza per poterlo portare.
Ad ogni tua croce corrisponde un Suo aiuto.
Ad ogni tuo dolore, per quanto umanamente impossibile, una Sua grazia particolare.
E se ogni tua piccola croce è un frammento della Sua Croce, tu la devi accettare e vivere con Lui, con intensità di amore, con perfetta adesione ai Suoi arcani disegni, con ferma convinzione di avere da Lui la forza che ti è indispensabile.
Un frammento di croce isolato è un patibolo e una condanna; ma unito alla Croce nella quale si è steso ed ha patito il Figlio di Dio, diventa un soave e sublime strumento di redenzione, di vita e di vittoria.

III – Soffrire pregando.
Si fa presto – tu dirai – ad insegnare; a dire tutte queste belle cose; ma quanto è difficile, in pratica, questa perfetta uniformità alla volontà di Dio, che ci visita nel dolore!
Hai ragione!
L’insegnarti il modo di soffrire, non equivale a toglierti il dolore; ma solo a sollevarti da esso e a valorizzarlo.
E per avere pace e conforto, per dare la massima valorizzazione alla sofferenza, occorre pregare!
La preghiera, ossigeno dell’anima, alimento della vita spirituale, ti è più che mai indispensabile.
Ma non temere: è molto più semplice di quello che non sembri. Basta provare!
Incomincia intanto a tendere l’orecchio, ad ascoltare la voce del Signore che parla nell’intimo del tuo cuore, che si fa udire nella solitudine e nel silenzio.
Raccoglierai dapprima qualche parola di incoraggiamento, e poi, via via, i tuoi rapporti con Lui si faranno sempre più stretti e confidenziali, fino a divenire colloqui gioiosi.
Lo potrai interrogare, ed Egli ti risponderà, parlandoti un linguaggio adatto a te, alla tua sofferenza, al tuo particolare bisogno.
Il tuo atteggiamento e la tua preghiera si trasformeranno così in una fruttuosa collaborazione alla Sua azione su di Te.
E, col Suo aiuto, vedrai sorgere nel tuo spirito quel meraviglioso equilibrio che si contrapporrà, per il valore della sofferenza, alla menomazione del tuo fisico.
Chi può dire il valore della preghiera, di questa alta sorgente di forza distensiva e purificatrice?
La preghiera è elevazione della mente a Dio: non dovrebbe essere difficile pregare!
Basta pensare, unirsi con la mente e col cuore a Colui che non solo è vicino, ma dentro di noi!
Occorre offrire, occorre offrirsi.
E soffrire offrendo il proprio dolore a Lui, significa realizzare la più bella preghiera possibile.
Saper soffrire è già saper pregare: le preghiere più sublimi sono quelle che non hanno voce, perché sono soltanto sospiri d’amore!
Chissà quante volte hai conosciuto la delusione di certi inutili colloqui umani!
Avevi bisogno di conforto e lo hai cercato accanto a te.
Hai aperto l’animo in tumulto agli amici, ai parenti, a coloro dai quali speravi una parola di comprensione, un aiuto, un sollievo.
Ma l’esperienza ti ha insegnato che non tutti e non sempre vogliono e possono ascoltarci.
Ognuno è preoccupato del suo dolore, del suo problema personale, di ciò che gli dà un’immediata preoccupazione in quel particolare momento.
Non ha quindi orecchio per ascoltare, non ha l’anima serena per dare a te la serenità che tu invochi.
E anche quando, con la migliore buona volontà, vuole darti la sua comprensione e la più sincera partecipazione, si tratta sempre di conforti ben limitati e insufficienti.
Il motivo è evidente: siamo tutti distinti, diversi gli uni dagli altri.
Ognuno di noi è una persona assolutamente irripetibile e inimitabile, una personalità a sé stante e completamente diversa da ogni altra.

Non è possibile una comprensione totale: ciò che ci appartiene è nostro e solo nostro, e ben poco abbiamo in comune con gli altri.
Ogni malato, prima o poi, specie quando l’infermità si prolunga, si trova a vivere, a sentirsi del tutto solo.
Le visite si diradano e si fanno più brevi.
Gli argomenti si esauriscono.
Ed anche quando attorno fervono l’allegria e la compagnia, si avverte con pena l’insufficienza di certi discorsi superficiali, inutili, inconcludenti …
È allora che si sente il bisogno di un volto, di un cuore, di un confidente, profondamente e sinceramente interessato al nostro problema!
È proprio nel momento della delusione per quanto è umano e terreno, che si sente (o si dovrebbe sentire) la necessità di scoprire Colui che ci ha detto: Venite a me … io vi consolerò.
Solo Dio ci comprende in maniera totale.
Esiste una sola comprensione vera ed assoluta, ed è quella verticale: Dio-uomo!
Quella orizzontale, uomo- uomo, è soltanto relativa, spesso apparente, diplomatica, imposta dalla necessità, dalla convenienza.
La preghiera è allora un incontro vivo, cordiale, interessante.
È il parlare di una persona ad una Persona; l’incontro intimo, segreto, geloso con l’unica Persona che sa tutto di noi, che ci ama con un interesse ed un amore come se esistessimo solo noi!
Amico sofferente: hai mai provato a conversare con Dio?
Hai già gustato la gioia di sentirti a tu per tu con Lui, e di parlargli con le tue parole, di esporgli i tuoi problemi, le tue pene?
È necessario che tu ti disincagli qualche volta dalle formule già fatte e quindi comuni.
Devi sentirti libero e personale quando preghi, perché il tuo mondo interiore è tuo e soltanto tuo; ed ha bisogno di un linguaggio che non può confondersi con quello degli altri.
Provati a pregare in questo modo, con la persuasione che nessun momento della tua giornata è più solenne e più felice di quando sei impegnato in un dialogo così sereno e silenzioso!
E se puoi, vai a trovare sovente il tuo grande Amico, ospite nel santo Tabernacolo.
Nulla dà una gioia più grande di essere al Suo cospetto, di parlargli, di ascoltarlo, di consultarlo.
Ricevilo nella santa Comunione ove hai il grande privilegio di unirti, di fonderti completamente con Lui.
L’Eucaristia è l’Amore fatto Sacramento e realizza le tre grandi leggi psicologiche dell’amore: vivere con la persona amata, condividere i propri beni con lei, unirsi completamente, in una fusione sostanziale e totale.
Gesù, nella Comunione, è tuo, tutto tuo, e tu formi con Lui per qualche istante un’intima e reale unità! In essa è l’amore di Gesù che si particolarizza, si individualizza, per darsi realmente e completamente a te.
E assisti spesso al Suo grande Sacrificio che si rinnova in ogni S. Messa.
Pensa: ogni Messa è la commemorazione e la rinnovazione del Sacrificio della Croce.
In forma mistica ma reale, Gesù ripete quel Suo olocausto e lo ripete con tutto il Corpo Mistico, con tutti i sofferenti che completano nei secoli la Sua Passione; lo ripete col tuo sacrificio, lo ripete con te!
Puoi ogni giorno unirti a questa grandiosa celebrazione: assistendo fisicamente alla Messa, ed unendoti spiritualmente alle trecentocinquantamila Messe celebrate sulla faccia della terra nell’arco di un giorno.
Puoi ogni istante unirti alle quattro Ostie alzate verso il cielo.
Non c’è interruzione nel susseguirsi delle Messe alle quali puoi unirti in ispirito.
Basta raccogliersi un istante; pensare alla Vittima divina e offrirsi per Lei, con Lei e in Lei!
Messa, Comunione, preghiera: ecco i grandi mezzi che il Signore ti ha messo a disposizione per superare ogni difficoltà, per ritrovare la serenità, per portare bene e con merito la tua croce.
Provati a scoprire questa limpida fonte alla quale dissetare il tuo spirito così avido.
Cerca di aprire il tuo dialogo col Cielo.
Ti convincerai che nessuna conversazione è più distensiva e costruttiva di quella fatta con Colui che è veramente la Persona del tuo cuore e che è sempre disposta ad ascoltarti!

IV – Soffrire vivendo il momento presente.
Il passato non ti appartiene più; il futuro è nelle mani di Dio.
Ciò che vale è il momento presente, l’ora, l’attimo che stai vivendo.
Ed invece questo attimo difficilmente lo si vive con pieno frutto, perché si passa il tempo ad affliggersi per la vita trascorsa o a preoccuparsi per quella che deve venire.

IL PASSATO!

Quando alla luce di una più saggia e riflessa maturità, ti viene da pensare ai peccati, ai disordini, alla futilità della vita trascorsa, ti assale un senso di angoscia e di paura. Tutto ti sembra inutile, e la vita irrimediabilmente macchiata.
Come vorresti avere agito diversamente! Come ti ripugnano quelle azioni, quelle persone che così fortemente ti attrassero e che ora soltanto, ma troppo tardi, ti appaiono nella loro squallida meschinità! Come ti sembrano del tutto sciupate tante energie fisiche e spirituali che hai fatto servire ad idoli terreni ad ideali di nessun valore!
Poter tornare indietro!
È la sofferenza di tutti, questa, perché ognuno di noi ha un suo passato!
Un passato gelosamente custodito nell’intimità del proprio cuore, ma sempre presente, come causa di grande afflizione, al nostro spirito.
Amico sofferente, ricorda che il pungente ricordo della tua vita tristemente trascorsa, può divenire e diviene di fatto uno degli ostacoli più gravi alla serenità della tua vita e alla santificazione dell’attimo presente, che è quello che conta.
Ascolta: se anche per il passato ti sei macchiato delle colpe più orribili e impensate; se hai abusato della bontà del Signore e Lo hai offeso con i più gravi e torbidi disordini, non disperare: Dio è prima di ogni altra cosa, Bontà e Misericordia infinita.
Perché l’Amore sia completamente soddisfatto dice S. Teresa di Gesù Bambino – bisogna che si abbassi fino al nulla e che lo trasformi in fuoco!
E quando questo Amore assume il carattere di misericordia, si degna scendere ancora in basso, fino al nulla colpevole!
È l’Amore misericordioso, la cui caratteristica è quella di dare, di dare generosamente, e tutto senza che vi sia merito o diritto in chi riceve.
Quanto più la miseria è grande, tanto più si china su di essa con infinita tenerezza.
Pare che Dio trovi in questo atteggiamento una delle Sue gioie più grandi e la Sua gloria migliore!
Forse per il fatto che, senza il peccato, non avremmo mai saputo fino a che punto ci ama, Dio, come dice S. Agostino, ha preferito trarre profitto dal male piuttosto che non permetterlo.
E questo profitto, per Lui è la gloria di manifestare un amore più grande, e per noi una riabilitazione che, come è detto nell’Offertorio della Messa, è certamente più meravigliosa della creazione stessa.
Dice S. Paolo che Dio fa vedere il suo vivo amore per noi perché essendo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (6) .
L’amore di Dio si rivolge al peccatore e precede il suo ravvedimento.
Il nostro cuore è così meschino anche nei suoi affetti più belli, così severo nei suoi giudizi, così avaro nei suoi perdoni, che non possiamo farci un’idea conveniente della pazienza infinita di Dio verso un’anima colpevole.
Non ama il peccato, ma ama il peccatore; e tutta la Sua azione misericordiosa è protesa al suo ravvedimento, alla sua redenzione.
6 – Rom. 5, 8.
Il Vangelo ci testimonia una reale predilezione di Gesù per i peccatori.
Le Sue relazioni con loro ci manifestano il dolce sapore della misericordia messa in atto, la felicità squisita dell’amore che discende in basso e riceve una suprema esaltazione nel perdono che accorda.
Non esige che una cosa: il pentimento!
E quando un’anima peccatrice si arrende alle sollecitazioni divine, trova in Dio un padre che le apre le braccia e asciuga coi baci le lacrime di un pentimento ritardato e da tanto tempo fortemente atteso.
Non una parola di rimprovero, non un segno di malcontento, ma la gioia indicibile di avergli dato la possibilità di esercitare la Sua misericordia.
E questo ogni volta che quell’anima si pente, detesta il male commesso ed implora l’indulgenza divina.
Dio poi non perdona come fanno gli uomini che non sanno dimenticare: a Lui sfugge completamente perfino il ricordo delle nostre colpe, così che, dopo migliaia di perdoni rinnovati, conserverà per il peccatore lo stesso benevolo atteggiamento e gli darà la Sua amicizia, senza secondi fini, quasi dimenticando di essere già stato tradito.
Con il pentimento, Dio vuole la buona volontà.
Non occorre il successo, ma lo sforzo!
La mancanza apparente di successo e le sconfitte moltiplicate, non sono un vero ostacolo al lavoro della benevolo atteggiamento e gli darà la Sua amicizia, senza scoraggiarci né rattristarci di avere sbagliato.
È difficile trovare un’anima perfettamente fiduciosa dopo l’umiliazione del peccato!
Rimane nel cuore una vaga inquietudine, l’ansia, la paura che Dio si comporterà con essa con una certa circospezione, privandola della sua tenera familiarità.
Nulla di più errato!
Dio ama come prima, perché nulla è mutato in Lui, che mai cessa di amare la Sua creatura, anche se essa volontariamente da Lui si allontana.
Il grande equivoco sta qui: il credere che l’amore di Dio sia ispirato o condizionato dalle nostre virtù o dai nostri meriti.
Dio ci ama perché Lui è buono, non perché lo siamo noi!
E nient’altro vuole da noi che crediamo fermamente al Suo amore e ci sforziamo con tutte le nostre forze di innalzarci a Lui.
Amico sofferente, se il tuo passato ti opprime, non avere paura!
Gettati fra le braccia del Signore, credi, fidati sempre!
E, se il ricordo delle colpe passate, ha avuto l’effetto di persuaderti della tua pochezza, della tua incapacità, del tuo nulla, benedici questo aspetto positivo che esse ti hanno arrecato.
L’importante è giungere alla consapevolezza che è Lui che ci ama, che ci salva, che ci guida, che tutto opera in noi.
E che noi siamo e dobbiamo semplicemente far credito a questo Amore, fidandoci ciecamente delle Sue adorabili disposizioni.
Anche le tue colpe passate, nel gioco dei Suoi imperscrutabili disegni, hanno avuto e conservano il loro ruolo provvidenziale; ma non devi pensarci più!
Cacciane il ricordo come una tentazione, e sappine trarre, come Pietro, Paolo, Agostino, la Maddalena, uno stimolo più forte per il tuo generoso abbandono a Lui.
Quanti peccatori, e grandi peccatori sono divenuti serafini d’amore per avere trovato uno sprone continuo al loro fervore nel pensiero dell’Amore misericordioso, accanito nell’inseguirli, proprio nel bel mezzo dei loro smarrimenti!
Anche L’AVVENIRE ci desta preoccupazioni nocive.
Un detto popolare ci avvisa di attendere a fasciarci la testa solo quando ce la siamo rotta …
Se ci inoltriamo nel labirinto delle combinazioni possibili in cui ci possiamo trovare, dove andremo a finire? Gesù, con la duplice similitudine dei passeri e dei fiori del campo, ha voluto toglierci ogni preoccupazione, assicurandoci che il nostro Padre celeste provvede da pari suo a tutti i nostri bisogni.
Ai pagani soltanto il soprappensiero del domani.
Poveri, piccoli esseri, simili all’erba che oggi ondeggia nel prato e domani è recisa e riposta nel fienile, ci dobbiamo limitare – ha detto Gesù – a pensare esclusivamente all’oggi: Basta a ciascun giorno il suo affanno (7).
Tutte le difficoltà, i dubbi, i timori, i rimorsi, di qualunque genere ed entità, nelle disposizioni sovrane della Divina Provvidenza, dovrebbero servire unicamente a questo: farci perdere ogni credito in noi stessi, sprigionare in noi un’illimitata confidenza in Lui, la cui bontà e potenza superano tutte le nostre miserie e i nostri calcoli.
Basta ad ogni giorno la sua pena, il suo dolore, la sua lotta.
Per l’affanno di oggi, c’è una Provvidenza particolare, sufficiente, proporzionata.
Per l’affanno di domani ve ne sarà ugualmente un’altra particolare, sufficiente, proporzionata.
Non sappiamo che cosa sarà domani; ma sappiamo con certezza che, comunque le cose vadano, ci sarà l’aiuto del quale abbiamo bisogno.
Occorre allora vivere alla giornata!
È necessario vivere in imperturbabile serenità: il futuro è nelle mani di Dio!
( 7) – Matt. 7, 34.
Egli provvederà, come abbondantemente ha provveduto ieri, come provvede oggi.
La giornata presente è, in fin dei conti, ben poca cosa e facilmente superabile!
E lo sarà anche quella di domani, con l’aiuto di Colui che, prima di determinare la croce da portare, si preoccupa di accertare la effettiva capacità di ogni sua creatura!
Accettiamo allora l’oggi, così come ci si presenta, come Lui ce lo ha preparato.
Se sei ammalato, inefficiente, sofferente, servi il tuo Dio così, come Lui ha pensato e disposto!
Non stare ad almanaccare ciò che potresti fare se avessi buona salute.
Accontentati di essere malato tanto tempo e come piace al Signore.
Non sognare imprese grandi, voli troppo arditi, avventure impossibili.
Non farti delle illusioni di isolarti dalla comune degli uomini: i nostri piedi, fin che siamo in questo mondo, debbono conoscere necessariamente la polvere e il fango!
Sappi gustare ogni grande e piccola gioia che il presente ti riserva.
La vita non è solo cosparsa di amarezze, ma anche di una serie indefinibile dì piccole e grandi soddisfazioni.
Le grandi gioie accelerano per un istante il palpito della vita, ma non ne arricchiscono abbondantemente il contenuto.
Sono le piccole gioie quelle che riescono più preziose, più soavi, più gustose!
Nessuna vita presenta un cammino così duro e sassoso da non produrre almeno qualche piccolo fiore di gioia.
Ma spesso l’occhio è offuscato e non è capace di vederlo, e il cuore, che è ammalato, invece di curarsi di esso si strugge nell’ansia febbrile delle grandi emozioni, sognate per un futuro che forse non verrà mai.
E se sei chiamato a soffrire, valorizza con impegno geloso la pena di questo momento.
Non pensare ad altre tue ipotetiche sofferenze che non ti sono chieste; non pensare alle pene degli altri che non ti appartengono.
È questa, questa particolare croce e in questo determinato momento, quella che il Signore ti ha affidato; e solo per portare questa ti assicura il suo aiuto.
Il segreto della vita sta nel sapere vestire di bellezza e di preziosità le povere cose di cui abbiamo il possesso nel momento presente.
Sfruttiamo, viviamo, illuminiamo l’attimo presente che è per noi l’espressione della presenza di Dio ed è prezioso come Lui!

V – Soffrire con pazienza.

Nella vostra pazienza – ci ammonisce Gesù – possederete le vostre anime (8)..
Quante volte nella Sacra Scrittura è presente il richiamo alla necessità della pazienza, intesa come costanza nelle tribolazioni varie (9), tolleranza (10), sopportazione dei dolori (11), delle molestie (12), delle persecuzioni (13), ed anche come non opposizione di resistenza (14) alle avversità della vita.
Meglio l’uomo paziente – dice il Libro dei Proverbi – che l’uomo forte; e chi domina l’anima sua è più di un espugnatore di città (15); mentre invece – è sempre la Bibbia che parla – chi è impaziente manifesta la sua follia (16). 8 – Lc. 21, 19. 9 – 2 Cor 6, 4; Tess. 1, 4; 1 Tim. 6, 1 I; ecc. 10 – Ef. 4, 2. 11 – 2 Tim. 2, 3. 12 – 1 Petr. 2, 1 9. 13 – 1. Petr. 3, 14. 14 – Giac. 5, 6. 15 – Prov. 16, 32. 16 – Prov. 14, 29.
Amico sofferente: dopo quanto abbiamo detto fin qui, parrebbe superfluo parlare di pazienza.
Ma permettimi un diffuso richiamo a questa virtù, che, se anche è sorretta dalla fede più forte e dalla convinzione più profonda nelle varietà sopra esposte, è sempre una conquista lunga e faticosa.
Ci vuole molta pazienza a vivere!
Per i sani e per i malati, per i giovani e per i vecchi, per i poveri ed anche per i ricchi, che pagano spesso a duro prezzo il loro benessere.
Per te in particolare però ne è necessaria una più grande dose.
Ti occorre pazienza col tempo, spesso bello ma anche inclemente.
Ti occorre pazienza con le cose, che non sono quasi mai come tu le vuoi.
Ti occorre pazienza con gli avvenimenti che ti sono sovente contrari, e, sembra, proprio studiati per infrangere i tuoi piani, per annullare la tua fatica e la tua costanza.
Non ti infuriare, perché così complicherai o guasterai le cose e sarà un male peggiore del primo.
Non abbandonarti, perché la storia non si commuove, la sua ruota non si arresta, avanza e ti schiaccia.
Ti occorre pazienza con tutto, e più ancora con tutti.
Non ti illudere: tutte le persone che ti circondano, e che ti circonderanno, metteranno prima o poi alla prova la tua sopportazione.
Non esistono una donna o un uomo senza difetti. Se credi di trovarne, non conosci l’umanità.
Tutti abbiamo le nostre miserie, i nostri capricci, i nostri difetti, le nostre angolosità, i nostri chiodi mentali, le nostre stranezze.
Nemmeno i Santi ne sono stati totalmente immuni! E il peggio si è che siamo fatti per stare gli uni con gli altri, per aver bisogno gli uni degli altri.
Non siamo dei confinati, ma dei confinanti.
E il viaggio della vita si compie insieme; gli scossoni non mancano e gli urti sono inevitabili.
Gli uomini sono come le rose: abbiamo i nostri petali e le nostre spine, perciò non possiamo accostarci senza pungerci.
La vita in comune non è cosa facile: tutti vogliono l’armonia ma nessuno spende uno spicciolo di pazienza per conquistarla!
Tutti vogliono essere lasciati in pace, ma non tutti lasciano gli altri in questa pace.
La vita in comune aumenta le gioie e le forze, ma accomuna le pene e moltiplica i pesi.
E i pesi o si trasportano o ci trasportano.
E che dire di quel grande peso che siamo noi stessi?
Un peso che è sempre con noi, che non possiamo sfuggire mai, dal quale non ci possiamo, non ci potremo mai liberare!
Siamo pesanti come tutti gli altri, immensamente più degli altri!
Pesanti per le nostre invincibili deficienze e miserie, per la monotonia delle nostre debolezze morali, per la tirannia dei nostri peccati e della nostra sensualità, per le punture d’invidia, per il dispotismo dei nostri vizi, per l’incubo dei nostri sospetti, per la follia delle nostre fissazioni…
Che misterioso ginepraio il nostro mondo interiore!
Come è giusta la definizione del Manzoni che lo chiama un autentico guazzabuglio!
Come vincere allora gli altri e noi? Come sopportare le avversità che ci provengono dalle cose e dagli uomini, da fuori e dentro di noi?
Come superare le continue pungenti irritazioni i questa malattia, di questa situazione dolorosa concreta, di questa calunnia che mi ferisce, di questa freddezza che mi circonda, di questo letto così scomodo, di questa antipatia che mi ha colto?
C’è un solo mezzo il cui nome (e forse solo quello!) tutti conoscono: sopportare con pazienza!
Il che significa reprimere, comprimere spontanei moti di maledizione e di imprecazione; non lasciarsi trasportare da parole troppo facili di disprezzo, di valutazione, di giudizio; tacere quando viene la voglia di urlare; abbassare il tono della voce ogni qualvolta ci sentiamo ribelli ed eccitati; non dire o non fare mai nulla quando comprendiamo di non essere nella forma di un perfetto equilibrio, per non doverci in seguito amaramente affliggere per quello che ci è sfuggito, nella esaltazione dell’impazienza.
In una parola: misurare le parole, dominare i nervi; usare un tono dolce e mai aggressivo della voce, controllarsi sempre.
Solo così si può essere liberi da se stessi e dagli altri, padroni delle passioni e dei sensi, signori delle cose e degli eventi.
Solo così si possiede la vita e non si teme la morte, perché ci si è assicurati il tempo e l’eternità.

VI – Soffrire tacendo.

Non ti meravigli il richiamo di un pensiero ripetutamente espresso: il mondo non è generoso di comprensione!
Gli altri non sanno, non vogliono saperne del tuo dolore.
Sono pochi quelli che veramente piangono con chi piange in una sincera e fraterna partecipazione.
A volte per egoismo e più spesso per una certa comprensibile incapacità.
Non confidare allora troppo nella comprensione altrui.
Non parlare sempre delle tue pene; non infastidire tutti, non crearti attorno il deserto con i tuoi racconti lugubri, tristi, noiosi che nessuno, purtroppo, vuole ascoltare!
Non fare pesare sugli altri il tuo carico prezioso, perché se vi è una cosa al mondo che si deve conservare gelosamente in sé, è proprio questa!
Evita quell’aria dolente e sacrificata che tradisce un misero bisogno, del resto naturale, di risvegliare le simpatie e di attirare le attenzioni.
Mai il dolore gravi sui vicini: sono già troppo preoccupati per te, e tu non devi aggravare il dolore con lo spiacente ritornello dei tuoi lamenti e delle tue impazienze.
La rassegnazione, come la tua serenità, sono il più bel motivo di incoraggiamento alle loro preoccupazioni!
Parla poco con le creature e molto con Dio.
La parola ci mette in rapporto con esse, ma è il silenzio quello che ci mette in rapporto con Lui.
La maggior parte delle persone, anche pie, diminuiscono il merito delle loro sofferenze, perché vanno raccontando ciò che soffrono e, anche quando non si lamentano, desiderano che gli altri lo sappiano.
E credono di alleggerire i loro mali!
Tu sii dolce con tutti, aperto ad ascoltare le pene di tutti, ma intransigente e forte con te stesso.
Soffri con dignità umana e cristiana il tuo dolore.
Non sciuparne il profumo e il valore affidandolo al giudizio e alla commiserazione di chi ti circonda.
Sii geloso anche delle piccole croci e delle piccole mortificazioni perché quando esse sono tenute segrete per amore, sono fiori olezzanti di cui solo Dio aspira il profumo.
E se sei crocifisso in un letto di dolore, ricorda che i vezzi e le moine stanno bene attorno ad una culla, ma non presso un altare di sacrificio, al quale convengono il silenzio, il rispetto, la preghiera.
Il letto di un malato non è una culla, ma un altare ove si immolano una vittima e un’ostia!

VII – Soffrire sorridendo.

Ci ammonisce la S. Scrittura: non abbandonare l’anima tua alla tristezza e non affliggere te stesso con i tuoi pensieri. L’invidia e l’ira abbreviano i giorni… e i soprappensiero menano alla vecchiaia anzitempo. Un cuore sereno e buono si trova in continua festa (17).
Sembra difficile poter vivere in continua festa, perché ogni cosa avversa contribuisce a rattristarci, ad abbatterci, a spegnere il sorriso sul nostro labbro assetato di felicità.
Eppure l’apostolo Paolo, tribolato e perseguitato senza tregua, ha potuto scrivere: Sovrabbondo di gioia in ogni tribolazione! (18). 17 – Eccl. 30, 22-27. 18 – 2 Cor. 7, 4.
Già l’abbiamo detto e non occorre ripeterlo: il dolore, sopportato e accettato con le disposizioni d’animo descritte, si può tramutare, e si tramuta di fatto, in una fonte di indicibile gioia.
Anche per te!
Non riuscirai mai a togliere la parola dolore dalla tua esistenza terrena, ma potrai, con l’aiuto di Dio, giungere al felice traguardo di trasformarlo in gioia!
E se già ci sei riuscito ed hai gustato l’inconfondibile sapore che ne scaturisce, fallo vedere a tutti.
Fai constatare a quelli che soffrono accanto a te e che sono lontani dalla tua luminosa conquista, che anche i dolori più gravi e le sventure più opprimenti hanno il loro aspetto positivo, i loro conforti, i loro vantaggi, la loro gioia.
Fai capire che nulla è perduto quando il dolore ci assale, perché è proprio il dolore quello che operando il miracolo della scoperta di noi, ci svela le sorgenti ignorate della più genuina felicità.
Il sorriso è la rivelazione di un mondo e insieme un generoso ponte lanciato intorno, per la scoperta del mondo degli altri.
Apri, col tuo sorriso, il grande sipario che tiene gelosamente nascosti i tuoi ignorati tesori di amore e di pace. Dice un proverbio indiano: impara la lezione dall’albero. Egli sopporta tutto il calore del sole e da’ agli altri la freschezza dell’ombra.
Mostra ai tuoi compagni di sofferenza il volto e il timbro dell’autentica gioia che sgorga dall’intimo di un cuore purificato dalla prova, e che porta un sigillo di assoluta garanzia: Dio!
Sorridi sempre, anche quando non ne hai il desiderio: il sorriso sul labbro di un malato è il più meraviglioso atto di fede!
Sorridi con tutti, con chi non sorride mai, ma forse aspetta la luce che si accende sul tuo viso: il sorriso è un dolcissimo e squisito atto di carità!
Sorridi con chi ha l’anima in angoscia e nulla più spera dagli uomini e dalla vita: il tuo sorriso potrà sempre far sorgere un inaspettato e salutare atto di speranza!

Continua il tuo sorriso in tutti i giorni, in ogni ora del giorno, ed alla sera, prostrati ai piedi della Croce, per implorare la forza che ti è necessaria per poterlo generosamente continuare ancora!

VIII – Soffrire sperando.

Tu speri, nella guarigione: non temere, perché essa verrà.
Speri nella liberazione dal tuo dolore, dal tuo letto, dallo stato di inazione, di oppressione sugli altri, di incapacità all’applicazione e al lavoro…
Vuoi ritornare forte, capace, dinamico come prima…
Abbi fiducia: riacquisterai tutto, e qualcosa di più perché la sofferenza non viene mai per toglierci, ma per dare validi contributi al perfezionamento della nostra personalità.
Soffri, ma spera in un domani migliore, se questo corrisponderà alla volontà di Dio!
Ma intanto non martoriarti nel computo sulle giornate perdute, nella compilazione dei piani futuri.
Non volere fare troppo presto.
La piena efficienza di domani ha certamente le sue origini nella oscura monotonia del presente, che ti sembra tanto oscuro e interminabile!
Impara ad attendere pazientemente.
Attendi e spera, anche se tutto ti sembra irrimediabilmente perduto.
Talvolta il dolore pare ci schiacci con una inesorabile veemenza; eppure, anche quando tutto sembra morire, nasce qualcosa di insperato in noi!
Ci sono energie nascoste che affiorano; riserve preziose che, contro ogni aspettativa, operano il prodigio.
E la vita tornerà a sorriderti più bella ed affascinante di prima!
Spera molto, spera sempre, anche contro ogni umana previsione.
La speranza è riposta in te che puoi aiutarti a superare il male che ti opprime; ma soprattutto nel Signore, al quale non costa nulla il premiare con un miracolo la fede di chi crede in Lui!
Dice Gandhi: Che cosa strana! Noi corriamo dietro ai medici che sono mortali come noi, e dimentichiamo Dio, che è l’eterno onnipotente medico!
Spesso e volentieri Egli ride dei calcoli e delle sentenze della scienza umana.
È Lui il padrone della vita!
Lui che ce l’ha data e ce la toglierà, quando e come crederà.
Ricorda che, per premiare la fede e la speranza di chi ricorreva a Lui, non solo spesse volte guai dei malati umanamente spacciati, ma, fra l’universale stupore, richiamò a vita dei morti già sotterrati!
È il vero trionfo della bontà e potenza di Dio che vuole riposta solo in Lui la nostra speranza!

IX – Soffrire amando.
Soffri amando con tutte le forze il tuo Dio.
Rendi prezioso ogni attimo della tua esistenza sofferente con un atto perfetto di amore a Lui.
Tale atto è l’azione più grande che possa essere compiuta in cielo e in terra.
È il mezzo più potente ed efficace per arrivare presto e facilmente alla più intima unione col Signore, alla più alta santità, alla più grande pace dell’anima.
Un atto di amore perfetto compie immediatamente il mistero dell’unione dell’anima con Dio.
E se quest’anima fosse colpevole delle più gravi colpe, per quest’atto acquista immediatamente la grazia, con la condizione della confessione sacramentale.
Quest’atto purifica l’anima dai peccati veniali, dalle imperfezioni; dà il perdono della colpa e condona la pena per qualsiasi peccato, e ridona i meriti perduti. È il mezzo più efficace per convertire i peccatori, per salvare i moribondi, per liberare le anime del Purgatorio, per sollevare gli afflitti, per aiutare i Sacerdoti, per essere utili alle anime e alla Chiesa.
Il più piccolo atto di amor di Dio giunge come benedizione e grazia fino all’ultimo uomo più lontano e sperduto.
Ha più efficacia, più merito, più importanza – dice S. Giovanni della Croce – di tutte le opere buone messe insieme.
È facilissimo compiere un atto di amor di Dio. Si può fare in ogni momento, in ogni circostanza, in mezzo al lavoro, tra la folla umana, in qualunque ambiente, in un attimo di tempo.
Dio è sempre presente, in ascolto, in attesa affettuosa di cogliere dal cuore della Sua creatura questa semplice espressione d’amore.
Desidera solo che l’anima, che fa la sua offerta di amore, abbia un attimo di attenzione per Lui!
Questo atto non richiede sforzo, intelligenza; non interrompe l’attività, non esige formule particolari.
Non è un atto di sentimento: è un atto di volontà, elevato infinitamente al di sopra della sensibilità ed è anche impercettibile ai sensi.
Basta che l’anima dica: « Mio Dio, ti amo! ».
Nel dolore, sofferto con pace e pazienza, l’anima esprime il suo atto di amore così: « Perché Ti amo, mio Dio, soffro tutto per Te ».
Nella solitudine, nell’isolamento, nell’umiliazione, nella desolazione: «Grazie, mio Dio, sono simile a Gesù e mi basta di amarti tanto! ».
Nelle mancanze anche rilevanti: « Mio Dio sono debole, perdonami, mi rifugio in Te, perché Ti amo tanto! ».
L’atto di amor di Dio si può fare in mille modi, ma particolarmente con la volontà, che ci dispone a compiere la santa Volontà di Dio, comunque si presenti e ci sia comunicata.
Si fa quando si compie ogni piccolo dovere, si soffre ogni piccola pena, si gode di ogni gioia per amor Suo.
Vale più raccogliere da terra uno spillo per amor di Dio, che compiere azioni strepitose, anche oneste, per altri scopi.
Una povera anima, ignorata al mondo, può compiere ogni giorno anche diecimila atti di amor di Dio… se per diecimila volte sussurra, anche solo col pensiero, il suo « Mio Dio, Ti amo! ».
Il Santo non è colui che fa miracoli, che ha estasi, ma colui che fa più atti di amor di Dio durante la giornata.
Il Santo non è colui che non commette mai colpe, ma colui che, se pecca per debolezza, si rialza subito e trova nella stessa sua fragilità un nuovo motivo di amare di più il buon Dio e di abbandonarsi meglio fra le Sue braccia divine.
Il Santo non è colui che compie opere portentose che abbagliano gli uomini, ma colui che dice più spesso e con più amore: « Mio Dio, Ti amo tanto, e per puro amore tuo voglio fiorire ove Tu mi avrai seminato! ».
L’anima più semplice ed oscura, qualunque sia la sua condizione e il suo passato, che fa più atti di amor di Dio, è molto più utile alle anime e alla Chiesa di chi opera azioni grandiose con meno amore.
Amico sofferente: è meraviglioso questo programma!
Ogni istante, ogni lacrima, ogni puntura, ogni cruccio… tutto per amor di Dio, tutto volontariamente offerto a Lui, tutto impreziosito e profumato da Lui!
È il vero trionfo dell’amore!
La più grande vittoria sul dolore che si sublima nell’amore!

X – Soffrire pensando al Paradiso.

Nulla vi è di definitivo, quaggiù!
Siamo tutti avventizi e nessuno è in pianta stabile!
Da un momento all’altro, sani e ammalati, giovani e vecchi, possiamo ricevere il foglio di congedo e l’avviso che bisogna partire!
E tutti di fatto, prima o poi, se ne vanno.
Si lascia la casa, umile o ricca che sia; si lasciano le persone, si lasciano le cose… e si lasciano anche i dolori, che pur ci sembrano assolutamente intramontabili.
E per fortuna!
Perché sarebbe la peggiore sciagura quella di una vita eterna su questa terra, con tanti affanni e con tanti dolori, con tante ansie, malvagità, bassezze, meschinità, contraddizioni!
Amico sofferente, non sei destinato ad una fatica interminabile, ad una pena inutile, ad una lotta perenne, ad una pace relativa e provvisoria!
Il tuo posto è lassù!
Là approderà la tua nave, nella sponda dell’eternità.
Il Signore ti ha preceduto e preparato un posto (19).
Un posto come tu vuoi, come l’hai sempre cercato, senza mai trovarlo quaggiù.
Sa quello che vuoi e ha tutto predisposto: ti farà conoscere tutta la verità, senza più dubbi od esitazioni; ti darà tutta la libertà, senza alcun limite, come non l’hai mai avuta; ti farà possedere tutta la giustizia senza alcuna oppressione; un grande amore senza confini e senza finzioni, una gioia limpida e pura senza malizia o sottintesi…
Ha accumulato per te quanto di più bello, di più grande, di più delizioso tu possa pensare.
Le bellezze terrestri sono un piccolo saggio, le armonie che ascolti solo un’eco, questi affetti umani appena un segno, queste nostre gioie soltanto un’ombra di quella che sarà.
Quaggiù vi è l’anticipo, la figura, l’ombra; in Paradiso la dolce e interminabile realtà!
Vivi, soffri, pensando a questa realtà che potenzialmente già ti appartiene; pensando alla vita che mai finirà, alla Patria che ti attende dopo il viaggio di questo triste esilio.
19 – Giov. 14, 2.
Vivi nella dolce trepida attesa di udire a te rivolte le soavi parole: Vieni, servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore (20). E di vedere, finalmente, con i tuoi occhi, divenuti grandi e luminosi per il tanto piangere, gli occhi e il volto di Dio!
Lacordaire ha detto che la morte è il più bel momento per la vita dell’uomo ed è vero, perché quello è il dies natalis dell’eternità, per la quale siamo stati creati.
La morte infatti è come il volgere di un foglio, la cui prima pagina è del tempo e la seconda dell’eternità.
Ma l’uomo non lo può comprendere perché si tratta di beni e di altezze che trascendono infinitamente la sua mente limitata ed oscurata: Occhio non vide né orecchio udì … ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano (21)
Quando i mistici però ne hanno intravisto qualche pallido riflesso, sono usciti in espressioni di indescrivibile entusiasmo, come questa di Pascal: « Gioia… gioia… piango di gioia! ».
Un pianto di gioia al solo pensiero dell’autentica gioia che ci attende!
Ma quella sarà grande, indicibile, unica, senza precedenti.
La gioia di avere con onore terminata la corsa (22).
La gioia di essere, per sempre, felici tra le braccia di DIO!
20 – Matt. 25, 23. 21 – 1 Cor. 2, 9. 22 – 2 Tim. 4, 7.

APPENDICE
Pregare nel dolore
« Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi consolerò» (Gesù)
La storia dell’uomo è stata scandita, da sempre, dai battiti del dolore: fisico, morale, psichico. Molti ne sono stati vinti e sconfitti, fino a perdere ogni speranza e ogni gusto di vivere; altri lo hanno sopportato malinconicamente, contagiando del loro vírus di apatia e di amarezza le loro famiglie e i loro vicini. Molti però hanno saputo dominarlo e farne strumento di vita e di conquista. Affranto sotto il peso della croce e del marasma putrido di tutte le cattiverie umane, Cristo pregustava nella speranza la sua liberazione e quella di tutti i fratelli, nella risurrezione.
Il dolore, quando è odiato come il peggiore nemico, riduce l’uomo sempre e solo ad un vinto, un deluso, un morto. Ma quando esso, e perfino « sorella morte », è ravvisato dagli ideali e dalla speranza, genera anime nobili e generose, crea gli eroi, i martiri ed anche i poeti.
Riportiamo qualche raggio di luce e calore sgorgato dal cuore di uomini e donne, cristiani e non cristiani, che hanno vinto il dolore e ne hanno fatto strumento di risurrezione. Sono piccole sementi a illuminare le nostre giornate, forse disperate o monotone, di sofferenti.
Invocazione: A te innalzo, Signore, l’anima mia; mio Dio, in te confido (Salmo 25, 1).
« Signore, insegnaci a non amare noi stessi, a non amare soltanto i nostri, a non amare soltanto quelli che .amiamo. Insegnaci a pensare agli altri, ad amare in primo luogo quelli che nessuno ama. Signore, facci soffrire della sofferenza altrui. Facci la grazia di capire che ad ogni istante, mentre noi viviamo una vita troppo felice, protetta da Te, ci sono milioni di esseri umani che sono pure tuoi figli e nostri fratelli, che muoiono di fame senza aver meritato di morir di fame, che muoiono di freddo senza aver meritato di morir di freddo. Signore, abbi pietà dei lebbrosi, ai quali Tu così spesso hai sorriso quand’erí su questa terra; pietà dei milioni di lebbrosi, che tendono verso la tua misericordia le mani senza dita, le braccia senza mani. E perdona a noi di averli, per una irragionevole paura, abbandonati. Non permettere più, Signore, che noi viviamo felici da soli. Facci sentire l’angoscia della miseria universale, e liberarci da noi stessi. Così sia ».
(R. Follereau)
Invocazione: Signore, insegnami a pensare agli altri, a soffrire della sofferenza altrui . (Raoul Follereau).
Finché non mi sarà dato di giungere alla felicità del Paradiso, penso che la mia vita sarà una Via Crucis di sofferenze indescrivibili, ma io non desidero chiudere gli occhi per non vedere quello che fa il prossimo e preoccuparmi solo della mia salvezza; non desidero di non commettere peccati, ma, piuttosto, di raccogliere per il Paradiso un grande tesoro di sacrifici. Quanto più grande deve essere la felicità del nostro Padre Celeste se invece di salvarmi da sola condurrò a Lui, la mano nella mano, tante altre anime, salvandole dalle pene dell’Inferno! Se la mia sofferenza può avere simile risultato, con quanta gioia l’abbraccio! La forza per sopportare ogni sofferenza, o meglio, la gioia di portare la Croce, spero di ottenerla per i meriti di tutti i santi del cielo.
(Maria K. Satoko – Giappone)

Invocazione: Signore, dammi una mano a portare, la mia croce.
All’uomo che resiste, nel dolore, ai colpi della morte non si aprirà, come un’aurora eterna, lo spendore di Dio?
(R. Tagore – India)

Invocazione: Pietà di me, o Dio, pietà di me, poiché in te si rifugia l’anima mia. Mi riparo all’ombra delle tue ali, finché sia passato il pericolo
(Salmo 57, 1).
Fratelli miei malati guarirete, le sofferenze e i tormenti si placheranno, la calma verrà come una sera d’estate dolce e tiepida attraverso fronde pesanti e verdi.
Fratelli miei, malati, ancora, un po’ di pazienza, un po’ di perseveranza, chi attende dietro la porta non è la morte ma l’esistenza.
Dietro la porta, il mondo
il mondo pieno di scoppi e di grida, voi vi alzerete dal letto, partirete,
di nuovo scoprirete il gusto del pane del sale e del sole.
Ingiallire come un limone, fondere come una candela
accasciarsi di colpo come un platano marcio
fratelli miei, malati, noi non siamo né candela, né limone, né platano ma, grazie al cielo, uomini. Per fortuna sappiamo mescolare alle nostre medicine la speranza.
Ed ostinarci dicendo:
« Bisogna che io viva ».
Fratelli miei, malati, guariremo, le sofferenze e i tormenti si placheranno la calma verrà come una sera d’estate dolce e tiepida attraverso fronde pesanti e verdi.
(Nazim Hikmet – Turchia)
Invocazione: o Dio, t’imploro col cuore spezzato dal dolore. Ponimi in alto su una rupe, in pace, poiché sei tu il mio rifugio (Salmo 61, 1).
Io della pace nuova il quadro dipingerò, dove la vita è solo giardino profumato, dove il ruscello mormora al ruscello, dove gli uccelli cantano agli uccelli, dove le lacrime si uniscono alle lacrime, il dolore si fa compagno del dolore e l’uomo incontra l’uomo in un sublime abbraccio.
(Muhyi al-Dine – Sudan)
Invocazione: Signore, Tu che governi nei secoli, ascolta la preghiera di chi soffre, difendi chi è spogliato, libera chi è sfruttato.
(Ernesto Cardenal – Nicaragua)
Allontana, Signore, dalla terra sfortunata le inutili paure: la paura degli uomini, il terrore della morte, dell’anima avvilita il continuo cader, la schiavitù: tutto ciò che calpesta nella polvere con ignobili piedi l’umana dignità.
Infrangi Tu, potente, questo cumulo di ricorrenti miserie. Nell’aurora serena possa levar la testa in piena luce, nel cielo infinito, libero, alfine, l’uomo che hai creato.
(R. Tagore – India)
Invocazione: o Dio d’amore, sarai la mia gioia là dove sei la gioia d’ogni cuore.
(R. Tagore India)
Benedici quel popolo che spezza le catene;
benedici quel popolo sfinito che pur si oppone alla muta famelica dei forti e dei carnefici.
E benedici i popoli d’Europa, tutti i popoli d’Asia, i popoli d’America e tutti i popoli d’Africa che soffrono nel sangue e nel dolore.
E fra migliaia d’onde vedi tumultuare le teste del mio popolo e concedi alle loro calde mani di stendere sul mondo la catena dell’amore fraterno sotto l’arcobaleno della tua pace.
(Léopold Sédar Senghor – Senegal)
Invocazione: Signore, sulle mie mani piccole discendono i tuoi doni:
Tu continui a versare, ma resta sempre spazio da colmare.
(Tagore – India)
Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
Dove c’è odio, io porti l’amore. Dove c’è offesa, io porti il,perdono.
Dove c’è discordia, io porti l’unione.
Dove c’è errore, io porti la verità. Dove c’è dubbio, io porti la fede. Dove c’è disperazione, io porti la speranza.
Dove ci sono le tenebre, io porti la luce.
Dove c’è tristezza, io porti la gioia. 0 divino Maestro, che io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare.
Di essere compreso, quanto di comprendere.
Di essere amato, quanto di amare.
Infatti: dando, si riceve; dimenticandosi, si trova comprensione.
Perdonando, si è perdonati.
Morendo, si risuscita alla Vita.
(Francesco d’Assisi)

Preghiera
O Dio, Padre pieno di amore e misericordia per tutti i tuoi figli, che in Cristo Gesù ci hai rivelato il senso della sofferenza umana, dammi il coraggio di offrirti con generosità e gioia i miei dolori, le mie infermità e sofferenze, « per completare nella mia carne ciò che manca alla passione di Cristo per la redenzione del mondo » (Col 1, 24), affinché « tutti gli uomini possano essere salvi e giungere alla conoscenza della verità » (1 Tm 2, 4), in Gesù Cristo, tuo figlio e nostro fratello. Amen.

A cura de L’ Oasi di Engaddi

Per la Vigna del Signore
2014
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt. 10,8)

Crocifisso - passione

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2 risposte a PER SOFFRIRE MEGLIO PER SOFFRIRE MENO – Novello Pederzini

  1. msilvia2 ha detto:

    O Dio,….dammi il coraggio di offrirti con generosità e gioia i miei dolori, le mie infermità e sofferenze, le pene sempre nuove…
    Amen.

  2. lucetta ha detto:

    Mi unisco a te Silvia, non ti dimentico, stanne certa.❤

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