L’OSPITE CHE INVITA A CENA – Angelo Nocent

Carlo Maria Martini - Ritrovare se stessi

C’è un momento nell’anno per fermarsi e cercare…

Osservazioni importanti sulla “lectio divina”

Card. Carlo Maria MartiniNell’accostarsi alla Bibbia mediante il metodo della lectio divina bisogna evitare il rischio di uno straripamento della lectio al di fuori dell’ alveo della tradizione e della Chiesa. Capita infatti spesso che la Scrittura venga usata non semplicemente in funzione critica dei nostri idoli, ma pure in funzione di critica delle istituzioni, di una critica globale e priva di discernimento.

Un altro rischio è di asservire il testo sacro a ideologie preesistenti (politiche, sociali, filosofiche), usandolo come prova o appoggio. In questi casi la lettura della Bibbia tende a uscire dal contesto vitale in cui è nata e si è trasmessa. E, ancora, si rischia di intendere sotto il nome di lectio una qualunque lettura della Bibbia, che sia in qualche modo unita con la preghiera. Non di rado si tende inoltre a fare della “teologia biblica” trattando temi dell’uno e dell’ altro Testamento, o si cercano attualizzazioni a partire da un brano scelto a caso o presente nella liturgia.

Tutto ciò fa parte della lectio, ma non la definisce nella sua caratteristica più profonda. Mi sembra quindi utile richiamare alcune parole del padre gesuita Francesco Rossi de Gasperis, in uno stimolante studio (Bibbia ed esercizi spirituali, Torino 1982, 33): «Lectio divina è la lettura continua» – preferisco dire “tendenzialmente” continua – «di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sua sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata mediante il contesto di tutta la rivelazione biblica, Antico e Nuovo Testamento.

Per questa sua semplice adesione e umile rispetto dell’intero testo biblico, lalectio divina è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l’uomo diventa un attento uditore della Parola (…). La lectio divina non fa una scelta di testi adatti a temi e argomenti già scelti e decisi in precedenza, in vista di bisogni o gusti già sperimentati o avvertiti dal lettore o dalla comunità che legge. Essa non adotta nemmeno il procedimento dei “temi biblici” preferendo invece tenersi al di qua di ogni selezione teologica del messaggio biblico. Essa comincia dalla Parola di Dio e la segue passo passo dal principio alla fine. La lectio divina suppone e prende sul serio l’unità di tutte le Scritture».

Se dunque la lectio divina viene vissuta nel suo dinamismo che, partendo dalle prime tre tappe – lectio, meditatio, contemplatio – si amplia e si apre alla consolatio, discretio, deliberatio e actio, può costituire un formidabile aiuto di fronte all’ attuale sfida del mondo occidentale.
Un mondo in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita e della società, un mondo interiormente arido, che soffoca la coscienza e non fa avvertire nell’ esperienza quotidiana il gusto del Dio vero. Soltanto se alimentiamo la nostra fede in un contatto con la Parola, potremo passare indenni attraverso il deserto spirituale dell’Europa moderna.

Un esempio di “lectio divina”

Iniziamo a leggere il Salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo,
il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni».

È un salmo che abbiamo cantato tante volte nella liturgia delle Messe domenicali e feriali, eppure forse non lo conosciamo sul serio. Diceva di esso il grande filosofo francese Henri Bergson: «Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / …Anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, / non temerei alcun male, perché tu sei con me“».

Cena beduina1. Nel momento della lectio rileggiamo il testo per metterne in rilievo gli elementi cercando di rispondere alla domanda: che cosa dice il salmo?

– Il Salmo 23 è sovente chiamato “il salmo del pastore”, perché parla di un pastore, anzi del Signore sotto l’immagine del pastore, e ne sviluppa il simbolo.
A me pare tuttavia che quel titolo non sia adeguato e, in realtà, se notate bene le tre strofe, vi accorgerete che l’immagine del pastore è sviluppata soltanto fino al v. 4: «il tuo bastone e il tuo vincastro». Dal v. 5 in avanti, è delineata un’ altra immagine, quella dell’ospite che invita a cena: «Davanti a me tu prepari una mensa…». Due sono quindi i simboli: il pastore e colui che ci invita a cena trattandoci regalmente e facendoci stare con sé. Per questo ritengo più indovinato un altro titolo: “Perché tu sei con me“, che esprime molto bene la tensione spirituale, psicologica, umana e teologica del salmo. “Perché tu sei con me” è un’ affermazione che sta, quasi visivamente, a metà del canto, della preghiera del salmista, e riassume tutto in una espressione di grande fiducia: tu sei con me. E chiaramente un salmo di fiducia, e cercheremo di capire che cosa in pratica significa.

+ Dopo il titolo, vediamo di sottolineare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: il Signore e io, cioè colui che parla. – Le azioni attribuite al Signore sono nove:

  1. egli è mio pastore;
  2. mi fa riposare;
  3. mi conduce;
  4. mi rinfranca;
  5. mi guida;
  6. è con me;
  7. mi dà sicurezza;
  8. prepara una mensa;
  9. cosparge di olio.

Nove designazioni che indicano la cura, la premura, l’attenzione, espresse con metafore, con parabole, con simboli: esse definiscono il Signore come Colui che si prende cura di me. – Di fronte a questo soggetto principale, ci sto io che affermo

  • di non mancare di nulla,
  • di non temere alcun male,
  • affermo che il mio calice trabocca;
  • che sento la felicità e la grazia come compagne di vita,
  • che voglio abitare nella casa del Signore.

Si tratta di un dialogo affettuoso, fiducioso, familiare tra il Signore e me:

  • che cosa è lui,
  • che cosa fa per me,
  • che cosa io gli dico.

E una preghiera semplicissima, che non chiede nulla, non ringrazia, non loda, ma proprio per questo è ricchissima; se poi volessimo esaminare la portata dei simboli che presenta, troveremmo una vastità di applicazioni, come dimostra la storia dell’ esegesi del Salmo 23.

+ Possiamo ora rileggere le strofe dal punto di vista delle immagini. Abbiamo già parlato delle due fondamentali: il pastore e l’ospite, cioè l’immagine del pascolo e l’immagine della convivialità, dell’ospitalità a mensa. Ciascuna di esse è sviluppata con altre che completano, arricchiscono il quadro.
– L’immagine del pastore – molto usata nella Bibbia fino al discorso di Gesù sul buon pastore, in Giovanni 10- viene specificata: «su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E la sosta del gregge su pascoli verdi e presso acque tranquille.

Chi ha visto le steppe della Palestina, sa come è difficile trovare un pascolo verde; quando un pastore riesce a scoprirlo, egli è davvero la gioia del gregge; chi ha provato la sete del deserto, può comprendere che cosa significa incontrare qualcuno capace di indicare dove c’è una sorgente d’acqua, magari nascosta sotto le pietre. Quindi il pastore del salmo sa fare sostare il gregge nei luoghi giusti. Inoltre sa far viaggiare: c’è infatti l’immagine del gregge in sosta su pascoli erbosi e c’è quella del gregge in movimento, guidato per sentieri giusti, per piste che portano a buon fine. In questo viaggio si può anche «camminare in una valle oscura» – pensiamo al deserto di Giuda e alle sue valli pietrose, incassate, dirupate, molto pericolose se di notte ci si perde o se, inciampando, si cade in qualche dirupo!

Pascolo deserto

-. Il pastore del salmo sa guidare pure in una valle oscura, di notte. Le immagini si moltiplicano: quella del bastone e del vincastro. Probabilmente per bastone si intende una mazza corta e adatta a difendere il gregge dai lupi; il vincastro, invece, è quello che oggi è il pastorale del Vescovo, un bastone lungo ricurvo, su cui il pastore si appoggia, che serve per appendervi il sacco o per tastare il terreno, per tenere lontani i cani randagi. Una metafora molto pittoresca, che evoca tutto quanto il pastore fa per amore del gregge, per condurlo; ed è ciò cheil Signore fa per noi.

– Seguono leimmagini conviviali:«davanti a me tu prepari una mensa» (v. 5). Figuriamoci di essere sotto una tenda, su una stuoia stesa per terra, e sulla stuoia cibi succulenti, che si prendono con le mani, si mette un poco di focaccia in una salsa e vi si intingono bocconcini di carne; figuriamoci di godere ore e ore in questa cena comune. Prima che la mensa abbia inizio, colui che ha invitato cosparge di profumo, «cosparge di olio il capo», come ha fatto Maria di Betania quando Gesù entra nella sua casa. Sulla mensa c’è anche una coppa, un calice traboccante di vino spumeggiante, che dà gioia.

Le immagini conviviali sfociano, nel v. 6, nell’immagine della casa del Signore: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni»; la tenda ospitale diventa, a un certo punto, il tempio, la casa di Dio, dove si è veramente a casa.

+ Ho richiamato semplicemente qualche metafora, ma su ciascuna di esse ci si potrebbe fermare per chiarirne meglio il significato.

  • Che cosa vuol dire “acque tranquille“? Non soltanto pozze di acqua da cui si beve in pace e senza pericoli; in realtà, è evocato un cammino di pace, un cammino spirituale verso la pace interiore, dove ci si ristora alla fine di un viaggio pericoloso.
  • Che cosa vuol dire “valle oscura“, tenebrosa? Non è soltanto un dirupo dove non arriva la luce, dove la notte è fonda; nella psicologia della persona umana, è piuttosto la paura del buio della morte, quella paura che affiora nella coscienza e che non si placa, a meno che non venga una voce dall’ alto a portare la parola di conforto.

Invito ciascuno a ripensare e a gustare tutte queste immagini poetiche; pur se non possiamo cogliere la poesia e il ritmo propri del testo ebraico, tuttavia alcune assonanze risuonano un poco anche nella traduzione in lingua italiana.

2. Passando al gradino della meditatio, riformuliamo la domanda iniziale pensando a noi: qual è il messaggio del salmista per me, per noi? che cosa dice questa poesia religiosa oggi?

+ Incominciamo a cercare le parole chiave del messaggio, che a mio avviso sono quattro:

  • – non manco di nulla;
  • – tu sei con me;
  • – mi dai sicurezza col tuo bastone e il tuo vincastro;
  • – abiterò nella casa del Signore.

Ecco il messaggio: Signore, io non manco di nulla perché tu sei con me, mi dai sicurezza e abito nella tua casa.

+ Per poter dire sul serio queste parole, è necessario domandarci su chi cadono, e la risposta per me è ovvia: cadono oggi su cuori ansiosi, sulle nostre ansietà, sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze. Da alcuni anni seguo un gruppo di centinaia di giovani e di ragazzi – tra i 18 e i 25 anni – che partecipano al cammino cosiddetto del “Samuele” e cercano con grande disponibilità la volontà di Dio nella loro vita. E affinché compiano un cammino solido, io propongo ogni anno delle regole: per esempio, di astenersi dalla televisione o di fame un uso molto ridotto. Tra le altre c’è la IV regola che recita: bandire ogni forma di ansietà su di me e sul futuro. Ebbene, per tantissimi di questi giovani e ragazze, non è difficile astenersi dall’uso della televisione, mentre è particolarmente difficile bandire ogni forma di ansietà su di sé e sul proprio futuro. La ritengono la regola più dura. Ciò significa che il nostro cuore è insicuro, siamo continuamente bisognosi di rassicurazioni su di noi e sul domani che ci attende, sulle nostre relazioni, sulle nostre capacità, sul fatto che non commetteremo sbagli troppo gravi nello scegliere lo stato di vita.

Il Salmo 23, da questo punto di vista, è una medicina salutare, consolante, divina, efficace per tutte le ansietà del cuore umano. E una splendida preghiera da ripetere nella fede, davanti a Gesù: Signore, io non manco di nulla davanti a te; tu sei con me, mi rassicuri, mi fai abitare nella tua casa. Si tratta di uno straordinario esercizio di fede e di speranza.

+ Nel desiderio di approfondire il messaggio, di scavare di più nel nostro cuore, ci chiediamo: quando pronuncio le parole del salmo, quando lo recito in preghiera, sono davvero sincero? Credo che tutti dobbiamo confessare che le cantiamo, ma con un po’ di superficialità; talora ci muovono alla preghiera, se stiamo vivendo momenti buoni, se non ci sono all’orizzonte dei crucci e dei problemi. Tuttavia, allorché entriamo in una valle oscura, allorché avvertiamo davanti a noi l’ombra della morte (un insuccesso, la solitudine, un fiasco nella vita, il dolore fisico o morale…), diventa assai difficile dire: cammino in una valle oscura, ma sono in pace perché tu, Signore, sei con me. Pur se sono vere, pur se sono salutari, le parole del salmista sono difficili da pronunciare con il cuore.

+ Che cosa fare, dunque, quando ci si trova in una valle oscura, nella valle di morte, nell’ ombra, nell’ abisso? Dobbiamo fare quello che ha fatto Gesù. Egli è entrato nella oscura valle del Getsémani, è entrato nel buio dell’agonia sulla croce, si è sentito abbandonato e ha gridato: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Però in quel momento ha rivolto al Padre delle parole che risuonano affini a quelle del Salmo: So che tu, Padre, sei con me, nelle Tue mani affido il mio spirito. Gesù, contemplato nel Getsémani e sulla croce, è il modello da seguire, è colui che ci assicura dicendo: malgrado tutto, avrete la forza di pregare il Salmo 23, anzi l’avete già ora perché ve la dono io.

Mi viene in mente quanto scrive san Bonaventura a proposito di Francesco che, nell’estate del 1219, andò in Palestina e fu ricevuto dal sultano d’Egitto, attraversando così le linee militari musulmane. In quel momento di gravissimo pericolo, di paura, quasi di follia (avrebbe potuto rinunciare alla visita, evitando un percorso tanto rischioso), Francesco continuava il viaggio ripetendo: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore, sei con me».

3. Nella contemplatio, affidata a ciascuno personalmente, si cerca di andare al di là del Salmo per toccare il volto di Gesù presente dietro a ogni pagina e in ogni pagina della Scrittura. Magari si parte da un’invocazione, da una preghiera nella quale esprimo al Signore i sentimenti provati ascoltando le parole di uno o di un altro versetto, ma improvvisamente la preghiera non è più esercizio della mente, bensì lode, silenzio davanti a Colui che mi si è rivelato, che mi parla come amico, come medico, come salvatore. La contemplatio è una sorta di esperienza stupenda, misteriosa, nella quale intuiamo con il cuore che il Risorto è in mezzo a noi come Signore della nostra vita e Signore della storia.

 1-Fragile 2

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