ESSERE CHIESA DEL GIOVEDI’ SANTO – Angelo Nocent

1-Documents17-001Tutto il TRIDUO PASQUALE è drammatico mistero di dolore e di morte dove, tra una pagina e l’altra delle Scritture, risuona, inesauribile, l’eco inconfondibile, ricostituente per l’ ASTENIA che ci affligge: “DIO HA SCELTO CIO’ CHE E’ DEBOLEZZA (asthené) del mondo per confondere i forti” (1Cor 1,27), cioè a dire ai discepoli di ACCETTARE LA FRAGILITA’ e di PORTARE IL PESO DEL DOLORE perché dietro si cela l’inaspettato miracolo di cui Giobbe dà testimonianza: “Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno veduto“. Noi siamo lacerati dai “perchè?“, “fino a quando?“. Ma il dolore affidato a Dio, si conclude sempre, come confermano i Salmi, con un Incontro. Il Vangelo di Marco ci racconta abbondantemente che le MANI DI CRISTO si sono sistematicamente posate su carni malate e sofferenti. Il Gesù di allora è ancora il Gesù di adesso: GUARIGIONE-SALVEZZA-RISURREZIONE. Egli ha ricordato  che l’uomo, compreso il malato, il sofferente fisico e psichico, non ha solo bisogno di salute ma anche di risposte di senso al suo soffrire.

In controtendenza alla ricerca frenetica del benessere nel salutismo e nella fitness, o anche del puro e semplice miracolismo è il TRIDUO PASQUALE che è mistero ma di luce.

Il Card. Martini con l’omelia pronunciata il Giovedì Santo del 28 Marzo 2002 ci aiuta a entrare in una dimensione alternativa al chiuderci in noi stessi, in preda al dolore distruttivo, fino a diventare UOMINI E DONNE PER LA MISSIONE:È così che si è Chiesa del Giovedì santo, che si è comunità eucaristica nel senso voluto dal Signore; una comunità che con l’amore può trasformare la terra arida in giardino vivibile e affrontare coraggiosamente le gravi sfide del nuovo millennio“.

Carlo Maria Martini

Essere Chiesa del Giovedì santo Omelia di Carlo maria Martini nella Messa in Coena Domini

Il mistero del Giovedì santo Con la celebrazione di questa Messa vespertina, che rievoca e rende presente l’ultima Cena di Gesù con i discepoli prima della sua passione, entriamo nel cuore dell’Anno liturgico, che è il grande Triduo pasquale. Noi siamo perciò riuniti per fare memoria di quella prima Eucaristia celebrata da Gesù, per rendere presente questa stupenda realtà come memoria e insieme attualizzazione, come ricordo del passato e insieme presenza, come speranza e profezia per il futuro.

La sera del Giovedì santo è infatti il momento in cui Gesù, con i segni del pane spezzato e del vino versato, anticipa il sacrificio cruento della croce, avvenuto una volta per tutte sul Calvario, perché il suo corpo eucaristico e il suo sangue eucaristico restassero ad assicurarci la sua presenza lungo i secoli della storia. Egli stabilisce così in modo concreto la permanenza visibile e misteriosa della sua morte in croce per noi, del suo supremo amore per l’umanità, del suo venire al di dentro di noi per salvarci e santificarci.

E nell’Eucaristia sono racchiusi tutti gli eventi successivi alla Cena – dall’agonia alla passione, crocifissione, morte di Gesù, alla notte gelida del sepolcro e al mattino radioso della risurrezione. Gesù riassume fedelmente, nel suo gesto inaudito e umanamente incomprensibile, tutto quanto il Padre gli ha chiesto di fare per la salvezza del mondo, la sua incondizionata dedizione che non si blocca davanti al tradimento di Giuda, ai nostri tradimenti, al rinnegamento di Pietro, alle nostre incoerenze.

Il suo cuore, che sulla croce verrà squarciato, si apre già nella Cena per riversare lo Spirito sulla Chiesa e sul mondo. Questo Spirito viene effuso su di noi, che stiamo per iniziare il Triduo pasquale con la tristezza nel cuore per l’inasprirsi dei conflitti e degli atti terroristici, che in Medio Oriente non hanno risparmiato neppure il giorno più sacro ai nostri fratelli ebrei, spargendo nuovo sangue innocente. Come affermava Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la pace di quest’anno: “Il terrorismo si fonda sul disprezzo per la vita dell’uomo. Proprio per questo esso non dà solo origine a crimini intollerabili, ma costituisce esso stesso, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un crimine contro l’umanità“.

O Gesù, ancora una volta ci mettiamo davanti a te con dolore e tristezza per tante sofferenze di nostri fratelli e invochiamo con angoscia la cessazione di simili atti di violenza nel nostro paese e in ogni altro. Viviamo la preghiera di questi giorni anche come suffragio per i morti, conforto per i sopravvissuti, intercessione per quella pace che viene dalla potenza della tua risurrezione.

O Gesù, noi siamo davanti a te con stupore e tremore, riconoscendo che col tuo gesto eucaristico poni la tua vita nelle nostre mani per confermarci la tua misericordia, per ricordarci che nell’Eucaristia ogni promessa di Dio si compie, la violenza può essere vinta e Tu stesso diventi nostra vita e nostra pace. Mi lascio ispirare brevemente dalle tre letture bibliche proposte dalla liturgia per aiutarci a contemplare e ad adorare, con gli occhi della mente e del cuore, il prodigio dell’ultima Cena.

I segni del pane e del vino

* La I lettura, dal libro di Giona, ci fa riflettere, sulla fedeltà e la tenerezza di Dio per la città di Ninive e per lo stesso profeta, atteggiamenti che trovano espressione compiuta nell’Eucaristia, in quell’ora che perdura lungo i secoli e le generazioni e nella quale – come recita l’inno di s. Tommaso d’Aquino che canteremo dopo la comunione portando in processione il Santissimo Sacramento – “il Verbo incarnato con la sua parola trasforma il vero pane nella sua carne, si dà in cibo ai Dodici“. *

Della II e della III lettura che abbiamo ascoltato sottolineo le due sconvolgenti affermazioni di Gesù sul pane e sul vino e le conseguenze ne derivano. Nel brano della lettera di Paolo ai Corinti, scritta verso la Pasqua del 57, l’apostolo ci trasmette ciò che ha ricevuto dal Signore. Nella notte in cui fu tradito, prese il pane, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo per voi“.

Il pane spezzato, che è Cristo stesso, è inseparabile dallo spezzarsi della sua vita sulla Croce, e perciò l’Eucaristia è annuncio della morte del Signore, finché egli venga. Ogni Messa che celebriamo ci fa passare dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre, ci attira prepotentemente verso il cielo dove si celebrerà per sempre il banchetto della gioia messianica; in ogni Messa si ripete il prodigio della divina misericordia. Non solo, ma il pane che spezziamo è la carne per la vita del mondo, in quanto l’Eucaristia supera tutti i confini e si pone come giudizio sulla storia, giudizio sulla capacità dei discepoli di Gesù di essere, in lui, segno di unità e di amore.

Dunque la Messa ci apre al mondo e diventa missione, passione d’amore della Chiesa per la salvezza dell’umanità. * Il testo del vangelo secondo Matteo premette, al racconto della passione, la descrizione dell’ultima Cena e ci dice che Gesù, dopo aver preso il calice del vino, afferma: “Bevetene tutti, perché questo è il sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati“. La parola biblica ‘alleanza’ richiama tutta l’iniziativa d’amore di Dio per l’uomo, a partire da Noè ad Abramo a Mosè e lungo i secoli. Pure nell’Eucaristia che stiamo celebrando l’intera storia della salvezza – passata, presente e futura – viene riassunta e sfocia nell’eternità; grazie a essa l’umanità divisa e dispersa diventa a poco a poco una nel Cristo.

Una duplice certezza

Possiamo trarre una triplice certezza sul rapporto di Gesù con la sua morte.

1. Gesù ha potuto anche come uomo prevedere sempre più chiaramente la sua morte violenta. Non è stato colto di sorpresa. Ciò che al più avrebbe potuto non attendersi era l’uccisione sul patibolo della croce da parte di legionari romani; conoscendo l’avversione crescente degli ambienti religiosi alla sua attività profetica, si sarebbe piuttosto aspettato di perire sotto la lapidazione, in un tumulto di folla, a cui si era già più di una volta sottratto. Egli stesso aveva pianto su Gerusalemme dicendo: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati…(Lc 13,34). In ogni caso le vicende lo mettevano sempre di più di fronte al rischio di morte.

2. Prevedendo la sua morte, Gesù non solo non si è tirato indietro, ma neppure ha tenuto per sé questa previsione: ne ha parlato apertamente nella cerchia ristretta dei discepoli, come mostrano le predizioni sulla passione. Non ha voluto quindi mai rimuovere questo argomento.

3. Gesù stesso, con le parole dell’ultima cena, ha indicato il senso che avrebbe avuto la sua morte guardata in faccia con amore e per amore nostro e ha consegnato tale senso nell’Eucaristia. Sta a noi non ricevere invano questo mistero d’amore, sta a noi partecipare alla sua cena con quell’atteggiamento di continua conversione di cui ci ha parlato il libro di Giona: conversione della città di Ninive e conversione del profeta che è chiamato ad accettare l’agire perdonante e misericordioso di Dio per i peccatori.

Nella comunione eucaristica il Signore si dona a noi e ci assimila a sé nella misura in cui il nostro cuore è indiviso e rinunciamo a noi stessi per accettare di diventare figli di Dio in Gesù e fratelli di ogni uomo; nella misura in cui ci amiamo reciprocamente e ci serviamo gli uni gli altri come ci ha comandato di fare dopo aver lavato i piedi ai discepoli. Per questo anch’io, all’inizio della celebrazione, ho lavato i piedi a dodici giovani che rappresentano, quali “Sentinelle del mattino”, il futuro della nostra chiesa che vogliamo sia un futuro di amore e di servizio.

Per tutti noi ricevere la comunione questa sera significa affermare la nostra piena adesione alla volontà del Padre e insieme l’impegno di donarci con amore al prossimo, di vivere le beatitudini, di spendere la nostra vita per far nascere un mondo nuovo che sia riflesso del Regno di Dio, regno di pace e di giustizia, regno di amore e di verità.

Non c’è niente che ci apre alla conoscenza profonda di Gesù come l’incontro eucaristico, dove tutto avviene nello splendore e nella tenebra della fede: una conoscenza di amore e di fede, di amore che crede e di fede che ama. Se viviamo così il dono della comunione sapremo vedere il corpo e il sangue del Signore in ogni fratello, nelle povertà e nei limiti delle nostre comunità ecclesiali, nelle tante situazioni difficili del nostro tempo.

O Gesù, noi crediamo che il tuo corpo è veramente cibo, che il tuo sangue è veramente bevanda delle nostre anime sotto le specie del pane e del vino. Noi crediamo che nell’Eucaristia ti fai nostro contemporaneo, corrobori le nostre forze interiori, ci sostieni nel cammino verso l’eternità e che già sulla terra ci fai gustare quell’unione con la Trinità a cui, in te, il Padre ci chiama. Fa’ che l’Eucaristia sia davvero il centro, il cuore della nostra vita cristiana, la sorgente inesauribile della riconciliazione, la medicina che ci guarisce dai peccati e ne strappa le radici, accresce la carità e rende più solida la comunione ecclesiale.

E tu, Maria, Madre dell’Eucaristia, ottienici in questa santa Messa di sentire quanto bisogno abbiamo di convertirci all’esercizio stabile e comune della carità nell’unità che hai vissuto nella tua esistenza terrena.

È così che si è Chiesa del Giovedì santo, che si è comunità eucaristica nel senso voluto dal Signore; una comunità che con l’amore può trasformare la terra arida in giardino vivibile e affrontare coraggiosamente le gravi sfide del nuovo millennio. Duomo di Milano, 28 marzo 2002

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siaS

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2 risposte a ESSERE CHIESA DEL GIOVEDI’ SANTO – Angelo Nocent

  1. angelonocent ha detto:

    L’istituzione dell’Eucaristia

    Nel giovedì precedente la sua morte, Gesù si siede a tavola con i suoi apostoli per consumare con loro l’ultima cena e, nello svolgersi di essa anticipa profeticamente, attraverso dei gesti e delle parole, la consegna di sé all’uomo, che opererà definitivamente sulla croce. Egli infatti voleva suscitare un gesto, uno strumento che attuasse l’efficacia universale della Pasqua, l’energia, la forza di riconciliazione e di comunione sprigionata nella sua Pasqua storica; questo gesto è l’Eucaristia che, nella liturgia della Chiesa, si presenta appunto come la maniera sacramentale che rende perenne in ogni tempo il sacrificio pasquale di Gesù dischiudendo all’umanità l’accesso alla vita senza fine. Nell’Eucaristia è presente non soltanto la volontà di Gesù che istituisce un gesto di salvezza, ma Gesù stesso.

    Cerchiamo di leggere due brani del Nuovo Testamento che narrano quanto avvenne nell’ultima cena.
    – «Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’ alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. lo vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”» (Matteo 26, 26-29).

    – Il secondo brano lo troviamo nella I Lettera di Paolo ai Corinzi: «lo ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (11,23-26).

    Questo passo della lettera di san Paolo è parte di una lunga esortazione da lui tenuta alle assemblee cristiane di Corinto. Nelle assemblee c’erano problemi, disordini, malumori e Paolo, per chiarire e mettere ordine, si richiama alla tradizione più antica che si conosca sull’Eucaristia, una tradizione che gli ,è stata consegnata a pochi anni dalla morte di Gesù. E la prima testimonianza in assoluto che noi possediamo sulla celebrazione dell’Eucaristia e notiamo che c’è una triplice dimensione: un riferimento al passato («fate questo in memoria di me»); una proclamazione per il presente (oggi è qui il corpo e il sangue del Signore); un orientamento al futuro («finché egli venga», nell’attesa del ritorno del Signore).

    – Memoria del passato.La stessa cena pasquale ebraica era ed è vissuta come una memoria che attua lizza i fatti della liberazione del popolo dall’Egitto. Nell’Eucaristia la relazione non è soltanto con un fatto passato, bensì con una persona, con Gesù salvatore crocifisso e risorto. In ogni Eucaristia viene annunciata la sua morte, che ha distrutto la malvagità umana scatenatasi contro di lui perdonandola e ha vinto la paura della morte, e viene annunciata la sua risurrezione.

    – Per quanto riguarda il presente, il Corpo e il Sangue di Cristo è veramente dato a noi nell’ oggi, la nuova alleanza nel Sangue di Gesù si realizza adesso creando o rafforzando il rapporto dell’uomo con Dio, rapporto di figliolanza e di amicizia. Tutta la storia umana si concentra nel momento straordinario della celebrazione eucaristica.

    – Inoltre, l’Eucaristia proclama il futuro dell’uomo e dell’umanità, preannuncia quel giorno senza tramonto nel quale la nostra vita sarà uno stare a mensa con Dio, un vivere con lui una familiarità immediata.
    L’Eucaristia è dunque obbedienza e fedeltà a un comando preciso di Gesù, è comunione con Dio e tra gli uomini, è apertura a tutte le genti, anticipazione e segno della gloria futura.

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