VITA CONSACRATA E SOCIETA’ DI VITA APOSTOLICA: Intervista al Card. João Braz de Aviz – Angelo Nocent

1-1-SAN RICCARDO PAMPURI L'INTERCESSORE_11-001SULLE ORME DI SAN RICCARDO PAMPURI

 Oggi, 1 Maggio, la Liturgia fa memoria di SAN RICCARDO PAMPURI, il laico cristiano dalle molteplici vocazioni; una indefessa scalata ascensionale fino alla vetta della santità, nel pieno dell’ardore giovanile ma anche della massima fragilità fisica.

La Liturgia delle Ore lo celebra con questo INNO che è biografia, ne tesse le lodi, poi supplica e glorifica il Signore che è “mirabile nei suoi santi”.San Riccardo Pampuri

  1. In questo giorno santo la carità divina congiunge san Riccardo al regno dei beati.
  2. La fiamma dello Spirito ha impresso nel suo cuore il sigillo indelebile dell’amore di Dio.
  3. Egli è modello e guida a coloro che servono le membra sofferenti del corpo del Signore.
  4. Dolce amico dei malati, intercedi per noi; sostieni i nostri passi nella via dell’amore.
  5. A te sia lode, o Cristo, immagine del Padre, che sveli nei tuoi santi la forza dello Spirito. AMEN

San Riccardo Pampuri - Trivolziio

 VITA CONSACRATA E LE SOCIETA’ DI VITA APOSTOLICA sono in fermento. I santi, per forza di cose, sono sempre di un’altra epoca ma hanno il pregio di non invecchiare. E da questi SEMPREGIOVI“, che non sono mummie, abbiamo la possibilità di carpire i segreti dell’eterna giovinezza. Perché, come dice papa Benedetto XVI:  “Alla vita dei santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare dopo la morte. Nei santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini ma si rende invece ad essi veramente vicino“.

Colgo l’occasione per portare a conoscenza degli interessati, una recente intervista al Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica che ci aiuta a cogliere il dinamismo della Chiesa in questo momento, propulsore lo SPIRITO SANTO.

San Riccardo Pampuri - Ex corpore 02

VIVERE IL PRESENTE

CON PASSIONE

1-Cardinale  joão braz de avizIntervista al Card. João Braz de Aviz

“Vivere il presente con passione. Non basta essere contenti di un passato pure glorioso. Il Signore continua a chiamare oggi a seguirlo con tutto il cuore e a spendere per lui la propria vita, come risposta d’amore al suo amore appassionato”.

Giovanni Cervellera

Gianni CervelleraHo avuto la possibilità di rivolgere alcune domande al Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il cardinale João Braz de Aviz che si è offerto gentilemente di ri- spondere con vivo interesse per l’argomento.

Signor Cardinale, lei vive a Roma da pochi anni e viene da una nazione che a noi italiani è vicina e per altro appare molto lontana. Qual è l’immagine più cara che si porta dentro della sua terra?

João Braz de Aviz 2Sono a Roma da quattro anni. L’immagine più cara è quella di apparte – nere a un popolo formato da tante razze che sempre di più si stanno integrando, però con una grande ca – pacità di rapporti. Certo vi sono molti problemi, ma prevale una visione gioiosa e di speranza nel presente e per il futuro. Gli italiani sono molto presenti in Brasile e formano parte del nostro popolo. La lontananza del Brasile dall’Italia io non la vedo così accentuata, soprattutto guardan – do alla dimensione della fede e del – la tradizione cristiana. Siamo anche legati all’Italia e all’Europa per tanti rapporti di amicizia.

Da che cosa nasce l’idea di un Anno dedicato alla Vita Consacrata?

L’occasione è che stiamo celebran – do i 50 anni dal Concilio Vaticano II e della promulgazione del decreto conciliare “Perfectae caritatis” che tratta del rinnovamento della vita religiosa. L’anno scorso monsignor Carballo, l’arcivescovo segretario del Dicastero, ed io siamo andati dal Papa per trattare con lui di alcune questioni; pensavamo tra l’altro di chiedergli se non era il caso di de – dicare un anno alla vita consacrata. Prima che noi parlassimo, lui stesso ci ha proposto che l’anno prossimo fosse l’anno della vita consacrata. Lui ha espresso proprio quello che volevamo anche noi.

Quando, il 29 novembre 2013, lo stesso Papa Francesco ne ha dato l’annuncio agli oltre 120 superiori generali di Ordini e Congregazioni religiose riuniti per il loro raduno annuale a Roma, si è alzato un lungo applauso. Segno che questo raccoglieva l’attesa e la speranza che da tanto tempo i consacrati di tutto il mondo avevano in cuore: che la vita consacrata tornasse a risplendere nella Chiesa come una “perla preziosa” a volte nascosta e poco valorizzata. Così subito ci siamo messi a pensare e preparare questo anno. Quali obiettivi si prefigge di raggiungere questo tempo di grazia?

Sono propriamente quelli indicati dallo stesso Papa Francesco nella sua Lettera apostolica a tutti i consacrati in occasione dell’apertura dell’Anno della Vita Consacrata. Il primo è: guardare il passato con gratitudine. Pur non volendo nasconderci le ombre e le fragilità, non c’è dubbio che la vita consacrata nel corso dei secoli abbia prodotto una grandissima mole di bene nella Chiesa e a beneficio dell’umanità. I semi carismatici gettati dallo Spirito Santo nel cuore dei fondatori e fondatrici hanno prodotto alberi che si sono allargati spesso in ogni parte del mondo e hanno prodotto frutti buoni.

Più in particolare, in questi ultimi 50 anni dal Concilio gli Istituti hanno realizzato un fecondo cammino di rinnovamento, che vediamo ora come un vero tempo di grazia e di presenza dello Spirito. Il secondo obiettivo è vivere il presente con passione. Non basta essere contenti di un passato pure glorioso. Il Signore continua a chiamare oggi a seguirlo con tutto il cuore e a spendere per lui la propria vita, come risposta d’amore al suo amore appassionato. Lo Spirito continua a sollecitare nuove risposte carismatiche ai mutati contesti storici e culturali. Per essere fedeli ai carismi ricevuti dai fondatori e fondatrici, non basta ripetere quanto si è fatto nel passato: gli Istituti devono sempre riattualizzare la loro comprensione del carisma e la sua incarnazione nell’oggi della Chiesa e del mondo, con la stessa fantasia della carità e il coraggio di intraprendere anche strade nuove per rispondere ai nuovi bisogni.

Infine, il terzo obiettivo prospettato da Papa Francesco per questo Anno è quello di abbracciare il futuro con speranza. Se da una parte ci sono dei dati che creano giusta preoccupazione, come la diminuzione delle vocazioni, l’invecchiamento dei membri degli Istituti, anche difficoltà economiche; dall’altra ci fidiamo che il futuro è nelle mani di un Dio che è nostro Padre, che guida la storia e anche le vicende personali di ognuno con il suo amore.

Se è evidente a tutti che in alcuni contesti, come Europa e Nord America, le vocazioni sono calate, in altre parti del mondo sono invece in crescita, molti giovani sono ancora attratti dalla prospettiva di consacrarsi per sempre a Dio e al servizio del prossimo. Papa Francesco invita le consacrate e i consacrati a non lasciarsi prendere dal pessimismo, come i tanti “profeti di sventura” del nostro tempo, ma a rinnovare la loro fiducia nel Signore e riprendere lo slancio e l’ardore della loro missione.

Fra i tre, mi pare che il termine centrale: “vivere il presente con passione” sia determinante. Come fare ad agire con passione quando le energie si spengono e lo scoraggiamento tende a prendere il sopravvento?

La passione di cui Papa Francesco parla qui non è legata all’età o alla forza dei numeri. Viene anzitutto dal recuperare con chiarezza la propria identità di uomini e donne scelti da un atto d’amore di Dio e per questo a lui consacrati. Papa Francesco invita a “tornare in Galilea”, cioè a quel primo sguardo d’amore di Gesù che ha affascinato all’inizio della propria storia vocazionale, e ha spinto a lasciare tutto, anche le cose belle del mondo, per seguire solo Lui. Da lì nasce e rifiorisce la passione pur in mezzo alle tribolazioni e alle stanchezze della vita.

Nei miei frequenti incontri con donne e uomini consacrati di tutto il mondo e di tutte le età, osservo che questa passione riempie il cuore in qualunque età della vita, e spinge a intraprendere strade nuove, a osare nuove esperienze di ministero, a lasciare le proprie sicurezze per accogliere l’invito dei superiori a trasferirsi nei paesi di missione.

Anche religiose e religiosi malati, o indeboliti dall’età, possono avere il cuore giovane e pieno di ardore per il Signore e per il Vangelo, e magari lo possono esprimere non più nell’esercizio attivo del ministero, ma solo nella preghiera e nell’offerta delle loro sofferenze. Ma anche questo fa progredire il Regno di Dio!

Vedendo queste belle testimonianze, anche i giovani sono edificati e riprendono coraggio. Questo Anno di riflessione, di preghiera e di iniziative è già cominciato da qualche mese, come le sembra che sia stato recepito finora? Per quanto riguarda le iniziative che sono state promosse direttamente dal nostro Dicastero qui a Roma, abbiamo visto una grande risposta. Nella veglia di preghiera del 29 novembre scorso, che è stato il primo atto di inizio degli eventi dell’Anno della vita consacrata, la Basilica di Santa Maria Maggiore era strapiena di consacrate e consacrati di tutti i colori e di tutte le età, non ci aspettavamo una partecipazione così grande.

Anche il Colloquio ecumenico che abbiamo svolto nel mese di gennaio, cui hanno partecipato un centinaio di consacrate e consacrati di varie Chiese cristiane, ha avuto un’adesione entusiasta ed è riuscito molto bene. La settimana dopo Pasqua, svolgeremo un seminario internazionale di quattro giorni per i formatori e le formatrici della vita consacrata. Siamo stati costretti a mettere un tetto alla partecipazione: le pre-iscrizioni sono state più di 1.400 e ne stanno ancora arrivando; dovremo chiedere ad alcuni di non venire perché non riusciremo ad accogliere tutti. Ci pare dunque che la risposta sia molto buona.

In ogni diocesi del mondo, poi, si stanno organizzando tantissime iniziative di pre- ghiera, di studio, di incontro fra i consa- crati, di maggiore conoscenza delle diver se forme di vita consacrata presenti nei diversi luoghi. Sono così tante che, anche se ci informano, non possiamo conoscerle tutte. Un segno di questo grande interesse è che sia mons. Carballo che io abbiamo ricevuto tanti inviti ad andare in varie parti del mondo per partecipare a queste iniziative e rendere presente lì il nostro Dicastero. Certo, i frutti spirituali, personali ed ecclesiali, di questo Anno sarà difficile misurarli, ma i segni esterni ci dicono che l’interesse è molto grande, c’era bisogno di mettere di nuovo la vita consacrata “sul candelabro” perché tanti ne possano ricevere luce e calore.

Con l’Esortazione Apostolica “Vita Consecrata” si è definito chiaramente quanto sia avvertito il desiderio di condividere i carismi dei religiosi in comunione con i laici. Quale contributo reciproco vede nel rapporto tra consacrati e laici sia in riferimento alla ri- spettiva crescita nella santità, sia in riferi mento alla evangelizzazione?

Tra le molteplici immagini bibliche con cui si può descrivere la Chiesa, e che “Lumen Gentium” enumera brevemente (ovile, gregge, campo di Dio, edificio, famiglia, tempio, sposa, corpo), il Concilio ha dato la preferenza a quella di popolo di Dio, dedicandovi un intero capitolo, il secondo. Questo popolo ha per capo Cristo, per legge il nuovo precetto dell’amore sulla misura del suo, ed è «per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza» (LG n. 9). Coloro che formano quest’unico popolo sono tutti uguali fra loro, cioè hanno la stessa dignità di figli di Dio in forza del Battesimo, anche se svolgono compiti diversi.

Questo comporta che sacerdoti, laici e consacrati non hanno tra loro dignità diverse, nessuno è superiore agli altri, ma ciascuno per la sua parte collabora al bene e alla crescita dell’intero corpo ecclesiale, edificando insieme il regno di Dio nel mondo. Così è stata definitivamente superata la vecchia concezione che vedeva, ad esempio, nella vita consacrata uno “stato di perfezione” superiore agli altri, mentre i laici si sentivano come “cristiani di serie B”, come qualcuno di loro ha osservato.

Oggi vediamo che i laici partecipano a pieno diritto alla vita della Chiesa, anche se dobbiamo riconoscere che il loro contributo, specie per quanto riguarda la parte femminile, va incoraggiato e maggiormente valorizzato. Per ciò che riguarda direttamente la vita consacrata, vediamo che molti laici oggi desiderano condividere le ricchezze spirituali proprie degli antichi Ordini religiosi, con i quali magari già collaborano, ad esempio nelle opere apo- stoliche.

Non si accontentano più di lavorare con i consacrati, offrendo la propria competenza professionale, ma vogliono conoscere meglio l’ispirazione carismatica che sostiene e guida queste opere, per crescere anch’essi nell’esperienza di fede. Inoltre in tante nuove forme di vita consacrata, che si vanno sempre più diffondendo nella Chiesa, accanto ai consacrati celibi troviamo anche laici, coppie di sposi: la chiamata alla santità, a seguire Cristo con radicalità non è esclusiva di qualcuno, ma è per tutti i seguaci di Gesù.

Fondatori e fondatrici di diversi movimenti ecclesiali moderni sono stati proprio uomini o donne laici. Nessuno più oggi ha la “titolarità esclusiva” dei carismi e della sequela Christi. Allora si può vedere che dove i con- sacrati e i laici condividono la stessa passione per il Vangelo, dove si re- alizza fra loro una vera comunione di beni materiali e spirituali, avviene una reciproca circolazione di doni: ognuno arricchisce l’altro delle ca- ratteristiche peculiari della propria vocazione, del proprio stato di vita, senza confondersi. Questo aiuta i consacrati a sentirsi parte dell’unico popolo di Dio, ad aprirsi di più alle necessità del mondo; e aiuta i laici a curare meglio la dimensione spirituale, a dare profondità alla vita evangelica e alla testimonianza di Cristo nel mondo.

Nei secoli, il contributo dei consacrati allo sviluppo culturale dei popoli è stato enorme. Oggi, invece, essi sembrano relegati in un mondo parallelo. Come possono far sentire la loro voce in un contesto sociale che nutre prospettive molto lontane dalla Vita religiosa?

Forse qui in Europa, un paese più segnato che altrove dal secolarismo, risulta oggi più difficile che la Chiesa, e in particolare i consacrati, possano incidere significativamente nella formazione della cultura e del modo di pensare delle masse. Ma in altri paesi non è così. In America del sud, ad esempio, molte istituzioni culturali di eccellenza sono gestite dalla Chiesa e tante di esse proprio da Istituti religiosi. Lì si è formata e si continua a formare gran parte della classe dirigente di quei paesi, anche se poi nella pratica non sempre si vede l’impronta cristiana della loro formazione.

Quando sono andato a Taiwan, mi ha sorpreso sapere che le università più importanti sono gestite dalla Chiesa, benché la stragrande maggioranza di chi le frequenta sia di religione buddhista e taoista. Il più importante centro accademico di Taipei, la Fu Jen University, ad esempio è dei gesuiti. Lì lo Stato riconosce pubblicamente l’eccellenza delle istituzioni culturali gestite dai cristiani, e incoraggia studenti anche dalla Cina popolare a venire a stu- diare lì. È vero che nel panorama culturale contemporaneo la dottrina della Chiesa, e in particolare il contributo specifico dei consacrati, è meno rile- vante che nel passato. Ma il nostro compito, come ci ricorda Papa Fran- cesco, resta quello della profezia, di proclamare – prima con la vita e poi anche con la parola e il pensiero – i valori del Regno. Non dobbiamo stancarci di far sentire la nostra voce, anche se debole, e proporre il nostro pensiero: quando il mondo si stanca delle varie ideologie che di tempo in tempo sorgono e cadono, torna a cercare nel Vangelo le verità perenni sull’uomo e sul mondo.

Una lettera del suo Dicastero porta come titolo “Rallegratevi”. La gente però ha spesso l’impressione che sul volto dei consacrati appaiano più fre- quentemente i segni del rigore e della severità, piuttosto che quelli della semplicità e della gioia. Come mai questo accade?

È proprio vero, lo constato spesso anch’io e non mi stanco di farlo notare quando ne ho l’occasione: un volto chiuso, troppo serio, perfino corrucciato, trasmette l’impressione che quella persona non sia felice nello stato di vita che ha scelto. Eppure, come ancora ci ricorda Papa Francesco, la gioia dovrebbe essere il “vestito” distintivo dei consacrati, il primo segno con cui si presentano a chi li vede. Lui dice: «Dove ci sono i religiosi c’è gioia».

Perché non è sempre così? Un po’ certamente può dipendere dal poco “allenamento” a mostrare anche esternamente la serenità che abbiamo dentro di noi. Oppure a sorridere a chi incontriamo, anche se magari dentro di noi ci sono preoccupazioni o prove. Può succedere che il mio cuore sia pesante per qualche motivo che mi rende triste, o che io stia passando un momento doloroso; ma quando incontro un fratello, una sorella, devo allenarmi a “mettere da parte” me stesso e il mio dolore, e accogliere l’altro con disponibilità a lui, anche con un sorriso, con un volto disteso che facilita l’incontro. Vedo che, facendo così, anche il mio peso personale si alleggerisce e a volte, rientrato in me, non trovo più la tristezza.

Poi, un volto poco gioioso può dipendere proprio dal fatto che quel consacrato non si sente più contento della vita che fa. Ma allora Dio non è capace di renderci felici? Mi viene qui in mente una frase: «una sequela triste è una triste sequela». È semplice: se chi entra in una casa religiosa, trova un clima pesante, trova uomini e donne tristi, pessimisti, sempre pronti a criticare e a lamentarsi, spontaneamente pensa: queste persone non hanno trovato qui la loro felicità, perché mai dovrei anch’io unirmi a loro e fare la stessa fine? Allora è logico che le vocazioni non vengano.

La Chiesa deve affrontare oggi molteplici sfide, in quali situazioni vede maggiormente utile il contributo dei religiosi?

João Braz de AvizI consacrati e le consacrate danno un contributo insostituibile alla Chiesa oggi, se sono quello che devono essere, cioè se continuano a incarnare con fedeltà e creatività il carisma che lo Spirito Santo ha dato ai loro fondatori. Le situazioni dove questo loro contributo è maggiormente utile, anzi necessario sono le più varie. Ad esempio, Papa Francesco sta spingendo tutta la Chiesa a “usci- re” e muoversi verso le “periferie esistenziali”. Nei consacrati questo è connaturale, perché hanno la consapevolezza che nell’attuale mondo globalizzato non è più possibile rimanere chiusi nelle proprie limitate realtà locali. E così tanti lasciano la patria per andare là dove maggiori sono le necessità pastorali del proprio Istituto e della Chiesa.

Ancora, Papa Francesco ripete continuamente che la Chiesa non può dimenticare i poveri, gli ultimi, che deve mostrarsi verso di loro con il volto della tenerezza e della misericordia. Pensiamo all’enorme numero di opere caritative che i consacrati promuovono in ogni parte del mondo. Spesso proprio i consacrati sono pionieri nell’avviare interventi di risposta ai bisogni più urgenti delle popolazioni presso cui vivono. Come hanno sempre fatto del resto anche nei secoli passati.

Basterebbe ricordare chi accoglie e cura tossicodipendenti, malati di aids, lebbrosi, alcolizzati, disabili mentali e fisici; chi promuove programmi di alfabetizzazione, di nutrizione, di prevenzione igienico-sanitaria, di accoglienza ai rifugiati e ai senza fissa dimora; i tanti Istituti che si dedicano all’istruzione e alla formazione professionale dei giovani…

Ci sono consacrati e consacrate che non si limitano a prestare soccorso ai bisognosi, come hanno sempre fatto, ma si espongono in prima persona nella denuncia delle strutture ingiuste che producono povertà ed emarginazione, stimolano la corresponsabilità delle comunità civili, richiamano l’opinione pubblica ai doveri della giustizia e della solidarietà. Anche se tutto può sempre crescere e migliorare, vedo i religiosi proprio come le “forze speciali” che danno risposte alle molteplici sfide che la Chiesa sta affrontando nel mondo contemporaneo.

I Fatebenefratelli nell’attuazione del loro carisma si servono di strutture che spesso sono molto impegnative da gestire. Quale deve essere, secondo lei, il rapporto tra carisma e opere?

In tutti gli Istituti religiosi, le opere sono state volute dal fondatore o fondatrice o dai suoi seguaci come espressione del carisma, solitamente per rispondere a un bisogno della Chiesa o dell’umanità di quel momento storico. Nell’opera il carisma si incarna e mostra tutta la sua forza di incidenza anche sul piano sociale: basta pensare a cosa hanno fatto lungo i secoli i consacrati nel mondo della sanità, come è il caso appunto dei Fatebenefratelli, o dell’educazione, dell’uso dei mezzi di comunicazione, ecc.

In tantissimi casi, proprio le opere dei religiosi hanno anticipato gli interventi dello stato nel rispondere alle necessità pubbliche. Le opere dunque sono funzionali al carisma, lo esprimono e lo mostrano incarnato. Inoltre, mediante le opere i consacrati realizzano un aspetto importante della loro umanità, che è la propria realizzazione mediante il lavoro, da cui proviene una giusta retribuzione che assicura il sostentamento proprio e dell’Istituto.

Oggi però stiamo assistendo a qualcosa di nuovo. In non pochi casi la gestione delle opere è diventata così complessa e così pesante, anche a motivo del diminuito numero dei religiosi e religiose, che si corre il rischio di concentrare in esse tutte le forze e le risorse di un Istituto, a scapito della stessa vita fraterna dei membri e di altre espressioni importanti del carisma. Allora l’opera rischia di sof- focare il carisma e di schiacciare le persone. Oppure un’opera, magari avviata dal fondatore, non ha più ragione di continuare, perché le circostanze sono cambiate, ma si fatica a lasciarla per paura di andare contro la volontà del fondatore.

Occorre allora il discernimento per vedere in quali forme oggi lo Spirito ci chiede di incarnare il carisma, e il coraggio di lasciare strade già percorse e opere non più significative. Sono tagli dolorosi, ma indispensabili per recuperare ciò che è fondamentale della nostra vita di consacrati, e per essere aperti a nuove vie, a nuove espressioni del carisma adatte alla Chiesa e al mondo attuale.

Che cosa direbbe a religiosi e laici impegnati nel mondo della salute? E che cosa può significare per loro questo Anno della Vita Consacrata?

Creare dei rapporti sinceri d’amore con ogni persona: malati, personale di appoggio, professionisti, parenti dei malati. Non permettere mai che questi rapporti siano distorti da interessi egoistici di qualsiasi genere.

C’è un luogo di Roma che in questi anni le è diventato particolarmente caro?

Sì: le case e le opere dei vari Ordini e Congregazioni religiose. Vado spesso a visitarli; anche il Segretario del Dicastero, mons. Carballo, fa altrettanto. È una scoperta continua della forza del Vangelo nei carismi.1-San Riccardo Pampuri

Da FATEBENEFRATELLI 1-20151-Sfondi3

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