ANTONIO CALABRO’ IL MEDICO DEI POVERI DI ROMA … – Angelo Nocent

Antonio Calabrò

Antonio Calabrò

1-lampada_della_fedeE’ veramente cosa buona e giusta che la figura di questo medico che ha dato parte del suo tempo ai poveri e agli stranieri di Roma esca dai ristretti confini della Città Eterna per raggiungere quegli estremi della terra. Il fuoco della sua silenziosa ma ardente carità ora si è trasformato in una STELLA che brilla nel firmamento di Dio per continuare ad irradiare luce e calore NEL MONDO DELLA SOFFERENZA SOMMERSA.

Per me un fulgido esempio CONTEMPORNEO di come si può essere GLOBULI ROSSI sul territorio, portatori di ossigeno nel disagio sociale, senza disporre di grandi strutture. Il DOMANI è già cominciato. Chi lo ha conosciuto dice: ” curava i più poveri e dialogava con tutti, parrocchia e centri sociali, passando per le istituzioni”.

Cero Pasquale

L’ AMBULATORIO-CONTAINER del MEDICO DI STRADA per il momento è SEDE VACANTE. URGE LA COPERTURA DEL POSTO DA PARTE DI AMICI E VOLONTARI. I suoi malati non possono aspettare invano.

Roma - vista-san-pietro

ROMA – Era un “medico scalzo”, che curava i più poveri e dialogava con tutti, parrocchia e centri sociali, passando per le istituzioni. Antonio Calabrò, il “medico dei poveri” di Cinecittà, è morto per un arresto cardiaco nell’ospedale in cui lavorava da tanti anni come cardiologo e in cui da quest’estate era ricoverato, per un grave virus al midollo che i suoi colleghi stavano cercando di curare. Molto conosciuto e amato nel suo quartiere, quello che sorge intorno alla grande chiesa di Don Bosco, a pochi metri dalla Tuscolana, Calabrò non si accontentava di assistere i suoi pazienti in ospedale, ma svolgeva il suo lavoro anche in strada, per raggiungere chi, in un ambulatorio medico o in un ospedale, sarebbe entrato con difficoltà.

“Mi pare fosse il 2008, quando bussò alla mia porta in municipio e mi chiese se poteva installare un container proprio alle spalle della chiesa di don Bosco, a Cinecittà – ricorda Sandro Medici, allora presidente del X municipio – Non so dove si fosse procurato quel container, mi spiegò che gli serviva per allestire un ambulatorio medico di strada: a noi chiedeva le autorizzazioni, l’allaccio in fogna e le utenze. Gliele concedemmo e si mise subito al lavoro”. In poche settimane, la voce si sparse e fuori dall’ambulatorio “si creava la fila, nei due pomeriggi a settimana che Antonio dedicava a questa impresa”. Un’impresa difficile, complicata, anche dal punto di vista emotivo, perché “questa gente andava da lui e poi spariva”, racconta Medici. “Ricordo quando mi raccontò di una ragazza africana: quando si era presentata nel suo container, era sul punto di partorire. E poi era sparita. Allora Antonio si mise a cercarla e la trovò, finalmente, in una baracca sull’Aniene. La portò al Fatebenefratelli, dove lavorava come chirurgo, e le permise di partorire al sicuro”. Di storie così, chissà quante ce ne sono. E quante ancora ce ne sarebbero, se l’ambulatorio non fosse ormai chiuso da un paio d’anni.

“Il container è sempre lì, ma l’attuale amministrazione non ha rinnovato le pratiche burocratiche necessarie per avere le varie utenze. E Antonio se ne rammaricava molto”. Certo, ora non ci sarebbe comunque nessuno a portarlo avanti. “Aveva un gruppo di collaboratori che lo aiutavano, con alcuni di loro aveva dato vita all’associazione Condividi. Ma non erano medici e nessuno di loro potrebbe sostituirlo”. I suoi colleghi, poi, “lo aiutavano perché lui li tormentava: se c’era un caso da approfondire portava lì in ospedale i suoi pazienti ‘di strada’, o riusciva a trascinare nel container qualche suo collega. Ma nessuno si farebbe mai carico della sua impresa”. Eppure, in tanti ancora avrebbero bisogno di questo servizio: “Negli ultimi anni, non si presentavano solo stranieri, ma sempre più italiani. Poi faceva ambulatorio anche nel centro di accoglienza per persone sfrattate, inaugurato durante la giunta Veltroni e ancora operativo, alle spalle dell’ippodromo Capannelle. Avevamo adibito un locale al pianterreno ad ambulatorio e Antonio veniva spesso anche lì. Riusciva a dialogare con tutti: dai ragazzi dei centri sociali ai salesiani della parrocchia: era molto cattolico, ma con la chiesa aveva un rapporto dialogico, a volte conflittuale. Ora, siamo in tanti a piangerlo e a rimpiangerlo: figure come la sua non nascono tutti i giorni”.

(Fonte: Redattore Sociale)

Fatebenefraatelli - Isola Tiberina

LO VEDEVI SPESSO…

Lo vedevi spesso con una sciarpetta arcobaleno e in mano la borsa da medico. Era cardiologo al Fatebenefratelli di Roma, Antonio Calabrò. Ma era soprattutto il medico dei poveri, degli ultimi, degli emarginati dei quartieri, dei migranti, sì anche dei clandestini perché un medico vero non seleziona il paziente guardandogli il portafogli ma agisce in base allo sfavillante ed eterno criterio di umanità, e l’istinto alla cura non ha niente a che vedere con il permesso di soggiorno. Visitava spesso senza farsi pagare, accoglieva, aiutava. Proprio per i poveri, gli emarginati, gli ultimi aveva messo su un ambulatorio colorato in una specie di container. Come loro, a volte era un po’ trasandato, tutto perduto nei suoi temerari pensieri di generosità, di altruismo, forse perché consapevole che non si può vuotare il mare della povertà con un solo semplice secchiello. Se n’è andato silenziosamente, Antonio, all’improvviso. Senza fanfare, senza retorica, senza cerimonie. Però l’assenza di un faro di carità, di umanità, di misericordia, di giustizia si avverte subito. E’ come se nel mondo appassisse un fiore, si spegnesse una lampadina, inaridisse un fiume, si spegnesse un sorriso. Ciao, Antonio.
Massimiliano Smeriglio.

ANTONIO CALABRO’ UN MEDICO DE LOS POBRES
EN ROMA

Yo lo vi a menudo con una bufanda de arco iris y con el maletín. Fue cardiólogo Fatebenefratelli de Roma, Antonio Calabro. Pero fue, sobre todo, el médico de los pobres, los menos, los barrios marginados, inmigrantes, sí también ilegal porque no selecciona un médico del paciente mirando a su cartera, pero actúa sobre la reluciente, criterio eterna de la humanidad, y el instinto cuidado no tiene nada que ver con el permiso de residencia. A menudo visitaba sin cobrar, dio la bienvenida, ayudó. Sólo por los pobres, los marginados, los últimos habían puesto en una clínica en una especie colorida del envase. Al igual que ellos, a veces era un poco desaliñado ‘, todo perdido en sus pensamientos audaces de la generosidad, el altruismo, quizá porque entienden que no se puede vaciar el mar de pobreza con un simple cubo. Se fue en silencio, Antonio de repente. Sin estridencias, sin retórica, sin ceremonia. Pero la ausencia de un faro de amor, la humanidad, la misericordia, la justicia se hace sentir inmediatamente. Es s como una flor marchita en el mundo, una bombilla de luz se apagó, inaridisse un río, salió una sonrisa. Hola, Antonio.

Cinecittà saluta Calabrò, il “medico scalzo” che curava i poveri nel suo container

Medico chirurgo al Fatebenefratelli, nel 2008 aveva creato il suo ambulatorio “di strada” in un container: qui visitava stranieri ma anche italiani, coinvolgendo anche amici medici e volontari. Da due anni l’ambulatorio era fermo per questioni burocratiche. Medici: “Un medico scalzo, capace di dialogare con tutti, dai salesiani ai centri sociali”

1-Elena Maya Akisada Nocent54

IL MANIFESTO
Antonio Calabrò, addio al medico degli ultimi

di Sandro Medici

Non gli sareb­bero pia­ciute tutte que­ste lacrime che stiamo ver­sando per lui. Anto­nio Cala­brò le avrebbe con­si­de­rate un inu­tile sciu­pio. Fate quello che dovete fare e andate dove dovete andare, avrebbe detto: vedrò anch’io cosa potrò fare, se qual­cosa ancora potrò fare, là dove sono andato a finire, se da qual­che parte sono andato a finire. Te lo augu­riamo, Anto­nio, di tro­vare altri luo­ghi e altre cose da fare. Tu da vivo ne eri certo, forse noi, oggi che sei morto, ancor meno di prima.

Di certo, per come hai tra­scorso i tuoi sessant’anni, è dif­fi­cile ora imma­gi­narti senza far niente. Spe­riamo per te che ti stia almeno ripo­sando un po’, con­si­de­rando che non l’hai mai fatto prima. Sem­pre a star die­tro a chi aveva biso­gno di essere aiu­tato e curato. Non ti bastava lavo­rare in ospe­dale, dovevi per forza fare di più. E nean­che ti chie­devi il per­ché, facevi ciò che sen­tivi e così ti riem­pivi la vita, una vita che avevi deciso di met­tere a dispo­si­zione di sof­fe­renti e bisognevoli.

Quando sei venuto da me, su al quarto piano del Muni­ci­pio, e mi hai detto che volevi aprire un ambu­la­to­rio per tutti quelli che non pote­vano curarsi, pove­racci, clan­de­stini, psi­co­tici refrat­tari e ingua­ri­bili cro­nici, ho pen­sato che fossi infet­tato da qual­che forma di eroi­smo con­ta­gioso. E infatti mi con­ta­gia­sti. E quell’ambulatorio riu­scimmo ad aprirlo, anche se in quel modo sbri­ga­tivo, disin­volto e spe­ri­co­lato con cui si face­vano le cose nell’allora X Muni­ci­pio. Senza met­tersi in fila a chie­dere auto­riz­za­zioni che mai sareb­bero arri­vate, senza chie­dere finan­zia­menti né soste­gni che mai avremmo otte­nuto. Lo facemmo e basta, con i ragazzi della coo­pe­ra­tiva che allac­cia­rono le con­dut­ture d’acqua e acce­sero l’impianto elettrico.

E per anni sei stato lì, nel tuo ambu­la­to­rio gene­roso, in quella piaz­zetta di Cine­città, a misu­rare la pres­sione e fare elet­tro­car­dio­grammi, a pre­scri­vere far­maci e rimedi che tu stesso con­se­gnavi gra­tui­ta­mente, a man­dare i pazienti dai tuoi col­le­ghi, con­vin­cen­doli tene­ra­mente a curarli, a ordi­nare rico­veri che mai nes­suno, in nes­sun ospe­dale avrebbe accolto.

Ma non ti bastava. Se non veni­vano da te, i malati te li andavi a pren­dere: nei can­neti di Tor Ver­gata, nelle marane di Morena, nelle barac­che della Roma­nina, nei fossi degli anti­chi acque­dotti. Eri un po’ come San Fran­ce­sco; e ora pos­siamo anche dir­celo che in fondo ti pia­ceva sen­tir­telo dire. Per quanto privo di ter­rene vanità, qual­che pic­colo nar­ci­si­smo te lo con­ce­devi: se non altro, per­ché indos­savi spesso sciar­pette civet­tuole e amavi andar­tene in giro soa­ve­mente spettinato.

Ora che te ne sei andato, sarà dif­fi­cile fare a meno di te e delle tue sciar­pette. Ci man­che­rai, ci man­che­rai tan­tis­simo. Ci man­che­ranno le tue risate scop­piet­tanti da mez­zo­so­prano ispi­rato e la tua voce rauca e calda da can­tante blues innamorato.

Anto’, che ti devo dire… Dopo­do­mani mat­tina, 22 otto­bre, ver­remo al tuo fune­rale nella chiesa di Don Bosco, senza car­rozze né elicotteri.

Ver­remo per salu­tarti, per pian­gere un po’. Lascia­celo fare.

 

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