OGGI A ROMA L’ “ARRIVEDERCI” AD ANTONIO CALABRO’ “IL MEDICO DEGLI ULTIMI” – Angelo Nocent

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0GGI 22 OTTOBRE 2015 L’ARRIVEDERCI AD ANTONIO CALABRO’ IL “MEDICO DEGLI ULTIMI”

Di lui più di tanto non è dato di sapere ma, da quel poco che è trapelato, quando ti dicono che “era il medico degli ultimi” hai già capito tutto: di che pasta era fatto, in che cosa credeva, da dove gli poteva venire la spinta, la forza del “CONDIVIDERE”.

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Viola Giannoli

Era il medico dei poveri, dei clochard, degli sfrattati, dei migranti, degli ultimi. Un “eroe minimo” e molto amato, Antonio Calabrò, cardiologo del Fatebenefratelli, dove si è spento dopo alcuni mesi di ricovero il 18 ottobre. Una vita spesa tra il grande ospedale e il suo quartiere, quello che sorge attorno alla chiesa di Don Bosco, a due passi dalla Tuscolana, dove domattina alle 10 gli verrà dato l’ultimo saluto.

Padre Alex Zanotelli

Il missionario comboniano Alex Zanotelli

Lì, nell’oratorio dei Salesiani, come molti suoi coetanei degli anni Cinquanta era cresciuto. Una formazione cattolica e cristiana coltivata studiando i libri dei teologi della liberazione ma poi portata in strada, al servizio dei poveri. Fervente militante pacifista, tra le sue sciarpette ne aveva una con i colori dell’arcobaleno e con quella, e una borsa da dottore, andava in giro. Aveva fondato l’associazione “Condividi” ed era diventato uno dei referenti romani della rete nata attorno ad Alex Zanotelli.

Antonio Calabrò

Antonio Calabrò

A Cinecittà era diventato amico, tra gli altri, di Sandro Medici, ex presidente del X Municipio, con cui molti anni più tardi, nel 2013, si sarebbe candidato al consiglio comunale di Roma. Alla sua porta aveva bussato nel 2008 per proporgli alcune idee. Era nato così l’ambulatorio popolare in un container installato in piazza dei Decemviri. “Lo facemmo e basta, senza met­tersi in fila a chie­dere auto­rizza­zioni che mai sareb­bero arri­vate, finan­zia­menti né soste­gni che mai avremmo otte­nuto – racconta Medici – I ragazzi della coo­pe­ra­tiva allac­cia­rono le con­dut­ture d’acqua e acce­sero l’impianto elettrico e partì quest’avventura”. Lì Calabrò passava due pomeriggi a settimana a visitare chiunque ne avesse bisogno, a misu­rare la pres­sione e fare elet­tro­car­dio­grammi, a pre­scri­vere far­maci e rimedi. Qualche paziente se lo andava persino a cercare, tra le baracche. Un altro ambulatorio, più organizzato, lo aveva allestito nel centro di accoglienza per sfrattati di via Campo Farnia, il primo a Roma inaugurato durante la giunta Veltroni, grazie anche all’aiuto delle cooperative che vi lavoravano, del municipio e della Asl. Una volta a settimana era a disposizione delle famiglie. “Nel quartiere – ricorda Medici – si era sparsa però presto la voce e così a farsi curare venivano anche altri cittadini, stranieri certo ma anche tanti italiani”.


Ora il container è ancora lì ma l’ambulatorio dei poveri ha smesso da qualche anno di funzionare. E l’ex presidente di Municipio lancia un appello: “Mi piacerebbe venisse fatto un regalo a questo medico generoso, mi piacerebbe che quella piazzetta di Cinecittà gli venisse intitolata, piazza Antonio Calabrò”, proprio alle spalle della grande chiesa in cui domattina si svolgeranno i funerali.

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Antonio Calbarò Medico chirurgo al Fatebenefratelli, nel 2008 aveva creato il suo ambulatorio “di strada” in un container: qui visitava stranieri ma anche italiani, coinvolgendo anche amici medici e volontari. Da due anni l’ambulatorio era fermo per questioni burocratiche. Medici: “Un medico scalzo, capace di dialogare con tutti, dai salesiani ai centri sociali”

Antonio Calabrò era il medico dei poveri, morto per un arresto cardiaco nell’ospedale in cui lavorava da tanti anni come cardiologo e in cui da quest’estate era ricoverato, per un grave virus al midollo che i suoi colleghi stavano cercando di curare. Molto conosciuto e amato nel suo quartiere, quello che sorge intorno alla grande chiesa di Don Bosco, a pochi metri dalla Tuscolana, Calabrò non si accontentava di assistere i suoi pazienti in ospedale, ma svolgeva il suo lavoro anche in strada, per raggiungere chi, in un ambulatorio medico o in un ospedale, sarebbe entrato con difficoltà.
Così lo ricordano i giornali romani
Sempre impegnato nelle battaglie pacifiste e per il riscatto degli ultimi, anima dell’associazione “Condividi”, aveva un feeling con Alex Zanotelli che aveva invitato spesso sul nostro territorio per fargli descrivere l’abisso di dolore vissuto nelle periferie del mondo. Quelle periferie che oggi si riversano nell’Europa in crisi, ma pur sempre opulenta, sfidando la morte per mare e disturbando in TV, con i loro corpi gonfi di acqua, le digestioni serali di molti “benpesanti” malati di xenofobia. Molto spesso di fede cattolica, fedeli solo al proprio egoismo, privi di carità e di misericordia.
Cattolico e cristiano, Antonio raccontava così la sua scelta di vita: “Il mio cammino è iniziato nel 1972, a diciotto anni, sull’emozione del Concilio Vaticano II, che si era appena concluso. La mia formazione proviene dai Salesiani della Chiesa Don Bosco: sono cresciuto e mi sono formato sui libri dei teologi della liberazione. Nel momento in cui mi sono laureato, ho capito che dovevo scendere per strada, abbracciando la teoria ‘dai Cristi appesi in Chiesa ai Cristi che camminano’. Il diritto alla salute non è monetizzabile, è un diritto per tutti. Ho così stretto rapporti con i Missionari comboniani, e in particolar modo con Alex Zanotelli, con cui condivido lotte e valori”.
Antonio ha sempre rappresentato il tipo di cattolico-cristiano che la sua fede la intende vivere testimoniandola con le opere e non solo osservandola con i riti.
L’ultima volta che ci siamo visti, io, laico e non credente, gli ho manifestato il mio vivo apprezzamento per quanto stava facendo e andava dicendo Papa Francesco. Anche lui ne era contento ma, mi disse, come per calmare i miei ardori pro Bergoglio, che il Papa doveva andare oltre, doveva cambiare la “costituzione” della Chiesa, il diritto canonico, se non voleva correre il rischio che, dopo la sua morte, tutto tornasse come prima. Non era scetticismo, era uno sprone.
Antonio ha speso bene la sua vita. Gli ha dato un senso alto e nobile, al servizio del prossimo che lui ha amato più di se stesso. Aveva un fuoco dentro di sé, il fuoco della carità, della misericordia, della giustizia. Purtroppo domenica 18 ottobre 2015 quel fuoco si è spento all’improvviso, lasciando un grande vuoto tra di noi.
Ciao Antonio.

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AL DON BOSCO DI ROMA i funerali di Antonio Calabrò il “medico dei poveri”

1-1 SETTEMBRE 2013 - SCANNABUE - SAN GIOVANNI BATTISTA DECOLLATO31Grande e commossa partecipazione di popolo. Il rito officiato dal missionario comboniano Alex Zanotelli

di Aldo Pirone – 22 ottobre 2015

Le cerimonie funebri sono sempre qualcosa di triste. Stamane nella Chiesa di Don Bosco alle esequie di Calabrò, il “medico dei poveri”, c’era un cielo un po’ plumbeo che sembrava rispecchiare l’animo addolorato della folla presente.
Amici, parenti, gente, tanta, che da lui aveva ricevuto assistenza e soccorso, giovani e meno giovani dei centri sociali, credenti e non credenti. Il suo popolo, il popolo di Antonio.

I riti di addio, a volte, possono essere freddi e formali. Quello di Antonio non poteva esserlo, e non lo è stato.

1-Alex ZanotelliA officiare il rito è stato il suo vecchio amico padre Alex Zanotelli, circondato da uno stuolo di sacerdoti. Il prete comboniano, il missionario delle periferie della disperazione umana dell’Africa nera, ha rappresentato nella sua omelia celebrativa non la Chiesa delle certezze, ma quella del dubbio, non quella trionfante dei templi ma quella che si attenda nell’accampamento umano per dare conforto e soccorrere gli ultimi e i sofferenti.

La Chiesa che in questa società “impazzita” – ha detto – percossa dalle guerre e modellata sul consumismo edonistico dell’avere e dell’apparire, vuole, seguendo le parole e l’esempio umano di Gesù di Nazareth, dare dignità agli ultimi, agli “scarti” sociali e umani di questa società malata, come li ha chiamati con dolore Papa Francesco.

La Chiesa che non solo accoglie i migranti nelle parrocchie, ma esce a cercare i suoi figli nei tuguri della sofferenza; che lotta per dare loro non solo una coperta o un piatto di minestra ma una speranza di dignità e di vita migliore. La Chiesa del “beati i poveri….”. L’ “altra Chiesa”, quella che tenta di rimettere in campo, tra tante resistenze e pericoli ma anche tra tanti consensi e speranze, Papa Bergoglio.

Antonio CalabròAntonio ha testimoniato con la sua vita il messaggio cristiano di questa Chiesa della carità e della misericordia. Quando di notte, come ha testimoniato un rappresentante di Sant’Egidio, usciva a cercare i “barboni” per dare loro soccorso; o quando andava a ricercare qualche migrante malato che era sparito alla sua vista ma che lui sapeva essere bisognoso di assistenza.

Il rito celebrativo, come dicevo, può essere formale ma quando ha per oggetto la vita, più che la morte, di una persona come Antonio, allora la sua formalità scompare. Le forme corrispondono pienamente al contenuto di una vita straordinaria, la preghiera del “Padre nostro” rivolta a Dio, papà come l’ha invocato più familiarmente Zanotelli, risuona potente tra le colonne del tempio cristiano e s’innalza come un’invocazione potente di persone che non solo chiedono perdono per i loro peccati nei confronti dell’umanità, cioè di se stessi, e promettono di non peccare più, ma promettono un impegno di redenzione e di riscatto. E quel “Beati i poveri… gli afflitti… i miti… gli operatori di pace… i perseguitati…” diventa un inno rivoluzionario che sprona a operare perché sulla terra cresca la città buona, la Gerusalemme della giustizia e della pace – come ha detto padre Alex – e si abbassi quella cattiva oggi prevalente: la Babilonia della guerra e dell’ingiustizia.

Antonio seguendo questo cammino d’impegno per la redenzione e il riscatto degli ultimi ha incontrato tanta gente, l’ha incontrata anche nell’azione politica. Gente, magari non credente, ma che voleva le sue stesse cose: la giustizia e l’eguaglianza innanzitutto. Ma lui, da credente, aveva una marcia in più: la forza di testimoniare con la sua personale opera di soccorso e assistenza la fede cristiana in cui credeva e sperava e di cui il povero container di piazza dei Decemviri è testimonianza concreta.

Molti ricordi di amici e conoscenti si sono succeduti durante la celebrazione. Particolarmente toccanti quelli del fratello. Tutti hanno ricordato l’umanità di Antonio, la sua generosità e disponibilità, il suo sorriso. Un sorriso che, durante la malattia paralizzante, era rimasto la sua ultima arma per incoraggiare gli amici che lo andavano a trovare. Un sorriso che certamente rimarrà nella memoria di chi l’ha conosciuto e apprezzato e di chi gli ha voluto bene.

Al termine del mesto rito mi sono accorto che non si era celebrata una morte ma una vita, una grande anima che non si è spenta, perché il suo ricordo sarà lievito alla lotta per la giustizia e di sprone per molti di quelli che l’hanno conosciuto e amato a testimoniare concretamente il bene.

Il funerale di Antonio, così partecipato da tanta gente semplice, ha avuto anche l’effetto di riscattare con umiltà – come ha detto l’amico della Comunità di Sant’Egidio – un sagrato e una piazza antistante che qualche settimana fa sono stati teatro di un’esibizione sgradevole di clan violenti.

E anche di aprire le porte della carità e della misericordia di quella medesima Chiesa Don Bosco che qualche anno fa, il 24 dicembre del 2006, erano state serrate al popolo che piangeva in piazza la scomparsa di Pier Giorgio Welby. Oggi ho visto che a dare l’addio ad Antonio c’era anche Mina, la moglie di Welby. Mentre ricordo che quel 24 dicembre in piazza c’era anche Antonio.

All’uscita dalla Chiesa il cielo non era più plumbeo. Era spuntato il sole.

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