STARE voce del verbo PARTECIPARE – Angelo Nocent

1-Pictures372Siamo in pieno clima natalizio. Forse a qualcuno può dare fastidio che si trattino certi argomenti proprio adesso. Epperò nella coscienza di molti le feste di Pasqua e di Natale si richiamano a vicenda: l’una, quella di Natale, viene sentita come festa della nascita e della vita, l’altra, quella di Pasqua, come festa della vittoria sulla morte. E, se è vittoria, allora significa parlare di vita e perfino eterna. 

In realtà intendevo riprendere il tema precedente dello STARE sotto la croce. Per comprenderne il senso, ci aiuta l’Apostolo Paolo:

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Leggendo e rileggendo il testo biblico, ho ricavato la seguente riflessione che invito a esaminare:

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Allora questo STARE sotto la Croce non è tanto un tenere compagnia – da impotenti – al Crocifisso-Risorto e provare una inevitabile straziante commozione, fino alle lacrime, quanto, piuttosto, un PARTECIPARE. Dove la kenosis, ossia lo SVUOTAMENTO, avviene – prendendo in prestito dal linguaggio medico – se si è disposti a sottoporsi  a una RADIOTERAPIA di natura divina.

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Si può ben dire che l’azione del Crocifisso-Risorto è di “irradiare” e “colpire”. La CROCE agisce radicalmente per colpire e distruggere le cellule tumorali che si annidano nell’anima, non solo risparmiando ma rinvigorendo anche quelle sane.

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Nell’Anno Giubilare,  questa è anche la premessa sia per ricevere che per donare  Misericordia, se non si vuol ridurre tutto a battute ad effetto. La PORTA SANTA spalancata è immagine del Cuore spalancato del Padre. E’ segno-sacramento del Cuore squarciato di Cristo, Lui il vero portale di redenzione. 

1-Pictures387Ma il Crocifisso-Risorto rimanda inevitabilmente al Pane spezzato, al Sangue versato, ossia a quella mirabile FORNACE ARDENTE DI CARITA’ che è la Messa, al FARE EUCARISTIA.

Dovendo usare il linguaggio delle immagini, avviene che, dopo le RADIAZIONI, necessitiamo delle TRASFUSIONI:

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Nello STARE sotto la Croce, in questo rapporto così stretto, quasi fisico con il Divino, l’Inconoscibile, finisco
per sentirmi

  • singolarmente amato,
  • che il Signore è vicino,
  • mi tocca,
  • che Lui ha cura di me,
  • ha un piano per me,
  • vuol fare un’alleanza con me,
  • mi chiede la personale collaborazione.

Lo STARE sotto la Croce mi fa prendere coscienza di come il Dio concettuale della mia fede (L’Essere perfettissimo, Creatore del cielo e della terra, Motore immobile, Essere supremo, Origine, principio, fine di ogni cosa, Sommo bene, Atto puro…al quale devo riverenza e obbedienza), è altro ancora: di fatto mi trascina in una dimensione di AMICIZIA, confidenza, che mi permettono di trattare familiarmente con Lui.

Come può avvenire?

Perché si è SVUOTATO della sua divinità per mettersi nelle nostre mani, si è coinvolto, umanizzato, per STARE con noi.
Il mio STARE sotto la Croce mi porta a prendere coscienza che il Dio del mio Credo, della mia domenicale professione di fede, mi è veramente vicino e, in Gesù,

  • mi tocca,
  • mi scuote,
  • mi ama,
  • mi chiama a restare e a operare con Lui.

Perché il nostro NON E’ UN DIO MITICO.

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Senza volerlo, lo Spirito mi ha messo sulla strada del vecchio santo monaco Divo Barsotti, ormai in Paradiso, che ha già trattato l’argomento con assoluta competenza. Troppo da leggere e meditare? Niente paura: un po’ alla volta. Qui siamo aperti 24 h. 

Don Divo Bassotti

PARTECIPAZIONE

ALLA MORTE DI CRISTO


don Divo Barsotti
 

La partecipazione attiva alla Messa è, sì, rispondere al Sacerdote, alzarsi quando si legge il Vangelo, ma questa è una partecipazione attiva al rito, non ancora al mistero. Invece noi possiamo partecipare al mistero anche quando non siamo presenti alla Messa.

La partecipazione al mistero si realizza in una morte che ci associa alla Morte del Cristo, in una morte che fa presente in noi la sua Morte come atto di amore, di offerta, di redenzione.

Nel rito orientale della Messa, viene posto sopra l’altare un pane benedetto – non consacrato – di cui si fanno nove parti; e queste parti rappresentano tutto il popolo fedele: i defunti, i santi del Cielo, tutti i cristiani, anche i peccatori. Il pane è un simbolo reale: ogni cristiano è una vittima posta sull’altare, e vi dimora come Gesù, per essere offerto, immolato a Dio per il bene di tutti. È questa la nostra Messa. Tutta la nostra vita è partecipazione al Sacrificio di Cristo.

Si può vivere in casa nostra la vita nascosta di Gesù, o quella pubblica nell’apostolato cristiano, o la sua missione di taumaturgo nell’esercizio delle professioni, ma tutti dobbiamo vivere la nostra vita come ostie. Lo dice S. Paolo nella Lettera ai Romani: « Vi esorto, in nome della misericordia di Dio, affinché vogliate offrire a guisa di culto spirituale, e quindi gradito a Dio, i vostri corpi, come vittima vivente e santa ». Lo ripete nella Lettera agli Efesini: « Siate imitatori di Dio come figli carissimi; come Gesù morì vittima di soave odore, così offrite voi stessi a Dio ». È questa la vita cristiana. Non si può eliminare questa concezione della vita cristiana che è essenziale al nostro essere in Cristo: siamo vittime.

Fonte battesimale - Chiesa madre di Cervignano

Fonte battesimale – Chiesa madre di Cervignano del Friuli. Qui sono stato battezzato.

Il Battesimo ci ha consacrati a Dio. Essere consacrati vuoi dire essere riservati, messi da parte. I contadini mettono da parte le bestie riservate al macello: così la consacrazione ci risèrva: siamo separati dall’umanità, ma lo siamo per l’umanità; siamo messi da parte per essere immolati per il bene degli uomini. Chi compirà il nostro sacrificio? Colui che operò il sacrificio di Gesù. Per lo Spirito Santo egli si offrì al Padre: lo immolò soltanto il suo amore. Anche in noi la sofferenza e la morte saranno partecipazione alla Morte di Cristo, se saranno la prova che in noi vive l’amore.

La vita presente è per tutti un morire: che sia per noi un morire per amore! Offriamoci per il bene dei fratelli; offriamo la nostra sofferenza, le nostre lacrime, la nostra povertà, ciò che ci umilia, tutta la nostra vita …

O Signore, come siamo contenti di poter soffrire per dimostrare il nostro amore per Te! Ti offriamo il nostro corpo, la nostra anima, il nostro sangue, tutto, e vogliamo che il nostro dono sia salvezza per tutti.

Certo, sappiamo che il nostro dono non vale; ma è grande se lo uniamo all’offerta del Cristo. Noi siamo sull’altare proprio per questo: perché la nostra offerta non sia separata da quella del tuo Figlio!

  • Quale immagine del Cristo più bella, più vera, del cristiano? Si può pensare che una statua, un dipinto sia un’immagine più vera di quello che è l’uomo che ha ricevuto la mattina la S. Comunione?
  • La Comunione non ci trasforma nel Cristo?
  • Non fa presente Gesù nella nostra vita, non fa vivere Cristo in noi?
  • Pensiamo che la fede cristiana, l’unione intima con Gesù Salvatore, ci debba dispensare dalla sofferenza.
  • A che serve esser cristiani, a cosa serve il pregare (dicono tanti) se dobbiamo soffrire come gli altri, se siamo sottoposti come gli altri alla morte?
  • Non é come gli altri, ma come Gesù.

La nostra fede ci serve a soffrire di più, non certo a preservarci dal dolore, perché deve far presente in noi la Passione stessa del Cristo: non la sofferenza che è dovuta per i nostri peccati, ma la sofferenza che è dovuta a tutta quanta l’umanità, perché è questa sofferenza che Gesù ha preso sopra di sé. Nella misura in cui tu vivi nel Cristo, non vivi più soltanto il tuo dolore, ma vivi il dolore del mondo; tu non assumi soltanto il peso dei tuoi peccati, tu assumi il peso del peccato del mondo, per esserne a tua volta schiacciato.

L’uomo dovrebbe superare il dolore dopo aver vinto in sé il peccato: proprio allora, invece, incomincia per lui il vero martirio.

San Giovanni della Croce

Nella mistica di S. Giovanni della Croce sembrerebbe che l’uomo, giunto all’unione trasformante, non dovesse più soffrire, ma S. Giovanni della Croce nelle sue opere non ci dà nemmeno la prova di quello che fu la sua esperienza interiore. Neppure S. Giovanni della Croce, una volta giunto all’unione trasformante, conobbe la gioia. Egli giunse all’unione trasformante nel carcere di Toledo; ma dopo il carcere di Toledo, Dio preparò per lui un abisso ancor più grande di sofferenza: l’abbandono da parte dei suoi fratelli, il tentativo di cacciarlo dall’Ordine, la morte. La sofferenza di S. Giovanni della Croce non terminò con l’unione trasformante: è con l’unione trasformante piuttosto che egli divenne capace di partecipare in un modo più intimo e vero alla Passione stessa di Gesù, che è Passione redentrice. La passione di S. Giovanni della Croce, gli meritò di essere il padre dell’Ordine: tutto l’Ordine vivrà nella sua passione. Come dalla Passione del Cristo è nata la Chiesa, così dalla passione dei santi si rinnova la Chiesa e nasce e vive ogni famiglia religiosa.

1-Santa Teresa di Gesù BambinoCosì S. Teresa di Gesù Bambino. Sembra che ella sia giunta all’unione trasformante nel tempo in cui si offrì all’Amore misericordioso; se leggiamo la sua vita vedremo che è proprio da allora che la investe il massimo della sofferenza e delle tribolazioni interiori. Invece di liberarsi dalla sofferenza, proprio allora ella ottiene di divenire la più grande santa dei tempi moderni, assumendo tutto il peso del peccato umano per esserne come schiacciata, spezzata. L’Umanità di Gesù non sopportò il peso del dolore umano ed egli è morto sulla Croce: come potrebbe l’uomo, nella misura in cui fa suo il dolore del Cristo, reggere a tale peso?

La perfezione cristiana termina nella morte, non tuttavia in un’estasi di amore, come aveva scritto S. Giovanni della Croce; ma nell’agonia pura e semplice. nella desolazione dello spirito, nel sentimento dell’abbandono del Padre, perché così è morto Gesù e così deve morire chi a lui più si avvicina.

Questa la vera vita eucaristica. La Comunione non ti promette la dolcezza dell’estasi: Gesù si comunica all’uomo per imprimere in lui il suo Volto divino, affinché egli divenga la vera « icona » del Cristo, la vera immagine di Gesù. Presente realmente, ma misteriosamente nascosto nell’Eucarestia, Egli vuole rivelarsi in noi, vuol farsi presente e visibile agli uomini nella nostra medesima vita, nel nostro medesimo corpo.

1-Aggiornato di recente99

Noi non riceveremo le stigmate. Ma partecipando al suo mistero, dovremo esprimere chiaramente la nostra assimilazione a Cristo così che anche il corpo divenga veramente una immagine di Gesù. La vera immagine di Gesù è il santo: non scolpita o dipinta dalla mano dell’uomo, ma dallo Spirito Santo.

La mistica cristiana non è una mistica dell’Uno, un puro affondare dell’anima nella luce di Dio, un puro perdersi dell’uomo nella luce infinita: è un’assimilazione a Cristo. La nostra unione, la nostra unità con Dio, esige prima di tutto la nostra unità con tutta quanta l’umanità sofferente e peccatrice, nella nostra trasformazione in Cristo.

Gesù fa presente in te la sua Passione in un modo visibile e tu partecipi al mistero della sua riparazione. Quello che è nascosto nell’Eucarestia, nel santo diviene palese; quello che nell’Eucarestia è nascosto deve vivere in te.

Gesù si comunica a te, per vivere pienamente in te, per passare di nuovo dal mistero (non dalla realtà, perché la realtà è già tutta nel mistero) alla visibilità; per introdursi dal mistero nella vita del tempo. Attraverso la partecipazione al Mistero eucaristico, l’atto della Morte del Cristo entra nel tempo e nello spazio, diviene la vita di ogni uomo, la vita anche del mondo.

1-Aggiornato di recente86

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5 risposte a STARE voce del verbo PARTECIPARE – Angelo Nocent

  1. angelonocent ha detto:

    CLICA SULL’IMMAGINE

  2. lucetta ha detto:

    Allora questo STARE sotto la Croce non è tanto un tenere compagnia – da impotenti – al Crocifisso-Risorto e provare una inevitabile straziante commozione, fino alle lacrime, quanto, piuttosto, un PARTECIPARE.” (Angelo Nocent)

    La perfezione cristiana termina nella morte, non tuttavia in un’estasi di amore, come aveva scritto S. Giovanni della Croce; ma nell’agonia pura e semplice. nella desolazione dello spirito, nel sentimento dell’abbandono del Padre, perché così è morto Gesù e così deve morire chi a lui più si avvicina.” (don Divo Barsotti)

    Sia le tue ma soprattutto le parole di don Divo mi costringono a riflettere sul come partecipare alla Croce e credimi mi procurano contemporaneamente consolazione e… paura di non farcela.

    Mi viene da pensare a Silvia ed a tutte quelle persone che conosco immerse nella sofferenza fisica e morale, nuda e cruda, e non sarei capace di dire loro: “Siete unite a Cristo più che mai” !!!!!

    • angelonocent ha detto:

      La tua preoccupazione, Lucetta, è anche la mia, era quel del Card. Martini…per stare nel nostro piccolo.
      Ma in Croce si finisce PER GRAZIA, non per bravura o per meriti. E grazia vuol dire PRIVILEGIO DATO GRATIS.

      Senza andare nelle Scritture, prendiamo il MANZONI, uomo molto provato, soggetto anche a depressione:

      «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande» (Promessi Sposi, VIII).

      Perché “LA C’E’, LA C’E’ LA PROVVIDENZA !

      Eppure, nel Natale 1833, per la morte della moglie ENRICHETTA BLONDEL, scriverà il verso più drammatico che io conosca: SI’ CHE TU SEI TERRIBILE!
      Parrebbe una bestemmia ed è una supplica, un’invocazione, un entrare nella Passione…

      Il Natale del 1833

      Sì che Tu sei terribile!
      Sì che in quei lini ascoso,
      In braccio a quella Vergine,
      Sovra quel sen pietoso,
      Come da sopra i turbini
      Regni, o Fanciul severo!
      E fato il tuo pensiero,
      È legge il tuo vagir.

      Vedi le nostre lagrime,
      Intendi i nostri gridi;
      Il voler nostro interroghi,
      E a tuo voler decidi.
      Mentre a stornar la folgore
      Trepido il prego ascende
      Sorda la folgor scende
      Dove tu vuoi ferir.

      Ma tu pur nasci a piangere,
      Ma da quel cor ferito
      Sorgerà pure un gemito,
      Un prego inesaudito:
      E questa tua fra gli uomini
      Unicamente amata,
      Nel guardo tuo beata,
      Ebra del tuo respir,

      Vezzi or ti fa; ti supplica
      Suo pargolo, suo Dio,
      Ti stringe al cor, che attonito
      Va ripetendo: è mio!
      Un dì con altro palpito,
      Un dì con altra fronte,
      Ti seguirà sul monte.
      E ti vedrà morir.

      Onnipotente….
      Alessandro Manzoni

      Non è riuscito a portarla a termine ed è rimasta incompleta.

      da PensieriParole

      • msilvia2 ha detto:

        Oggi è l’Epifania.
        Vi avverto vivamente la dimensione Pasquale del Natale.
        Un prete che conosco da 40 anni – non ci frequentiamo ma siamo in sintonia- negli auguri di natale mi ha scritto:

        – “…la capacità di vedere con occhi nuovi, cose e persone,
        – specie nei momenti e circostanze sfavorevoli.
        – Con occhi illuminati dalla fede.
        – Con occhi luminosi per la santità della vita.
        – Occhi coraggiosi fino al martirio.
        -…vedere in tutti il volto gioioso di Gesù
        .”

        Forse parole scontate.
        Quanto mai giuste.Tempestive. Attuali.

        Buon Natale.

  3. angelonocent ha detto:

    Enrichetta Blondel « la santa di casa Manzoni »
    Convegno di studi manzoniani,
    Casorate d’Adda, 16 Febbraio 1985

    Il Natale 1833

    Parlare di Enrichetta Blondel non è possibile, se non cominciando dal Natale del 1833 che, tra gli Inni del Manzoni, rappresenta la sua « incompiuta ». La composizione fu iniziata il 14 marzo 1835, e si riferisce a quel Natale, che avrebbe dovuto essere la festa degli affetti domestici, intorno al ciocco ardente e al presepio illuminato: ma fu, invece, quello dello strazio di una famiglia intera, che, mentre cadeva la sera e si accendevano sul cielo le stelle della più dolce notte dell’anno, aveva dovuto allestire la bara per la morte di colei che, a cominciare dal marito, tutti veneravano e rispettavano come « la santa di casa ». Dovettero passare quasi quindici mesi prima che la piaga di quel lutto accen­nasse a rimarginare, perché il Manzoni, da grande poeta qual era, potesse credere d’aver trovato l’ispirazione giusta per un nuovo Inno, che sarebbe stato la lirica più personale e più cocente della sua vita. E l’avviò, ma, ahimè!, la sua musa si chiamava Enrichetta Blondel, ed essa era morta:
    Sì che Tu sei terribile!…
    Regni, o Fanciul severo!…
    Mentre a stornar la folgore
    Trepido il prego ascende
    Sorda la folgor scende
    Dove tu vuoi ferir.

    Si noti il tragico contrasto tra l’ineluttabile e imperscrutabile volere del Padre celeste e l’irremovibilità della sua parola fatale.
    Il dolore della vita umana è un enorme mistero, sì, ma è un mistero d’amore che dobbiamo credere senza indagare con inutili « perché ». Ci occorre però un segno che renda ragionevole la nostra fede.
    Ebbene il segno c’è: e sta nel fatto che l’innocentissimo Figlio di Dio non ha sottratto al dolore né la sua persona né quella della sua Madre virginea: anch’egli è nato a piangere, anch’egli in una notte primaverile del mese ebraico di Nisan, sotto l’apparente indifferenza del plenilunio, innalzò ripetutamente una sommessa supplica al Padre, che non fu esaudita. E il Padre gli rispose, inviandogli un Angelo per confortarlo a morire sul legno insanguinato della croce. Del resto, non aveva egli stesso predicato alle folle che per Dio non c’è amore più grande di quello che sa offrire la vita per gli amici? E a Lui non v’era nessuno più amico del Padre suo, da glorificare in cielo, e delle anime da salvare sulla terra.

    E questa tua fra gli uomini
    Unicamente amata,
    …….
    …….
    Vezzi or ti fa, Ti supplica,
    Suo pargolo, suo Dio,
    Ti stringe al cor, che attonito
    Va ripetendo: è mio!
    Un dì con altro palpito,
    Un dì con altra fronte,
    Ti seguirà sul monte,
    E ti vedrà morir.

    Nell’immagine della Madonna che pargoleggia col Figlio di Dio, il poeta rivide le infinite volte che la sua diletta morta ha pargoleggiato coi suoi bambini, ripetendo: « Sei mio! ». E scrive sulla pagina: « Cara! ». Il ricordo è così vivo, così recente che la melodia del verso inizia, ma non viene: viene solo un’espressione d’affetto.
    Il problema del dolore lo ritenta, ed egli interroga ancora il Cielo con implorazioni grondanti lacrime:

    Ti vorrei dir: che festi?
    Ti vorrei dir: perché?

    Il poeta sente che senza Enrichetta, la sua vera Musa, anche la propria vita ha perso le ragioni più sante che la sostengono:

    Morrò s’io non ritorno,
    Culla beata, a te
    ……
    A te dove s’accoglie
    Il Dio che me la toglie,
    Il Dio che me la diè.

    Ecc. ecc. ecc. (per un’altra volta)

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