UNA CHIESA PIU’ VICINA AI GIOVANI – Angelo Nocent

giovani che cantano

Da FAMIGLIA CRISTIANA (n. 8 2016), riprendo la LETTERA APERTA DI UN GIOVANE diciassettenne alla Chiesa perché sappia dialogare con le nuove generazioni, coinvolgendole nell’opera di annuncio del Vangelo. L’idea che tanti giovani hanno della Chiesa è quella di un’istituzione stanca e vecchia.

Non per nascita ma per elezione, appartengo a questa Chiesa di Monte Cremasco. Stanco e vecchio lo sono e con me certamente molti altri. Ma possiamo dar torto a Matteo che ci sveglia dai nostri torpori? A me par di sentire la voce di quel gallo che ha fatto versare a Pietro – che non era poi tanto giovane – amarissime lacrime. Ma son proprio quelle che purificano il cuore.

La cartolina che ho posto alla fine, rispecchia tante nostre situazioni familiari. La didascalia così recita:

Ho visto una bambina di quarant’anni e una donna di dodici: la donna di dodici era la figlia della madre”. Per dire che la maturità di giovani e giovanissimi di oggi è maggiore di quanto noi pensiamo. Credo proprio di sì.

giovani1
Don Antonio Sciortino 1Caro don Antonio, sono un ragazzo di 17 anni, credente. E come tale seguo, con molta attenzione, quel che succede nella Chiesa e i dibattiti su varie problematiche che essa deve affrontare.
Vorrei cogliere l’occasione per rivolgere una “lettera” alla Chiesa, nella speranza che qualcuno possa accogliere il mio appello, che credo sia condiviso da molti altri giovani.
Sono davvero contento che la Chiesa, soprattutto grazie a questo grandissimo Papa, inizi a mettersi in discussione, a confrontarsi su temi come la famiglia, i profughi, la cura del pianeta, il dialogo interreligioso… Come giovane, però, non la sento vicina.
L’idea che la stragrande maggioranza dei giovani ha è che essa sia un’istituzione vecchia, stanca, maschilista, rivolta solo agli anziani e alle persone disagiate e malate, composta da uomini non sempre fedeli alle regole che predicano, e incapaci di uscire alle quattro mura delle loro chiese. Io non condivido questa idea di Chiesa, spesso distorta da una cattiva informazione. Purtroppo, è l’idea che la maggior parte dei giovani si è fatta.
La Chiesa è incapace di comunicare e interagire con noi: parlo in generale, perché so che in alcune zone i giovani sono molto presenti e considerati. La Chiesa non ha una strategia per coinvolgerci nella sua missione. Attraverso il catechismo e l’ora di religione (per chi la frequenta), ti inculca nozioni religiose, sperando che qualche ragazzo possa essere illuminato dalla fede. Ma questa azione non fa altro che allontanarci dalla fede, perché siamo stufi di senti parlare di Dio in modo ossessivo.
Anche qei pochi giovani che sono coinvolti in gruppi parrocchiali, non sempre vengono coinvolti più di tanto. Si pensa che non siamo capaci di assumerci delle responsabilità. E poiché viviamo una fase critica di crescita, potremmo anche trasmettere qualche eresia o distorcere la dottrina della Chiesa. Sarebbe bello, invece, se la Chiesa investisse su noi giovani, coinvolgendoci nella missione di diffondere il Vangelo. Non basta parlare di noi solo nelle Giornate mondiali della gioventù e poi ignorarci per due o tre anni. I giovani sono una risorsa per dare nuovo impulso a un’istituzione spesso statica.
Faccio una proposta: perché il prossimo Sinodo dei vescovi non lo si dedica a noi giovani?
Matteo – Belluno
Aggiornato di recente188
Don Antonio Sciortino 2
Mi auguro, caro Matteo, che questa tua lettera possa essere letta e presa in considerazione da tanti sacerdoti e gruppi parrocchiali, in modo da suscitare un vivace e sereno dibattito sulle tue osservazioni. Come tu stesso osservi, non dappertutto i giovani sono messi da parte, poco coinvolti e responsabilizzati nella missione di annuncio e testimonianza del Vangelo. Sarebbe bello, quindi, ove queste esperienze sono presenti e vive, poterle mettere in comune, farle conoscere come modelli cui ispirarsi per rivitalizzare comunità altrove spente e vecchie.
Detto ciò, caro Matteo, tu tocchi un nervo scoperto non solo all’interno della Chiesa ma nella stessa società. Ove non c’è sufficiente fiducia nei confronti dei giovani né si investe sulla loro formazione e sul loro futuro, pregiudicandoci un apporto vitale nel momento in cui essi possono dare di più per sé stessi e gli altri. Né basta a ogni tipo di educatore (famiglia, scuola, oratorio…), lavarsene le mani o nascondersi dietro un alibi, affermando che oggi è difficile educare le nuove generazioni e mettersi in sintonia con le loro inquietudini e aspirazioni. Più facile, allora, abdicare alle proprie responsabilità e percorrere la via in discesa, che è quella di abbandonarli al loro destino, bollarli con etichette varie, considerarli come degli incorreggibili egoisti, alla ricerca di effimere e pericolose soddisfazioni, che li condurranno in vicoli ciechi o strade senza ritorno.
Una salutare scossa a questo clima di rassegnazione e disimpegno ce la dà papa Francesco. Ai giovani accorsi numerosissimi a Rio de Janeiro, per la Giornata mondiale della gioventù, ha ricordato: “Anche oggi il Signore continua ad avere bisogno di voi per la sua Chiesa. Anche oggi chiama ciuascuno di voi a seguirlo ed essere missionari“. E come modello ha proposto san Francesco d’Assisi, che ha risposto con generosità e prontezza alla chiamata del Signore: “Va’ e ripara la mia casa”. Il Papa conosce bene l’impegno di tanti giovani per costruire una società più giusta e fraterna. Nessuno può stare o esser lasciato a “guardare la vita dal balcone”. Senza i giovani non si può costruire un mondo migliore.
san-francesco-e-il-crocifisso

 Mother and daughter talking

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