EMIGRANTI: PROBLEMA O BENEDIZIONE ? – Profezia di liberazione – Angelo Nocent

Xabier Pikaza 112.0574

“MI HA MANDATO

PER LIBERARE GLI OPPRESSI

E GLI STRANIERI”

Lc 4, 18

 

di Xavier Pikaza*

 Riflessione del teologo spagnolo Xabier Pikaza 1*

Ho presentato in questi giorni due approfondimenti biblici (uno sui peccati capitali e il secondo sull’arameo errante). Termino la serie insistendo con Gesù (ancora una volta sulla Bibbia) sulla benedizione degli immigrati, che non sono solo un problema, ma soprattutto un’opportunità, dato che non solo potrebbero liberarsi, ma anche arricchiranno e libereranno gli autoctoni (cioè molti di noi). Per questo ho scelto due testi centrali del nuovo testamento che segnano e definiscono l’identità cristiana (dato che sono il dogma fondamentale del Vangelo):

A) Il primo è la profezia di liberazione messianica di Gesù, che dice sono venuto a liberare gli oppressi e gli stranieri Luca 4, 8-18.

B) Il secondo è un appello di giudizio e di libertà propria del figlio dell’uomo, che professerà alla fine dei tempi “Ero straniero e mi avete accolto?” (Matteo 25 31-.46).

Non è che noi bravi autoctoni abbiamo il potere di aprire o chiudere le porte agli stranieri. Loro sono già entrati che lo vogliamo o no. Loro, solo loro potranno liberarsi e liberarci se ci lasciamo trasformare, se insieme faremo un progetto di fratellanza e libertà.

Il problema non sono solo loro, i poveri stranieri. Il problema siamo anche e soprattutto noi, in modo che possa adattarsi ai nostri giorni la parola di Gesù: “gli stranieri ci libereranno” al contrario siete morti (siamo morti). Buon giorno a tutti e vi auguro tanta libertà.

Gesù spiega le Scritture .

Professione messianica di Gesù di Nazareth

Il testo è all’inizio del Vangelo di Luca (Luca 4, 18-32). Gesù si presenta a Nazareth dove i suoi compatrioti aspettano il suo discorso, ed egli dice loro che non è venuto a rafforzare la loro identità egoista, ma che vuol parlar loro come uno straniero, e fa proprie le parole del profeta Isaia che secoli prima aveva esposto il problema correttamente.

  • Lo spirito del Signore è sopra di me per questo poiché mi ha unto il Signore,
  • mi ha mandato per annunziare la buona novella ai poveri,
  • per chiamare alla libertà i prigionieri,
  • per liberare gli oppressi e gli stranieri” ( Luca 4- 16-21, testo preso da Isaia 61).

Gesù si presenta come il Cristo l’unto del Signore, non perché conceda al mondo beni puramente interiori, ma perché dichiara compiute nella sua vita e nella sua persona le promesse dell’antica profezia che è la liberazione degli oppressi, dei prigionieri e degli stranieri. Così dice fondamentalmente:

1. (Dio) Mi ha unto perché annunci la buona novella ai poveri. Gesù ci appare come l’unto per eccellenza ( Messia- Cristo). Dio gli ha regalato il suo Spirito, perché esprima il suo dono e la sua presenza nel mondo evangelizzando i poveri e i bisognosi, gli affamati di pane e i carenti di altri beni importanti. Evangelizzare significa offrire la vita, dare una strada di speranza. Questa è l’affermazione generale, il punto di partenza del Giubileo di Gesù. I quattro momenti posteriori esprimono ed espandono il suo senso.

2. Mi ha inviato per proclamare la libertà ai prigionieri (carcerati, stranieri), cioè agli uomini e alle donne che la violenza della storia schiavizza, opprime o espelle. Mi ha inviato per accogliere in primo luogo gli estranei e quegli stranieri che non contano, senza diritti né denaro per difendersi.

3. Mi ha inviato per liberare gli oppressi. Gesù è venuto per liberare gli oppressi, cioè a fare in modo che gli oppressi possano camminare liberamente, non per proteggerli come persone invalide o sempliciotte, ma affinché siano loro a farsi carico del proprio viaggio, che vadano, che siano, che liberino e ci liberino creando una società diversa.

4. Mi ha inviato per proclamare l’anno di Grazia del Signore. La pienezza umana che Gesù ha cominciato a realizzare si esprime come una festa giubilare, un anno di grazia, un tempo di gioia che conformemente alla tradizione d’Israele diventa celebrazione di fraternità, di condono dei debiti, di liberazione degli schiavi e di condivisione delle terre.

Le buone tribù d’Israele sperano che Gesù di Nazareth rafforzi la loro identità e le protegga dagli stranieri. Condividendo le parole di Isaia e reinterpretando il messaggio dei due maggiori profeti antichi (Elia e Eliseo) che offrirono il proprio aiuto sia ai malati che agli stranieri, Gesù fa propria la causa degli stranieri e dice: sono venuto a liberarli. (Leggete tutto Luca 4, 18-32).

 Ovviamente la sua tribù di contadini di Nazareth vuole linciarlo: si scandalizzano, discutono con lui, decidono di assassinarlo, conformemente alla legge del linciaggio collettivo, che viene praticata alla lettera anche ai nostri giorni.


Non riescono ad accettare che Dio curi (accolga e dia dignità) in maniera uguale ai connazionali e agli estranei. Non vogliono libertà per tutti, né Vangelo per coloro che, a loro giudizio, non se lo meritano (oppressi e stranieri).

Letto sotto questa chiave di lettura il passaggio (Lc 4, 18-32) diventa di un’inquietante attualità che ci lascia sperare. Ci turba e ci sorprende l’universalismo di Gesù che non è di tipo astratto (tutti uguali sulla carta e tutto rimane inalterato), ma lui inizia ad accogliere gli stranieri in concreto, appassionatamente.


In generale noi brave tribù diciamo di volere libertà, ma solo per alcuni, per i bravi contadini del nostro villaggio o del nostro gruppo, vogliamo prosperità però solo per quelli che appartengono al sistema occidentale o americano, per fare un esempio, non vogliamo accogliere gli stranieri.

In conformità alla logica della scelta e della ricerca del proprio tornaconto i nazareni rifiutano il messaggio di Gesù, non vogliono accogliere gli stranieri accampando le loro buone ragioni (economiche, politiche, religiose), i privilegiati del sistema, coloro che non vogliono accogliere gli stranieri condannano Gesù e vogliono ucciderlo, perché mette a repentaglio la loro sicurezza offrendo cura e libertà a tutti, inclusi i nemici d’Israele (i fenici e i siriani).

I gruppi sociali e persino religiosi così come gli stati legali hanno bisogno di difendere la propria identità e per farlo devono espellere gli estranei chiudendo le frontiere. Logicamente insieme all’anno di grazia (che va bene per loro) hanno bisogno di un “giorno di vendetta”, cioè del rifiuto degli stranieri.

Così è sempre stato e così continuerà ad essere. I difensori di un tipo di nazione che si impone, i fan di alcuni gruppuscoli potenti e minoritari, impegnati a difendere tenacemente la propria identità, dovranno continuare a far appelli alla polizia o a chiedere l’espulsione degli stranieri.
Da questo sfondo capiamo la conclusione del testo. I nazareni sono colmi di ira, vogliono uccidere Gesù, ma non ci riescono, perché Gesù conosce il teritorio e sfugge loro di mano, attraversando le montagne e mentre continua a camminare per realizzare le sue opere dice:

In verità vi dico nessun profeta è ben accetto in patria sua. In verità vi dico vi erano molte vedove in Israele al tempo di Elia quando il cielo rimase chiuso per tre giorni e sei mesi, sicché vi fu una grande carestia in tutta la Palestina. Eppure Elia non fu inviato a nessuna di loro, se non ad una povera vedova di Sarepta, nel territorio di Sidone. Vi erano pure molti lebbrosi in Israele al tempo di Eliseo, profeta, ma nessuno di loro fu mondato eccetto il siro Naaman”.

All’udir queste parole tutti i presenti nella sinagoga si sentirono pieni di sdegno e levatisi lo condussero fin sopra a una rupe del colle su cui la loro città era edificata per precipitarlo di sotto, ma lui passando in mezzo alla folla se ne andò” (Luca 4, 24-30).

Per difendere il proprio atteggiamento Gesù chiama due venerabili d’Israele (Elia e Eliseo) che scelsero e aiutarono i pagani, cioè gli stranieri. Continuando sulla stessa linea Gesù ha offerto aiuto ed accoglienza agli stranieri senza cacciarli in alcun modo. È normale che i nazareni benpensanti si sentano defraudati e vogliano ucciderlo (linciarlo).

Questa scena di linciaggio iniziale (iniziatico) ci colloca al centro del vangelo di Luca e di tutto il nuovo testamento. I nazareni non vogliono uccidere Gesù, perché è un assassino o uno stupratore, né un adultero, ne un idolatra (come comanda la legge israelitica), ma per qualcosa di più profondo, perché mette a rischio la distinzione e la sicurezza nella legge del suo popolo, offrendo il Vangelo ai forestieri (quelli che prima erano rifiutati) e non fa distinzione tra connazionali e stranieri, tace sulla vendetta di Dio contro questi ultimi.

Chi può dire oggi le parole di Gesù

  • Sono venuto a liberare gli stranieri,
  • sono venuto a dirvi che loro vi libereranno”.

Punto InterrogativoPuò forse dirle Obama? Potranno dirle i connazionali (tedeschi) della Merkel o (spagnoli) di Rajoy di Mas o di Gonzales? Dovrà dirle il papa di Roma, invece di occuparsi di questioni secondarie come i dettagli intimi di una coppia di sconosciuti? Dovrà dire loro: “sono venuto qui, sono qui per…?” . .

Matteo 2- 5. Sono stato straniero e mi avete accolto

Questa è la seconda tematica chiave in relazione con gli stranieri. Solo facendoci stranieri potremo accoglierli. Per il solo fatto di essere stranieri potranno liberarci, così dice il testo centrale della Bibbia Cristiana in forma di parabola.

Quando il figlio dell’uomo verrà nella gloria dirà ad alcuni benedetti dal padre mio, ereditate il regno preparato per voi dalla creazione del mondo, perché

  • ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,
  • ho avuto sete e mi avete dato da bere,
  • ero forestiero e mi avete ospitato,
  • ero nudo e mi avete vestito,
  • malato e mi siete venuti a trovare,
  • in carcere e siete venuti da me…

In verità vi dico ogni volta che avete fatto una di queste cose a uno di questi piccoli fratelli l’avete fatta a me”.

Così Gesù parla in nome di Dio, assumendo su di se la causa dei poveri e degli stranieri. Così si può dire e dice che era uno straniero

La fame fisica è alla base di tutte le necessità, ma immediatamente dopo vengono le necessità di tipo sociale, perché non di solo pane vive l’uomo (cfr Mt 4: 4; Deuteronomio 8: 3), ma anche di una patria, di accoglienza, di parole.

Gli stranieri (come le persone nude) non hanno patria o un gruppo che garantisca loro uno spazio di umanità, hanno dovuto lasciare la propria terra quasi sempre per motivi economici, per vivere in condizioni sociali e culturali diverse, in mezzo a un ambiente ostile, sono poveri, perché essendo carenti di beni materiali lo sono anche nei beni sociali e culturali e nelle relazioni affettive, sono doppiamente umiliati e deprivati in un ambiente avverso. Per la Bibbia e per la cultura che è alla base dell’antico e del nuovo testamento nudi sono quelli che pur avendo i vestiti vestono e si comportano in maniera indegna o diversa. Sono quelli che a causa dei loro abiti o per il loro aspetto o la loro condizione (materiale, sociale o culturale) sono estranei per il gruppo dominante e non hanno dignità, ne conoscenze, ne cultura.

In fondo esiliati e nudi si identificano: gli uni e gli altri sono persone prive di protezione sociale, minoranze etnico-religiose, non integrate nel gruppo dominante. La nostra società capitalista potrebbe offrire cibo a tutti se solo lo volesse, però non lo fa e cresce il numero degli affamati e degli esiliati o degli stranieri che non trovano accoglienza nelle nostre società stabili.
Viviamo in una società spietata nella quale i gruppi dominanti si proteggono espellendo grandi minoranze (a volte maggioranze), condannandole a vivere in maniera contraria alle leggi dominanti. Per questo è normale che ci sembrino pericolose e che finiscano per essere controllate o incarcerate.

1. Gli emigranti stranieri a volte sono stati potenti. Hanno lasciato il loro vecchio ambiente per avere successo e lo hanno avuto (i bianchi negli Stati Uniti, gli spagnoli e i portoghesi in America Latina) dove si sono stabiliti, sono i conquistadores cioè soldati e avventurieri che vogliono far fortuna, si impongono grazie alla forza delle armi o alla supremazia culturale o commerciale, riducendo in schiavitù od emarginando i precedenti abitanti di quella terra. Così hanno fatto o continuano a fare gli invasori più fortunati.

2. Però attualmente la maggioranza dei migranti non sono conquistadores, ma poveri in cerca di cibo, fuggono dalla fame, dalla miseria, o dalla morte. Provengono in gran parte da paesi poveri dell’ (Asia, dell’Africa dell’America Latina, da zone di guerra in Siria, Iraq, Afghanistan) e cercano cibo tra i membri delle società più avanzate (nelle grandi città, nei paesi avanzati dell’Occidente). I paesi ricchi tendono a chiudere le porte e a controllarle, come abbiamo visto parlando degli egizi o degli ebrei al tempo di Mosé.

È evidente che la chiesa non vuole sostituirsi alle responsabilità politiche della società, però Bibbia alla mano deve dire qualcosa e offrire qualcosa. Sa con Gesù che la soluzione non è nel chiudere le frontiere, ma nell’aprire spazi di collaborazione economica e di fraternità mondiale: mettere cultura e beni al servizio di tutti i popoli in modo che ognuno possa vivere nella propria terra e tutti possano comunicare, sapendo che quelli che hanno di più da dare non sono i ricchi nei confronti dei poveri (gli autoctoni nei confronti degli stranieri), ma l’opposto. Loro i poveri e gli stranieri ci evangelizzano, ci danno la buona novella dell’umanità.

Per risolvere il problema dell’esilio o della nudità dobbiamo superare l’atteggiamento del conquistador e l’egoismo di coloro che credendosi padroni di una terra che i suoi antenati hanno invaso violentemente chiudono le frontiere alle necessità dei più sfavoriti dell’ambiente”. 

MADONNA DELLE ASSI 300320142-001

Otto Proposte

Sono preso da riunioni e da pagine sul tema dei migranti che sto condividendo da qualche tempo. Non sono tutte farina del mio sacco, ma sono frutto di molti che stanno lavorando con decisione su questo tema, dall’Associazione Caribù di Madrid fino a vari gruppi di solidarietà in Messico (per fare due esempi).

1. Obiettivo una cittadinanza universale. La nostra prima patria è l’essere umano, cioè la parola, la comunicazione, la nostra patria è l’uomo, iniziando dagli esclusi del sistema. Il principio di tutte le soluzioni è una cittadinanza inclusiva. Per questo Gesù si presenta come il figlio dell’uomo, cioè come un essere umano. Gli stati, i sistemi economici sono secondari e valgono nella misura in cui aiutano tutti gli uomini e tutte le donne.

2. La emigrazione è un diritto e una benedizione, non un problema. È un diritto, la casa dell’uomo è la terra. È una benedizione: gli stranieri ci mostrano il vero volto della vita, sono come un fermento per cambiare tutta la massa degli uomini. Se non venissero gli stranieri finiremmo per rimanere rinchiusi in una fossa mortale, ripetendo sempre le stesse cose, fino a diventare nevrotici. Siamo davanti a una grande possibilità di redenzione, che viene da loro, dagli stranieri che arrivano, a volte affamati, a volte colmi di risentimento, però vitali.

3. Bisogna passare da un tipo di carità intimista senza (scordarla) e di piccole opere sociali a un’esperienza universale creatrice di una nuova umanità. Non siamo noi bravi cristiani quelli che accogliamo, aiutiamo in un gesto di paternalismo dittatoriale. Loro gli stranieri ci possono arricchire. Sono loro che possono e devono offrirci il loro fermento di umanità. Non si tratta di lasciare gli stranieri in celle chiuse o in ghetti, ma di imparare gli uni dagli altri in modo che ci sia un arricchimento reciproco.

4. Dobbiamo mettere in discussione i nostri atteggiamenti, cambiando il nostro modo di vivere gli uni e gli altri, gli autoctoni e quelli che giungono. Quando ci chiudiamo in quello che siamo già, siamo morti dentro, continuiamo a vivere come cadaveri puzzando sia che siamo chiese che stati. Solo l’acqua che scorre, è chiara, l’acqua che si mescola con altra acqua, se no ristagna e marcisce. Non dico che gli stranieri siano santi, nulla di tutto ciò, siamo tutti impastati con lo stesso fango che insozza l’acqua, ma senza di loro moriamo.

5. Cambiare le norme basilari, cambiare i nostri tipi di stato in Europa e nel mondo. Non posso fornire norme giuridiche concrete, ma oso dire che le cose in modo particolare nello stato spagnolo devono cambiare in maniera radicale. Iniziando dalla legge sugli stranieri 4/2000 che è una vergogna nazionale, un disastro in mano a politici ciechi privi di sensibilità umana e visione del futuro. Non si tratta di buttare via tutto (come fanno molti sui barconi), dato che se non abbiamo qualcosa in casa non possiamo accogliere. Però possiamo e dobbiamo vivere insieme con le nostre risorse umane e culturali e sociali e con le sofferenze di coloro che arrivano.

6. Aprire gli armadi, abbattere gli steccati. Sì abbiamo molti scheletri nell’armadio, scheletri autoctoni (che vivono, viviamo di puro egoismo) e scheletri sconosciuti, stranieri. Si tratta di aprire l’armadio, di guardare e vedere che siamo tutti persone responsabili gli uni degli altri, capaci di arricchirci aprendo piani di cittadinanza inclusiva e creatrice contro la proliferazione delle leggi e degli steccati su steccati, che impediscono di vivere a tutti sia quelli che sono dentro che fuori dallo steccato.

7. Piani concreti, no alle mafie, sì a un nuovo lavoro. Bisogna organizzare e legalizzare i flussi migratori, perché non siano nelle mani delle mafie della morte. Aprire l’armadio con decisione, non lasciando l’iniziativa nelle mani dei trafficanti che chiedono soldi ai poveri per farli venire a morire. Le mafie sorgono quando l’iniziativa pubblica degli stati e dei poteri economici cessa. Si tratta di legalizzare percorsi di comunicazione, di offrire spazi di accoglienza e d’integrazione. Diciamo che non c’è lavoro per tutti, che non possiamo accogliere altre persone con sei milioni di disoccupati. Questa è una menzogna. Non c’è lavoro in questo sistema di produzione, mercato e lavoro. I migranti ci obbligheranno a cambiare il nostro modo di concepire il lavoro.

8. Abbiamo bisogno di tutti, però soprattutto di donne e bambini. Non per carità intimista, ma per umanità. Siamo in un mondo che sta diventando, privo di umanità, senza uomini e donne che si amino e vivano felicemente. Stiamo rimanendo senza bambini. Dovremo imparare gli uni dagli altri. Forse non tutto ce lo insegneranno i migranti, però senza di loro siamo condannati all’estinzione.

Termino questo triduo sulla migrazione, ma tornerò a parlarne un altro giorno, perché il tema non finisce qui.

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Xabier Pikaza Ibarrondo (12 giugno del 1941) è un teologo cattolico vicino alla Teologia della liberazione, nativo dei Paesi Baschi (Spahmo), ex religioso dell’Ordine della Mercede e sacerdote della Chiesa cattolica. A 31 anni è stato nominato professore alla  Pontificia Università di Salamanca sino a 2003, quando si ritirò a vita privata e dopo aver dato le dimissioni dalla vita ministeriale, per gravi contrasti con alcuni esponenti conservatori della Chiesa cattolica. Attualmente tiene conferenze e continua a scrivere libri di Teologia, Etica e storia religiosa e gestisce un blog di riflessioni religiose su http://blogs.periodistadigital.com/xpikaza.php

 .Traduzione di Marco Galvagno

“ME HA ENVIADO PARA LIBERAR

A LOS EXTRANJEROS”

(CON OCHO PROPUESTAS)

PikazaHe presentado estos días dos postales bíblicas sobre el tema (una de pecados capitales, otra que decía “mi padre era un arameo errante”).

Termino la serie insistiendo con Jesús (otra vez desde la Biblia) en la bendición de los emigrantes, que no son sólo un problema, sino, y sobre todo una gran oportunidad, pues no sólo podrán liberarse ellos, sino que nos enriquecerán y librarán a los nativos (que somos muchos de nosotros).

Escojo para ello dos textos centrales del Nuevo Testamento, que marcan y definen la identidad cristiana, pues son el “dogma” fundamental del evangelio:

(a) Uno es la profecía de liberación mesiánica, de Jesús que dice ¡he venido a liberar a oprimidos y extranjeros! (Lc 4, 18-18).

(b) Otro es una llamada de juicio y libertad, propia del Hijo de Hombre, que confesará al fin de los tiempos: Fui extranjero ¿me habéis acogido? (Mt 25, 31-46).

No es que nosotros, los buenos nativos, tengamos el poder de cerrar o abrir la puerta de los extranjeros. Ellos han entrado ya, queramos o no. Ellos, sólo ellos, podrán liberarse de verdad, y podrán librarnos a nosotros, si nos dejamos transformar, si hacemos un proyecto conjunto de hermandad y libertad.

El problema no son ellos, los “pobres” extranjeros. El problema somo también y ante todo nosotros, de modo que puede adaptarse una palabra de Jesús: Los extranjeros os liberarán, pues de lo contrario estáis (estamos) muertos. Buen día a todos, con una gran esperanza de libertad.

1. PROFECÍA MESIÁNICA. JESÚS EN NAZARET

El texto está al comienzo del evangelio a Lucas (Lc 4, 18-32). Jesús se presenta en Nazaret, donde sus compatriotas esperan su discurso, y él les dice que no viene a reforzar su identidad egoísta, sino que quiere hablarles en nombre de los extranjeros, y lo hace tomando como propias unas palabras del profeta Isaías, que ya hace siglos había planteado rectamente el tema:

El Espíritu del Señor esta sobre mi; por eso me ha ungido . para evangelizar a los pobres; por eso me ha enviado para ofrecer la libertad a los presos… para dejar en libertad a los oprimidos y extranjeros… (cf. Le 4, 16-21; texto tomado de Is 58 y 61).

Jesús se presenta como Cristo, Ungido de Dios no porque concede al mundo unos bienes puramente interiores, sino porque declara cumplidas, en su vida y persona, las promesas de la antigua profecía que se la liberación de los oprimidos, encarcelados extranjeros. Así dice básicamente:

1. Me ha ungido para anunciar la buena noticia a los pobres. Jesús aparece como Ungido por excelencia (=Mesías, Cristo): Dios le ha regalado su Espíritu para que exprese su don y presencia en el mundo, evangelizando a los pobres o necesitados, hambrientos de pan o carentes de otros bienes importantes. Evangelizar significa ofrecer vida, camino de esperanza. Esta es la afirmación general, el punto de partida del jubileo de Jesús. Los cuatro momentos posteriores expresan y expanden su sentido.

2. Me ha enviado para proclamar la libertad a los prisioneros (=cautivos, presos, extranjeros), es decir, a los hombres y mujeres a quienes la violencia de la historia esclaviza, oprime o expulsa; me ha enviado para acoger en primer lugar a los extraños y extranjeros, a los que no cuentan con derechos ni dinero para defenderse a sí mismos.

3. (Me ha enviado) para “enviar” en libertad a los oprimidos. Jesús ha venido para “enviar en libertad”, es decir, para lograr que los oprimidos puedan marchar en libertad, no para protegerles sin más como a simples e impedidos, sino para que sean ellos los que asuman su camina… que vayan, que sean, que liberen, nos liberen, creando un tipo de sociedad distinta. .

4. (Me ha enviado) para proclamar el año de gracia (=aceptable) del Señor. La plenitud humana que Jesús ha comenzado a realizar se expresa como fiesta jubilar: año de gracia, tiempo de gozo que, conforme a la tradición de Israel, se vuelve celebración de fraternidad, perdón de las deudas, liberación de los esclavos, reparto de las tierras.

Las buenas “tribus” de Nazaret esperan que Jesús refuerce su identidad y les proteja de los extranjeros. Pues bien, tomando como propias unas palabras de Isaías, y reinterpretando el mensaje de los dos mayores profetas antiguos (Elías y Eliseo), que ofrecieron su ayuda a enfermos extranjeros, Jesús asume la causa de los extranjeros y dice: ¡He venido a liberarles! (léase todo Lc 4, 18-32).

De manera lógica, su tribu de paisanos de Nazaret quiere lincharle: Se escandaliza, discute con él, decide asesinarle, conforme a una ley de un linchamiento colectivo, que se sigue practicando al pie de la letra en nuestros días. No pueden aceptar que Dios cure (acoja, ofrezca dignidad) por igual a nacionales y extraños: no quieren libertad para todos, ni evangelio para aquellos que, a su juicio, no lo merecen (oprimidos y extranjeros)

Leído así, el conjunto del pasaje (Lc 4, 18-32) cobra una inquietante y esperanzada actualidad. También a nosotros nos turba y extraña el universalismo, de Jesús, que no es de tipo abstracto (¡todos iguales, qué bien… y todo sigue igual!), sino que empieza acogiendo a los extranjeros, en concreto, apasionadamente. En general, las buenas tribus decimos queremos libertad, pero sólo para algunos, para los buenos paisanos de mi pueblo o mi grupo; queremos prosperidad, pero sólo para los que pertenecen al sistema occidental o americano (por poner unos ejemplos posibles), no queremos acoger a los extranjeros.

Lógicamente, conforme a su lógica de elección y ventaja propia, los nazarenos rechazan el mensaje de Jesús porque no quieren acoger a los extranjeros. Con sus mejores razones (económicas, políticas, religiosas…) los partidarios (privilegiados) del sistema (los que no quieren recibir a los extranjeros) condenan a Jesús y quieren matarle porque rompe su seguridad, ofreciendo la curación y libertad a todos los (incluidos los enemigos seculares de Israel: fenicios y sirios).

Los colectivos sociales, e incluso los religiosos, igual que los estados “legales”, necesitan defender su identidad y para ello tienen que expulsar a los extraños cerrando sus fronteras. Lógicamente, junto al “año de gracia” (que es bueno para ellos), necesitan un “día de venganza” (es decir, de rechazo de los enemigos y extranjeros).

Así ha sido y así será. Los defensores de un tipo de iglesia o nación impositiva, los partidarios de unas minorías rectoras empeñadas e defender su identidad, tendrán que seguir apelando a la policía o a la expulsión de los extranjeros. Desde ese fondo se entiende la conclusión del texto. Los nazarenos se llenan de rabia y pretenden matar a Jesús, pero no lo consiguen, porque Jesús conoce el terreno, se va de sus manos por el monte, y mientras va marchando para realizar su obra les dice aún:

«En verdad os digo: ningún profeta es bien recibido en su tierra. Muchas viudas había en Israel en los días de Elías… y a ninguna de ellas fue enviado Elías, sino a una viuda de Sarepta, en Sidón. Y muchos leprosos había en Israel en tiempos del profeta Eliseo, pero ninguno de ellos fue limpiado, sino Naamán el sirio».

Y todos en la sinagoga se llenaron de ira cuando oyeron estas cosas, y levantándose, le echaron fuera de la ciudad, y le llevaron hasta la cumbre del monte sobre el que estaba edificada su ciudad para despeñarle. Pero Jesús, pasando por en medio de ellos, se fue (Lc 4, 28-29).

Para defender su actitud, Jesús apela a dos venerables de Israel (Elías y Eliseo), que eligieron y ayudaron precisamente a los paganos, es decir, a los extranjeros.Siguiendo en esa línea, Jesús ha ofrecido acogida a los extranjeros (sin expulsarlos en modo algunos) Es normal que los nazarenos (representantes de los buenos israelitas) se sientan defraudados y quieran matarle (lincharle)

Esta escena de linchamiento inicial (iniciático) nos sitúa en el centro del evangelio de Lucas (y de todo el Nuevo Testamento). Los nazarenos no quieren matar a Jesús por asesino o violador, por adúltero o idólatra (como manda la ley israelita), sino por algo más profundo: porque pone en riesgo la distinción y seguridad legal del pueblo, ofreciendo el evangelio a los de fuera (a los antes rechazados), sin distinguir a nacionales y extranjeros, silenciando así la “venganza” de Dios contra estos últimos.

¿ Quién puede decir hoy las palabras de Jesús: ¿He venido a liberar a los extranjeros, he venido a deciros que ellos os liberarán?

‒ ¿Puede decirlas Obama, podrán decirlo las tribus nacionales de Merkel y Rajoy, de Mas y González?

‒ ¿Tendrá que decirlas de verdad el Papa de Roma, en vez de ocuparse de cuestiones secundarias como los detalles de un matrimonio oscuro?

‒ ¿Tendré que decirlas yo: he venido, estoy aquí para….?

2. MATEO 25. FUI EXTRANJERO Y ME ACOGISTEIS

Éste es el segundo tema clave en relación con los extranjeros. Sólo haciéndonos extranjeros podremos acogerles… Sólo por ser extranjeros podrán liberarnos ellos. Así dice el texto central de la Biblia cristiana, en forma de Parábola:

Cuando el Hijo del Hombre venga en su gloria… dirá a los de su Venid, benditos de mi Padre, heredad el reino preparado para vosotros desde la fundación del mundo. Porque tuve hambre, y me disteis de comer; tuve sed, y me disteis de beber; fui extranjero y me acogisteis; estaba desnudo y me vestisteis; enfermo y me visitasteis; en la cárcel, y vinisteis a mí… «En verdad os digo: cada vez que lo hicisteis a uno de estos hermanos míos más pequeños, a mí lo hicisteis .

Así habla Jesús, en nombre de Dios, asumiendo la causa de los pobres y extranjeros. Así puede decir y dice: Fue extranjero…

El hambre física está al principio de todas las necesidades… pero después, inmediatamente después, vienen otras necesidades de tipo social, pues no sólo de pan (material) vive el hombre (cf Mt 4, 4; Dt 8, 3), sino también de patria, de acogida, de palabra…

Los extranjeros (lo mismo que los desnudos…)carecen de patria o grupo que les garantice un espacio de humanidad; han tenido que dejar su tierra, casi siempre por razones económicas, para vivir en condiciones culturales y sociales distintas, en medio de un ambiente casi siempre adverso; son pobres porque, careciendo en general de bienes económicos, carecen también de bienes sociales, culturales, afectivos: están doblemente desposeídos y humillados, en un entorno adverso. Para la Biblia (y para la cultura que está al fondo del Antiguo y Nuevo Testamento) desnudos son aquellos que, teniendo quizá ropa, visten y se portan humanamente de manera distinta o indigna: son aquellos que, por razón de su “hábito” o apariencia externa (material, social, cultural), son extraños para el grupo dominante, pues no tienen su dignidad, conocimientos o cultura.

En el fondo, exilados y desnudos se identifican. Unos y otros son personas marginales sin protección social, minorías étnico-religiosas no aceptadas (ni integradas) por el grupo dominante. Nuestra sociedad capitalista podría ofrecer comida a todos, si es que lo quisiera. Pero no lo hace y por eso los hambrientos van creciendo y crecen los exilados y extranjeros… que no encuentran acogida en las sociedades establecidas.

Vivimos en una sociedad despiadada donde los grupos dominantes se protegen expulsando a grandes minorías (a veces mayorías), condenándolas a vivir de un modo “asocial”, contrario a las leyes dominantes. Por eso es normal que parezcan peligrosas y que acaben siendo controladas (encerradas) en la cárcel.

1. Los emigrantes extranjeros han sido a veces poderosos. Han dejado su viejo lugar para triunfar y han triunfado en el nuevo (blancos en USA, hispanos en América Latina)…donde se han establecido: son conquistadores militares, emigrantes del dinero, que se imponen por la fuerza de las armas y la supremacía cultural o comercial, esclavizando o marginando a los anteriores habitantes de la tierra. Así han hecho (y siguen haciendo) los invasores más afortunados.

2. Pero en la actualidad la mayoría de los emigrantes no son conquistadores sino pobres en busca de comida: vienen huyendo del hambre, de la necesidad material y de la muerte. Salen de países de miseria (de África y Asia, de América del Sur, de las zonas de guerra de Siria, Irak, Afganistán…) y buscan comida entre los miembros de la sociedad más “avanzada” (en la gran ciudad, en los países capitalistas de occidente). Los países ricos tienden a cerrarles las puertas y controlarles, como vimos al hablar de los egipcios y los hebreos en la historia de moisés.

Es evidente que la iglesia no quiere sustituir la responsabilidad política de la sociedad… pero con la Biblia en la mano ella tiene algo que decir y ofrecer: Ella sabe con Jesús que la solución no está en cerrar fronteras sino en abrir espacios de colaboración económica y de fraternidad mundial: poner cultura y bienes al servicio de todos los pueblos, de manera que cada uno pueda vivir en su tierra y todos puedan comunicarse, sabiendo que los que más ofrecen no son los ricos a los pobres (las tribus nacionales a los extranjeros), sino al revés:: Ellos, los pobres y extranjeros nos evangelizan, no dan la buena noticia de la humanidad.

Para resolver el problema del exilio y/o desnudez debemos superar la actitud del conquistador y el egoísmo de aquellos que, creyéndose dueños de una tierra que sus antepasados invadieron quizá con violencia, cierran sus fronteras a las necesidades de los menos favorecidos del entorno.

3. OCHO PROPUESTAS

Están tomadas de reuniones y “papeles” sobre emigrantes, que he venido compartiendo desde hace algún tiempo. No son mías, son de muchos y muchos que vienen trabajando con ilusión y decisión sobre el tema, desde Karibu de Madrid hasta grupos solidarios de México (por poner dos ejemplos).

1. Objetivo: una ciudadanía universal.

Nuestra primera patria es el ser humano, es decir, la palabra, la comunicación. Nuestra patria es el hombre, empezando por los expulsados del sistema. El principio de todas las soluciones es una ciudadanía inclusiva. Por eso, Jesús se presenta como Hijo del Hombre, es decir, como un ser humano. Los estados, los sistemas económicos son secundarios y valen en la medida en que ayudan a todos los hombres y mujeres

2. La emigración es un derecho y una bendición, no un problema.

Es un derecho: La casa del hombre es la tierra… Es una bendición: Los extranjeros nos muestra el rostro fuerte de la vida, son como un fermento para cambiar toda la masa humana. Si no vinieran extranjeros terminaríamos cerrados en un hoyo de muerte, repitiendo siempre lo mismo, hasta acabar neurotizados. Estamos ante una gran posibilidad de redención, que viene de ellos, de los extranjeros que llegan a veces con hambre, a veces con resentimiento, pero con vida.

3. Hay que pasar de un tipo de caridad “intimista” (sin olvidarla) y de pequeñas obras sociales a una experiencia universal, creadora de humanidad

No somos nosotros, buenos cristianos, los que acogemos, ayudamos…, en gesto de paternalismo dictatorial. Los ellos, los extranjeros, los que pueden enriquecernos. Son ellos los que pueden y debe ofrecernos su fermento de humanidad… No se trata de dejar a los extranjeros en bolsas cerradas o guetos, sino de aprender unos de otros, de así enriquecernos…

4. Tenemos que cuestionar nuestra propias actitudes, modificando nuestra forma de vida, unos y otros, las tribus nativas y los que vienen

Cuando nos instalamos en lo que somos hemos muerto ya, aunque sigamos viviendo como cadáveres y oliendo…, seamos iglesias o estados… Sólo el agua que corre esta clara… el agua que puede mezclase con otras agua, de lo contrario se estanca y se pudre. No digo que los extranjeros sean “santos”, nada de eso, todos somos del mismo barro que ensucia el agua. Pero sin ellos nosotros nos morimos.

5. Cambiar la norma básica de vida, cambiar nuestro tipo de estados, en Europa y en el mundo

No puedo ofrecer normar jurídicas concretas, pero me atrevo que las cosas (y de un modo especial en el Estado Español, que conozco algo más) han de cambiar poderosamente… empezando por la Ley de Extranjería 4/2000, que es una vergüenza nacional, un desastre… y más en manos de políticos ciegos, sin sensibilidad humana ni visión de futuro. No se trata de echar todo por la borda (como a muchos de las pateras…), pues si no tenemos algo en casa no podemos acoger. Pero podemos y debemos aprender a vivir juntos, con nuestros recursos y los recursos humanos, culturales y sociales (con los sufrimientos) de los que vienen.

6. Abrir el armario, romper las vallas…

Sí, tenemos muchos muertos en nuestros armarios, muertos de las tribus nacionales (que viven/vivimos de puro egoísmo) y muertos/escondidos extranjeros. Se trata de abrir el armario, de mirar y ver que todos somos personas, responsables unos de los otros, capaces de enriquecernos, abriendo unos planes de ciudadanía inclusiva y creadora, en contra de normas y normas, vallas y vallas que impiden la vida de todos, de los de dentro y de los de fuera de la valla.

7. Planes ya concretos… No a las mafias, sí a un nuevo trabajo

Hay que organizar y legalizar los flujos migratorios, para que no estén en manos de mafias de la muerte…. Abrir de nuevo armario, con toda decisión. No dejar la iniciativa en manos de mafias que cobran a los pobres por venir, por morir… Las mafias surgen allí donde cesa la iniciativa pública de estados y poderes económicos… Se trata de legalizar caminos de comunicación, de ofrecer espacios de acogida, de integración… Decimos que no hay trabajo para todos, que no podemos acoger a más con seis millones de parados. ¡Eso es mentira! No hay trabajo en este sistema de producción, mercado y trabajo… Los emigrantes nos van a obligar a cambiar nuestras formas de entender el trabajo…

8. Necesitamos a todos, pero sobre todo a las mujeres y a los niños

No por caridad intimista, sino por humanidad. Somos un mundo que está quedando sin humanidad, sin hombres y mujeres que se aman y viven en felicidad… Estamos quedando sin niños. Tendremos que aprender unos de otros. Quizá no todo nos lo enseñarán los emigrantes, pero sin ellos estamos condenados a la muerte.

(Termino así este “triduo” de emigraciones. Volveré Dios mediante otro día, porque el tema no acaba aquí)…

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