ACCESO UN NUOVO FOCOLARE A CERNUSCO SUL NAVIGLIO – Angelo Nocent

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NON E’ SOLO UN FATTO DI CRONACA MA UN BUON MOTIVO PER UNA RIFLESSIONE EVANGELICA A TUTTO TONDO SUL PADRE NOSTRO E LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI E PESCI: “Voi stessi date loro da mangiare”.


Il Centro SANT’AMBROGIO dei Fatebenefratelli è sito in Cernusco sul Naviglio (MI), Via Cavour n. 22. I posti letto sono 373, le unità lavorative 421. Nella struttura si stanno sviluppando forme di Terapia e riabilitazione psichiatrica, Ritardo Mentale, Demenze, Psicogeriatria, Psicorganicità e Comunità protette in appartamenti. Il Centro è diretto da un Superiore Locale, assistito da un Direttore Amministrativo e da un Direttore Medico.

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APERTA LA MENSA AL CENTRO SANT’AMBROGIO: UN “FOCOLARE DELLA CARITÀ” NELL’HINTERLAND MILANESE DI CERNUSCO SUL NAVIGLIO
(Cernusco, Gorgonzola e Cassina de’ Pecchi sono tutti sulla metropolitana M2)

Cetnusco sul Naviglio nell'area metropolitana

La nostra città da mercoledì 18 maggio, grazie ai Fatebenefratelli, ha finalmente un luogo in cui accogliere alla sera, sette giorni su sette, le persone che, trovandosi in una condizione di bisogno e di povertà, non possono permettersi una cena. Senza rischiare di esagerare con le parole, possiamo dire che è un grande e bel segno! È un “focolare della carità»: come recitato nella preghiera, prima della benedizione del nuovo servizio, e come sottolineato dal Sindaco.

Una mensa per le persone in situazione di bisogno c’era e, per il momento, continua ancora ad esserci per iniziativa della Caritas cittadina, al Centro cardinal Colombo di piazza Matteotti, ma è limitata a due volte la settimana. Ora, invece, il servizio offerto dai Fatebenefratelli copre tutti i giorni dell’anno. E questo non può che essere motivo di consolazione per tutti.

La mensa è in via Cavour al Centro Sant’Ambrogio. L’inaugurazione è avvenuta – mercoledì 18 maggio all’ora di cena – alla presenza del superiore provinciale dei Fatebenefratelli, fra Massimo Villa, del Sindaco, Eugenio Comincini, e dell’assessore ai servizi sociali, Silvia Ghezzi. Presenti anche il responsabile della Caritas cittadina, Daniele Restelli, e il presidente dell’associazione “Farsi prossimo Cernusco”, Roberto Mondonico, collaboratori, volontari e le persone che hanno già iniziato a beneficiare del servizio.

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Il superiore provinciale, fra Massimo Villa, benedice il nuovo servizio mensa

«Il luogo che stiamo benedicendo è un luogo della carità. Carità perché – ha spiegato fra Massimo Villa – abbiamo voluto, su indicazione della ‘Commissione nuove povertà’ della nostra Provincia lombardo-veneta, cogliere i bisogni emergenti dal territorio. Attorno a questo nostro centro di riabilitazione psichiatrica la comunità ha voluto guardarsi attorno e capire quali sono questi bisogni. E lo abbiamo fatto ancora una volta percorrendo le strade del nostro fondatore, san Giovanni di Dio, che non ha fatto niente altro, nei suoi pochi anni di vita, dopo la sua conversione, se non andare in giro per strade di Granada (Spagna) ed accorgersi dei bisogni dei poveri di quella città e cercare come poteva dare allora una risposta. Raccoglieva la povera gente per le strade e la portava in una sua casa dove cercava di curarla, di dar loro da mangiare e di capire i loro bisogni fondamentali. Sempre ponendo al centro la persona. Privilegiando le persone che più erano distanti e ai margini della società. Guardando negli occhi e nel cuore della persona cercava di dare loro una risposta.»

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«Mi piace ricordare il nostro fondatore – ha proseguito fra Villa – anche per questo luogo in cui noi siamo. “La casa è aperta per voi: vorrei vedervi camminare di bene in meglio”: questa espressione di san Giovanni di Dio è anche lo scopo di questa iniziativa che abbiamo voluto intraprendere in collaborazione con l’amministrazione comunale. Ancora una volta questa collaborazione fa vedere come è possibile per un’istituzione religiosa aprirsi alle istituzioni civili nello stesso cammino incontro alla persona. Noi vogliamo fare questo. Noi vogliamo che le persone che vengono qui non abbiano altra possibilità se non quella, insieme ad un piatto caldo, di continuare a vivere una vita dignitosa. Questo è quello che sta a cuore alla nostra comunità religiosa e a tutti coloro che collaborano a questa iniziativa.»

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L’intervento del Sindaco, Eugenio Comincini

Il Sindaco, Eugenio Comicini, ha parlato di «una bella e preziosa iniziativa che i Fatebenefratelli e l’amministrazione offrono alla città». Aggiungendo subito dopo che il luogo che accoglie le persone bisognose può giustamente essere considerato «un focolare della carità», come poco prima aveva detto fra Massimo Villa recitando la preghiera per chiedere al Signore di benedire il nuovo servizio. Focolare perché «richiama la casa, un luogo dove potersi sentire bene e accolti». Carità perché è «uno degli aspetti che rendono più nobili le persone». Quindi, Comincini ha così proseguito: «Con questa scelta i Fatebenefratelli riconfermano la loro vocazione, le loro origini, la loro stessa storia. Al tempo stesso la città, con tutte le sue componenti, dice di questa attenzione che sempre ha e ha avuto verso le persone in difficoltà. Cernusco ha un’anima sociale attenta a chi ha bisogno. Questa iniziativa è un po’ il simbolo dell’identità dei Fatebenefratelli e della città.»


Pictures690-001Il servizio mensa

L’apertura della mensa «credo che avvenga in un periodo quanto mai propizio, come questo – ha sostenuto il Sindaco – dove c’è bisogno di vedere segni di questo tipo. Perché la crisi che ha coinvolto tante persone mette alcuni soggetti nelle condizioni di avere questo bisogno e allo stesso tempo la crisi ha forse chiuso i cuori di qualcun altro e allora segni come questi parlano al cuore di tutti.» Comincini ha quindi ringraziato «i Fatebenefratelli per questa grande opportunità» dicendosi «certo che chi frequenterà questo luogo troverà il giusto calore e si sentirà voluto bene.»


Focolare 9Il locale mensa

L’accesso al nuovo servizio, da parte delle persone che si trovano in situazione di povertà, avviene tramite i servizi sociali del Comune che, dopo le necessarie verifiche, rilasceranno un’apposita tessera. Al momento sono circa una trentina le persone che potrebbero beneficiare della mensa. Ad accoglierle troveranno anche i volontari delle associazioni locali, sulla base di accordi che saranno meglio definiti nelle prossime settimane. Sin d’ora la Caritas cittadina ha offerto la propria disponibilità.

Cernusco sul Naviglio, 19 maggio 2016

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UN PASSO IN DIETRO PER ANDARE AVANTI

VERSO IL FUTURO: la sfida delle migrazioni“,   si legge sul manifesto, PONTI NON MURI . E’ significativo che l’Amministrazione Comunale di Cernusco s/N s’interroghi su un tema di tale portata. Colgo anch’io la circostanza come una buona opportunità per riflettere sia sul presente che sull’immediato futuro, mio personale, s’intende, ed ventualmente anche di chi vuol provare a riflettere con me.

Come premessa, per forza di cose è obbligatorio che mi chieda da dove vengo. Così sarà più agevole fare il punto sulla situazione e discernere sui passi da compiere.

ANGELI ABRAMO

L’ospitalità di Abramo

L’ospitalità o l’invito rivolto ad altri per mangiare e stare insieme, faceva parte integrante della cultura medio orientale già negli antichi periodi narrati dalla Sacra Scrittura. Questa particolare disponibilità ad ospitare e a rendersi singolarmente ospitali, molto probabilmente trova le sue radici nell’esperienza della vita nomade, alla quale gran parte delle popolazioni di quella zona della Terra, sono abituate da secoli.

Anche Abraamo, Lot, Isacco, Esaù da cui provennero gli Arabi; Giacobbe ed i suoi figli, antichi antenati degli Ebrei, sono stati in definitiva nomadi. Il popolo nomade conosceva la solitudine del deserto e la difficoltà di trovarvi cibo; conseguentemente questo popolo era sempre pronto ad accogliere, nutrire, alloggiare e proteggere ogni viaggiatore che si fermava davanti alle sue tende o alle sue case. Era un peccato mangiare da soli Giobbe 31:17: “…se ho mangiato da solo il mio pezzo di pane senza che l’orfano ne mangiasse la sua parte”).

Era peccato rifiutare di partecipare il proprio cibo con i bisognosi ed i poveri Isaia 58:7: “Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne? Infatti, la legge mosaica raccomandava l’ospitalità, che anche presso i greci era un dovere religioso.

Levitico 19:34: “Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

L’attuale maniera di fare degli arabi richiama più da vicino l’antica ospitalità ebraica. Un viandante può sedersi all’uscio di un uomo a lui completamente sconosciuto, finché il padrone di casa non lo inviti a cenare insieme a lui. Se prolunga un po’ i tempo il suo soggiorno, nessuno gli porrà domande sulle sue intenzioni; dopo potrà andarsene senz’altro risarcimento che l’augurio: “che Dio sia con voi!

Par di leggere parti del breviario e della liturgia eucaristica in onore di san Giovanni di Dio. Dunque, questa è la SANTA RADICE di partenza.

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MA CHI VE L’HA FATTO FARE?

Quello del “pane necessario” era per San Giovanni di Dio l’assillo, il tormento quotidiano che solo una grande fede nella Provvidenza gli dava la forza di sopportare. Lo si ricava molto concretamente proprio dalle sue poche lettere-testamento:

FRA LUCA BEATO - DIMENSIONE O18
I LETTERA A GUTTIERRE LASSO

La presente è per farvi sapere che, grazie a Dio, sono arrivato in buona salute e portando anche più di cinquanta ducati; con quello che avete di là e ciò che io ho portato, penso faranno cento ducati. Dopo il mio arrivo, mi sono indebitato per trenta ducati o più, ma non bastano né que­sti né quelli, perché ho da mantenere più di 150 persone, e Dio provvede ogni giorno ai loro bisogni.

Se dunque a questi venticinque ducati che avete, po­tete aggiungere qualche cosa di più, c’è bisogno di tutto.

Mandatemi tutti i poveri piagati che si trovano costì, e se non fosse possibile, non prendetevi pena né lavoro.

Mandatemi subito i venticinque ducati, perché tanti e molti di più ne devo pagare, e li stanno aspettando, voi ricorderete che ve li avevo consegnati in un sacchetto di tela, una sera nel vostro aranceto, mentre assieme pas­seggiavamo; spero in nostro Signore Gesù Cristo che, un giorno, passeggerete nel giardino Celeste.

II LETTERA A GUTIERRE LASSO

La presente sarà per farvi sapere, che io sono molto afflitto e in grandissima necessità, di tutto però rendo gra­zie a nostro Signore Gesù Cristo perché dovete sapere, fratello mio amatissimo e carissimo in Gesù Cristo, che sono così tanti i poveri che qui affluiscono che, molto spes­so, io stesso sono spaventato per come si possa sostentar­li; ma Gesù Cristo provvede a tutto e dà loro da mangiare.

4.Ogni giorno, solo per la legna, occorrono sette o otto reali, perché la città è grande e molto fredda, particolar­mente in questo tempo d’inverno, e sono molti i poveri che giungono a questa casa di Dio, perché fra tutti ­infermi, sani, gente di servizio e pellegrini – sono più di centodieci.

5.Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indi­stintamente (persone affette) da ogni malattia e gente d’ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei leb­brosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e al­tri molto vecchi e molti bambini; senza poi contare molti altri pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l’acqua, il sale e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare.

6.Per tutto questo non vi è rendita alcuna, ma Gesù Cri­sto provvede a tutto, perché non vi è giorno in cui per le provviste della casa non ci vogliano quattro scudi e mez­zo, e qualche volta cinque: per il pane, per la carne, per le galline, per la legna, senza contare le medicine e i ve­stiti, che è un’altra spesa distinta.

7.Il giorno in cui le elemosine non bastano per provve­dere a quello che ho detto, io prendo a credito, altre vol­te si digiuna.

E così mi trovo indebitato e prigioniero solo per Gesù Cristo; devo più di duecento ducati per le camicie, le zi­marre, le scarpe, le lenzuola, le coperte e per molte altre cose che occorrono in questa casa di Dio, come pure per il mantenimento dei bambini che qui abbandonano.

8.Così dunque, fratello mio amatissimo e stimatissimo in Gesù Cristo, vedendomi tanto indebitato, molte. volte non esco di casa a motivo dei debiti che ho e, vedendo soffrire tanti poveri miei fratelli e mio prossimo, che si trovano in così grandi necessità sia per il corpo che per l’anima, non potendoli soccorrere, sono molto triste; con tutto ciò, confido solo in Gesù Cristo che mi sdebiterà, poiché Lui conosce il mio cuore

Perciò dico: maledetto l’uomo che confida negli uomi­ni e non solamente in Gesù Cristo, perché, voglia o non voglia, dagli uomini sarai separato, mentre Gesù Cristo è fedele e duraturo; e poiché Gesù Cristo provvede a tut­to, a Lui siano rese grazie per sempre. Amen Gesù.

10.Fratello mio amatissimo e stimatissimo in Gesù Cri­sto, ho voluto ragguagliarvi delle mie preoccupazioni per­ché so che ne soffrirete come io soffrirei per le vostre, e perché so che volete bene a Gesù Cristo e che avete compassione dei suoi figli, i poveri; perciò vi informo delle loro necessità e delle mie.

11.Dato che tutti miriamo a un medesimo traguardo, benché ognuno cammini per la propria strada, e come Dio vuole viene incamminato, sarà bene che ci facciamo for­za gli uni gli altri

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IL RISCHIO ATTUALE


1-Collage232I poveri ci sono sempre stati. Quand’ero bambino, aprire la porta a un mendicante di passaggio, condividere quel poco che c’era in famiglie con l’acqua della miseria fino alla gola, era abituale.
Mi rendo conto che oggi, privarmi di qualcosa, di un euro ogni due passi, cedere ogni volta il carrello della spesa a chi te lo chiede per recuperare la moneta, telefonare a un numero sovra impressione delle TV, restituire la busta della Parrocchia con l’obolo per la giornata di circostanza, ecc. ecc  mi costa più fatica di un tempo. Essere generosi, come fa lo Stato, ma non solo, con i soldi dei cittadini, non è poi così difficile. Più fatica si fa ad attingere dal proprio portafoglio.Portafoglio  Perché c’è una grande differenza tra il CUORE  e il PORTAFOGLIO. Il Papa è molto severo a tal proposito: “
Ci sono malattie cardiache, che fanno abbassare il cuore al portafoglio… E questo non va bene! Amare Dio “con tutto il cuore” significa fidarsi di Lui, della sua provvidenza, e servirlo nei fratelli più poveri senza attenderci nulla in cambio“.
Papa Francesco - benedizioneUn aneddoto di Papa Francesco vale più di tutte le mie chiacchiere:
“Mi permetto di raccontarvi un aneddoto, che è successo nella mia diocesi precedente. Erano a tavola una mamma con i tre figli; il papà era al lavoro; stavano mangiando cotolette alla milanese… In quel momento bussano alla porta e uno dei figli – piccoli, 5, 6 anni, 7 anni il più grande – viene e dice: “Mamma, c’è un mendicante che chiede da mangiare”. E la mamma, una buona cristiana, domando loro: “Cosa facciamo?” – “Diamogli, mamma…” – “Va bene”. Prende la forchetta e il coltello e toglie metà ad ognuna delle cotolette. “Ah no, mamma, no! Così no! Prendi dal frigo” – “No! facciamo tre panini così!”. E i figli hanno imparato che la vera carità si dà, si fa non da quello che ci avanza, ma da quello ci è necessario. Sono sicuro che quel pomeriggio hanno avuto un po’ di fame… Ma così si fa!

Di fronte ai bisogni del prossimo, siamo chiamati a privarci – come questi bambini, della metà delle cotolette  – di qualcosa di indispensabile, non solo del superfluo; siamo chiamati a dare il tempo necessario, non solo quello che ci avanza; siamo chiamati a dare subito e senza riserve qualche nostro talento, non dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali o di gruppo.” (8/11/2015). 

Da qualche settimana – ossia da quando ci penso e ripenso – provo un senso di colpa perfino a recitare il Padre nostro perché, conoscendo la mia incoerenza, mi pare perfino di nominare il Nome di Dio invano, perché mi vedo disposto ad accettare fino in fondo il Suo disegno sul mondo più a parole che con i fatti.

Pictures705Il rischio per l’Europa cristiana c’è e grave: è quello di sottovalutare il momento storico che stiamo vivendo.  Quei “focolari” che vanno accendendosi qua e là ogni giorno, sono ancora piccoli timidi passi che seguono ad una ripetuta e instancabile sollecitazione del Papa al Popolo di Dio ed a maggior ragione agli Istituti Religiosi, alle Parrocchie…, a non girare la testa da un’altra parte per non vedere ma di farsi carico della situazione perché nessuno assista passivamente all’esodo biblico in corso, destinato a perpetrarsi chissà per quanti anni ancora.

E’ noto – almeno al Papa – che l’Europa è piena di conventi, seminari ed istituti religiosi, ormai vuoti. Spesso si dimentica che queste opere del passato sono semplicemente il frutto della BENEFICENZA SECOLARE di tanti cristiani, spesso obolo su obolo, centesimo su centesimo, donato da povera gente. Mettere a disposizione locali, potendo disporre anche di sussidi pubblici per far fronte all’emergenza, non è solo buona cosa: è dovere morale verso i tanti BENEFATTORI, grandi o piccoli, che hanno generosamente donato PER I POVERI ai tanti  questuanti del “porta a porta” di un tempo.

Fra GaldinoSenza scomodare San Giovanni di Dio, dalle nostre parti basta ricordare il Fra Galdino di manzoniana memoria, espressione di una lunga stagione che le persone più anziane hanno potuto conoscere e che dimostra una fede semplice e sincera, ma anche attiva: va in giro a raccogliere le elemosine e invita ad essere generosi raccontando il miracolo delle noci. Ha una profonda e ingenua fiducia in Dio e nella Provvidenza, che trasmette ai popolani che frequenta. È uomo semplice,  contento e felice dei compiti che il convento gli ha assegnato.

Ma, senza andare lontano nel tempo, chi non conosce la figura di Fra CECILIO CORTINOVIS di Viale Piave a Milano, una delle punte più elevate della presenza pluricentenaria dei Frati Cappuccini a Milano?

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Uomo di Dio, di preghiera e di carità, Fra Cecilio ha dato un continuo esempio di perfetta unione tra una profonda spiritualità e la fedele dedizione verso i poveri e i bisognosi. Tutti senza distinzioni.

Nato nel 1885 a Costa Serina (Bg), Fra Cecilio raggiunge il convento dei Frati Minori Cappuccini di Viale Piave a Milano nel 1910. Inizia come sacrista e poi diventa portinaio del convento. Ed è qui, in questa piccola portineria, che Fra Cecilio comincia la sua opera di distribuzione di cibo, abiti e tutto quanto può servire ai bisognosi.

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Povero fra i poveri Fra Cecilio esercitò per molti anni anche l’ufficio di questuante, bussando ad ogni porta, domandando pane per i poveri e donando la sua parola e la sua preghiera.

Grazie all’attività del minuto e instancabile frate, la piccola portineria acquistò fama e divenne un punto di riferimento nella città per chi aveva bisogno di ricevere e di donare.

Chiesa_di_sant'orsola_(brescia)Nel suo piccolo, lo stesso San RICCARDO PAMPURI, da medico condotto prima e poi da frate nel convento-ospedale di Sant’Orsola a Brescia aveva ottenuto il permesso di attivare una distribuzione quotidiana di cibo ai poveri che si facevano trovare nel vicolo adiacente la chiesa, in via Moretto. E perfino i novizi (anni ’60) lo facevano in quel di San Colombano al Lambro, per non dire un po’ dappertutto i frati.
Più vicina ai nostri giorni è la figura di Fratel ETTORE BOSCHINI che si è prefisso di 
ACCOGLIERE le tante persone senza fissa dimora che affollano strade e stazioni delle nostre città, affinché non affoghino nella miseria materiale e spesso morale.

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La “religione” dominante  non ha dubbi: sostiene che “CON I SOLDI SI FA TUTTO“. Ahimè, si corre il rischio di crederci. Poi qualcuno dice anche che CHI LAVORA NON HA TEMPO PER DIVENTARE RICCO.

Accendere “focolari di carità” non è semplice; Fratel Ettore, nella Milano opulenta, ci ha messo degli anni, sempre remando contro corrente. Ma fare in modo che non si spengano è molto più difficile, perché, checché se ne dica, non è questione di soldi.  Degna di seria attenzione è la regola di vita che si sono dati i continuatori della sua opera:

ACCOGLIE le tante persone senza fissa dimora che affollano strade e stazioni delle nostre città, affinché non affoghino nella miseria materiale e spesso morale.

COMBATTE la miseria, ma considera la povertà un valore così, chi sceglie di farne parte, è chiamato ad una graduale spogliazione di se stesso, sia per essere un compagno di viaggio credibile per il povero che vuole aiutare, che per sperimentare una condizione di libertà interiore che ridà alle cose il giusto valore e alla vita di fede la centralità che le spetta. 

È SOSTENUTA dalla Divina Provvidenza, la quale si concretizza in libere offerte di ogni genere (cibo, vestiti, denaro, mobili, servizi). Non stipula convenzioni con nessun ente. L’assenza di vincoli burocratici le permette una grande libertà così da essere disponibile anche per quei poveri che non troverebbero accoglienza da nessun altra parte. 

È GUIDATA da donne che si consacrano a Dio con promesse private (le discepole). 

È COMPOSTA soprattutto da quegli uomini e quelle donne che, raccolti ai margini della vita, recuperano se stessi ricevendo aiuto, amore e misericordia (gli ospiti). Fra di loro, alcuni, in un cammino di crescita interiore e di donazione di sé, giungono a maturare una forte appartenenza all’Opera e ne sposano pienamente il progetto di mutua solidarietà (i collaboratori). 

È ACCOMPAGNATA da famiglie e volontari che ne condividono scelte e spiritualità e ne danno testimonianza al mondo. 

È AIUTATA da tanti benefattori che, con le loro preghiere e con i loro mezzi, la sostengono. 

CHIEDE a tutti quelli che ne fanno parte, secondo le possibilità, di perseverare nella conversione, nel cammino di formazione e nella preghiera e di collaborare al buon funzionamento delle case. 

VIVE l’apostolato innanzi tutto nell’azione: “Ero malato e mi hai curato. Avevo fame, avevo sete, ero nudo… e mi hai dato da mangiare, da bere, mi hai vestito. Non solo cibo per la pancia, ma quello della vita eterna. Non solo abiti per il corpo, ma il vestito di Dio, l’abito della grazia!” (da un discorso di fratel Ettore, cfr. Mt 25, 31-46). 

ARRICCHISCE il suo cammino, e quello degli amici che incontra, con mezzi creativi di volta in volta diversi, come processioni, teatro, catechesi, esercizi spirituali, ritiri, riunioni di preghiera, testimonianze ed altre iniziative. 

AMA con profonda devozione filiale la Madonna (Madre mia, fiducia mia!)

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OGGI fortunatamente nella mente e nel cuore di tanti Istituti Religiosi si va risvegliando e ripristinando l’antica usanza di PENSARE AI POVERI. Ma guai a non capire che è in atto una grande azione di Dio il quale sta pazientemente educando il suo Popolo, quello che quotidianamente lo invoca, lo implora con la preghiera insegnatagli da Gesù e canta nei Vespri il Magnificat della Madre di Dio, profezia in atto. Peggio ancora, a ostentare, compiaciuti, i risultati raggiunti che sono NIENTE rispetto ai bisogni reali.

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I cristiani nel mondo sono due miliardi e quattrocento milioni. Non so quanti si rendono conto che ogni giorno dalla terra salgono al Cielo milioni e milioni di suppliche: “Dacci oggi il pane necessario”. Tutto farebbe pensare che la richiesta non riesca ad arrivare a destinazione. Forse per troppi è una formula magica, una preghiera scaramantica per ingraziarsi Dio,  o un dire tanto per dire.
Ma Dio ascolta l’invocazione ed il lamento! Solo che risponde Ma risponde attraverso Gesù, via, verità, vita, come non vorremmo. Infatti, Il Maestro ha lasciato precise indicazioni ai “suoi” e lo ha fatto in un frangente di cinquemila e più affamati, sia di pane che di Dio. E’ il passo della famosa moltiplicazione dei  pani e pesci.

Per evitare malintesi interpretativi, oggi che il vecchio “questuante ” è stato rimpiazzato dalle convenzioni che istituzioni religiose o associazioni private stipulano piani assistenziali con  Regioni o Prefetture, meglio tornar a leggere integralmente il testo evangelico:

Mc 6, 30-44: 

moltiplicazione-pani“30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34Sbarcando, vide molta folla e di commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. 35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: “Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; 36congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare”.

37Ma egli rispose: “Voi stessi date loro da mangiare”. Gli dissero: “Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?”. 38Ma egli replicò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. E accertatisi, riferirono: “Cinque pani e due pesci”. 39Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. 41Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzo i pani e li dava a discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti.

42Tutti mangiarono e si sfamarono, 43e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. 44Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Il brano di Marco ci presenta i discepoli di ritorno dalla missione, dove li aveva inviati Gesù; tornare per fare riferimento ancora a Lui, la missione parte da Lui e arriva a Lui, proprio perché è Gesù l’autore principale della missione.

Noi, facendo riferimento alla “santa radice” abbiamo inteso affermare in definitiva che, o Gesù è il nostro interlocutore, ci interfacciamo con Lui, autore principale della “missione” o parliamo da soli. In tal caso, sarebbe meglio farsi curare.

Non siamo diversi dai discepoli: anche noi abbiamo voglia e bisogno di raccontare al Signore ciò che abbiamo vissuto e visto in questi anni; raccontargli la propria vita. Il raccontarci al Signore, davanti al Signore, diventa il luogo dell’agire di Dio, del discernimento. Abbiamo bisogno di questo: rileggere la propria vita alla luce e sotto lo sguardo di Dio per capirla e interpretarla secondo la sua logica, i suoi pensieri, la sua volontà. Ma questa non è di nostra iniziativa, è solo per impulso dello Spirito che è Maestro interiore. È lo stesso Gesù che si vuole prendere del tempo con noi, come con i suoi discepoli di allora. Di più: Gesù mi interpella personalmente, perché mi tratta come la sposa di cui parla il profeta Osea: “Oracolo del Signore. Perciò, ecco, io la sedurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16 ). Come emerge, o il rapporto è sponsale o fa acqua da tutte le parti.

Ricapitolando: dopo l’inaugurazione, i giusti apprezzamenti ed i ringraziamenti pubblici e privati, appena si entra nella fase critica.

Mi metto davanti al Signore e mi racconto; ancora una volta Gli affido la mia vita e me la faccio spiegare.

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Pictures701Apprendo di analogo focolare FBF acceso di recente a Palermo, che riprenderò a parte. Così si è espresso l’arcivescovo Corrado Lorefice durante l’omelia:

Non può esistere una società civile, se non facciamo del bene all’altro. Il primo bene che ciascuno deve fare verso se stesso è quello di fare il bene agli altri, come rimanda il ritornello con cui i religiosi dell’Ordine fondato da San Giovanni di Dio chiedevano l’elemosina: Fatebenefratelli per amor di Dio a voi stessi. L’uomo che ripiega su se stesso non respira. Più si apre e incontra l’altro, più vive”.

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Ma torniamo al Vangelo.

Abbiamo un Gesù che accoglie la folla, parla del Regno e viene incontro alle necessità fisiche. Come a dire che a Lui interessa la realtà intera della persona, corpo, anima e spirito; nulla viene escluso. Da bravo pedagogo, a questo punto interpella i discepoli che, a dire il vero, avevano già trovato una soluzione pratica per l’emergenza: mandarli da un’altra parte perché si arrangino da soli; gli altri, i “necessitosi”, i poveri sono scomodi perché ci interpellano a dare delle risposte molto concrete, ci scomodano perché non hanno orario, giorni fissi, e il più delle volte sono insistenti, esigono tempo e attenzione, oltre che energie e risorse.

Ma la “tentazione-giustificazione” dei discepoli è di non ritenersi all’altezza: “abbiano solo cinque pani e due pesci”, non abbiamo le possibilità e le capacità; quello che sta chiedendo Gesù è troppo, ha delle pretese assurde, che vanno al di là delle nostre possibilità, ma anche della nostra immaginazione. È IMPOSSIBILE !!!

E’ lo scandalo dei milioni e milioni di “PADRE NOSTRO” quotidiani che dalla terra salgono al cielo ogni giorno. I cristiani invocano il pane non solo per sè ma per l’intera umanità. E la risposta che viene dall’alto è sempre la stessa:“Voi stessi date loro da mangiare”.   E ci invia i disperati per il pronto soccorso.
L’atteggiamento dei popoli dell’opulenza è incredibile: è come se dicessimo a Dio: “guarda che scherzavamo, non prenderci in parola”

Anche allora la risposta di Gesù alle obiezioni dei discepoli fu secca, categorica: Date voi stessi da mangiare.

Quando penso a me stesso, a domande che non mi sono nuove, che mi provocano da una vita, mi vergogno, arrossisco: Cosa metto a disposizione di Dio? Cosa sento che mi sta impedendo un dono totale della mia vita a Dio e all’umanità?

Per quel poco che mi par di capire, il dono si realizza e si vede quando ci si riconosce come comunità. Anche i discepoli, all’inizio, si sento altro dalla folla, dei privilegiati, dei prescelti. Si muovono solo dopo la provocazione del Maestro che da allora, di generazione in generazione, risuona stridente nell’aria: “Date voi stessi da mangiare !”.

sanchezE’ la clamorosa conversione di Giovanni di Dio.

Quando cambiano mentalità, i discepoli di Gesù si muovono e si sentono partecipi di questa folla, delle sue sorti, loro non si sentono più fuori dalla folla, ma cominciano a “mescolarsi”, a fare causa comune, a camminare insieme, cosicché la folla non è fatta più da persone “estranee”, cominciano a prendere un volto, diventano piccole comunità (E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta.)

Il rischio a Cernusco, come in ogni altro posto analogo, è di far trovare una sedia, un tavolo, un piatto caldo, un letto, una doccia…ma di non avere chi guardare in faccia perché quando vengo, mangio, dormo, mi lavo… chi mi ha aperto la porta e fatto accomodare, non c’è: ha i suoi orari, gli Statuti, il culto, la mensa a parte, la vita comune, la sua “cella”, il suo PC, la sua TV… Perché, tanto ci pensano gli addetti, i VOLONTARI…

MA IL VANGELO VA LETTO PER INTERO:

  1. Da un parte c’è Gesù che educa i discepoli: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

  2. Dall’altra c’è la folla che cerca Gesù che si fa trovare perché e redini della storia sono nelle sue mani: “Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero”. La folla è come attirata, avverte nell’aria la presenza del Regno: «il regno di Dio è in mezzo a voi!».” (Luca 17,20-21). Perché il progetto divino è già in azione nella storia umana attuale, anche se la sua opera è nascosta, simile quasi a un fiume carsico che corre sotto la superficie accidentata delle vicende umane.

    Quando verrà interrogato dai farisei sull’argomento, darà questa risposta:«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: “Eccolo qui!”, oppure: “Eccolo là!”». Non si tratta, quindi, di un’“apocalisse” nel senso popolare del termine, cioè di una rivelazione clamorosa e terrificante, bensì di una realtà discreta, anzi

  • piccola come il granello di senape,

  • oppure il pizzico di lievito deposto nella farina,

  • o come un tesoro sepolto nelle profondità del terreno

  • o una perla confusa tra tante cianfrusaglie (cfr. Matteo 13,31-33.44-46).

A noi, oggi, torna a suonare la sveglia: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Marco 1,15). Un invito a non stare ai margini ma dentro la storia, a mettersi davanti al nuovo esodo biblico cercando di scorgerne i segni dei tempi, gli aneliti di vita di queste pecore senza pastore che ancora non sanno da Chi andare!

Tenendo noi presente che l’espressione greca entòs hymôn, “in mezzo a voi”, può anche significare “dentro di voi”, cioè nell’interiorità delle persone e nell’intimità dei cuori, è evidente che, per capirsi, non è sufficiente offrire vitto e alloggio. Ospitare significa avere uno davanti agli occhi, non all’ingresso prestabilito, quel guardarsi reciprocamente, che fa ribollire il sangue della carità che è l’amore di Dio. Allora la sua sofferenza diventa anche mia, posso condividerla.

Scrivendo queste riflessioni, sono il primo a provare smarrimento e a sentirne l’inadeguatezza, ma è inutile fraintendere con giochi di parole: ”Sia invece il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il di più viene dal Maligno” (Matteo 5, 17-37).

Comunque, bando alle illusioni: non devo dimenticare che, per quanto privilegiato, anch’io faccio parte di questa folla e per me diventa importante

  • sapere cosa sto cercando e cosa sto chiedendo al Signore,

  • mettermi in cammino,

  • decidermi se seguire Lui o farmi da solo/a la mia strada.

Il rischio che sto correndo è grande: “sbagliare strada” e poi sentirmi ripetere il rimprovero che Gesù ha mosso a Pietro: “Va’ via, lontano da me, Satana! Perché tu non ragioni come Dio ma come gli uomini” (Mc 8,33).


E si ritorna a quel inevitabile
Date voi stessi da mangiare”. Gesù alza il tiro, pone la sfida su due piani:

  1. L’impegno personale a dare una risposta a chi ha fame:

– Gesù mi chiede di sporcarmi le mani,

  • di metterci del mio tempo, delle mie energie, forze, intelligenza per trovare una risposta significativa ed efficace alle domande dell’umanità, e delle singole persone che incrociano il mio cammino.

    Il dono di sé stessi:

    A Gesù non basta un po’ di tempo (o anche tanto), cose, energie o soldi;

  • potremmo dire che non si accontenta di “così poco”;

  • mi chiede di diventare pane, di lasciarmi mangiare;

  • mi chiede di diventare pane spezzato perché gli altri si possano sfamare.

Nel “Date voi stessi da mangiare, mi viene detto che

  • è la vita stessa che si fa nutrimento, dono;

  • il Signore mi sta chiedendo tutto, in modo completo e totale, senza riserve, mezze misure.

  • Diventare pane spezzato è lasciarmi modellare, impastare da Dio,

  • lasciarmi cuocere dal fuoco del suo Spirito e del suo amore,

  • lasciarmi poi spezzare per essere mangiato da tanti;

  • donare la vita quotidianamente e totalmente: “fammi oggi un pane quotidiano” per la vita del mondo,

  • quel fare fare da spola tra Gesù e la gente, per portare il pane e i pesci, ossia il necessario per vivere dignitosamente, senza dimenticare che «Sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

Distribuire pagnotte, maccheroni, insaccati, caffè o acqua minerale…lo sanno fare benissimo anche i distributori automatici. Epperò, saziato lo stomaco, restano i vuoti della solitudine esistenziale, così presente specie nei grandi affollamenti.

Come è solito ricordare Papa Francesco, pur nei diversi ruoli, tutti siamo chiamati a fare da ponte, mezzo di comunicazione tra Gesù e la gente:

  • A) mandati a saziare la fame, ad entra nella vita dei desolati, sull’esempio del Maestro che si e fatto tutto a tutti, ossia Eucaristia, cibo, azione di grazie, condivisione, dono…

  • B) di ritorno da Lui per portarGli la “fame” della gente.

  • Messi lì, ad accorciare le distanza tra Dio e l’umanità. Perché si tratta di entrare in intimità con Dio e con questa umanità;

  • uno stare cuore a cuore con le due parti per sentire i palpiti del Primo e i desideri e le speranze della seconda.

Poi il prodigio: “Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzo i pani e li dava a discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini”.


Dall’azione di grazie di Gesù si realizza la vita per tutti. Se Dio condivide la sua vita, si fa pane, pane spezzato, se la comunità che si riunisce per ascoltare la Parola e condividere il pane, impara a sua volta a farsi dono, dalla generosità di tutti otteniamo un disavanzo positivo “dodici ceste”. Ce n’è per tutti: per il popolo d’Israele, ma anche per tutto il genere umano. Riconosciuti come cristiani dallo spezzare del pane. Da Giovanni di Dio, un miracolo che si rinnova da cinque secoli. Ma bisogna soffiare sul fuoco per scatenare la Pentecoste.

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