FRA RAIMONDO FABELLO: QUASI UN TESTAMENTO – Angelo Nocent

Aggiornato di recente450

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L’amico Fra RAIMONDO non ha lasciato molti scritti. Ricordo che nei giorni prima del ricovero ospedaliero mi diceva che stava facendo “pulizia” nella sua camera. Quasi presagisse che aveva i giorni contati – anzi lo presagiva – ha pensato di eliminate tutta la zavorra. Così scritti, appunti, memorie…sono finiti nella carta da riciclaggio e di lui, per chi lo ha conosciuto, resta il ricordo di un uomo buono, mite, intelligente, riflessivo e fin troppo modesto.

Non ha lasciato testamento perché non aveva niente da lasciare. Ma nemmeno un testamento spirituale. Così vi ho provveduto io, strappandoglielo dalla mente e dal cuore:

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La Scrittura ci racconta che l’incontro di Elia profeta con Dio sul monte Oreb, non è avvenuto nel frastuono, ma nel silenzio e nella quiete:

Ed ecco che il Signore passò.

  • Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento.
  • Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.
  • Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.
  • Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera.

Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?” (1Re 19,11-13).

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Questa sera, chiuso tra le quattro pareti della mia “tana”, mi sembra di udire la stessa domanda ma da un’ altra voce, quella dell’amico FRA RAIMONDO FABELLO, compagno di viaggio carissimo, che nel 2007, come oggi, alle Molinette di Torino, dopo un trapianto di fegato non riuscito, ci ha lasciati: “Cosa fai qui?

Cosa ci faccio qui ? Soffio sul fuoco, su quei spezzoni ardenti che rischiano di spegnersi, perché, noi, chi più chi meno, impauriti come il profeta Elia, subiamo la tentazione di rifugiarci nel deserto. E pur con lo zelo per le cose di Dio, non ci rendiamo conto di condurre talvolta delle “guerre sante”, più fantastiche che reali, più fanatiche che evangeliche, cerebrali, a circuito chiuso e, pertanto, frustranti e deludenti.

L’equivoco sta nell’illusione di essere persone che fanno tutto per Dio, dimenticando che è Dio a voler fare tutto per noi.“Basta Signore, prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri”. (1Re 19,4). Cosi pregava il profeta. Noi, forse ci limitiamo al “basta”, temendo magari di essere presi in parola.

Come Elia, non so quante volte nelle difficoltà ho iniziato a ripensare a me stesso. Di lui, dice la Scrittura che il sonno lo coglieva; ma più che un sonno era una fuga, un desiderio di morte. È quel voler lasciare la missione per cui si era sentito chiamato da Dio. È successo anche agli apostoli, nell’orto degli ulivi, quando Gesù si preparava alla Passione: non son stati capaci di vegliare, si sono addormentati, il rifiuto psicologico della realtà incombente.

A volte si reagisce così,  e l’ ho fatto anch’io più d’una volta,  quando si fiuta odor di fallimento. Elia pensa che sia per lui l’inizio della fine. Pensa realmente alla morte che diventa amica perché liberatrice.

Ripercorrendo gli ultimi mesi dell’amico Raimondo, so che l’AMAREZZA ha accompagnato i suoi giorni. Non la tristezza, che è altra cosa. E’ avvenuto per tanti motivi che non sto a indagare ma che sono riassumibili nel sostantivo incomprensione. E’ l’ultimo e forse il più doloroso sacrificio che gli è stato chiesto prima di entrare nel Regno dei Cieli, la stessa sofferenza patita all’ennesima potenza dal Crocifisso-Risorto: “Sono stato crocifisso con Cristo”. Ma anche: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno“. O che dicono.

eliaMa nel deserto del cuore,  Dio, come ha mandato ad Elia un angelo a nutrirlo, così ha fatto con l’amico Fabello e così fa anche con noi. Il comando è perentorio:

Elias

Alzati e mangia” (1Re 19,5), non sei qui per morire.

  • Alzati e mangia,
  • alzati, ascolta la mia parola,
  • nutriti della mia parola,
  • e cammina.

La professione di fede di Israele “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio” (Dt 6,4) è ciò che è chiesto ad Elia nel tempo di deserto della sua vita. La medesima richiesta è stata rivolta anche all’amico. Elia ha finito per ascoltare. L’amico pure. Con la forza di quel cibo – vale anche per noi – si può camminare 40 giorni e 40 notti fino al monte di Dio, all’Oreb, ossia fino alla destinazione.

Il Signore, nelle situazioni estreme, non è un sadico ed a nostra insaputa ci fa trovare sempre un’uscita di sicurezza, ci offre una caverna per ripararci, come fosse un utero dove poter rinascere un’altra volta. Se è vero che nei  deserti ci si può smarrire è pur vero che quando si fa l’opzione-deserto si finisce per RI-NASCERE. La metafora si presta a tante applicazioni, dalle personali e spirituali a quelle comunitarie. Elia si è rifugiato in una caverna per passare la sua notte. La notte è il tempo in cui non si vede nulla, e si attende la luce dell’alba. È il tempo della ricerca, il tempo dell’attesa.


Elia sul carro di fuocoChe fai qui Elia?”. Nei deserti della nostra vita, nel buio della notte della nostra fede, la parola di Dio prima o poi, arriva sempre, ci trova sempre e non passa senza che una traccia resti nella mente e nel cuore di ognuno di noi.

1-1-_Scan10307Fra Raimondo ha passato la vita nell’attesa. Il sogno: “RELIGIOSI E LAICI INSIEME PER SERVIRE”. Ma che fatica…e quante delusioni…E Dio a incoraggiare, lo Spirito del Signore a spingere per vincere l’inerzia…

Dio è presente ma non sappiamo come riconoscerne la presenza, lui che è Presenza. Elia si rifà alla tradizione del suo tempo e aspetta che Dio gli parli attraverso qualche evento atmosferico: un uragano, un terremoto, un fuoco…

Ma Dio parla al cuore, ed Elia avverte la Presenza di Dio “nel sussurro di una brezza leggera”.

In questo anniversario, per certi versi mesto, il “sussurro di una brezza leggera” c’è anche per parenti, confratelli, amici, collaboratori...

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Tutti ci troviamo inadeguati, perché l’esperienza è inattesa, toccante. È una presenza forte, viva, per tutti e per ognuno. Elia si copre il volto con il mantello. Mosè si era tolto i sandali quando aveva avvertito la Presenza nel roveto che ardeva e non bruciava. Quando si incontra Dio ci si copre sempre il volto perché l’incontro con Lui ci rivela la nostra povertà, la nostra fragilità, il nostro peccato, la nostra inadeguatezza: non siamo mai pronti ad incontrare Dio.

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Grazie, Fra Raimondo, per averci offerto questa opportunità. Segno che dal Cielo vegli sui nostri destini e sei ancora COMPAGNO DI VIAGGIO.

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