ASINI CHE PORTANO IL MISTERO – Angelo Nocent

Capitolo V

DI CIÒ CHE ACCADDE A GIOVANNI DI DIO FINO AL SUO RITORNO IN SPAGNA

Giunti che furono tutti a Ceuta, quella terra fu tanto nociva al cavaliere e ai suoi familiari, che per questo, come deve credersi, e per la gran pena che sentivano nel vedersi esiliati e poveri, caddero tutti malati, il che fu causa che finissero di spendere quel poco che avevano portato e trovarsi così in estrema necessità.

Si videro perciò costretti a chiedere aiuto a Giovanni di Dio, che, per quanto poco, era il maggiore che allora potevano avere, dato il luogo e la circostanza. E così il cavaliere decise di chiamare Giovanni e confidargli in segreto la sua grande necessità, dimostrandogli quanto fosse impellente per mantenere quelle povere ed oneste ragazze, che erano cresciute nell’abbondanza; e, non avendo essi altro aiuto, lo pregava di volersi recare a lavorare nelle opere del Re, che allora si stavano eseguendo a Ceuta per la fortificazione di alcune muraglie, sì che, con quello che gli dessero, avrebbero potuto mangiare tutti.

Queste ragioni, che da se stesse commuovevano molto e specialmente il cuore di Giovanni già così inclinato a qualsiasi opera che riconosceva essere di servizio e gradimento a nostro Signore, furono per lui tanto persuasive che, vedendosi aperta la via all’attuazione del suo desiderio, si offrì subito assai volentieri a fare quello che gli si chiedeva; e così fece per tutto il tempo che stette in casa di lui, consegnandogli ogni sera la paga della giornata ben volentieri vedendo che con essa si mantenevano quelle povere ragazze e i loro genitori.

Se accadeva talvolta che per qualche impedimento Giovanni non andava a lavorare o avendo lavorato non gli davano la paga, essi non mangiavano; e così tiravano avanti con molta pazienza e senza parlarne con nessuno.

Era tanto buona quest’opera e sembrava che fosse tanto gradita a nostro Signore, che alcun volte Giovanni di Dio diceva di aver capito che nostro Signore, per sua grande bontà, in quel tempo lo condusse ad esercitarsi in quell’opera buona per meritare un po’ di quella grazia che poi gli concesse.

Vedendo però il demonio, nostro avversario, il frutto che da quest’opera buona riportava chi la faceva e chi la riceveva, procurò d’impedirla con la sua malizia abituale, e fu così: quelli che andavano a lavorare nelle menzionate opere, dai ministri del Re venivano maltrattati, a fatti e a parole, come se fossero schiavi; e perciò, non potendo essi usare della propria libertà, trovandosi nella frontiera, ed andare in terra di cristiani, alcuni, impazienti e, come si deve supporre, di cattivi costumi, fuggivano nella vicina città di Tetuan e si facevano mori. Tra questi vi fu un compagno di Giovanni, con cui aveva contratto amicizia, il quale, ingannato dal demonio, fuggi e andò a farsi moro, senza avergli accennato nulla.

Fu tanto grande il dolore che sentì Giovanni di Dio per la sventura del suo compagno, che non faceva se non piangere e gemere, dicendo: «Oh, povero me! Qual conto dovrò io dare di questo fratello, che ha voluto così separarsi dal grembo della santa Madre Chiesa e rinnegare la verità della sua fede per non voler sopportare un po’ di travaglio!». E, mentre il suo pensiero era occupato in tale immaginazione, il demonio gli andava suggerendo che ciò era accaduto per colpa sua, e, non resistendogli Giovanni per la sua debolezza, giunse fin quasi a persuaderlo di disperare della propria salvezza e di fare come aveva fatto il suo compagno.

Ma nostro Signore, che teneva lo sguardo su di lui e lo destinava a grandi cose, lo scosse, come suol fare, nella maggiore necessità, e si compiacque di aprirgli gli occhi dell’anima e fargli comprendere il pericolo in cui si trovava e provvederlo del rimedio necessario, che fu di guidarlo al medico spirituale, com’egli stesso aveva già chiesto con molte lacrime e sospiri implorando il soccorso della Vergine nostra Signora.

Recatosi in un convento dell’Ordine di san Francesco, che si trova lì a Ceuta, il Signore gli fece incontrare un frate, dotto e di buona vita, al quale fece una lunga confessione e scoprì le proprie piaghe; e quello gli diede il rimedio che allora conveniva, ordinandogli espressamente, fra altre cose, di lasciare subito quella terra e di tornarsene in Spagna per vincere del tutto quella diabolica tentazione, perché essendo essa tanto grave richiedeva un efficace rimedio; il che fu da lui attuato il più presto possibile, benché ne soffrisse molto pensando all’aiuto che veniva a mancare ai suoi padroni.

Vedendo però che ciò era necessario, depose ogni altro pensiero, si recò da loro e disse che la sua partenza era necessaria per la salvezza della propria anima, e non poteva quindi farne a meno; che lo perdonassero; che egli avrebbe desiderato continuare a render loro quel servizio con la medesima buona volontà avuta fino allora tutto il tempo che fossero rimasti li, ma che nostro Signore comandava diversamente; che il Signore, qual Padre, avrebbe avuto cura di loro soccorrendoli come aveva fatto fino allora; che confidassero perciò in lui e gli dessero il permesso di andarsene.

Non è possibile dire il dolore che padre e figlie sentirono a questa notizia. Visto però che non se ne poteva fare a meno, gli diedero il permesso piangendo tutti ed augurandogli che il Signore si compiacesse di dargli nelle sue necessità quel soccorso che egli aveva dato loro, e così avesse sempre il suo aiuto.

E con questo, si congedò da loro, s’imbarcò e giunse a Gibilterra.

(Francesco De Castro – primo biografo di San Giovanni di Dio)

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