QUATTRO PASSI CON Madeleine Delbrêl – Angelo Nocent

Domenica scorsa, 17 /9/2017, nella mia parrocchia è venuto il Vescovo Daniele Gianotti ad amministrare le sante cresime, ossia il Sacramento della Confermazione. La chiesa è piccola e, per via del pienone, tanti hanno dovuto assistere la celebrazione dal video situato nell’adiacente stanzone  dell’oratorio. Io ho trovato posto in un angolo da dove non ho visto quasi nulla ma sentito tutto.

Abbiamo talmente invocato lo Spirito sui nuovi cresimandi e su tutto il popolo di Dio di questa nostra Chiesa locale, da avvertirne quasi la presenza fisica, per il surriscaldamento del cuore.

Quando il diacono ha pronunciato le parole di rito: “La Messa è finita, andate in pace. Portate nel mondo la gioia del Vangelo”, ho avuto la chiara impressione che l’azione dello Spirito non sarebbe finita lì. E la prova, per me, è stata l’avermi portato in questi giorni a rispolverare LA GIOIA DI CREDERE e di altri scritti di quella formidabile ed attualissima cristiana venuta dall’ateismo che è Madeleine Delbrêl.

Questa donna è capace di di far salire il morale anche a chi avverte un senso di inutilità del vivere e d’impotenza nelle situazioni contingenti del quotidiano. Ecco, ad esempio una pillola ricostitente: C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo … Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi sia per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manchi, perché, se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato”. (Noi delle strade p.45).

Qui ci siamo dentro tutti: i “messi da parte” che sono i consacrati e noi della “moltitudine”, lasciati nel mondo, in questo mondo, di questi tempi.

ANDATE…

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Madeleine Delbrêl (1904-1964), poeta, assistente sociale e mistica. Si tratta di una delle grandi figure spirituali del XX secolo. Nata e vissuta in Francia, dopo la sua morte la sua figura ha cominciato ad essere sempre più conosciuta anche all’estero, attraverso le traduzioni dei suoi scritti in moltissime lingue.

Teologi di grande valore – come Fessard, Congar, De Lubac, Bouyer, Journet, Balthasar, Cottier, Guerra, Neufeld, Moioli, il card. Martini, Sequeri – hanno attirato l’attenzione sulla ricchezza e originalità del suo pensiero. Tesi di laurea e studi scientifici le sono stati dedicati in Francia, in Germania, in Italia.

Dieci anni fa – nel gennaio 1995 – è stata introdotta a Roma la causa di beatificazione presso la Congregazione dei Santi. I Vescovi francesi, nel rapporto sulla fede di qualche anno fa, la citano insieme a S. Teresa di Lisieux, segnalando la straordinaria attualità della sua testimonianza nella prospettiva della nuova evangelizzazione. Nell’anno del centenario sono state avviate molte iniziative per farla conoscere, soprattutto in Francia e in Germania, che continuano anche in questi mesi.


Ma chi era questa donna che affermava: Credere in Gesù Cristo è stato tutto per me dal momento che ho creduto in Dio. A Lui ho donato la mia vita e non me ne sono mai pentita?
Alla fede Madeleine arriva a vent’anni (1924).
Nata a Mussidan (in Dordogna, nel sud-ovest della Francia) il 24 ottobre 1904, Madeleine riceve nell’infanzia una marcata educazione letteraria e artistica, e una formazione cristiana tradizionale. Attorno ai quindici anni, tutta dedita alla musica, alla pittura e alla poesia, si allontana dalla fede, fino a dichiararsi “strettamente atea”.

Ascoltiamo un testo che la Delbrêl scrisse all’età di 17 anni, dal titolo Dio è morto, viva la morte.

Si è detto: Dio è morto. Poiché è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se lui vivesse ancora. Si è regolata la questione con lui: resta da regolarla con noi. Finché Dio viveva, la morte non era realmente morte.

Ora siamo avvertiti. Anche se non conosciamo la misura esatta della nostra vita, sappiamo che essa sarà piccola, che sarà una vita piccolissima. (…)

Intanto non si è liquidata la successione di Dio. Si sono lasciate dappertutto ipotesi di eternità, di potenza, di anima… E chi è stato l’erede? La morte.” (Noi delle strade, p.57 sgg)

In una famiglia non credente, in balia degli spostamenti di un padre ferroviere, avevo trovato persone eccezionali che mi avevano dato, da sette a dodici anni, l’insegnamento della fede, e altre persone non meno eccezionali mi diedero in seguito una formazione contraria. A quindici anni ero strettamente atea e trovavo ogni giorno il mondo più assurdo. (La lezione di Ivry, in Noi delle strade, p. 308 sgg.).

Se dovevo essere sincera, Dio, non essendo più rigorosamente impossibile, non doveva essere trattato come sicuramente inesistente. Scelsi allora ciò che mi sembrava tradurre meglio il mio cambiamento di prospettiva. Decisi di pregare. Da allora, leggendo e riflettendo, ho trovato Dio, ma pregando, ho creduto che egli mi trovava, e che egli è la verità vivente e si può amarlo come si ama una persona”. (Ville marxiste, p.125).

Per esserci passata, e in modo terribile, nell’orribile notte della negazione so che il vuoto che grida in noi la sua angoscia, è già la voce del pastore(Abbagliata da Dio, p. 96).

La conversione è un fatto violento. Fin dale prime pagine, il Vangelo ci chiama alla “metanoia”: convertitevi! Vale a dire rigiratevi, non guardate più voi stessi ma mettetevi di fronte a me. Il battesimo ha effettuato questo rigiramento violento. Ma in noi questa conversione può essere appena o pienamente consapevole, appena o pienamente volontaria, appena o pienamente libera. La conversione è un momento decisivo, che ci storna da quel che sapevamo della nostra vita perché, faccia a faccia con Dio, Dio ci dice ciò che ne pensa e ciò che vuol farne.” (Noi delle strade, p. 313).

Quanti di noi furono radicalmente sconvolti da ciò che lui amava chiamare “metanoia”, da quel rovesciamento, da quella conversione dall’irrompere della Parola del Signore nella loro vita, una Parola che si rivolgeva proprio a loro, quel giorno stesso. Il Signore Gesù, talmente vivo che poteva parlare con loro e chiamare ciascuno di loro, domandava, esigeva, consigliava, trascinava…..

Ha fatto esplodere per me il vangelo. Grazie a lui, il Vangelo è divenuto per me il libro che, tenuto in mano dalla Chiesa,

  • dice come vivere per contemplare,
  • vivere per adorare e
  • vivere adorando.
  • Il Vangelo è divenuto non più solo il libro del Signore vivente,
  • ma anche il libro del Signore da vivere.

Non mi era più possibile vivere una vita in cui consigli e precetti evangelici non trovassero l’elasticità e la disponibilità necessarie richieste dall’amore per mettere a frutto i propri doni”. (La gioia di credere, p. 54 sgg.).

C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo … Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi sia per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manchi, perché, se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato”. (Noi delle strade p.45)

Il nostro gruppo ha per scopo di mettersi a disposizione di Dio e della Chiesa vivendo un Vangelo integrale. Per vivere il Vangelo, cerchiamo di praticare la povertà, l’obbedienza, la purezza e l’umiltà col massimo di rigore possibile”. (Abbagliata da Dio, p.189 sgg)

La lotta contro Dio, noi l’abbiamo imparata così, non si contenta dell’azione e del pensiero: tra i due le occorre la cerniera della parola. Di fronte a questo posto dato alla parola, abbiamo dovuto prendere coscienza del nostro silenzio e ricordarci che se siamo cristiani è per vivere, ma anche per gridare Gesù Cristo. Senza i nostri atti, tale grido non sarà inteso, grido che perlopiù non è formato altrimenti che dalle parole indirizzate a un collega, dalle risposte a un amico, da affermazioni che un rumore di macchina soffoca.

Ma attraverso i nostri atti questo piccolo grido di un uomo solo può andare, e bisogna che noi lo sappiamo perché è vero, a risuonare in una folla, a ripercuotersi nelle chiese dl silenzio, a giungere fino all’ultimo nodo della gerarchia marxista. Quando si è ben compreso questo, quando si sa che parlare ad un marxista è rischiare di parlare a molti, le condizioni della nostra parola non possono che coincidere con quelle della nostra preghiera e le due formano un tutt’uno. Solo colui che avrà domandato e ricevuto la forza di parlare a Dio da parte di tutti, avrà la forza, la stessa, di parlare a tutti da parte di Dio”.

Noi non cerchiamo l’apostolato; è l’apostolato che cerca noi. Dio, amandoci per primo, ci rende fratelli e ci fa apostoli. Come divideremmo pane tetto cuore con questo prossimo che è la nostra carne, senza essere traboccanti per lui dell’amore del nostro Dio, proprio da questo prossimo ignorato?

Senza Dio tutto è miseria. Per colui che amiamo, non tolleriamo la miseria, la più grande meno di ogni altra. Non essere apostoli? Non essere missionari? Ma cosa sarebbe allora l’appartenenza a questo Dio che ha inviato il suo Figlio perché il mondo fosse salvato da lui…e come?”

Il Vangelo è il libro della vita del Signore. È fatto per diventare il libro della nostra vita.

  • Non è fatto per essere compreso, ma per accostarvisi come alla soglia del mistero.
  • Non è fatto per essere letto, ma per essere accolto dentro di noi. Ciascuna delle sue parole è spirito e vita.
  • Agili e libere, esse non attendono altro che il desiderio profondo della nostra anima per fondersi con lei.
  • Vive, sono come il lievito iniziale che attaccherà la nostra pasta e la farà fermentare in uno stile di vita nuovo. (…) Se non ci trasformano, è perché non chiediamo loro di trasformarci”. (La gioia di credere, p. 29 – 30)

La parola di Dio non la si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in sé, la si porta su di sé. Non la si ripone in un angolo di se stessi, nella propria memoria, come ben sistemata sul ripiano di un armadio. La si lascia andare fino al fondo di sé, sino a quel cardine su cui fa perno tutto il nostro essere.(…)

Non si può essere missionari senza aver fatto in sé questa accoglienza franca, larga, cordiale alla Parola di Dio, al Vangelo. (…)

Ma non inganniamoci. Sappiamo che è gravosissimo ricevere in sé il messaggio intatto. È per questo che tanti di noi lo ritoccano, lo mutilano, lo attenuano. Si prova il bisogno di metterlo alla pari con la moda del giorno, come se Dio non fosse alla moda di tutti i giorni, come se si potesse ritoccare Dio.(…)

Questa parola, la sua tendenza vivente, è di farsi carne, di farsi carne in noi.(…)

Questa incarnazione della Parola di Dio in noi, questa docilità a lasciarci modellare da essa, è quel che chiamiamo la testimonianza. Se la nostra testimonianza è spesso così mediocre, è perché non comprendiamo che per essere testimone occorre lo stesso eroismo che per essere martire. Per prendere la Parola di Dio sul serio bisogna che ci sia in noi tutta la forza dello Spirito Santo”. (Noi delle strade, p. 71 sgg)

Una cosa è efficace nella misura in cui esprime gli effetti che le sono propri: una stufa è efficiente se riscalda. Ma anche se essa è vuota, si sa che è una stufa e non si pretende che conservi al fresco per due giorni le aringhe comperate al mercato. Quale efficacia si domanda al cristiano nell’ambiente in cui si trova?

Solo di rado viene domandata al cristiano l’efficacia che deve avere nella sua qualità di cristiano, ma invece questa o quella efficacia economica, politica, magari ideologica, nelle attività o nell’organizzazione della comunità umana.

Ora, se è pur vero che il suo dovere è quello di assumere in essa la sua parte di responsabilità – cosa che non fa sempre – di vivere secondo i principi morali che derivano dalla sua fede – e può capitargli di tradirli – non dipende interamente da lui di mostrarsi efficace, ancora meno il più efficace, perché la sua fede non gli infonde di per sé dei doni supplementari.

Per noi l’efficacia esiste dal momento in cui applichiamo la legge dell’amore… Se seguiamo questa legge, siamo sicuri di essere efficaci. La vita consiste nella ricerca continua dell’applicazione di questa legge, che ha la stessa precisione di una legge scientifica.

Non vi sono altri fondamenti all’efficacia cristiana all’infuori delle promesse di Cristo. E non esiste efficacia cristiana là dove non vi sono promesse di Cristo.

La chiesa è una efficacia vivente delle promesse di Cristo, delle promesse che le sono state fatte in quanto chiesa:

  • “Le porte dell’inferno non prevarranno…”,
  • “Fate questo in memoria di me…”,
  • “I peccati saranno rimessi….”,
  • “Andate, insegnate alle nazioni, predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Saremo sicuramente efficaci solo se inviati dalla chiesa e legati ad essa, perché queste promesse sono state fatte ad essa. L’efficacia promessa è di annunciare il vangelo ad ogni creatura, non di guadagnare alla causa.

  • L’efficacia di annunciarlo alle nazioni, anche se ciò avviene davanti ai loro tribunali che condannano, davanti alle loro persecuzioni che ritengono di rendere onore a Dio.
  • L’efficacia di salvare il mondo, anche quando le ultime calamità del mondo sembrano coincidere con la sconfitta dei credenti, con la fuga di coloro che perseverano, come se la chiesa degli ultimi tempi dovesse ripetere il panico dei Dodici, il giorno del Giovedì Santo.

Tutto ciò è promesso a noi come gli effetti certi della fede, come una efficacia sicura.

Le promesse di Cristo si rivolgono a coloro che credono in lui. L’efficacia cristiana è quella della fede vissuta nelle opere.

Il cristiano porta in tutta quanta la sua vita di uomo la vita stessa di Dio. Questa vita nuova, egli non può acquisirla con le sue forze. Questa vita è un dono di Dio, essa è regolata da Dio, lavora per Dio con dei mezzi donati da Dio, per un fine conosciuto da Dio. Quello che a noi è richiesto è che la viviamo.

Il cristiano può dire che egli ha una vita movimentata, una vita che è tutta intera la messa in atto e la realizzazione di un’opera. Dio ha affidato la storia agli uomini. Dio ha legato gli uomini gli uni con gli altri grazie ad una vocazione posta in essi come un germe e che è l’amore. Ogni uomo porta in sé, come in una gestazione, durante la sua vita, l’uomo eterno che egli diviene ogni giorno: nel suo ultimo giorno egli sarà ciò che i suoi atti avranno fatto di lui.

Per il credente, Dio non è la più bella fra le idee umane, né il più grande pensiero, né l’ideale più magnifico. Per il credente Dio non è qualche cosa: Dio è qualcuno.

Il battezzato non è un essere più immortale rispetto agli altri uomini. Il battezzato è un uomo il quale, accettando la fede che Dio gli offre, accetta di essere rinnovato, di entrare in una famiglia vivente che è quella di Gesù Cristo, di appartenere in tal modo alla razza di Gesù Cristo, di condividere l’amore di Gesù Cristo per Dio, l’amore di un figlio per il suo padre, di condividere l’amore di Gesù Cristo per ogni uomo, per tutti gli uomini.

Il cristiano è colui che, salvato da Cristo, è invitato da lui a salvare gli uomini insieme con Cristo. Per collaborare a questa unica opera di Cristo, riceve lo Spirito di Cristo, le forze viventi di Cristo: il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Parola.

Il cristiano è colui che fa sì che il mondo, le sue potenze e le sue ricchezze, l’umanità, le sue evoluzioni e i suoi progressi, servano per ciò che Dio vi ha nascosto, per ciò che l’uomo deve realizzare come sua propria vocazione: la sua somiglianza con Dio. (in Comunità secondo il vangelo, p.150 sgg.)

La nostra condizione normale è di essere noi stessi la cerniera tra il mondo e il Regno dei cieli. Questa situazione normale è per noi uno stato violento. Noi vi siamo per crescervi nella fede, lo dobbiamo e lo possiamo.

Se cerchiamo soltanto di salvare la fede, soltanto di restare cristiani, la nostra fede spesso si indebolisce e spesso non restiamo autenticamente cristiani. Lo status quo, quando lo guardiamo da vicino, sembra essere per noi l’attitudine più mortifera: forse perché, in relazione alla fede, è – si può dire – contro natura! In ogni caso ne ho acquisito la quasi certezza accanto ai comunisti”.

La mentalità atea è una mentalità senza Dio. Dio ha cessato di essere per essa oggetto di aggressività, di disprezzo o di curiosità. Egli sussiste soltanto a titolo di menzogna creduta.

Il nemico degli uomini contemporanei non è Dio, è il credente e nel credente la sua fede in Dio.

Un ambiente ateo ci è contraddittorio nella misura in cui crediamo in Dio. È una domanda vivente. Le sue imprese le sue ricerche le sue realizzazioni ci mettono continuamente in discussione. Mettono in discussione l’uomo credente contro il quale sembra andare ogni senso delle cose.

La fede è realismo: siamo noi che spesso ne facciamo un’astrazione. E abbiamo torto.

Ne facciamo un’arte… astratta di vivere, una teoria filosofica o un sistema di pensiero, ne facciamo delle idee o ce ne facciamo un’idea. Ma essa è una scienza pratica, il saper fare la vita, oggi, qui.

La fede è nel tempo e per il tempo, il tempo in cui si svolge questa vita d’uomo. Si potrebbe dire che la fede è l’amore di Dio impegnato nel tempo, l’impegno nel tempo dell’amore di Dio.

(“La gioia di credere”, p.192 sgg.).

La fede è sempre un dono di Dio. Non la troviamo in alcun mercato, in alcuna fabbrica umana. Non è mai una cosa del tutto naturale avere la fede. Essa ci rivela ciò che è naturalmente nascosto, ci permette ciò che è impossibile.

Cristo ce la offre. Non è un’imposizione, ma un’offerta, un dono che si può accettare o rifiutare. Essa non è mai una ricchezza a cui veniamo obbligati.

Perché sia ricevuta, occorre che la fede incontri la libertà di un cuore umano. Molti cristiani non hanno avuto l’occasione di esprimere il loro accordo o disaccordo. In ambiente comunista, un cristiano è invitato a dire o a ridire se è d’accordo.

Signore Gesù Cristo,
Tu che chiamasti Madeleine Delbrêl a preferirti
e la conducesti nel tuo slancio di carità
fino ai fratelli più lontani da te,

Tu che le donasti la viva consapevolezza
che la vita eterna è la fondamentale necessità dell’uomo,
che ogni cristiano è una cerniera di carne,
una cerniera di grazia,
una breccia per la Parola di Dio che si fa carne,

Tu che le donasti l’amore per la Chiesa, mistero del tuo corpo oggi,

Ispira ai cristiani il desiderio di santità,
vissuta nella strada stessa in cui abitano
e la fiducia che la grazia non verrà a mancare
se faranno della vita una testimonianza resa a te.

Ispira alla tua Chiesa di riconoscere la traccia luminosa
della tua santità nella vita e nell’opera di Madeleine Delbrêl.

Per sua intercessione concedi a tutti,
insieme al suo stesso desiderio di santità da gente comune,
la guarigione del cuore, dell’anima e del corpo.
Noi ti domandiamo la grazia…
Amen

Aggiornato di recente1343

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Una risposta a QUATTRO PASSI CON Madeleine Delbrêl – Angelo Nocent

  1. lucetta ha detto:

    Anch’io ho un suo libro dal titolo “che gioia credere!!!” non so se è lo stesso. Io sto rileggendo “il Dio che viene” di Carlo Carretto. Mi è arrivato anche “Dio o niente” del card.Sarah. Ciao Angelo, sei presente.

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