IL VESCOVO CHE INSEGNA A BERE E A GUARDARE- angelo Nocent

Aggiornato di recente1580

Il vescovo Derio Olivero introduce alcune opere del Merisi, in occasione dell’evento: “Caravaggio. La mostra impossibile”, realizzata in collaborazione tra il Comune di Fossano, la Diocesi di Fossano e ProgettoMondo Mlal.

DERIO OLIVERO E I GIOVANI

Per me vescovo la fede è ricerca continua

Dare valore alla bellezza, vivere il rito con creatività e significato, ascoltare le nuove generazioni: sono le vie indicate dal vescovo di Pinerolo, che ha lanciato una Messa per i giovani e dice: «Compito della Chiesa è tornare a suscitare desideri alti»

Continua a rigirare intorno al dito l’anello episcopale, come un giovane sposo che non si sia ancora abituato alla fede nuziale. Jeans, maglione a collo alto e una piccola croce di legno di olivo che pende sul petto, il nuovo vescovo di Pinerolo Derio Olivero non ha confidenza con gli abiti ecclesiastici di alta sartoria né con lo stile azzimato di certi uomini di Curia. Il suo sorriso aperto e i modi informali rivelano ciò che ha scelto di essere: un prete semplice, vissuto sempre a contatto con la comunità cristiana che gli era stata affidata. O, come direbbe papa Francesco, un pastore con l’odore delle pecore addosso.

L’aspetto “normale” e lo stile fraterno non devono trarre in inganno, però: don Derio ha un curriculum di tutto rispetto. Classe 1961, ha frequentato il prestigioso Collegio Lombardo a Roma e ha una licenza in Teologia pastorale alla Lateranense.

Originario di Roata Chiusani, un paesino del Cuneese, è cresciuto nella diocesi di Fossano, dove ha ricoperto quasi ogni incarico ecclesiastico a disposizione: curato, rettore del Seminario, parroco, direttore dell’ufficio catechistico, incaricato diocesano per la pastorale giovanile e infine vicario generale. Finché il Pontefice non ha deciso di nominarlo vescovo di Pinerolo, diocesi piemontese molto particolare per via della presenza della più antica e consistente comunità protestante italiana, insediata sin dal Seicento nelle cosiddette “Valli valdesi”.

«Non lo nascondo, lasciare Fossano è stato doloroso», dice monsignor Olivero. «Ma mi ritengo fortunato per essere stato inviato qui a Pinerolo: ho sempre pensato che la diversità sia una fortuna. Ora dovrò mettere in pratica questa intuizione anche sul piano ecumenico. Per la Chiesa cattolica avere accanto altri credenti che vivono la fede in modo diverso è stimolante, perché obbliga a non addormentarsi sull’ovvio, stimola a cercare sempre».

La fede, secondo il vescovo di Pinerolo, è ricerca continua. Non è un caso che il suo motto episcopale sia Quid queritis («Che cercate?»). «In questo senso, il mio augurio è che, cattolici e valdesi insieme, ci aiutiamo a essere sempre più veramente cristiani».

Se la fede è ricerca, nella vita di Derio Olivero quando è iniziato questo cammino?

«Sono cresciuto in una famiglia cattolica, in un piccolo paese di provincia. Frequentare la parrocchia è stato naturale sin da bambino. Ho fatto tutto l’iter classico e poi, alle superiori, sono entrato in seminario».

PERDERE E RITROVARE DIO
«All’età di 20 anni», racconta il vescovo, «ho vissuto una forte crisi, più ci riflettevo e più mi dicevo: “No, non voglio fare il prete”. I miei superiori in seminario mi consigliarono di prendermi del tempo per riflettere e mi suggerirono di passare qualche giorno tranquillo nel monastero di Lérins, un’abbazia cistercense su una piccola isola di fronte alla città francese di Cannes.

Ci andai di malavoglia, con l’idea di tornarmene a casa dopo un paio di giorni, ma per il maltempo e il mare grosso fui costretto a rimanerci una settimana. E lì rimasi folgorato: su quell’isola minuscola non c’era niente di niente, tranne il monastero. Eppure io vedevo i monaci sereni, felici… per niente!

Quell’essere sereni per niente mi sconvolse: si vede che qualcosa c’è davvero – mi dissi – e quel qualcosa è il buon Dio. A Lérins, in quel momento, ho percepito per la prima volta la presenza “fisica” del buon Dio. E ho imparato a guardare la vita come uno stare alla sua presenza».

Da allora, don Derio è rimasto sempre legato all’abbazia francese: «Nel 1990, tre anni dopo la mia ordinazione sacerdotale, ho iniziato una tradizione che continua ancora oggi: quella di portare per tre giorni a Lérins i ventenni della parrocchia di Fossano in cui all’epoca ero curato.

Il monastero in generale è un luogo fondamentale per alimentare la mia fede, ci devo andare almeno una volta l’anno, che sia Lérins o il monastero cistercense piemontese di Pra’d Mill o la comunità di Bose, cui pure sono legato».

LA MESSA DEI GIOVANI

Passeggiando per i vicoli gelidi di Pinerolo, parliamo con don Derio di un altro tema che gli sta particolarmente a cuore: la distanza delle nuove generazioni dalla Chiesa. Ci racconta di un’altra iniziativa che ha lanciato a Fossano e che dura ormai da 24 anni, la Messa dei giovani: musica pop prima della celebrazione, riflessioni a tema, animazione liturgica anche con la danza. Risultato? 500-600 ragazzi riuniti in chiesa ogni martedì sera.

«Quando si parla di crisi del rito», dice, «bisogna chiedersi non soltanto perché i giovani non vengono a Messa, ma cos’è che non funziona. Il rito è nato per il corpo: si fanno gesti, movimenti, si mangia… Altrimenti, sarebbe sufficiente pensare Dio e basta. La liturgia, insomma, ha una forte dimensione sensoriale e corporea.

Certo, bisogna evitare le carnevalate, ma noi abbiamo finito per ingessarla troppo. Come Chiesa, ci siamo concentrati sull’iniziazione al buon pensare cristiano e al ben comportarsi, cioè sulla dottrina e sull’etica, ma abbiamo dimenticato l’iniziazione al rito, in senso ampio: al silenzio, alla meraviglia, allo stupore, alla gratitudine, alla lode. Motivo per cui il rito non ci dice più nulla. E quelli che facciamo finiscono per essere gesti un po’ penosi: formali, freddi, inespressivi».

In strada, una signora in bicicletta si ferma e interrompe la nostra chiacchierata per ringraziare il vescovo: era tra i fedeli al funerale di un giovane che monsignor Olivero ha celebrato qualche settimana fa ed è rimasta molto colpita dalle sue parole, così spirituali e umane al tempo stesso. «Domenica prossima», dice, «vengo a Messa in duomo e ci porto anche mia figlia: lei non frequenta molto la chiesa, ma sono sicura che una predica come la sua la entusiasmerebbe!».

Il nodo delle nuove generazioni continua a tornare nella nostra conversazione. E finiamo sul tema del prossimo Sinodo dei vescovi dell’autunno 2018, dedicato proprio ai giovani: «Mi piacerebbe», dice don Derio, «che da quell’assemblea i vescovi uscissero con una certezza: che una Chiesa che non parla ai giovani è una Chiesa che non parla a nessuno».

In concreto, cosa vuol dire “parlare ai giovani”? «Innanzitutto, passare tante ore ad ascoltarli veramente e, così, imparare a vedere il futuro attraverso di loro. I giovani, infatti, non saranno il futuro, lo sono già oggi. Dopo averli ascoltati, dobbiamo essere capaci di misurarci sull’essenziale, sulle grandi domande. Alla fin fine, non conta tanto se usi parole alla moda o spiritualeggianti, ma che cosa dici, se tocchi l’essenza della vita. Infine, dobbiamo incarnare noi per primi, nel nostro quotidiano, ciò che predichiamo, altrimenti non siamo credibili».

PUNTARE ALLA BELLEZZA

Ma come tornare a incantare le nuove generazioni, che talvolta sembrano così spente, sazie, poco appassionate? «Ha ragione lo psicanalista Recalcati: la nostra società ha soddisfatto tutti i bisogni e, al tempo stesso, ha spento i desideri. La sazietà è lo spegnimento della vita, non il suo riempimento.

Compito della Chiesa, allora, è tornare a suscitare desideri alti, aprire orizzonti, dare respiro… Personalmente, penso che un buon modo per fare ciò sia puntare sulla bellezza: oggi la verità dice poco, il senso del dovere non funziona più, ma se una cosa è bella, se mostra una sua forza attrattiva, allora viene ascoltata».

Sul nodo della bellezza, monsignor Olivero è un fiume di riflessioni. «C’è una definizione», spiega, «che amo particolarmente: la bellezza è qualcosa che attrae gli occhi e rimanda oltre». La passione per l’arte e quella per la montagna («sono stato in cima al Monviso 27 volte e poi sul Bianco, sul Rosa…») sono due tra le «contromisure» che don Derio coltiva per mantenere la sua autenticità di uomo, al di là del ruolo ecclesiale: «Non voglio che Derio sparisca per diventare “il vescovo”.

Voglio restare una persona, con le sue fragilità e le sue passioni, non trasformarmi in un funzionario vuoto. Il ruolo non deve fagocitare, ma dev’essere una parte integrante del mio essere uomo su questa terra e cittadino di questa società».

E nella vita di tutti i giorni, quali gli antidoti per evitare di smarrire la propria autenticità? «Avere un piccolo gruppo di amici veri e sani, che ti diano il sapore buono della vita, che ti facciano da specchio e che, nel caso, ti aiutino a non perderti».

Testo di Giovanni Ferrò

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